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2018-10-27
Preso il quarto africano del branco di Desirée. Anche questo è clandestino
Il quarto africano con permesso umanitario (scaduto), che secondo la polizia farebbe parte del branco che ha drogato, violentato e ucciso Desirée Mariottini, è stato stanato e ora ha un nome e un volto: Yusif Salia, nato in Ghana 32 anni fa, di professione spacciatore di droga (come i tre extracomunitari, due senegalesi e un nigeriano, fermati prima di lui) era andato a nascondersi nella baraccopoli di Borgo Mezzanone (Foggia) nella speranza di farla franca. È titolare di un permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura di Napoli nel 2012 e scaduto due anni dopo. Per quattro anni è riuscito a restare nell'ombra, senza farsi beccare. Poi, il 27 marzo scorso, era stato accompagnato dagli agenti del commissariato di San Lorenzo - lo stesso rione dove è stata violentata e uccisa la ragazzina - all'ufficio immigrazione della Questura di Roma per l'identificazione e invitato, in seguito, a presentarsi a quella di Napoli per regolarizzare la sua posizione. Salia, invece, ha pensato bene di restare a Roma. Fino alla sera in cui - secondo gli investigatori - avrebbe partecipato all'aggressione sessuale finita con Desirée morta. Addirittura, stando a quanto emerge dall'inchiesta, pare sia uno degli organizzatori del gruppo nonché promotore della violenza consumata la notte di venerdì scorso, nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma. Era lì con Mamadou Gara, 27 anni, Brian Minteh, 43 anni (senegalesi) e con Chima Alinno, nigeriano di 46 anni (tutti e quattro irregolari, con precedenti per spaccio e in un caso anche per lesioni. Gara era stato addirittura espulso ma s'era reso irreperibile). La caccia agli stupratori assassini non è ancora finita: la polizia cerca - sempre fra cittadini extracomunitari - altri due potenziali complici della barbarie, già identificati. È questione di ore. Poi il quadro dell'accusa sarà completo e il giallo della morte di Desirée potrà essere risolto. Per tutti i fermati l'accusa ipotizzata è di omicidio volontario, stupro di gruppo oltreché produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope. Configurate anche numerose aggravanti: aver agito con crudeltà, la minore età della vittima oltre al fatto che essa fosse in condizioni di minorità psicofisica al momento dell'aggressione.
Gli investigatori ritengono che dalle piccole ammissioni fatte durante gli interrogatori da Mamadou Gara e Brian Minteh siano emersi ulteriori elementi utili (già confrontati con le dichiarazioni fornite da un'altra decina di testimoni sentiti nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Stefano Pizza). Nel frattempo sono in corso esami del Dna sulle tracce biologiche recuperate, sui poveri resti di Desirée, durante l'autopsia eseguita dal medico legale Dino Tancredi, il primo a ipotizzare la violenza sessuale di gruppo. Uno dei senegalesi, durante l'interrogatorio, ha tentato di difendersi sostenendo che la ragazzina fosse consenziente. Peccato che le ferite (documentate dal medico legale) su polsi e braccia della vittima, palesemente procurate in un tentativo di difesa, dimostrino ben altro. Pare che Mamadou Gara abbia tentato di appigliarsi ad alcuni risvolti delle testimonianze offerte da alcuni frequentatori del palazzo occupato (in particolare, due delle ragazze che erano entrate in contatto con Desirée in loco): da qualche settimana la sedicenne andava in via dei Lucani per cercare droga in cambio di sesso. Una versione che non convincere la Procura, specie perché in contrasto con altre testimonianze. Si sta ancora vagliando la possibilità che Desirée sia entrata in quel tugurio solo per recuperare un tablet che le era stato rubato. Attirata in trappola, forse, proprio dai tossici che aveva cominciato a frequentare in quei giorni.
