Monferrato (iStock)
Dalla Confraternita del raviolo al cioccolato. Poi tutti in bici tra le colline, i borghi e i vigneti della terra dei Campionissimi.
Tutto cominciò con una fetta di salame. Perché proprio a 14 anni un giovanissimo garzone di nome Fausto trovò lavoro come addetto alle consegne in una salumeria di Novi Ligure. Fu così che cominciò a pedalare. Sempre in bicicletta, mattina e sera. E poi il ritorno a casa e quella interminabile salita da Villalvernia a Castellania.
Cosa altro dire se non che quel giovane, Fausto di nome, faceva Coppi di cognome? Oggi il museo dei Campionissimi di Novi, all’interno di un insediamento industriale dismesso, celebra i suoi trionfi e quelli di tanti che resero lo sport italiano celebre nel mondo. Erano gli anni del ciclismo eroico, i primi decenni del Novecento, quando i campionissimi, Coppi, Costante Girardengo, Gino Bartali, Felice Gimondi, Francesco Moser si sfidavano a colpi di pedale, quando le e-bike non esistevano e il cicloturismo non era ancora di moda.
In Monferrato oggi sono in tanti a pedalare, non più per necessità o sfida, ma solo per diletto. Un modo per godere in ogni stagione di panorami straordinari. Non è per caso che i Paesaggi vitivinicoli del Piemonte - che comprendono Langhe, Roero e Monferrato - siano Patrimonio Unesco dal 2014.
Novi Ligure, quieta cittadina nella valle dello Scrivia, a ridosso dell’Appenino, vanta palazzi dipinti, la Collegiata di Santa Maria Assunta e il Teatro Marenco. Nonostante sia in Provincia di Alessandria mantiene il suffisso «Ligure» che indica l’antica appartenenza a Genova, durata quasi tre secoli, dal 1447 al 1815, grazie a un regio decreto del 1863.
Un territorio rinomato per le eccellenze enogastronomiche: deliziosa la farinata cotta nel forno a legna del ristorante Il Banco. Come il cioccolato di Bodrato, già bottega artigianale, oggi moderno laboratorio di delizie. Boeri, cremini, gianduiotti, ma anche tavolette alle spezie, praline al tèmatcha, cremini al sale per palati esigenti. Le fantasiose ricette utilizzano materie prime piemontesi come la ciliegia Bella di Garbagna, presidio Slow food, e le nocciole Igp Piemonte.
Un’altra degustazione è alla pasticceria del Vicolo, Da Bianca, dove assaggiare i canestrelli al Gavi, biscotti secchi rustici senza uova conditi al Cortese.
Il Gavi in Monferrato è re indiscusso: anche i tipici ravioli locali - un’autentica prelibatezza - vengono intinti nel vino purpureo. La cooking class del raviolo di Gavi - ricetta antichissima, gelosamente custodita dall’Ordine Obertengo dei Cavalieri del raviolo e del Gavi - nel laboratorio del ristorante Cantine del Gavi, ovviamente a Gavi, è un’esperienza. Il locale, gestito da due affabili sorelle, Roberta ed Elisa Rocchi, è nelle stanze di un antico palazzo ed è composto da una sala con volte a botte, una cappella privata, un giardino all’italiana con roseto e piante aromatiche.
Altra visita d’obbligo è alla Cantina dei Produttori del Gavi che rappresenta la principale realtà vitivinicola del territorio. Il Cortese di Gavi docg è, tra l’altro, uno dei vini bianchi italiani più esportati nel mondo: ben l’85% della produzione. Dal 1951 la cooperativa cura la coltivazione e la produzione del più̀ grande vigneto della denominazione Gavi docg: 80 soci, 300.000 bottiglie, 200 ettari distribuiti tra gli 11 Comuni che costituiscono le Terre del Gavi.
