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2018-06-27
Macron in crisi di nervi con l’Italia fa visita al Papa
ANSA
Emmanuel Macron aveva un piano: scaricare sull'Italia il peso dei salvataggi dei migranti nel Mediterraneo, contenere i movimenti secondari interni alla Ue, convincere la Germania a una riforma dell'eurozona che mitigasse i rischi per le finanze pubbliche di Parigi, quindi capeggiare il progetto della difesa comune europea, per poi assicurarsi le commesse per la componentistica dei mezzi militari.
Un progetto scaltrissimo, in cui il nostro Paese avrebbe dovuto recitare il fondamentale ruolo dell'allocco. In primo luogo, infatti, c'erano gli impegni assunti sul tema della difesa comune dall'ex ministro Roberta Pinotti, che la considerava una «sfida fondamentale per l'Europa di oggi» e che sosteneva con convinzione il coinvolgimento di contingenti italiani nel Niger. Non paga, la Pinotti aveva lavorato pure all'istituzione di un Fondo comune per lo sviluppo di tecnologie europee nel campo della sicurezza. A ben guardare, però, Parigi considera sua proprietà quello che in teoria è «comune». Nella vicenda dei cantieri di Saint-Nazaire, ad esempio, l'obiettivo di Macron era chiaramente di impedire a Fincantieri di mettere le mani su un asset strategico, garantendo alla Francia la primazia nella realizzazione della componentistica. Insomma, appalti miliardari per i cugini d'Oltralpe e gli avanzi al gruppo italiano.
Nelle ultime settimane, tuttavia, il radicale cambiamento intervenuto a Palazzo Chigi ha messo a repentaglio il disegno di Monsieur le Président. L'Italia non è più la nazione che baratta il macigno della gestione del primo approdo dei migranti per un po' di flessibilità sui conti. La cancelliera tedesca Angela Merkel è alle prese con gli ultimatum del suo ministro degli Interni, Horst Seehofer, perciò sa di non potersi inimicare troppo Roma e, al contempo, di doversi scontrare con l'opposizione dei cristianodemocratici bavaresi alla creazione del bilancio europeo, promesso a Macron nel bilaterale di Meseberg. A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta Elisabetta Trenta, la quale, succeduta alla Pinotti al ministero della Difesa, ha deciso di tenere fuori l'Italia dal programma francese per l'istituzione di una forza d'intervento europea, che doveva rappresentare una tappa essenziale nell'acquisizione, da parte di Parigi, della leadership politico-militare della Ue. Come ha spiegato il blog Gli occhi della guerra, i transalpini impiegavano l'etichetta della «difesa comune europea» per perseguire «un interesse francese declinato nel continente». Ipotesi maliziosa, ma avvalorata dall'adesione entusiasta della Gran Bretagna, che è in uscita dall'Unione e quindi è formalmente distante da scenari di collaborazione che prevedano cessioni di sovranità.
Così, all'improvviso, Macron si presenta indebolito al Consiglio europeo che comincia domani a Bruxelles. Ed è impossibile negare che un governo italiano non più fedele esecutore degli ordini provenienti da centri di potere stranieri è l'attore che ha messo in difficoltà lo stratega dell'Eliseo. Macron è stato spiazzato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale aveva richiesto l'allestimento di hotspot in territorio africano per limitare le partenze e procedere al trasferimento in Europa soltanto di chi poteva effettivamente godere dello status di rifugiato. All'idea di sottrarre alla Francia il controllo esclusivo del Nordafrica, il premier ha infine aggiunto la cosiddetta European multilevel strategy for migration, il cui scopo sarebbe di costringere gli altri Paesi europei a farsi carico dell'esame delle richieste d'asilo di chi sbarca in Italia. Mosse che alla fine hanno costretto Stati finora trincerati, come Spagna e Malta, ad ammettere che è necessario ripensare un sistema dal quale Roma viene penalizzata.
È proprio per mettere i bastoni tra le ruote all'esecutivo gialloblù, che Macron ha deciso di volare da papa Francesco, nella speranza che la Santa Sede chiami a raccolta i cattolici contro le politiche sull'immigrazione di Lega e Movimento 5 stelle. Ma è evidente che al leader transalpino, apparso ultimamente sull'orlo di una crisi di nervi, tra un portavoce sboccato e un'allusione infelice alla «lebbra» del populismo, quello che doveva essere un meccanismo perfetto sta sfuggendo di mano. Al punto che, come rivelato da Dagospia, prima di recarsi dal Pontefice, Macron avrebbe pranzato nella romana Casina Valadier insieme a sua moglie Brigitte e al premier Conte: l'incontro sarebbe servito a eliminare una prima grana, ovvero la situazione della nave Ong Lifeline, cui le autorità maltesi hanno finalmente concesso il diritto di attraccare nell'isola (anche se gli immigrati sono stati trasferiti in Italia).
