
Manifestazioni a Parigi contro Emmanuel Macron? Un pericolo per la democrazia, orde di facinorosi, il rischio della sovversione, la torsione brutale della piazza, l’onda nera che sale. Manifestazioni in Israele contro Bibi Netanyahu? Un trionfo per la democrazia, le forze migliori che si mobilitano, l’opportunità di una nuova primavera, la piazza come risposta necessaria, la società civile che si esprime.
È questo il surreale doppio standard messo in pagina dai principali quotidiani italiani, per i quali, nel giro di 24 ore, manifestare in piazza può diventare cosa buona o cosa cattiva, cosa civile o cosa incivile, cosa meritoria o cosa pericolosissima. E da che dipende? Elementare, Watson: da chi lo fa. Se i promotori sono nella lavagna dei «buoni», degli «accettati», degli «ammessi», scatta il semaforo verde; se invece stanno dalla parte dei «cattivi», dei «reietti, dei «malsopportati», automaticamente il semaforo diventa rosso.
A onor del vero, non è una novità. E lo sappiamo bene già dall’epoca Covid. Eravate per caso portuali di Trieste e manifestavate contro il green pass? Eh, allora eravate uno schifo, una feccia. Non importa se la vostra protesta era ordinata e pacifica; non importa se i vostri rappresentanti, con dignità e con il volto segnato dalla fatica, si collegavano in tv a spiegare le loro ragioni. Dallo studio, conduttori e opinionisti scuotevano la testa, interrompevano, facevano perfino ironia (è successo anche questo) su un congiuntivo eventualmente sbagliato. Si sa, ormai la sinistra intellettuale non ha più remore: ride direttamente in faccia agli ultimi. Di più: partiva anche la narrazione sul rischio di «focolaio Covid» a causa della protesta.
Se però, pochi giorni dopo, si radunavano su altre piazze altri manifestanti (per noi - sia chiaro - dotati di uguale legittimazione a sostenere le proprie ragioni) per protestare contro lo stop parlamentare al ddl Zan, allora il trattamento mediatico si ribaltava. La piazza era «composta», «indignata ma civilissima», «consapevole». E c’era pure il miracolo: in questo caso, pur in assenza di mascherine, il rischio Covid spariva.
Qualcosa del genere era successo già nel 2020. Fu implacabile lo zelo con cui i mainstream media arrivarono alla richiesta di delazione nei confronti di chi - magari - stava solo facendo una passeggiata, fino a episodi tragicomici, tipo l’inseguimento in diretta tv (con elicottero!) di una singola persona che camminava lungo una spiaggia. Salvo però chiudere un occhio (anzi: tutti e due) quando, il 25 aprile, in pieno lockdown, si svolsero in diverse città cortei con tanto di cori Bella ciao e bandiere rosse, in totale violazione (addirittura preannunciata) delle regole sanitarie su circolazione e assembramenti.
E il vizietto ebbe pure una dimensione globale. Tutti ricordiamo l’indignazione che fece seguito al 6 gennaio 2021, dopo la manifestazione pro Donald Trump a Capitol Hill. Ma nei mesi precedenti la copertura mediatica delle manifestazioni (benché violente) di segno opposto era sempre stata all’insegna dell’attenuazione, se non della giustificazione, a partire dalle imprese di Black lives matter. Rimase leggendario un fermo immagine dell’inviato della Cnn in Wisconsin, durante furiose manifestazioni di sinistra, con sullo sfondo fuochi e immagini di guerriglia urbana, con il surreale sottotitolo che descriveva i fatti come «mostly peaceful», prevalentemente pacifici.
Senza nemmeno accorgercene, stiamo transitando dal «free speech» a una sorta di «authorized speech», cioè a un’espressione non più libera, ma sottoposta ad «autorizzazione» da parte della cupola mediatica politicamente corretta. Hanno accusato Trump di fabbricare una post-truth, cioè una post-verità. Ma troppi altri credono ormai ad una pre-truth, a una pre-verità in cui - prim’ancora di giudicare i fatti - conta il giudizio precostituito sui protagonisti.






