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2018-10-27
Preso il quarto africano del branco di Desirée. Anche questo è clandestino
Il quarto africano con permesso umanitario (scaduto), che secondo la polizia farebbe parte del branco che ha drogato, violentato e ucciso Desirée Mariottini, è stato stanato e ora ha un nome e un volto: Yusif Salia, nato in Ghana 32 anni fa, di professione spacciatore di droga (come i tre extracomunitari, due senegalesi e un nigeriano, fermati prima di lui) era andato a nascondersi nella baraccopoli di Borgo Mezzanone (Foggia) nella speranza di farla franca. È titolare di un permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura di Napoli nel 2012 e scaduto due anni dopo. Per quattro anni è riuscito a restare nell'ombra, senza farsi beccare. Poi, il 27 marzo scorso, era stato accompagnato dagli agenti del commissariato di San Lorenzo - lo stesso rione dove è stata violentata e uccisa la ragazzina - all'ufficio immigrazione della Questura di Roma per l'identificazione e invitato, in seguito, a presentarsi a quella di Napoli per regolarizzare la sua posizione. Salia, invece, ha pensato bene di restare a Roma. Fino alla sera in cui - secondo gli investigatori - avrebbe partecipato all'aggressione sessuale finita con Desirée morta. Addirittura, stando a quanto emerge dall'inchiesta, pare sia uno degli organizzatori del gruppo nonché promotore della violenza consumata la notte di venerdì scorso, nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma. Era lì con Mamadou Gara, 27 anni, Brian Minteh, 43 anni (senegalesi) e con Chima Alinno, nigeriano di 46 anni (tutti e quattro irregolari, con precedenti per spaccio e in un caso anche per lesioni. Gara era stato addirittura espulso ma s'era reso irreperibile). La caccia agli stupratori assassini non è ancora finita: la polizia cerca - sempre fra cittadini extracomunitari - altri due potenziali complici della barbarie, già identificati. È questione di ore. Poi il quadro dell'accusa sarà completo e il giallo della morte di Desirée potrà essere risolto. Per tutti i fermati l'accusa ipotizzata è di omicidio volontario, stupro di gruppo oltreché produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope. Configurate anche numerose aggravanti: aver agito con crudeltà, la minore età della vittima oltre al fatto che essa fosse in condizioni di minorità psicofisica al momento dell'aggressione.
Gli investigatori ritengono che dalle piccole ammissioni fatte durante gli interrogatori da Mamadou Gara e Brian Minteh siano emersi ulteriori elementi utili (già confrontati con le dichiarazioni fornite da un'altra decina di testimoni sentiti nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Stefano Pizza). Nel frattempo sono in corso esami del Dna sulle tracce biologiche recuperate, sui poveri resti di Desirée, durante l'autopsia eseguita dal medico legale Dino Tancredi, il primo a ipotizzare la violenza sessuale di gruppo. Uno dei senegalesi, durante l'interrogatorio, ha tentato di difendersi sostenendo che la ragazzina fosse consenziente. Peccato che le ferite (documentate dal medico legale) su polsi e braccia della vittima, palesemente procurate in un tentativo di difesa, dimostrino ben altro. Pare che Mamadou Gara abbia tentato di appigliarsi ad alcuni risvolti delle testimonianze offerte da alcuni frequentatori del palazzo occupato (in particolare, due delle ragazze che erano entrate in contatto con Desirée in loco): da qualche settimana la sedicenne andava in via dei Lucani per cercare droga in cambio di sesso. Una versione che non convincere la Procura, specie perché in contrasto con altre testimonianze. Si sta ancora vagliando la possibilità che Desirée sia entrata in quel tugurio solo per recuperare un tablet che le era stato rubato. Attirata in trappola, forse, proprio dai tossici che aveva cominciato a frequentare in quei giorni.
