True
2021-08-30
Prendi i soldi e scappa
Ansa
Il percorso è così accidentato che, nel cantiere da cui dovrà sorgere il decreto anti delocalizzazioni, per ora, è un tutti contro tutti. Le associazioni datoriali, Confindustria in testa, bombardano il governo un giorno sì e l'altro pure, con il presidente Carlo Bonomi che non si lascia sfuggire occasione alcuna per recapitare le sue critiche in Via Veneto. Destinatario: il ministro del Lavoro Andrea Orlando, accusato di «propaganda anti impresa». Sul fronte opposto ci sono i sindacati, che registrano una certa confusione sulle crisi industriali in atto, con le convocazioni dei tavoli a rilento, e lamentano «scarso confronto e assenza di dibattito» su come gestire le fughe delle multinazionali all'estero.
In mezzo, si svolge la guerra delle bozze tra i vari dicasteri, con il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti irritato per non essere stato coinvolto nella stesura iniziale del testo dalla sua vice, Alessandra Todde, e dallo stesso Orlando. Tanto da dover ribadire che «sulle delocalizzazioni selvagge ci sarà un provvedimento collegiale del governo». E che «va evitato il rischio che determinate misure possano disincentivare gli investimenti».
Al di là dei toni, chi è al lavoro sui vari dossier non nasconde una certa preoccupazione per le prossime settimane, quando verranno al pettine alcuni nodi che gli ultimi 18 mesi di pandemia hanno solo congelato. Primi fra tutti, la riorganizzazione delle imprese e la loro ricollocazione geografica. «Non mi stupirei se ci fossero altri casi come quelli della Gianetti Ruote o della Gkn, con i lavoratori licenziati via pec o addirittura con dei messaggi Whatsapp», confida alla Verità Giampietro Castano, «l'uomo delle crisi», che per anni ha gestito le vertenze al Mise e che ora lavora al decreto anti delocalizzazioni al fianco di Orlando. I settori dell'elettrodomestico e la manifattura della moda potrebbero essere quelli più a rischio, con tante aziende che già rivolgono lo sguardo verso Ovest, al Regno Unito post Brexit. «Quello a cui si sta lavorando è un insieme di regole che costringano le tante imprese presenti nel tessuto italiano a rispettare un determinato percorso qualora decidano di spostare la produzione all'estero», continua Castano. «Non c'è un intento punitivo, le aziende sono libere di fare delle scelte, ma le conseguenze vanno gestite insieme. Le grandi multinazionali, su questi temi, non sono state molto sensibili. In assenza di una norma, se ne sono fregate».
Come raccontato in queste pagine, la responsabilità sociale di impresa è stata spesso sacrificata sull'altare dei profitti, con le multinazionali che hanno detto addio lasciando per strada impianti, a volte nuovi di zecca, e soprattutto lavoratori. Spesso lo hanno fatto dopo aver incassato finanziamenti e contributi pubblici per investire nel nostro Paese, soprattutto al Sud. Lasciando i governi a gestire i cocci dei ricollocamenti e degli ammortizzatori sociali, alle prese con le ripercussioni economiche e sociali che hanno inaridito tante zone d'Italia.