La riunione del 28 e 29 giugno, in ogni caso, si annuncia tesa e persino inconcludente. Durante la conferenza stampa con il premier spagnolo Pedro Sanchez, la Merkel ha ammesso che su almeno due delle nuove linee guida sull'immigrazione «si deve ancora lavorare»: ciò potrebbe significare che alla fine del vertice di Bruxelles non si otterrà l'unanimità. La sensazione è che, con l'asse Parigi-Berlino scricchiolante e un'Italia che rialza la testa, l'assetto geopolitico del continente si stia fluidificando: l'Europa abbandona le chimere di unificazione e si ricostituisce attorno a intese flessibili, i famosi «accordi bilaterali» che la stessa cancelliera tedesca, due giorni fa, ha evocato in maniera esplicita. Le carte si stanno rimescolando e Macron non resta che tentare un'altra mano.
Alessandro Rico
Il numero uno dell'Eliseo usa da ipocrita la sirena europeista
È durato oltre 50 minuti l'incontro privato tra papa Francesco e il presidente francese Emmanuel Macron in Vaticano, probabilmente l'incontro più lungo tra un presidente e il Papa argentino, simile a quello con Barack Obama. Già questa nota di cronaca sottolinea l'importanza del discorso che i due hanno intrattenuto con al centro i temi dell'immigrazione, l'Africa, l'ambiente e il disarmo, come recita il comunicato della sala stampa della Santa sede. E come era facile prevedere. Con un'«aggiunta» all'agenda del colloquio, dà conto il comunicato vaticano diffuso dopo il secondo incontro di Macron in Vaticano, quello con il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati: la «riflessione congiunta circa le prospettive del progetto europeo».
L'incontro tra papa Francesco e il presidente Macron (accompagnato dalla moglie Brigitte in abito nero e chioma raccolta, ma senza veletta) è un banco di prova e una specie di scialuppa di salvataggio per tante agende politiche. Innanzitutto c'è la strategia degli europeisti liberal in grande difficoltà contro i populismi, europeisti che oggi in Vaticano cercano più sponde che in qualsiasi altra cancelleria, compresa ovviamente quella statunitense. Come corollario, sotto i riflettori c'è la politica per gli immigrati, anche se lo stesso Macron, lo sappiamo, tende a predicare bene e a razzolare male. Di immigrazione il presidente francese ha parlato anche ieri mattina con la comunità di Sant'Egidio a Palazzo Farnese, dove ha ipocritamente menzionato i corridoi umanitari come un modello della politica di immigrazione legale, soprattutto per le persone che hanno bisogno di protezione umanitaria. Una questione che è la punta di un iceberg molto più ampio e che riguarda la crisi epocale che sta vivendo l'establishment occidentale di cui Macron è in qualche modo l'ultimo baluardo; alla Chiesa qualcuno vorrebbe chiedere di puntellare questo ordine liberale, oppure semplicemente rassegnarsi alla morte. Infine, et tout se tient, c'è il tentativo del presidente francese di mettersi a caccia del voto cattolico francese, operazione iniziata con enfasi con il discorso furbo che Macron ha tenuto davanti ai vescovi d'oltralpe al Colleges des Bernardins lo scorso 9 aprile.
In linea con questa nouvelle stratégie di avvicinamento al mondo cattolico, Macron nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il titolo di protocanonico d'onore dal Capitolo della Basilica di San Giovanni in Laterano. Un'onorificenza riservata a tutti i capi di Stato francesi grazie a una tradizione secolare che risale al re Enrico IV, ma che i presidenti possono anche rifiutare come, non a caso, hanno fatto François Mitterrand, Georges Pompidou e François Hollande.
Il voto cattolico francese è allergico alla sinistra stile François Hollande, deluso dal gollista François Fillon, affascinato, ma non troppo da Marine Le Pen, ha sospeso il giudizio su Macron. Ma il presidente sa molto bene che questa «minoranza» è capace di inaspettate reazioni, come ha chiaramente mostrato la serie di eventi contro la famigerata legge Toubira sul cosiddetto «matrimonio per tutti», eventi che hanno portato milioni di francesi in piazza sotto il comune denominatore della Manif pour tous.
