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2018-10-27
Preso il quarto africano del branco di Desirée. Anche questo è clandestino
Il quarto africano con permesso umanitario (scaduto), che secondo la polizia farebbe parte del branco che ha drogato, violentato e ucciso Desirée Mariottini, è stato stanato e ora ha un nome e un volto: Yusif Salia, nato in Ghana 32 anni fa, di professione spacciatore di droga (come i tre extracomunitari, due senegalesi e un nigeriano, fermati prima di lui) era andato a nascondersi nella baraccopoli di Borgo Mezzanone (Foggia) nella speranza di farla franca. È titolare di un permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura di Napoli nel 2012 e scaduto due anni dopo. Per quattro anni è riuscito a restare nell'ombra, senza farsi beccare. Poi, il 27 marzo scorso, era stato accompagnato dagli agenti del commissariato di San Lorenzo - lo stesso rione dove è stata violentata e uccisa la ragazzina - all'ufficio immigrazione della Questura di Roma per l'identificazione e invitato, in seguito, a presentarsi a quella di Napoli per regolarizzare la sua posizione. Salia, invece, ha pensato bene di restare a Roma. Fino alla sera in cui - secondo gli investigatori - avrebbe partecipato all'aggressione sessuale finita con Desirée morta. Addirittura, stando a quanto emerge dall'inchiesta, pare sia uno degli organizzatori del gruppo nonché promotore della violenza consumata la notte di venerdì scorso, nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma. Era lì con Mamadou Gara, 27 anni, Brian Minteh, 43 anni (senegalesi) e con Chima Alinno, nigeriano di 46 anni (tutti e quattro irregolari, con precedenti per spaccio e in un caso anche per lesioni. Gara era stato addirittura espulso ma s'era reso irreperibile). La caccia agli stupratori assassini non è ancora finita: la polizia cerca - sempre fra cittadini extracomunitari - altri due potenziali complici della barbarie, già identificati. È questione di ore. Poi il quadro dell'accusa sarà completo e il giallo della morte di Desirée potrà essere risolto. Per tutti i fermati l'accusa ipotizzata è di omicidio volontario, stupro di gruppo oltreché produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope. Configurate anche numerose aggravanti: aver agito con crudeltà, la minore età della vittima oltre al fatto che essa fosse in condizioni di minorità psicofisica al momento dell'aggressione.
Gli investigatori ritengono che dalle piccole ammissioni fatte durante gli interrogatori da Mamadou Gara e Brian Minteh siano emersi ulteriori elementi utili (già confrontati con le dichiarazioni fornite da un'altra decina di testimoni sentiti nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Stefano Pizza). Nel frattempo sono in corso esami del Dna sulle tracce biologiche recuperate, sui poveri resti di Desirée, durante l'autopsia eseguita dal medico legale Dino Tancredi, il primo a ipotizzare la violenza sessuale di gruppo. Uno dei senegalesi, durante l'interrogatorio, ha tentato di difendersi sostenendo che la ragazzina fosse consenziente. Peccato che le ferite (documentate dal medico legale) su polsi e braccia della vittima, palesemente procurate in un tentativo di difesa, dimostrino ben altro. Pare che Mamadou Gara abbia tentato di appigliarsi ad alcuni risvolti delle testimonianze offerte da alcuni frequentatori del palazzo occupato (in particolare, due delle ragazze che erano entrate in contatto con Desirée in loco): da qualche settimana la sedicenne andava in via dei Lucani per cercare droga in cambio di sesso. Una versione che non convincere la Procura, specie perché in contrasto con altre testimonianze. Si sta ancora vagliando la possibilità che Desirée sia entrata in quel tugurio solo per recuperare un tablet che le era stato rubato. Attirata in trappola, forse, proprio dai tossici che aveva cominciato a frequentare in quei giorni.
Gli investigatori sanno bene di muoversi in un campo minato: quando i testimoni chiave sono immigrati irregolari e tossicodipendenti, è come stare sulle sabbie mobili. Grazie a molteplici verifiche incrociate, però, tutti i tasselli del puzzle sembrano incasellarsi. Infatti anche al quarto uomo si è arrivati grazie alle mezze ammissioni dei sospettati - che tentavano il classico scaricabarile - attentamente confrontate con le dichiarazioni dei testimoni. Dal Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato, le indicazioni sono arrivate subito alla Squadra mobile di Foggia. Gli investigatori ci hanno messo poco ad apprendere che una faccia nuova si era infilata nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. E sebbene la descrizione non corrispondesse perfettamente all'identikit diramato dallo Sco - perché il sospettato si era tagliato i capelli per non farsi riconoscere - quando sono arrivati i riscontri dalle celle telefoniche (agganciate dal suo cellulare) è stata ordinata l'irruzione nella bidonville. Ben consapevoli che quel posto è inaccessibile anche alle divise, i poliziotti si sono presentati in forze: un centinaio d'agenti, tra Squadra mobile e anticrimine, hanno cinto d'assedio il campo di abusivi. Le voci però, all'interno di Borgo Mezzanone, corrono in fretta. Salia ha saputo che la polizia era lì proprio per lui. A quel punto si è barricato nell'alloggio in cui era nascosto. Inutilmente. Non sono serviti a nulla neanche i tentativi di fornire false generalità. Il codice univoco di identificazione lo ha inchiodato. È lo strumento usato dalle forze di polizia al momento del fotosegnalamento: agisce sulle caratteristiche biometriche e lo ha smascherato definitivamente. Per la cronaca: nella baracca c'erano anche 10 kg di marijuana, metadone, dell'hashish e una pistola giocattolo.
