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2020-12-19
Più gli esperti accumulano errori più li fanno decidere delle nostre vite
Giuseppe Ruocco (Ansa)
Negli ultimi giorni hanno ripetuto più volte di essere «molto preoccupati», ma a ben vedere quelli preoccupati dovremmo essere noi. La nostra vita quotidiana, la possibilità di uscire di casa, prendere un caffè al bar in santa pace, incontrare amici e parenti o praticare sport dipende dall'entità quasi metafisica denominata Comitato tecnico scientifico. Anche conosciuto come Cts: il conciliabolo di super esperti che si riuniscono, confabulano e poi emettono sentenze su cui i governanti (già confusi per i fatti loro) si basano per emettere i vari dpcm.
Nei sogni proibiti del Cts (o almeno di una parte di esso), c'era l'idea di farci trascorrere il Natale blindati dentro una camera sterile: niente uscite, niente cene, niente compere, niente di niente. «Siamo molto preoccupati per le prossime settimane natalizie perché sappiamo quali possono essere i potenziali rischi d'incontro e convivialità tra le famiglie», ha dichiarato il coordinatore della Suprema entità, Agostino Miozzo. A questo siamo, ai «rischi della convivialità», che è come dire «i rischi della vita su questa terra».
Uscite enfatiche a parte, dei super esperti potremmo persino fidarci, se non fosse che negli ultimi giorni sono emerse sul loro conto notizie di non secondaria importanza. Dati piccoli e meno piccoli che, se presi tutti insieme, compongono un quadro abbastanza sconfortante. Il fatto è che del Cts fanno parte alcuni personaggi i quali un po' di responsabilità nell'esplosione della crisi ce l'hanno. In pratica a risolvere le magagne ci sono gli stessi che le hanno create. Niente male, no?
A parte gli ormai noti Agostino Miozzo e Silvio Brusaferro, nel Cts troviamo esperti come Claudio D'Amario, direttore generale della Prevenzione sanitaria del ministero della Salute; Giuseppe Ruocco, segretario generale del ministero della Salute; Ranieri Guerra, rappresentante dell'Organizzazione mondiale della sanità e Francesco Maraglino, direttore dell'Ufficio prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale del ministero della Salute. Poi, in qualità di geniaccio consultabile alla bisogna, c'è Walter Ricciardi, voluto personalmente da Speranza. Un plotone di saggi da far invidia alla Scuola di Atene, non c'è che dire. Gente con curriculum sterminato, pubblicazioni, galloni e galletti. Però poi, scendendo appena sotto la superficie, si scoprono alcuni dettagli che lasciano perplessi.
Di Ranieri Guerra ormai sappiamo quasi tutto. Direttore aggiunto dell'Oms, è accusato dal ricercatore Francesco Zambon di aver fatto pressioni per censurare il famigerato report dell'Organizzazione mondiale della sanità considerato imbarazzante per il governo. Onnipresente sui media ormai da qualche settimana, si è distinto per aver inviato email in cui insulta altri medici (ad esempio Filippo Curtale, indicato come «quello scemo»), afferma che l'Oms ha fatto da «figlia di fico» (sic) per il governo giallorosso e, come se non bastasse, chiede di cambiare la data del piano pandemico italiano. Piano che - è noto - avrebbe dovuto essere aggiornato almeno nel 2013 e invece è rimasto fermo al 2016. Guerra, nelle varie interviste, ha fornito su questa faccenda versioni per lo meno discutibili e talvolta diverse fra loro. Eppure sta ancora lì, nel comitato di espertoni che decidono della nostra vita.
Poi c'è Giuseppe Ruocco, uno che il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, vorrebbe cacciare «a calci nel culo» perché lo ha fatto «incazzare». A detta di Sileri, Ruocco diserterebbe le riunioni del Cts, e questo è il meno. Perché costui è l'uomo (o uno degli uomini) che avrebbero dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico italiano come da indicazioni dell'Ue. Lo stesso Ranieri Guerra ha indicato Ruocco come responsabile del mancato aggiornamento. Sileri ha dichiarato al nostro giornale che, se lui avesse fatto ciò che ha fatto Ruocco, «non dormirebbe la notte».
