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2019-09-30
Porti aperti e rider senza contratto dai centri di permanenza
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C'erano una volta le piantagioni di cotone. Oggi la tragedia della schiavitù moderna va in scena in mezzo ai frutteti, agli oliveti e alle sconfinate coltivazioni di pomodori e altri ortaggi. La figura del padrone spietato è stata ormai sostituita dai «caporali», odierni reclutatori di forza lavoro a bassissimo costo. Un sistema nel quale gli immigrati spesso pagano il prezzo più caro. «Mentre venivo qui, ci sono state imprese che mi hanno chiamato per dirmi una cosa semplicissima», ha confessato candidamente pochi giorni fa alla trasmissione televisiva Otto e mezzo il ministro delle Politiche agricole del governo giallorosso, Teresa Bellanova: «Senza flussi migratori ben regolati molte delle nostre produzioni marciscono nei campi, e i lavoratori polacchi che prima venivano qui adesso vanno in Germania».
Sembra quasi di risentire Emma Bonino, senatrice di +Europa, quando in piena campagna elettorale per le politiche del 2018 parlando dei migranti spiegava serenamente che «senza di loro nessuno raccoglierebbe i pomodori». Ma non c'è solo l'agricoltura: anche l'industria chiede a gran voce manovalanza a prezzi modici. Come ha raccontato il Fatto Quotidiano una manciata di giorni fa, a margine del Forum Ambrosetti di Cernobbio, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia lamentava lo scarso interesse del governo per ciò che concerne l'approvvigionamento di forza lavoro: «Da tempo non affrontiamo più queste questioni, se blocchiamo i porti creiamo un blocco anche su questi temi». Un'ulteriore conferma del fatto che lo stop imposto da Matteo Salvini agli sbarchi indiscriminati, più che ai migranti, ha dato fastidio a chi tiene il pallino dell'economia italiana.
Tutta questa retorica ha un rovescio della medaglia ben preciso: quello che ritrae gli italiani, e in particolare i giovani, ora «bamboccioni» (termine utilizzato dal fu ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, quello che invocava il ritorno alla «durezza del vivere»), ora «choosy» (come ebbe a dire l'ex ministro del Lavoro Elsa Fornero). Viene spontaneo chiedersi se le cose stiano realmente così. Spesso si punta il dito sul disallineamento tra le competenze richieste e quelle effettivamente possedute dai lavoratori.
Quello che in gergo viene definito «skill mismatch», però, segue dinamiche sorprendenti. Secondo il documento «Strategia per le competenze», pubblicato dall'Ocse nel 2017, se da un lato è vero che il 6% dei lavoratori possiede competenze basse rispetto alle mansioni svolte, d'altro canto ben il 21% è sotto qualificato. «Sorprendentemente, malgrado i bassi livelli di competenze che caratterizzano il Paese», si legge a un certo punto nel testo, «si osservano numerosi casi in cui i lavoratori hanno competenze superiori rispetto a quelle richieste dalla loro mansione, cosa che riflette la bassa domanda di competenze in Italia». Così, si scopre che i lavoratori con competenze in eccesso sono pari all'11,7% del totale, mentre i sovra-qualificati (18%) «rappresentano una parte sostanziale della forza lavoro italiana».
Altro dato significativo: circa il 35% dei lavoratori è occupato in un settore non correlato ai propri studi. Sempre lo stesso rapporto riconosce che «gli adulti che hanno competenze di basso livello in Italia sono, in gran parte, lavoratori più anziani e immigrati». Tradotto in parole più semplici: una fetta consistente di italiani che ha investito soldi e tempo prezioso nell'istruzione e nella formazione professionale si trova costretta, per sopravvivere, a svolgere mansioni ben diverse da quelle per cui aveva studiato. Lo «skill mismatch», perciò, va in due diverse direzioni: non solo le aziende faticano sempre più a trovare personale in possesso di particolari competenze, ma spesso e volentieri i lavoratori sono costretti ad accettare un impiego (e di conseguenza uno stipendio) molto al di sotto delle proprie capacità. Viste sotto questa luce, le cifre appena elencate forniscono una spiegazione logica sul perché un laureato a pieni voti si aspetta qualcosa di più (con tutto il rispetto) che friggere patatine in un fast food oppure inanellare stage a 600 euro al mese.
