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2021-08-30
Prendi i soldi e scappa
Ansa
Il percorso è così accidentato che, nel cantiere da cui dovrà sorgere il decreto anti delocalizzazioni, per ora, è un tutti contro tutti. Le associazioni datoriali, Confindustria in testa, bombardano il governo un giorno sì e l'altro pure, con il presidente Carlo Bonomi che non si lascia sfuggire occasione alcuna per recapitare le sue critiche in Via Veneto. Destinatario: il ministro del Lavoro Andrea Orlando, accusato di «propaganda anti impresa». Sul fronte opposto ci sono i sindacati, che registrano una certa confusione sulle crisi industriali in atto, con le convocazioni dei tavoli a rilento, e lamentano «scarso confronto e assenza di dibattito» su come gestire le fughe delle multinazionali all'estero.
In mezzo, si svolge la guerra delle bozze tra i vari dicasteri, con il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti irritato per non essere stato coinvolto nella stesura iniziale del testo dalla sua vice, Alessandra Todde, e dallo stesso Orlando. Tanto da dover ribadire che «sulle delocalizzazioni selvagge ci sarà un provvedimento collegiale del governo». E che «va evitato il rischio che determinate misure possano disincentivare gli investimenti».
Al di là dei toni, chi è al lavoro sui vari dossier non nasconde una certa preoccupazione per le prossime settimane, quando verranno al pettine alcuni nodi che gli ultimi 18 mesi di pandemia hanno solo congelato. Primi fra tutti, la riorganizzazione delle imprese e la loro ricollocazione geografica. «Non mi stupirei se ci fossero altri casi come quelli della Gianetti Ruote o della Gkn, con i lavoratori licenziati via pec o addirittura con dei messaggi Whatsapp», confida alla Verità Giampietro Castano, «l'uomo delle crisi», che per anni ha gestito le vertenze al Mise e che ora lavora al decreto anti delocalizzazioni al fianco di Orlando. I settori dell'elettrodomestico e la manifattura della moda potrebbero essere quelli più a rischio, con tante aziende che già rivolgono lo sguardo verso Ovest, al Regno Unito post Brexit. «Quello a cui si sta lavorando è un insieme di regole che costringano le tante imprese presenti nel tessuto italiano a rispettare un determinato percorso qualora decidano di spostare la produzione all'estero», continua Castano. «Non c'è un intento punitivo, le aziende sono libere di fare delle scelte, ma le conseguenze vanno gestite insieme. Le grandi multinazionali, su questi temi, non sono state molto sensibili. In assenza di una norma, se ne sono fregate».
Come raccontato in queste pagine, la responsabilità sociale di impresa è stata spesso sacrificata sull'altare dei profitti, con le multinazionali che hanno detto addio lasciando per strada impianti, a volte nuovi di zecca, e soprattutto lavoratori. Spesso lo hanno fatto dopo aver incassato finanziamenti e contributi pubblici per investire nel nostro Paese, soprattutto al Sud. Lasciando i governi a gestire i cocci dei ricollocamenti e degli ammortizzatori sociali, alle prese con le ripercussioni economiche e sociali che hanno inaridito tante zone d'Italia.
«Incassano 3 milioni e poi ci licenziano attraverso una pec»
«In queste situazioni, le organizzazioni sindacali lottano contro le “bombe atomiche" di cui le multinazionali possono disporre. E lo fanno con la sola forza di una fionda». Basta questa immagine, descritta dal segretario della Fim-Cisl Toscana, Alessandro Beccastrini, a restituire il senso della battaglia che i 422 lavoratori dello stabilimento Gkn di Campi Bisenzio, nella cintura metropolitana di Firenze, stanno portando avanti per evitare il licenziamento. La vertenza è complicata: l'azienda, di proprietà del fondo d'investimento inglese Melrose, non lascia margini di trattativa. L'unica prospettiva paventata è la cassa integrazione per cessazione di attività, senza alcuna disponibilità a ritirare i licenziamenti decisi lo scorso luglio e comunicati forse nel modo più violento: attraverso una pec. «È difficile trovare dei filantropi dentro questi fondi», spiegano i sindacati che stanno seguendo la vertenza. «Quando tutto va bene, ristrutturano, tagliano e poi vendono a una nuova proprietà. Quando va male, spremono il limone per poi gettarlo». Per domani è previsto un tavolo al ministero dello Sviluppo economico per cercare uno spiraglio, anche se gli operai, in assemblea permanente ormai da settimane, non si fanno troppe illusioni: «Se la discussione non è avanzata in questi giorni, dubito che la sostanza possa cambiare di molto», spiega alla Verità Matteo Moretti, Rsu Fiom nello stabilimento fiorentino. «In questa mobilitazione, l'obiettivo non è ottenere una manciata di soldi in più o qualche mese ulteriore di cassa integrazione, ma garantire la produttività dello stabilimento, che sia Gkn o qualcun altro a farlo. Non possiamo permetterci, e non possono farlo nemmeno tutte le istituzioni coinvolte, che 500 posti di lavoro vengano cancellati». In una provincia che ha già pagato un prezzo alto alle delocalizzazioni - dalla Bekaert di Figline Valdarno in poi - la crisi della Gkn ha quasi il sapore della beffa, soprattutto per via dei contributi pubblici che il gruppo ha incassato negli ultimi anni: circa «3 milioni di euro», secondo il viceministro allo Sviluppo economico, Alessandra Todde. Per i lavoratori del Collettivo di fabbrica, si tratterebbe di una parte minima rispetto alle tante forme di agevolazione di cui l'azienda ha beneficiato da quando ha deciso di produrre i suoi semiassi nello stabilimento di Campi Bisenzio. «Ci sembra assurdo soprattutto che il governo italiano possa avere una partnership con un'azienda che si comporta come Gkn/Melrose», scrive la Rsu della fabbrica in uno degli ultimi comunicati diffusi, ricordando la collaborazione tra Gkn Fokker e Leonardo nel consorzio Nhi Industries, per la produzione di mezzi militari. Ecco perché, nel presidio di fronte allo stabilimento fiorentino, le posizioni degli operai restano piuttosto ferme: al governo si chiede una decretazione d'urgenza per bloccare i licenziamenti e una legge anti-delocalizzazioni che costringa le aziende che vanno via a garantire la continuità produttività.