Gli investigatori sanno bene di muoversi in un campo minato: quando i testimoni chiave sono immigrati irregolari e tossicodipendenti, è come stare sulle sabbie mobili. Grazie a molteplici verifiche incrociate, però, tutti i tasselli del puzzle sembrano incasellarsi. Infatti anche al quarto uomo si è arrivati grazie alle mezze ammissioni dei sospettati - che tentavano il classico scaricabarile - attentamente confrontate con le dichiarazioni dei testimoni. Dal Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato, le indicazioni sono arrivate subito alla Squadra mobile di Foggia. Gli investigatori ci hanno messo poco ad apprendere che una faccia nuova si era infilata nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. E sebbene la descrizione non corrispondesse perfettamente all'identikit diramato dallo Sco - perché il sospettato si era tagliato i capelli per non farsi riconoscere - quando sono arrivati i riscontri dalle celle telefoniche (agganciate dal suo cellulare) è stata ordinata l'irruzione nella bidonville. Ben consapevoli che quel posto è inaccessibile anche alle divise, i poliziotti si sono presentati in forze: un centinaio d'agenti, tra Squadra mobile e anticrimine, hanno cinto d'assedio il campo di abusivi. Le voci però, all'interno di Borgo Mezzanone, corrono in fretta. Salia ha saputo che la polizia era lì proprio per lui. A quel punto si è barricato nell'alloggio in cui era nascosto. Inutilmente. Non sono serviti a nulla neanche i tentativi di fornire false generalità. Il codice univoco di identificazione lo ha inchiodato. È lo strumento usato dalle forze di polizia al momento del fotosegnalamento: agisce sulle caratteristiche biometriche e lo ha smascherato definitivamente. Per la cronaca: nella baracca c'erano anche 10 kg di marijuana, metadone, dell'hashish e una pistola giocattolo.
Mentre Salia trascorrerà il primo giorno in carcere, oggi gli altri tre fermati verranno interrogati dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, che dovrà decidere se convalidare il fermo ed emettere ordinanza di custodia cautelare.
Fabio Amendolara
Fuggito da un covo di belve all’altro
Da un non luogo all'altro. Fuggito dal palazzo occupato in via dei Lucani a Roma, il ghanese, certo di trovare le giuste protezioni, aveva cercato riparo a Borgo Mezzanone, tendopoli che copre un paio dei sette chilometri della pista d'atterraggio del vecchio aeroporto militare di Ortanova, alle porte di Foggia. Un centinaio di tende da sei metri per sei che costeggiano il Cara di Manfredonia, nelle quali vivono ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini. Lì, con 10 kg di marijuana già impacchettata e pronta da spacciare, una pistola giocattolo, qualche flacone di metadone e qualche grammo di hashish, aveva trovato riparo Yusif Salia, ospite di connazionali. All'arrivo della polizia si è barricato nella baracca ed è stato necessario sfondare la porta per arrestarlo.
Quello di Borgo Mezzanone è un uno dei tanti insediamenti - sparsi sul territorio nazionale - che sono ormai completamente controllati da immigrati (nelle due pagine a seguire, l'inchiesta della Verità sulle aree a rischio). In queste giungle suburbane la legge italiana non entra. E neanche la polizia. Come dimostra l'aggressione, avvenuta poco più di due settimane fa, contro due agenti della Polizia stradale che avevano tentato un controllo anticaporalato. Uno dei tanti in quella zona del Foggiano, dove la raccolta nei campi è ancora in mano alla mala. In quell'occasione i due agenti hanno rischiato la vita. Perché al volante del mezzo intercettato c'era uno dei tanti clandestini della bidonville, che all'alt non si è fermato e ha cercato di investire i poliziotti. È scattato un inseguimento, proprio fino a Borgo Mezzanone dove il fuggiasco era certo - anche lui - di trovare rifugio. Così fu: una volta raggiunto il clandestino, al momento di ammanettarlo i due poliziotti si sono trovati accerchiati da una cinquantina di extracomunitari. Gli immigrati hanno aggredito in gruppo i due agenti, che hanno resistito a fatica sino all'arrivo dei colleghi. In ospedale hanno ricevuto 30 giorni di prognosi ciascuno.