Questa strategia di riconquista del voto cattolico può essere considerata oltre gli stretti confini francesi, se si valuta ciò che rappresenta oggi il presidente Macron a livello internazionale. Il voto italiano ha mostrato una volta in più che i cosiddetti cattolici sono più autonomi di quanto si pensasse, spesso sono ago della bilancia degli equilibri politici, e Dio solo sa quanto il mondo progressista abbia sbeffeggiato le istanze cattoliche e ne stia pagando le conseguenze.
Macron allora prova a spaccare il fronte populista cominciando proprio dal voto cattolico, non solo quello francese, forse considerando i fedeli come la parte più malleabile e pronta ad accodarsi a un eventuale richiamo delle gerarchie. Usa la sirena europeista e una sorta di benedizione morale delle sacre stanze. Come ha fatto davanti ai vescovi di Francia chiama i cattolici a scendere in campo nella politica, utilizza parole suadenti e riconoscibili. Addirittura, un presidente che si appresta ad approvare una estensione della legge sulla Fivet per le coppie di lesbiche e le donne single, davanti ai vescovi chiama il feto con la parola pro life «nascituro». Ma proprio su questa legge, che dovrebbe essere discussa in autunno, potrebbe cadere la maschera di Macron davanti ai cattolici, tanto che il portavoce dei vescovi francesi monsignor Ribadeau Dumas ha detto che se questa legge verrà votata «Macron potrebbe svelare davanti alla comunità un sentimento di doppiezza». Double face, è questo il rischio dell'attivismo del presidente Macron nei confronti del mondo cattolico, lui battezzato a 12 anni ora si professa «agnostico» e aperto alla trascendenza, è figlio legittimo della patria del laicismo e difficilmente la tradirà. E la Chiesa, si ritaglierà davvero solo questo ruolo di presunta stampella dei liberal come molti vorrebbero? La storia insegna che trascinare il popolo di Dio di qua o di là è un operazione che può riservare molte sorprese.
Lorenzo Bertocchi
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Piano fallito, Francia in difficoltà: non ci siamo presi il «pacco» sulla difesa comune.Il presidente francese in Vaticano cerca sponda contro il fronte populista e per i voti cattolici.Lo speciale contiene due articoliEmmanuel Macron aveva un piano: scaricare sull'Italia il peso dei salvataggi dei migranti nel Mediterraneo, contenere i movimenti secondari interni alla Ue, convincere la Germania a una riforma dell'eurozona che mitigasse i rischi per le finanze pubbliche di Parigi, quindi capeggiare il progetto della difesa comune europea, per poi assicurarsi le commesse per la componentistica dei mezzi militari. Un progetto scaltrissimo, in cui il nostro Paese avrebbe dovuto recitare il fondamentale ruolo dell'allocco. In primo luogo, infatti, c'erano gli impegni assunti sul tema della difesa comune dall'ex ministro Roberta Pinotti, che la considerava una «sfida fondamentale per l'Europa di oggi» e che sosteneva con convinzione il coinvolgimento di contingenti italiani nel Niger. Non paga, la Pinotti aveva lavorato pure all'istituzione di un Fondo comune per lo sviluppo di tecnologie europee nel campo della sicurezza. A ben guardare, però, Parigi considera sua proprietà quello che in teoria è «comune». Nella vicenda dei cantieri di Saint-Nazaire, ad esempio, l'obiettivo di Macron era chiaramente di impedire a Fincantieri di mettere le mani su un asset strategico, garantendo alla Francia la primazia nella realizzazione della componentistica. Insomma, appalti miliardari per i cugini d'Oltralpe e gli avanzi al gruppo italiano.Nelle ultime settimane, tuttavia, il radicale cambiamento intervenuto a Palazzo Chigi ha messo a repentaglio il disegno di Monsieur le Président. L'Italia non è più la nazione che baratta il macigno della gestione del primo approdo dei migranti per un po' di flessibilità sui conti. La cancelliera tedesca Angela Merkel è alle prese con gli ultimatum del suo ministro degli Interni, Horst Seehofer, perciò sa di non potersi inimicare troppo Roma e, al contempo, di doversi scontrare con l'opposizione dei cristianodemocratici bavaresi alla creazione del bilancio europeo, promesso a Macron nel bilaterale di Meseberg. A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta Elisabetta Trenta, la quale, succeduta alla Pinotti al ministero della Difesa, ha deciso di tenere fuori l'Italia dal programma francese per l'istituzione di una forza d'intervento europea, che doveva rappresentare una