Nel cuore di quelle colline s’incontra anche La Raia, azienda agricola biodinamica: 180 ettari, dei quali 50 coltivati a vigneto, 60 a seminativo e i restanti occupati da pascoli, boschi di castagno, acacia e sambuco in un microclima unico che favorisce la maturazione dell’uva. Vera oasi di biodiversità anche per api ed insetti impollinatori. L’azienda, infatti, produce pure mieli biologici: un aromatico millefiori e un monofloreale di acacia. Ma la sorpresa è quella di un itinerario artistico legato al paesaggio.
Architetti, artisti, agronomi, fotografi sono stati invitati a vivere e sperimentare i vigneti, i campi e i boschi della tenuta. E ad offrire, attraverso opere d’arte e installazioni permanenti, un percorso che dialoga con la natura circostante. Oggi a La Raia, che gestisce anche un raffinato ristorante e una locanda di design, si producono tre tipi di Gavi docg: Gavi, Gavi riserva vigna Madonnina e Gavi pisé che ha una permanenza di 20 mesi sui lieviti e fa un passaggio in botte. E due tipi di Piemonte doc Barbera – Barbera e Barbera largé, affinata in barrique di rovere per 18 mesi prima di invecchiare. «Perché quando si stappa una bottiglia, è casa».
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Peter Thiel (Imagoeconomica)
Le sue riflessioni poggiano sul presupposto heideggeriano di ineluttabilità della Tecnica e su un’idea del progresso come portato cristiano. Il pur discutibile accelerazionismo, mutuato da Nick Land, nasce dal timore che un potere globale schiacci l’innovazione.
Finito il breve momento di critica preventiva alle Conferenze sull’Anticristo che Peter Thiel ha tenuto a Roma, si possono ora leggere i resoconti - ottimo quello di Stefano Graziosi - di chi alle conferenze c’è andato davvero, e si può constatare come il giornalismo delle maestrine che corrono a chiudere le orecchie ai bambini che non devono sentire quello che dice un «fascista» [sic] non colga altro risultato se non quello di ribadire la grande ignoranza di chi pensa di parlare di filosofia e teologia ma, in realtà, sta solo obbedendo all’imperativo della sua vita: ribadire di essere un benpensante.
Entrando, invece, nel merito e rivolgendoci a un pubblico realmente interessato ai temi complessi trattati nelle conferenze, è bene chiarire alcuni elementi senza i quali ciò che Thiel ha detto rischia di risultare non del tutto chiaro. Ci sono due premesse teoriche imprescindibili, la prima consiste nel ricordare il «dogma della Tecnica» per come formulato da Martin Heidegger, presupposto senza il quale ogni spunto di Thiel corre effettivamente il rischio di apparire un pro domo sua: nel mondo della Tecnica, se una cosa si può fare allora si deve fare.
L’intrinseca ineluttabilità della Tecnica, che in fondo costituisce la sua spinta anticristica, consiste proprio in questo: se la bomba atomica si può fare allora si deve fare perché comunque ogni rinvio, ogni limite e ogni esitazione saranno destinati a essere travolti da qualcun altro. La Tecnica rende l’umanità una riserva a sua disposizione esattamente per questo: perché non può essere fermata. Sarà poi l’uomo - ma a quel punto fuori dalla Tecnica - a decidere di usare o non usare la bomba atomica mostrando così tutta la tragica tensione esistente tra Tecnica e Mondo. Su questo presupposto si giocano tutte le considerazioni che Thiel fa a proposito dell’Anticristo, giungendo a conclusioni non sempre condivisibili ma senza dubbio dotate di una loro coerenza.
