True
2021-08-30
Prendi i soldi e scappa
Ansa
Il percorso è così accidentato che, nel cantiere da cui dovrà sorgere il decreto anti delocalizzazioni, per ora, è un tutti contro tutti. Le associazioni datoriali, Confindustria in testa, bombardano il governo un giorno sì e l'altro pure, con il presidente Carlo Bonomi che non si lascia sfuggire occasione alcuna per recapitare le sue critiche in Via Veneto. Destinatario: il ministro del Lavoro Andrea Orlando, accusato di «propaganda anti impresa». Sul fronte opposto ci sono i sindacati, che registrano una certa confusione sulle crisi industriali in atto, con le convocazioni dei tavoli a rilento, e lamentano «scarso confronto e assenza di dibattito» su come gestire le fughe delle multinazionali all'estero.
In mezzo, si svolge la guerra delle bozze tra i vari dicasteri, con il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti irritato per non essere stato coinvolto nella stesura iniziale del testo dalla sua vice, Alessandra Todde, e dallo stesso Orlando. Tanto da dover ribadire che «sulle delocalizzazioni selvagge ci sarà un provvedimento collegiale del governo». E che «va evitato il rischio che determinate misure possano disincentivare gli investimenti».
Al di là dei toni, chi è al lavoro sui vari dossier non nasconde una certa preoccupazione per le prossime settimane, quando verranno al pettine alcuni nodi che gli ultimi 18 mesi di pandemia hanno solo congelato. Primi fra tutti, la riorganizzazione delle imprese e la loro ricollocazione geografica. «Non mi stupirei se ci fossero altri casi come quelli della Gianetti Ruote o della Gkn, con i lavoratori licenziati via pec o addirittura con dei messaggi Whatsapp», confida alla Verità Giampietro Castano, «l'uomo delle crisi», che per anni ha gestito le vertenze al Mise e che ora lavora al decreto anti delocalizzazioni al fianco di Orlando. I settori dell'elettrodomestico e la manifattura della moda potrebbero essere quelli più a rischio, con tante aziende che già rivolgono lo sguardo verso Ovest, al Regno Unito post Brexit. «Quello a cui si sta lavorando è un insieme di regole che costringano le tante imprese presenti nel tessuto italiano a rispettare un determinato percorso qualora decidano di spostare la produzione all'estero», continua Castano. «Non c'è un intento punitivo, le aziende sono libere di fare delle scelte, ma le conseguenze vanno gestite insieme. Le grandi multinazionali, su questi temi, non sono state molto sensibili. In assenza di una norma, se ne sono fregate».
Come raccontato in queste pagine, la responsabilità sociale di impresa è stata spesso sacrificata sull'altare dei profitti, con le multinazionali che hanno detto addio lasciando per strada impianti, a volte nuovi di zecca, e soprattutto lavoratori. Spesso lo hanno fatto dopo aver incassato finanziamenti e contributi pubblici per investire nel nostro Paese, soprattutto al Sud. Lasciando i governi a gestire i cocci dei ricollocamenti e degli ammortizzatori sociali, alle prese con le ripercussioni economiche e sociali che hanno inaridito tante zone d'Italia.
