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2021-09-26
«Portai Greco al convegno dell’Eni. Fu la mia dimostrazione di forza»
Francesco Greco (Ansa)
A metà del febbraio scorso il corvo del Csm, che la Procura di Roma e lo stesso Consiglio hanno individuato in Marcella Contrafatto, l'ex segretaria di Piercamillo Davigo, ha inviato al consigliere Nino Di Matteo uno dei verbali d'interrogatorio del faccendiere Piero Amara sulla fantomatica loggia Ungheria. Un documento che, secondo il mittente, sarebbe stato «ben tenuto nascosto dal procuratore Greco (Francesco, ndr). Chissà perché». Nella lettera di accompagnamento il nome del capo degli inquirenti di Milano è sottolineato a penna e ha come postilla queste parole «(altri verb. c'è anche lui)». Insomma l'anonimo sembra insinuare che le indagini procedessero a rilento perché nelle carte ci sarebbe stato pure il nome di Greco. Un'accusa per cui la Contrafatto è stata iscritta sul registro degli indagati di Roma con l'accusa di calunnia. Ma in tutto questo bailamme nessun giornale (tra quelli con i verbali nei cassetti) si è preso la briga di verificare se il nome di Greco fosse stato davvero citato da Amara. E la risposta è sì. Il 16 dicembre 2019 il faccendiere, davanti al procuratore aggiunto di Milano Laura Pedio e al pm Paolo Storari, ha appena concluso di verbalizzare le sue ultime dichiarazioni, quando chiede di riaprire la registrazione: «Voglio aggiungere che una delle più ̀forti dimostrazioni del mio potere l'ho data all'Eni (per cui il faccendiere lavorava come avvocato esterno, ndr) organizzando presso la sede del Csm un convegno organizzato dall'Opco con la collaborazione dell'Eni al quale furono invitati noti magistrati e noti dirigenti dell'Eni».
L'Opco (l'Osservatorio permanente sulla criminalità organizzata) «è una associazione privata finanziata dalla Regione Sicilia» ha ricordato Amara. Il quale, intervistato da Panorama, ha puntualizzato: «Era il centro di potere di Gianni Tinebra (ex importante toga siciliana, ndr) di cui facevano parte molti magistrati, ma non tutti quelli che aderivano all'Opco automaticamente facevano parte del gruppo ristretto di Tinebra», ovvero di Ungheria. In base alla ricostruzione di Amara l'osservatorio sarebbe stato ideato, oltre che da Tinebra, anche dall'avvocato milanese Morris Lorenzo Ghezzi, un massone dichiarato che avrebbe scelto il nome «Ungheria».
Ghezzi e Tinebra sono scomparsi entrambi nel 2017 e non possono più replicare alle accuse del legale siciliano. Questi, il 16 dicembre 2019, a Milano, ha elencato i relatori del convegno, probabilmente facendo sobbalzare sulle sedie i due inquirenti che aveva di fronte: «Ricordo tra gli altri Francesco Greco, Vitaliano Esposito e Massimo Mantovani. Credo che non sia mai accaduto né prima né dopo che il Csm abbia aperto le porte ad una società privata. La scelta della location non fu casuale, ma era tesa (a dimostrare, ndr) sia la mia forza all'Eni che la forza dell'Eni all'esterno. L'organizzazione fu possibile grazie all'intervento di Tinebra. All'epoca vice presidente dell'Csm era Michele Vietti». Per Amara Tinebra e Vietti, insieme con l'avvocato messinese Enrico Caratozzolo e l'imprenditore Giancarlo Elia Valori, si sarebbero presentati come «promotori di Ungheria» e lo stesso Tinebra avrebbe introdotto Amara nella loggia. Ma torniamo all'Opco: come detto, il 25 gennaio 2011, sarebbe sbarcato al Csm. Ma, otto anni più tardi, il 16 dicembre 2019, i pm non hanno ritenuto di fare domande su una «delle più forti dimostrazioni del potere» di Amara. Magari per capire come fossero stati selezionati i relatori del convegno. A partire da Greco. Va detto che quest'ultimo, a dire del faccendiere, nel 2016 non venne sponsorizzato come procuratore di Milano da Amara & C., i quali avrebbero preferito un altro più «gestibile» al suo posto. Anche se alla fine «la candidatura di Greco era oggettivamente difficile da superare». Su Internet si trova ancora il programma provvisorio della conferenza nazionale dell'Opco tenuta al Csm sulla «Responsabilità penale d'impresa: lo scenario normativo, l'esperienza giurisprudenziale e la comparazione con il sistema statunitense». Nel programma Vietti ed Esposito, procuratore generale della Cassazione, fecero i saluti introduttivi.