Gli investigatori sanno bene di muoversi in un campo minato: quando i testimoni chiave sono immigrati irregolari e tossicodipendenti, è come stare sulle sabbie mobili. Grazie a molteplici verifiche incrociate, però, tutti i tasselli del puzzle sembrano incasellarsi. Infatti anche al quarto uomo si è arrivati grazie alle mezze ammissioni dei sospettati - che tentavano il classico scaricabarile - attentamente confrontate con le dichiarazioni dei testimoni. Dal Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato, le indicazioni sono arrivate subito alla Squadra mobile di Foggia. Gli investigatori ci hanno messo poco ad apprendere che una faccia nuova si era infilata nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. E sebbene la descrizione non corrispondesse perfettamente all'identikit diramato dallo Sco - perché il sospettato si era tagliato i capelli per non farsi riconoscere - quando sono arrivati i riscontri dalle celle telefoniche (agganciate dal suo cellulare) è stata ordinata l'irruzione nella bidonville. Ben consapevoli che quel posto è inaccessibile anche alle divise, i poliziotti si sono presentati in forze: un centinaio d'agenti, tra Squadra mobile e anticrimine, hanno cinto d'assedio il campo di abusivi. Le voci però, all'interno di Borgo Mezzanone, corrono in fretta. Salia ha saputo che la polizia era lì proprio per lui. A quel punto si è barricato nell'alloggio in cui era nascosto. Inutilmente. Non sono serviti a nulla neanche i tentativi di fornire false generalità. Il codice univoco di identificazione lo ha inchiodato. È lo strumento usato dalle forze di polizia al momento del fotosegnalamento: agisce sulle caratteristiche biometriche e lo ha smascherato definitivamente. Per la cronaca: nella baracca c'erano anche 10 kg di marijuana, metadone, dell'hashish e una pistola giocattolo.
Mentre Salia trascorrerà il primo giorno in carcere, oggi gli altri tre fermati verranno interrogati dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, che dovrà decidere se convalidare il fermo ed emettere ordinanza di custodia cautelare.
Fabio Amendolara
Fuggito da un covo di belve all’altro
Da un non luogo all'altro. Fuggito dal palazzo occupato in via dei Lucani a Roma, il ghanese, certo di trovare le giuste protezioni, aveva cercato riparo a Borgo Mezzanone, tendopoli che copre un paio dei sette chilometri della pista d'atterraggio del vecchio aeroporto militare di Ortanova, alle porte di Foggia. Un centinaio di tende da sei metri per sei che costeggiano il Cara di Manfredonia, nelle quali vivono ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini. Lì, con 10 kg di marijuana già impacchettata e pronta da spacciare, una pistola giocattolo, qualche flacone di metadone e qualche grammo di hashish, aveva trovato riparo Yusif Salia, ospite di connazionali. All'arrivo della polizia si è barricato nella baracca ed è stato necessario sfondare la porta per arrestarlo.
Quello di Borgo Mezzanone è un uno dei tanti insediamenti - sparsi sul territorio nazionale - che sono ormai completamente controllati da immigrati (nelle due pagine a seguire, l'inchiesta della Verità sulle aree a rischio). In queste giungle suburbane la legge italiana non entra. E neanche la polizia. Come dimostra l'aggressione, avvenuta poco più di due settimane fa, contro due agenti della Polizia stradale che avevano tentato un controllo anticaporalato. Uno dei tanti in quella zona del Foggiano, dove la raccolta nei campi è ancora in mano alla mala. In quell'occasione i due agenti hanno rischiato la vita. Perché al volante del mezzo intercettato c'era uno dei tanti clandestini della bidonville, che all'alt non si è fermato e ha cercato di investire i poliziotti. È scattato un inseguimento, proprio fino a Borgo Mezzanone dove il fuggiasco era certo - anche lui - di trovare rifugio. Così fu: una volta raggiunto il clandestino, al momento di ammanettarlo i due poliziotti si sono trovati accerchiati da una cinquantina di extracomunitari. Gli immigrati hanno aggredito in gruppo i due agenti, che hanno resistito a fatica sino all'arrivo dei colleghi. In ospedale hanno ricevuto 30 giorni di prognosi ciascuno.