Mentre Salia trascorrerà il primo giorno in carcere, oggi gli altri tre fermati verranno interrogati dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, che dovrà decidere se convalidare il fermo ed emettere ordinanza di custodia cautelare.
Fabio Amendolara
Fuggito da un covo di belve all’altro
Da un non luogo all'altro. Fuggito dal palazzo occupato in via dei Lucani a Roma, il ghanese, certo di trovare le giuste protezioni, aveva cercato riparo a Borgo Mezzanone, tendopoli che copre un paio dei sette chilometri della pista d'atterraggio del vecchio aeroporto militare di Ortanova, alle porte di Foggia. Un centinaio di tende da sei metri per sei che costeggiano il Cara di Manfredonia, nelle quali vivono ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini. Lì, con 10 kg di marijuana già impacchettata e pronta da spacciare, una pistola giocattolo, qualche flacone di metadone e qualche grammo di hashish, aveva trovato riparo Yusif Salia, ospite di connazionali. All'arrivo della polizia si è barricato nella baracca ed è stato necessario sfondare la porta per arrestarlo.
Quello di Borgo Mezzanone è un uno dei tanti insediamenti - sparsi sul territorio nazionale - che sono ormai completamente controllati da immigrati (nelle due pagine a seguire, l'inchiesta della Verità sulle aree a rischio). In queste giungle suburbane la legge italiana non entra. E neanche la polizia. Come dimostra l'aggressione, avvenuta poco più di due settimane fa, contro due agenti della Polizia stradale che avevano tentato un controllo anticaporalato. Uno dei tanti in quella zona del Foggiano, dove la raccolta nei campi è ancora in mano alla mala. In quell'occasione i due agenti hanno rischiato la vita. Perché al volante del mezzo intercettato c'era uno dei tanti clandestini della bidonville, che all'alt non si è fermato e ha cercato di investire i poliziotti. È scattato un inseguimento, proprio fino a Borgo Mezzanone dove il fuggiasco era certo - anche lui - di trovare rifugio. Così fu: una volta raggiunto il clandestino, al momento di ammanettarlo i due poliziotti si sono trovati accerchiati da una cinquantina di extracomunitari. Gli immigrati hanno aggredito in gruppo i due agenti, che hanno resistito a fatica sino all'arrivo dei colleghi. In ospedale hanno ricevuto 30 giorni di prognosi ciascuno.
Giuseppe Vigilante, segretario provinciale del Sindacato autonomo di polizia, ha spiegato il contesto: «È un ghetto. Pensato per 200 posti, contiene ormai oltre 600 immigrati. Ma soprattutto là dentro è sempre più difficile entrare, visti i mezzi limitati di cui disponiamo». La situazione è al limite: poco più di un anno fa ci fu una feroce rivolta all'interno del Cara, durante la quale furono danneggiate tre auto delle forze dell'ordine. Gli agenti trovarono rifugio nel posto di polizia del centro d'accoglienza per sfuggire a un'intensa sassaiola. Rischiarono la pelle, anche perché i rivoltosi tentarono di appiccare un incendio, dando fuoco a copertoni e pezzi di legno. «Non è la prima volta che veniamo presi come bersaglio in questa realtà», lamenta sulle colonne del Mattino di Foggia il segretario provinciale degli Autonomi di polizia, Carlo Grasso, che si rivolge al ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Con tanta preoccupazione chiediamo ad alta voce un intervento tempestivo da parte del ministero». Il sindaco di Foggia, Franco Landella, solo un mese fa aveva detto a chiare lettere che la situazione era diventata insostenibile. Interpellato dalla Verità, aggiunge: «Da questa baraccopoli, in cui regna il degrado, ogni giorno in centinaia si muovono verso la città di Foggia, riversandosi soprattutto nell'area a ridosso della stazione ferroviaria e del centro della città. Uno spostamento massiccio che rende sempre più frequenti danneggiamenti agli autobus urbani e minacce ai loro conducenti, risse, aggressioni ai vigili urbani, molestie nei confronti delle donne». Un paradiso per bestie feroci. Il quarto carnefice di Desirée, infatti, è corso a rintanarsi lì.