«Eppure se si volesse Whirlpool potrebbe riaprire pure domani»
«Se noi operai chiedessimo un prestito o un finanziamento per iniziare un'attività e non riuscissimo a restituirlo, sa cosa accadrebbe? Verrebbero a sequestrare tutto. Perché per le multinazionali non avviene altrettanto? Perché sono libere di incassare soldi pubblici e poi chiudere gli stabilimenti o portare le produzioni all'estero?».
Negli ultimi mesi, Luciano Doria si è fatto più volte questa domanda. Più volte ha provato a capire perché i vertici di Whirlpool, azienda per la quale lavora da oltre 30 anni, abbiano deciso di tenere lui e gli oltre 300 operai dello stabilimento di Napoli in un limbo. In bilico, sospesi sul confine del licenziamento.
Luciano Doria, è previsto un nuovo incontro tra le parti per sbloccare una situazione che si trascina da mesi. Che cosa si aspetta?
«Qualsiasi possibilità, che sia la reindustrializzazione o la ripresa delle attività, come tutti auspichiamo, non può prescindere da una condizione».
Quale?
«Bloccare i licenziamenti. Non possiamo discutere con la spada di Damocle del licenziamento sulla testa. Finora non abbiamo ricevuto proposte, solo dichiarazioni».
Nel frattempo, lo stabilimento è chiuso e la produzione è ferma.
«La fabbrica è chiusa da ottobre, dal 1° novembre siamo in cassa integrazione, che è la stessa società ad anticiparci».
Tuttavia, il presidio «Napoli non molla» è sempre lì, in fabbrica.
«Il presidio è sempre attivo, a combattere nelle aree esterne dello stabilimento. Per assurdo, se domani alzassimo l'interruttore e facessimo un minimo di manutenzione, la fabbrica potrebbe ripartire. Abbiamo chiuso e messo in sicurezza esattamente come si fa quando inizia il periodo di ferie».
Sperate di rientrare e di riprendervi il lavoro?
«Con la battaglia che stiamo portando avanti non difendiamo solo il nostro lavoro, ma un intero territorio, martoriato da decenni di abbandono da parte delle aziende. La Whirlpool, che in questi anni ha incassato milioni di contributi pubblici, lascerebbe una fabbrica automatizzata, innovativa, la cui qualità è riconosciuta da tutti. Una azienda in crescita non può pensare di chiudere senza fare una contrattazione, una proposta, o quantomeno una discussione».
Che cosa pensa del decreto anti-delocalizzazioni di cui si discute in queste settimane?
«Aspettiamo di vedere il testo finale. Per come è stato impostato all'inizio, circolava una certa fiducia tra noi operai. Il modo in cui si preparano ad affinare il decreto non ci piace, ci sembra tanto un cedimento di fronte alle pretese delle aziende».
«La Timken chiude da un giorno all’altro e va in Romania»

Il segretario della Fiom Antonio Ghirardi
Per i vertici della Timken, azienda che produce cuscinetti a rulli conici, le uniche trattative permesse sono quelle a senso unico. Almeno nello stabilimento di Villa Carcina, nel bresciano, dove 105 lavoratori attendono di conoscere il loro futuro. «Nell'ultimo incontro che abbiamo avuto con l'azienda ci è stato comunicato che la decisione di chiudere lo stabilimento è irrevocabile. Si chiude per portare tutto in Romania, anche se non hanno mai voluto dirlo con chiarezza», dice Antonio Ghirardi, segretario della Fiom Cgil di Brescia.
Come è arrivata la notizia dei licenziamenti?
«Con un comunicato di 4 righe, letto in inglese dal direttore europeo dell'azienda».
Dopo l'avvio della procedura di licenziamento collettivo, ci sono 75 giorni per un'intesa. La ritiene possibile?
«Le sensazioni non sono buone di fronte a una chiusura così repentina e all'assenza di una trattativa».
Quali sono le condizioni poste dalla Timken?
«Propongono di discutere l'utilizzo di un anno di cassa integrazione straordinaria per cessata attività, cioè un ammortizzatore sociale in deroga previsto per le aziende che chiudono, non per quelle che vogliono chiudere e trasferire la produzione all'estero. Noi vogliamo restare aperti: un anno di cassa significa accettare la chiusura dell'azienda, sospendere il presidio e andare a casa. Trovo immorale che lo Stato debba pagare una azienda per delocalizzare».