Giuseppe Vigilante, segretario provinciale del Sindacato autonomo di polizia, ha spiegato il contesto: «È un ghetto. Pensato per 200 posti, contiene ormai oltre 600 immigrati. Ma soprattutto là dentro è sempre più difficile entrare, visti i mezzi limitati di cui disponiamo». La situazione è al limite: poco più di un anno fa ci fu una feroce rivolta all'interno del Cara, durante la quale furono danneggiate tre auto delle forze dell'ordine. Gli agenti trovarono rifugio nel posto di polizia del centro d'accoglienza per sfuggire a un'intensa sassaiola. Rischiarono la pelle, anche perché i rivoltosi tentarono di appiccare un incendio, dando fuoco a copertoni e pezzi di legno. «Non è la prima volta che veniamo presi come bersaglio in questa realtà», lamenta sulle colonne del Mattino di Foggia il segretario provinciale degli Autonomi di polizia, Carlo Grasso, che si rivolge al ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Con tanta preoccupazione chiediamo ad alta voce un intervento tempestivo da parte del ministero». Il sindaco di Foggia, Franco Landella, solo un mese fa aveva detto a chiare lettere che la situazione era diventata insostenibile. Interpellato dalla Verità, aggiunge: «Da questa baraccopoli, in cui regna il degrado, ogni giorno in centinaia si muovono verso la città di Foggia, riversandosi soprattutto nell'area a ridosso della stazione ferroviaria e del centro della città. Uno spostamento massiccio che rende sempre più frequenti danneggiamenti agli autobus urbani e minacce ai loro conducenti, risse, aggressioni ai vigili urbani, molestie nei confronti delle donne». Un paradiso per bestie feroci. Il quarto carnefice di Desirée, infatti, è corso a rintanarsi lì.
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Fermato a Foggia un ghanese, aveva un permesso per motivi umanitari scaduto da 4 anni, nella sua baracca 10 kg di droga. Si cercano altri sospetti.Braccato dalla polizia, Yusif Salia si è rifugiato in una bidonville di Foggia nella quale gli extracomunitari, per impedire un arresto, avevano mandato in ospedale due agenti.Lo speciale contiene due articoli. Il quarto africano con permesso umanitario (scaduto), che secondo la polizia farebbe parte del branco che ha drogato, violentato e ucciso Desirée Mariottini, è stato stanato e ora ha un nome e un volto: Yusif Salia, nato in Ghana 32 anni fa, di professione spacciatore di droga (come i tre extracomunitari, due senegalesi e un nigeriano, fermati prima di lui) era andato a nascondersi nella baraccopoli di Borgo Mezzanone (Foggia) nella speranza di farla franca. È titolare di un permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura di Napoli nel 2012 e scaduto due anni dopo. Per quattro anni è riuscito a restare nell'ombra, senza farsi beccare. Poi, il 27 marzo scorso, era stato accompagnato dagli agenti del commissariato di San Lorenzo - lo stesso rione dove è stata violentata e uccisa la ragazzina - all'ufficio immigrazione della Questura di Roma per l'identificazione e invitato, in seguito, a presentarsi a quella di Napoli per regolarizzare la sua posizione. Salia, invece, ha pensato bene di restare a Roma. Fino alla sera in cui - secondo gli investigatori - avrebbe partecipato all'aggressione sessuale finita con Desirée morta. Addirittura, stando a quanto emerge dall'inchiesta, pare sia uno degli organizzatori del gruppo nonché promotore della violenza consumata la notte di venerdì scorso, nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma. Era lì con Mamadou Gara, 27 anni, Brian Minteh, 43 anni (senegalesi) e con Chima Alinno, nigeriano di 46 anni (tutti e quattro irregolari, con precedenti per spaccio e in un caso anche per lesioni. Gara era stato addirittura espulso ma s'era reso irreperibile). La caccia agli stupratori assassini non è ancora finita: la polizia cerca - sempre fra cittadini extracomunitari - altri due potenziali complici della barbarie, già identificati. È questione di ore. Poi il quadro dell'accusa sarà completo e il giallo della morte di Desirée potrà essere risolto. Per tutti i fermati l'accusa ipotizzata è di omicidio volontario, stupro di gruppo oltreché produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope. Configurate anche numerose aggravanti: aver agito con crudeltà, la minore età della vittima oltre al fatto che essa fosse in condizioni di minorità psicofisica al momento dell'aggressione. Gli investigatori ritengono che