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Fermato a Foggia un ghanese, aveva un permesso per motivi umanitari scaduto da 4 anni, nella sua baracca 10 kg di droga. Si cercano altri sospetti.Braccato dalla polizia, Yusif Salia si è rifugiato in una bidonville di Foggia nella quale gli extracomunitari, per impedire un arresto, avevano mandato in ospedale due agenti.Lo speciale contiene due articoli. Il quarto africano con permesso umanitario (scaduto), che secondo la polizia farebbe parte del branco che ha drogato, violentato e ucciso Desirée Mariottini, è stato stanato e ora ha un nome e un volto: Yusif Salia, nato in Ghana 32 anni fa, di professione spacciatore di droga (come i tre extracomunitari, due senegalesi e un nigeriano, fermati prima di lui) era andato a nascondersi nella baraccopoli di Borgo Mezzanone (Foggia) nella speranza di farla franca. È titolare di un permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura di Napoli nel 2012 e scaduto due anni dopo. Per quattro anni è riuscito a restare nell'ombra, senza farsi beccare. Poi, il 27 marzo scorso, era stato accompagnato dagli agenti del commissariato di San Lorenzo - lo stesso rione dove è stata violentata e uccisa la ragazzina - all'ufficio immigrazione della Questura di Roma per l'identificazione e invitato, in seguito, a presentarsi a quella di Napoli per regolarizzare la sua posizione. Salia, invece, ha pensato bene di restare a Roma. Fino alla sera in cui - secondo gli investigatori - avrebbe partecipato all'aggressione sessuale finita con Desirée morta. Addirittura, stando a quanto emerge dall'inchiesta, pare sia uno degli organizzatori del gruppo nonché promotore della violenza consumata la notte di venerdì scorso, nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma. Era lì con Mamadou Gara, 27 anni, Brian Minteh, 43 anni (senegalesi) e con Chima Alinno, nigeriano di 46 anni (tutti e quattro irregolari, con precedenti per spaccio e in un caso anche per lesioni. Gara era stato addirittura espulso ma s'era reso irreperibile). La caccia agli stupratori assassini non è ancora finita: la polizia cerca - sempre fra cittadini extracomunitari - altri due potenziali complici della barbarie, già identificati. È questione di ore. Poi il quadro dell'accusa sarà completo e il giallo della morte di Desirée potrà essere risolto. Per tutti i fermati l'accusa ipotizzata è di omicidio volontario, stupro di gruppo oltreché produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope. Configurate anche numerose aggravanti: aver agito con crudeltà, la minore età della vittima oltre al fatto che essa fosse in condizioni di minorità psicofisica al momento dell'aggressione. Gli investigatori ritengono che dalle piccole ammissioni fatte durante gli interrogatori da Mamadou Gara e Brian Minteh siano emersi ulteriori elementi utili (già confrontati con le dichiarazioni fornite da un'altra decina di testimoni sentiti nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Stefano Pizza). Nel frattempo sono in corso esami del Dna sulle tracce biologiche recuperate, sui poveri resti di Desirée, durante l'autopsia eseguita dal medico legale Dino Tancredi, il primo a ipotizzare la violenza sessuale di gruppo. Uno dei senegalesi, durante l'interrogatorio, ha tentato di difendersi sostenendo che la ragazzina fosse consenziente. Peccato che le ferite (documentate dal medico legale) su polsi e braccia della vittima, palesemente procurate in un tentativo di difesa, dimostrino ben altro. Pare che Mamadou Gara abbia tentato di appigliarsi ad alcuni risvolti delle testimonianze offerte da alcuni frequentatori del palazzo occupato (in particolare, due delle ragazze che erano entrate in contatto con Desirée in loco): da qualche settimana la sedicenne andava in via dei Lucani per cercare droga in cambio di sesso. Una versione che non convincere la Procura, specie perché in contrasto con altre testimonianze. Si sta ancora vagliando la possibilità che Desirée sia entrata in quel tugurio solo per recuperare un tablet che le era stato rubato. Attirata in trappola, forse, proprio dai tossici che aveva cominciato a frequentare in quei giorni. Gli investigatori sanno bene di muoversi in un campo minato: quando i testimoni chiave sono immigrati irregolari e tossicodipendenti, è come stare sulle sabbie mobili. Grazie a molteplici verifiche incrociate, però, tutti i tasselli del puzzle sembrano incasellarsi. Infatti anche al quarto uomo si è arrivati grazie alle mezze ammissioni dei sospettati - che tentavano il classico scaricabarile - attentamente confrontate con le dichiarazioni dei testimoni. Dal Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato, le indicazioni sono arrivate subito alla Squadra mobile di Foggia. Gli investigatori ci hanno messo poco ad apprendere che una faccia nuova si era infilata nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. E sebbene la descrizione non corrispondesse perfettamente all'identikit diramato dallo Sco - perché il sospettato si era tagliato i capelli per non farsi riconoscere - quando sono arrivati i riscontri dalle celle telefoniche (agganciate dal suo cellulare) è stata