«Incassano 3 milioni e poi ci licenziano attraverso una pec»
«In queste situazioni, le organizzazioni sindacali lottano contro le “bombe atomiche" di cui le multinazionali possono disporre. E lo fanno con la sola forza di una fionda». Basta questa immagine, descritta dal segretario della Fim-Cisl Toscana, Alessandro Beccastrini, a restituire il senso della battaglia che i 422 lavoratori dello stabilimento Gkn di Campi Bisenzio, nella cintura metropolitana di Firenze, stanno portando avanti per evitare il licenziamento. La vertenza è complicata: l'azienda, di proprietà del fondo d'investimento inglese Melrose, non lascia margini di trattativa. L'unica prospettiva paventata è la cassa integrazione per cessazione di attività, senza alcuna disponibilità a ritirare i licenziamenti decisi lo scorso luglio e comunicati forse nel modo più violento: attraverso una pec. «È difficile trovare dei filantropi dentro questi fondi», spiegano i sindacati che stanno seguendo la vertenza. «Quando tutto va bene, ristrutturano, tagliano e poi vendono a una nuova proprietà. Quando va male, spremono il limone per poi gettarlo». Per domani è previsto un tavolo al ministero dello Sviluppo economico per cercare uno spiraglio, anche se gli operai, in assemblea permanente ormai da settimane, non si fanno troppe illusioni: «Se la discussione non è avanzata in questi giorni, dubito che la sostanza possa cambiare di molto», spiega alla Verità Matteo Moretti, Rsu Fiom nello stabilimento fiorentino. «In questa mobilitazione, l'obiettivo non è ottenere una manciata di soldi in più o qualche mese ulteriore di cassa integrazione, ma garantire la produttività dello stabilimento, che sia Gkn o qualcun altro a farlo. Non possiamo permetterci, e non possono farlo nemmeno tutte le istituzioni coinvolte, che 500 posti di lavoro vengano cancellati». In una provincia che ha già pagato un prezzo alto alle delocalizzazioni - dalla Bekaert di Figline Valdarno in poi - la crisi della Gkn ha quasi il sapore della beffa, soprattutto per via dei contributi pubblici che il gruppo ha incassato negli ultimi anni: circa «3 milioni di euro», secondo il viceministro allo Sviluppo economico, Alessandra Todde. Per i lavoratori del Collettivo di fabbrica, si tratterebbe di una parte minima rispetto alle tante forme di agevolazione di cui l'azienda ha beneficiato da quando ha deciso di produrre i suoi semiassi nello stabilimento di Campi Bisenzio. «Ci sembra assurdo soprattutto che il governo italiano possa avere una partnership con un'azienda che si comporta come Gkn/Melrose», scrive la Rsu della fabbrica in uno degli ultimi comunicati diffusi, ricordando la collaborazione tra Gkn Fokker e Leonardo nel consorzio Nhi Industries, per la produzione di mezzi militari. Ecco perché, nel presidio di fronte allo stabilimento fiorentino, le posizioni degli operai restano piuttosto ferme: al governo si chiede una decretazione d'urgenza per bloccare i licenziamenti e una legge anti-delocalizzazioni che costringa le aziende che vanno via a garantire la continuità produttività.
«Eppure se si volesse Whirlpool potrebbe riaprire pure domani»
«Se noi operai chiedessimo un prestito o un finanziamento per iniziare un'attività e non riuscissimo a restituirlo, sa cosa accadrebbe? Verrebbero a sequestrare tutto. Perché per le multinazionali non avviene altrettanto? Perché sono libere di incassare soldi pubblici e poi chiudere gli stabilimenti o portare le produzioni all'estero?».
Negli ultimi mesi, Luciano Doria si è fatto più volte questa domanda. Più volte ha provato a capire perché i vertici di Whirlpool, azienda per la quale lavora da oltre 30 anni, abbiano deciso di tenere lui e gli oltre 300 operai dello stabilimento di Napoli in un limbo. In bilico, sospesi sul confine del licenziamento.
Luciano Doria, è previsto un nuovo incontro tra le parti per sbloccare una situazione che si trascina da mesi. Che cosa si aspetta?
«Qualsiasi possibilità, che sia la reindustrializzazione o la ripresa delle attività, come tutti auspichiamo, non può prescindere da una condizione».
Quale?
«Bloccare i licenziamenti. Non possiamo discutere con la spada di Damocle del licenziamento sulla testa. Finora non abbiamo ricevuto proposte, solo dichiarazioni».
Nel frattempo, lo stabilimento è chiuso e la produzione è ferma.
«La fabbrica è chiusa da ottobre, dal 1° novembre siamo in cassa integrazione, che è la stessa società ad anticiparci».
Tuttavia, il presidio «Napoli non molla» è sempre lì, in fabbrica.
«Il presidio è sempre attivo, a combattere nelle aree esterne dello stabilimento. Per assurdo, se domani alzassimo l'interruttore e facessimo un minimo di manutenzione, la fabbrica potrebbe ripartire. Abbiamo chiuso e messo in sicurezza esattamente come si fa quando inizia il periodo di ferie».
