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2021-09-26
«Portai Greco al convegno dell’Eni. Fu la mia dimostrazione di forza»
Francesco Greco (Ansa)
A metà del febbraio scorso il corvo del Csm, che la Procura di Roma e lo stesso Consiglio hanno individuato in Marcella Contrafatto, l'ex segretaria di Piercamillo Davigo, ha inviato al consigliere Nino Di Matteo uno dei verbali d'interrogatorio del faccendiere Piero Amara sulla fantomatica loggia Ungheria. Un documento che, secondo il mittente, sarebbe stato «ben tenuto nascosto dal procuratore Greco (Francesco, ndr). Chissà perché». Nella lettera di accompagnamento il nome del capo degli inquirenti di Milano è sottolineato a penna e ha come postilla queste parole «(altri verb. c'è anche lui)». Insomma l'anonimo sembra insinuare che le indagini procedessero a rilento perché nelle carte ci sarebbe stato pure il nome di Greco. Un'accusa per cui la Contrafatto è stata iscritta sul registro degli indagati di Roma con l'accusa di calunnia. Ma in tutto questo bailamme nessun giornale (tra quelli con i verbali nei cassetti) si è preso la briga di verificare se il nome di Greco fosse stato davvero citato da Amara. E la risposta è sì. Il 16 dicembre 2019 il faccendiere, davanti al procuratore aggiunto di Milano Laura Pedio e al pm Paolo Storari, ha appena concluso di verbalizzare le sue ultime dichiarazioni, quando chiede di riaprire la registrazione: «Voglio aggiungere che una delle più ̀forti dimostrazioni del mio potere l'ho data all'Eni (per cui il faccendiere lavorava come avvocato esterno, ndr) organizzando presso la sede del Csm un convegno organizzato dall'Opco con la collaborazione dell'Eni al quale furono invitati noti magistrati e noti dirigenti dell'Eni».
L'Opco (l'Osservatorio permanente sulla criminalità organizzata) «è una associazione privata finanziata dalla Regione Sicilia» ha ricordato Amara. Il quale, intervistato da Panorama, ha puntualizzato: «Era il centro di potere di Gianni Tinebra (ex importante toga siciliana, ndr) di cui facevano parte molti magistrati, ma non tutti quelli che aderivano all'Opco automaticamente facevano parte del gruppo ristretto di Tinebra», ovvero di Ungheria. In base alla ricostruzione di Amara l'osservatorio sarebbe stato ideato, oltre che da Tinebra, anche dall'avvocato milanese Morris Lorenzo Ghezzi, un massone dichiarato che avrebbe scelto il nome «Ungheria».
Ghezzi e Tinebra sono scomparsi entrambi nel 2017 e non possono più replicare alle accuse del legale siciliano. Questi, il 16 dicembre 2019, a Milano, ha elencato i relatori del convegno, probabilmente facendo sobbalzare sulle sedie i due inquirenti che aveva di fronte: «Ricordo tra gli altri Francesco Greco, Vitaliano Esposito e Massimo Mantovani. Credo che non sia mai accaduto né prima né dopo che il Csm abbia aperto le porte ad una società privata. La scelta della location non fu casuale, ma era tesa (a dimostrare, ndr) sia la mia forza all'Eni che la forza dell'Eni all'esterno. L'organizzazione fu possibile grazie all'intervento di Tinebra. All'epoca vice presidente dell'Csm era Michele Vietti». Per Amara Tinebra e Vietti, insieme con l'avvocato messinese Enrico Caratozzolo e l'imprenditore Giancarlo Elia Valori, si sarebbero presentati come «promotori di Ungheria» e lo stesso Tinebra avrebbe introdotto Amara nella loggia. Ma torniamo all'Opco: come detto, il 25 gennaio 2011, sarebbe sbarcato al Csm. Ma, otto anni più tardi, il 16 dicembre 2019, i pm non hanno ritenuto di fare domande su una «delle più forti dimostrazioni del potere» di Amara. Magari per capire come fossero stati selezionati i relatori del convegno. A partire da Greco. Va detto che quest'ultimo, a dire del faccendiere, nel 2016 non venne sponsorizzato come procuratore di Milano da Amara & C., i quali avrebbero preferito un altro più «gestibile» al suo posto. Anche se alla fine «la candidatura di Greco era oggettivamente difficile da superare». Su Internet si trova ancora il programma provvisorio della conferenza nazionale dell'Opco tenuta al Csm sulla «Responsabilità penale d'impresa: lo scenario normativo, l'esperienza giurisprudenziale e la comparazione con il sistema statunitense». Nel programma Vietti ed Esposito, procuratore generale della Cassazione, fecero i saluti introduttivi.
