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Ursula von der Leyen (Ansa)
Volkswagen licenzia 100.000 dipendenti e chiude fabbriche, i vertici di Mercedes ammettono: «Situazione gravissima». I due colossi schiantati, assieme a concorrenti e indotto made in Italy, dalle folli politiche verdi di Bruxelles. Che però insiste.
Immagino che da ieri nessuno avrà più dubbi sul prezzo da pagare per la transizione energetica. Volkswagen, ossia il più grande gruppo automobilistico europeo e il secondo nel mondo, si prepara a licenziare 100.000 dipendenti, all’incirca un sesto dell’intera sua forza lavoro. La decisione sarebbe maturata in seguito al calo delle vendite ma soprattutto dei profitti che nello scorso anno si sarebbero ridotti di oltre il 40 per cento. Che a Wolfsburg, in Bassa Sassonia, le cose non andassero a gonfie vele lo si era capito da tempo, quando l’azienda aveva annunciato un programma di riduzione del personale da qui al 2030.
Ma mesi fa nessuno immaginava che i tagli fossero di simili dimensioni. Soprattutto, all’inizio dell’anno non vi erano segnali di cessione di interi rami d’azienda. Invece, pochi giorni fa è arrivata la notizia della vendita della divisione motori marini, ceduta per 7,4 miliardi, e ieri la doccia fredda di un piano di «esuberi» con il doppio dei numeri previsti nella peggiore delle ipotesi. Come se non bastasse, sulla stampa specializzata sono iniziate a circolare voci che non escludono il fallimento del gruppo.
Volkswagen è un colosso industriale di oltre 320 miliardi di fatturato e con 114 stabilimenti sparsi nel mondo. Ma pur essendo un gigante ha i piedi d’argilla, costituiti non già dall’alto debito, che pure esiste, ma dagli obblighi indotti dalle misure imposte dall’Unione europea per combattere il cambiamento climatico. La rivista tedesca Manager magazin, in uno dei suoi ultimi numeri, ha dedicato alla questione della sostenibilità del gruppo un’inchiesta, sentendo in forma anonima i componenti del consiglio di amministrazione della casa automobilistica e le risposte non sono state confortanti. Sei dei nove membri del cda si sono spinti fino a definire l’azienda a rischio di sopravvivenza. Altri tre hanno parlato di una «situazione tesa». Nessuno ha scelto l’opzione che descriveva il quadro come «non critico».
La crisi della Volkswagen tuttavia non è isolata. Innanzitutto perché coinvolge l’industria della componentistica, con tagli pesanti anch’essi già annunciati; ma poi se il gruppo di Wolfsburg sta male, neppure i concorrenti si sentono granché bene. Martin Brudermueller, presidente del consiglio di sorveglianza di Mercedes Benz, due giorni fa dalle pagine del quotidiano economico Handelsblatt ha lanciato l’allarme: la situazione è gravissima, il costo del lavoro è fuori controllo e la produttività non basta più a contrastare i competitor internazionali. Secondo Brudermueller, la crisi in Germania è molto più grave di quanto la maggior parte delle persone pensi.
Qualcuno potrebbe fare spallucce e magari anche pensare che se i tedeschi arrancano, gli italiani potrebbero trarne vantaggio o per lo meno ne potrebbe guadagnare l’industria automobilistica di casa nostra. Sbagliato. Non solo perché le aziende del settore hanno tutte, chi più chi meno, gli stessi problemi, ma una parte delle nostre imprese che operano nell’automotive lavorano per le grandi case della Germania. Dalle viti ai motori, dai freni ai cambi, molta componentistica montata dai veicoli di Volkswagen, Audi, Mercedes, Opel Bmw e Porsche è made in Italy. Dagli pneumatici (5,5 per cento) per finire alle parti meccaniche o ai sedili (21,2), le imprese nazionali lavorano a pieno ritmo per Berlino e dintorni e la crisi le investe inevitabilmente.