Sperate di rientrare e di riprendervi il lavoro?
«Con la battaglia che stiamo portando avanti non difendiamo solo il nostro lavoro, ma un intero territorio, martoriato da decenni di abbandono da parte delle aziende. La Whirlpool, che in questi anni ha incassato milioni di contributi pubblici, lascerebbe una fabbrica automatizzata, innovativa, la cui qualità è riconosciuta da tutti. Una azienda in crescita non può pensare di chiudere senza fare una contrattazione, una proposta, o quantomeno una discussione».
Che cosa pensa del decreto anti-delocalizzazioni di cui si discute in queste settimane?
«Aspettiamo di vedere il testo finale. Per come è stato impostato all'inizio, circolava una certa fiducia tra noi operai. Il modo in cui si preparano ad affinare il decreto non ci piace, ci sembra tanto un cedimento di fronte alle pretese delle aziende».
«La Timken chiude da un giorno all’altro e va in Romania»

Il segretario della Fiom Antonio Ghirardi
Per i vertici della Timken, azienda che produce cuscinetti a rulli conici, le uniche trattative permesse sono quelle a senso unico. Almeno nello stabilimento di Villa Carcina, nel bresciano, dove 105 lavoratori attendono di conoscere il loro futuro. «Nell'ultimo incontro che abbiamo avuto con l'azienda ci è stato comunicato che la decisione di chiudere lo stabilimento è irrevocabile. Si chiude per portare tutto in Romania, anche se non hanno mai voluto dirlo con chiarezza», dice Antonio Ghirardi, segretario della Fiom Cgil di Brescia.
Come è arrivata la notizia dei licenziamenti?
«Con un comunicato di 4 righe, letto in inglese dal direttore europeo dell'azienda».
Dopo l'avvio della procedura di licenziamento collettivo, ci sono 75 giorni per un'intesa. La ritiene possibile?
«Le sensazioni non sono buone di fronte a una chiusura così repentina e all'assenza di una trattativa».
Quali sono le condizioni poste dalla Timken?
«Propongono di discutere l'utilizzo di un anno di cassa integrazione straordinaria per cessata attività, cioè un ammortizzatore sociale in deroga previsto per le aziende che chiudono, non per quelle che vogliono chiudere e trasferire la produzione all'estero. Noi vogliamo restare aperti: un anno di cassa significa accettare la chiusura dell'azienda, sospendere il presidio e andare a casa. Trovo immorale che lo Stato debba pagare una azienda per delocalizzare».
Alternative?
«Il contratto di solidarietà, per il quale servirebbe il mantenimento di un livello minimo di produzione. Al momento abbiamo ricevuto solo chiusure: la produzione è ferma e non ci sono possibilità di cederla in caso di manifestazioni di interesse. La produzione dei cuscinetti si sposta in Romania e la Timken non perde le sue quote di mercato».
«Siamo più forti e diversificati che mai, stiamo ottenendo ricavi e guadagni record», si legge sul sito dell'azienda.
«Un atteggiamento barbaro, inaccettabile. Non esiste che da un giorno all'altro ti dicano “chiudiamo lo stabilimento, siete fuori". In Italia ci sono dei problemi, ma ci sono tanti imprenditori che ce la fanno a restare qui».
Che cosa manca al sistema italiano per contrastare il potere, e spesso l'arroganza, delle multinazionali?
«Un'attenzione maggiore e una urgente riforma degli ammortizzatori sociali: quella del 2015 è stata del tutto sbagliata. Questi strumenti andrebbero usati in maniera migliore, negli ultimi anni ne è stato fatto un uso troppo allegro».