«Incassano 3 milioni e poi ci licenziano attraverso una pec»
«In queste situazioni, le organizzazioni sindacali lottano contro le “bombe atomiche" di cui le multinazionali possono disporre. E lo fanno con la sola forza di una fionda». Basta questa immagine, descritta dal segretario della Fim-Cisl Toscana, Alessandro Beccastrini, a restituire il senso della battaglia che i 422 lavoratori dello stabilimento Gkn di Campi Bisenzio, nella cintura metropolitana di Firenze, stanno portando avanti per evitare il licenziamento. La vertenza è complicata: l'azienda, di proprietà del fondo d'investimento inglese Melrose, non lascia margini di trattativa. L'unica prospettiva paventata è la cassa integrazione per cessazione di attività, senza alcuna disponibilità a ritirare i licenziamenti decisi lo scorso luglio e comunicati forse nel modo più violento: attraverso una pec. «È difficile trovare dei filantropi dentro questi fondi», spiegano i sindacati che stanno seguendo la vertenza. «Quando tutto va bene, ristrutturano, tagliano e poi vendono a una nuova proprietà. Quando va male, spremono il limone per poi gettarlo». Per domani è previsto un tavolo al ministero dello Sviluppo economico per cercare uno spiraglio, anche se gli operai, in assemblea permanente ormai da settimane, non si fanno troppe illusioni: «Se la discussione non è avanzata in questi giorni, dubito che la sostanza possa cambiare di molto», spiega alla Verità Matteo Moretti, Rsu Fiom nello stabilimento fiorentino. «In questa mobilitazione, l'obiettivo non è ottenere una manciata di soldi in più o qualche mese ulteriore di cassa integrazione, ma garantire la produttività dello stabilimento, che sia Gkn o qualcun altro a farlo. Non possiamo permetterci, e non possono farlo nemmeno tutte le istituzioni coinvolte, che 500 posti di lavoro vengano cancellati». In una provincia che ha già pagato un prezzo alto alle delocalizzazioni - dalla Bekaert di Figline Valdarno in poi - la crisi della Gkn ha quasi il sapore della beffa, soprattutto per via dei contributi pubblici che il gruppo ha incassato negli ultimi anni: circa «3 milioni di euro», secondo il viceministro allo Sviluppo economico, Alessandra Todde. Per i lavoratori del Collettivo di fabbrica, si tratterebbe di una parte minima rispetto alle tante forme di agevolazione di cui l'azienda ha beneficiato da quando ha deciso di produrre i suoi semiassi nello stabilimento di Campi Bisenzio. «Ci sembra assurdo soprattutto che il governo italiano possa avere una partnership con un'azienda che si comporta come Gkn/Melrose», scrive la Rsu della fabbrica in uno degli ultimi comunicati diffusi, ricordando la collaborazione tra Gkn Fokker e Leonardo nel consorzio Nhi Industries, per la produzione di mezzi militari. Ecco perché, nel presidio di fronte allo stabilimento fiorentino, le posizioni degli operai restano piuttosto ferme: al governo si chiede una decretazione d'urgenza per bloccare i licenziamenti e una legge anti-delocalizzazioni che costringa le aziende che vanno via a garantire la continuità produttività.
«Eppure se si volesse Whirlpool potrebbe riaprire pure domani»
«Se noi operai chiedessimo un prestito o un finanziamento per iniziare un'attività e non riuscissimo a restituirlo, sa cosa accadrebbe? Verrebbero a sequestrare tutto. Perché per le multinazionali non avviene altrettanto? Perché sono libere di incassare soldi pubblici e poi chiudere gli stabilimenti o portare le produzioni all'estero?».
Negli ultimi mesi, Luciano Doria si è fatto più volte questa domanda. Più volte ha provato a capire perché i vertici di Whirlpool, azienda per la quale lavora da oltre 30 anni, abbiano deciso di tenere lui e gli oltre 300 operai dello stabilimento di Napoli in un limbo. In bilico, sospesi sul confine del licenziamento.
Luciano Doria, è previsto un nuovo incontro tra le parti per sbloccare una situazione che si trascina da mesi. Che cosa si aspetta?
«Qualsiasi possibilità, che sia la reindustrializzazione o la ripresa delle attività, come tutti auspichiamo, non può prescindere da una condizione».
Quale?
«Bloccare i licenziamenti. Non possiamo discutere con la spada di Damocle del licenziamento sulla testa. Finora non abbiamo ricevuto proposte, solo dichiarazioni».
Nel frattempo, lo stabilimento è chiuso e la produzione è ferma.
«La fabbrica è chiusa da ottobre, dal 1° novembre siamo in cassa integrazione, che è la stessa società ad anticiparci».
Tuttavia, il presidio «Napoli non molla» è sempre lì, in fabbrica.
«Il presidio è sempre attivo, a combattere nelle aree esterne dello stabilimento. Per assurdo, se domani alzassimo l'interruttore e facessimo un minimo di manutenzione, la fabbrica potrebbe ripartire. Abbiamo chiuso e messo in sicurezza esattamente come si fa quando inizia il periodo di ferie».