La folta schiera di italiani che, a torto o a ragione, rinunciano a svolgere le mansioni più umili lascia libera la prateria di quelli che in gergo tecnico si definiscono lavori «a bassa e media qualifica». Stando al IX rapporto annuale «Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia», pubblicato a luglio dal ministero del Lavoro, nel nostro Paese la quota di immigrati occupati con un impiego del genere è dell'86,5%, ben 26% in più rispetto ai nativi. Ben il 30% degli immigrati svolge occupazioni elementari, contro l'8% dei lavoratori nati in Italia, uno scarto giudicato simile a Stati con «storie migratorie più importanti, come la Germania, l'Austria e i Paesi nordici».
Questa profonda spaccatura trova spiegazione nel fatto che gli immigrati che arrivano in Italia hanno un livello di istruzione particolarmente basso: quasi la metà (49,4%) infatti non supera la scuola secondaria inferiore. Le politiche di immigrazione selvaggia sponsorizzate dalla sinistra italiana negli ultimi due decenni, dunque, hanno finito per attirare lavoratori poco istruiti e scarsamente qualificati. Non deve stupire perciò se in prima fila a pietire maestranze a costi prossimi allo zero ci siano imprenditori e industriali.
Tradurre queste considerazioni in termini di impatto sui salari non è cosa semplice. Pur concordando in linea generale sui benefici a lungo termine, gli esperti non sono giunti a una conclusione unanime quando si tratta di quantificare gli effetti delle migrazioni sull'andamento degli stipendi. Spiega il rapporto «The labour market effects of migration», pubblicato dal Migration observatory dell'università di Oxford: «L'impatto dell'immigrazione sul mercato del lavoro dipende in larga parte dalle competenze dei migranti, quelle dei nativi e le caratteristiche dell'economia ricevente».
Nel testo gli autori, pur riconoscendo «il modesto impatto dell'immigrazione sui salari medi» nel complesso, d'altro canto osservano che nel caso del Regno Unito a cambiare è stata la distribuzione del reddito. Per farla breve, i lavoratori con gli stipendi più bassi hanno visto scendere i loro già magri assegni, mentre quelli più alti ci hanno guadagnato. Particolare curioso: la ricerca suggerisce che i migranti appena arrivati nel Paese fanno concorrenza a quelli di vecchia data, in quanto le competenze di entrambi sono simili, ma i primi sono disposti a lavorare con salari più bassi.
Uno studio del Centro Europa ricerche pubblicato nel 2016 e firmato da Stefano Collignon (Sant'Anna) e Piero Esposito (Luiss) dimostra come in effetti i migranti facciano concorrenza agli abitanti del luogo. Conseguenza dovuta al fatto che, rispetto agli altri Paesi europei, l'Italia ha un livello di competenze più basso. Ragion per cui immigrati e nativi entrano in competizione per gli impieghi poco qualificati. Sono quelli che Alessandra Venturini (docente all'università di Torino) e Claudia Villosio (Collegio Carlo Alberto) chiamano «lavori etnici», vere e proprie gabbie dalle quali è difficilissimo affrancarsi. Una sconfitta per tutti: non solo per i migranti, per i quali diventa quasi impossibile migliorare la propria situazione reddituale, ma anche per gli italiani, che rischiano di impoverirsi e non beneficiano degli effetti positivi che potrebbe avere la nuova forza lavoro sulla ricchezza del Paese.