Alternative?
«Il contratto di solidarietà, per il quale servirebbe il mantenimento di un livello minimo di produzione. Al momento abbiamo ricevuto solo chiusure: la produzione è ferma e non ci sono possibilità di cederla in caso di manifestazioni di interesse. La produzione dei cuscinetti si sposta in Romania e la Timken non perde le sue quote di mercato».
«Siamo più forti e diversificati che mai, stiamo ottenendo ricavi e guadagni record», si legge sul sito dell'azienda.
«Un atteggiamento barbaro, inaccettabile. Non esiste che da un giorno all'altro ti dicano “chiudiamo lo stabilimento, siete fuori". In Italia ci sono dei problemi, ma ci sono tanti imprenditori che ce la fanno a restare qui».
Che cosa manca al sistema italiano per contrastare il potere, e spesso l'arroganza, delle multinazionali?
«Un'attenzione maggiore e una urgente riforma degli ammortizzatori sociali: quella del 2015 è stata del tutto sbagliata. Questi strumenti andrebbero usati in maniera migliore, negli ultimi anni ne è stato fatto un uso troppo allegro».
Continua a leggereRiduci
Il governo litiga al suo interno e con Confindustria per il decreto teso a colpire le aziende che spostano all'estero le attività. Come hanno fatto parecchie industrie dopo avere intascato ricchi contributi statali.La Gkn di Campi Bisenzio lascia a casa 422 lavoratori: «Troppe agevolazioni», è la loro protesta. Domani un vertice al ministero.I dipendenti collocati in cassa integrazione: «Lo stabilimento è automatizzato e innovativo».La Timken chiude da un giorno all'altro e va in Romania. Il sindacalista Fiom Antonio Ghirardi: «Ce l'ha detto il direttore leggendoci un comunicato di 4 righe in inglese».Il percorso è così accidentato che, nel cantiere da cui dovrà sorgere il decreto anti delocalizzazioni, per ora, è un tutti contro tutti. Le associazioni datoriali, Confindustria in testa, bombardano il governo un giorno sì e l'altro pure, con il presidente Carlo Bonomi che non si lascia sfuggire occasione alcuna per recapitare le sue critiche in Via Veneto. Destinatario: il ministro del Lavoro Andrea Orlando, accusato di «propaganda anti impresa». Sul fronte opposto ci sono i sindacati, che registrano una certa confusione sulle crisi industriali in atto, con le convocazioni dei tavoli a rilento, e lamentano «scarso confronto e assenza di dibattito» su come gestire le fughe delle multinazionali all'estero. In mezzo, si svolge la guerra delle bozze tra i vari dicasteri, con il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti irritato per non essere stato coinvolto nella stesura iniziale del testo dalla sua vice, Alessandra Todde, e dallo stesso Orlando. Tanto da dover ribadire che «sulle delocalizzazioni selvagge ci sarà un provvedimento collegiale del governo». E che «va evitato il rischio che determinate misure possano disincentivare gli investimenti». Al di là dei toni, chi è al lavoro sui vari dossier non nasconde una certa preoccupazione per le prossime settimane, quando verranno al pettine alcuni nodi che gli ultimi 18 mesi di pandemia hanno solo congelato. Primi fra tutti, la riorganizzazione delle imprese e la loro ricollocazione geografica. «Non mi stupirei se ci fossero altri casi come quelli della Gianetti Ruote o della Gkn, con i lavoratori licenziati via pec o addirittura con dei messaggi Whatsapp», confida alla Verità Giampietro Castano, «l'uomo delle crisi», che per anni ha gestito le vertenze al Mise e che ora lavora al decreto anti delocalizzazioni al fianco di Orlando. I settori dell'elettrodomestico e la manifattura della moda potrebbero essere quelli più a rischio, con tante aziende che già rivolgono lo sguardo verso Ovest, al Regno Unito post Brexit. «Quello a cui si sta lavorando è un insieme di regole che costringano le tante imprese presenti nel tessuto italiano a rispettare un determinato percorso qualora decidano di spostare la produzione all'estero», continua Castano. «Non c'è un intento punitivo, le aziende sono libere di fare delle scelte, ma le conseguenze vanno gestite insieme. Le grandi multinazionali, su questi temi, non sono state molto sensibili. In assenza di una norma, se ne sono fregate». Come raccontato in queste pagine, la responsabilità sociale di impresa è stata spesso sacrificata sull'altare dei profitti, con le multinazionali che hanno detto addio lasciando per strada impianti, a volte nuovi di zecca, e soprattutto lavoratori. Spesso lo hanno fatto dopo aver incassato finanziamenti e contributi pubblici per investire nel nostro Paese, soprattutto al Sud. Lasciando i governi a gestire i cocci dei ricollocamenti e degli ammortizzatori sociali, alle prese con le ripercussioni economiche e sociali che hanno inaridito tante zone d'Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="incassano-3-milioni-e-poi-ci-licenziano-attraverso-una-pec" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «Incassano 3 milioni e poi ci licenziano attraverso una pec» «In queste situazioni, le organizzazioni sindacali lottano contro le “bombe atomiche" di cui le multinazionali possono disporre. E lo fanno con la sola forza di una fionda». Basta questa immagine, descritta dal segretario della Fim-Cisl