Continua a leggereRiduci
Il governo litiga al suo interno e con Confindustria per il decreto teso a colpire le aziende che spostano all'estero le attività. Come hanno fatto parecchie industrie dopo avere intascato ricchi contributi statali.La Gkn di Campi Bisenzio lascia a casa 422 lavoratori: «Troppe agevolazioni», è la loro protesta. Domani un vertice al ministero.I dipendenti collocati in cassa integrazione: «Lo stabilimento è automatizzato e innovativo».La Timken chiude da un giorno all'altro e va in Romania. Il sindacalista Fiom Antonio Ghirardi: «Ce l'ha detto il direttore leggendoci un comunicato di 4 righe in inglese».Il percorso è così accidentato che, nel cantiere da cui dovrà sorgere il decreto anti delocalizzazioni, per ora, è un tutti contro tutti. Le associazioni datoriali, Confindustria in testa, bombardano il governo un giorno sì e l'altro pure, con il presidente Carlo Bonomi che non si lascia sfuggire occasione alcuna per recapitare le sue critiche in Via Veneto. Destinatario: il ministro del Lavoro Andrea Orlando, accusato di «propaganda anti impresa». Sul fronte opposto ci sono i sindacati, che registrano una certa confusione sulle crisi industriali in atto, con le convocazioni dei tavoli a rilento, e lamentano «scarso confronto e assenza di dibattito» su come gestire le fughe delle multinazionali all'estero. In mezzo, si svolge la guerra delle bozze tra i vari dicasteri, con il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti irritato per non essere stato coinvolto nella stesura iniziale del testo dalla sua vice, Alessandra Todde, e dallo stesso Orlando. Tanto da dover ribadire che «sulle delocalizzazioni selvagge ci sarà un provvedimento collegiale del governo». E che «va evitato il rischio che determinate misure possano disincentivare gli investimenti». Al di là dei toni, chi è al lavoro sui vari dossier non nasconde una certa preoccupazione per le prossime settimane, quando verranno al pettine alcuni nodi che gli ultimi 18 mesi di pandemia hanno solo congelato. Primi fra tutti, la riorganizzazione delle imprese e la loro ricollocazione geografica. «Non mi stupirei se ci fossero altri casi come quelli della Gianetti Ruote o della Gkn, con i lavoratori licenziati via pec o addirittura con dei messaggi Whatsapp», confida alla Verità Giampietro Castano, «l'uomo delle crisi», che per anni ha gestito le vertenze al Mise e che ora lavora al decreto anti delocalizzazioni al fianco di Orlando. I settori dell'elettrodomestico e la manifattura della moda potrebbero essere quelli più a rischio, con tante aziende che già rivolgono lo sguardo verso Ovest, al Regno Unito post Brexit. «Quello a cui si sta lavorando è un insieme di regole che costringano le tante imprese presenti nel tessuto italiano a rispettare un determinato percorso qualora decidano di spostare la produzione all'estero», continua Castano. «Non c'è un intento punitivo, le aziende sono libere di fare delle scelte, ma le conseguenze vanno gestite insieme. Le grandi multinazionali, su questi temi, non sono state molto sensibili. In assenza di una norma, se ne sono fregate». Come raccontato in queste pagine, la responsabilità sociale di impresa è stata spesso sacrificata sull'altare dei profitti, con le multinazionali che hanno detto addio lasciando per strada impianti, a volte nuovi di zecca, e soprattutto lavoratori. Spesso lo hanno fatto dopo aver incassato finanziamenti e contributi pubblici per investire nel nostro Paese, soprattutto al Sud. Lasciando i governi a gestire i cocci dei ricollocamenti e degli ammortizzatori sociali, alle prese con le ripercussioni economiche e sociali che hanno inaridito tante zone d'Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="incassano-3-milioni-e-poi-ci-licenziano-attraverso-una-pec" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «Incassano 3 milioni e poi ci licenziano attraverso una pec» «In queste situazioni, le organizzazioni sindacali lottano contro le “bombe atomiche" di cui le multinazionali possono disporre. E lo fanno con la sola forza di una fionda». Basta questa immagine, descritta dal segretario della Fim-Cisl Toscana, Alessandro Beccastrini, a restituire