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2020-12-19
Più gli esperti accumulano errori più li fanno decidere delle nostre vite
Giuseppe Ruocco (Ansa)
Negli ultimi giorni hanno ripetuto più volte di essere «molto preoccupati», ma a ben vedere quelli preoccupati dovremmo essere noi. La nostra vita quotidiana, la possibilità di uscire di casa, prendere un caffè al bar in santa pace, incontrare amici e parenti o praticare sport dipende dall'entità quasi metafisica denominata Comitato tecnico scientifico. Anche conosciuto come Cts: il conciliabolo di super esperti che si riuniscono, confabulano e poi emettono sentenze su cui i governanti (già confusi per i fatti loro) si basano per emettere i vari dpcm.
Nei sogni proibiti del Cts (o almeno di una parte di esso), c'era l'idea di farci trascorrere il Natale blindati dentro una camera sterile: niente uscite, niente cene, niente compere, niente di niente. «Siamo molto preoccupati per le prossime settimane natalizie perché sappiamo quali possono essere i potenziali rischi d'incontro e convivialità tra le famiglie», ha dichiarato il coordinatore della Suprema entità, Agostino Miozzo. A questo siamo, ai «rischi della convivialità», che è come dire «i rischi della vita su questa terra».
Uscite enfatiche a parte, dei super esperti potremmo persino fidarci, se non fosse che negli ultimi giorni sono emerse sul loro conto notizie di non secondaria importanza. Dati piccoli e meno piccoli che, se presi tutti insieme, compongono un quadro abbastanza sconfortante. Il fatto è che del Cts fanno parte alcuni personaggi i quali un po' di responsabilità nell'esplosione della crisi ce l'hanno. In pratica a risolvere le magagne ci sono gli stessi che le hanno create. Niente male, no?
A parte gli ormai noti Agostino Miozzo e Silvio Brusaferro, nel Cts troviamo esperti come Claudio D'Amario, direttore generale della Prevenzione sanitaria del ministero della Salute; Giuseppe Ruocco, segretario generale del ministero della Salute; Ranieri Guerra, rappresentante dell'Organizzazione mondiale della sanità e Francesco Maraglino, direttore dell'Ufficio prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale del ministero della Salute. Poi, in qualità di geniaccio consultabile alla bisogna, c'è Walter Ricciardi, voluto personalmente da Speranza. Un plotone di saggi da far invidia alla Scuola di Atene, non c'è che dire. Gente con curriculum sterminato, pubblicazioni, galloni e galletti. Però poi, scendendo appena sotto la superficie, si scoprono alcuni dettagli che lasciano perplessi.
Di Ranieri Guerra ormai sappiamo quasi tutto. Direttore aggiunto dell'Oms, è accusato dal ricercatore Francesco Zambon di aver fatto pressioni per censurare il famigerato report dell'Organizzazione mondiale della sanità considerato imbarazzante per il governo. Onnipresente sui media ormai da qualche settimana, si è distinto per aver inviato email in cui insulta altri medici (ad esempio Filippo Curtale, indicato come «quello scemo»), afferma che l'Oms ha fatto da «figlia di fico» (sic) per il governo giallorosso e, come se non bastasse, chiede di cambiare la data del piano pandemico italiano. Piano che - è noto - avrebbe dovuto essere aggiornato almeno nel 2013 e invece è rimasto fermo al 2016. Guerra, nelle varie interviste, ha fornito su questa faccenda versioni per lo meno discutibili e talvolta diverse fra loro. Eppure sta ancora lì, nel comitato di espertoni che decidono della nostra vita.
Poi c'è Giuseppe Ruocco, uno che il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, vorrebbe cacciare «a calci nel culo» perché lo ha fatto «incazzare». A detta di Sileri, Ruocco diserterebbe le riunioni del Cts, e questo è il meno. Perché costui è l'uomo (o uno degli uomini) che avrebbero dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico italiano come da indicazioni dell'Ue. Lo stesso Ranieri Guerra ha indicato Ruocco come responsabile del mancato aggiornamento. Sileri ha dichiarato al nostro giornale che, se lui avesse fatto ciò che ha fatto Ruocco, «non dormirebbe la notte».