Toscana, Alessandro Beccastrini, a restituire il senso della battaglia che i 422 lavoratori dello stabilimento Gkn di Campi Bisenzio, nella cintura metropolitana di Firenze, stanno portando avanti per evitare il licenziamento. La vertenza è complicata: l'azienda, di proprietà del fondo d'investimento inglese Melrose, non lascia margini di trattativa. L'unica prospettiva paventata è la cassa integrazione per cessazione di attività, senza alcuna disponibilità a ritirare i licenziamenti decisi lo scorso luglio e comunicati forse nel modo più violento: attraverso una pec. «È difficile trovare dei filantropi dentro questi fondi», spiegano i sindacati che stanno seguendo la vertenza. «Quando tutto va bene, ristrutturano, tagliano e poi vendono a una nuova proprietà. Quando va male, spremono il limone per poi gettarlo». Per domani è previsto un tavolo al ministero dello Sviluppo economico per cercare uno spiraglio, anche se gli operai, in assemblea permanente ormai da settimane, non si fanno troppe illusioni: «Se la discussione non è avanzata in questi giorni, dubito che la sostanza possa cambiare di molto», spiega alla Verità Matteo Moretti, Rsu Fiom nello stabilimento fiorentino. «In questa mobilitazione, l'obiettivo non è ottenere una manciata di soldi in più o qualche mese ulteriore di cassa integrazione, ma garantire la produttività dello stabilimento, che sia Gkn o qualcun altro a farlo. Non possiamo permetterci, e non possono farlo nemmeno tutte le istituzioni coinvolte, che 500 posti di lavoro vengano cancellati». In una provincia che ha già pagato un prezzo alto alle delocalizzazioni - dalla Bekaert di Figline Valdarno in poi - la crisi della Gkn ha quasi il sapore della beffa, soprattutto per via dei contributi pubblici che il gruppo ha incassato negli ultimi anni: circa «3 milioni di euro», secondo il viceministro allo Sviluppo economico, Alessandra Todde. Per i lavoratori del Collettivo di fabbrica, si tratterebbe di una parte minima rispetto alle tante forme di agevolazione di cui l'azienda ha beneficiato da quando ha deciso di produrre i suoi semiassi nello stabilimento di Campi Bisenzio. «Ci sembra assurdo soprattutto che il governo italiano possa avere una partnership con un'azienda che si comporta come Gkn/Melrose», scrive la Rsu della fabbrica in uno degli ultimi comunicati diffusi, ricordando la collaborazione tra Gkn Fokker e Leonardo nel consorzio Nhi Industries, per la produzione di mezzi militari. Ecco perché, nel presidio di fronte allo stabilimento fiorentino, le posizioni degli operai restano piuttosto ferme: al governo si chiede una decretazione d'urgenza per bloccare i licenziamenti e una legge anti-delocalizzazioni che costringa le aziende che vanno via a garantire la continuità produttività. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="eppure-se-si-volesse-whirlpool-potrebbe-riaprire-pure-domani" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «Eppure se si volesse Whirlpool potrebbe riaprire pure domani» «Se noi operai chiedessimo un prestito o un finanziamento per iniziare un'attività e non riuscissimo a restituirlo, sa cosa accadrebbe? Verrebbero a sequestrare tutto. Perché per le multinazionali non avviene altrettanto? Perché sono libere di incassare soldi pubblici e poi chiudere gli stabilimenti o portare le produzioni all'estero?». Negli ultimi mesi, Luciano Doria si è fatto più volte questa domanda. Più volte ha provato a capire perché i vertici di Whirlpool, azienda per la quale lavora da oltre 30 anni, abbiano deciso di tenere lui e gli oltre 300 operai dello stabilimento di Napoli in un limbo. In bilico, sospesi sul confine del licenziamento. Luciano Doria, è previsto un nuovo incontro tra le parti per sbloccare una situazione che si trascina da mesi. Che cosa si aspetta? «Qualsiasi possibilità, che sia la reindustrializzazione o la ripresa delle attività, come tutti auspichiamo, non può prescindere da una condizione». Quale? «Bloccare i licenziamenti. Non possiamo discutere con la spada di Damocle del licenziamento sulla testa. Finora non abbiamo ricevuto proposte, solo dichiarazioni». Nel frattempo, lo stabilimento è chiuso e la produzione è ferma. «La fabbrica è chiusa da ottobre, dal 1° novembre siamo in cassa integrazione, che è la stessa società ad anticiparci». Tuttavia, il presidio «Napoli non molla» è sempre lì, in fabbrica. «Il presidio è sempre attivo, a combattere nelle aree esterne dello stabilimento. Per assurdo, se domani alzassimo l'interruttore e facessimo un minimo di manutenzione, la fabbrica potrebbe ripartire. Abbiamo chiuso e messo in sicurezza esattamente come si fa quando inizia il periodo di ferie». Sperate di rientrare e di riprendervi il lavoro? «Con la battaglia che stiamo portando avanti non difendiamo solo il nostro lavoro, ma un intero territorio, martoriato da decenni di abbandono da parte delle aziende. La Whirlpool, che in questi anni ha incassato milioni di contributi pubblici, lascerebbe una fabbrica automatizzata, innovativa, la cui qualità è riconosciuta da tutti. Una azienda in crescita non può pensare di chiudere senza fare una contrattazione, una proposta, o quantomeno una discussione». Che cosa pensa del decreto anti-delocalizzazioni di cui si discute in queste settimane? «Aspettiamo di vedere il testo finale. Per come è stato impostato all'inizio, circolava una certa fiducia tra noi operai. Il modo in cui si preparano ad affinare il decreto non ci piace, ci sembra tanto un cedimento di fronte alle pretese delle aziende». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-timken-chiude-da-un-giorno-allaltro-e-va-in-romania" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «La Timken chiude da un giorno all’altro e va in Romania» Il segretario della Fiom Antonio Ghirardi Per i vertici della Timken, azienda che produce cuscinetti a rulli conici, le uniche trattative permesse sono quelle a senso unico. Almeno nello stabilimento di Villa Carcina, nel bresciano, dove 105 lavoratori attendono di conoscere il loro futuro. «Nell'ultimo incontro che abbiamo avuto con l'azienda ci è stato comunicato che la decisione di chiudere lo stabilimento è irrevocabile. Si chiude per portare tutto in Romania, anche se non hanno mai voluto dirlo con chiarezza», dice Antonio Ghirardi, segretario della Fiom Cgil di Brescia. Come è arrivata la notizia dei licenziamenti? «Con un comunicato di 4 righe, letto in inglese dal direttore europeo dell'azienda». Dopo l'avvio della procedura di licenziamento collettivo, ci sono 75 giorni per un'intesa. La ritiene possibile? «Le sensazioni non sono buone di fronte a una chiusura così repentina e all'assenza di una trattativa». Quali sono le condizioni poste dalla Timken? «Propongono di discutere l'utilizzo di un anno di cassa integrazione straordinaria per cessata attività, cioè un ammortizzatore sociale in deroga previsto per le aziende che chiudono, non per quelle che vogliono chiudere e trasferire la produzione all'estero. Noi vogliamo restare aperti: un anno di cassa significa accettare la chiusura dell'azienda, sospendere il presidio e andare a casa. Trovo immorale che lo Stato debba pagare una azienda per delocalizzare». Alternative? «Il contratto di solidarietà, per il quale servirebbe il mantenimento di un livello minimo di produzione. Al momento abbiamo ricevuto solo chiusure: la produzione è ferma e non ci sono possibilità di cederla in caso di manifestazioni di interesse. La produzione dei cuscinetti si sposta in Romania e la Timken non perde le sue quote di mercato». «Siamo più forti e diversificati che mai, stiamo ottenendo ricavi e guadagni record», si legge sul sito dell'azienda. «Un atteggiamento barbaro, inaccettabile. Non esiste che da un giorno all'altro ti dicano “chiudiamo lo stabilimento, siete fuori". In Italia ci sono dei problemi, ma ci sono tanti imprenditori che ce la fanno a restare qui». Che cosa manca al sistema italiano per contrastare il potere, e spesso l'arroganza, delle multinazionali? «Un'attenzione maggiore e una urgente riforma degli ammortizzatori sociali: quella del 2015 è stata del tutto sbagliata. Questi strumenti andrebbero usati in maniera migliore, negli ultimi anni ne è stato fatto un uso troppo allegro».
Nei sei capoluoghi di provincia andati alle urne per rinnovare i sindaci (gli elettori chiamati al voto erano circa un milione, l’affluenza è stata del 52%, in calo di oltre 8 punti, e si è votato anche in Sardegna per il primo turno) la spallata immaginata da Schlein-Conte non c’è stata. Il centrodestra si è tenuto Arezzo, dove il Pd aveva schierato un pezzo da novanta come Vincenzo Ceccarelli, asfaltato al secondo turno da Marcello Comanducci (il candidato di Fdi, Lega e Forza Italia conferma il Comune al centrodestra con il 55,75% dei voti contro il 44,25 del campo largissimo) e Macerata, dove viene confermato Sandro Parcaroli, sostenuto da Matteo Salvini, con un ampio margine sullo sfidante proposto dal Pd e appoggiato da tutto il campo largo. Parcaroli ha raccolto il 54,30% dei consensi contro il 45,70% di Giancarlo Tittarelli. Queste due città erano la linea Maginot del centrodestra e hanno ampiamente resistito. Il che fa dire a Giorgia Meloni sui social: «I risultati confermano ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori; avanti così, con serietà e concretezza». Il presidente del Consiglio aggiunge: «Complimenti e auguri di buon lavoro a tutti i sindaci eletti nei ballottaggi, di ogni schieramento». Auguri dunque anche a Giovanni Legnini, uno dei cacicchi del Pd (è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Enrico Letta, deputato e senatore prima del Pci e poi del Pd, vicepresidente del Csm ai tempi di Luca Palamara) che, con il 52,27%, ha mantenuto al centrosinistra il Comune di Chieti, battendo Cristiano Sicari (47,73%) del centrodestra, che però è arrivato a questa consultazione diviso e non ha approfittato del fatto che il Comune della città abruzzese, amministrato dal Pd, è in dissesto finanziario.
Tutto come previsto anche a Trani, che resta al centrosinistra - non al campo largo perché qui i pentastellati avevano fatto da soli al primo turno e non hanno dato indicazioni di voto al ballottaggio - con Marco Galliano che vince, per dirla con gergo calcistico, di corto muso con il 51,14% contro il candidato del centrodestra Angelo Guarriello che si è fermato al 48,86%.