Il moderatore era proprio Tinebra, presentato come presidente del comitato scientifico dell'Opco e procuratore generale della Corte d'appello di Catania. Tra i relatori pochi selezionati magistrati: l'allora aggiunto Greco (con un intervento sulla «responsabilità degli enti nell'esperienza processuale di Milano»), l'ex presidente di sezione della Cassazione Rocco Blaiotta e il gip di Firenze Michele Barillaro che sarebbe morto un anno dopo in un incidente stradale in Africa. Fece la sua relazione sulla «responsabilità di impresa vista dal lato delle aziende» anche Massimo Mantovani (l'ex capo degli affari legali Eni licenziato dalla compagnia petrolifera proprio per i rapporti con Amara). Ghezzi, giurista, ma anche sociologo e filosofo, oltre che gran maestro del Grande oriente d'Italia, trattò, invece, gli «aspetti sociologici e aspetti costituzionali». La prima relatrice indicata nella locandina era, però, l'attuale procuratore aggiunto di Roma Lucia Lotti, con una «lectio» sulla «responsabilità penale d'impresa e la criminalità organizzata». Su di lei, Amara ha messo a verbale: «Io la individuai come possibile candidata a entrare nell'associazione e ne parlai con Tinebra; dopo essere stato autorizzato ad avvicinarla - e avendo ricevuto il suo benestare - organizzai l'incontro tra lei e Tinebra a Siracusa. All'esito dell'incontro la Lotti fu affiliata». Amara sostiene anche di aver ottenuto per la signora i voti decisivi per la poltrona di capo degli inquirenti di Gela, dove l'Eni ha un importante stabilimento. «Con la nomina di Lucia Lotti la Procura di Gela è stata totalmente nella mia disponibilità. Con questa espressione intendo dire che avevo costanti interlocuzioni con lei, che avevo la possibilità di consultare il fascicolo del pm già nella fase delle indagini, che concordavo con lei la nomina dei consulenti e suggerivo i nomi dei periti che la Procura avrebbe dovuto indicare al Gip in sede di incidente probatorio».
Amara ha raccontato episodi specifici di questi suoi interventi e i pm gli hanno chiesto se si fosse anche impegnato per la nomina della donna alla carica di aggiunto di Roma. Risposta: «No, non mi interessava. Per questo incarico - so con certezza - che si è prodigato Antonello Montante», l'ex leader di Confindustria Sicilia condannato in primo grado a 14 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all'accesso abusivo al sistema informatico. Su queste accuse la Procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, ha presentato istanza di archiviazione nei confronti della Lotti, iscritta sul registro degli indagati per corruzione. Il Gip ha fissato per il 20 ottobre una camera di consiglio, in cui richiedere delucidazioni oppure disporre nuove indagini o anche l'imputazione coatta.
Il Colle e la lettera fantasma al Csm
C'è una lettera anonima, tra quelle inviate dalla postina (o dalle postine) ai giornalisti del Fatto e di Repubblica, valutata dalla stampa come «scomoda», che al Csm non è mai arrivata e nella quale si faceva un sibillino riferimento al Quirinale. Si tratta di un documento recapitato il 9 novembre 2020 alla redazione del Fatto.
A consegnare la lettera scarlatta ai magistrati milanesi che avevano raccolto le propalazioni dell'avvocato Piero Amara sulla loggia Ungheria è stato Antonio Massari, cronista del giornale diretto da Marco Travaglio. E tra gli allegati c'erano proprio tre dei sei verbali dell'avvocato. Massari, come aveva già fatto dopo la ricezione del primo plico, consegna tutto il materiale che era stato impacchettato per Travaglio, al quale la postina si rivolge: «Caro Travaglio... Marco», scrive. E fa riferimento al primo invio: «Questa è la seconda serie di verbali che lei già dovrebbe conoscere. La prima parte gliel'ho mandata 15-20 giorni fa e ovviamente non ci sono tracce sul tuo giornale».