E veniamo a Claudio D'Amario. Si tratta del dirigente che ha preso il posto di Guerra a capo della Prevenzione presso il ministero della Salute. Anche lui avrebbe dovuto aggiornare il piano pandemico che i suoi due predecessori si sono limitati a copiare e incollare, ma non lo ha fatto. Del resto, ora c'è lui a capo della Prevenzione, ma sembra proprio che non abbiamo prevenuto alcunché.
Anche Francesco Maraglino si occupa di prevenzione. C'è la sua firma su un documento chiamato Revisione del piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale, risalente all'aprile 2019. Si tratta, semplificando, di un testo in cui si spiega come aggiornare il piano pandemico. In pratica, c'è scritto che il piano va revisionato e si spiega come revisionarlo, ma dal 2019 al 2020 non è stato revisionato un bel nulla.
Infine, eccoci a Walter Ricciardi. Un uomo che definire poliedrico è poco. È consulente del governo, ma è anche «responsabile sanità» di Azione, il partito di Carlo Calenda, che il governo lo critica pesantemente un giorno sì e l'altro pure. Ricciardi è consulente di Speranza, ma è anche l'esperto dell'Università Cattolica che firma sul sito dello Health system response monitor (sostenuto da Ue e Oms) un articolo in cui si spiega che il governo italiano aveva un piano pandemico vecchio e non ha applicato nemmeno quello. Inoltre, è lo stesso che - in un report firmato anche da Stefano Boccia e John P.A. Iannidis - ha definito il lockdown una «misura di cieca disperazione».
Questo è il quadro. Nel comitato che stabilisce come dobbiamo stare al mondo ci sono esperti che si attaccano e accusano fra loro, che non hanno aggiornato il piano di contrasto alla pandemia e che criticano pesantemente il governo che li ha assoldati. Vi chiedete come sia possibile? Beh, se Speranza è ancora ministro della Salute, niente è impossibile.
I monoclonali fabbricati a Latina vanno a finire negli Stati Uniti
A una possibile cura innovativa già disponibile da mesi contro il Covid-19, l'Italia preferisce attendere un vaccino. Circa 10.000 italiani avrebbero potuto accedere (gratuitamente) a una terapia simile a quella impiegata per curare il presidente americano Donald Trump, ma inspiegabilmente una simile risorsa è rimasta inutilizzata.
È l'incredibile paradosso in cui si trova il nostro Paese, dove viene prodotta una terapia specifica per la proteina spike del coronavirus Sars-Cov-2 costituita da anticorpi monoclonali, cioè sviluppati a partire dagli anticorpi di chi è guarito dal Covid-19. Si tratta, come riporta il Fatto Quotidiano, del bamlanivimab o Cov555, sviluppato dalla multinazionale americana Eli Lilly e fabbricato negli stabilimenti di Latina, da cui poi la medicina esce per tornare negli Usa. Lì, infatti, il farmaco è stato autorizzato il 9 novembre dall'Agenzia del farmaco americana (Fda) per l'uso in emergenza nei pazienti positivi a Sars-Cov-2, con malattia da lieve a moderata, ma ad alto rischio di peggioramento. I risultati, provenienti dallo studio clinico di fase II pubblicati sul New England journal of medicine, mostrano infatti che l'anticorpo in questione è utile nel ridurre la carica virale e le probabilità di ricovero dal 72 al 90%. Gli Stati Uniti ne hanno acquistato 950.000 dosi. Anche Canada e Germania si sono fatti avanti e, in questi giorni, anche l'Ungheria.