Il moderatore era proprio Tinebra, presentato come presidente del comitato scientifico dell'Opco e procuratore generale della Corte d'appello di Catania. Tra i relatori pochi selezionati magistrati: l'allora aggiunto Greco (con un intervento sulla «responsabilità degli enti nell'esperienza processuale di Milano»), l'ex presidente di sezione della Cassazione Rocco Blaiotta e il gip di Firenze Michele Barillaro che sarebbe morto un anno dopo in un incidente stradale in Africa. Fece la sua relazione sulla «responsabilità di impresa vista dal lato delle aziende» anche Massimo Mantovani (l'ex capo degli affari legali Eni licenziato dalla compagnia petrolifera proprio per i rapporti con Amara). Ghezzi, giurista, ma anche sociologo e filosofo, oltre che gran maestro del Grande oriente d'Italia, trattò, invece, gli «aspetti sociologici e aspetti costituzionali». La prima relatrice indicata nella locandina era, però, l'attuale procuratore aggiunto di Roma Lucia Lotti, con una «lectio» sulla «responsabilità penale d'impresa e la criminalità organizzata». Su di lei, Amara ha messo a verbale: «Io la individuai come possibile candidata a entrare nell'associazione e ne parlai con Tinebra; dopo essere stato autorizzato ad avvicinarla - e avendo ricevuto il suo benestare - organizzai l'incontro tra lei e Tinebra a Siracusa. All'esito dell'incontro la Lotti fu affiliata». Amara sostiene anche di aver ottenuto per la signora i voti decisivi per la poltrona di capo degli inquirenti di Gela, dove l'Eni ha un importante stabilimento. «Con la nomina di Lucia Lotti la Procura di Gela è stata totalmente nella mia disponibilità. Con questa espressione intendo dire che avevo costanti interlocuzioni con lei, che avevo la possibilità di consultare il fascicolo del pm già nella fase delle indagini, che concordavo con lei la nomina dei consulenti e suggerivo i nomi dei periti che la Procura avrebbe dovuto indicare al Gip in sede di incidente probatorio».
Amara ha raccontato episodi specifici di questi suoi interventi e i pm gli hanno chiesto se si fosse anche impegnato per la nomina della donna alla carica di aggiunto di Roma. Risposta: «No, non mi interessava. Per questo incarico - so con certezza - che si è prodigato Antonello Montante», l'ex leader di Confindustria Sicilia condannato in primo grado a 14 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all'accesso abusivo al sistema informatico. Su queste accuse la Procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, ha presentato istanza di archiviazione nei confronti della Lotti, iscritta sul registro degli indagati per corruzione. Il Gip ha fissato per il 20 ottobre una camera di consiglio, in cui richiedere delucidazioni oppure disporre nuove indagini o anche l'imputazione coatta.
Il Colle e la lettera fantasma al Csm
C'è una lettera anonima, tra quelle inviate dalla postina (o dalle postine) ai giornalisti del Fatto e di Repubblica, valutata dalla stampa come «scomoda», che al Csm non è mai arrivata e nella quale si faceva un sibillino riferimento al Quirinale. Si tratta di un documento recapitato il 9 novembre 2020 alla redazione del Fatto.
A consegnare la lettera scarlatta ai magistrati milanesi che avevano raccolto le propalazioni dell'avvocato Piero Amara sulla loggia Ungheria è stato Antonio Massari, cronista del giornale diretto da Marco Travaglio. E tra gli allegati c'erano proprio tre dei sei verbali dell'avvocato. Massari, come aveva già fatto dopo la ricezione del primo plico, consegna tutto il materiale che era stato impacchettato per Travaglio, al quale la postina si rivolge: «Caro Travaglio... Marco», scrive. E fa riferimento al primo invio: «Questa è la seconda serie di verbali che lei già dovrebbe conoscere. La prima parte gliel'ho mandata 15-20 giorni fa e ovviamente non ci sono tracce sul tuo giornale».