Giuseppe Vigilante, segretario provinciale del Sindacato autonomo di polizia, ha spiegato il contesto: «È un ghetto. Pensato per 200 posti, contiene ormai oltre 600 immigrati. Ma soprattutto là dentro è sempre più difficile entrare, visti i mezzi limitati di cui disponiamo». La situazione è al limite: poco più di un anno fa ci fu una feroce rivolta all'interno del Cara, durante la quale furono danneggiate tre auto delle forze dell'ordine. Gli agenti trovarono rifugio nel posto di polizia del centro d'accoglienza per sfuggire a un'intensa sassaiola. Rischiarono la pelle, anche perché i rivoltosi tentarono di appiccare un incendio, dando fuoco a copertoni e pezzi di legno. «Non è la prima volta che veniamo presi come bersaglio in questa realtà», lamenta sulle colonne del Mattino di Foggia il segretario provinciale degli Autonomi di polizia, Carlo Grasso, che si rivolge al ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Con tanta preoccupazione chiediamo ad alta voce un intervento tempestivo da parte del ministero». Il sindaco di Foggia, Franco Landella, solo un mese fa aveva detto a chiare lettere che la situazione era diventata insostenibile. Interpellato dalla Verità, aggiunge: «Da questa baraccopoli, in cui regna il degrado, ogni giorno in centinaia si muovono verso la città di Foggia, riversandosi soprattutto nell'area a ridosso della stazione ferroviaria e del centro della città. Uno spostamento massiccio che rende sempre più frequenti danneggiamenti agli autobus urbani e minacce ai loro conducenti, risse, aggressioni ai vigili urbani, molestie nei confronti delle donne». Un paradiso per bestie feroci. Il quarto carnefice di Desirée, infatti, è corso a rintanarsi lì.
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Fermato a Foggia un ghanese, aveva un permesso per motivi umanitari scaduto da 4 anni, nella sua baracca 10 kg di droga. Si cercano altri sospetti.Braccato dalla polizia, Yusif Salia si è rifugiato in una bidonville di Foggia nella quale gli extracomunitari, per impedire un arresto, avevano mandato in ospedale due agenti.Lo speciale contiene due articoli. Il quarto africano con permesso umanitario (scaduto), che secondo la polizia farebbe parte del branco che ha drogato, violentato e ucciso Desirée Mariottini, è stato stanato e ora ha un nome e un volto: Yusif Salia, nato in Ghana 32 anni fa, di professione spacciatore di droga (come i tre extracomunitari, due senegalesi e un nigeriano, fermati prima di lui) era andato a nascondersi nella baraccopoli di Borgo Mezzanone (Foggia) nella speranza di farla franca. È titolare di un permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura di Napoli nel 2012 e scaduto due anni dopo. Per quattro anni è riuscito a restare nell'ombra, senza farsi beccare. Poi, il 27 marzo scorso, era stato accompagnato dagli agenti del commissariato di San Lorenzo - lo stesso rione dove è stata violentata e uccisa la ragazzina - all'ufficio immigrazione della Questura di Roma per l'identificazione e invitato, in seguito, a presentarsi a quella di Napoli per regolarizzare la sua posizione. Salia, invece, ha pensato bene di restare a Roma. Fino alla sera in cui - secondo gli investigatori - avrebbe partecipato all'aggressione sessuale finita con Desirée morta. Addirittura, stando a quanto emerge dall'inchiesta, pare sia uno degli organizzatori del gruppo nonché promotore della violenza consumata la notte di venerdì scorso, nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma. Era lì con Mamadou Gara, 27 anni, Brian Minteh, 43 anni (senegalesi) e con Chima Alinno, nigeriano di 46 anni (tutti e quattro irregolari, con precedenti per spaccio e in un caso anche per lesioni. Gara era stato addirittura espulso ma s'era reso irreperibile). La caccia agli stupratori assassini non è ancora finita: la polizia cerca - sempre fra cittadini extracomunitari - altri due potenziali complici della barbarie, già identificati. È questione di ore. Poi il quadro dell'accusa sarà completo e il giallo della morte