C’è stato invece un cambio della guardia tanto ad Agrigento quanto a Lecco. La città dei templi era governata dal centrodestra, con Franco Micciché, che però, in rottura prolungata con i partiti, non si è ripresentato. La spaccatura non ha certo giovato, perché Gerlando Alonge non ha ricevuto dagli altri di centrodestra nessun appoggio e nonostante avesse chiuso il primo turno in testa tra i candidati di destra col 34,79% dei voti, al ballottaggio è naufragato. Ha raccolto appena il 27,7% delle preferenze, sonoramente battuto da Michele Sodano, che diventa sindaco col 72,3% dei voti e il sostegno di un campo largissimo. Peraltro Sodano aveva sfiorato l’elezione al primo turno - in Sicilia basta il 40% più un voto per evitare il ballottaggio - perché si era fermato al 39,13%. Ribaltone invece a Lecco e dunque gol del pareggio del centrodestra, con Filippo Boscagli che era in testa anche nel primo turno e ha sonoramente sconfitto il sindaco uscente del Pd, Mauro Gattinoni. Il candidato dem ha raccolto al ballottaggio il 47,96% delle preferenze, ma Boscagli ora indossa la fascia tricolore con il 52,04% delle preferenze. Assai consolatoria per il centrodestra è la vittoria anche a Vigevano, dove ha debuttato la lista di Roberto Vannacci. Diventa sindaco Paolo Previde Massara, candidato targato Forza Italia. Ed è un motivo di soddisfazione in più per il vicepremier Antonio Tajani, che commentando sui social nota: «Da Lecco ad Arezzo, da Macerata a Pompei, da Viareggio a San Giovanni Rotondo, da Vignola a Cava de’ Tirreni, da Comacchio a Sorrento, da Vigevano a Genzano: i dati confermano quelli del primo turno. Il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista. Buon lavoro a tutti i sindaci eletti. Ora tutti al lavoro per aumentare consenso dove non abbiamo ancora raggiunto l’obiettivo, per vincere le elezioni politiche e impedire che la sinistra metta le mani nelle tasche degli italiani: né patrimoniale, né tassa di successione». In effettic facendo i conti come li ha fatti Youtrend, questo turno amministrativo finisce in pareggio: su 18 capoluoghi il Centrosinistra passa da 8 a 10 eletti e il Centrodestra da 5 a 6 e l’area dei sindaci senza partito si riduce da 5 a 2.
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Il senatore Marco Lisei, presidente Commissione Covid (Ansa)
L’esponente di Fratelli d’Italia è finito nel mirino dell’opposizione per aver consentito che alcuni testimoni venissero interrogati negli uffici del commissariato di polizia. Capita spesso che le Procure incarichino gli ufficiali di pubblica sicurezza di sentire delle persone informate sui fatti, cioè a conoscenza di possibili reati. Gli interrogatori, infatti, non sono condotti sempre dai pubblici ministeri. Dunque, nel caso di una Commissione d’inchiesta che ha poteri investigativi, e di fronte alla quale le persone sentite sono tenute a dire il vero, gli interrogatori pare siano stati fatti non da parlamentari ma da funzionari di polizia. E allora? È evidente che chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe avere problemi a rispondere a un onorevole o a un poliziotto. Inoltre, quella che ora protesta e minaccia un mini Aventino non è la stessa parte politica che in passato, con Silvio Berlusconi al governo, sfilava al grido di «intercettateci tutti», per mostrare di essere candidi come la neve? E come si è passati dall’idea di essere immacolati e pronti a confrontarsi con chiunque, fosse anche un maresciallo in ascolto delle telefonate personali, a non interrogateci proprio?
In effetti, la posizione politica di una sinistra che un tempo era per difendersi nel processo e non dal processo pare molto contraddittoria. Invece di affrontare con trasparenza gli accertamenti della commissione d’inchiesta sui costi e gli affidamenti durante il Covid, le prova tutte per impedire che proseguano i lavori dell’organismo. L’opposizione parla di plotone d’esecuzione contro la sinistra. In realtà, i lavori della commissione stanno mettendo in luce una serie di stranezze che, considerato l’ammontare delle somme spese senza molta rendicontazione durante quel periodo, generano molti interrogativi.
Non ci sono solo i banchi a rotelle, la cui adozione per combattere il virus fece sghignazzare mezzo mondo, e nemmeno le forniture di mascherine fallate o, come abbiamo scoperto di recente, i tamponi non certificati a rilevare il contagio da Covid. Ci sono anche pagamenti erogati per prestazioni professionali molto dubbie. Lo ha rilevato un testimone, il quale di fronte alla commissione ha parlato di un bonifico di diverse centinaia di migliaia di euro, versate sul conto di un avvocato, collega dello studio dell’ex premier Giuseppe Conte. I commissari hanno incalzato il teste per conoscere la motivazione del pagamento. E questi avrebbe spiegato che la consulenza prestata dal professionista sarebbe stata saldata per prestazioni marginali, come ad esempio il controllo dei documenti e la preparazione di una lettera per sollecitare il saldo di una fattura. Insomma, un servizio a dir poco caro, perché tra controllo e sollecito sarebbero stati spesi 454.000 euro. Eppure, tale somma è stata pagata senza batter ciglio. Perché? Sono domande alle quali la commissione parlamentare vorrebbe dare una risposta. Ma forse, più che dei poliziotti incaricati di porre quesiti, a sinistra hanno paura proprio di questo, di essere chiamati a rispondere dei molti lati oscuri di una stagione in cui, con la scusa dell’emergenza, tutto fu consentito e, soprattutto, moltissimo si è speso.