E veniamo a Claudio D'Amario. Si tratta del dirigente che ha preso il posto di Guerra a capo della Prevenzione presso il ministero della Salute. Anche lui avrebbe dovuto aggiornare il piano pandemico che i suoi due predecessori si sono limitati a copiare e incollare, ma non lo ha fatto. Del resto, ora c'è lui a capo della Prevenzione, ma sembra proprio che non abbiamo prevenuto alcunché.
Anche Francesco Maraglino si occupa di prevenzione. C'è la sua firma su un documento chiamato Revisione del piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale, risalente all'aprile 2019. Si tratta, semplificando, di un testo in cui si spiega come aggiornare il piano pandemico. In pratica, c'è scritto che il piano va revisionato e si spiega come revisionarlo, ma dal 2019 al 2020 non è stato revisionato un bel nulla.
Infine, eccoci a Walter Ricciardi. Un uomo che definire poliedrico è poco. È consulente del governo, ma è anche «responsabile sanità» di Azione, il partito di Carlo Calenda, che il governo lo critica pesantemente un giorno sì e l'altro pure. Ricciardi è consulente di Speranza, ma è anche l'esperto dell'Università Cattolica che firma sul sito dello Health system response monitor (sostenuto da Ue e Oms) un articolo in cui si spiega che il governo italiano aveva un piano pandemico vecchio e non ha applicato nemmeno quello. Inoltre, è lo stesso che - in un report firmato anche da Stefano Boccia e John P.A. Iannidis - ha definito il lockdown una «misura di cieca disperazione».
Questo è il quadro. Nel comitato che stabilisce come dobbiamo stare al mondo ci sono esperti che si attaccano e accusano fra loro, che non hanno aggiornato il piano di contrasto alla pandemia e che criticano pesantemente il governo che li ha assoldati. Vi chiedete come sia possibile? Beh, se Speranza è ancora ministro della Salute, niente è impossibile.
I monoclonali fabbricati a Latina vanno a finire negli Stati Uniti
A una possibile cura innovativa già disponibile da mesi contro il Covid-19, l'Italia preferisce attendere un vaccino. Circa 10.000 italiani avrebbero potuto accedere (gratuitamente) a una terapia simile a quella impiegata per curare il presidente americano Donald Trump, ma inspiegabilmente una simile risorsa è rimasta inutilizzata.
È l'incredibile paradosso in cui si trova il nostro Paese, dove viene prodotta una terapia specifica per la proteina spike del coronavirus Sars-Cov-2 costituita da anticorpi monoclonali, cioè sviluppati a partire dagli anticorpi di chi è guarito dal Covid-19. Si tratta, come riporta il Fatto Quotidiano, del bamlanivimab o Cov555, sviluppato dalla multinazionale americana Eli Lilly e fabbricato negli stabilimenti di Latina, da cui poi la medicina esce per tornare negli Usa. Lì, infatti, il farmaco è stato autorizzato il 9 novembre dall'Agenzia del farmaco americana (Fda) per l'uso in emergenza nei pazienti positivi a Sars-Cov-2, con malattia da lieve a moderata, ma ad alto rischio di peggioramento. I risultati, provenienti dallo studio clinico di fase II pubblicati sul New England journal of medicine, mostrano infatti che l'anticorpo in questione è utile nel ridurre la carica virale e le probabilità di ricovero dal 72 al 90%. Gli Stati Uniti ne hanno acquistato 950.000 dosi. Anche Canada e Germania si sono fatti avanti e, in questi giorni, anche l'Ungheria.