Rider senza contratti dal centro migranti di via Corelli a Milano
Il 10% dei rider presenti a Milano consegna cibo a domicilio in maniera irregolare. È il dato emerso dall'inchiesta aperta dalla Procura del capoluogo lombardo in seguito alle numerose segnalazioni raccolte dalle forze dell'ordine negli ultimi mesi. L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Maura Ripamonti e condotta dalla squadra specializzata di polizia giudiziaria e dalla polizia locale, è conoscitiva e non ancora penale. E per il momento non prevede alcuna ipotesi di reato. Tuttavia, tocca diversi punti: dalle possibili violazioni della normativa sulla sicurezza sul lavoro al monitoraggio degli incidenti stradali, passando per eventuali dinamiche di caporalato e all'utilizzo di lavoratori stranieri irregolari sul territorio italiano, oltre che ai problemi di natura igienico-sanitaria.
Un controllo svolto ad agosto ha dimostrato che 3 rider extracomunitari su 30 lavoravano senza avere le carte in regola. Alcuni di questi lo fanno uscendo direttamente dal Centro di permanenza per i rimpatri di via Corelli a Milano, dove risiedono richiedenti asilo con permessi di soggiorno temporanei e ai quali, in teoria, è permesso lavorare. Ma a quali condizioni?
Come documentato dalle immagini visibili sul sito della Verità, siamo andati fuori dal Cpr per verificare se e quanti richiedenti asilo svolgessero il mestiere di fattorini per le piattaforme di food delivery uscendo direttamente da una struttura pubblica che dovrebbe aiutare i suoi ospiti a integrarsi con il resto della società, anche attraverso un lavoro legale e dignitoso. E invece così non è.
Arriviamo davanti al centro alle 10.30 del mattino di un giorno qualunque di metà settimana. Tra le tante biciclette parcheggiate nel cortile all'interno se ne notano subito due: una ha lo zainetto termico di Just Eat, l'altra quello di Deliveroo. Il primo rider esce alle 11.31 spingendo la bicicletta a piedi: sacca Glovo in spalla, sbadigli e bicchiere di cartone in mano da cui sorseggia una bevanda.
Due minuti più tardi, alle 11.33, tocca al secondo: smartphone in mano e cuffie alle orecchie, lui lavora per Uber Eats e corre già spedito verso la ciclabile di via Corelli che lo condurrà in centro. Alle 11.44 ne escono due insieme: ancora Glovo e ancora Deliveroo. Loro imboccano la stradina in ghiaia che sbuca direttamente in via Cavriana. Alle 11.50, dalle inferriate del cancello, si intravedono appoggiati sull'asfalto quattro zainetti verdi, tutti Uber Eats, pronti per essere caricati in spalla da altrettanti rider. Alle 13 saranno in tutto dieci gli ospiti del Cpr ad aver abbandonato il centro in sella alle biciclette dotati di attrezzatura per le consegne.
Uno di questi, un senegalese di 23 anni, ci ha detto di essere «in possesso del permesso di soggiorno, quello giallo». Facendo un pezzetto di strada insieme, il ragazzo ci dice ancora: «Questo permesso mi dura sei mesi, poi dovrò farne uno nuovo. Se posso lavorare? Sì, non posso fare un lavoro con un contratto normale, lavoro in nero e posso lavorare quante ore voglio». Una confessione, quella del rider senegalese, che testimonia come dietro il mondo dei fattorini si sia creata una zona d'ombra, un circuito che così non può proprio funzionare. Chi si riempie continuamente la bocca di parole come accoglienza, integrazione, solidarietà nei confronti degli immigrati, sottovaluta, o peggio, ignora che in questo modo viene istituzionalizzato un circolo vizioso e non virtuoso, perché nel migliore dei casi il rider, clandestino o meno che sia, viene sottopagato. In quello peggiore, lavora in nero senza avere quindi alcun tipo di garanzia e tutela.