di Desirée potrà essere risolto. Per tutti i fermati l'accusa ipotizzata è di omicidio volontario, stupro di gruppo oltreché produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope. Configurate anche numerose aggravanti: aver agito con crudeltà, la minore età della vittima oltre al fatto che essa fosse in condizioni di minorità psicofisica al momento dell'aggressione. Gli investigatori ritengono che dalle piccole ammissioni fatte durante gli interrogatori da Mamadou Gara e Brian Minteh siano emersi ulteriori elementi utili (già confrontati con le dichiarazioni fornite da un'altra decina di testimoni sentiti nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Stefano Pizza). Nel frattempo sono in corso esami del Dna sulle tracce biologiche recuperate, sui poveri resti di Desirée, durante l'autopsia eseguita dal medico legale Dino Tancredi, il primo a ipotizzare la violenza sessuale di gruppo. Uno dei senegalesi, durante l'interrogatorio, ha tentato di difendersi sostenendo che la ragazzina fosse consenziente. Peccato che le ferite (documentate dal medico legale) su polsi e braccia della vittima, palesemente procurate in un tentativo di difesa, dimostrino ben altro. Pare che Mamadou Gara abbia tentato di appigliarsi ad alcuni risvolti delle testimonianze offerte da alcuni frequentatori del palazzo occupato (in particolare, due delle ragazze che erano entrate in contatto con Desirée in loco): da qualche settimana la sedicenne andava in via dei Lucani per cercare droga in cambio di sesso. Una versione che non convincere la Procura, specie perché in contrasto con altre testimonianze. Si sta ancora vagliando la possibilità che Desirée sia entrata in quel tugurio solo per recuperare un tablet che le era stato rubato. Attirata in trappola, forse, proprio dai tossici che aveva cominciato a frequentare in quei giorni. Gli investigatori sanno bene di muoversi in un campo minato: quando i testimoni chiave sono immigrati irregolari e tossicodipendenti, è come stare sulle sabbie mobili. Grazie a molteplici verifiche incrociate, però, tutti i tasselli del puzzle sembrano incasellarsi. Infatti anche al quarto uomo si è arrivati grazie alle mezze ammissioni dei sospettati - che tentavano il classico scaricabarile - attentamente confrontate con le dichiarazioni dei testimoni. Dal Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato, le indicazioni sono arrivate subito alla Squadra mobile di Foggia. Gli investigatori ci hanno messo poco ad apprendere che una faccia nuova si era infilata nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. E sebbene la descrizione non corrispondesse perfettamente all'identikit diramato dallo Sco - perché il sospettato si era tagliato i capelli per non farsi riconoscere - quando sono arrivati i riscontri dalle celle telefoniche (agganciate dal suo cellulare) è stata ordinata l'irruzione nella bidonville. Ben consapevoli che quel posto è inaccessibile anche alle divise, i poliziotti si sono presentati in forze: un centinaio d'agenti, tra Squadra mobile e anticrimine, hanno cinto d'assedio il campo di abusivi. Le voci però, all'interno di Borgo Mezzanone, corrono in fretta. Salia ha saputo che la polizia era lì proprio per lui. A quel punto si è barricato nell'alloggio in cui era nascosto. Inutilmente. Non sono serviti a nulla neanche i tentativi di fornire false generalità. Il codice univoco di identificazione lo ha inchiodato. È lo strumento usato dalle forze di polizia al momento del fotosegnalamento: agisce sulle caratteristiche biometriche e lo ha smascherato definitivamente. Per la cronaca: nella baracca c'erano anche 10 kg di marijuana, metadone, dell'hashish e una pistola giocattolo. Mentre Salia trascorrerà il primo giorno in carcere, oggi gli altri tre fermati verranno interrogati dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, che dovrà decidere se convalidare il fermo ed emettere ordinanza di custodia cautelare. Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/preso-il-quarto-africano-del-branco-di-desiree-anche-questo-e-clandestino-2615468087.