Sperate di rientrare e di riprendervi il lavoro?
«Con la battaglia che stiamo portando avanti non difendiamo solo il nostro lavoro, ma un intero territorio, martoriato da decenni di abbandono da parte delle aziende. La Whirlpool, che in questi anni ha incassato milioni di contributi pubblici, lascerebbe una fabbrica automatizzata, innovativa, la cui qualità è riconosciuta da tutti. Una azienda in crescita non può pensare di chiudere senza fare una contrattazione, una proposta, o quantomeno una discussione».
Che cosa pensa del decreto anti-delocalizzazioni di cui si discute in queste settimane?
«Aspettiamo di vedere il testo finale. Per come è stato impostato all'inizio, circolava una certa fiducia tra noi operai. Il modo in cui si preparano ad affinare il decreto non ci piace, ci sembra tanto un cedimento di fronte alle pretese delle aziende».
«La Timken chiude da un giorno all’altro e va in Romania»

Il segretario della Fiom Antonio Ghirardi
Per i vertici della Timken, azienda che produce cuscinetti a rulli conici, le uniche trattative permesse sono quelle a senso unico. Almeno nello stabilimento di Villa Carcina, nel bresciano, dove 105 lavoratori attendono di conoscere il loro futuro. «Nell'ultimo incontro che abbiamo avuto con l'azienda ci è stato comunicato che la decisione di chiudere lo stabilimento è irrevocabile. Si chiude per portare tutto in Romania, anche se non hanno mai voluto dirlo con chiarezza», dice Antonio Ghirardi, segretario della Fiom Cgil di Brescia.
Come è arrivata la notizia dei licenziamenti?
«Con un comunicato di 4 righe, letto in inglese dal direttore europeo dell'azienda».
Dopo l'avvio della procedura di licenziamento collettivo, ci sono 75 giorni per un'intesa. La ritiene possibile?
«Le sensazioni non sono buone di fronte a una chiusura così repentina e all'assenza di una trattativa».
Quali sono le condizioni poste dalla Timken?
«Propongono di discutere l'utilizzo di un anno di cassa integrazione straordinaria per cessata attività, cioè un ammortizzatore sociale in deroga previsto per le aziende che chiudono, non per quelle che vogliono chiudere e trasferire la produzione all'estero. Noi vogliamo restare aperti: un anno di cassa significa accettare la chiusura dell'azienda, sospendere il presidio e andare a casa. Trovo immorale che lo Stato debba pagare una azienda per delocalizzare».
Alternative?
«Il contratto di solidarietà, per il quale servirebbe il mantenimento di un livello minimo di produzione. Al momento abbiamo ricevuto solo chiusure: la produzione è ferma e non ci sono possibilità di cederla in caso di manifestazioni di interesse. La produzione dei cuscinetti si sposta in Romania e la Timken non perde le sue quote di mercato».
«Siamo più forti e diversificati che mai, stiamo ottenendo ricavi e guadagni record», si legge sul sito dell'azienda.
«Un atteggiamento barbaro, inaccettabile. Non esiste che da un giorno all'altro ti dicano “chiudiamo lo stabilimento, siete fuori". In Italia ci sono dei problemi, ma ci sono tanti imprenditori che ce la fanno a restare qui».
Che cosa manca al sistema italiano per contrastare il potere, e spesso l'arroganza, delle multinazionali?
«Un'attenzione maggiore e una urgente riforma degli ammortizzatori sociali: quella del 2015 è stata del tutto sbagliata. Questi strumenti andrebbero usati in maniera migliore, negli ultimi anni ne è stato fatto un uso troppo allegro».