All'Italia, fin da ottobre era stata data la possibilità di partecipare allo studio di fase III (ora in corso) con la fornitura gratuita di 10.000 dosi del farmaco, quindi 10.000 pazienti che sarebbero potuti guarire. La proposta da parte dell'azienda americana sarebbe arrivata lo scorso 29 ottobre sul tavolo dell'Agenzia del farmaco italiana (Aifa). Contrariamente da quello che ci si aspetterebbe in una situazione del genere, in piena seconda ondata, con migliaia di casi ogni giorno, l'Aifa non ha risposto. Certo, non c'è l'autorizzazione dell'agenzia europea (Ema), però la Germania si è accaparrata delle dosi. Forse i teutonici si sono ricordati di una direttiva europea del 2001, incredibilmente sfuggita alle agenzie italiane, che consente ai singoli Paesi dell'Ue di acquistare singolarmente farmaci in fase di sperimentazione. Il Fatto però avanza anche un'altra possibile spiegazione osservando che da marzo il governo ha investito 380 milioni per lo sviluppo di monoclonali italiani da parte della fondazione Toscana life sciences (Tls), ente non profit di Siena, in collaborazione con l'Istituto Spallanzani. La sperimentazione clinica però potrebbe partire solo in primavera 2021. Chiaramente, un farmaco made in Italy garantirebbe autosufficienza e facilità nell'approvvigionamento. Ma a pochi chilometri di distanza, a Sesto Fiorentino, Lilly osserva che oltre ai benefici in termini di salute, il loro farmaco avrebbe anche ricadute economiche per il nostro Paese, visto che nella produzione è coinvolto un fornitore italiano, la Latina Bsp pharmaceutical.
L'Aifa e la struttura del supercommissario, Domenico Arcuri, affermano che attendono l'autorizzazione dell'Ema, ma questa prudenza pare incomprensibile anche allo stesso consulente del ministro della Salute, Walter Ricciardi, che osserva come «con tanti morti e ospedalizzati valutare presto tutte le terapie disponibili è un imperativo etico e morale». Anche il virologo Guido Silvestri, dall'altra parte dell'Oceano si domanda «cosa stia bloccando l'introduzione degli anticorpi di Lilly e/o Regeneron, che qui negli States usiamo con risultati molto incoraggianti». La stessa Antonella Viola, immunologa dell'università di Padova, si dice sorpresa di questo ritardo e si domanda: «Cosa aspettiamo?». Forse di pagare quello che si potrebbe avere gratuitamente.
Come è noto, da quando l'Fda autorizza il farmaco, l'azienda non può più proporre il farmaco gratuitamente a chi partecipa allo studio clinico, ma deve venderlo. Sembra incredibile, ma la trattativa è andata in scena il 16 novembre alla presenza del supercommissario Arcuri, del direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini, e del ministro della Salute, Roberto Speranza. Si sarebbe parlato di prezzo (il farmaco costa circa 1.000 euro, un giorno di ricovero circa 850 euro) e di dosi, ma pare che tutto si sia fermato. È caduta nel vuoto anche la provocazione del sindaco di Firenze, Dario Nardella, che ai giornali ha dichiarato di aver parlato coi vertici di Lilly e che «se c'è l'ok della Commissione Ue, la distribuzione del farmaco a base di anticorpi monoclonali potrebbe cominciare dopo Natale non solo in Francia, Spagna e Regno Unito ma anche in Italia». Non manca molto al Natale, ma su una potenziale cura per il Covid regna uno spettrale silenzio.