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fuggito-da-un-covo-di-belve-allaltro" data-post-id="2615468087" data-published-at="1772685146" data-use-pagination="False"> Fuggito da un covo di belve all’altro Da un non luogo all'altro. Fuggito dal palazzo occupato in via dei Lucani a Roma, il ghanese, certo di trovare le giuste protezioni, aveva cercato riparo a Borgo Mezzanone, tendopoli che copre un paio dei sette chilometri della pista d'atterraggio del vecchio aeroporto militare di Ortanova, alle porte di Foggia. Un centinaio di tende da sei metri per sei che costeggiano il Cara di Manfredonia, nelle quali vivono ladri d'auto, spacciatori di droga, trafficanti di rame e immigrati clandestini. Lì, con 10 kg di marijuana già impacchettata e pronta da spacciare, una pistola giocattolo, qualche flacone di metadone e qualche grammo di hashish, aveva trovato riparo Yusif Salia, ospite di connazionali. All'arrivo della polizia si è barricato nella baracca ed è stato necessario sfondare la porta per arrestarlo. Quello di Borgo Mezzanone è un uno dei tanti insediamenti - sparsi sul territorio nazionale - che sono ormai completamente controllati da immigrati (nelle due pagine a seguire, l'inchiesta della Verità sulle aree a rischio). In queste giungle suburbane la legge italiana non entra. E neanche la polizia. Come dimostra l'aggressione, avvenuta poco più di due settimane fa, contro due agenti della Polizia stradale che avevano tentato un controllo anticaporalato. Uno dei tanti in quella zona del Foggiano, dove la raccolta nei campi è ancora in mano alla mala. In quell'occasione i due agenti hanno rischiato la vita. Perché al volante del mezzo intercettato c'era uno dei tanti clandestini della bidonville, che all'alt non si è fermato e ha cercato di investire i poliziotti. È scattato un inseguimento, proprio fino a Borgo Mezzanone dove il fuggiasco era certo - anche lui - di trovare rifugio. Così fu: una volta raggiunto il clandestino, al momento di ammanettarlo i due poliziotti si sono trovati accerchiati da una cinquantina di extracomunitari. Gli immigrati hanno aggredito in gruppo i due agenti, che hanno resistito a fatica sino all'arrivo dei colleghi. In ospedale hanno ricevuto 30 giorni di prognosi ciascuno. Giuseppe Vigilante, segretario provinciale del Sindacato autonomo di polizia, ha spiegato il contesto: «È un ghetto. Pensato per 200 posti, contiene ormai oltre 600 immigrati. Ma soprattutto là dentro è sempre più difficile entrare, visti i mezzi limitati di cui disponiamo». La situazione è al limite: poco più di un anno fa ci fu una feroce rivolta all'interno del Cara, durante la quale furono danneggiate tre auto delle forze dell'ordine. Gli agenti trovarono rifugio nel posto di polizia del centro d'accoglienza per sfuggire a un'intensa sassaiola. Rischiarono la pelle, anche perché i rivoltosi tentarono di appiccare un incendio, dando fuoco a copertoni e pezzi di legno. «Non è la prima volta che veniamo presi come bersaglio in questa realtà», lamenta sulle colonne del Mattino di Foggia il segretario provinciale degli Autonomi di polizia, Carlo Grasso, che si rivolge al ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Con tanta preoccupazione chiediamo ad alta voce un intervento tempestivo da parte del ministero». Il sindaco di Foggia, Franco Landella, solo un mese fa aveva detto a chiare lettere che la situazione era diventata insostenibile. Interpellato dalla Verità, aggiunge: «Da questa baraccopoli, in cui regna il degrado, ogni giorno in centinaia si muovono verso la città di Foggia, riversandosi soprattutto nell'area a ridosso della stazione ferroviaria e del centro della città. Uno spostamento massiccio che rende sempre più frequenti danneggiamenti agli autobus urbani e minacce ai loro conducenti, risse, aggressioni ai vigili urbani, molestie nei confronti delle donne». Un paradiso per bestie feroci. Il quarto carnefice di Desirée, infatti, è corso a rintanarsi lì.
