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2026-04-16
Colpo di scena a Mps: torna Lovaglio. In sella grazie ai Del Vecchio e a Bpm
Luigi Lovaglio (Ansa)
Il titolo, secco, quasi da cronaca di altri tempi, potrebbe essere questo: Delfin e Banco rimettono Luigi Lovaglio sul Monte. L’amministratore delegato licenziato qualche giorno fa al termine di un consiglio d’amministrazione durato tre giorni torna trionfalmente al suo posto. Mai vista una scena del genere nella grande finanza italiana. Tanto meno quando si tratta di banche. Una trama degno di un autentico thriller. Un capolavoro con alleanze mobili, assenze rumorose e voti che pesano come macigni.
L’assemblea fiume - oltre il 64% del capitale presente, mica bruscolini - era partita con il copione classico: approvazione del bilancio 2025 (plebiscitaria, come sempre accade quando si arriva al dunque con ricchi utili e dividendi che a Siena non si vedevano da tempo). Poi il vero piatto forte, il rinnovo del consiglio di amministrazione. Tre liste in campo: due per contendersi la maggioranza, la terza di minoranza. Una domanda sospesa nell’aria, come una nuvola prima del temporale: chi comanda davvero a Siena?
La risposta è arrivata con il fragore di un ribaltone. La lista di Plt Holding, espressione della famiglia Tortora, ha preso il largo con il 49,95% dei voti. Non un’incursione, ma una presa del palazzo. Dall’altra parte, la lista del cda, sostenuta dal gruppo Caltagirone, si è fermata al 38,79%. Dieci punti abbondanti di distanza: in assemblea significa una cosa sola, partita chiusa senza bisogno di supplementari. E qui entrano in scena i veri registi della giornata. Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, con il suo 17,5%, e Banco Bpm, con il 3,7%, hanno deciso di spostare il peso della bilancia. Non un appoggio tiepido, ma una scelta netta, chirurgica, che ha rimesso Luigi Lovaglio al centro del villaggio. Altro che ex: il protagonista del risanamento torna al comando, con tanto di benedizione del mercato e di una fetta importante del capitalismo italiano.
Il bello, come sempre, è nei dettagli. Perché mentre alcuni entravano a gamba tesa, altri sceglievano la via dell’eclissi. Il Tesoro, titolare di un rispettabile 4,8%, non si è presentato. Assente. Evaporato. Una non-scelta che, in questi casi, equivale a una scelta precisissima: lasciare che la partita si giochi senza arbitro pubblico. A decidere doveva essere il mercato. Poi Edizione dei Benetton, che con il suo 1,4% ha optato per l’astensione, con l’eleganza obbligatoria per l’invito declinato all’ultimo minuto. E intorno, un mosaico di voti che si compone pezzo dopo pezzo: grandi fondi come BlackRock e Norges che si accodano a Lovaglio, portando il sostegno complessivo intorno al 32,5% del capitale.
Dall’altra parte, il blocco costruito attorno al 13,5% di Caltagirone si ferma al 25%. Troppo poco. Così, mentre nella sala si consumava il rito - piccoli azionisti, deleghe, avvocati, manager - fuori si scriveva una pagina destinata a finire negli annali della finanza. Perché non è solo una questione di percentuali, ma di equilibri. E gli equilibri, ieri, sono cambiati. Lovaglio, a caldo, ha scelto il registro della gratitudine: riconoscenza verso Pierluigi Tortora e la sua famiglia, riconoscenza verso gli azionisti, determinazione per il futuro. Nessuna rivincita, assicura, solo voglia di fare. Parole da manuale, certo, ma anche il segno di chi sa che la vittoria, quando arriva contro pronostico, va maneggiata con cura.