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Giuseppe Ruocco, Francesco Maraglino e Claudio D'Amario non hanno rielaborato il programma di prevenzione delle epidemie; il numero due dell'Oms ha brigato per censurare il report di Francesco Zambon. Però tutti istruiscono il governo e predicano in tv.La multinazionale Eli Lilly produce nel Lazio il farmaco che ha curato Donald Trump e riduce fino al 90% il rischio di ricoveri. Ma qui sperimentarlo resta vietato: manca l'intesa tra ditta, Aifa, Domenico Arcuri e dicastero.Lo speciale contiene due articoli.Negli ultimi giorni hanno ripetuto più volte di essere «molto preoccupati», ma a ben vedere quelli preoccupati dovremmo essere noi. La nostra vita quotidiana, la possibilità di uscire di casa, prendere un caffè al bar in santa pace, incontrare amici e parenti o praticare sport dipende dall'entità quasi metafisica denominata Comitato tecnico scientifico. Anche conosciuto come Cts: il conciliabolo di super esperti che si riuniscono, confabulano e poi emettono sentenze su cui i governanti (già confusi per i fatti loro) si basano per emettere i vari dpcm.Nei sogni proibiti del Cts (o almeno di una parte di esso), c'era l'idea di farci trascorrere il Natale blindati dentro una camera sterile: niente uscite, niente cene, niente compere, niente di niente. «Siamo molto preoccupati per le prossime settimane natalizie perché sappiamo quali possono essere i potenziali rischi d'incontro e convivialità tra le famiglie», ha dichiarato il coordinatore della Suprema entità, Agostino Miozzo. A questo siamo, ai «rischi della convivialità», che è come dire «i rischi della vita su questa terra». Uscite enfatiche a parte, dei super esperti potremmo persino fidarci, se non fosse che negli ultimi giorni sono emerse sul loro conto notizie di non secondaria importanza. Dati piccoli e meno piccoli che, se presi tutti insieme, compongono un quadro abbastanza sconfortante. Il fatto è che del Cts fanno parte alcuni personaggi i quali un po' di responsabilità nell'esplosione della crisi ce l'hanno. In pratica a risolvere le magagne ci sono gli stessi che le hanno create. Niente male, no?A parte gli ormai noti Agostino Miozzo e Silvio Brusaferro, nel Cts troviamo esperti come Claudio D'Amario, direttore generale della Prevenzione sanitaria del ministero della Salute; Giuseppe Ruocco, segretario generale del ministero della Salute; Ranieri Guerra, rappresentante dell'Organizzazione mondiale della sanità e Francesco Maraglino, direttore dell'Ufficio prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale del ministero della Salute. Poi, in qualità di geniaccio consultabile alla bisogna, c'è Walter Ricciardi, voluto personalmente da Speranza. Un plotone di saggi da far invidia alla Scuola di Atene, non c'è che dire. Gente con curriculum sterminato, pubblicazioni, galloni e galletti. Però poi, scendendo appena sotto la superficie, si scoprono alcuni dettagli che lasciano perplessi. Di Ranieri Guerra ormai sappiamo quasi tutto. Direttore aggiunto dell'Oms, è accusato dal ricercatore Francesco Zambon di aver fatto pressioni per censurare il famigerato report dell'Organizzazione mondiale della sanità considerato imbarazzante per il governo. Onnipresente sui media ormai da qualche settimana, si è distinto per aver inviato email in cui insulta altri medici (ad esempio Filippo Curtale, indicato come «quello scemo»), afferma che l'Oms ha fatto da «figlia di fico» (sic) per il governo giallorosso e, come se non bastasse, chiede di cambiare la data del piano pandemico italiano. Piano che - è noto - avrebbe dovuto essere aggiornato almeno nel 2013 e invece è rimasto fermo al 2016. Guerra, nelle varie interviste, ha fornito su questa faccenda versioni per lo meno discutibili e talvolta diverse fra loro. Eppure sta ancora lì, nel comitato di espertoni che decidono della nostra vita. Poi c'è Giuseppe Ruocco, uno che il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, vorrebbe cacciare «a calci nel culo» perché lo ha fatto «incazzare». A detta di Sileri, Ruocco diserterebbe le riunioni del Cts, e questo è il meno. Perché costui è l'uomo (o uno degli uomini) che avrebbero dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico italiano come da indicazioni dell'Ue. Lo stesso Ranieri Guerra ha indicato Ruocco come responsabile del mancato aggiornamento. Sileri ha dichiarato al nostro giornale che, se lui avesse fatto ciò che ha fatto Ruocco, «non dormirebbe la notte». E veniamo a Claudio D'Amario. Si tratta del dirigente che ha preso il posto di Guerra a capo della Prevenzione presso il ministero della Salute. Anche lui avrebbe dovuto aggiornare il piano pandemico che i suoi due predecessori si sono limitati a copiare e incollare, ma non lo ha fatto. Del resto, ora c'è lui a capo della Prevenzione, ma sembra proprio che non abbiamo prevenuto alcunché.Anche Francesco Maraglino si occupa di prevenzione. C'è la sua firma su un documento chiamato Revisione del piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale, risalente all'aprile 2019. Si tratta, semplificando, di un testo in cui si spiega come aggiornare il piano pandemico. In pratica, c'è scritto che il piano va revisionato e si spiega come revisionarlo, ma dal 2019 al 2020 non è stato revisionato un bel nulla. Infine, eccoci a Walter Ricciardi. Un uomo che definire poliedrico è poco. È consulente del governo, ma è anche «responsabile sanità» di Azione, il partito di Carlo Calenda, che il governo lo critica pesantemente un giorno sì e l'altro pure. Ricciardi è consulente di Speranza, ma è anche l'esperto dell'Università Cattolica che firma sul sito dello Health system response monitor (sostenuto da Ue e Oms) un articolo in cui si spiega che il governo italiano aveva un piano pandemico vecchio e non ha applicato nemmeno quello. Inoltre, è lo stesso che - in un report firmato anche da Stefano Boccia e John P.A. Iannidis - ha definito il lockdown una «misura di cieca disperazione». Questo è il quadro. Nel comitato che stabilisce come dobbiamo stare al mondo ci sono esperti che si attaccano e accusano fra loro, che non hanno aggiornato il piano di contrasto alla pandemia e che criticano pesantemente il governo che li ha assoldati. Vi chiedete come sia possibile? Beh, se Speranza è ancora ministro della Salute, niente è impossibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piu-gli-esperti-accumulano-errori-piu-li-fanno-decidere-delle-nostre-vite-2649547426.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-monoclonali-fabbricati-a-latina-vanno-a-finire-negli-stati-uniti" data-post-id="2649547426" data-published-at="1608356876" data-use-pagination="False"> I monoclonali fabbricati a Latina vanno a finire negli Stati Uniti A una possibile cura innovativa già disponibile da mesi contro il Covid-19, l'Italia preferisce attendere un vaccino. Circa 10.000 italiani avrebbero potuto accedere (gratuitamente) a una terapia simile a quella impiegata per curare il presidente americano Donald Trump, ma inspiegabilmente una simile risorsa è rimasta inutilizzata. È l'incredibile paradosso in cui si trova il nostro Paese, dove viene prodotta una terapia specifica per la proteina spike del coronavirus Sars-Cov-2 costituita da anticorpi monoclonali, cioè sviluppati a partire dagli anticorpi di chi è guarito dal Covid-19. Si tratta, come riporta il Fatto Quotidiano, del bamlanivimab o Cov555, sviluppato dalla multinazionale americana Eli Lilly e fabbricato negli stabilimenti di Latina, da cui poi la medicina esce per tornare negli Usa. Lì, infatti, il farmaco è stato autorizzato il 9 novembre dall'Agenzia del farmaco americana (Fda) per l'uso in emergenza nei pazienti positivi a Sars-Cov-2, con malattia da lieve a moderata, ma ad alto rischio di peggioramento. I risultati, provenienti dallo studio clinico di fase II pubblicati sul New England journal of medicine, mostrano infatti che l'anticorpo in questione è utile nel ridurre la carica virale e le probabilità di ricovero dal 72 al 90%. Gli Stati Uniti ne hanno acquistato 950.000 dosi. Anche Canada e Germania si sono fatti avanti e, in questi giorni, anche l'Ungheria. All'Italia, fin da ottobre era stata data la possibilità di partecipare allo studio di fase III (ora in corso) con la fornitura gratuita di 10.000 dosi del farmaco, quindi 10.000 pazienti che sarebbero potuti guarire. La proposta da parte dell'azienda americana sarebbe arrivata lo scorso 29 