Chi scrive dimostra di essere al corrente che quel materiale è scottante: «Capisco che essendo verbali segreti e che mai vorranno farli uscire, ci siano delle difficoltà obiettive». Poi arriva al dunque: «Salvi (il procuratore generale della Corte di cassazione Giovanni Salvi, che è anche componente del Csm, ndr) è al corrente, ma non intende fare nulla». Al pg viene attribuita anche una frase virgolettata: «Ci sono anche brave persone là dentro (a suo avviso)». Ma, stando alla ricostruzione anonima, non era l'unico a conoscere il contenuto delle dichiarazioni di Amara: «È al corrente anche Erbani (Stefano Erbani, consigliere del Quirinale, ndr) &... Ma si guardano bene, ovviamente anche loro di fare cosa? Ma molti altri nell'ambito giudiziario sono al corrente... soprattutto di Area. Ma i giornali in genere vanno pazzi per queste cose, soprattutto se sono fondate. Non cadranno teste ma gli scandali non hanno mai fatto bene a nessuno».
La comunicazione si chiude così: «Allora io aspetto un altro mese, dopo di che mando ad altro giornale, volevo che lei avesse esclusiva (pericolosa, ma esclusiva. Non c'è bisogno di menzionare che provengono dalla Procura di Milano) voi giornalisti sapete sempre come fare». E si congeda con un «ho fiducia in lei».
Questo secondo scritto anonimo risulterà più difficile da attribuire, in quanto non contiene alcun carattere scritto a mano. Ma il riferimento al precedente invio, che invece presentava un'intera riga scritta di pugno e che dopo una perizia grafologica è stato attribuito a Marcella Contrafatto (la ex segretaria di Piercamillo Davigo, uomo al quale il pm della Procura di Milano che aveva raccolto quei verbali li aveva consegnati chiedendo tutela), sembra collegare i due documenti. Ma mentre la prima lettera è stata consegnata alla sezione disciplinare del Csm che ha giudicato Storari (assolvendolo), il secondo documento deve essere stato considerato troppo delicato.
E non è finito tra gli atti, pur essendo, secondo i detrattori di Storari e chi pensava che il pm avesse sbagliato, valutato come decisivo, perché il pm stava indagando la Contrafatto per accesso abusivo, tanto da metterla sotto intercettazione. L'atto, che avrebbe fatto il giro di diverse Procure (Milano, Perugia, Roma, Brescia e Procura generale della Cassazione), deve essersi incagliato da qualche parte. Resta da capire quale.
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Il verbale di Piero Amara sull'incontro organizzato nel 2011 a Palazzo dei Marescialli con il procuratore di Milano. L'osservatorio siciliano sulla criminalità, vicino a Tinebra, era il «vivaio» della presunta cellula massonica.La missiva accusava di complicità nella censura un alto collaboratore del Quirinale. A differenza degli altri testi spediti al Fatto, non è mai stata trasmessa al Consiglio.Lo speciale contiene due articoli.A metà del febbraio scorso il corvo del Csm, che la Procura di Roma e lo stesso Consiglio hanno individuato in Marcella Contrafatto, l'ex segretaria di Piercamillo Davigo, ha inviato al consigliere Nino Di Matteo uno dei verbali d'interrogatorio del faccendiere Piero Amara sulla fantomatica loggia Ungheria. Un documento che, secondo il mittente, sarebbe stato «ben tenuto nascosto dal procuratore Greco (Francesco, ndr). Chissà perché». Nella lettera di accompagnamento il nome del capo degli inquirenti di Milano è sottolineato a penna e ha come postilla queste parole «(altri verb. c'è anche lui)». Insomma l'anonimo sembra insinuare che le indagini procedessero a rilento perché nelle carte ci sarebbe stato pure il nome di Greco. Un'accusa per cui la Contrafatto è stata iscritta sul registro degli indagati di Roma con l'accusa di calunnia. Ma in tutto questo bailamme nessun giornale (tra quelli con i verbali nei cassetti) si è preso la briga di verificare se il nome di Greco fosse stato davvero citato da Amara. E la risposta è sì. Il 16 dicembre 2019 il faccendiere, davanti al procuratore aggiunto di Milano Laura Pedio e al pm Paolo Storari, ha appena concluso di verbalizzare le sue ultime dichiarazioni, quando chiede di riaprire la registrazione: «Voglio aggiungere che una delle più ̀forti dimostrazioni del mio potere l'ho data all'Eni (per cui il faccendiere lavorava come avvocato