Ansa
Ad abbracciare la mamma è arrivata da Roma la premier Giorgia Meloni. E Patrizia Mercolino ha sentito l’affetto di tutti per il suo «guerriero». Oggi è stato il giorno del dolore, ma anche dell’amore profondo, quell’amore che il piccolo Domenico, in soli due anni di vita, aveva insegnato. Il papà ha portato a spalle il feretro del suo bimbo. Struggenti le parole della mamma al termine dell’omelia: «Se si è mossa tutta questa folla è solo grazie a Domenico, al suo sorriso, ai suoi occhioni e la sua dolcezza con cui sta abbracciando tutti. Spero non sia l’ultimo giorno che lo pensiamo, che possiamo serbarlo in un angolo del nostro cuore, ti amo cuore di mamma».
Le parole del vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, sono arrivate dritte al cuore di tutti: «Ci chiediamo “perché?”, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico. Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi, ne sono certo, finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa. Sì, fratelli e sorelle, perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta. La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei Tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d’amore».
Ma, all’uscita della piccola bara bianca c’è chi ha urlato «Giustizia, giustizia, giustizia». E ancora: «Dio esiste e chi ha sbagliato pagherà». diversi applausi e dal lancio di palloncini bianchi. Quando il feretro è uscito dalla chiesa nessuno è riuscito a trattenere le lacrime: sulla piccola bara era adagiata una maglietta bianca con la scritta «Ciao Mimmo». All’uscita della bara sono stati fatti volare in cielo tanti i palloncini bianchi a forma di cuore, poi altri colori grigio con la scritta «Il mio guerriero», sulle note della canzone «Guerriero» di Marco Mengoni. Era così che la mamma chiamava il piccolo mentre lottava tra la vita e la morte in un letto dell’ospedale Monaldi.
Al termine del funerale, il presidente Meloni ha abbracciato la mamma e il papà di Domenico ed è andata via. In mattinata, alla camera ardente è arrivata anche la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte il Monaldi, Anna Iervolino che ha abbracciato Patrizia ed entrambe sono scoppiate in lacrime. Iervolino ha più volte ripetuto che «Nessuno lo dimenticherà. Abbiamo sperato tutti con voi. Nessuno lo dimenticherà, lo stiamo dimostrando con i fatti». E mamma Patrizia ha risposto con la dignità che l’ha sempre contraddistinta: «Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi». All’esterno del Duomo di Nola, l’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia, ha poi voluto leggere ai cronisti una lettera, datata 27 gennaio, firmata dal personale infermieristico, operatori socio-sanitari e tecnici della sala operatoria e diretta a tutti i vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli per «sottoporre una situazione di estrema gravità che, da tempo, sta compromettendo in modo significativo il benessere professionale e umano degli operatori, nonché la sicurezza dell’assistenza». Nella lettera i professionisti del Monaldi «palesano la situazione creata dal dottor Oppido», il primario che è tra i sette medici indagati, al momento, sospeso. E parlano di «sfiducia reciproca». Il personale segnala «comportamenti sistematici e quotidiani messi in atto da Oppido, tra cui urla e aggressività verbale, umiliazioni e svalutazioni pubbliche delle competenze professionali, linguaggio offensivo e denigratorio, bestemmie e imprecazioni, atteggiamenti intimidatori tali da inibire la comunicazione in équipe, reazioni ostili e aggressive anche in contesti formali di confronto mancato ascolto e considerazione. Tali comportamenti avvengono prevalentemente in sala operatoria e si ripetono con una frequenza tale da configurare un clima lavorativo caratterizzato da paura, tensione costante e perdita di fiducia reciproca all’interno dell’équipe multiprofessionale. Gli effetti sul personale sono significativi: si osservano ansia persistente, tremori, difficoltà di concentrazione durante le attività correlati a pressione emotiva, stress e diffuso stato di burnout. L’intera équipe ha considerato, in maniera congiunta, la possibilità di trasferimento».
Un abbraccio a Domenico è stato mandato pure ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, Matteo Salvini, che ha partecipato all’inaugurazione dello svincolo dell’A30 a Maddaloni. Il viceministro degli Affari Esteri, Edmondo Cirielli, è fiducioso che il governatore della Campania, Roberto Fico, farà giustizia e pulizia degli errori del passato».
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Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.