Infatti, guarda caso, dopo aver protestato per gli interrogatori affidati agli agenti fuori dalle mura del Parlamento, l’opposizione chiede lo scioglimento dell’organismo d’inchiesta. In pratica, su una vicenda che ha visto decine di migliaia di morti e per cui si sono spesi decine di miliardi, i compagni vorrebbero far calare il sipario.
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Il direttore del «Fatto quotidiano» Marco Travaglio. Nel riquadro l'imprenditore Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica)
Il punto emerge dall’atto di citazione depositato il 5 giugno davanti alla Southern District Court di New York da Cipriani Usa, contro Società Editoriale Il Fatto S.p.A. e Rai - Radiotelevisione Italiana S.p.A (e Report). Secondo l’atto, Torres starebbe valutando un’azione legale contro il Fatto per essere stata citata in modo inesatto o fuori contesto. Del resto, il documento notarile firmato a Maldonado il 29 maggio davanti al notaio Andrés Fernando García Sención rende il passaggio ancora più rilevante. Torres si presenta con un avvocato e chiede di mettere a verbale una dichiarazione destinata a essere eventualmente prodotta davanti a soggetti pubblici o privati. Dice di aver riflettuto sulla portata delle sue dichiarazioni rilasciate a media nazionali ed esteri e di voler «puntualizzare in modo definitivo» alcuni punti.
Il primo riguarda Nicole Minetti. Torres dichiara che, durante tutto il periodo in cui ha lavorato al Gin Tonic, non ha mai assistito né le consta con certezza che Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione finalizzata a cercare, reclutare, assumere, indurre o invitare prostitute in alcun luogo. Aggiunge che, da quando Minetti e Cipriani hanno adottato il figlio, l’attenzione di lei sarebbe stata rivolta soprattutto alla cura e all’educazione del bambino.
Il secondo riguarda Giuseppe Cipriani. La situazione definita come molestia, precisa Torres, sarebbe stata una vicenda di «molestia lavorativa», chiusa con un accordo transattivo tra le parti. È un dettaglio che si incrocia con l’atto americano: secondo Cipriani Usa, dopo la fine del rapporto con la residenza Gin Tonic, Torres aveva chiesto circa 60.000 dollari per salari e benefici non pagati, ma la controversia si sarebbe chiusa con 6.000 dollari. In quella vertenza, sostiene la società, non compariva alcun riferimento a festini, droga, sesso o prostituzione.
Poi c’è il capitolo mediatico. Torres scrive di non essere abituata all’esposizione pubblica né a rilasciare dichiarazioni davanti a telecamere o registratori. Per questo, afferma, alcune sue dichiarazioni sarebbero state estrapolate dal contesto. Sostiene inoltre che il suo nome sia stato reso pubblico senza autorizzazione, causandole un danno enorme nella vita lavorativa e nella privacy. Dice di aver negato in modo espresso l’autorizzazione all’uso e alla pubblicazione del proprio nome e aggiunge che alcune sue affermazioni sarebbero state travisate.
La donna si impegna anche a non rilasciare altre interviste a media nazionali o esteri su questa vicenda, con l’obiettivo di recuperare tranquillità familiare, proteggere i figli e cercare un nuovo percorso lavorativo. Allo stesso tempo dichiara piena disponibilità a comparire davanti alle sedi istituzionali o giudiziarie che dovessero formalmente richiederlo, per chiarire eventuali dubbi o fatti che, a causa della sua inesperienza con i media, possano aver causato un danno ingiustificato a terzi o alle istituzioni: insomma è disposta difendere gli stessi Cipriani e Minetti.
È qui che il racconto del Fatto potrebbe diventare più esposto a richieste di risarcimenti. Del resto, l’atto depositato a New York contesta anche il modo in cui la donna sarebbe stata presentata. Secondo Cipriani, il Fatto l’avrebbe descritta come una persona legata da oltre 20 anni alla tenuta. I registri di lavoro citati nella causa indicherebbero invece tre soli periodi: dal 27 luglio al 1° agosto 2024, dal 22 al 27 agosto 2024 e dall’8 ottobre 2024 al 3 febbraio 2025. In tutto, circa quattro mesi, non 20 anni. Su questo si innesta il blocco delle testimonianze. L’atto di citazione sostiene che otto dichiarazioni giurate di attuali ed ex dipendenti della residenza di Punta del Este abbiano smentito le accuse della massaggiatrice (poi trasmesse alla Procura generale di Milano).