Dal canto suo Tortora ci tiene a puntualizzare: questo è un punto di partenza, non di arrivo. Tradotto dal linguaggio felpato della finanza: abbiamo vinto, ma adesso viene il difficile. Già, perché governare il Monte non è mai una passeggiata. È più simile a una navigazione in mare aperto, con correnti che cambiano direzione senza preavviso. E il nuovo board - che nasce da questo equilibrio rimescolato - dovrà dimostrare di saper tenere la rotta.Nel frattempo, dal mondo del lavoro arriva un richiamo che suona come una nota a margine, ma che marginale non è affatto. Il sindacato, con la voce della Fabi, chiede continuità, stabilità, soluzioni non più rinviabili. Tradotto: bene i giochi di palazzo, ma adesso qualcuno pensi anche a chi in banca ci lavora ogni giorno. E allora la domanda vera è quella che resta sospesa, come sempre accade a Siena: che cosa succede adesso? Succede che Lovaglio torna al timone con una legittimazione rafforzata, ma anche con aspettative altissime.
Succede che Delfin e Banco Bpm hanno dimostrato di poter orientare la partita quando decidono di farlo. Succede che il Tesoro, restando fuori, ha lasciato intendere che il dossier Monte è tutt’altro che chiuso. E soprattutto succede che il Monte dei Paschi, ancora una volta, si conferma per quello che è: non solo una banca, ma un teatro. Dove i copioni saltano, i protagonisti ritornano e le comparse, a volte, diventano decisive. Ieri è andato in scena il ribaltone. Oggi comincia il secondo atto. E, conoscendo la storia di Siena, è difficile credere che sarà meno movimentato del primo.
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L’ad del risanamento rientra al suo posto con il blitz di Delfin, che vota con Blackrocke Banco. Sconfitta la lista di Fabrizio Palermo sostenuta da Caltagirone. Governo spettatore.Certe assemblee degli azionisti iniziano come una messa cantata e finiscono come una corrida. A Siena, ieri, si è passati dall’incenso al confronto nel giro di poche ore, con il Monte dei Paschi che ha fatto quello che gli riesce meglio da secoli: sorprendere tutti, soprattutto chi era convinto di aver già vinto.Il titolo, secco, quasi da cronaca di altri tempi, potrebbe essere questo: Delfin e Banco rimettono Luigi Lovaglio sul Monte. L’amministratore delegato licenziato qualche giorno fa al termine di un consiglio d’amministrazione durato tre giorni torna trionfalmente al suo posto. Mai vista una scena del genere nella grande finanza italiana. Tanto meno quando si tratta di banche. Una trama degno di un autentico thriller. Un capolavoro con alleanze mobili, assenze rumorose e voti che pesano come macigni.L’assemblea fiume - oltre il 64% del capitale presente, mica bruscolini - era partita con il copione classico: approvazione del bilancio 2025 (plebiscitaria, come sempre accade quando si arriva al dunque con ricchi utili e dividendi che a Siena non si vedevano da tempo). Poi il vero piatto forte, il rinnovo del consiglio di amministrazione. Tre liste in campo: due per contendersi la maggioranza, la terza di minoranza. Una domanda sospesa nell’aria, come una nuvola prima del temporale: chi comanda davvero a Siena? La risposta è arrivata con il fragore di un ribaltone. La lista di Plt Holding, espressione della famiglia Tortora, ha preso il largo con il 49,95% dei voti. Non un’incursione, ma una presa del palazzo. Dall’altra parte, la lista del cda, sostenuta dal gruppo Caltagirone, si è fermata al 38,79%. Dieci punti abbondanti di distanza: in assemblea significa una cosa sola, partita chiusa senza bisogno di supplementari. E qui entrano in scena i veri registi della giornata. Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, con il suo 17,5%, e Banco Bpm, con il 3,7%, hanno deciso di spostare il peso della bilancia. Non un appoggio tiepido, ma una scelta netta, chirurgica, che ha rimesso Luigi Lovaglio al centro del villaggio. Altro che ex: il protagonista del risanamento torna al comando, con tanto di benedizione del mercato e di una fetta importante del capitalismo italiano. Il bello, come sempre, è nei dettagli. Perché mentre alcuni entravano a gamba tesa, altri sceglievano la via dell’eclissi. Il Tesoro, titolare di un rispettabile 4,8%, non si è presentato. Assente. Evaporato. Una non-scelta che, in questi casi, equivale a una scelta precisissima: lasciare che la partita si giochi senza arbitro pubblico. A decidere doveva essere il mercato. Poi Edizione dei Benetton, che con il suo 1,4% ha optato per l’astensione, con l’eleganza obbligatoria per l’invito declinato all’ultimo minuto. E intorno, un mosaico di voti che si compone pezzo dopo pezzo: grandi fondi come BlackRock e Norges che si accodano a Lovaglio, portando il sostegno complessivo intorno al 32,5% del capitale. Dall’altra parte, il blocco costruito attorno al 13,5% di Caltagirone si ferma al 25%. Troppo poco. Così, mentre nella sala si consumava il rito - piccoli azionisti, deleghe, avvocati, manager - fuori si scriveva una pagina destinata a finire negli annali della finanza. Perché non è solo una questione di percentuali, ma di equilibri. E gli equilibri, ieri, sono cambiati. Lovaglio, a caldo, ha scelto il registro della gratitudine: riconoscenza verso Pierluigi Tortora e la sua famiglia, riconoscenza verso gli azionisti, determinazione per il futuro. Nessuna rivincita, assicura, solo voglia di fare. Parole da manuale, certo, ma anche il segno di chi sa che la vittoria, quando arriva contro pronostico, va maneggiata con cura. Dal canto suo Tortora ci tiene a puntualizzare: questo è un punto di partenza, non di arrivo. Tradotto dal linguaggio felpato della finanza: abbiamo vinto, ma adesso viene il difficile. Già, perché governare il Monte non è mai una passeggiata. È più simile a una navigazione in mare aperto, con correnti che cambiano direzione senza preavviso. E il nuovo board - che nasce da questo equilibrio rimescolato - dovrà dimostrare di saper tenere la rotta.Nel frattempo, dal mondo del lavoro arriva un richiamo che suona come una nota a margine, ma che marginale non è affatto. Il sindacato, con la voce della Fabi, chiede continuità, stabilità, soluzioni non più rinviabili. Tradotto: bene i giochi di palazzo, ma adesso qualcuno pensi anche a chi in banca ci lavora ogni giorno. E allora la domanda vera è quella che resta sospesa, come sempre accade a Siena: che cosa succede adesso? Succede che Lovaglio torna al timone con una legittimazione rafforzata, ma anche con aspettative altissime. Succede che Delfin e Banco Bpm hanno dimostrato di poter orientare la partita quando decidono di farlo. Succede che il Tesoro, restando fuori, ha lasciato intendere che il dossier Monte è tutt’altro che chiuso. E soprattutto succede che il Monte dei Paschi, ancora una volta, si conferma per quello che è: non solo una banca, ma un teatro. Dove i copioni saltano, i protagonisti ritornano e le comparse, a volte, diventano decisive. Ieri è andato in scena il ribaltone. Oggi comincia il secondo atto. E, conoscendo la storia di Siena, è difficile credere che sarà meno movimentato del primo.
L'incontro del 17 aprile 2025 alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa)
Oltre a mantenere il punto, dopo che martedì aveva già tacciato il presidente del Consiglio di «mancanza di coraggio», ieri il tycoon, abituato ai giri di valzer, non ha escluso un cambiamento nelle relazioni tra i due alleati: «Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto». E non si è risparmiato nel ribadire la vulnerabilità italiana riguardo al petrolio. Se al Corriere della Sera aveva detto: «A voi italiani piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?», anche nell’intervista a Fox Business ha affermato: «Giusto per vostra informazione: l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto di Hormuz».