esterno, ndr) organizzando presso la sede del Csm un convegno organizzato dall'Opco con la collaborazione dell'Eni al quale furono invitati noti magistrati e noti dirigenti dell'Eni». L'Opco (l'Osservatorio permanente sulla criminalità organizzata) «è una associazione privata finanziata dalla Regione Sicilia» ha ricordato Amara. Il quale, intervistato da Panorama, ha puntualizzato: «Era il centro di potere di Gianni Tinebra (ex importante toga siciliana, ndr) di cui facevano parte molti magistrati, ma non tutti quelli che aderivano all'Opco automaticamente facevano parte del gruppo ristretto di Tinebra», ovvero di Ungheria. In base alla ricostruzione di Amara l'osservatorio sarebbe stato ideato, oltre che da Tinebra, anche dall'avvocato milanese Morris Lorenzo Ghezzi, un massone dichiarato che avrebbe scelto il nome «Ungheria». Ghezzi e Tinebra sono scomparsi entrambi nel 2017 e non possono più replicare alle accuse del legale siciliano. Questi, il 16 dicembre 2019, a Milano, ha elencato i relatori del convegno, probabilmente facendo sobbalzare sulle sedie i due inquirenti che aveva di fronte: «Ricordo tra gli altri Francesco Greco, Vitaliano Esposito e Massimo Mantovani. Credo che non sia mai accaduto né prima né dopo che il Csm abbia aperto le porte ad una società privata. La scelta della location non fu casuale, ma era tesa (a dimostrare, ndr) sia la mia forza all'Eni che la forza dell'Eni all'esterno. L'organizzazione fu possibile grazie all'intervento di Tinebra. All'epoca vice presidente dell'Csm era Michele Vietti». Per Amara Tinebra e Vietti, insieme con l'avvocato messinese Enrico Caratozzolo e l'imprenditore Giancarlo Elia Valori, si sarebbero presentati come «promotori di Ungheria» e lo stesso Tinebra avrebbe introdotto Amara nella loggia. Ma torniamo all'Opco: come detto, il 25 gennaio 2011, sarebbe sbarcato al Csm. Ma, otto anni più tardi, il 16 dicembre 2019, i pm non hanno ritenuto di fare domande su una «delle più forti dimostrazioni del potere» di Amara. Magari per capire come fossero stati selezionati i relatori del convegno. A partire da Greco. Va detto che quest'ultimo, a dire del faccendiere, nel 2016 non venne sponsorizzato come procuratore di Milano da Amara & C., i quali avrebbero preferito un altro più «gestibile» al suo posto. Anche se alla fine «la candidatura di Greco era oggettivamente difficile da superare». Su Internet si trova ancora il programma provvisorio della conferenza nazionale dell'Opco tenuta al Csm sulla «Responsabilità penale d'impresa: lo scenario normativo, l'esperienza giurisprudenziale e la comparazione con il sistema statunitense». Nel programma Vietti ed Esposito, procuratore generale della Cassazione, fecero i saluti introduttivi. Il moderatore era proprio Tinebra, presentato come presidente del comitato scientifico dell'Opco e procuratore generale della Corte d'appello di Catania. Tra i relatori pochi selezionati magistrati: l'allora aggiunto Greco (con un intervento sulla «responsabilità degli enti nell'esperienza processuale di Milano»), l'ex presidente di sezione della Cassazione Rocco Blaiotta e il gip di Firenze Michele Barillaro che sarebbe morto un anno dopo in un incidente stradale in Africa. Fece la sua relazione sulla «responsabilità di impresa vista dal lato delle aziende» anche Massimo Mantovani (l'ex capo degli affari legali Eni licenziato dalla compagnia petrolifera proprio per i rapporti con Amara). Ghezzi, giurista, ma anche sociologo e filosofo, oltre che gran maestro del Grande oriente d'Italia, trattò, invece, gli «aspetti sociologici e aspetti costituzionali». La prima relatrice indicata nella locandina era, però, l'attuale procuratore aggiunto di Roma Lucia Lotti, con una «lectio» sulla «responsabilità penale d'impresa e la criminalità organizzata». Su di lei, Amara ha messo a verbale: «Io la individuai come possibile candidata a entrare nell'associazione e ne parlai con Tinebra; dopo essere stato autorizzato ad avvicinarla - e avendo ricevuto il suo benestare - organizzai l'incontro tra lei e Tinebra a Siracusa. All'esito dell'incontro la Lotti fu affiliata». Amara sostiene anche di aver ottenuto per la signora i voti decisivi per la poltrona di capo degli inquirenti di Gela, dove l'Eni ha un importante stabilimento. «Con la nomina di Lucia