Chi scrive dimostra di essere al corrente che quel materiale è scottante: «Capisco che essendo verbali segreti e che mai vorranno farli uscire, ci siano delle difficoltà obiettive». Poi arriva al dunque: «Salvi (il procuratore generale della Corte di cassazione Giovanni Salvi, che è anche componente del Csm, ndr) è al corrente, ma non intende fare nulla». Al pg viene attribuita anche una frase virgolettata: «Ci sono anche brave persone là dentro (a suo avviso)». Ma, stando alla ricostruzione anonima, non era l'unico a conoscere il contenuto delle dichiarazioni di Amara: «È al corrente anche Erbani (Stefano Erbani, consigliere del Quirinale, ndr) &... Ma si guardano bene, ovviamente anche loro di fare cosa? Ma molti altri nell'ambito giudiziario sono al corrente... soprattutto di Area. Ma i giornali in genere vanno pazzi per queste cose, soprattutto se sono fondate. Non cadranno teste ma gli scandali non hanno mai fatto bene a nessuno».
La comunicazione si chiude così: «Allora io aspetto un altro mese, dopo di che mando ad altro giornale, volevo che lei avesse esclusiva (pericolosa, ma esclusiva. Non c'è bisogno di menzionare che provengono dalla Procura di Milano) voi giornalisti sapete sempre come fare». E si congeda con un «ho fiducia in lei».
Questo secondo scritto anonimo risulterà più difficile da attribuire, in quanto non contiene alcun carattere scritto a mano. Ma il riferimento al precedente invio, che invece presentava un'intera riga scritta di pugno e che dopo una perizia grafologica è stato attribuito a Marcella Contrafatto (la ex segretaria di Piercamillo Davigo, uomo al quale il pm della Procura di Milano che aveva raccolto quei verbali li aveva consegnati chiedendo tutela), sembra collegare i due documenti. Ma mentre la prima lettera è stata consegnata alla sezione disciplinare del Csm che ha giudicato Storari (assolvendolo), il secondo documento deve essere stato considerato troppo delicato.
E non è finito tra gli atti, pur essendo, secondo i detrattori di Storari e chi pensava che il pm avesse sbagliato, valutato come decisivo, perché il pm stava indagando la Contrafatto per accesso abusivo, tanto da metterla sotto intercettazione. L'atto, che avrebbe fatto il giro di diverse Procure (Milano, Perugia, Roma, Brescia e Procura generale della Cassazione), deve essersi incagliato da qualche parte. Resta da capire quale.
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Il verbale di Piero Amara sull'incontro organizzato nel 2011 a Palazzo dei Marescialli con il procuratore di Milano. L'osservatorio siciliano sulla criminalità, vicino a Tinebra, era il «vivaio» della presunta cellula massonica.La missiva accusava di complicità nella censura un alto collaboratore del Quirinale. A differenza degli altri testi spediti al Fatto, non è mai stata trasmessa al Consiglio.Lo speciale contiene due articoli.A metà del febbraio scorso il corvo del Csm, che la Procura di Roma e lo stesso Consiglio hanno individuato in Marcella Contrafatto, l'ex segretaria di Piercamillo Davigo, ha inviato al consigliere Nino Di Matteo uno dei verbali d'interrogatorio del faccendiere Piero Amara sulla fantomatica loggia Ungheria. Un documento che, secondo il mittente, sarebbe stato «ben tenuto nascosto dal procuratore Greco (Francesco, ndr). Chissà perché». Nella lettera di accompagnamento il nome del capo degli inquirenti di Milano è sottolineato a penna e ha come postilla queste parole «(altri verb. c'è anche lui)». Insomma l'anonimo sembra insinuare che le indagini procedessero a rilento perché nelle carte ci sarebbe stato pure il nome di Greco. Un'accusa per cui la Contrafatto è stata iscritta sul registro degli indagati di Roma con l'accusa di calunnia. Ma in tutto questo bailamme nessun giornale (tra quelli con i verbali nei cassetti) si è preso la briga di verificare se il nome di Greco fosse stato davvero citato da Amara. E la risposta è sì. Il 16 dicembre 2019 il faccendiere, davanti al procuratore aggiunto di Milano Laura Pedio e al pm Paolo Storari, ha appena concluso di verbalizzare le sue ultime dichiarazioni, quando chiede di riaprire la registrazione: «Voglio aggiungere che una delle più ̀forti dimostrazioni del mio potere l'ho data all'Eni (per cui il faccendiere lavorava come avvocato