ordinata l'irruzione nella bidonville. Ben consapevoli che quel posto è inaccessibile anche alle divise, i poliziotti si sono presentati in forze: un centinaio d'agenti, tra Squadra mobile e anticrimine, hanno cinto d'assedio il campo di abusivi. Le voci però, all'interno di Borgo Mezzanone, corrono in fretta. Salia ha saputo che la polizia era lì proprio per lui. A quel punto si è barricato nell'alloggio in cui era nascosto. Inutilmente. Non sono serviti a nulla neanche i tentativi di fornire false generalità. Il codice univoco di identificazione lo ha inchiodato. È lo strumento usato dalle forze di polizia al momento del fotosegnalamento: agisce sulle caratteristiche biometriche e lo ha smascherato definitivamente. Per la cronaca: nella baracca c'erano anche 10 kg di marijuana, metadone, dell'hashish e una pistola giocattolo. Mentre Salia trascorrerà il primo giorno in carcere, oggi gli altri tre fermati verranno interrogati dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, che dovrà decidere se convalidare il fermo ed emettere ordinanza di custodia cautelare. Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/preso-il-quarto-africano-del-branco-di-desiree-anche-questo-e-clandestino-2615468087.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fuggito-da-un-covo-di-belve-allaltro" data-post-id="2615468087" data-published-at="1767189714" data-use-pagination="False"> Fuggito da un covo di belve all’altro Da un non luogo all'altro. Fuggito dal palazzo occupato in via dei Lucani a Roma, il ghanese, certo di trovare le giuste protezioni, aveva cercato riparo a Borgo Mezzanone, tendopoli che copre un paio dei sette chilometri della pista d'atterraggio del vecchio aeroporto militare di Ortanova, alle porte di Foggia. Un centinaio di tende da sei metri per sei che costeggiano il Cara di Manfredonia, nelle quali vivono ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini. Lì, con 10 kg di marijuana già impacchettata e pronta da spacciare, una pistola giocattolo, qualche flacone di metadone e qualche grammo di hashish, aveva trovato riparo Yusif Salia, ospite di connazionali. All'arrivo della polizia si è barricato nella baracca ed è stato necessario sfondare la porta per arrestarlo. Quello di Borgo Mezzanone è un uno dei tanti insediamenti - sparsi sul territorio nazionale - che sono ormai completamente controllati da immigrati (nelle due pagine a seguire, l'inchiesta della Verità sulle aree a rischio). In queste giungle suburbane la legge italiana non entra. E neanche la polizia. Come dimostra l'aggressione, avvenuta poco più di due settimane fa, contro due agenti della Polizia stradale che avevano tentato un controllo anticaporalato. Uno dei tanti in quella zona del Foggiano, dove la raccolta nei campi è ancora in mano alla mala. In quell'occasione i due agenti hanno rischiato la vita. Perché al volante del mezzo intercettato c'era uno dei tanti clandestini della bidonville, che all'alt non si è fermato e ha cercato di investire i poliziotti. È scattato un inseguimento, proprio fino a Borgo Mezzanone dove il fuggiasco era certo - anche lui - di trovare rifugio. Così fu: una volta raggiunto il clandestino, al momento di ammanettarlo i due poliziotti si sono trovati accerchiati da una cinquantina di extracomunitari. Gli immigrati hanno aggredito in gruppo i due agenti, che hanno resistito a fatica sino all'arrivo dei colleghi. In ospedale hanno ricevuto 30 giorni di prognosi ciascuno. Giuseppe Vigilante, segretario provinciale del Sindacato autonomo di polizia, ha spiegato il contesto: «È un ghetto. Pensato per 200 posti, contiene ormai oltre 600 immigrati. Ma soprattutto là dentro è sempre più difficile entrare, visti i mezzi limitati di cui disponiamo». La situazione è al limite: poco più di un anno fa ci fu una feroce rivolta all'interno del Cara, durante la quale furono danneggiate tre auto delle forze dell'ordine. Gli agenti trovarono rifugio nel posto di polizia del centro d'accoglienza per sfuggire a un'intensa sassaiola. Rischiarono la pelle, anche perché i rivoltosi tentarono di appiccare un incendio, dando fuoco a copertoni e pezzi di legno. «Non è la prima volta che veniamo presi come bersaglio in questa realtà», lamenta sulle colonne del Mattino di Foggia il segretario provinciale degli Autonomi di polizia, Carlo Grasso, che si rivolge al ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Con tanta preoccupazione chiediamo ad alta voce un intervento tempestivo da parte del ministero». Il sindaco di Foggia, Franco Landella, solo un mese fa aveva detto a chiare lettere che la situazione era diventata insostenibile. Interpellato dalla Verità, aggiunge: «Da questa baraccopoli, in cui regna il degrado, ogni giorno in centinaia si muovono verso la città di Foggia, riversandosi soprattutto nell'area a ridosso della stazione ferroviaria e del centro della città. Uno spostamento massiccio che rende sempre più frequenti danneggiamenti agli autobus urbani e minacce ai loro conducenti, risse, aggressioni ai vigili urbani, molestie nei confronti delle donne». Un paradiso per bestie feroci. Il quarto carnefice di Desirée, infatti, è corso a rintanarsi lì.