il senso della battaglia che i 422 lavoratori dello stabilimento Gkn di Campi Bisenzio, nella cintura metropolitana di Firenze, stanno portando avanti per evitare il licenziamento. La vertenza è complicata: l'azienda, di proprietà del fondo d'investimento inglese Melrose, non lascia margini di trattativa. L'unica prospettiva paventata è la cassa integrazione per cessazione di attività, senza alcuna disponibilità a ritirare i licenziamenti decisi lo scorso luglio e comunicati forse nel modo più violento: attraverso una pec. «È difficile trovare dei filantropi dentro questi fondi», spiegano i sindacati che stanno seguendo la vertenza. «Quando tutto va bene, ristrutturano, tagliano e poi vendono a una nuova proprietà. Quando va male, spremono il limone per poi gettarlo». Per domani è previsto un tavolo al ministero dello Sviluppo economico per cercare uno spiraglio, anche se gli operai, in assemblea permanente ormai da settimane, non si fanno troppe illusioni: «Se la discussione non è avanzata in questi giorni, dubito che la sostanza possa cambiare di molto», spiega alla Verità Matteo Moretti, Rsu Fiom nello stabilimento fiorentino. «In questa mobilitazione, l'obiettivo non è ottenere una manciata di soldi in più o qualche mese ulteriore di cassa integrazione, ma garantire la produttività dello stabilimento, che sia Gkn o qualcun altro a farlo. Non possiamo permetterci, e non possono farlo nemmeno tutte le istituzioni coinvolte, che 500 posti di lavoro vengano cancellati». In una provincia che ha già pagato un prezzo alto alle delocalizzazioni - dalla Bekaert di Figline Valdarno in poi - la crisi della Gkn ha quasi il sapore della beffa, soprattutto per via dei contributi pubblici che il gruppo ha incassato negli ultimi anni: circa «3 milioni di euro», secondo il viceministro allo Sviluppo economico, Alessandra Todde. Per i lavoratori del Collettivo di fabbrica, si tratterebbe di una parte minima rispetto alle tante forme di agevolazione di cui l'azienda ha beneficiato da quando ha deciso di produrre i suoi semiassi nello stabilimento di Campi Bisenzio. «Ci sembra assurdo soprattutto che il governo italiano possa avere una partnership con un'azienda che si comporta come Gkn/Melrose», scrive la Rsu della fabbrica in uno degli ultimi comunicati diffusi, ricordando la collaborazione tra Gkn Fokker e Leonardo nel consorzio Nhi Industries, per la produzione di mezzi militari. Ecco perché, nel presidio di fronte allo stabilimento fiorentino, le posizioni degli operai restano piuttosto ferme: al governo si chiede una decretazione d'urgenza per bloccare i licenziamenti e una legge anti-delocalizzazioni che costringa le aziende che vanno via a garantire la continuità produttività. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="eppure-se-si-volesse-whirlpool-potrebbe-riaprire-pure-domani" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «Eppure se si volesse Whirlpool potrebbe riaprire pure domani» «Se noi operai chiedessimo un prestito o un finanziamento per iniziare un'attività e non riuscissimo a restituirlo, sa cosa accadrebbe? Verrebbero a sequestrare tutto. Perché per le multinazionali non avviene altrettanto? Perché sono libere di incassare soldi pubblici e poi chiudere gli stabilimenti o portare le produzioni all'estero?». Negli ultimi mesi, Luciano Doria si è fatto più volte questa domanda. Più volte ha provato a capire perché i vertici di Whirlpool, azienda per la quale lavora da oltre 30 anni, abbiano deciso di tenere lui e gli oltre 300 operai dello stabilimento di Napoli in un limbo. In bilico, sospesi sul confine del licenziamento. Luciano Doria, è previsto un nuovo incontro tra le parti per sbloccare una situazione che si trascina da mesi. Che cosa si aspetta? «Qualsiasi possibilità, che sia la reindustrializzazione o la ripresa delle attività, come tutti auspichiamo, non può prescindere da una condizione». Quale? «Bloccare i licenziamenti. Non possiamo discutere con la spada di Damocle del licenziamento sulla testa. Finora non abbiamo ricevuto proposte, solo dichiarazioni». Nel frattempo, lo stabilimento è chiuso e la produzione è ferma. «La fabbrica è chiusa da ottobre, dal 