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Francesco Vaia (Imagoeconomica)
L’ex direttore dello Spallanzani: «Non c’è motivo di aver paura dell'hantavirus. Media irresponsabili».
Francesco Vaia, componente dell’Autorità garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, è stato direttore dello Spallanzani e direttore generale della prevenzione sanitaria al ministero della Salute. E quando parla di hantavirus è uno dei pochi che non si baloccano con i facili allarmismi.
«Diciamo le cose chiare, in maniera molto netta: non dobbiamo assolutamente avere paura. La cosa più grave che ci può accadere è quella di entrare nella psicosi. Stamattina ho ricevuto varie telefonate di persone semplici, normali, che mi chiamavano per chiedere: “Professore, ma dobbiamo preoccuparci? C’è un po’ di ansia a casa nostra”. Il messaggio chiaro che deve essere, secondo me, lanciato dai media è che non bisogna avere paura di questo hantavirus. È una malattia che si manifesta prevalentemente negli animali, in particolare nei roditori, quindi nei ratti, nei topi, e che si trasmette da animale ad animale. In determinate condizioni, come sembra sia accaduto, ci può essere uno spillover, cioè un salto di specie dall’animale all’uomo. Rarissimamente - sottolineiamo questa parola: rarissimamente - ci può essere un contagio uomo-uomo».
E in che condizioni può avvenire?
«Deve esserci un contatto strettissimo: dormo con questa persona, faccio sesso con questa persona, respiro con questa persona... Allora può esserci in questi casi eccezionali un’esposizione di contiguità, ma non basta avvicinarsi una volta. Per cui non ci facciamo prendere dall’ansia. Sento dire: stiamo lontani dalle persone, distanziamoci, mettiamoci la mascherina... Attenzione, non facciamoci prendere da queste ansie che fortunatamente abbiamo superato. Un’altra cosa».
Dica.
«Bisogna che ci vacciniamo? Assolutamente no, non c’è bisogno che ci vacciniamo né che ci inventiamo un nuovo vaccino».
Beh si dice che il vaccino potrebbe essere già pronto...
«Sì, magari di un’azienda americana... Guardi, anche qui bisogna essere netti. La scienza deve continuare a fare il suo lavoro, deve continuare a sperimentare, a verificare e quant’altro. Però non bisogna confondere l’obiettivo con lo strumento. Cioè noi non possiamo utilizzare sempre e comunque un farmaco, un vaccino, per risolvere i problemi. Ci sono tante possibili soluzioni, anzi c’è bisogno che si facciano determinate azioni per prevenire. Se ogni qualvolta ho un raffreddore, un’influenza eccetera devo prendere per forza un farmaco, mi tocca stare per tutta la vita a vaccinarmi in ogni momento. E questo è un grave errore. Quindi non si tratta di non sperimentare, non innovare, non finanziare la ricerca: questo bisogna farlo. È bene che si faccia in Italia, è bene che lo faccia anche Trump negli Stati Uniti. Ma non possiamo adesso approfittare di questo virus per continuare a mettere in atto politiche i cui eccessi si sono dimostrati assolutamente negativi, soprattutto per la psiche degli italiani, e non solo».
Su questo mi pare non ci sia alcun dubbio.
«Io, è noto, penso che il vaccino sia uno strumento utilissimo, ma va utilizzato nei casi necessari e non bisogna farne un cattivo uso. Questo lo dico non solamente adesso, ma come ricorderà l’ho detto in periodi in cui il Covid imperversava, dissi con nettezza che non bisognava vaccinare i bambini, che la bilancia rischio-beneficio pendeva troppo sul rischio e non sul beneficio. Quindi non sono sospetto di parzialità su questo tema».
A parte i vaccini, quindi, che si dovrebbe fare secondo lei?
«Qui ci sarebbe da chiamare in causa anche i media. Non possiamo parlare di certi argomenti solamente quando c’è una emergenza o qualcosa di simile. Dobbiamo fare prevenzione delle malattie. Non significa, lo dicevo prima, che a ogni cosa che succede si debba prendere un farmaco o un vaccino, e utilizzare questa scorciatoia. Prevenzione significa un’altra cosa».
Cioè?
«Per esempio: cosa facciamo nelle città per tenere lontani i roditori, i cinghiali, animali che possono essere fonti di contagio, essere portatori di malattie infettive? Tra poco verranno le zanzare e so già che ci chiameranno anche tanti vostri colleghi. Ma anche qui: invece di chiedere a noi quando arrivano le zanzare, chiediamo piuttosto ai Comuni a febbraio e marzo che cosa fanno per prevenire. Quando dico non esageriamo col vaccino, sono pronto a ripeterlo fino alla noia. È una scorciatoia, non possiamo risolvere tutti i problemi così. Che tipo di società vogliamo costruirci? Una società che tiene presente la centralità della prevenzione oppure no? Chiediamoci ancora: come sono tenuti oggi i luoghi della socialità? Sono sempre più reietti, poco curati. Pensiamo tanto, e giustamente, ai cellulari. La gente sta troppo sui social. Ma cosa diamo in alternativa? Dobbiamo costruire una società che punti sempre di più sulla prevenzione attiva a 360 gradi, che non sia medicalizzata. Io sono contrario a una società medicalizzata: le innovazioni farmacologiche sono importantissime, ma vanno utilizzate al momento opportuno. Dobbiamo costruire una società che eviti il consumo del farmaco, non che lo aumenti».
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
Le Fiamme gialle hanno individuato una società edile che avrebbe emesso fatture per circa 7 milioni di euro su operazioni inesistenti di efficientamento energetico e di riduzione del rischio sismico su un condominio, risultate mai effettuate.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
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