Edi Rama: «Vogliamo entrare nella Ue ma la troppa burocrazia la condanna all’irrilevanza»

È nato il 4 luglio, come il Ron Kovic interpretato da Tom Cruise dell’omonimo film. Ma lui è venuto al mondo qualche anno dopo, nel 1964. Per Giorgia Meloni si è inginocchiato e ha realizzato un foulard. Ma lui è di sinistra. Una sinistra concreta, però. Seppur cosmopolita e colta. Per esempio sostiene una gestione pragmatica dell’immigrazione e ha collaborato attivamente con l’Unione europea e con l’Italia per contenere e gestire i flussi.
Non è facile incasellare Edi Rama (all’anagrafe Edvin Kristaq Rama), politico e pittore professionista noto soprattutto per i suoi «doodles», disegni astratti e colorati che realizza d’istinto con pennarelli e pastelli sui documenti ufficiali del governo.
«Scarabocchi» d’autore che servono a non far dimenticare che il primo ministro albanese (dal 15 settembre 2013) è un pittore prestato alla politica, un personaggio unico nel suo genere.
Figlio di uno scultore e di un medico, nelle sue numerose vite è stato anche un giocatore di pallacanestro di ottimo livello (alto 2,01 metri, è arrivato sino alla Nazionale); nel 1986 si è diplomato all’Accademia di Belle arti, dove è diventato anche docente. Dal 1994 al 1998 ha vissuto a Parigi per far crescere la sua vena di artista contemporaneo in un ambiente stimolante.
Dopo questa esperienza è tornato in Albania, dove ha deciso di impegnarsi nella ricostruzione del proprio Paese, lasciato in macerie dalla dittatura comunista.
Nel 1998 è diventato ministro della Cultura, della Gioventù e dello Sport; nel 2000 è stato eletto sindaco di Tirana; nel 2005 è stato scelto come segretario del Partito socialista; nel 2013 è diventato premier, poltrona che occupa tuttora.
Da primo cittadino della capitale albanese, dove ha regnato per 11 anni, ha lanciato una celebre campagna di riqualificazione urbana: le grigie facciate dei palazzi comunisti sono state ridipinte con colori vivaci e motivi geometrici, le costruzioni abusive abbattute e le aree verdi incrementate.
La sua agenda è sempre stata incentrata sulla modernizzazione del Paese, sulla lotta alla corruzione e, soprattutto, sull’ingresso dell’Albania nell’Unione europea.
Ma invecchiando inizia a mostrare i tic del politico di professione.
Quando gli abbiamo proposto l’intervista ci ha risposto in 60 secondi esatti («Mi mandi le domande»), ma poi ha precisato che i quesiti potevano essere solo scritti e ha preferito tralasciare quelli più scomodi.
Non ha voluto replicare alle domande sul Cpr costruito in Albania dal nostro governo, dopo le critiche che gli sono piovute addosso, soprattutto da sinistra. Bocca cucita anche rispetto all’accusa di governare un narco-Stato, una specie di Tortuga per trafficanti di stupefacenti.
Nonostante la nostra insistenza non ha neppure voluto commentare lo scontro tra la Meloni e Donald Trump o la cosiddetta «rivoluzione dei fenicotteri», una protesta ambientalista che si è trasformata in un vasto movimento politico contro il suo governo.
L’agitazione è nata per bloccare la costruzione di un maxi resort turistico di lusso nell’area protetta della laguna di Vjosa-Narta, un investimento immobiliare da oltre 1,4 miliardi di euro promosso da Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia del presidente statunitense.
Quello che segue è ciò che resta del nostro botta e risposta con lui. Un dialogo, comunque, interessante. Perché, bisogna ammetterlo, l’uomo è sveglio. E fa pochi sconti pure alla sinistra, la sua casa politica.
Lei ha definito gli albanesi «fanatici della fede nell’Ue», ma ha anche criticato la lentezza di Bruxelles. In Italia gli euroscettici aumentano ogni giorno. Pensa davvero che entrare nel club europeista sia la soluzione migliore?