Il secondo presupposto fondamentale da considerare sta nell’annosa questione della sovrapposizione concettuale tra Cristianesimo e progresso. Questa teoria si basa sui Padri della Chiesa, specialmente su Origene, e afferma che se il Nuovo Testamento è un «superamento» dell’Antico - e ciò è una verità di fede - allora tutto il senso della storia deve essere letto come «progresso» graduale, come graduale chiarimento e inveramento del Cristianesimo sino a giungere alla Seconda venuta del Cristo, alla ricapitolazione finale (apocatastasi) e quindi all’Apocalisse. Hegel costruì la sua filosofia della storia su questo presupposto ed è innegabile che esso abbia rappresentato una delle forze imprescindibili nella costruzione della «civiltà cristiana». Non è questa la sede per argomentare i limiti di tale tesi, ma fatto sta che Thiel la considera vera e su questo presupposto egli costruisce la sua interpretazione dell’Anticristo: se il «superamento» è il senso del Cristianesimo, allora impedire quel superamento è proprio dell’Anticristo. Nello specifico, Thiel legge la Tecnica non come un esito tragico ma come il trionfo della volontà umana sulla natura, e vede nella sua corsa verso l’eliminazione delle «conseguenze del peccato» (fatica, lavoro, malattie) una sorta di benedizione che sarebbe malvagio ostacolare.
Ecco dunque entrare in gioco l’Anticristo: secondo Peter Thiel sono ormai decenni che i risultati della Tecnica risultano in realtà ostacolati da limiti e normative ispirati dalle forze anticristiche, cioè dalle forze che promettendo «pace e sicurezza» stanno in realtà lavorando per la costruzione di un governo globale, basato su istituzioni non governative, che tolga la libertà all’uomo e lo sottometta al volere di pochi illuminati occulti. Questa è la prima considerazione difficilmente negabile nell’analisi di Thiel perché, se è vero che ci troviamo oggi di fronte all’Intelligenza artificiale intesa come nuovo strumento in grado di cambiare il paradigma della civiltà umana, è altresì vero che dall’invenzione di Internet in poi la tecnologia non ha fatto grandi salti, né dal punto di vista dell’affinamento della stessa Rete, né per quanto riguarda l’uso esteso delle tecnologie digitali, né per quanto attiene la medicina - giustamente Thiel fa notare che la cura per il cancro, che sembrava a portata di mano nel 1970, non ha conosciuto in realtà progressi decisivi -, né per quanto riguarda il grande orizzonte teoretico dei nostri tempi: la meccanica quantistica.
Secondo Thiel, la causa di questi esiti deludenti è da imputare alle forze anticristiche che vogliono ostacolare il progresso tecnologico per controllarlo unilateralmente e impostarlo secondo i propri fini ideologici. A questo punto Thiel propone la sua soluzione, che è in fondo anche quella di Elon Musk, la quale, presupponendo il dogma della Tecnica e della sua ineluttabilità, prevede l’assunzione degli esiti della Tecnica in prima persona garantendo così una «salvaguardia umanista» e sottraendo gli esiti ultimi della Tecnica all’uso che ne farebbero i nichilisti. Qui alcuni osservatori hanno sollevato dubbi sulla buona fede del proprietario di Palantir, il quale starebbe in pratica dicendo che, visto che il panoptikon e il controllo esteso dell’umanità è ineluttabile, meglio che in questa corsa arrivino per primi i tecnolibertari occidentali che la Cina. I dubbi sono più che giustificati e, malgrado la superficialità di chi vive mentalmente in un eterno 1979 e parla di «capitalismo fascista che punta a massimizzare i profitti», emergono in questo senso anche voci articolate e competenti.