Continua a leggereRiduci
Il governo litiga al suo interno e con Confindustria per il decreto teso a colpire le aziende che spostano all'estero le attività. Come hanno fatto parecchie industrie dopo avere intascato ricchi contributi statali.La Gkn di Campi Bisenzio lascia a casa 422 lavoratori: «Troppe agevolazioni», è la loro protesta. Domani un vertice al ministero.I dipendenti collocati in cassa integrazione: «Lo stabilimento è automatizzato e innovativo».La Timken chiude da un giorno all'altro e va in Romania. Il sindacalista Fiom Antonio Ghirardi: «Ce l'ha detto il direttore leggendoci un comunicato di 4 righe in inglese».Il percorso è così accidentato che, nel cantiere da cui dovrà sorgere il decreto anti delocalizzazioni, per ora, è un tutti contro tutti. Le associazioni datoriali, Confindustria in testa, bombardano il governo un giorno sì e l'altro pure, con il presidente Carlo Bonomi che non si lascia sfuggire occasione alcuna per recapitare le sue critiche in Via Veneto. Destinatario: il ministro del Lavoro Andrea Orlando, accusato di «propaganda anti impresa». Sul fronte opposto ci sono i sindacati, che registrano una certa confusione sulle crisi industriali in atto, con le convocazioni dei tavoli a rilento, e lamentano «scarso confronto e assenza di dibattito» su come gestire le fughe delle multinazionali all'estero. In mezzo, si svolge la guerra delle bozze tra i vari dicasteri, con il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti irritato per non essere stato coinvolto nella stesura iniziale del testo dalla sua vice, Alessandra Todde, e dallo stesso Orlando. Tanto da dover ribadire che «sulle delocalizzazioni selvagge ci sarà un provvedimento collegiale del governo». E che «va evitato il rischio che determinate misure possano disincentivare gli investimenti». Al di là dei toni, chi è al lavoro sui vari dossier non nasconde una certa preoccupazione per le prossime settimane, quando verranno al pettine alcuni nodi che gli ultimi 18 mesi di pandemia hanno solo congelato. Primi fra tutti, la riorganizzazione delle imprese e la loro ricollocazione geografica. «Non mi stupirei se ci fossero altri casi come quelli della Gianetti Ruote o della Gkn, con i lavoratori licenziati via pec o addirittura con dei messaggi Whatsapp», confida alla Verità Giampietro Castano, «l'uomo delle crisi», che per anni ha gestito le vertenze al Mise e che ora lavora al decreto anti delocalizzazioni al fianco di Orlando. I settori dell'elettrodomestico e la manifattura della moda potrebbero essere quelli più a rischio, con tante aziende che già rivolgono lo sguardo verso Ovest, al Regno Unito post Brexit. «Quello a cui si sta lavorando è un insieme di regole che costringano le tante imprese presenti nel tessuto italiano a rispettare un determinato percorso qualora decidano di spostare la produzione all'estero», continua Castano. «Non c'è un intento punitivo, le aziende sono libere di fare delle scelte, ma le conseguenze vanno gestite insieme. Le grandi multinazionali, su questi temi, non sono state molto sensibili. In assenza di una norma, se ne sono fregate». Come raccontato in queste pagine, la responsabilità sociale di impresa è stata spesso sacrificata sull'altare dei profitti, con le multinazionali che hanno detto addio lasciando per strada impianti, a volte nuovi di zecca, e soprattutto lavoratori. Spesso lo hanno fatto dopo aver incassato finanziamenti e contributi pubblici per investire nel nostro Paese, soprattutto al Sud. Lasciando i governi a gestire i cocci dei ricollocamenti e degli ammortizzatori sociali, alle prese con le ripercussioni economiche e sociali che hanno inaridito tante zone d'Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="incassano-3-milioni-e-poi-ci-licenziano-attraverso-una-pec" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «Incassano 3 milioni e poi ci licenziano attraverso una pec» «In queste situazioni, le organizzazioni sindacali lottano contro le “bombe atomiche" di cui le multinazionali possono disporre. E lo fanno con la sola forza di una fionda». Basta questa immagine, descritta dal segretario della Fim-Cisl Toscana, Alessandro Beccastrini, a restituire il senso della battaglia che i 422 lavoratori