Sullo sfondo lo stabilimento Ilva, nel riquadro Michael Flacks (Ansa)
Il via libera dei comitati di sorveglianza comunque pesa, perché in quegli organismi siedono anche i rappresentanti dei creditori. Ma si tratta solo di uno step. Ora la palla passa ai commissari straordinari, che – una volta incassato il placet del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – dovranno negoziare nel dettaglio con il fondo di Miami contenuti e condizioni dell’offerta ovvero investimenti, occupazione, piano industriale e impegni ambientali. L’obiettivo del governo è arrivare alla firma del contratto nella prima parte del 2026. Serviranno anche altri passaggi chiave: dall’ok dell’Antitrust europeo all’eventuale esercizio del Golden Power, se Palazzo Chigi riterrà strategica la produzione dell’acciaio. E soprattutto incombe la partita sindacale, che si annuncia complessa. Flacks parla di 8.500 occupati, ma Acciaierie d’Italia conta oggi poco meno di 10mila addetti, a cui si aggiungono circa 1.600 lavoratori Ilva in amministrazione straordinaria da anni in attesa di ricollocazione.
I sindacati sono divisi. La Fim Cisl invita a concentrarsi sui piani e non sui nomi. Uilm e Fiom esprimono invece forti perplessità. Rocco Palombella (Uilm) chiede un incontro urgente a Palazzo Chigi con la presidente Meloni per conoscere nel dettaglio l’offerta e avverte: «Non tollereremo pacchi preconfezionati». Per la Fiom Cgil, con Loris Scarpa, è «inaccettabile trattare con fondi speculativi alle spalle dei lavoratori» e torna la richiesta di una società a maggioranza pubblica.
Gli ostacoli tuttavia non sono finiti. Bisogna contare anche il ruolo della magistratura. Proprio nelle ore decisive per l’avvio della trattativa in esclusiva, la Procura di Taranto ha respinto per la seconda volta la richiesta di dissequestro dell’altoforno 1, fermo dopo l’incendio del 7 maggio scorso a una tubiera. L’impianto è sotto sequestro senza facoltà d’uso e l’area siderurgica marcia da mesi con un solo altoforno operativo, il numero 4. Acciaierie d’Italia farà ricorso al gip contro il provvedimento firmato dal pm Mariano Buccoliero e vistato dalla procuratrice capo Eugenia Pontassuglia. Secondo l’azienda, il protrarsi del sequestro non sarebbe compatibile con i principi del sequestro probatorio e con la giurisprudenza della Cassazione. La Procura, invece, ritiene necessari ulteriori accertamenti, nonostante l’attività di indagine – con consulenti nominati – si sia chiusa a fine ottobre. Il mancato dissequestro continua a depotenziare la capacità produttiva e a incidere sui piani industriali, come più volte sottolineato dal ministro Urso.
Intanto Flacks, nel suo post, promette fino a 5 miliardi di euro di investimenti per modernizzazione, elettrificazione e decarbonizzazione, con il governo italiano indicato come partner strategico al 40% e un’opzione per il fondo di salire ulteriormente nel capitale. Chissà...
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Ansa
Interventi resi possibili soprattutto il taglio delle aliquote dell’Irpef, grazie al prelievo su banche e assicurazioni. Per le banche, infatti, è stato aumentato del 2% l’Irap, con un gettito di circa 1,3 miliardi di euro. Inoltre, è stata ulteriormente ridotta la deducibilità sulle perdite pregresse: le percentuali scendono dal 43% al 35% per il 2026 e dal 54% al 42% per il 2027. In questo caso, le risorse garantite sono circa 600 milioni di euro in due anni. Irap più pesante anche per le assicurazioni, per le quali, in aggiunta, è stata innalzata al 12,5% l’aliquota sulla polizza Rc auto per gli infortuni al conducente. Alle compagnie sono richiesti 1,3 miliardi attraverso il versamento di un acconto pari all’85% del contributo sul premio delle assicurazioni dei veicoli e dei natanti, dovuto per l’anno precedente al gettito dalla manovra è tutto qui. Altre risorse, circa mezzo miliardo, arrivano dall’aumento delle accise sui carburanti, mentre 213 dal rincaro dei tabacchi.
Il pilastro della manovra è rappresentato dal taglio della seconda aliquota dell’Irpef per i redditi fino a 50.000 euro, dal 35 al 33%. Tra le altre voci la tassazione agevolata al 5% sugli incrementi contrattuali (per i redditi fino a 33.000 euro e per i contratti rinnovati dal 2024 al 2026). Sui premi di risultato e forme di partecipazione agli utili d’impresa, fino a 5.000 euro, l’imposta sostitutiva scende all’1%. Sale da 8 a 10 euro la soglia esentasse dei buoni pasto.
A sostegno delle imprese ci sono l’estensione fino al 30 settembre 2028 dell’iperammortamento, le risorse per il credito d’imposta Transizione 5.0 (1,3 miliardi) e Zes (532,64 milioni). L’altro destinatario delle risorse è la famiglia, alla quale sono state destinati 1,5 miliardi di euro. La manovra promette agevolazioni per il calcolo dell’Isee. Le paritarie potranno anche essere esentate dall’Imu. A neodiplomati la nuova Carta Valore Cultura per l’acquisto di materiali e prodotti culturali.
