True
2021-08-30
Prendi i soldi e scappa
Ansa
Il percorso è così accidentato che, nel cantiere da cui dovrà sorgere il decreto anti delocalizzazioni, per ora, è un tutti contro tutti. Le associazioni datoriali, Confindustria in testa, bombardano il governo un giorno sì e l'altro pure, con il presidente Carlo Bonomi che non si lascia sfuggire occasione alcuna per recapitare le sue critiche in Via Veneto. Destinatario: il ministro del Lavoro Andrea Orlando, accusato di «propaganda anti impresa». Sul fronte opposto ci sono i sindacati, che registrano una certa confusione sulle crisi industriali in atto, con le convocazioni dei tavoli a rilento, e lamentano «scarso confronto e assenza di dibattito» su come gestire le fughe delle multinazionali all'estero.
In mezzo, si svolge la guerra delle bozze tra i vari dicasteri, con il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti irritato per non essere stato coinvolto nella stesura iniziale del testo dalla sua vice, Alessandra Todde, e dallo stesso Orlando. Tanto da dover ribadire che «sulle delocalizzazioni selvagge ci sarà un provvedimento collegiale del governo». E che «va evitato il rischio che determinate misure possano disincentivare gli investimenti».
Al di là dei toni, chi è al lavoro sui vari dossier non nasconde una certa preoccupazione per le prossime settimane, quando verranno al pettine alcuni nodi che gli ultimi 18 mesi di pandemia hanno solo congelato. Primi fra tutti, la riorganizzazione delle imprese e la loro ricollocazione geografica. «Non mi stupirei se ci fossero altri casi come quelli della Gianetti Ruote o della Gkn, con i lavoratori licenziati via pec o addirittura con dei messaggi Whatsapp», confida alla Verità Giampietro Castano, «l'uomo delle crisi», che per anni ha gestito le vertenze al Mise e che ora lavora al decreto anti delocalizzazioni al fianco di Orlando. I settori dell'elettrodomestico e la manifattura della moda potrebbero essere quelli più a rischio, con tante aziende che già rivolgono lo sguardo verso Ovest, al Regno Unito post Brexit. «Quello a cui si sta lavorando è un insieme di regole che costringano le tante imprese presenti nel tessuto italiano a rispettare un determinato percorso qualora decidano di spostare la produzione all'estero», continua Castano. «Non c'è un intento punitivo, le aziende sono libere di fare delle scelte, ma le conseguenze vanno gestite insieme. Le grandi multinazionali, su questi temi, non sono state molto sensibili. In assenza di una norma, se ne sono fregate».
Come raccontato in queste pagine, la responsabilità sociale di impresa è stata spesso sacrificata sull'altare dei profitti, con le multinazionali che hanno detto addio lasciando per strada impianti, a volte nuovi di zecca, e soprattutto lavoratori. Spesso lo hanno fatto dopo aver incassato finanziamenti e contributi pubblici per investire nel nostro Paese, soprattutto al Sud. Lasciando i governi a gestire i cocci dei ricollocamenti e degli ammortizzatori sociali, alle prese con le ripercussioni economiche e sociali che hanno inaridito tante zone d'Italia.