Secondo uno studio elaborato dall'Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche (Inapp) e pubblicato il 25 settembre scorso, il 42,1% dei 213.150 impiegati dalle piattaforme che operano nel settore della Gig economy lo fa senza avere un contratto di lavoro e quindi in nero. E fa un certo effetto constatare il fatto che alcuni di questi rider, seppur in piccola percentuale, possano uscire direttamente da una struttura di accoglienza pubblica come quella di via Corelli per schizzare in sella a una bicicletta e fare la trottola tra le vie del centro di Milano consegnando cibo a domicilio, spesso imboccando vie e marciapiedi contromano per guadagnare qualcosa. Qualcosa che nella gran parte dei casi, come emerso dall'inchiesta pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera, diventa qualcosina, perché il fenomeno va a sfociare in un vero e proprio caporalato digitale.
Chi consegna cibo a domicilio con lo status di clandestino irregolare è costretto a farlo sotto mentite spoglie. Nell'ipotesi migliore il rider immigrato è aiutato da un connazionale o da qualche amico fattorino regolarmente registrato alla piattaforma di food delivery, che nel frattempo ha trovato un altro impiego e per solidarietà cede account e attrezzatura al collega. Nella peggiore, invece, ci si trova di fronte a una vera e propria forma di sfruttamento con altri individui che prima completano l'iscrizione alla piattaforma, poi prestano l'utenza ai clandestini chiedendo loro in cambio una percentuale sul guadagno già misero.
Sui 4,52 euro guadagnati dal rider per ogni consegna, 90 centesimi vanno al caporale di turno. Una tangente pari al 20% del guadagno che va a finire pulita pulita nelle tasche di chi ha registrato l'account per poi prestarlo a un irregolare che farà il lavoro al posto suo.
Continua a leggereRiduci
Gli sbarchi fanno comodo agli imprenditori per avere manodopera a basso costo. Così le aziende e i «caporali» possono dare paghe da fame anche agli italiani.La Verità ha filmato i fattorini del food delivery che escono dal Cpr meneghino. E uno ci rivela: «Lavoro soltanto in nero».Lo speciale contiene due articoli.C'erano una volta le piantagioni di cotone. Oggi la tragedia della schiavitù moderna va in scena in mezzo ai frutteti, agli oliveti e alle sconfinate coltivazioni di pomodori e altri ortaggi. La figura del padrone spietato è stata ormai sostituita dai «caporali», odierni reclutatori di forza lavoro a bassissimo costo. Un sistema nel quale gli immigrati spesso pagano il prezzo più caro. «Mentre venivo qui, ci sono state imprese che mi hanno chiamato per dirmi una cosa semplicissima», ha confessato candidamente pochi giorni fa alla trasmissione televisiva Otto e mezzo il ministro delle Politiche agricole del governo giallorosso, Teresa Bellanova: «Senza flussi migratori ben regolati molte delle nostre produzioni marciscono nei campi, e i lavoratori polacchi che prima venivano qui adesso vanno in Germania». Sembra quasi di risentire Emma Bonino, senatrice di +Europa, quando in piena campagna elettorale per le politiche del 2018 parlando dei migranti spiegava serenamente che «senza di loro nessuno raccoglierebbe i pomodori». Ma non c'è solo l'agricoltura: anche l'industria chiede a gran voce manovalanza a prezzi modici. Come ha raccontato il Fatto Quotidiano una manciata di giorni fa, a margine del Forum Ambrosetti di Cernobbio, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia lamentava lo scarso interesse del governo per ciò che concerne l'approvvigionamento di forza lavoro: «Da tempo non affrontiamo più queste questioni, se blocchiamo i porti creiamo un blocco anche su questi temi». Un'ulteriore conferma del fatto che lo stop imposto da Matteo Salvini agli sbarchi indiscriminati, più che ai migranti, ha dato fastidio a chi tiene il pallino dell'economia italiana.Tutta questa