Tra i temi più dibattuti ci sono la rottamazione quinquies e gli affitti brevi. I debiti maturati dall’1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2023 potranno essere estinti attraverso una rateizzazione su 9 anni con 54 rate bimestrali, con un interesse al 3%. Per le locazioni turistiche, resta la cedolare al 21% per il primo immobile, mentre sale al 26% sul secondo e dal terzo scatta l’attività di impresa.
Alcuni dei nodi sono rimasti sospesi e saranno al centro del dibattito politico nei prossimi mesi. Resta un capitolo aperto, quello delle pensioni con la richiesta della Lega di sterilizzare l’innalzamento dell’età pensionabile che scatta dal 2027. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha detto che «si vedrà nel 2026» e ha ricordato che l’aumento di un mese nel 2027 e di due mesi nel 2028 dell’età pensionabile, laddove ci sarebbe stato un innalzamento automatico di tre mesi dal 2027, ha richiesto come «copertura oltre un miliardo». La legge di Bilancio, inoltre, fa saltare la possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente cumulando la rendita della previdenza complementare. Altro cantiere aperto sempre da parte della Lega per il dopo manovra, è il ritorno alla flat tax incrementale e a quella per i giovani under 30 e under 35. Forza Italia invece punta a irrobustire il sostegno ai ceti medi e ad allargare la base dell’Irpef almeno a 60.000.
Nel 2026 il governo potrà valersi dell’ottava rata del Pnrr, pari a 12,8 miliardi di euro, inviata dalla Commissione europea a seguito della valutazione positiva sul raggiungimento di 32 obiettivi. Inoltre, è stata inoltrata anche la richiesta di pagamento della nona e penultima rata, anch’essa pari a 12,8 miliardi di euro. «L’Italia si conferma capofila in Europa nell’attuazione del Pnrr, sia per numero di obiettivi raggiunti sia per importo ricevuto, che con l’ottava rata sale a 153,2 miliardi di euro, pari al 79% della dotazione totale, a fronte della media europea del 60%», ha affermato il premier Meloni.
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L'imam della comunità islamica di Torino, Mohamed Shanin (Ansa)
La decisione della Corte d’appello di Caltanissetta rappresenta un nuovo stop per il governo sul terreno della sicurezza e dell’immigrazione. I giudici hanno infatti confermato che l’imam torinese Mohamed Shahin, in quanto richiedente asilo, può restare sul territorio italiano in attesa che la sua domanda di protezione internazionale venga esaminata. Una pronuncia che non cancella formalmente il decreto di espulsione firmato dal ministero dell’Interno, ma che ne sospende l’efficacia, impedendone l’esecuzione fino alla conclusione della procedura. Si tratta di una conferma di quanto già stabilito in primo grado dal tribunale di Caltanissetta, contro cui l’Avvocatura dello Stato aveva presentato ricorso. Anche in appello, tuttavia, la linea dell’esecutivo si è scontrata con la valutazione dei giudici, che hanno ritenuto legittima la permanenza di Shahin in Italia in virtù della richiesta di asilo presentata dopo l’arresto. Un esito che, sul piano politico, viene letto come l’ennesimo schiaffo al Viminale, impegnato da mesi a difendere un provvedimento adottato esclusivamente per ragioni di sicurezza nazionale.
La vicenda affonda le sue radici nello scorso novembre, quando il ministero dell’Interno aveva emesso un decreto di espulsione nei confronti dell’imam, motivandolo con la presenza di elementi ritenuti indicativi di una radicalizzazione ideologica. Al centro del dossier vi erano anche alcune dichiarazioni sulla strage compiuta dai miliziani di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023, considerate dalle autorità incompatibili con la permanenza sul territorio nazionale. In seguito al decreto, Mohamed Shahin era stato trasferito nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta, in attesa dell’esecuzione dell’espulsione. Ma già in quella fase era arrivato un primo, significativo stop per il governo: la Corte d’appello di Torino aveva infatti disposto la sua liberazione, ritenendo che non sussistessero i presupposti giuridici per il trattenimento nel Cpr. Una decisione che aveva di fatto indebolito l’impianto del provvedimento ministeriale, pur senza metterlo formalmente in discussione.
Ora, con la pronuncia della Corte d’appello di Caltanissetta, l’azione dell’esecutivo subisce un ulteriore rallentamento. I giudici non entrano nel merito del decreto di espulsione, ma ribadiscono che la presentazione di una domanda di protezione internazionale produce effetti sospensivi, imponendo allo Stato di attendere l’esito della procedura prima di procedere con l’allontanamento. Una distinzione tecnica, ma politicamente pesante, perché di fatto congela l’iniziativa del governo. Sul piano amministrativo resta aperto un altro fronte cruciale: quello relativo alla revoca del permesso di soggiorno di Shahin. Su questo aspetto dovrà pronunciarsi il Tar del Lazio nel mese di gennaio. Anche in questo caso, però, i tempi della giustizia amministrativa si sovrappongono alle esigenze di sicurezza rivendicate dal Viminale, alimentando la frizione tra poteri dello Stato.