Certo, nessuno immaginava che introducendo norme sempre più stringenti per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione gli effetti sarebbero stati questi. Ma ora solo gli stupidi rifiutano di ammettere che così si è spinta l’auto verso il baratro. Aver accelerato l’adozione dei motori elettrici, penalizzando quelli termici, rischia infatti di far scomparire la spina dorsale dell’industria europea. E solo i folli possono negare che, di questo passo, la transizione energetica ci porterà a una distruzione di valore e alla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, creando problemi sociali spaventosi. Purtroppo, i pazzi sono però alla guida dell’Europa e ogni giorno fanno danni. E a questo proposito, l’ultima invenzione riguarda il regolamento Ue sul metano, che potrebbe farci perdere fino al 43 per cento delle forniture di gas e fino all’87 per cento degli acquisti di petrolio, a causa del rischio di non conformità ai requisiti imposti da Bruxelles agli importatori.
Dodici Paesi, tra cui l’Italia (più la Germania), hanno lanciato l’allarme, ma ieri il commissario all’energia, il danese Dan Jorgensen, ha chiuso la porta a qualsiasi modifica. «Il mio compito», ha detto, «è garantire l’attuazione dei provvedimenti per combattere il cambiamento climatico». Dunque, avanti fino alla morte dell’economia europea. E della nostra.
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Gli sciiti occupano la Centrale per le autoflagellazioni del rito pubblico dell’Ashura.
Benvenuti nel Milanostan. Fra autoflagellazioni maschili, nenie di tradizione sciita e universo femminile con il burqa è andato in scena il rito pubblico dell’Ashura. Dove? Davanti alla Stazione Centrale di Teheran trasferita in piazza Duca d’Aosta, con il traffico di via Vittor Pisani bloccato per dare spazio al corteo musulmano che commemora il martirio dell’imam Hussein, nipote di Maometto, durante la battaglia di Karbala nel 680 dopo Cristo.
Scena folcloristica e pure educativa, visto che non più tardi di 20 giorni fa l’arcivescovo Mario Delpini decise di vietare la processione del Corpus Domini all’aperto, perché «in mezzo al traffico e ai turisti non ci sono le condizioni per vivere nel profondo la preghiera». Non sia mai che i simboli della cristianità possano turbare chi abbraccia altre fedi.
Una preoccupazione che non tocca gli organizzatori dell’evento islamico. Men che meno la moltitudine vestita di nero che scandisce slogan, sventola vessilli, innalza canti ed esibisce segnali di potenza. Una cerimonia religiosa che si trasforma in una prova di forza. Poiché i vuoti sono fatti per essere riempiti, il ritiro del millenario rito cattolico da strade e piazze lascia spazio all’altra grande religione monoteista proprio nel cuore dell’Occidente, proprio nella nazione che ospita il Papa. Così 2.000 musulmani mostrano con orgoglio i simboli della propria avanzata laddove la civiltà occidentale si ritrae, preda di una subalternità che sa di sconfittismo. Ed è singolare per il passante assistere a una scena intollerabile per la sensibilità italiana: l’isolamento delle donne in fondo al corteo, discoste dagli uomini, con niqab e mascherine e passeggini. A Palazzo Marino la chiamano integrazione.
Una realtà che nel Milanostan è diventata progetto politico (involontario, a conferma dell’inettitudine) implementato dalla giunta di sinistra. Il corteo dell’Ashura sarebbe l’apoteosi per il sindaco ayatollah Giuseppe Sala, stranamente assente dalla manifestazione. Forse perché in ritiro spirituale in vista del Gay pride di oggi, forse perché già sbilanciato verso la frescura del suo cottage di Sankt Moritz. Mentre in Danimarca, la premier socialista Mette Frederiksen ha proposto di ridurre la presenza di stranieri nei quartieri ad alto tasso di migranti («Basta ghetti, basta enclave, non ci devono essere dubbi che siamo in Danimarca»), a Milano, zona Stazione Centrale, accade il contrario e il peloso «grande abbraccio» a senso unico diventa realtà. Con le donne burqate e relegate in fondo, senza che le vestali del patriarcato tossico abbiano alcunché da ridire. Neppure quelle di Nonunadimeno e ActionAid che proprio in città, per l’8 marzo, avevano portato una mostra per denunciare le bassezze del maschilismo velenoso.