retorica ha un rovescio della medaglia ben preciso: quello che ritrae gli italiani, e in particolare i giovani, ora «bamboccioni» (termine utilizzato dal fu ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, quello che invocava il ritorno alla «durezza del vivere»), ora «choosy» (come ebbe a dire l'ex ministro del Lavoro Elsa Fornero). Viene spontaneo chiedersi se le cose stiano realmente così. Spesso si punta il dito sul disallineamento tra le competenze richieste e quelle effettivamente possedute dai lavoratori. Quello che in gergo viene definito «skill mismatch», però, segue dinamiche sorprendenti. Secondo il documento «Strategia per le competenze», pubblicato dall'Ocse nel 2017, se da un lato è vero che il 6% dei lavoratori possiede competenze basse rispetto alle mansioni svolte, d'altro canto ben il 21% è sotto qualificato. «Sorprendentemente, malgrado i bassi livelli di competenze che caratterizzano il Paese», si legge a un certo punto nel testo, «si osservano numerosi casi in cui i lavoratori hanno competenze superiori rispetto a quelle richieste dalla loro mansione, cosa che riflette la bassa domanda di competenze in Italia». Così, si scopre che i lavoratori con competenze in eccesso sono pari all'11,7% del totale, mentre i sovra-qualificati (18%) «rappresentano una parte sostanziale della forza lavoro italiana». Altro dato significativo: circa il 35% dei lavoratori è occupato in un settore non correlato ai propri studi. Sempre lo stesso rapporto riconosce che «gli adulti che hanno competenze di basso livello in Italia sono, in gran parte, lavoratori più anziani e immigrati». Tradotto in parole più semplici: una fetta consistente di italiani che ha investito soldi e tempo prezioso nell'istruzione e nella formazione professionale si trova costretta, per sopravvivere, a svolgere mansioni ben diverse da quelle per cui aveva studiato. Lo «skill mismatch», perciò, va in due diverse direzioni: non solo le aziende faticano sempre più a trovare personale in possesso di particolari competenze, ma spesso e volentieri i lavoratori sono costretti ad accettare un impiego (e di conseguenza uno stipendio) molto al di sotto delle proprie capacità. Viste sotto questa luce, le cifre appena elencate forniscono una spiegazione logica sul perché un laureato a pieni voti si aspetta qualcosa di più (con tutto il rispetto) che friggere patatine in un fast food oppure inanellare stage a 600 euro al mese. La folta schiera di italiani che, a torto o a ragione, rinunciano a svolgere le mansioni più umili lascia libera la prateria di quelli che in gergo tecnico si definiscono lavori «a bassa e media qualifica». Stando al IX rapporto annuale «Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia», pubblicato a luglio dal ministero del Lavoro, nel nostro Paese la quota di immigrati occupati con un impiego del genere è dell'86,5%, ben 26% in più rispetto ai nativi. Ben il 30% degli immigrati svolge occupazioni elementari, contro l'8% dei lavoratori nati in Italia, uno scarto giudicato simile a Stati con «storie migratorie più importanti, come la Germania, l'Austria e i Paesi nordici». Questa profonda spaccatura trova spiegazione nel fatto che gli immigrati che arrivano in Italia hanno un livello di istruzione particolarmente basso: quasi la metà (49,4%) infatti non supera la scuola secondaria inferiore. Le politiche di immigrazione selvaggia sponsorizzate dalla sinistra italiana negli ultimi due decenni, dunque, hanno finito per attirare lavoratori poco istruiti e scarsamente qualificati. Non deve stupire perciò se in prima fila a pietire maestranze a costi prossimi allo zero ci siano imprenditori e industriali.Tradurre queste considerazioni in termini di impatto sui salari non è cosa semplice. Pur concordando in linea generale sui benefici a lungo termine, gli esperti non sono giunti a una conclusione unanime