Va ricordato che il caso non arriva a New York come una semplice lite reputazionale. L’attore è Cipriani Usa, Inc., società newyorchese, e la causa non è impostata come diffamazione. I titoli invocati sono interferenza illecita con relazioni economiche. In sostanza: non solo «ci avete offeso», ma «avete danneggiato il nostro business». Il danno viene legato soprattutto a un finanziamento da 50 milioni di dollari. Secondo l’atto, il 14 maggio 2026 un finanziatore, indicato come Lender A, avrebbe sospeso il closing finché Cipriani Usa non avesse chiarito le accuse su Epstein, corruzione, Uruguay e integrità commerciale. La società sostiene di avere già sostenuto oltre 1 milione di dollari in spese legali, investigative e professionali, e indica circa 50 milioni di dollari di costi collegati al ritardo dell’operazione. La richiesta complessiva arriva ad almeno 250 milioni di dollari, oltre a danni punitivi e misure di rimozione, correzione o deindicizzazione dei contenuti giudicati falsi. I convenuti sono il Fatto Quotidiano e la Rai per Report. È sempre Cartabianca compare solo nella ricostruzione dei fatti, soprattutto per il caso Nordio, ma non è parte convenuta in questo atto americano. Ma la trasmissione di Mediaset compare nella citazione di richiesta di danni depositata ieri a Roma dagli avvocati Emanuele Fisicaro, Paolo Siniscalchi e Antonella Calcaterra. In questo caso la richiesta è di 5 milioni per il Fatto, mentre di 1,5 milioni di euro a testa per Rai e Fininvest. Le narrazioni contestate sono quattro: Epstein, Nordio, festini e adozione. Su Epstein, Cipriani sostiene che ci furono solo bozze per un’operazione mai chiusa: nessun bonifico da 800.000 sterline, nessun accordo, nessuna partnership. Sul ministro Nordio, l’atto richiama la smentita in diretta del ministro e il successivo rilancio del tema da parte di Report.
Sull’adozione, la causa ricostruisce una procedura seguita da Inau e tribunale di Maldonado, con cure negli Stati Uniti nel 2021 e adozione definitiva nel 2023. C’è poi il richiamo al comunicato della Procura generale di Milano, firmato da Francesca Nanni, secondo cui le notizie di stampa «non corrispondono al vero», e la conferma della grazia da parte del Quirinale.
Infine, le diffide: secondo l’atto, i legali di Cipriani avvertirono Fatto e Report il 2 maggio. Nonostante questo, sostiene la causa, Report andò in onda e il Fatto continuò a pubblicare. Da qui la richiesta di danni punitivi e di un processo con giuria. C’è infine un dettaglio di mercato: il Fatto è una società quotata. Se il contenzioso americano sarà ritenuto rilevante per valore o ricadute, dovrà essere comunicato agli investitori.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Furio Suvilla, l’avvocato appoggiato dal fondatore di Futuro nazionale, al primo turno era arrivato addirittura al 14,21%, staccando di cinque punti la Lega. Ma in vista del ballottaggio, l’uomo di Vannacci si era rifiutato di far confluire le proprie preferenze sull’azzurro: «Non appoggeremo», aveva detto, «chi si definisce di centrodestra ma poi ha paura di prendere posizioni ufficiali sui temi più importanti che riguardano la nostra città». Era quasi un invito a premiare Rossella Buratti, candidata del campo largo, testa di serie allo «spareggio» di questo fine settimana, grazie alle tensioni nello schieramento avversario. La «destra destra» esortava a «recarsi alle urne votando scheda bianca o annullando».
Al contrario di Suvilla, Fdi e Carroccio, che al primo turno si erano divisi da Forza Italia, lanciando, insieme a Noi moderati, Riccardo Ghia (terzo, con il 21,45% dei suffragi, alle spalle di Massara Previde, che aveva preso il 24,38%), hanno lasciato ai loro elettori libertà di coscienza. E costoro, in maggioranza, hanno deciso che era il caso di consegnare le chiavi della città all’uomo indicato dai forzisti per subentrare ad Andrea Ceffa, leghista, travolto da un’accusa di corruzione per cui è a processo.
Al di là del dato locale - il centrodestra tiene Vigevano da 26 anni - dal Pavese arriva una lezione di respiro nazionale, in prospettiva politiche 2027. Ieri, Laura Ravetto, esponente di Fn, ha aperto all’idea di un’alleanza con il centrodestra: «Non si capisce perché bisognerebbe dividersi per consegnare il Paese alla sinistra». A Vigevano, alla lista vannacciana non è riuscito di guastare la festa; ma a Trecate (Novara), il candidato del centrodestra, Roberto Minera, è rimasto indietro di cinque punti rispetto a Raffaele Sacco, di Pd e 5 stelle, proprio per il mancato apparentamento con Rosa Criscuolo, di Futuro nazionale. È, in piccolo, ciò che potrebbe accadere in grande tra un anno.
Vanacci non ha escluso un’intesa con l’attuale maggioranza, dove invece si registrano le logiche chiusure della Lega e i malumori di Fi, con tanto di scambi di battute a distanza tra il generale e Marina Berlusconi, oltre alla freddezza di Giorgia Meloni. Vannacci guarda ai sondaggi, che lo danno oltre il 4%, e alza il tiro: vuole che la coalizione si adegui alle sue «linee rosse». Nel fenomeno Fn quale ago della bilancia si profila un duplice rischio: far perdere il centrodestra, oppure condizionarlo. E imporgli il fardello di un kingmaker «impresentabile». In entrambi i casi, sarebbe un regalo alla sinistra.
È comprensibile che Vannacci cerchi il proprio posto al sole. Ma è tempo che decida cosa vuol fare da grande. Altrimenti, la sua sarà la tipica ascesa del gatekeeper: più che alla destra, servirà agli avversari. Roba da militari, no? Divide et impera...
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