La contraddizione non è passata inosservata e la vicesegretaria della Lega, Silvia Sardone, ha sottolineato le «inaccettabili immagini delle donne velate, separate dagli uomini durante il corteo, all’interno di recinti e posizionate dietro un telo nero oltre un camion. L’ennesimo episodio di discriminazione che ormai è consuetudine in molte comunità musulmane. Il sindaco Sala non ha niente da dire davanti a queste immagini? Elly Schlein, Laura Boldrini e il Pd considerano queste scene un arricchimento culturale e un’integrazione positiva? Le femministe staranno in silenzio come al solito, pur di non affrontare il tema del patriarcato islamico?». A Sardone non è sfuggito il messaggio politico con la (neppure troppo strisciante) avanzata islamica nel nostro Paese. «Oltre all’oppressione femminile, colpiscono il numero dei presenti e l’islamismo sempre più evidente. Il rischio serio è che, in nome del politicamente corretto e di una finta integrazione, continueremo a nascondere e censurare i nostri simboli, la nostra cultura e la nostra identità per subìre tradizioni che non ci appartengono e sono inconciliabili con i nostri valori. A partire dalla libertà delle donne». Come profetizzava Oriana Fallaci, prove tecniche di Eurabia.
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Ansa
Secondo Maurizio Landini e compagni, la mancata pioggia e i morti nei cantieri sono colpa di Giorgia Meloni. Faticare al sole è un suicidio mentre andare al corteo arcobaleno a Napoli (alle 15) è un dovere. Alla faccia dell’allerta.
Lavoratori di tutto il mondo, refrigeratevi. La Cgil di lotta e di condizionatore è da tempo impegnata, come sappiamo, in una campagna infuocata, o per meglio dire: ghiacciata, contro il caldo.
Il nuovo manifesto della rivoluzione proletaria, ma soprattutto proletarieggiata, è pubblicato sul sito ufficiale del sindacato, con tanto di manifesto stampabile: «Dove lavori? All’aperto sotto il caldo? In ambiente chiuso senza aria condizionata? Attenzione: è un serio pericolo». Lotta dura, frigorifero senza paura: altro che salario minimo, il vero obiettivo è la temperatura massima. Bisogna sconfiggere il nuovo nemico di classe: il «rischio microclimatico», come recita per l’appunto il manifesto della campagna Cgil. Dalla rivendicazione del contratto alla rivendicazione del ventilatore, la rivolta sociale è solo una questione di tempo, ma soprattutto di previsioni del tempo. Il segretario Maurizio Landini, per cominciare, ha già proposto una bella tassa sul caldo, come raccontato ieri dalla Verità. E intanto un suo discepolo, Antonio Di Franco, segretario degli edili Cgil, accusa; «I lavoratori muoiono e Giorgia Meloni non fa nulla». In pratica: non piove, governo ladro. O peggio: c’è il solleone, governo assassino. Si attende, per combatterlo, ulteriore ventaglio di proposte. Ma prima ancora un ventaglio pieghevole.
Bando all’ironia, però: la Cgil ha preso davvero sul serio l’allarme caldo. Così sul serio che, dopo aver suggerito tasse, dopo aver organizzato campagne, dopo aver sollevato proteste e soprattutto dopo aver chiesto il fermo dei cantieri, tutto per combattere le eccessive temperature, invita i militanti in piazza a Napoli per il Gay pride. Dove evidentemente le eccessive temperature sono entrate in sciopero su richiesta di Landini. Il corteo, infatti, partirà proprio alle 15, giusto per permettere a tutti di stare un po’ più freschi. Si sa che a quell’ora non fa caldo, garantisce la Cgil. Il sindacato, per altro, ha anche approntato un carro tutto suo. Obiettivo: protestare «contro le destre che dimostrano xenofobia, razzismo, transfobia, sovranismo» e soprattutto che «negano i diritti». A cominciare, ovviamente, dal diritto di sfuggire all’afa. Ma, insomma, come si permette questo governo di tollerare che in Italia ci siano persone che lavorano nei giorni caldissimi e nelle ore caldissime e nelle città caldissime? Per protesta tutti in piazza. In un giorno caldissimo. In un’ora caldissima. E in una città caldissima. Bandiera rossa e bollino arancione. Ma soprattutto facce di bronzo. Incandescenti.