Nel richiamare al grande pubblico i tributi che Peter Thiel deve a René Girard, col quale si laureò, segnatamente all’idea di Cristianesimo come di evento che rompe il meccanismo calcolante dell’atto sacrificale alla base delle società, Antonio Spadaro, riferendosi alle Conferenze, obietta che Girard, soprattutto in Portando Clausewitz all’estremo, in realtà ipotizzò la possibile neutralizzazione etica del nichilismo e delle dinamiche mimetiche nella storia, ma tale obiezione riposa sulla criticità di non individuare con chiarezza quale umanità - la Chiesa? - dovrebbe farsi carico di ciò e come. A maggior ragione appaiono già obsolete, oltre che singolarmente funzionali all’idea di «governo globale» o peggio di «partito unico», le teorie onniregolamentative che pensano di poter scendere a patti con il mostro tecnologico imponendogli una «algoretica» quando, seppur ancora non entrati nella singolarità, si stiano già verificando, nell’ambito dell’Ia, fenomeni eversivi e ostili contro gli umani, e ciò malgrado i limiti etici impostati. Non sbaglia però Spadaro quando fa notare che non è semplice parlare di Anticristo senza parlare di Cristo ma, se è plausibile l’accusa a Thiel di configurare soluzioni che sembrano proprio su misura delle sue imprese, lo stesso tipo di rischio si corre quando, per richiamare a Cristo, lo si fa ricorrendo alla categoria sociologica dei «poveri» - coloro che «avremo sempre con noi» - ricadendo forse nello stesso immanentismo di Thiel, un immanentismo che nega nei fatti il significato escatologico della Redenzione, antecedente a storia e società perché trascendente.
Rimane senza dubbio il grande paradosso accelerazionista di chi dice che per limitare bisogna togliere i limiti ma, chiarendo il fatto che ogni accelerazionismo è un messianismo e, in quanto tale, negante la funzione redentrice della Resurrezione, per comprendere questo snodo cruciale occorre rifarsi, più che a Leo Strauss o a René Girard, al convitato di pietra che raramente viene citato dai commentatori di Thiel: Nick Land. L’originalissimo pensatore inglese, tra i vari concetti elaborati nel corso degli anni, ha proposto l’idea secondo la quale, nel mondo governato dalla Tecnica giunta al suo massimo sviluppo, non sia il passato a condizionare il futuro quanto in realtà il futuro a «trascinare verso di sé» il passato e il presente retroagendo su di essi nei modi di una «iperstizione». In questo presupposto risiede l’accelerazionismo di Thiel cioè, in fin dei conti, ancora nell’imprescindibilità del dogma heideggeriano e nel tentativo di elaborazione di strategie di gestione della Tecnica: una sorta di presa d’atto del rischio ontologico che l’Apocalisse implica insieme alla venuta dell’Anticristo. Saremmo perduti se, laddove cresce il pericolo, non crescesse anche ciò che salva, e l’anticipazione heideggeriana della fase nella quale ci troviamo si svela come l’unica possibilità di pensare in termini di risposta alla Tecnica.
Certo, quando Heidegger parlò del nostro «dover dire sì e no allo stesso tempo» indicò una direzione e non un metodo, e a noi che viviamo nel mondo della natura corrotta non resta forse che approntare le difese, i confini, i castelli e le isole di libertà nelle quali rifugiarci per stabilire l’esistenza di un mondo possibile e alternativo a quello che la Tecnica sta costruendo. E se per riflettere su tutto ciò lo stimolo viene dal miliardario che ha inventato Palantir, dobbiamo avere l’onestà di ammettere che, se le fonti preposte a ciò tacciono, allora la Provvidenza sta facendo parlare le pietre.
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Gad Lerner (Ansa)
Cronista rigoroso e intelligente, non si è mai pentito della militanza in Lotta Continua. Polemico e tagliente, primo della classe, è da sempre un mago nel sapersi riposizionare tra televisione e giornali, cantandosela e suonandosela con invidiabile aplomb.
Cognome e nome: Lerner Gad. Beirut, 7 dicembre 1954. «Sono un ebreo fortunato. Ero un bambino che divorava libri, un po’ rachitico e molto emotivo», e fin qui...
«Un italiano che ha vissuto da apolide per metà della sua vita», e fin qui...
«Un ex militante di Lotta continua che non ha motivi di vergognarsi. Il commissario Luigi Calabresi lo hanno ucciso nel 1972, io sono entrato in Lc nel 1973. Lotta continua mi ha dato più di quello che mi ha tolto», e uno qui comincia a meditare se sia il caso di lottacontinuare a seguirlo.