esterno, ndr) organizzando presso la sede del Csm un convegno organizzato dall'Opco con la collaborazione dell'Eni al quale furono invitati noti magistrati e noti dirigenti dell'Eni». L'Opco (l'Osservatorio permanente sulla criminalità organizzata) «è una associazione privata finanziata dalla Regione Sicilia» ha ricordato Amara. Il quale, intervistato da Panorama, ha puntualizzato: «Era il centro di potere di Gianni Tinebra (ex importante toga siciliana, ndr) di cui facevano parte molti magistrati, ma non tutti quelli che aderivano all'Opco automaticamente facevano parte del gruppo ristretto di Tinebra», ovvero di Ungheria. In base alla ricostruzione di Amara l'osservatorio sarebbe stato ideato, oltre che da Tinebra, anche dall'avvocato milanese Morris Lorenzo Ghezzi, un massone dichiarato che avrebbe scelto il nome «Ungheria». Ghezzi e Tinebra sono scomparsi entrambi nel 2017 e non possono più replicare alle accuse del legale siciliano. Questi, il 16 dicembre 2019, a Milano, ha elencato i relatori del convegno, probabilmente facendo sobbalzare sulle sedie i due inquirenti che aveva di fronte: «Ricordo tra gli altri Francesco Greco, Vitaliano Esposito e Massimo Mantovani. Credo che non sia mai accaduto né prima né dopo che il Csm abbia aperto le porte ad una società privata. La scelta della location non fu casuale, ma era tesa (a dimostrare, ndr) sia la mia forza all'Eni che la forza dell'Eni all'esterno. L'organizzazione fu possibile grazie all'intervento di Tinebra. All'epoca vice presidente dell'Csm era Michele Vietti». Per Amara Tinebra e Vietti, insieme con l'avvocato messinese Enrico Caratozzolo e l'imprenditore Giancarlo Elia Valori, si sarebbero presentati come «promotori di Ungheria» e lo stesso Tinebra avrebbe introdotto Amara nella loggia. Ma torniamo all'Opco: come detto, il 25 gennaio 2011, sarebbe sbarcato al Csm. Ma, otto anni più tardi, il 16 dicembre 2019, i pm non hanno ritenuto di fare domande su una «delle più forti dimostrazioni del potere» di Amara. Magari per capire come fossero stati selezionati i relatori del convegno. A partire da Greco. Va detto che quest'ultimo, a dire del faccendiere, nel 2016 non venne sponsorizzato come procuratore di Milano da Amara & C., i quali avrebbero preferito un altro più «gestibile» al suo posto. Anche se alla fine «la candidatura di Greco era oggettivamente difficile da superare». Su Internet si trova ancora il programma provvisorio della conferenza nazionale dell'Opco tenuta al Csm sulla «Responsabilità penale d'impresa: lo scenario normativo, l'esperienza giurisprudenziale e la comparazione con il sistema statunitense». Nel programma Vietti ed Esposito, procuratore generale della Cassazione, fecero i saluti introduttivi. Il moderatore era proprio Tinebra, presentato come presidente del comitato scientifico dell'Opco e procuratore generale della Corte d'appello di Catania. Tra i relatori pochi selezionati magistrati: l'allora aggiunto Greco (con un intervento sulla «responsabilità degli enti nell'esperienza processuale di Milano»), l'ex presidente di sezione della Cassazione Rocco Blaiotta e il gip di Firenze Michele Barillaro che sarebbe morto un anno dopo in un incidente stradale in Africa. Fece la sua relazione sulla «responsabilità di impresa vista dal lato delle aziende» anche Massimo Mantovani (l'ex capo degli affari legali Eni licenziato dalla compagnia petrolifera proprio per i rapporti con Amara). Ghezzi, giurista, ma anche sociologo e filosofo, oltre che gran maestro del Grande oriente d'Italia, trattò, invece, gli «aspetti sociologici e aspetti costituzionali». La prima relatrice indicata nella locandina era, però, l'attuale procuratore aggiunto di Roma Lucia Lotti, con una «lectio» sulla «responsabilità penale d'impresa e la criminalità organizzata». Su di lei, Amara ha messo a verbale: «Io la individuai come possibile candidata a entrare nell'associazione e ne parlai con Tinebra; dopo essere stato autorizzato ad avvicinarla - e avendo ricevuto il suo benestare - organizzai l'incontro tra lei e Tinebra a Siracusa. All'esito dell'incontro la Lotti fu affiliata». Amara sostiene anche di aver ottenuto per la signora i voti decisivi per la poltrona di capo degli inquirenti di Gela, dove l'Eni ha un importante stabilimento. «Con la nomina di Lucia