La morale Cgil, infatti, è chiara: con le temperature alte non si può andare al lavoro, ma si può andare al Gay pride. Miracoli sindacali. A Napoli, in queste ore, è stato alzato il livello d’attenzione proprio per il rischio caldo. Negli ospedali è stato attivato il «percorso calore». La diocesi ha aperto le chiese per soccorrere i più fragili. E si susseguono balckout. Eppure è proprio in questo contesto che alle 15, puntuale come la canicola, la Cgil si presenterà in piazza Giovanni Leone (Porta Capuana) per iniziare il corteo. Poi sfilerà per via Colletta, corso Umberto I, piazza Bovio, fino ad arrivare a via Toledo e piazza Dante. Tutti posti, immaginiamo, dotati di aria condizionata e refrigeratori portatili. O forse la Cgil pensa che oggi alle 15 a Napoli ci saranno nevicate e temperature siberiane?
È vero che la capacità del sindacato di azzeccare previsioni è ridotta sotto zero (termico) come ha dimostrato il referendum sul lavoro dell’anno scorso (per non dire dei disastri provocati ai salari degli operai, sempre sacrificati sull’altare delle carriere politiche e dell’esibizionismo dei segretari). Ma possibile pensare a Napoli in versione Polo Nord? Proprio oggi? E allora c’è qualcosa che non torna: dall’onda rossa all’ondata di calore, il passo è breve. Come è possibile? La Cgil si batte in prima linea per salvare i lavoratori dalle temperature elevate e poi li porta in piazza a Napoli alle 15 in mezzo alle temperature elevate. Ci vorrebbe un sindacato per difendere gli iscritti al sindacato. Pensate che a Parigi il Gay pride è stato annullato, proprio per il caldo. Gli organizzatori hanno detto: non si mette a rischio la vita delle persone. Sfilata rinviata. Noi invece in Italia abbiamo la Cgil. E perciò stiamo freschi, persino quando si muore di caldo.
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Dan Jørgensen
Al Consiglio dei ministri dell’energia, Italia e Germania guidano la fronda anti regolamento. Benzina pronta a schizzare a +24%.
Dopo le tappe forzate della decarbonizzazione secondo i dettami del Green deal, Bruxelles mette a segno l’ennesimo regolamento che è una sorta di suicidio per l’industria europea.
La guerra in Medio Oriente ha modificato le rotte dei flussi di gas naturale e petrolio greggio costringendo i Paesi Ue a cercare altri canali di approvvigionamento. In questa situazione di estrema difficoltà e incertezza, aggravata anche dall’aumento dei prezzi energetici, la Commissione europea, anziché facilitare le importazioni, fa il contrario. Paradossale ma vero. Da gennaio 2027, il regolamento dell’Unione europea sul metano impone agli importatori di gas naturale e petrolio greggio di dimostrare che i Paesi esportatori o i produttori soddisfino i rigorosi requisiti di monitoraggio, rendicontazione e verifica, Mrv, equivalenti agli standard Ue. Una linea ribadita ieri alla riunione del Consiglio Ue Energia a Lussemburgo.
Secondo uno studio condotto da Wood Mackenzie e supportato dall’International association of oil and gas producers, a fronte di queste regole, dal prossimo gennaio la Ue rischia di perdere fino al 43 per cento degli approvvigionamenti di gas e circa l’87 per cento di quelli di petrolio. L’analisi sostiene che, a oggi, nessun Paese esportatore è considerato equivalente all’Ue in termini di Mrv. I volumi di produzione globale di petrolio e gas segnalati ai sensi dell’Ogmp (lo standard globale di riferimento per la trasparenza dei dati ambientali) sono insufficienti.