A complicare ulteriormente il quadro è l’emersione del nome di Mohamed Shahin negli atti dell’Operazione Domino, l’inchiesta che ha portato alla scoperta di una presunta rete di raccolta e trasferimento di fondi destinati a Hamas. Nell’ordinanza firmata dal gip Silvia Carpantini viene ricostruita l’attività della cosiddetta cellula di Mohammed Hannoun, attiva anche in Italia. Tra i contatti citati compare più volte - pur senza risultare indagato - proprio l’imam di Torino. Il suo nome emerge in diverse conversazioni intercettate, talvolta con errori di battitura, ma comunque riconducibili a Shahin. Dagli atti risulta che l’imam intrattenesse rapporti diretti con uno degli arrestati, l’uomo accusato di raccogliere fondi a Torino per destinarli a Gaza. Un elemento che rafforza, sul piano politico, la convinzione dell’esecutivo di trovarsi di fronte a un profilo altamente problematico, anche in assenza di contestazioni penali formali. Non sorprende, quindi, la dura reazione di Fratelli d’Italia. La deputata Augusta Montaruli, che da tempo segue il caso, parla apertamente di una distorsione del sistema. «È incredibile - ha dichiarato - che dopo anni di permanenza in Italia emerga una richiesta di protezione internazionale solo a seguito di un decreto di espulsione. Ma ancora più incredibile è che questo strumento diventi un modo per bloccare l’allontanamento, a fronte di elementi che, al di là delle eventuali responsabilità penali, si aggiungono ad altri che già motivavano un’espulsione preventiva per ragioni di sicurezza nazionale». Il caso di Mohammed Shahin si conferma così come uno dei dossier più sensibili per il governo sul fronte dell’immigrazione e della prevenzione. Non un annullamento formale delle decisioni del Viminale, ma una serie di incredibili stop giudiziari che ne paralizzano l’efficacia, alimentando lo scontro politico e lasciando aperta una partita che, tra tribunali ordinari, giustizia amministrativa e procedure di asilo, è tutt’altro che chiusa e che mette a repentaglio la sicurezza nazionale.
Hannoun non risponde alle domande. A sinistra presentano il conto a Elly
La notte di Mohammad Hannoun nel carcere di Marassi ha già una scadenza. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha deciso che il carcere genovese non è il posto giusto per un uomo accusato di terrorismo. E così, a breve, l’architetto palestinese di 63 anni, indicato dagli inquirenti come figura apicale della cellula italiana di Hamas, verrà trasferito. A Ferrara o ad Alessandria, entrambe strutture dotate di sezioni ad «alta sorveglianza», quelle riservate ai detenuti accusati di terrorismo o eversione. Sezioni speciali. Sorveglianza rafforzata. Isolamento più rigido. «Si tratta di una decisione amministrativa che non dipende né dalla giudice né dalla Procura», spiegano i suoi difensori, Fabio Sommovigo ed Emanuele Tambuscio. Hannoun, dal momento dell’arresto, è stato posto in isolamento. Sabato le manette, poi Marassi. E ieri mattina alle 9 in punto l’interrogatorio di garanzia davanti al gip che l’ha privato della libertà: Silvia Carpanini. E la scelta dell’indagato è stata netta. Hannoun si è avvalso della facoltà di non rispondere. «Gli abbiamo consigliato noi di avvalersi», spiegano ancora i legali, «perché non ha avuto modo ancora di leggere gli atti». Ma non è stato un muro totale. Perché Hannoun, pur senza rispondere alle domande, ha rilasciato dichiarazioni spontanee. Ha parlato per circa mezz’ora. Ha rivendicato la sua storia, la sua attività di raccolta fondi «per iniziative precise di beneficenza a favore del popolo palestinese in tutte le sedi, cioè Gaza, la Cisgiordania e i campi profughi, attività che ha cominciato a svolgere negli anni Novanta». Hannoun ha confermato la finalità umanitaria del suo agire e ha provato a smontare la pietra angolare dell’accusa: ha negato con forza di avere finanziato direttamente o indirettamente Hamas. Poi ha spiegato come funzionava la raccolta fondi e la loro distribuzione prima e dopo il 7 ottobre 2023. Da una parte l’accusa, che parla di oltre 7 milioni di euro transitati attraverso associazioni benefiche fondate e guidate da Hannoun, soldi che secondo gli investigatori avrebbero alimentato Hamas. Dall’altra la versione dell’indagato, che insiste su un’attività di beneficenza cominciata 30 anni fa, su canali, modalità e contesti che, a suo dire, nulla avrebbero a che fare con il finanziamento del terrorismo. I suoi avvocati valutano i prossimi passi, ovvero «se presentare una qualche istanza di attenuazione della misura o se proporre ricorso al tribunale del Riesame». Sulla vicenda piove da sinistra una bomba su Pd. A lanciarla è l’ex dem Sandro Gozi, eurodeputato dei centristi di Renew Europe (ma è stato eletto con il partito di Emmanuel Macron) e segretario generale del Partito democratico europeo, in relazione alle manifestazioni pro Pal: «La sinistra deve fare i conti con una realtà scomoda. C’è imbarazzo, legato a una sottovalutazione e a un’ingenuità, da parte dei propri leader. Questo mix deve essere subito superato da Elly Schlein, altrimenti non puoi guidare il Pd». La ramanzina di Gozi prosegue: «Parliamo di posizioni politiche molto nette, come quelle di chi ha definito Hamas un movimento di resistenza o che ha detto che si possono uccidere tranquillamente gli ebrei, che non potevano essere mescolate con l’entusiasmo di tanti giovani e non che, in buona fede, hanno partecipato alle iniziative pro Pal. Movimenti interi sono stati strumentalizzati». L’eurodeputato ha poi criticato duramente anche il comportamento di alcuni amministratori locali dem: «Quei sindaci, che sono andati a quelle manifestazioni, sono stati davvero degli sprovveduti a dare, poi la cittadinanza onoraria a un personaggio come la Albanese». Il riferimento è a Francesca Albanese, la giurista relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. «Anche Bonelli (Angelo, portavoce di Alleanza dei Verdi e Sinistra, ndr), dopo le ultime rivelazioni, ha dovuto scaricarla».