quando si tratta di quantificare gli effetti delle migrazioni sull'andamento degli stipendi. Spiega il rapporto «The labour market effects of migration», pubblicato dal Migration observatory dell'università di Oxford: «L'impatto dell'immigrazione sul mercato del lavoro dipende in larga parte dalle competenze dei migranti, quelle dei nativi e le caratteristiche dell'economia ricevente». Nel testo gli autori, pur riconoscendo «il modesto impatto dell'immigrazione sui salari medi» nel complesso, d'altro canto osservano che nel caso del Regno Unito a cambiare è stata la distribuzione del reddito. Per farla breve, i lavoratori con gli stipendi più bassi hanno visto scendere i loro già magri assegni, mentre quelli più alti ci hanno guadagnato. Particolare curioso: la ricerca suggerisce che i migranti appena arrivati nel Paese fanno concorrenza a quelli di vecchia data, in quanto le competenze di entrambi sono simili, ma i primi sono disposti a lavorare con salari più bassi. Uno studio del Centro Europa ricerche pubblicato nel 2016 e firmato da Stefano Collignon (Sant'Anna) e Piero Esposito (Luiss) dimostra come in effetti i migranti facciano concorrenza agli abitanti del luogo. Conseguenza dovuta al fatto che, rispetto agli altri Paesi europei, l'Italia ha un livello di competenze più basso. Ragion per cui immigrati e nativi entrano in competizione per gli impieghi poco qualificati. Sono quelli che Alessandra Venturini (docente all'università di Torino) e Claudia Villosio (Collegio Carlo Alberto) chiamano «lavori etnici», vere e proprie gabbie dalle quali è difficilissimo affrancarsi. Una sconfitta per tutti: non solo per i migranti, per i quali diventa quasi impossibile migliorare la propria situazione reddituale, ma anche per gli italiani, che rischiano di impoverirsi e non beneficiano degli effetti positivi che potrebbe avere la nuova forza lavoro sulla ricchezza del Paese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/porti-aperti-e-rider-senza-contratto-dai-centri-di-permanenza-2640782553.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rider-senza-contratti-dal-centro-migranti-di-via-corelli-a-milano" data-post-id="2640782553" data-published-at="1768073655" data-use-pagination="False"> Rider senza contratti dal centro migranti di via Corelli a Milano Il 10% dei rider presenti a Milano consegna cibo a domicilio in maniera irregolare. È il dato emerso dall'inchiesta aperta dalla Procura del capoluogo lombardo in seguito alle numerose segnalazioni raccolte dalle forze dell'ordine negli ultimi mesi. L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Maura Ripamonti e condotta dalla squadra specializzata di polizia giudiziaria e dalla polizia locale, è conoscitiva e non ancora penale. E per il momento non prevede alcuna ipotesi di reato. Tuttavia, tocca diversi punti: dalle possibili violazioni della normativa sulla sicurezza sul lavoro al monitoraggio degli incidenti stradali, passando per eventuali dinamiche di caporalato e all'utilizzo di lavoratori stranieri irregolari sul territorio italiano, oltre che ai problemi di natura igienico-sanitaria. Un controllo svolto ad agosto ha dimostrato che 3 rider extracomunitari su 30 lavoravano senza avere le carte in regola. Alcuni di questi lo fanno uscendo direttamente dal Centro di permanenza per i rimpatri di via Corelli a Milano, dove risiedono richiedenti asilo con permessi di soggiorno temporanei e ai quali, in teoria, è permesso lavorare. Ma a quali condizioni? Come documentato dalle immagini visibili sul sito della Verità, siamo andati fuori dal Cpr per verificare se e quanti richiedenti asilo svolgessero il mestiere di fattorini per le piattaforme di food delivery uscendo direttamente da una struttura pubblica che dovrebbe aiutare i suoi ospiti a integrarsi con il resto della società, anche attraverso un lavoro legale e dignitoso. E