dalle piccole ammissioni fatte durante gli interrogatori da Mamadou Gara e Brian Minteh siano emersi ulteriori elementi utili (già confrontati con le dichiarazioni fornite da un'altra decina di testimoni sentiti nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Stefano Pizza). Nel frattempo sono in corso esami del Dna sulle tracce biologiche recuperate, sui poveri resti di Desirée, durante l'autopsia eseguita dal medico legale Dino Tancredi, il primo a ipotizzare la violenza sessuale di gruppo. Uno dei senegalesi, durante l'interrogatorio, ha tentato di difendersi sostenendo che la ragazzina fosse consenziente. Peccato che le ferite (documentate dal medico legale) su polsi e braccia della vittima, palesemente procurate in un tentativo di difesa, dimostrino ben altro. Pare che Mamadou Gara abbia tentato di appigliarsi ad alcuni risvolti delle testimonianze offerte da alcuni frequentatori del palazzo occupato (in particolare, due delle ragazze che erano entrate in contatto con Desirée in loco): da qualche settimana la sedicenne andava in via dei Lucani per cercare droga in cambio di sesso. Una versione che non convincere la Procura, specie perché in contrasto con altre testimonianze. Si sta ancora vagliando la possibilità che Desirée sia entrata in quel tugurio solo per recuperare un tablet che le era stato rubato. Attirata in trappola, forse, proprio dai tossici che aveva cominciato a frequentare in quei giorni. Gli investigatori sanno bene di muoversi in un campo minato: quando i testimoni chiave sono immigrati irregolari e tossicodipendenti, è come stare sulle sabbie mobili. Grazie a molteplici verifiche incrociate, però, tutti i tasselli del puzzle sembrano incasellarsi. Infatti anche al quarto uomo si è arrivati grazie alle mezze ammissioni dei sospettati - che tentavano il classico scaricabarile - attentamente confrontate con le dichiarazioni dei testimoni. Dal Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato, le indicazioni sono arrivate subito alla Squadra mobile di Foggia. Gli investigatori ci hanno messo poco ad apprendere che una faccia nuova si era infilata nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. E sebbene la descrizione non corrispondesse perfettamente all'identikit diramato dallo Sco - perché il sospettato si era tagliato i capelli per non farsi riconoscere - quando sono arrivati i riscontri dalle celle telefoniche (agganciate dal suo cellulare) è stata ordinata l'irruzione nella bidonville. Ben consapevoli che quel posto è inaccessibile anche alle divise, i poliziotti si sono presentati in forze: un centinaio d'agenti, tra Squadra mobile e anticrimine, hanno cinto d'assedio il campo di abusivi. Le voci però, all'interno di Borgo Mezzanone, corrono in fretta. Salia ha saputo che la polizia era lì proprio per lui. A quel punto si è barricato nell'alloggio in cui era nascosto. Inutilmente. Non sono serviti a nulla neanche i tentativi di fornire false generalità. Il codice univoco di identificazione lo ha inchiodato. È lo strumento usato dalle forze di polizia al momento del fotosegnalamento: agisce sulle caratteristiche biometriche e lo ha smascherato definitivamente. Per la cronaca: nella baracca c'erano anche 10 kg di marijuana, metadone, dell'hashish e una pistola giocattolo. Mentre Salia trascorrerà il primo giorno in carcere, oggi gli altri tre fermati verranno interrogati dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, che dovrà decidere se convalidare il fermo ed emettere ordinanza di custodia cautelare. Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/preso-il-quarto-africano-del-branco-di-desiree-anche-questo-e-clandestino-2615468087.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fuggito-da-un-covo-di-belve-allaltro" data-post-id="2615468087" data-published-at="1773339672" data-use-pagination="False"> Fuggito da un covo di belve all’altro Da un non luogo all'altro. Fuggito dal palazzo occupato in via dei Lucani a Roma, il ghanese, certo di trovare le giuste protezioni, aveva cercato riparo a Borgo Mezzanone, tendopoli che copre un paio dei sette chilometri della pista d'atterraggio del vecchio aeroporto militare di Ortanova, alle porte di Foggia. Un centinaio di tende da sei metri per sei che costeggiano il Cara di Manfredonia, nelle quali vivono ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini. Lì, con 10 kg di marijuana già impacchettata e pronta da spacciare, una pistola