tappa essenziale nell'acquisizione, da parte di Parigi, della leadership politico-militare della Ue. Come ha spiegato il blog Gli occhi della guerra, i transalpini impiegavano l'etichetta della «difesa comune europea» per perseguire «un interesse francese declinato nel continente». Ipotesi maliziosa, ma avvalorata dall'adesione entusiasta della Gran Bretagna, che è in uscita dall'Unione e quindi è formalmente distante da scenari di collaborazione che prevedano cessioni di sovranità. Così, all'improvviso, Macron si presenta indebolito al Consiglio europeo che comincia domani a Bruxelles. Ed è impossibile negare che un governo italiano non più fedele esecutore degli ordini provenienti da centri di potere stranieri è l'attore che ha messo in difficoltà lo stratega dell'Eliseo. Macron è stato spiazzato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale aveva richiesto l'allestimento di hotspot in territorio africano per limitare le partenze e procedere al trasferimento in Europa soltanto di chi poteva effettivamente godere dello status di rifugiato. All'idea di sottrarre alla Francia il controllo esclusivo del Nordafrica, il premier ha infine aggiunto la cosiddetta European multilevel strategy for migration, il cui scopo sarebbe di costringere gli altri Paesi europei a farsi carico dell'esame delle richieste d'asilo di chi sbarca in Italia. Mosse che alla fine hanno costretto Stati finora trincerati, come Spagna e Malta, ad ammettere che è necessario ripensare un sistema dal quale Roma viene penalizzata.È proprio per mettere i bastoni tra le ruote all'esecutivo gialloblù, che Macron ha deciso di volare da papa Francesco, nella speranza che la Santa Sede chiami a raccolta i cattolici contro le politiche sull'immigrazione di Lega e Movimento 5 stelle. Ma è evidente che al leader transalpino, apparso ultimamente sull'orlo di una crisi di nervi, tra un portavoce sboccato e un'allusione infelice alla «lebbra» del populismo, quello che doveva essere un meccanismo perfetto sta sfuggendo di mano. Al punto che, come rivelato da Dagospia, prima di recarsi dal Pontefice, Macron avrebbe pranzato nella romana Casina Valadier insieme a sua moglie Brigitte e al premier Conte: l'incontro sarebbe servito a eliminare una prima grana, ovvero la situazione della nave Ong Lifeline, cui le autorità maltesi hanno finalmente concesso il diritto di attraccare nell'isola (anche se gli immigrati sono stati trasferiti in Italia).La riunione del 28 e 29 giugno, in ogni caso, si annuncia tesa e persino inconcludente. Durante la conferenza stampa con il premier spagnolo Pedro Sanchez, la Merkel ha ammesso che su almeno due delle nuove linee guida sull'immigrazione «si deve ancora lavorare»: ciò potrebbe significare che alla fine del vertice di Bruxelles non si otterrà l'unanimità. La sensazione è che, con l'asse Parigi-Berlino scricchiolante e un'Italia che rialza la testa, l'assetto geopolitico del continente si stia fluidificando: l'Europa abbandona le chimere di unificazione e si ricostituisce attorno a intese flessibili, i famosi «accordi bilaterali» che la stessa cancelliera tedesca, due giorni fa, ha evocato in maniera esplicita. Le carte si stanno rimescolando e Macron non resta che tentare un'altra mano. Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piano-fallito-eliseo-in-crisi-di-nervi-con-litalia-non-ci-siamo-presi-il-pacco-sulla-difesa-comune-2581568463.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-numero-uno-delleliseo-usa-da-ipocrita-la-sirena-europeista" data-post-id="2581568463" data-published-at="1768344167" data-use-pagination="False"> Il numero uno dell'Eliseo usa da ipocrita la sirena europeista È durato oltre 50 minuti l'incontro privato tra papa Francesco e il presidente francese Emmanuel Macron in Vaticano, probabilmente l'incontro più lungo tra un presidente e il Papa argentino, simile a quello con Barack Obama. Già questa nota di cronaca sottolinea l'importanza del discorso che i due hanno intrattenuto con al centro i temi dell'immigrazione, l'Africa, l'ambiente e il disarmo, come recita il comunicato della sala stampa della Santa sede. E come era facile prevedere. Con un'«aggiunta» all'agenda del colloquio, dà conto il comunicato vaticano diffuso dopo il secondo incontro di Macron in Vaticano, quello con il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati: la «riflessione congiunta circa le prospettive del progetto europeo». L'incontro tra papa Francesco e il