1° novembre siamo in cassa integrazione, che è la stessa società ad anticiparci». Tuttavia, il presidio «Napoli non molla» è sempre lì, in fabbrica. «Il presidio è sempre attivo, a combattere nelle aree esterne dello stabilimento. Per assurdo, se domani alzassimo l'interruttore e facessimo un minimo di manutenzione, la fabbrica potrebbe ripartire. Abbiamo chiuso e messo in sicurezza esattamente come si fa quando inizia il periodo di ferie». Sperate di rientrare e di riprendervi il lavoro? «Con la battaglia che stiamo portando avanti non difendiamo solo il nostro lavoro, ma un intero territorio, martoriato da decenni di abbandono da parte delle aziende. La Whirlpool, che in questi anni ha incassato milioni di contributi pubblici, lascerebbe una fabbrica automatizzata, innovativa, la cui qualità è riconosciuta da tutti. Una azienda in crescita non può pensare di chiudere senza fare una contrattazione, una proposta, o quantomeno una discussione». Che cosa pensa del decreto anti-delocalizzazioni di cui si discute in queste settimane? «Aspettiamo di vedere il testo finale. Per come è stato impostato all'inizio, circolava una certa fiducia tra noi operai. Il modo in cui si preparano ad affinare il decreto non ci piace, ci sembra tanto un cedimento di fronte alle pretese delle aziende». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-timken-chiude-da-un-giorno-allaltro-e-va-in-romania" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «La Timken chiude da un giorno all’altro e va in Romania» Il segretario della Fiom Antonio Ghirardi Per i vertici della Timken, azienda che produce cuscinetti a rulli conici, le uniche trattative permesse sono quelle a senso unico. Almeno nello stabilimento di Villa Carcina, nel bresciano, dove 105 lavoratori attendono di conoscere il loro futuro. «Nell'ultimo incontro che abbiamo avuto con l'azienda ci è stato comunicato che la decisione di chiudere lo stabilimento è irrevocabile. Si chiude per portare tutto in Romania, anche se non hanno mai voluto dirlo con chiarezza», dice Antonio Ghirardi, segretario della Fiom Cgil di Brescia. Come è arrivata la notizia dei licenziamenti? «Con un comunicato di 4 righe, letto in inglese dal direttore europeo dell'azienda». Dopo l'avvio della procedura di licenziamento collettivo, ci sono 75 giorni per un'intesa. La ritiene possibile? «Le sensazioni non sono buone di fronte a una chiusura così repentina e all'assenza di una trattativa». Quali sono le condizioni poste dalla Timken? «Propongono di discutere l'utilizzo di un anno di cassa integrazione straordinaria per cessata attività, cioè un ammortizzatore sociale in deroga previsto per le aziende che chiudono, non per quelle che vogliono chiudere e trasferire la produzione all'estero. Noi vogliamo restare aperti: un anno di cassa significa accettare la chiusura dell'azienda, sospendere il presidio e andare a casa. Trovo immorale che lo Stato debba pagare una azienda per delocalizzare». Alternative? «Il contratto di solidarietà, per il quale servirebbe il mantenimento di un livello minimo di produzione. Al momento abbiamo ricevuto solo chiusure: la produzione è ferma e non ci sono possibilità di cederla in caso di manifestazioni di interesse. La produzione dei cuscinetti si sposta in Romania e la Timken non perde le sue quote di mercato». «Siamo più forti e diversificati che mai, stiamo ottenendo ricavi e guadagni record», si legge sul sito dell'azienda. «Un atteggiamento barbaro, inaccettabile. Non esiste che da un giorno all'altro ti dicano “chiudiamo lo stabilimento, siete fuori". In Italia ci sono dei problemi, ma ci sono tanti imprenditori che ce la fanno a restare qui». Che cosa manca al sistema italiano per contrastare il potere, e spesso l'arroganza, delle multinazionali? «Un'attenzione maggiore e una urgente riforma degli ammortizzatori sociali: quella del 2015 è stata del tutto sbagliata. Questi strumenti andrebbero usati in maniera migliore, negli ultimi anni ne è stato fatto un uso troppo allegro».
Istock
Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
Continua a leggereRiduci
iStock
Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
Continua a leggereRiduci