Dunque, ingenti quantità di petrolio e gas disponibili a livello globale, accessibili all’Europa, rischiano di essere considerate non conformi, esponendo gli importatori al rischio di sanzioni. Mentre i limitati volumi conformi, accessibili al mercato dell’Ue, sarebbero insufficienti a soddisfare la domanda, innescando un divario di approvvigionamento, con gravi ripercussioni sul mercato. Anche in uno scenario più flessibile, in cui dieci Paesi fornitori chiave dell’Ue fossero considerati «equivalenti», i volumi conformi sarebbero comunque insufficienti al fabbisogno Ue.
Alcuni produttori, soprattutto quelli privi di sistemi avanzati di monitoraggio del metano, potrebbero tagliare o sospendere temporaneamente le consegne nell’Unione. Ciò rischia di ridurre il numero dei fornitori europei in un momento di forte concorrenza e orientare i carichi di gas metano e petrolio greggio verso mercati più permissivi. Ne deriverebbe un aumento dei prezzi del gas naturale, del petrolio greggio e dei prodotti raffinati, con conseguenze negative per le famiglie europee e un danno alla competitività industriale.
La conseguenza, rileva lo studio, è una riduzione del 50% della capacità produttiva, e la chiusura di 40 raffinerie dell’Ue. L’Europa, così, passerebbe da esportatore di benzina a importatore netto, con un aumento della spesa di oltre 17 miliardi di dollari all’anno. I prezzi della benzina aumenterebbero del 24 per cento e del gasolio del 16 per cento. Una mannaia per i settori energivori. La riduzione della raffinazione interna rischierebbe infine di compromettere l’obiettivo ambientale dell’Unione.
L’Italia, assieme ad altri 11 Stati membri (Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia) ha presentato una nota alla riunione del Consiglio Energia di ieri. Nel documento i 12 ritengono che bisogna rinviare di tre anni l’applicazione degli obblighi del regolamento, perché la sua attuazione non è «attualmente fattibile». Anche la Germania ha definito «urgente» una revisione o il rinvio delle norme.
L’unica concessione della Commissione è di non applicare sanzioni per tre anni per i contratti conclusi entro la fine del 2027. Ma non basta. Solo un rinvio degli obblighi del regolamento potrebbe garantire la continua disponibilità di gas naturale e petrolio greggio da fonti diversificate. Secondo i 12, in questo modo, si potrà anche preservare la posizione contrattuale dell’Ue ed evitare l’aumento dei prezzi innescato dalle normative vincolanti. Ma non è una posizione comune a tutta la Ue e comunque la Commissione tira avanti.
Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, durante la discussione sul regolamento metano al Consiglio Ue, ha escluso una riapertura del dossier. «La Commissione è concentrata sull’implementazione del regolamento metano in modo che non metta a rischio la sicurezza delle forniture. Non stiamo lavorando a un emendamento al regolamento, perché questo aumenterebbe solo l’insicurezza e l’incertezza nel mercato». Il commissario ha aggiunto che l’esecutivo europeo sta lavorando a una raccomandazione per fornire linee guida su come dimostrare il rispetto con i requisiti del regolamento e ha invitato gli Stati membri ad adottare sanzioni. Ma lo stesso Jorgensen, ha detto che «a fine estate potrebbero esserci criticità per le scorte di petrolio e gas».
Ieri è stato siglato il primo accordo tripartito Ue mai realizzato per promuovere lo stoccaggio dell’energia. La Commissione ha riunito 22 Paesi Ue, tra cui anche l’Italia, insieme ai produttori di sistemi di accumulo e di energie rinnovabili e alle industrie energivore, con l’obiettivo di «accelerare l’implementazione dei sistemi di accumulo nel breve termine» nell’Ue.
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