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Sara Kelany (Imagoeconomica)
Poi a maggio, un giudice della corte d’Appello di Lecce, ritenendo che su un tema complesso come la protezione internazionale il giudicante debba essere specializzato, aveva rimesso la questione nelle mani della Corte Costituzionale. Che invece, in materia di immigrazione, ha promosso il governo a pieni voti. Diversamente dalle misure in materia di pedaggi in autostrada che saliranno del 15% o del fine vita dove il ricorso del governo contro la regione Toscana è stato accolto a metà. «Per mesi le sinistre, ong e parte della magistratura ci hanno attaccato ferocemente affermando che avremmo voluto cambiare il giudice naturale e dicendo che la norma sarebbe stata illegittima», ha commentato Kelany. «Niente di tutto questo».
Il coinvolgimento delle Corti d’Appello era nato in risposta al muro eretto dal tribunale di Roma contro i trasferimenti dei migranti in Albania, con i trattenimenti nei centri sistematicamente annullati dai giudici. Carrellate di ricorsi e altrettanti accoglimenti fotocopia.
Un’alzata di scudi da parte delle sezioni immigrazione dei tribunali civili che hanno portato l’operazione Albania ad un impasse, ad utilizzare i centri di Shengjin e Gjadër come cpr per destinatari di provvedimenti di espulsione, e quindi a congelare la funzione per cui erano nati, quella di basi per operazioni accelerate di frontiera destinate a chi sbarca da paesi sicuri.
Ma proprio questo era il punto contestato dai giudici delle sezioni immigrazione che anziché valutare le posizioni dei singoli migranti, avevano messo in dubbio il diritto da parte del governo di stilare una propria lista di Paesi sicuri. Una posizione che i giudici dichiaravano di prendere solo in punta di diritto, in linea con la Corte di giustizia europea e il principio per cui un Paese o è sicuro per tutti o non lo è.
Caso dopo caso però, con i trattenimenti dei migranti tutti sistematicamente respinti, è emersa una matrice probabilmente ideologica visto che la Corte di giustizia europea non detta ai magistrati una linea ma dà l’opportunità di un controllo giurisdizionale. Che però, curiosamente, è andato sempre in un’unica direzione. Contraria a quella del governo.
In primis Silvia Albano, a capo della sezione immigrazione del Tribunale civile di Roma, presidente di Magistratura democratica e sostenitrice di una lettura a dir poco estensiva del diritto di asilo.
Ora però in linea con le scelte del governo c’è anche l’Europa visto che nel 2026, probabilmente già a febbraio, sarà operativa la lista sui Paesi sicuri. Tra questi anche Egitto e Bagladesh, rigorosamente nella black list dei Paesi più insicuri secondo i giudici. «I riconoscimenti che stiamo ottenendo a livello europeo dimostrano che le nostre decisioni non sono prese sulla base dell’ideologia ma della legge. Le persone hanno bisogno di norme certe di capire chi può essere accolto e chi no. A beneficio anche di chi ha veramente diritto alla protezione», così il senatore Marco Scurria di Fdi. Soddisfazione dalla maggioranza, con Nicola Molteni, sottosegretario al ministero dell’Interno che spiega come la decisione della Corte conferma che la strada intrapresa dal governo per contrastare l’immigrazione irregolare, di massa, senza regole è quella giusta. «Oltre il 35% dei reati in Italia sono connessi da stranieri che diventano oltre il 50% per i reati predatori da strada. Quindi bloccare l’immigrazione illegale è funzionale per garantire sicurezza nelle nostre città».
Linea sostenuta da sempre anche dall’europarlamentare della Lega Anna Cisint che punta il dito contro i rallentamenti causati da iniziative giudiziarie «su un tema che invece richiede decisioni rapide e responsabili. È sempre più ovvio quanto nel nostro Paese sia necessaria la separazione delle carriere. La gestione dei temi legati ai migranti irregolari, ai trattenimenti e alle procedure di estradizione è condizionata dall’azione congiunta di una parte della politica e della magistratura che operano secondo logiche ideologiche».
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