All'Italia, fin da ottobre era stata data la possibilità di partecipare allo studio di fase III (ora in corso) con la fornitura gratuita di 10.000 dosi del farmaco, quindi 10.000 pazienti che sarebbero potuti guarire. La proposta da parte dell'azienda americana sarebbe arrivata lo scorso 29 ottobre sul tavolo dell'Agenzia del farmaco italiana (Aifa). Contrariamente da quello che ci si aspetterebbe in una situazione del genere, in piena seconda ondata, con migliaia di casi ogni giorno, l'Aifa non ha risposto. Certo, non c'è l'autorizzazione dell'agenzia europea (Ema), però la Germania si è accaparrata delle dosi. Forse i teutonici si sono ricordati di una direttiva europea del 2001, incredibilmente sfuggita alle agenzie italiane, che consente ai singoli Paesi dell'Ue di acquistare singolarmente farmaci in fase di sperimentazione. Il Fatto però avanza anche un'altra possibile spiegazione osservando che da marzo il governo ha investito 380 milioni per lo sviluppo di monoclonali italiani da parte della fondazione Toscana life sciences (Tls), ente non profit di Siena, in collaborazione con l'Istituto Spallanzani. La sperimentazione clinica però potrebbe partire solo in primavera 2021. Chiaramente, un farmaco made in Italy garantirebbe autosufficienza e facilità nell'approvvigionamento. Ma a pochi chilometri di distanza, a Sesto Fiorentino, Lilly osserva che oltre ai benefici in termini di salute, il loro farmaco avrebbe anche ricadute economiche per il nostro Paese, visto che nella produzione è coinvolto un fornitore italiano, la Latina Bsp pharmaceutical.
L'Aifa e la struttura del supercommissario, Domenico Arcuri, affermano che attendono l'autorizzazione dell'Ema, ma questa prudenza pare incomprensibile anche allo stesso consulente del ministro della Salute, Walter Ricciardi, che osserva come «con tanti morti e ospedalizzati valutare presto tutte le terapie disponibili è un imperativo etico e morale». Anche il virologo Guido Silvestri, dall'altra parte dell'Oceano si domanda «cosa stia bloccando l'introduzione degli anticorpi di Lilly e/o Regeneron, che qui negli States usiamo con risultati molto incoraggianti». La stessa Antonella Viola, immunologa dell'università di Padova, si dice sorpresa di questo ritardo e si domanda: «Cosa aspettiamo?». Forse di pagare quello che si potrebbe avere gratuitamente.
Come è noto, da quando l'Fda autorizza il farmaco, l'azienda non può più proporre il farmaco gratuitamente a chi partecipa allo studio clinico, ma deve venderlo. Sembra incredibile, ma la trattativa è andata in scena il 16 novembre alla presenza del supercommissario Arcuri, del direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini, e del ministro della Salute, Roberto Speranza. Si sarebbe parlato di prezzo (il farmaco costa circa 1.000 euro, un giorno di ricovero circa 850 euro) e di dosi, ma pare che tutto si sia fermato. È caduta nel vuoto anche la provocazione del sindaco di Firenze, Dario Nardella, che ai giornali ha dichiarato di aver parlato coi vertici di Lilly e che «se c'è l'ok della Commissione Ue, la distribuzione del farmaco a base di anticorpi monoclonali potrebbe cominciare dopo Natale non solo in Francia, Spagna e Regno Unito ma anche in Italia». Non manca molto al Natale, ma su una potenziale cura per il Covid regna uno spettrale silenzio.