Quando poi si sbilancia su un recente episodio con una pesante illazione - da «mente raffinatissima», dixit Giovanni Falcone, ai tempi del fallito attentato all’Addaura - uno lo abbandona al suo destino.
«Siccome Giusi Bartolozzi, ex parlamentare divenuta capo di gabinetto del ministero della Giustizia, tutto è tranne che scema... mi viene il sospetto che quel suo invito a votare Sì “così ci togliamo di mezzo i magistrati”, paragonati a “un plotone di esecuzione”, sia un messaggio ben calibrato per sollecitare alla mobilitazione certi ambienti siciliani che sappiamo», leggi: i picciotti di Cosa Nostra.
Ora, rilevato che Bartolozzi, magistrata e siciliana, quell’espressione «fuciliera» se la sarebbe potuta e dovuta risparmiare, proprio pensando al sacrificio di Falcone, Paolo Borsellino e loro scorte, che dire del commento di Gaddino, come amava chiamarlo Giuliano Ferrara ai tempi di Otto e mezzo su La7?
«Non è una semplice critica politica: è un’accusa gravissima, formulata però sotto forma di allusione. E le allusioni, su temi così delicati, sono spesso più insidiose delle accuse esplicite» l’ha infilzato Osvaldo De Paolini sul Giornale.
Precisando: «Negli anni in cui seguivo le sue inchieste tv, cui ho partecipato più di una volta anch’io, ricordo un giornalista capace di indagare con serietà i nodi economici e sociali del Paese».
Oggi non più: «Dispiace dirlo, proprio perché da Lerner molti si aspetterebbero qualcosa di diverso: analisi, rigore, contesto. Non suggestioni infami, lanciate sui social come sassi nello stagno».
Ma perché sorprendersi? Che il sospetto sia l’anticamera della verità - come sosteneva il gesuita Ennio Pintacuda, ispiratore di Leoluca Orlando - nel mondo dei buoni e dei giusti è un dogma inscalfibile.
Nonostante Falcone l’abbia demolito sostenendo che sia in realtà «l’anticamera del khomeinismo» (lo sostenne quando fu messo sotto inchiesta dal Csm e fu chiamato a discolparsi: giova sottolinearlo oggi, domenica referendaria).
La polemica ha avuto un unico effetto: far parlare ancora un po’ del referendum sulla giustizia?
Macché: farci apprendere che Lerner è vivo e lottacontinua insieme a noi..
Un mago nel sapersi riposizionare, sempre nel ruolo del consigliere numero uno.
«Quando Massimo D’Alema dice, rivolgendosi a Giuliano Pisapia, “tu sei il leader”, noi ci tocchiamo i cosiddetti» confidò ad esempio nel luglio 2017, rivelando tali pratiche apotropaiche, quando - tanto per cambiare - nel pollaio del centrosinistra non si capiva chi dovesse essere il gallo. Ma il problema non era l’investitura di Pisapia (che - giova sottolinearlo oggi, domenica referendaria - voterà Sì), ma che l’avesse formulata Dalemix.
Infatti, ecco il Fatto quotidiano dell’11 febbraio 2017: «Pisapia è il nuovo Romano Prodi, solo con lui si torna a vincere».
Firmato: Gad Lerner.
Un bel bacio, e buonanotte alla leadership dell’ex sindaco di Milano.
Lasciamo stare i cosiddetti - chè ravanare le parti basse a una certa età può rivelare spiacevoli sorprese, memori di come Enzo Biagi fulminò Giorgio Bocca quando il collega, vedendo la scenografia «da obitorio» di una sua trasmissione tv, aveva riferito che gli veniva voglia «per scaramanzia» di toccarsi le parti basse: «Caro Giorgio, toccati la testa, così fai prima» - e rendiamo merito a Lerner di essersi poi scusato per quella battuta grossolana.
Ma non si può non registrare con ammirazione la sua capacità di cantarsela e di suonarsela, uscendo da ogni situazione con invidiabile aplomb.
