- Il governo litiga al suo interno e con Confindustria per il decreto teso a colpire le aziende che spostano all’estero le attività. Come hanno fatto parecchie industrie dopo avere intascato ricchi contributi statali.
- La Gkn di Campi Bisenzio lascia a casa 422 lavoratori: «Troppe agevolazioni», è la loro protesta. Domani un vertice al ministero.
- I dipendenti collocati in cassa integrazione: «Lo stabilimento è automatizzato e innovativo».
- La Timken chiude da un giorno all’altro e va in Romania. Il sindacalista Fiom Antonio Ghirardi: «Ce l’ha detto il direttore leggendoci un comunicato di 4 righe in inglese».
Il percorso è così accidentato che, nel cantiere da cui dovrà sorgere il decreto anti delocalizzazioni, per ora, è un tutti contro tutti. Le associazioni datoriali, Confindustria in testa, bombardano il governo un giorno sì e l’altro pure, con il presidente Carlo Bonomi che non si lascia sfuggire occasione alcuna per recapitare le sue critiche in Via Veneto. Destinatario: il ministro del Lavoro Andrea Orlando, accusato di «propaganda anti impresa». Sul fronte opposto ci sono i sindacati, che registrano una certa confusione sulle crisi industriali in atto, con le convocazioni dei tavoli a rilento, e lamentano «scarso confronto e assenza di dibattito» su come gestire le fughe delle multinazionali all’estero.
In mezzo, si svolge la guerra delle bozze tra i vari dicasteri, con il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti irritato per non essere stato coinvolto nella stesura iniziale del testo dalla sua vice, Alessandra Todde, e dallo stesso Orlando. Tanto da dover ribadire che «sulle delocalizzazioni selvagge ci sarà un provvedimento collegiale del governo». E che «va evitato il rischio che determinate misure possano disincentivare gli investimenti».
Al di là dei toni, chi è al lavoro sui vari dossier non nasconde una certa preoccupazione per le prossime settimane, quando verranno al pettine alcuni nodi che gli ultimi 18 mesi di pandemia hanno solo congelato. Primi fra tutti, la riorganizzazione delle imprese e la loro ricollocazione geografica. «Non mi stupirei se ci fossero altri casi come quelli della Gianetti Ruote o della Gkn, con i lavoratori licenziati via pec o addirittura con dei messaggi Whatsapp», confida alla Verità Giampietro Castano, «l’uomo delle crisi», che per anni ha gestito le vertenze al Mise e che ora lavora al decreto anti delocalizzazioni al fianco di Orlando. I settori dell’elettrodomestico e la manifattura della moda potrebbero essere quelli più a rischio, con tante aziende che già rivolgono lo sguardo verso Ovest, al Regno Unito post Brexit. «Quello a cui si sta lavorando è un insieme di regole che costringano le tante imprese presenti nel tessuto italiano a rispettare un determinato percorso qualora decidano di spostare la produzione all’estero», continua Castano. «Non c’è un intento punitivo, le aziende sono libere di fare delle scelte, ma le conseguenze vanno gestite insieme. Le grandi multinazionali, su questi temi, non sono state molto sensibili. In assenza di una norma, se ne sono fregate».
Come raccontato in queste pagine, la responsabilità sociale di impresa è stata spesso sacrificata sull’altare dei profitti, con le multinazionali che hanno detto addio lasciando per strada impianti, a volte nuovi di zecca, e soprattutto lavoratori. Spesso lo hanno fatto dopo aver incassato finanziamenti e contributi pubblici per investire nel nostro Paese, soprattutto al Sud. Lasciando i governi a gestire i cocci dei ricollocamenti e degli ammortizzatori sociali, alle prese con le ripercussioni economiche e sociali che hanno inaridito tante zone d’Italia.
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