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Giuseppe Ruocco, Francesco Maraglino e Claudio D'Amario non hanno rielaborato il programma di prevenzione delle epidemie; il numero due dell'Oms ha brigato per censurare il report di Francesco Zambon. Però tutti istruiscono il governo e predicano in tv.La multinazionale Eli Lilly produce nel Lazio il farmaco che ha curato Donald Trump e riduce fino al 90% il rischio di ricoveri. Ma qui sperimentarlo resta vietato: manca l'intesa tra ditta, Aifa, Domenico Arcuri e dicastero.Lo speciale contiene due articoli.Negli ultimi giorni hanno ripetuto più volte di essere «molto preoccupati», ma a ben vedere quelli preoccupati dovremmo essere noi. La nostra vita quotidiana, la possibilità di uscire di casa, prendere un caffè al bar in santa pace, incontrare amici e parenti o praticare sport dipende dall'entità quasi metafisica denominata Comitato tecnico scientifico. Anche conosciuto come Cts: il conciliabolo di super esperti che si riuniscono, confabulano e poi emettono sentenze su cui i governanti (già confusi per i fatti loro) si basano per emettere i vari dpcm.Nei sogni proibiti del Cts (o almeno di una parte di esso), c'era l'idea di farci trascorrere il Natale blindati dentro una camera sterile: niente uscite, niente cene, niente compere, niente di niente. «Siamo molto preoccupati per le prossime settimane natalizie perché sappiamo quali possono essere i potenziali rischi d'incontro e convivialità tra le famiglie», ha dichiarato il coordinatore della Suprema entità, Agostino Miozzo. A questo siamo, ai «rischi della convivialità», che è come dire «i rischi della vita su questa terra». Uscite enfatiche a parte, dei super esperti potremmo persino fidarci, se non fosse che negli ultimi giorni sono emerse sul loro conto notizie di non secondaria importanza. Dati piccoli e meno piccoli che, se presi tutti insieme, compongono un quadro abbastanza sconfortante. Il fatto è che del Cts fanno parte alcuni personaggi i quali un po' di responsabilità nell'esplosione della crisi ce l'hanno. In pratica a risolvere le magagne ci sono gli stessi che le hanno create. Niente male, no?A parte gli ormai noti Agostino Miozzo e Silvio Brusaferro, nel Cts troviamo esperti come Claudio D'Amario, direttore generale della Prevenzione sanitaria del ministero della Salute; Giuseppe Ruocco, segretario generale del ministero della Salute; Ranieri Guerra, rappresentante dell'Organizzazione mondiale della sanità e Francesco Maraglino, direttore dell'Ufficio prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale del ministero della Salute. Poi, in qualità di geniaccio consultabile alla bisogna, c'è Walter Ricciardi, voluto personalmente da Speranza. Un plotone di saggi da far invidia alla Scuola di Atene, non c'è che dire. Gente con curriculum sterminato, pubblicazioni, galloni e galletti. Però poi, scendendo appena sotto la superficie, si scoprono alcuni dettagli che lasciano perplessi. Di Ranieri Guerra ormai sappiamo quasi tutto. Direttore aggiunto dell'Oms, è accusato dal ricercatore Francesco Zambon di aver fatto pressioni per censurare il famigerato report dell'Organizzazione mondiale della sanità considerato imbarazzante per il governo. Onnipresente sui media ormai da qualche settimana, si è distinto per aver inviato email in cui insulta altri medici (ad esempio Filippo Curtale, indicato come «quello scemo»), afferma che l'Oms ha fatto da «figlia di fico» (sic) per il governo giallorosso e, come se non bastasse, chiede di cambiare la data del piano pandemico italiano. Piano che - è noto - avrebbe dovuto essere aggiornato almeno nel 2013 e invece è rimasto fermo al 2016. Guerra, nelle varie interviste, ha fornito su questa faccenda versioni per lo meno discutibili e talvolta diverse fra loro. Eppure sta ancora lì, nel comitato di espertoni che decidono della nostra vita. Poi c'è Giuseppe Ruocco, uno che il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, vorrebbe cacciare «a calci nel culo» perché lo ha fatto «incazzare». A detta di Sileri, Ruocco diserterebbe le