dello stabilimento Gkn di Campi Bisenzio, nella cintura metropolitana di Firenze, stanno portando avanti per evitare il licenziamento. La vertenza è complicata: l'azienda, di proprietà del fondo d'investimento inglese Melrose, non lascia margini di trattativa. L'unica prospettiva paventata è la cassa integrazione per cessazione di attività, senza alcuna disponibilità a ritirare i licenziamenti decisi lo scorso luglio e comunicati forse nel modo più violento: attraverso una pec. «È difficile trovare dei filantropi dentro questi fondi», spiegano i sindacati che stanno seguendo la vertenza. «Quando tutto va bene, ristrutturano, tagliano e poi vendono a una nuova proprietà. Quando va male, spremono il limone per poi gettarlo». Per domani è previsto un tavolo al ministero dello Sviluppo economico per cercare uno spiraglio, anche se gli operai, in assemblea permanente ormai da settimane, non si fanno troppe illusioni: «Se la discussione non è avanzata in questi giorni, dubito che la sostanza possa cambiare di molto», spiega alla Verità Matteo Moretti, Rsu Fiom nello stabilimento fiorentino. «In questa mobilitazione, l'obiettivo non è ottenere una manciata di soldi in più o qualche mese ulteriore di cassa integrazione, ma garantire la produttività dello stabilimento, che sia Gkn o qualcun altro a farlo. Non possiamo permetterci, e non possono farlo nemmeno tutte le istituzioni coinvolte, che 500 posti di lavoro vengano cancellati». In una provincia che ha già pagato un prezzo alto alle delocalizzazioni - dalla Bekaert di Figline Valdarno in poi - la crisi della Gkn ha quasi il sapore della beffa, soprattutto per via dei contributi pubblici che il gruppo ha incassato negli ultimi anni: circa «3 milioni di euro», secondo il viceministro allo Sviluppo economico, Alessandra Todde. Per i lavoratori del Collettivo di fabbrica, si tratterebbe di una parte minima rispetto alle tante forme di agevolazione di cui l'azienda ha beneficiato da quando ha deciso di produrre i suoi semiassi nello stabilimento di Campi Bisenzio. «Ci sembra assurdo soprattutto che il governo italiano possa avere una partnership con un'azienda che si comporta come Gkn/Melrose», scrive la Rsu della fabbrica in uno degli ultimi comunicati diffusi, ricordando la collaborazione tra Gkn Fokker e Leonardo nel consorzio Nhi Industries, per la produzione di mezzi militari. Ecco perché, nel presidio di fronte allo stabilimento fiorentino, le posizioni degli operai restano piuttosto ferme: al governo si chiede una decretazione d'urgenza per bloccare i licenziamenti e una legge anti-delocalizzazioni che costringa le aziende che vanno via a garantire la continuità produttività. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="eppure-se-si-volesse-whirlpool-potrebbe-riaprire-pure-domani" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «Eppure se si volesse Whirlpool potrebbe riaprire pure domani» «Se noi operai chiedessimo un prestito o un finanziamento per iniziare un'attività e non riuscissimo a restituirlo, sa cosa accadrebbe? Verrebbero a sequestrare tutto. Perché per le multinazionali non avviene altrettanto? Perché sono libere di incassare soldi pubblici e poi chiudere gli stabilimenti o portare le produzioni all'estero?». Negli ultimi mesi, Luciano Doria si è fatto più volte questa domanda. Più volte ha provato a capire perché i vertici di Whirlpool, azienda per la quale lavora da oltre 30 anni, abbiano deciso di tenere lui e gli oltre 300 operai dello stabilimento di Napoli in un limbo. In bilico, sospesi sul confine del licenziamento. Luciano Doria, è previsto un nuovo incontro tra le parti per sbloccare una situazione che si trascina da mesi. Che cosa si aspetta? «Qualsiasi possibilità, che sia la reindustrializzazione o la ripresa delle attività, come tutti auspichiamo, non può prescindere da una condizione». Quale? «Bloccare i licenziamenti. Non possiamo discutere con la spada di Damocle del licenziamento sulla testa. Finora non abbiamo ricevuto proposte, solo dichiarazioni». Nel frattempo, lo stabilimento è chiuso e la produzione è ferma. «La fabbrica è chiusa da ottobre, dal 1° novembre siamo in cassa integrazione, che è la stessa società ad anticiparci». Tuttavia, il