«Incassano 3 milioni e poi ci licenziano attraverso una pec»
«In queste situazioni, le organizzazioni sindacali lottano contro le “bombe atomiche" di cui le multinazionali possono disporre. E lo fanno con la sola forza di una fionda». Basta questa immagine, descritta dal segretario della Fim-Cisl Toscana, Alessandro Beccastrini, a restituire il senso della battaglia che i 422 lavoratori dello stabilimento Gkn di Campi Bisenzio, nella cintura metropolitana di Firenze, stanno portando avanti per evitare il licenziamento. La vertenza è complicata: l'azienda, di proprietà del fondo d'investimento inglese Melrose, non lascia margini di trattativa. L'unica prospettiva paventata è la cassa integrazione per cessazione di attività, senza alcuna disponibilità a ritirare i licenziamenti decisi lo scorso luglio e comunicati forse nel modo più violento: attraverso una pec. «È difficile trovare dei filantropi dentro questi fondi», spiegano i sindacati che stanno seguendo la vertenza. «Quando tutto va bene, ristrutturano, tagliano e poi vendono a una nuova proprietà. Quando va male, spremono il limone per poi gettarlo». Per domani è previsto un tavolo al ministero dello Sviluppo economico per cercare uno spiraglio, anche se gli operai, in assemblea permanente ormai da settimane, non si fanno troppe illusioni: «Se la discussione non è avanzata in questi giorni, dubito che la sostanza possa cambiare di molto», spiega alla Verità Matteo Moretti, Rsu Fiom nello stabilimento fiorentino. «In questa mobilitazione, l'obiettivo non è ottenere una manciata di soldi in più o qualche mese ulteriore di cassa integrazione, ma garantire la produttività dello stabilimento, che sia Gkn o qualcun altro a farlo. Non possiamo permetterci, e non possono farlo nemmeno tutte le istituzioni coinvolte, che 500 posti di lavoro vengano cancellati». In una provincia che ha già pagato un prezzo alto alle delocalizzazioni - dalla Bekaert di Figline Valdarno in poi - la crisi della Gkn ha quasi il sapore della beffa, soprattutto per via dei contributi pubblici che il gruppo ha incassato negli ultimi anni: circa «3 milioni di euro», secondo il viceministro allo Sviluppo economico, Alessandra Todde. Per i lavoratori del Collettivo di fabbrica, si tratterebbe di una parte minima rispetto alle tante forme di agevolazione di cui l'azienda ha beneficiato da quando ha deciso di produrre i suoi semiassi nello stabilimento di Campi Bisenzio. «Ci sembra assurdo soprattutto che il governo italiano possa avere una partnership con un'azienda che si comporta come Gkn/Melrose», scrive la Rsu della fabbrica in uno degli ultimi comunicati diffusi, ricordando la collaborazione tra Gkn Fokker e Leonardo nel consorzio Nhi Industries, per la produzione di mezzi militari. Ecco perché, nel presidio di fronte allo stabilimento fiorentino, le posizioni degli operai restano piuttosto ferme: al governo si chiede una decretazione d'urgenza per bloccare i licenziamenti e una legge anti-delocalizzazioni che costringa le aziende che vanno via a garantire la continuità produttività.
«Eppure se si volesse Whirlpool potrebbe riaprire pure domani»
«Se noi operai chiedessimo un prestito o un finanziamento per iniziare un'attività e non riuscissimo a restituirlo, sa cosa accadrebbe? Verrebbero a sequestrare tutto. Perché per le multinazionali non avviene altrettanto? Perché sono libere di incassare soldi pubblici e poi chiudere gli stabilimenti o portare le produzioni all'estero?».
Negli ultimi mesi, Luciano Doria si è fatto più volte questa domanda. Più volte ha provato a capire perché i vertici di Whirlpool, azienda per la quale lavora da oltre 30 anni, abbiano deciso di tenere lui e gli oltre 300 operai dello stabilimento di Napoli in un limbo. In bilico, sospesi sul confine del licenziamento.
Luciano Doria, è previsto un nuovo incontro tra le parti per sbloccare una situazione che si trascina da mesi. Che cosa si aspetta?
«Qualsiasi possibilità, che sia la reindustrializzazione o la ripresa delle attività, come tutti auspichiamo, non può prescindere da una condizione».
Quale?
«Bloccare i licenziamenti. Non possiamo discutere con la spada di Damocle del licenziamento sulla testa. Finora non abbiamo ricevuto proposte, solo dichiarazioni».
Nel frattempo, lo stabilimento è chiuso e la produzione è ferma.
«La fabbrica è chiusa da ottobre, dal 1° novembre siamo in cassa integrazione, che è la stessa società ad anticiparci».
Tuttavia, il presidio «Napoli non molla» è sempre lì, in fabbrica.
«Il presidio è sempre attivo, a combattere nelle aree esterne dello stabilimento. Per assurdo, se domani alzassimo l'interruttore e facessimo un minimo di manutenzione, la fabbrica potrebbe ripartire. Abbiamo chiuso e messo in sicurezza esattamente come si fa quando inizia il periodo di ferie».