«Non è la soluzione migliore. È l’unica soluzione credibile per il futuro. Si può criticare Bruxelles senza smettere di credere nell’Europa. Anzi, è proprio perché ci credo che pretendo un’Europa più veloce, più politica e meno burocratica. Restarne fuori o, peggio ancora, lasciarla, significa scegliere l’“uscita al contrario” dalla Storia. In un mondo dominato da giganti continentali, rinchiudersi non è sovranità: è irrilevanza. E l’irrilevanza, oggi, è il vero fallimento di una nazione».
Ritiene che entrare nell’euro sia un vantaggio?
«Sì, ma solo se ci si entra preparati. L’euro premia le economie solide, non le sostituisce. Porta stabilità, fiducia e investimenti, ma le riforme non le fa la moneta: le fanno i governi. Senza una politica efficace e delle istituzioni che funzionano come si deve, nessuna moneta può salvare un Paese».
Lei ha detto: «Dateci i seggi prima di darci i veti». Che cosa non le piace di Bruxelles?
«Contesto un metodo che appartiene a un altro tempo. Pensare che l’allargamento sia un dossier tecnico da chiudere prima di condividere il destino politico dell’Europa non regge più. Viviamo in un mondo dove le regole internazionali vengono calpestate e l’Europa rischia l’irrilevanza. Prima bisogna riunificare politicamente il Continente, poi completare il percorso amministrativo e giuridico dei singoli Paesi. Se aspettiamo la perfezione, rischiamo di perdere l’appuntamento con la Storia. E mancarlo significa lasciare che siano altri a scriverla al nostro posto».
I trend elettorali premiano le destre sovraniste. Come può rispondere la sinistra?
«Smettendo di rincorrere il passato. La vera rivoluzione davanti a noi si chiama Intelligenza artificiale. Se la sinistra vuole tornare a guidare il cambiamento, deve fare dell’IA il suo cavallo di battaglia per ridurre la burocrazia, aumentare l’uguaglianza delle opportunità e liberare le persone da lavori inutilmente ripetitivi. Chi non capisce questa frontiera, parlerà sempre del mondo di ieri. E chi parla solo del passato non guiderà mai il futuro».
Può esistere un sovranismo di sinistra?
«Non saprei nemmeno definirlo. So, però, che il sovranismo, di destra o di sinistra, vive della nostalgia per uno Stato pienamente sovrano che, in realtà, non è mai esistito nella forma sognata. Oggi nessun Paese conta da solo. La vera forza nasce dall’interdipendenza, non dall’illusione dell’autosufficienza».
Che cosa consiglia per rilanciare la sinistra europea?
«Non ho ricette da distribuire. Ma credo che meno nostalgia, meno paternalismo e più coraggio nell’abbracciare il cambiamento siano un buon punto di partenza. Governare il futuro è sempre meglio che inseguirlo. E chi non ha il coraggio di cambiare, è destinato a essere cambiato dagli eventi».
Quali sono gli errori più gravi della sua parte politica?
«Aver creduto troppo spesso che avere ragione fosse sufficiente. In democrazia bisogna convincere, non semplicemente avere ragione. Senza consenso, anche la verità resta impotente».
Che cosa pensa del movimento woke?
«Ha avuto il merito di denunciare discriminazioni reali. Ma quando il dissenso diventa automaticamente una colpa morale e il confronto lascia il posto alla scomunica, la cura finisce per fare più danni della malattia. Senza dialogo, anche le cause più giuste rischiano di perdere la loro forza».
Ha mai partecipato a un Gay pride?
«Non credo. Ma non ho mai avuto dubbi sul principio: i diritti delle persone Lgbt non sono concessioni della politica. Sono diritti umani e nessuna maggioranza dovrebbe poterli mettere in discussione. I diritti non si votano: si riconoscono e si difendono sempre».
Ritiene che omofobia e xenofobia siano in crescita in Europa? Se sì, perché?
«In tempi di incertezza economica e di confusione culturale, la paura cerca sempre un bersaglio. La responsabilità della politica è impedire che quella paura venga trasformata in odio organizzato. Perché quando la paura diventa odio, la democrazia diventa insicurezza».