giocattolo, qualche flacone di metadone e qualche grammo di hashish, aveva trovato riparo Yusif Salia, ospite di connazionali. All'arrivo della polizia si è barricato nella baracca ed è stato necessario sfondare la porta per arrestarlo. Quello di Borgo Mezzanone è un uno dei tanti insediamenti - sparsi sul territorio nazionale - che sono ormai completamente controllati da immigrati (nelle due pagine a seguire, l'inchiesta della Verità sulle aree a rischio). In queste giungle suburbane la legge italiana non entra. E neanche la polizia. Come dimostra l'aggressione, avvenuta poco più di due settimane fa, contro due agenti della Polizia stradale che avevano tentato un controllo anticaporalato. Uno dei tanti in quella zona del Foggiano, dove la raccolta nei campi è ancora in mano alla mala. In quell'occasione i due agenti hanno rischiato la vita. Perché al volante del mezzo intercettato c'era uno dei tanti clandestini della bidonville, che all'alt non si è fermato e ha cercato di investire i poliziotti. È scattato un inseguimento, proprio fino a Borgo Mezzanone dove il fuggiasco era certo - anche lui - di trovare rifugio. Così fu: una volta raggiunto il clandestino, al momento di ammanettarlo i due poliziotti si sono trovati accerchiati da una cinquantina di extracomunitari. Gli immigrati hanno aggredito in gruppo i due agenti, che hanno resistito a fatica sino all'arrivo dei colleghi. In ospedale hanno ricevuto 30 giorni di prognosi ciascuno. Giuseppe Vigilante, segretario provinciale del Sindacato autonomo di polizia, ha spiegato il contesto: «È un ghetto. Pensato per 200 posti, contiene ormai oltre 600 immigrati. Ma soprattutto là dentro è sempre più difficile entrare, visti i mezzi limitati di cui disponiamo». La situazione è al limite: poco più di un anno fa ci fu una feroce rivolta all'interno del Cara, durante la quale furono danneggiate tre auto delle forze dell'ordine. Gli agenti trovarono rifugio nel posto di polizia del centro d'accoglienza per sfuggire a un'intensa sassaiola. Rischiarono la pelle, anche perché i rivoltosi tentarono di appiccare un incendio, dando fuoco a copertoni e pezzi di legno. «Non è la prima volta che veniamo presi come bersaglio in questa realtà», lamenta sulle colonne del Mattino di Foggia il segretario provinciale degli Autonomi di polizia, Carlo Grasso, che si rivolge al ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Con tanta preoccupazione chiediamo ad alta voce un intervento tempestivo da parte del ministero». Il sindaco di Foggia, Franco Landella, solo un mese fa aveva detto a chiare lettere che la situazione era diventata insostenibile. Interpellato dalla Verità, aggiunge: «Da questa baraccopoli, in cui regna il degrado, ogni giorno in centinaia si muovono verso la città di Foggia, riversandosi soprattutto nell'area a ridosso della stazione ferroviaria e del centro della città. Uno spostamento massiccio che rende sempre più frequenti danneggiamenti agli autobus urbani e minacce ai loro conducenti, risse, aggressioni ai vigili urbani, molestie nei confronti delle donne». Un paradiso per bestie feroci. Il quarto carnefice di Desirée, infatti, è corso a rintanarsi lì.
Getty Images
Partiamo dal primo. Il World travel & Tourism council stima che il conflitto stia già costando al Medio Oriente almeno 600 milioni di dollari al giorno in spesa internazionale; la regione vale circa il 5% degli arrivi turistici globali e il 14% del traffico internazionale di transito, mentre i soli hub di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Bahrain movimentano normalmente circa 526.000 passeggeri al giorno. Secondo Oxford economics/tourism economics, nel 2026 il Medio Oriente potrebbe perdere da 23 a 38 milioni di visitatori rispetto alle attese, con un buco di 34-56 miliardi di dollari e un calo degli arrivi compreso fra 11% e 27% su base annua.
Per quanto riguarda i viaggi in aereo, nei primi due giorni del conflitto sono stati cancellati oltre 5.000 voli, e al 9 marzo le cancellazioni avevano raggiunto circa 40.000 tratte. Entro il 2 marzo erano già saltati oltre 6.000 voli in sette Paesi mediorientali, con la sola Dubai international responsabile di più di 3.000 cancellazioni. Dxb, l’aeroporto internazionale più trafficato del mondo, gestisce normalmente oltre 1.000 voli al giorno. Il 28 febbraio le compagnie avevano già cancellato circa la metà dei voli verso il Qatar e il 28% dei voli verso il Kuwait.