Lotti la Procura di Gela è stata totalmente nella mia disponibilità. Con questa espressione intendo dire che avevo costanti interlocuzioni con lei, che avevo la possibilità di consultare il fascicolo del pm già nella fase delle indagini, che concordavo con lei la nomina dei consulenti e suggerivo i nomi dei periti che la Procura avrebbe dovuto indicare al Gip in sede di incidente probatorio». Amara ha raccontato episodi specifici di questi suoi interventi e i pm gli hanno chiesto se si fosse anche impegnato per la nomina della donna alla carica di aggiunto di Roma. Risposta: «No, non mi interessava. Per questo incarico - so con certezza - che si è prodigato Antonello Montante», l'ex leader di Confindustria Sicilia condannato in primo grado a 14 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all'accesso abusivo al sistema informatico. Su queste accuse la Procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, ha presentato istanza di archiviazione nei confronti della Lotti, iscritta sul registro degli indagati per corruzione. 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A consegnare la lettera scarlatta ai magistrati milanesi che avevano raccolto le propalazioni dell'avvocato Piero Amara sulla loggia Ungheria è stato Antonio Massari, cronista del giornale diretto da Marco Travaglio. E tra gli allegati c'erano proprio tre dei sei verbali dell'avvocato. Massari, come aveva già fatto dopo la ricezione del primo plico, consegna tutto il materiale che era stato impacchettato per Travaglio, al quale la postina si rivolge: «Caro Travaglio... Marco», scrive. E fa riferimento al primo invio: «Questa è la seconda serie di verbali che lei già dovrebbe conoscere. La prima parte gliel'ho mandata 15-20 giorni fa e ovviamente non ci sono tracce sul tuo giornale». Chi scrive dimostra di essere al corrente che quel materiale è scottante: «Capisco che essendo verbali segreti e che mai vorranno farli uscire, ci siano delle difficoltà obiettive». Poi arriva al dunque: «Salvi (il procuratore generale della Corte di cassazione Giovanni Salvi, che è anche componente del Csm, ndr) è al corrente, ma non intende fare nulla». Al pg viene attribuita anche una frase virgolettata: «Ci sono anche brave persone là dentro (a suo avviso)». Ma, stando alla ricostruzione anonima, non era l'unico a conoscere il contenuto delle dichiarazioni di Amara: «È al corrente anche Erbani (Stefano Erbani, consigliere del Quirinale, ndr) &... Ma si guardano bene, ovviamente anche loro di fare cosa? Ma molti altri nell'ambito giudiziario sono al corrente... soprattutto di Area. Ma i giornali in genere vanno pazzi per queste cose, soprattutto se sono fondate. Non cadranno teste ma gli scandali non hanno mai fatto bene a nessuno». La comunicazione si chiude così: «Allora io aspetto un altro mese, dopo di che mando ad altro giornale, volevo che lei avesse esclusiva (pericolosa, ma esclusiva. Non c'è bisogno di menzionare che provengono dalla Procura di Milano) voi giornalisti sapete sempre come fare». E si congeda con un «ho fiducia in lei». Questo secondo scritto anonimo risulterà più difficile da attribuire, in quanto non contiene alcun carattere scritto a mano. Ma il riferimento al precedente invio, che invece presentava un'intera riga scritta di pugno e che dopo una perizia grafologica è stato attribuito a Marcella Contrafatto (la ex segretaria di Piercamillo Davigo, uomo al quale il pm della Procura di Milano che aveva raccolto quei verbali li aveva consegnati chiedendo tutela), sembra collegare i due documenti. Ma mentre la prima lettera è stata consegnata alla sezione disciplinare del Csm che ha giudicato Storari (assolvendolo), il secondo documento deve essere stato considerato troppo delicato. E non è finito tra gli atti, pur essendo, secondo i detrattori di Storari e chi pensava che il pm avesse sbagliato, valutato come decisivo, perché il pm stava indagando la Contrafatto per accesso abusivo, tanto da metterla sotto intercettazione. L'atto, che avrebbe fatto il giro di diverse Procure (Milano, Perugia, Roma, Brescia e Procura generale della Cassazione), deve essersi incagliato da qualche parte. Resta da capire quale.
Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
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