Sperate di rientrare e di riprendervi il lavoro?
«Con la battaglia che stiamo portando avanti non difendiamo solo il nostro lavoro, ma un intero territorio, martoriato da decenni di abbandono da parte delle aziende. La Whirlpool, che in questi anni ha incassato milioni di contributi pubblici, lascerebbe una fabbrica automatizzata, innovativa, la cui qualità è riconosciuta da tutti. Una azienda in crescita non può pensare di chiudere senza fare una contrattazione, una proposta, o quantomeno una discussione».
Che cosa pensa del decreto anti-delocalizzazioni di cui si discute in queste settimane?
«Aspettiamo di vedere il testo finale. Per come è stato impostato all'inizio, circolava una certa fiducia tra noi operai. Il modo in cui si preparano ad affinare il decreto non ci piace, ci sembra tanto un cedimento di fronte alle pretese delle aziende».
«La Timken chiude da un giorno all’altro e va in Romania»

Il segretario della Fiom Antonio Ghirardi
Per i vertici della Timken, azienda che produce cuscinetti a rulli conici, le uniche trattative permesse sono quelle a senso unico. Almeno nello stabilimento di Villa Carcina, nel bresciano, dove 105 lavoratori attendono di conoscere il loro futuro. «Nell'ultimo incontro che abbiamo avuto con l'azienda ci è stato comunicato che la decisione di chiudere lo stabilimento è irrevocabile. Si chiude per portare tutto in Romania, anche se non hanno mai voluto dirlo con chiarezza», dice Antonio Ghirardi, segretario della Fiom Cgil di Brescia.
Come è arrivata la notizia dei licenziamenti?
«Con un comunicato di 4 righe, letto in inglese dal direttore europeo dell'azienda».
Dopo l'avvio della procedura di licenziamento collettivo, ci sono 75 giorni per un'intesa. La ritiene possibile?
«Le sensazioni non sono buone di fronte a una chiusura così repentina e all'assenza di una trattativa».
Quali sono le condizioni poste dalla Timken?
«Propongono di discutere l'utilizzo di un anno di cassa integrazione straordinaria per cessata attività, cioè un ammortizzatore sociale in deroga previsto per le aziende che chiudono, non per quelle che vogliono chiudere e trasferire la produzione all'estero. Noi vogliamo restare aperti: un anno di cassa significa accettare la chiusura dell'azienda, sospendere il presidio e andare a casa. Trovo immorale che lo Stato debba pagare una azienda per delocalizzare».
Alternative?
«Il contratto di solidarietà, per il quale servirebbe il mantenimento di un livello minimo di produzione. Al momento abbiamo ricevuto solo chiusure: la produzione è ferma e non ci sono possibilità di cederla in caso di manifestazioni di interesse. La produzione dei cuscinetti si sposta in Romania e la Timken non perde le sue quote di mercato».
«Siamo più forti e diversificati che mai, stiamo ottenendo ricavi e guadagni record», si legge sul sito dell'azienda.
«Un atteggiamento barbaro, inaccettabile. Non esiste che da un giorno all'altro ti dicano “chiudiamo lo stabilimento, siete fuori". In Italia ci sono dei problemi, ma ci sono tanti imprenditori che ce la fanno a restare qui».
Che cosa manca al sistema italiano per contrastare il potere, e spesso l'arroganza, delle multinazionali?
«Un'attenzione maggiore e una urgente riforma degli ammortizzatori sociali: quella del 2015 è stata del tutto sbagliata. Questi strumenti andrebbero usati in maniera migliore, negli ultimi anni ne è stato fatto un uso troppo allegro».