ottobre sul tavolo dell'Agenzia del farmaco italiana (Aifa). Contrariamente da quello che ci si aspetterebbe in una situazione del genere, in piena seconda ondata, con migliaia di casi ogni giorno, l'Aifa non ha risposto. Certo, non c'è l'autorizzazione dell'agenzia europea (Ema), però la Germania si è accaparrata delle dosi. Forse i teutonici si sono ricordati di una direttiva europea del 2001, incredibilmente sfuggita alle agenzie italiane, che consente ai singoli Paesi dell'Ue di acquistare singolarmente farmaci in fase di sperimentazione. Il Fatto però avanza anche un'altra possibile spiegazione osservando che da marzo il governo ha investito 380 milioni per lo sviluppo di monoclonali italiani da parte della fondazione Toscana life sciences (Tls), ente non profit di Siena, in collaborazione con l'Istituto Spallanzani. La sperimentazione clinica però potrebbe partire solo in primavera 2021. Chiaramente, un farmaco made in Italy garantirebbe autosufficienza e facilità nell'approvvigionamento. Ma a pochi chilometri di distanza, a Sesto Fiorentino, Lilly osserva che oltre ai benefici in termini di salute, il loro farmaco avrebbe anche ricadute economiche per il nostro Paese, visto che nella produzione è coinvolto un fornitore italiano, la Latina Bsp pharmaceutical. L'Aifa e la struttura del supercommissario, Domenico Arcuri, affermano che attendono l'autorizzazione dell'Ema, ma questa prudenza pare incomprensibile anche allo stesso consulente del ministro della Salute, Walter Ricciardi, che osserva come «con tanti morti e ospedalizzati valutare presto tutte le terapie disponibili è un imperativo etico e morale». Anche il virologo Guido Silvestri, dall'altra parte dell'Oceano si domanda «cosa stia bloccando l'introduzione degli anticorpi di Lilly e/o Regeneron, che qui negli States usiamo con risultati molto incoraggianti». La stessa Antonella Viola, immunologa dell'università di Padova, si dice sorpresa di questo ritardo e si domanda: «Cosa aspettiamo?». Forse di pagare quello che si potrebbe avere gratuitamente. Come è noto, da quando l'Fda autorizza il farmaco, l'azienda non può più proporre il farmaco gratuitamente a chi partecipa allo studio clinico, ma deve venderlo. Sembra incredibile, ma la trattativa è andata in scena il 16 novembre alla presenza del supercommissario Arcuri, del direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini, e del ministro della Salute, Roberto Speranza. Si sarebbe parlato di prezzo (il farmaco costa circa 1.000 euro, un giorno di ricovero circa 850 euro) e di dosi, ma pare che tutto si sia fermato. È caduta nel vuoto anche la provocazione del sindaco di Firenze, Dario Nardella, che ai giornali ha dichiarato di aver parlato coi vertici di Lilly e che «se c'è l'ok della Commissione Ue, la distribuzione del farmaco a base di anticorpi monoclonali potrebbe cominciare dopo Natale non solo in Francia, Spagna e Regno Unito ma anche in Italia». Non manca molto al Natale, ma su una potenziale cura per il Covid regna uno spettrale silenzio.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 maggio con Carlo Cambi
Dopo avere tentato di scaricare sul governo i clamorosi errori dell’alluvione (con Elly Schlein assessore regionale in prima fila); dopo aver provato ad attribuire a Roma i dolorosi tagli alla Sanità locale, conseguenza della voragine nei conti lasciata da Stefano Bonaccini; ecco che i leader del paradiso italiano dell’inclusione fallita si arrabattano per lasciare nelle mani del centrodestra il cerino acceso.
Il più goffo trapezista sotto il tendone del circo è anche il più importante. Ieri il presidente regionale Michele de Pascale ha trovato il modo in tv di accusare Giorgia Meloni e Matteo Salvini facendo surf sulla demagogia. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata». Sociologia spicciola davanti a un numero impressionante: l’Emilia-Romagna ha 579.000 stranieri, pari al 12,9% della popolazione, record italiano (la media nazionale è 9%). Con un’accoglienza diffusa moltiplicata negli anni, con una rincorsa al «grande abbraccio» che ha creato disagio sociale e nuovi schiavi ma anche carriere di dirigenti, lanciati verso il Nazareno con la benedizione del cardinal Matteo Zuppi.