Secondo AirDna, il 28 febbraio le cancellazioni delle case vacanza negli Emirati sono schizzate a 8.450, contro una media di circa 3.100 nelle altre notti di febbraio; il tasso di cancellazione è salito al 43,8%, contro una media del 14,5% nel resto del mese, e la gran parte riguardava soggiorni previsti per marzo. Il Financial Times riferisce inoltre che nella sola Dubai sono state cancellate oltre 80.000 prenotazioni di affitti brevi nella settimana fino al 6 marzo.
In dettaglio, l’immobiliare emiratino, che fino a gennaio sembrava intoccabile, è il secondo fronte della crisi perché il 65% delle transazioni di Dubai nel 2025 era off-plan, quindi dipendente dalla fiducia di acquirenti esteri e dalla capacità dei costruttori di rifinanziarsi. Dopo i raid iraniani, Emaar e Aldar hanno perso il 5% in Borsa in una seduta, il mercato obbligazionario per nuove emissioni si è di fatto congelato e almeno un aumento di capitale immobiliare negli Emirati è stato rinviato. Il problema è che il settore entra in crisi con una grande ondata di offerta in arrivo: secondo JPMorgan, Dubai dovrà assorbire 300.000-400.000 nuove unità entro il 2028.
Il paradosso è che i prezzi erano ancora in corsa. Per Fitch, tra il 2022 e il primo trimestre 2025, i prezzi immobiliari di Dubai sono saliti del 60%; nel quarto trimestre 2025, secondo Cbre, i prezzi residenziali si sono mostrati in aumento di quasi il 13% annuo a Dubai e di circa il 32% ad Abu Dhabi.
Il Qatar entra nel conflitto da una posizione meno euforica ma comunque forte sul lato turistico. Nel 2025 ha registrato 5,1 milioni di visitatori internazionali (+3,7%), con il 61% arrivato per via aerea, una capacità di circa 42.500 catene alberghiere, occupazione media al 71,3% e 10,84 milioni di notti vendute (+8,6%). Ma proprio questa dipendenza dall’aereo lo rende vulnerabile: il 28 febbraio circa metà dei voli verso il Qatar è stata cancellata.
Anche il real estate qatariota stava già rallentando nei prezzi prima della guerra. Secondo Knight Frank, nel 2025 le vendite residenziali sono salite del 43,5% a 26,6 miliardi di riyal qatarini, con 6.831 transazioni (+50%), ma i prezzi delle ville nel quarto trimestre sono scesi dell’1% annuo e gli affitti medi delle ville del 2,4% gli affitti di uffici appena costruiti o riqualificati sono diminuiti dell’1,4%.
L’Arabia Saudita è il caso più complesso. Sul turismo internazionale i numeri erano robusti: nel 2025 il regno ha accolto circa 30 milioni di turisti con una spesa superiore a 172 miliardi di riyal. Ma sul real estate Riyadh stava già mostrando segni di fatica molto prima della guerra. A settembre 2025 il governo ha imposto un congelamento quinquennale degli aumenti degli affitti nella capitale, dopo rincari del 13,9% per le ville e del 6,9% per gli appartamenti nel secondo trimestre.
Inoltre, c’è stato un aumento dei prezzi degli appartamenti dell’82% e delle ville del 50% dal 2019. Il report Knight Frank 2026 è ancora più netto: a Riyadh il numero di transazioni residenziali è sceso da 67.520 nel 2024 a 30.408 nel 2025 (-55%), con valore giù del 48% a 42 miliardi di riyal, pur in presenza di prezzi ancora in crescita e di 346.700 unità previste fra il 2026 e il 2028.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 marzo 2026. Il nostro Stefano Graziosi ci spiega come sta reagendo il popolo americano alla guerra in Iran.
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O almeno così sostengono da InvestCloud. La multinazionale americana con sede in California che opera nel settore della tecnologia finanziaria ha fatto sapere a parti sociali e istituzionali di aver avviato le pratiche per il licenziamento collettivo di tutti i 37 dipendenti dell’unica sede italiana. Motivo? Il nuovo modello organizzativo, basato su sistemi integrati con l’intelligenza artificiale «non prevede il mantenimento di strutture locali autonome».
Nella lettera l’azienda spiega che l’attuale configurazione del business, «sviluppata nel tempo secondo un modello fortemente distribuito in diversi Paesi nel mondo e parzialmente basato su soluzioni adattate a livello locale, non risulta più compatibile con l’obiettivo di realizzare una piattaforma tecnologica integrata centrata su soluzioni basate sull’Ia». Una comunicazione asettica, probabilmente realizzata inserendo qualche parola chiave («tagli»?, «Italia»?, «profitti»?) su ChatGpt, Gemini o Grok, che se ne frega altamente del destino dei lavoratori.