Continua a leggereRiduci
Il governo litiga al suo interno e con Confindustria per il decreto teso a colpire le aziende che spostano all'estero le attività. Come hanno fatto parecchie industrie dopo avere intascato ricchi contributi statali.La Gkn di Campi Bisenzio lascia a casa 422 lavoratori: «Troppe agevolazioni», è la loro protesta. Domani un vertice al ministero.I dipendenti collocati in cassa integrazione: «Lo stabilimento è automatizzato e innovativo».La Timken chiude da un giorno all'altro e va in Romania. Il sindacalista Fiom Antonio Ghirardi: «Ce l'ha detto il direttore leggendoci un comunicato di 4 righe in inglese».Il percorso è così accidentato che, nel cantiere da cui dovrà sorgere il decreto anti delocalizzazioni, per ora, è un tutti contro tutti. Le associazioni datoriali, Confindustria in testa, bombardano il governo un giorno sì e l'altro pure, con il presidente Carlo Bonomi che non si lascia sfuggire occasione alcuna per recapitare le sue critiche in Via Veneto. Destinatario: il ministro del Lavoro Andrea Orlando, accusato di «propaganda anti impresa». Sul fronte opposto ci sono i sindacati, che registrano una certa confusione sulle crisi industriali in atto, con le convocazioni dei tavoli a rilento, e lamentano «scarso confronto e assenza di dibattito» su come gestire le fughe delle multinazionali all'estero. In mezzo, si svolge la guerra delle bozze tra i vari dicasteri, con il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti irritato per non essere stato coinvolto nella stesura iniziale del testo dalla sua vice, Alessandra Todde, e dallo stesso Orlando. Tanto da dover ribadire che «sulle delocalizzazioni selvagge ci sarà un provvedimento collegiale del governo». E che «va evitato il rischio che determinate misure possano disincentivare gli investimenti». Al di là dei toni, chi è al lavoro sui vari dossier non nasconde una certa preoccupazione per le prossime settimane, quando verranno al pettine alcuni nodi che gli ultimi 18 mesi di pandemia hanno solo congelato. Primi fra tutti, la riorganizzazione delle imprese e la loro ricollocazione geografica. «Non mi stupirei se ci fossero altri casi come quelli della Gianetti Ruote o della Gkn, con i lavoratori licenziati via pec o addirittura con dei messaggi Whatsapp», confida alla Verità Giampietro Castano, «l'uomo delle crisi», che per anni ha gestito le vertenze al Mise e che ora lavora al decreto anti delocalizzazioni al fianco di Orlando. I settori dell'elettrodomestico e la manifattura della moda potrebbero essere quelli più a rischio, con tante aziende che già rivolgono lo sguardo verso Ovest, al Regno Unito post Brexit. «Quello a cui si sta lavorando è un insieme di regole che costringano le tante imprese presenti nel tessuto italiano a rispettare un determinato percorso qualora decidano di spostare la produzione all'estero», continua Castano. «Non c'è un intento punitivo, le aziende sono libere di fare delle scelte, ma le conseguenze vanno gestite insieme. Le grandi multinazionali, su questi temi, non sono state molto sensibili. In assenza di una norma, se ne sono fregate». Come raccontato in queste pagine, la responsabilità sociale di impresa è stata spesso sacrificata sull'altare dei profitti, con le multinazionali che hanno detto addio lasciando per strada impianti, a volte nuovi di zecca, e soprattutto lavoratori. Spesso lo hanno fatto dopo aver incassato finanziamenti e contributi pubblici per investire nel nostro Paese, soprattutto al Sud. Lasciando i governi a gestire i cocci dei ricollocamenti e degli ammortizzatori sociali, alle prese con le ripercussioni economiche e sociali che hanno inaridito tante zone d'Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="incassano-3-milioni-e-poi-ci-licenziano-attraverso-una-pec" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «Incassano 3 milioni e poi ci licenziano attraverso una pec» «In queste situazioni, le organizzazioni sindacali lottano contro le “bombe atomiche" di cui le multinazionali possono disporre. E lo fanno con la sola forza di una fionda». Basta questa immagine, descritta dal segretario della Fim-Cisl Toscana, Alessandro Beccastrini, a restituire il senso