riunioni del Cts, e questo è il meno. Perché costui è l'uomo (o uno degli uomini) che avrebbero dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico italiano come da indicazioni dell'Ue. Lo stesso Ranieri Guerra ha indicato Ruocco come responsabile del mancato aggiornamento. Sileri ha dichiarato al nostro giornale che, se lui avesse fatto ciò che ha fatto Ruocco, «non dormirebbe la notte». E veniamo a Claudio D'Amario. Si tratta del dirigente che ha preso il posto di Guerra a capo della Prevenzione presso il ministero della Salute. Anche lui avrebbe dovuto aggiornare il piano pandemico che i suoi due predecessori si sono limitati a copiare e incollare, ma non lo ha fatto. Del resto, ora c'è lui a capo della Prevenzione, ma sembra proprio che non abbiamo prevenuto alcunché.Anche Francesco Maraglino si occupa di prevenzione. C'è la sua firma su un documento chiamato Revisione del piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale, risalente all'aprile 2019. Si tratta, semplificando, di un testo in cui si spiega come aggiornare il piano pandemico. In pratica, c'è scritto che il piano va revisionato e si spiega come revisionarlo, ma dal 2019 al 2020 non è stato revisionato un bel nulla. Infine, eccoci a Walter Ricciardi. Un uomo che definire poliedrico è poco. È consulente del governo, ma è anche «responsabile sanità» di Azione, il partito di Carlo Calenda, che il governo lo critica pesantemente un giorno sì e l'altro pure. Ricciardi è consulente di Speranza, ma è anche l'esperto dell'Università Cattolica che firma sul sito dello Health system response monitor (sostenuto da Ue e Oms) un articolo in cui si spiega che il governo italiano aveva un piano pandemico vecchio e non ha applicato nemmeno quello. Inoltre, è lo stesso che - in un report firmato anche da Stefano Boccia e John P.A. Iannidis - ha definito il lockdown una «misura di cieca disperazione». Questo è il quadro. Nel comitato che stabilisce come dobbiamo stare al mondo ci sono esperti che si attaccano e accusano fra loro, che non hanno aggiornato il piano di contrasto alla pandemia e che criticano pesantemente il governo che li ha assoldati. Vi chiedete come sia possibile? Beh, se Speranza è ancora ministro della Salute, niente è impossibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piu-gli-esperti-accumulano-errori-piu-li-fanno-decidere-delle-nostre-vite-2649547426.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-monoclonali-fabbricati-a-latina-vanno-a-finire-negli-stati-uniti" data-post-id="2649547426" data-published-at="1608356876" data-use-pagination="False"> I monoclonali fabbricati a Latina vanno a finire negli Stati Uniti A una possibile cura innovativa già disponibile da mesi contro il Covid-19, l'Italia preferisce attendere un vaccino. Circa 10.000 italiani avrebbero potuto accedere (gratuitamente) a una terapia simile a quella impiegata per curare il presidente americano Donald Trump, ma inspiegabilmente una simile risorsa è rimasta inutilizzata. È l'incredibile paradosso in cui si trova il nostro Paese, dove viene prodotta una terapia specifica per la proteina spike del coronavirus Sars-Cov-2 costituita da anticorpi monoclonali, cioè sviluppati a partire dagli anticorpi di chi è guarito dal Covid-19. Si tratta, come riporta il Fatto Quotidiano, del bamlanivimab o Cov555, sviluppato dalla multinazionale americana Eli Lilly e fabbricato negli stabilimenti di Latina, da cui poi la medicina esce per tornare negli Usa. Lì, infatti, il farmaco è stato autorizzato il 9 novembre dall'Agenzia del farmaco americana (Fda) per l'uso in emergenza nei pazienti positivi a Sars-Cov-2, con malattia da lieve a moderata, ma ad alto rischio di peggioramento. I risultati, provenienti dallo studio clinico di fase II pubblicati sul New England journal of medicine, mostrano infatti che l'anticorpo in questione è utile nel ridurre la carica virale e le probabilità di ricovero dal 72 al 90%. Gli Stati Uniti ne hanno acquistato 950.000 dosi. Anche Canada e Germania si sono fatti avanti e, in questi giorni, anche l'Ungheria. All'Italia, fin