E pensare che il motto aziendale, «Experience Wealth Connected», presuppone l’obiettivo di connettere tecnologia avanzata (quindi l’Ia), dati e persone per rendere più efficienti le relazioni tra consulenti e clienti. Alla faccia della coerenza.
«Nei prossimi giorni», spiega alla Verità il segretario generale della Cisl Veneto Michele Zanocco, «è prevista un’assemblea per valutare quali strumenti normativi opporre alla decisione, anche attraverso l’apertura di un tavolo di crisi della Regione Veneto. E chiederemo di parlare il prima possibile con un rappresentante dell’azienda. Detto questo, siamo consapevoli di non avere grandi armi a disposizione. Se una multinazionale decide di cambiare il suo modello organizzativo e di chiudere o ridimensionare una sede all’estero, purtroppo c’è ben poco che possiamo fare. Abbiamo degli esempi recenti non solo in questo campo. Qui in Italia penso ad Amazon».
E veniamo al punto. Che lo tsunami dell’intelligenza artificiale avrebbe travolto il mondo del lavoro è chiaro da tempo. Che quest’onda impetuosa avrebbe colpito alcuni settori (quello dei software e delle nuove tecnologie per esempio) più di altri era altrettanto evidente. Il problema sta nell’individuare le soluzioni e nel farlo in fretta.
«Pensare di fermare il processo in atto», continua Zanocco, «è pura illusione. Se lo blocchi in Italia continuerà a svilupparsi altrove provocando un gap competitivo del quale non sentiamo il bisogno. Nessuno ha la bacchetta magica, ma studio il fenomeno da tempo e quello che possiamo fare è gestirlo. Innanzitutto con una politica a livello nazionale che individui i settori sui quali puntare e le nuove professioni che questa rivoluzione può creare. Poi sta al territorio indicare le singole priorità sia industriali che di formazione e riqualificazione professionale».
Lo tsunami insomma non si può fermare, ma va di certo arginato. E qualche spunto in questa direzione potrebbe arrivare dal nuovo contratto della Pubblica Amministrazione. Se ne sta discutendo in queste ore. E per la prima volta prevede una regolamentazione articolata dell’Ia. Nelle bozze per esempio viene messo nero su bianco che «l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale non può dar luogo a decisioni esclusivamente automatizzate [...] senza l’intervento dell’uomo», così come è evidenziato che il lavoratore ha il diritto di conoscere in forma comprensibile i criteri generali di funzionamento dell’Ia utilizzati per esempio per la valutazione della prestazione dei dipendenti.
Prevedere esplicitamente l’intervento dell’uomo e dare la possibilità anche ai lavoratori di comprendere l’algoritmo che sta alla base dell’Intelligenza artificiale va di certo nella corretta direzione. Altra cosa è capire come nella pratica tutto ciò sarà possibile. Probabilmente si procederà per tentativi. E per fallimenti. La speranza è di accelerare per evitare che quello di Marghera (Venezia) sia il primo «strike» di posti di lavoro di una lunga serie.
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Keir Starmer (Ansa)
Secondo un documento di due diligence consegnato a Downing Street nel novembre 2024, il premier britannico sarebbe stato al corrente che i rapporti tra Mandelson ed Epstein continuarono anche dopo la prima condanna di quest’ultimo nel 2008, e «proseguirono tra il 2009 e il 2011». Il file afferma che la relazione iniziò quando Mandelson era ministro del Commercio e continuò anche dopo la fine del governo laburista. Nel documento si legge inoltre che Mandelson «soggiornò nella casa di Epstein mentre questo era in prigione nel giugno 2009». Ciò significa che Starmer era stato avvertito dei legami personali tra Mandelson ed Epstein almeno fino al 2011, ma decise comunque di nominarlo.
Inoltre, il consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito, Jonathan Powell, giudicò come «stranamente affrettata» la nomina politica ad ambasciatore negli Usa di Mandelson. La dichiarazione di Powell risulta dal resoconto di una telefonata avuta a suo tempo col consulente legale del primo ministro, Mike Ostheimer. Da un documento emerge poi che Mandelson suggerì a Starmer di usare il leader del partito Reform Uk, Nigel Farage, per «migliorare i collegamenti del Regno Unito con l’amministrazione Trump».