della battaglia che i 422 lavoratori dello stabilimento Gkn di Campi Bisenzio, nella cintura metropolitana di Firenze, stanno portando avanti per evitare il licenziamento. La vertenza è complicata: l'azienda, di proprietà del fondo d'investimento inglese Melrose, non lascia margini di trattativa. L'unica prospettiva paventata è la cassa integrazione per cessazione di attività, senza alcuna disponibilità a ritirare i licenziamenti decisi lo scorso luglio e comunicati forse nel modo più violento: attraverso una pec. «È difficile trovare dei filantropi dentro questi fondi», spiegano i sindacati che stanno seguendo la vertenza. «Quando tutto va bene, ristrutturano, tagliano e poi vendono a una nuova proprietà. Quando va male, spremono il limone per poi gettarlo». Per domani è previsto un tavolo al ministero dello Sviluppo economico per cercare uno spiraglio, anche se gli operai, in assemblea permanente ormai da settimane, non si fanno troppe illusioni: «Se la discussione non è avanzata in questi giorni, dubito che la sostanza possa cambiare di molto», spiega alla Verità Matteo Moretti, Rsu Fiom nello stabilimento fiorentino. «In questa mobilitazione, l'obiettivo non è ottenere una manciata di soldi in più o qualche mese ulteriore di cassa integrazione, ma garantire la produttività dello stabilimento, che sia Gkn o qualcun altro a farlo. Non possiamo permetterci, e non possono farlo nemmeno tutte le istituzioni coinvolte, che 500 posti di lavoro vengano cancellati». In una provincia che ha già pagato un prezzo alto alle delocalizzazioni - dalla Bekaert di Figline Valdarno in poi - la crisi della Gkn ha quasi il sapore della beffa, soprattutto per via dei contributi pubblici che il gruppo ha incassato negli ultimi anni: circa «3 milioni di euro», secondo il viceministro allo Sviluppo economico, Alessandra Todde. Per i lavoratori del Collettivo di fabbrica, si tratterebbe di una parte minima rispetto alle tante forme di agevolazione di cui l'azienda ha beneficiato da quando ha deciso di produrre i suoi semiassi nello stabilimento di Campi Bisenzio. «Ci sembra assurdo soprattutto che il governo italiano possa avere una partnership con un'azienda che si comporta come Gkn/Melrose», scrive la Rsu della fabbrica in uno degli ultimi comunicati diffusi, ricordando la collaborazione tra Gkn Fokker e Leonardo nel consorzio Nhi Industries, per la produzione di mezzi militari. Ecco perché, nel presidio di fronte allo stabilimento fiorentino, le posizioni degli operai restano piuttosto ferme: al governo si chiede una decretazione d'urgenza per bloccare i licenziamenti e una legge anti-delocalizzazioni che costringa le aziende che vanno via a garantire la continuità produttività. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="eppure-se-si-volesse-whirlpool-potrebbe-riaprire-pure-domani" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «Eppure se si volesse Whirlpool potrebbe riaprire pure domani» «Se noi operai chiedessimo un prestito o un finanziamento per iniziare un'attività e non riuscissimo a restituirlo, sa cosa accadrebbe? Verrebbero a sequestrare tutto. Perché per le multinazionali non avviene altrettanto? Perché sono libere di incassare soldi pubblici e poi chiudere gli stabilimenti o portare le produzioni all'estero?». Negli ultimi mesi, Luciano Doria si è fatto più volte questa domanda. Più volte ha provato a capire perché i vertici di Whirlpool, azienda per la quale lavora da oltre 30 anni, abbiano deciso di tenere lui e gli oltre 300 operai dello stabilimento di Napoli in un limbo. In bilico, sospesi sul confine del licenziamento. Luciano Doria, è previsto un nuovo incontro tra le parti per sbloccare una situazione che si trascina da mesi. Che cosa si aspetta? «Qualsiasi possibilità, che sia la reindustrializzazione o la ripresa delle attività, come tutti auspichiamo, non può prescindere da una condizione». Quale? «Bloccare i licenziamenti. Non possiamo discutere con la spada di Damocle del licenziamento sulla testa. Finora non abbiamo ricevuto proposte, solo dichiarazioni». Nel frattempo, lo stabilimento è chiuso e la produzione è ferma. «La fabbrica è chiusa da ottobre, dal 1° novembre siamo in