Ricordate quando nel maggio 2020 salutò Repubblica per sbarcare al Fatto quotidiano, «un giornale senza padroni»?
Stefano Cappellini, che del giornale fondato da Eugenio Scalfari è vicedirettore, lo colse subito sul Fatto: «Uh, ora che non ha più padroni, chi lo porterà in barca quest’estate?», memore dei soggiorni del Nostro, ospite in Costa Smeralda dell’ingegner Carlo De Benedetti, suo editore, venuti dopo le gite in elicottero con Gianni Agnelli, suo editore a La Stampa.
Da qui le social-etichette urticanti: «Partigiano al caviale», «Capo delle Brigate Rolex».
Il Lerner errante non vaga mai senza una meta.
1991-1994. Partecipa a Passo falso, programma di interviste su Rai3, dove poi conduce Profondo Nord e Milano, Italia.
Aldo Grasso, Enciclopedia della Televisione, Garzanti 2008: «Diventato quindi vicedirettore de La Stampa, congedandosi dal piccolo schermo con il consueto understatement: “La tv è un posto nel quale è giusto stare per un certo tempo e non di più”».
Bene, bravo, bis.
Quindi dove ritroviamo il Lerner situazionista (della situazione sua)?
Ma in tv, ovvio.
1997. Torna in Rai con Pinocchio.
2000. Direttore del Tg1.
Ottobre, stesso anno: dimissioni, dopo le polemiche per la messa in onda di un controverso servizio sulla pedofilia.
Andandosene, sganciò furbescamente in tv una formidabile arma di distrazione di massa, facendo seguire all’ammissione di colpa la denuncia di un misfatto ai suoi occhi ancor più grave: la richiesta ricevuta dal presidente della commissione parlamentare di vigilanza Mario Landolfi di sistemare una stagista.
Risultato? La muta delle iene dattilografe, ça va sans dire: democratica e antifascista, si avventò sull’osso che Lerner gli aveva lanciato, e tanti saluti allo scandalo delle immagini trasmesse.
2001. Contrattone da direttore del Tg La7.
Stesso anno, 11 settembre. Dimissioni (aridanga) con stratosferica liquidazione, prevista dal contratto sottoscritto con Roberto Colaninno.
Riassunzione nella stessa rete per concessione di Marco Tronchetti Provera, così da riequilibrare -con l’innesto del Lerner prodiano- la conduzione del Ferrara berlusconiano.
Giuliano Ferrara: «Lo trovo opportunista, vile, corrivo, obliquo, venato di una certa infamia da primo della classe e delatore del vicino di banco, ma anche intelligente, colto, curioso, vitale».
Tra loro saranno scintille, perché il fondatore del Foglio si divertiva a sfotterlo e a farlo innervosire.
«Hai i dobloni che ti escono dalle orecchie, come dice il mio amico Pigi Battista», lo apostrofa.
«Stai parlando da inizio puntata, arriva al punto sennò è una gran rottura di coglioni», lo zittisce.
Lerner alla fine reagì con un argomento che lo avrebbe indignato , se l’avesse sentito usare da un altro: «Giuliano, scusa, hai le mestruazioni?».
Che non è un bel dire per chi anni dopo si ergerà, nel suo programma L’Infedele, a paladino delle donne davanti al «machismo» di Silvio Berlusconi nei confronti delle medesime.
I loro battibecchi mi consentirono di confezionare una rubrichetta che ebbe un certo qual seguito, che intitolai Stanlio e Ollio.
Torniamo a oggi, anzi a un anno fa.
Aprile 2025. Lerner lascia anche il Fatto, per l’eccessiva «indulgenza mostrata a mio parere di fronte all’ascesa delle destre nazionaliste e fascistoidi, da Trump a Putin fino a casa nostra», ma ringraziando Marco Travaglio per la libertà di cui ha goduto.
E dire che anche con il Nostradamus della (geo)politica nostrana non sono sempre state rose e fiori.