da ottobre era stata data la possibilità di partecipare allo studio di fase III (ora in corso) con la fornitura gratuita di 10.000 dosi del farmaco, quindi 10.000 pazienti che sarebbero potuti guarire. La proposta da parte dell'azienda americana sarebbe arrivata lo scorso 29 ottobre sul tavolo dell'Agenzia del farmaco italiana (Aifa). Contrariamente da quello che ci si aspetterebbe in una situazione del genere, in piena seconda ondata, con migliaia di casi ogni giorno, l'Aifa non ha risposto. Certo, non c'è l'autorizzazione dell'agenzia europea (Ema), però la Germania si è accaparrata delle dosi. Forse i teutonici si sono ricordati di una direttiva europea del 2001, incredibilmente sfuggita alle agenzie italiane, che consente ai singoli Paesi dell'Ue di acquistare singolarmente farmaci in fase di sperimentazione. Il Fatto però avanza anche un'altra possibile spiegazione osservando che da marzo il governo ha investito 380 milioni per lo sviluppo di monoclonali italiani da parte della fondazione Toscana life sciences (Tls), ente non profit di Siena, in collaborazione con l'Istituto Spallanzani. La sperimentazione clinica però potrebbe partire solo in primavera 2021. Chiaramente, un farmaco made in Italy garantirebbe autosufficienza e facilità nell'approvvigionamento. Ma a pochi chilometri di distanza, a Sesto Fiorentino, Lilly osserva che oltre ai benefici in termini di salute, il loro farmaco avrebbe anche ricadute economiche per il nostro Paese, visto che nella produzione è coinvolto un fornitore italiano, la Latina Bsp pharmaceutical. L'Aifa e la struttura del supercommissario, Domenico Arcuri, affermano che attendono l'autorizzazione dell'Ema, ma questa prudenza pare incomprensibile anche allo stesso consulente del ministro della Salute, Walter Ricciardi, che osserva come «con tanti morti e ospedalizzati valutare presto tutte le terapie disponibili è un imperativo etico e morale». Anche il virologo Guido Silvestri, dall'altra parte dell'Oceano si domanda «cosa stia bloccando l'introduzione degli anticorpi di Lilly e/o Regeneron, che qui negli States usiamo con risultati molto incoraggianti». La stessa Antonella Viola, immunologa dell'università di Padova, si dice sorpresa di questo ritardo e si domanda: «Cosa aspettiamo?». Forse di pagare quello che si potrebbe avere gratuitamente. Come è noto, da quando l'Fda autorizza il farmaco, l'azienda non può più proporre il farmaco gratuitamente a chi partecipa allo studio clinico, ma deve venderlo. Sembra incredibile, ma la trattativa è andata in scena il 16 novembre alla presenza del supercommissario Arcuri, del direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini, e del ministro della Salute, Roberto Speranza. Si sarebbe parlato di prezzo (il farmaco costa circa 1.000 euro, un giorno di ricovero circa 850 euro) e di dosi, ma pare che tutto si sia fermato. È caduta nel vuoto anche la provocazione del sindaco di Firenze, Dario Nardella, che ai giornali ha dichiarato di aver parlato coi vertici di Lilly e che «se c'è l'ok della Commissione Ue, la distribuzione del farmaco a base di anticorpi monoclonali potrebbe cominciare dopo Natale non solo in Francia, Spagna e Regno Unito ma anche in Italia». Non manca molto al Natale, ma su una potenziale cura per il Covid regna uno spettrale silenzio.
il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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La vittoria di Giorgia Meloni che non ha rivendicato il femminismo ha mandato in crisi il paradigma dominante. Il saggio «Belle Ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo» di Barbara Saltamartini critica i dogmi del femminismo progressista, contesta l’idea di un’unica voce legittimata a parlare per le donne e rilegge Giorgia Meloni come espressione di una tradizione femminile di destra rimossa dal racconto ufficiale. Il libro denuncia un’ideologia che ha mercificato la libertà e cancellato la differenza sessuale, rilanciando identità, maternità e comunità come valori politici. Un testo provocatorio che segna una rottura culturale.