cassa integrazione, che è la stessa società ad anticiparci». Tuttavia, il presidio «Napoli non molla» è sempre lì, in fabbrica. «Il presidio è sempre attivo, a combattere nelle aree esterne dello stabilimento. Per assurdo, se domani alzassimo l'interruttore e facessimo un minimo di manutenzione, la fabbrica potrebbe ripartire. Abbiamo chiuso e messo in sicurezza esattamente come si fa quando inizia il periodo di ferie». Sperate di rientrare e di riprendervi il lavoro? «Con la battaglia che stiamo portando avanti non difendiamo solo il nostro lavoro, ma un intero territorio, martoriato da decenni di abbandono da parte delle aziende. La Whirlpool, che in questi anni ha incassato milioni di contributi pubblici, lascerebbe una fabbrica automatizzata, innovativa, la cui qualità è riconosciuta da tutti. Una azienda in crescita non può pensare di chiudere senza fare una contrattazione, una proposta, o quantomeno una discussione». Che cosa pensa del decreto anti-delocalizzazioni di cui si discute in queste settimane? «Aspettiamo di vedere il testo finale. Per come è stato impostato all'inizio, circolava una certa fiducia tra noi operai. Il modo in cui si preparano ad affinare il decreto non ci piace, ci sembra tanto un cedimento di fronte alle pretese delle aziende». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/prendi-i-soldi-e-scappa-2654838280.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-timken-chiude-da-un-giorno-allaltro-e-va-in-romania" data-post-id="2654838280" data-published-at="1630332931" data-use-pagination="False"> «La Timken chiude da un giorno all’altro e va in Romania» Il segretario della Fiom Antonio Ghirardi Per i vertici della Timken, azienda che produce cuscinetti a rulli conici, le uniche trattative permesse sono quelle a senso unico. Almeno nello stabilimento di Villa Carcina, nel bresciano, dove 105 lavoratori attendono di conoscere il loro futuro. «Nell'ultimo incontro che abbiamo avuto con l'azienda ci è stato comunicato che la decisione di chiudere lo stabilimento è irrevocabile. Si chiude per portare tutto in Romania, anche se non hanno mai voluto dirlo con chiarezza», dice Antonio Ghirardi, segretario della Fiom Cgil di Brescia. Come è arrivata la notizia dei licenziamenti? «Con un comunicato di 4 righe, letto in inglese dal direttore europeo dell'azienda». Dopo l'avvio della procedura di licenziamento collettivo, ci sono 75 giorni per un'intesa. La ritiene possibile? «Le sensazioni non sono buone di fronte a una chiusura così repentina e all'assenza di una trattativa». Quali sono le condizioni poste dalla Timken? «Propongono di discutere l'utilizzo di un anno di cassa integrazione straordinaria per cessata attività, cioè un ammortizzatore sociale in deroga previsto per le aziende che chiudono, non per quelle che vogliono chiudere e trasferire la produzione all'estero. Noi vogliamo restare aperti: un anno di cassa significa accettare la chiusura dell'azienda, sospendere il presidio e andare a casa. Trovo immorale che lo Stato debba pagare una azienda per delocalizzare». Alternative? «Il contratto di solidarietà, per il quale servirebbe il mantenimento di un livello minimo di produzione. Al momento abbiamo ricevuto solo chiusure: la produzione è ferma e non ci sono possibilità di cederla in caso di manifestazioni di interesse. La produzione dei cuscinetti si sposta in Romania e la Timken non perde le sue quote di mercato». «Siamo più forti e diversificati che mai, stiamo ottenendo ricavi e guadagni record», si legge sul sito dell'azienda. «Un atteggiamento barbaro, inaccettabile. Non esiste che da un giorno all'altro ti dicano “chiudiamo lo stabilimento, siete fuori". In Italia ci sono dei problemi, ma ci sono tanti imprenditori che ce la fanno a restare qui». Che cosa manca al sistema italiano per contrastare il potere, e spesso l'arroganza, delle multinazionali? «Un'attenzione maggiore e una urgente riforma degli ammortizzatori sociali: quella del 2015 è stata del tutto sbagliata. Questi strumenti andrebbero usati in maniera migliore, negli ultimi anni ne è stato fatto un uso troppo allegro».
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
Continua a leggereRiduci