Quando il Travagliato era in tv con Michele Santoro, in un’intervista a La Stampa Lerner li mise a nudo, per dir così: «Devono sempre dimostrare di avercelo più lungo di tutti».
E Travaglio, alzandosi al suo livello: «Noi ce l’abbiamo normale, sembra lungo perché gli altri ce l’hanno troppo piccolo», alé.
Non diverso il tenore della polemica - tutta interna all’autoreferenziale mondo dei giornalisti autoreferenziali - tra Lerner e Paolo Mieli, ospiti di Enrico Mentana su La7 (con un trio così, c’era da chiamare un’esorcista).
Mentre l’ex direttore del Corriere della Sera spiegava le difficoltà dello storytelling sugli intrecci reali tra politica e economia, Lerner entrò a gamba tesa: «Mannaggia a te, Mieli, se avessi pubblicato più analisi di Massimo Mucchetti (ex editorialista del Corriere, ex senatore Pd, nda) quando eri direttore, ne avremmo capito di più... ho dovuto invitarlo io nella mia trasmissione L’Infedele per fargliele dire».
E Mieli, serafico mentre reagiva con un fallo di reazione (da dietro): «Mea culpa, Gad. Sei stato bravo a ricordarlo. Anche eroico, perché davanti a quelle vessazioni, il fatto che nel mondo dell’informazione ci sia stato una persona come te, limpida e trasparente, è una confortante garanzia».
Mentana preferì manzonianamente troncare e sopire.
Lerner in fundo: «Che sia cattivo non credo sia una novità, credo sia la sua prevalente natura». E se lo afferma Sua Santità Walter Veltroni, il papa del buonismo...
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(Ansa)
I due sovversivi morti stavano confezionando una bomba difficilmente trasportabile in un casolare al parco degli Acquedotti. A un solo chilometro c’è un centro della Polizia di Stato, forse il target da colpire. I compagni: «La vendetta sarà terribile».
Potrebbero arrivare dalla natura dell’ordigno che stavano costruendo le prime risposte sul tipo di azione che gli anarchici Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, morti a Roma nella notte tra giovedì e venerdì nel crollo del Casale Sellaretto, all’interno del parco degli Acquedotti, intendevano mettere in atto.
Le verifiche si concentreranno, in particolare, sul tipo di esplosivo usato per assemblare la bomba esplosa accidentalmente, e capire quindi la portata. In particolare, verrà stabilito se si tratta di una sostanza che si trova in commercio o di esplosivo utilizzato nelle cave. La presenza di chiodi, ritrovati dagli investigatori durante i rilievi, porta a ipotizzare una sorta di «salto di qualità» rispetto a un’azione dimostrativa.
Stando alle prime indiscrezioni trapelate, l’ordigno che stavano preparando i due anarchici morti era abbastanza voluminoso, cosa che rende difficile ipotizzare che potesse essere contenuto o nascosto in una borsa. Una bomba, quindi non facilmente trasportabile. Inoltre, si tratterebbe di un tipo di ordigno che in genere viene preparato e utilizzato in tempi brevi. Elementi che fanno presumere, a chi indaga, che l’intenzione fosse quella di utilizzarlo nel breve tempo e in un raggio ristretto.
Ad avvalorare questa ipotesi c’è il fatto che il casolare scelto dagli anarchici per confezionare la bomba non si trova in una zona isolata ma in un parco che di giorno è molto frequentato, un luogo dove non sarebbe stato possibile rimanere per tanto tempo. Nel casolare, però, non sono stati trovati mappe o documenti con l’indicazione dell’obiettivo dell’attentato.