invece così non è. Arriviamo davanti al centro alle 10.30 del mattino di un giorno qualunque di metà settimana. Tra le tante biciclette parcheggiate nel cortile all'interno se ne notano subito due: una ha lo zainetto termico di Just Eat, l'altra quello di Deliveroo. Il primo rider esce alle 11.31 spingendo la bicicletta a piedi: sacca Glovo in spalla, sbadigli e bicchiere di cartone in mano da cui sorseggia una bevanda. Due minuti più tardi, alle 11.33, tocca al secondo: smartphone in mano e cuffie alle orecchie, lui lavora per Uber Eats e corre già spedito verso la ciclabile di via Corelli che lo condurrà in centro. Alle 11.44 ne escono due insieme: ancora Glovo e ancora Deliveroo. Loro imboccano la stradina in ghiaia che sbuca direttamente in via Cavriana. Alle 11.50, dalle inferriate del cancello, si intravedono appoggiati sull'asfalto quattro zainetti verdi, tutti Uber Eats, pronti per essere caricati in spalla da altrettanti rider. Alle 13 saranno in tutto dieci gli ospiti del Cpr ad aver abbandonato il centro in sella alle biciclette dotati di attrezzatura per le consegne. Uno di questi, un senegalese di 23 anni, ci ha detto di essere «in possesso del permesso di soggiorno, quello giallo». Facendo un pezzetto di strada insieme, il ragazzo ci dice ancora: «Questo permesso mi dura sei mesi, poi dovrò farne uno nuovo. Se posso lavorare? Sì, non posso fare un lavoro con un contratto normale, lavoro in nero e posso lavorare quante ore voglio». Una confessione, quella del rider senegalese, che testimonia come dietro il mondo dei fattorini si sia creata una zona d'ombra, un circuito che così non può proprio funzionare. Chi si riempie continuamente la bocca di parole come accoglienza, integrazione, solidarietà nei confronti degli immigrati, sottovaluta, o peggio, ignora che in questo modo viene istituzionalizzato un circolo vizioso e non virtuoso, perché nel migliore dei casi il rider, clandestino o meno che sia, viene sottopagato. In quello peggiore, lavora in nero senza avere quindi alcun tipo di garanzia e tutela. Secondo uno studio elaborato dall'Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche (Inapp) e pubblicato il 25 settembre scorso, il 42,1% dei 213.150 impiegati dalle piattaforme che operano nel settore della Gig economy lo fa senza avere un contratto di lavoro e quindi in nero. E fa un certo effetto constatare il fatto che alcuni di questi rider, seppur in piccola percentuale, possano uscire direttamente da una struttura di accoglienza pubblica come quella di via Corelli per schizzare in sella a una bicicletta e fare la trottola tra le vie del centro di Milano consegnando cibo a domicilio, spesso imboccando vie e marciapiedi contromano per guadagnare qualcosa. Qualcosa che nella gran parte dei casi, come emerso dall'inchiesta pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera, diventa qualcosina, perché il fenomeno va a sfociare in un vero e proprio caporalato digitale. Chi consegna cibo a domicilio con lo status di clandestino irregolare è costretto a farlo sotto mentite spoglie. Nell'ipotesi migliore il rider immigrato è aiutato da un connazionale o da qualche amico fattorino regolarmente registrato alla piattaforma di food delivery, che nel frattempo ha trovato un altro impiego e per solidarietà cede account e attrezzatura al collega. Nella peggiore, invece, ci si trova di fronte a una vera e propria forma di sfruttamento con altri individui che prima completano l'iscrizione alla piattaforma, poi prestano l'utenza ai clandestini chiedendo loro in cambio una percentuale sul guadagno già misero. Sui 4,52 euro guadagnati dal rider per ogni consegna, 90 centesimi vanno al caporale di turno. Una tangente pari al 20% del guadagno che va a finire pulita pulita nelle tasche di chi ha registrato l'account per poi prestarlo a un irregolare che farà il lavoro al posto suo.
Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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Getty Images
La vicenda ha sollevato un polverone tra i democratici Usa, che addebitano a Donald Trump anche questa responsabilità, equiparandolo a un dittatore sanguinario a capo di una «moderna Gestapo», come già l’anno scorso il governatore democratico del Minnesota Tim Walz aveva definito l’Ice. «Il sangue è nelle mani di chi all’interno dell’amministrazione ha spinto verso una politica estrema» contro l’immigrazione clandestina, ha puntato il dito il leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, mentre Chris Murphy, senatore dem del Connecticut, ha contestato esplicitamente l’«illegalità» dell’agenzia Ice (ma non quella dei clandestini). Ma la stampa americana, anche quella progressista, sembra non seguirli su questa strada: nella sua ricostruzione, perfino il Nyt descrive la scena di Minneapolis spiegando, in buona sostanza, che il terzo agente avrebbe sparato vedendo che la donna, dopo che non si era fermata all’alt dei due colleghi, gli stava puntando contro con la macchina. È stato lo stesso New York Times a rivelare che l’agente, Jonathan Ross, era stato recentemente vittima di un incidente simile con un clandestino guatemalteco condannato per abusi sessuali, che gli era andato contro con la macchina e lo aveva trascinato per 100 metri, provocandogli uno squarcio sull’avambraccio e venti punti di sutura.
Come sempre accade negli Usa, dove le forze dell’ordine di default, che abbiano torto o ragione, sono tutelate dalle istituzioni, ieri il vicepresidente americano J.D. Vance ha promesso «immunità assoluta all’agente Ice». Ma a scandalizzare la stampa è più la frettolosa lettura dei fatti che non la presunta «istigazione a delinquere» che certi politici dem attribuiscono a Trump: «Dal presidente fino al sindaco (democratico) di Minneapolis, Jacob Frey, le presunte autorità hanno mostrato poco interesse nell’apprendere cosa sia successo realmente a Minneapolis», hanno contestato gli editor del giornale Free Press, «il segretario alla Sicurezza nazionale, Kristi Noem, ha fatto peggio, descrivendo l’incidente come un “atto di terrorismo interno”. Gli americani meritano di meglio», è la chiosa.
Sarà che gli yankees sono ormai abituati al grilletto facile della polizia («Questo tipo di sparatoria accade spesso», ha scritto il giornalista Wesley Lowery su X), fatto sta che neanche la stampa Usa ha superato le vette raggiunte ieri da Repubblica, che ha dedicato alla tragica vicenda diversi articoli: e così la sparatoria è diventata una «esecuzione», gli agenti Ice che svolgono l’ingrato compito di dare la caccia ai clandestini sono stati qualificati come «pretoriani di Trump», mentre un’intervista a Jonathan Safran Foer ha illuminato i lettori sul «potere americano che normalizza la crudeltà».
Nel frattempo gli attacchi contro l’Ice (che non è una creatura di Trump essendo stata istituita nel 2003) in Europa sono diventati mainstream: Dominick Skinner, trentenne residente in Olanda, ha aperto un sito che si chiama Ice List in cui, «per combattere il fascismo», pubblica nomi, foto e profili social degli agenti, promettendo che «non rimarranno nascosti a lungo!».
Ciliegina sulla torta sfuggita a Repubblica e alla stampa italiana: Indivisible twin cities, che ha guidato le proteste contro l’Ice e si autodefinisce «gruppo di volontari di base», come se fossero cani sciolti, è in realtà una propaggine dell’Indivisible project di Washington, movimento per «sconfiggere l’agenda di Trump» che, secondo i registri pubblici, ha ricevuto 7.850.000 dollari dalla Open society foundations (Osf) di George Soros. Sarà forse per questo che la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act perché, secondo l’amministrazione Trump, finanzia «antifa» e soggetti coinvolti in scontri, danni alla proprietà privata e, appunto, attacchi alle operazioni contro l’immigrazione clandestina.
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