Di fronte a un simile fallimento, De Pascale filosofeggia sull’impatto delle seconde generazioni. «Se non si fa funzionare in maniera corretta l’immigrazione si alimenta una spinta di odio. Perché alla fine, se un cittadino percepisce che non c’è capacità di gestione corretta nei flussi migratori, legittimamente può sviluppare un sentimento che gli fa dire: se non li sapete gestire mandateli via tutti». Sta parlando di sé stesso e non lo sa. O forse lo sa benissimo e tenta di aggrapparsi con le ventose ai vetri. Proprio la scorsa settimana la Regione Emilia Romagna ha pubblicato un rapporto di 75 pagine con i dati più freschi sul fenomeno migratorio (La Verità e pochi altri media ne hanno parlato), sottolineando che «17,4% è la quota di assistiti stranieri ai servizi di Salute Mentale nel 2022, confermato nel 2024. E il 9,5% (che passa al 23% per bambini e adolescenti) riguarda coloro che sono stati presi in carico dai servizi di neuropsichiatria». Nel 2010 questi ultimi erano il 12%.
Le motivazioni sono chiarissime: «I fattori riguardano situazioni di discriminazione e mancata accettazione sociale, povertà, disoccupazione, sradicamento dalla terra di origine e difficoltà ad intessere legami relazionali». Dove? A casa di De Pascale, a sua insaputa. Il commento finale del dossier non riesce a nascondere le criticità. «Si conferma la complessità del fenomeno migratorio: esso si compone di generazioni ormai anziane, ma il fenomeno riguarda anche un flusso in entrata di “nuovi arrivati” con un carico specifico di bisogni (richiedenti asilo, vittime di tratta e caporalato, ricongiungimenti familiari) per i quali si sono consolidate nel territorio regionale reti di accoglienza».
Era già tutto scritto. Assistenzialismo puro, centinaia di milioni sperperati per tenere in piedi carrozzoni sociali intrisi di demagogia. Invece di battersi il pugno chiuso sul petto, il governatore demonizza gli hub in Albania, aggiungendo: «Le norme approvate da questo governo rendono più difficile la regolarizzazione». Poi fa il Ponzio Pilato sulla patente del laureato che ha falciato i passanti. «Le patenti le rilascia il ministero del ministro Salvini, non la Regione Emilia-Romagna». Così può andare a dormire tranquillo, spalleggiato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, che aggiunge: «È ora che il governo batta un colpo». Lo scaricabarile viene considerato sciacallaggio dal centrodestra. Giovanni Donzelli (Fdi): «Non è altro che un segno di poca dignità politica sollevare problemi sui fondi nazionali. Bisognerebbe chiedere conto al Comune di Modena e alla Regione che hanno tutte le competenze sui fondi socio-assistenziali. La sinistra in difficoltà ha trasformato in un comizio una tragedia con chiarissime responsabilità». La capogruppo Fdi in Regione, Marta Evangelisti, ricorda: «Salim El Koudri aveva già inviato mail con minacce contro i cristiani anni prima di essere preso in carico dai centri di salute mentale. Chi doveva vigilare? È preoccupante la permeabilità dei sistemi di accoglienza. La Regione continua a spendere milioni senza controlli seri e senza verificare davvero i risultati delle proprie politiche».
Anche l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) rimanda al mittente le accuse: «L’Europa è sotto assedio dell’islamismo radicale. Non parliamo più soltanto di minacce esterne ma di soggetti borderline, psicolabili, fanatici che crescono e si radicalizzano nelle nostre città, a causa delle politiche fallimentari portate avanti in questi anni». Il tendone del circo è caduto in testa a chi l’ha eretto, l’integrazione all’emiliana disintegra.
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