All’epoca dei fatti Starmer fu anche informato dei legami di Mandelson con la Russia prima della sua nomina ad ambasciatore. Nel dossier viene citato un articolo del Daily Mail che ricorda come Mandelson fosse direttore non esecutivo del conglomerato russo Sistema. La società è l’azionista di maggioranza di Rti, azienda di tecnologia militare che produce radar e sistemi di comunicazione satellitare per il sistema russo di allerta precoce dei missili terrestri. Il presidente del gruppo era Yevgeny Primakov, alleato del presidente russo, Vladimir Putin, ed ex primo ministro russo. Il documento sottolinea inoltre che Mandelson rimase nel consiglio fino a giugno 2017, anni dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Queste informazioni erano state incluse nel dossier consegnato a Downing Street prima della decisione sulla nomina.
In un file, risalente a dicembre 2024, si cita Mandelson mentre afferma, contrariamente alla politica del governo britannico, che Farage «non si può ignorare, è un membro del Parlamento eletto» e «una testa di ponte sia verso il presidente Trump sia verso Elon Musk e altri». Mandelson avrebbe aggiunto che «l’interesse nazionale viene servito nei modi più strani e meravigliosi». Il documento menziona anche interrogativi sul suo rapporto con l’ex finanziere condannato per pedofilia e traffico sessuale.
Mandelson, avrebbe organizzato nel maggio 2002 un incontro tra Epstein, e l’allora premier britannico, Tony Blair. In un memo inviato prima dell’incontro del 14 maggio 2002, il segretario privato di Blair, Matthew Rycroft, descriveva Epstein come «molto ricco» e «vicino al Duca di York», ricordando che possedeva una casa da 30 milioni di dollari a New York, un ranch di 10.000 acri nel New Mexico e una villa a Palm Beach. Come si legge nel documento, «Peter dice che Epstein ora viaggia con Clinton e Clinton vuole che tu lo incontri», ritenendo utile discutere con lui di «scienza» e di «tendenze economiche e monetarie internazionali». La nota ricordava anche i legami di Epstein con il principe Andrea, incontrato tramite Ghislaine Maxwell, e le sue visite a Sandringham e Windsor.
Ma i colpi di scena potrebbero essere solo all’inizio e potrebbero arrivare anche da oltreoceano. Un hacker straniero avrebbe tentato una sorta di Epsteinleaks, cercando di accedere ai files originali (e non censurati) dell’indagine Fbi su Epstein. L'incursione informatica è avvenuta tre anni fa presso l’ufficio di New York del Federal Bureau, secondo una fonte informata e documenti del Dipartimento di Giustizia recentemente pubblicati e visionati da Reuters. In una dichiarazione, l’Fbi ha affermato che quello che ha definito un «cyber incident» è stato «un episodio isolato».
«L’Fbi ha limitato l’accesso all’attore malevolo e ha ripristinato la rete. L’indagine rimane in corso, quindi al momento non abbiamo ulteriori commenti da fornire», è la scarna dichiarazione trapelata, ma al momento non è chiaro se e quali files l’hacker abbia trafugato. Secondo la fonte, l’intrusione sembrerebbe essere stata opera di un cybercriminale piuttosto che di un governo straniero. «Chi non cercherebbe di mettere le mani sui file Epstein se fossi i russi o qualcuno interessato al kompromat?» Ha detto Jon Lindsay, ricercatore sulle tecnologie emergenti e la sicurezza globale al Georgia Institute of Technology.
L’hackeraggio sarebbe avvenuto dopo che un server del Child Exploitation Forensic Lab dell’ufficio Fbi di New York è stato involontariamente lasciato vulnerabile dall’agente speciale Aaron Spivack, mentre cercava di orientarsi nelle procedure dell’agenzia per la gestione delle prove digitali, secondo la fonte e i documenti. Una cronologia redatta dallo stesso Spivack, inclusa nel vasto archivio di documenti su Epstein pubblicati quest’anno, indica che l’intrusione è avvenuta il 12 febbraio 2023. La violazione sarebbe stata scoperta il giorno successivo, quando l’agente ha acceso il computer e ha trovato un file testuale che avvertiva che la rete era stata compromessa.
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