presidio «Napoli non molla» è sempre lì, in fabbrica. «Il presidio è sempre attivo, a combattere nelle aree esterne dello stabilimento. Per assurdo, se domani alzassimo l'interruttore e facessimo un minimo di manutenzione, la fabbrica potrebbe ripartire. Abbiamo chiuso e messo in sicurezza esattamente come si fa quando inizia il periodo di ferie». Sperate di rientrare e di riprendervi il lavoro? «Con la battaglia che stiamo portando avanti non difendiamo solo il nostro lavoro, ma un intero territorio, martoriato da decenni di abbandono da parte delle aziende. La Whirlpool, che in questi anni ha incassato milioni di contributi pubblici, lascerebbe una fabbrica automatizzata, innovativa, la cui qualità è riconosciuta da tutti. Una azienda in crescita non può pensare di chiudere senza fare una contrattazione, una proposta, o quantomeno una discussione». Che cosa pensa del decreto anti-delocalizzazioni di cui si discute in queste settimane? «Aspettiamo di vedere il testo finale. Per come è stato impostato all'inizio, circolava una certa fiducia tra noi operai. Il modo in cui si preparano ad affinare il decreto non ci piace, ci sembra tanto un cedimento di fronte alle pretese delle aziende». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-timken-chiude-da-un-giorno-allaltro-e-va-in-romania" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «La Timken chiude da un giorno all’altro e va in Romania» Il segretario della Fiom Antonio Ghirardi Per i vertici della Timken, azienda che produce cuscinetti a rulli conici, le uniche trattative permesse sono quelle a senso unico. Almeno nello stabilimento di Villa Carcina, nel bresciano, dove 105 lavoratori attendono di conoscere il loro futuro. «Nell'ultimo incontro che abbiamo avuto con l'azienda ci è stato comunicato che la decisione di chiudere lo stabilimento è irrevocabile. Si chiude per portare tutto in Romania, anche se non hanno mai voluto dirlo con chiarezza», dice Antonio Ghirardi, segretario della Fiom Cgil di Brescia. Come è arrivata la notizia dei licenziamenti? «Con un comunicato di 4 righe, letto in inglese dal direttore europeo dell'azienda». Dopo l'avvio della procedura di licenziamento collettivo, ci sono 75 giorni per un'intesa. La ritiene possibile? «Le sensazioni non sono buone di fronte a una chiusura così repentina e all'assenza di una trattativa». Quali sono le condizioni poste dalla Timken? «Propongono di discutere l'utilizzo di un anno di cassa integrazione straordinaria per cessata attività, cioè un ammortizzatore sociale in deroga previsto per le aziende che chiudono, non per quelle che vogliono chiudere e trasferire la produzione all'estero. Noi vogliamo restare aperti: un anno di cassa significa accettare la chiusura dell'azienda, sospendere il presidio e andare a casa. Trovo immorale che lo Stato debba pagare una azienda per delocalizzare». Alternative? «Il contratto di solidarietà, per il quale servirebbe il mantenimento di un livello minimo di produzione. Al momento abbiamo ricevuto solo chiusure: la produzione è ferma e non ci sono possibilità di cederla in caso di manifestazioni di interesse. La produzione dei cuscinetti si sposta in Romania e la Timken non perde le sue quote di mercato». «Siamo più forti e diversificati che mai, stiamo ottenendo ricavi e guadagni record», si legge sul sito dell'azienda. «Un atteggiamento barbaro, inaccettabile. Non esiste che da un giorno all'altro ti dicano “chiudiamo lo stabilimento, siete fuori". In Italia ci sono dei problemi, ma ci sono tanti imprenditori che ce la fanno a restare qui». Che cosa manca al sistema italiano per contrastare il potere, e spesso l'arroganza, delle multinazionali? «Un'attenzione maggiore e una urgente riforma degli ammortizzatori sociali: quella del 2015 è stata del tutto sbagliata. Questi strumenti andrebbero usati in maniera migliore, negli ultimi anni ne è stato fatto un uso troppo allegro».
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
Continua a leggereRiduci
Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
Continua a leggereRiduci
Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
Continua a leggereRiduci
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
Continua a leggereRiduci