Lotti la Procura di Gela è stata totalmente nella mia disponibilità. Con questa espressione intendo dire che avevo costanti interlocuzioni con lei, che avevo la possibilità di consultare il fascicolo del pm già nella fase delle indagini, che concordavo con lei la nomina dei consulenti e suggerivo i nomi dei periti che la Procura avrebbe dovuto indicare al Gip in sede di incidente probatorio». Amara ha raccontato episodi specifici di questi suoi interventi e i pm gli hanno chiesto se si fosse anche impegnato per la nomina della donna alla carica di aggiunto di Roma. Risposta: «No, non mi interessava. Per questo incarico - so con certezza - che si è prodigato Antonello Montante», l'ex leader di Confindustria Sicilia condannato in primo grado a 14 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all'accesso abusivo al sistema informatico. Su queste accuse la Procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, ha presentato istanza di archiviazione nei confronti della Lotti, iscritta sul registro degli indagati per corruzione. 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A consegnare la lettera scarlatta ai magistrati milanesi che avevano raccolto le propalazioni dell'avvocato Piero Amara sulla loggia Ungheria è stato Antonio Massari, cronista del giornale diretto da Marco Travaglio. E tra gli allegati c'erano proprio tre dei sei verbali dell'avvocato. Massari, come aveva già fatto dopo la ricezione del primo plico, consegna tutto il materiale che era stato impacchettato per Travaglio, al quale la postina si rivolge: «Caro Travaglio... Marco», scrive. E fa riferimento al primo invio: «Questa è la seconda serie di verbali che lei già dovrebbe conoscere. La prima parte gliel'ho mandata 15-20 giorni fa e ovviamente non ci sono tracce sul tuo giornale». Chi scrive dimostra di essere al corrente che quel materiale è scottante: «Capisco che essendo verbali segreti e che mai vorranno farli uscire, ci siano delle difficoltà obiettive». Poi arriva al dunque: «Salvi (il procuratore generale della Corte di cassazione Giovanni Salvi, che è anche componente del Csm, ndr) è al corrente, ma non intende fare nulla». Al pg viene attribuita anche una frase virgolettata: «Ci sono anche brave persone là dentro (a suo avviso)». Ma, stando alla ricostruzione anonima, non era l'unico a conoscere il contenuto delle dichiarazioni di Amara: «È al corrente anche Erbani (Stefano Erbani, consigliere del Quirinale, ndr) &... Ma si guardano bene, ovviamente anche loro di fare cosa? Ma molti altri nell'ambito giudiziario sono al corrente... soprattutto di Area. Ma i giornali in genere vanno pazzi per queste cose, soprattutto se sono fondate. Non cadranno teste ma gli scandali non hanno mai fatto bene a nessuno». La comunicazione si chiude così: «Allora io aspetto un altro mese, dopo di che mando ad altro giornale, volevo che lei avesse esclusiva (pericolosa, ma esclusiva. Non c'è bisogno di menzionare che provengono dalla Procura di Milano) voi giornalisti sapete sempre come fare». E si congeda con un «ho fiducia in lei». Questo secondo scritto anonimo risulterà più difficile da attribuire, in quanto non contiene alcun carattere scritto a mano. Ma il riferimento al precedente invio, che invece presentava un'intera riga scritta di pugno e che dopo una perizia grafologica è stato attribuito a Marcella Contrafatto (la ex segretaria di Piercamillo Davigo, uomo al quale il pm della Procura di Milano che aveva raccolto quei verbali li aveva consegnati chiedendo tutela), sembra collegare i due documenti. Ma mentre la prima lettera è stata consegnata alla sezione disciplinare del Csm che ha giudicato Storari (assolvendolo), il secondo documento deve essere stato considerato troppo delicato. E non è finito tra gli atti, pur essendo, secondo i detrattori di Storari e chi pensava che il pm avesse sbagliato, valutato come decisivo, perché il pm stava indagando la Contrafatto per accesso abusivo, tanto da metterla sotto intercettazione. L'atto, che avrebbe fatto il giro di diverse Procure (Milano, Perugia, Roma, Brescia e Procura generale della Cassazione), deve essersi incagliato da qualche parte. Resta da capire quale.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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