Dalla maggioranza, che ha espresso a più riprese la vicinanza a Giorgia Meloni e la ferma condanna alle parole del tycoon contro il premier e papa Leone XIV, emerge un’interpretazione comune in merito alla solidità dei rapporti bilaterali. A stemperare i toni e a ridimensionare l’impatto dei contrasti è stato infatti il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, durante un punto stampa a Berlino. Assodato che «un rapporto di alleanza e di amicizia come quello fra l’Italia e gli Stati Uniti debba essere fatto di lealtà e rispetto» a cui il nostro Paese non è mai venuto meno, il vicepremier ha sottolineato che si tratta meramente di «una divergenza d’opinioni». Esclusa quindi l’esistenza di una crisi tra i due Paesi, Tajani ha sottolineato: «Non è un confronto franco su questioni dove non si è d’accordo a poter lacerare le relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti». E visto che «quando non si è d’accordo lo si dice», Tajani ha ricordato: «Non abbiamo condiviso le parole a proposito del Santo Padre, come non abbiamo condiviso le parole sulla Groenlandia perché abbiamo una posizione diversa, così come non abbiamo partecipato alla guerra in Iran perché non è la nostra guerra. Ma questo non significa non avere buone relazioni con gli Stati Uniti».
Anche secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, le relazioni tra Roma e Washington non sono in discussione: «I rapporti con gli Stati Uniti sono e continueranno a essere positivi, non è qualche caduta di stile di queste ore a mettere in discussione il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti». Oltre ad augurarsi che «smettano gli attacchi al Papa», Salvini, riferendosi alle immagini blasfeme postate da Trump, ha fatto presente: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso che aiuti la pace o la credibilità di nessuno». Tra l’altro, ha invitato a prendere con le pinze le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in merito alla fine del conflitto in Medio Oriente: «Se la guerra, come dice Trump, finisce tra una settimana, tanto meglio, ma la guerra a parole di Trump è già finita parecchie volte e non è ancora finita. E quindi se dovesse ancora andare avanti alcune settimane, non vogliamo lasciare a piedi gli italiani». Poco prima del nuovo affondo del capo della Casa Bianca contro Meloni, il vicepremier ha ribadito il «totale sostegno all’attività del governo e del presidente del Consiglio da tutti i punti di vista. Se Trump attacca il Papa sbaglia, se attacca il governo italiano sbaglia».
Dello stesso avviso è stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Non c’è niente di insanabile perché la Meloni e il governo italiano sanno benissimo che anche nei rapporti di amicizia la chiarezza è d’obbligo». E quindi «nessuno come la Meloni è stata così chiara nel dire “sono d’accordo con certe scelte di Trump“», ma è altrettanto vero che «nessuno come la Meloni è stata così chiara, quando non è stata d’accordo, nel dire “non sono d’accordo con alcune dichiarazioni di Trump“». Il presidente del Senato ha anche ricordato come fosse inevitabile la presa di posizione del premier contro gli insulti che il tycoon ha rivolto al pontefice: «Giorgia Meloni non può e non avrebbe mai potuto stare in silenzio di fronte a un atteggiamento nei confronti del Papa come quello che si è verificato da parte del presidente Trump, come cattolica e come presidente del Consiglio».
Pare che non si intravedano criticità all’orizzonte in ambito commerciale. A rassicurare su questo fronte, prima però dell’ultima invettiva di Donald Trump, è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A Radio24 ha infatti dichiarato che «non ci sarà nessun contraccolpo commerciale dopo lo scontro tra il presidente del Consiglio, Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Trump», considerato il fatto che è «anche grazie al governo italiano, responsabile e lungimirante, che l’Ue ha ratificato un accordo con gli Usa per dazi orientativi del 15 per cento che i nostri prodotti hanno saputo oltrepassare». Oltretutto, «il consumatore americano ha dimostrato in questi mesi di non aver nessuna intenzione di rinunciare al made in Italy». Urso ha anche aggiunto: «Tutti hanno compreso che la Meloni ha tutelato l’immagine e l’interesse nazionale. Noi riconosciamo al Sommo pontefice il suo Magistero che deve esercitare al meglio e credo che lo comprendano bene anche gli americani e l’amministrazione degli Stati Uniti».
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Con Margherita Mastromauro (presidente pastai Uif) raccontiamo il Carbonara day, la giornata di grande successo dedicata a un piatto simbolo della cucina italiana.