presidente Macron (accompagnato dalla moglie Brigitte in abito nero e chioma raccolta, ma senza veletta) è un banco di prova e una specie di scialuppa di salvataggio per tante agende politiche. Innanzitutto c'è la strategia degli europeisti liberal in grande difficoltà contro i populismi, europeisti che oggi in Vaticano cercano più sponde che in qualsiasi altra cancelleria, compresa ovviamente quella statunitense. Come corollario, sotto i riflettori c'è la politica per gli immigrati, anche se lo stesso Macron, lo sappiamo, tende a predicare bene e a razzolare male. Di immigrazione il presidente francese ha parlato anche ieri mattina con la comunità di Sant'Egidio a Palazzo Farnese, dove ha ipocritamente menzionato i corridoi umanitari come un modello della politica di immigrazione legale, soprattutto per le persone che hanno bisogno di protezione umanitaria. Una questione che è la punta di un iceberg molto più ampio e che riguarda la crisi epocale che sta vivendo l'establishment occidentale di cui Macron è in qualche modo l'ultimo baluardo; alla Chiesa qualcuno vorrebbe chiedere di puntellare questo ordine liberale, oppure semplicemente rassegnarsi alla morte. Infine, et tout se tient, c'è il tentativo del presidente francese di mettersi a caccia del voto cattolico francese, operazione iniziata con enfasi con il discorso furbo che Macron ha tenuto davanti ai vescovi d'oltralpe al Colleges des Bernardins lo scorso 9 aprile. In linea con questa nouvelle stratégie di avvicinamento al mondo cattolico, Macron nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il titolo di protocanonico d'onore dal Capitolo della Basilica di San Giovanni in Laterano. Un'onorificenza riservata a tutti i capi di Stato francesi grazie a una tradizione secolare che risale al re Enrico IV, ma che i presidenti possono anche rifiutare come, non a caso, hanno fatto François Mitterrand, Georges Pompidou e François Hollande. Il voto cattolico francese è allergico alla sinistra stile François Hollande, deluso dal gollista François Fillon, affascinato, ma non troppo da Marine Le Pen, ha sospeso il giudizio su Macron. Ma il presidente sa molto bene che questa «minoranza» è capace di inaspettate reazioni, come ha chiaramente mostrato la serie di eventi contro la famigerata legge Toubira sul cosiddetto «matrimonio per tutti», eventi che hanno portato milioni di francesi in piazza sotto il comune denominatore della Manif pour tous. Questa strategia di riconquista del voto cattolico può essere considerata oltre gli stretti confini francesi, se si valuta ciò che rappresenta oggi il presidente Macron a livello internazionale. Il voto italiano ha mostrato una volta in più che i cosiddetti cattolici sono più autonomi di quanto si pensasse, spesso sono ago della bilancia degli equilibri politici, e Dio solo sa quanto il mondo progressista abbia sbeffeggiato le istanze cattoliche e ne stia pagando le conseguenze. Macron allora prova a spaccare il fronte populista cominciando proprio dal voto cattolico, non solo quello francese, forse considerando i fedeli come la parte più malleabile e pronta ad accodarsi a un eventuale richiamo delle gerarchie. Usa la sirena europeista e una sorta di benedizione morale delle sacre stanze. Come ha fatto davanti ai vescovi di Francia chiama i cattolici a scendere in campo nella politica, utilizza parole suadenti e riconoscibili. Addirittura, un presidente che si appresta ad approvare una estensione della legge sulla Fivet per le coppie di lesbiche e le donne single, davanti ai vescovi chiama il feto con la parola pro life «nascituro». Ma proprio su questa legge, che dovrebbe essere discussa in autunno, potrebbe cadere la maschera di Macron davanti ai cattolici, tanto che il portavoce dei vescovi francesi monsignor Ribadeau Dumas ha detto che se questa legge verrà votata «Macron potrebbe svelare davanti alla comunità un sentimento di doppiezza». Double face, è questo il rischio dell'attivismo del presidente Macron nei confronti del mondo cattolico, lui battezzato a 12 anni ora si professa «agnostico» e aperto alla trascendenza, è figlio legittimo della patria del laicismo e difficilmente la tradirà. E la Chiesa, si ritaglierà davvero solo questo ruolo di presunta stampella dei liberal come molti vorrebbero? La storia insegna che trascinare il popolo di Dio di qua o di là è un operazione che può riservare molte sorprese. Lorenzo Bertocchi
iStock
Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.