Gli investigatori, che indagano a 360 gradi, stanno valutando i possibili obiettivi nel quadrante Sud-Est di Roma. E una delle ipotesi emerse durante la riunione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, che si è tenuta ieri al Viminale su convocazione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, è quella che il bersaglio dei due anarchici morti poteva essere un luogo vicino al parco degli Acquedotti. Una pista presa in considerazione alla luce della natura dell’ordigno che sarebbe stato realizzato con fertilizzante e un innesco, quindi considerato poco «stabile» per il trasporto. Tra i possibili obiettivi «d’interesse anarchico» nel quadrante Sud-Est della Capitale si trovano uno snodo ferroviario come anche il Polo Tuscolano della polizia e una caserma dei carabinieri. Ma al momento non si escludono altre piste.
Il Polo Tuscolano, inaugurato nel 2005, viene descritto così sul sito Internet della Polizia di Stato: «Una struttura di otto piani, tutta in acciaio, travertino e vetrate specchiate che si estende su una superficie di circa 75.000 metri quadrati. Millesettecento postazioni di lavoro, 42 laboratori scientifici supertecnologici e oltre 1.500 operatori.
All’interno del Polo si trovano, tra gli altri: la direzione centrale della polizia di prevenzione, la direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, la direzione centrale per la polizia stradale, ferroviaria, delle comunicazioni e per i reparti speciali della Polizia di Stato e la direzione centrale Anticrimine.
A separare il Casale Sellaretto dalla struttura della polizia c’è una striscia verde di parco (che confina con il retro del polo) lunga circa un chilometro, un percorso percorribile a piedi di notte senza particolari difficoltà e al riparo da occhi indiscreti. Il parco degli Acquedotti, infatti, non è chiuso da cancelli ed è in larghissima parte privo di illuminazione. Una caratteristica che nelle ore notturne lo trasforma in una sorta di terra di nessuno.
Già in passato gli anarchici avevano messo a segno attentati presso strutture delle forze dell’ordine utilizzando ordigni contenenti chiodi. La mente torna alla doppia bomba piazzata nel 2006 a Fossano, nei pressi della caserma che ospita la Scuola allievi carabinieri, per le quali è stato condannato a 23 anni di carcere l’anarchico Alfredo Cospito, attualmente in carcere a Sassari in regime di 41 bis.
E dal passato di Mercogliano spunta un’indagine per un altro attentato che ha visto Cospito condannato, quella sulla gambizzazione del manager di Ansaldo Energia Roberto Adinolfi, avvenuta a Genova nel 2012. Inizialmente Mercogliano era stato sospettato di avere rubato e poi nascosto il motorino usato per l’aggressione, ma la mancanza di riscontri aveva portato all’archiviazione della sua posizione.
Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti c’è anche quella che la bomba esplosa nel parco degli Acquedotti possa essere legata proprio alla carcerazione di Cospito, il cui regime di 41 bis scadrà ai primi di maggio. Il ministero della Giustizia può disporre una proroga di due anni. Nelle ultime settimane la comunità anarchica ha dato vita in
diverse località italiane a una serie di iniziative (concerti, presidi, volantinaggi) di solidarietà proprio a Cospito, chiedendo la revoca del 41 bis. Tra le altre piste al vaglio in queste ore ci sono anche possibili rivendicazioni legate al contesto geopolitico internazionale e in particolare al tema degli armamenti e in chiave anti imperialista ai processi di globalizzazione. Non si può escludere, comunque, che ci fosse l’intento di portare a compimento un’azione antigovernativa, in particolare legata al referendum sulla Giustizia.
Intanto, nella notte tra venerdì e sabato, gli uomini della Digos hanno eseguito cinque perquisizioni nei confronti di altrettanti appartamenti alla galassia anarchica. Gli agenti hanno sequestrato vario materiale relativo all’area anarchica, ora al vaglio degli investigatori ma che dalle prime informazioni non sarebbe attinente all’episodio dell’esplosione della bomba nel Casale Sellaretto.
Nel frattempo la galassia anarchica è tornata a farsi sentire con scritte e slogan sui muri, tra cui «La vendetta sarà terribile», «Fuori tutti dalle galere» e richiami alla guerra sociale, al punto che Sara e Sandro vengono indicati dai circoli come militanti morti mentre combattevano.
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