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2018-06-27
Macron in crisi di nervi con l’Italia fa visita al Papa
ANSA
Emmanuel Macron aveva un piano: scaricare sull'Italia il peso dei salvataggi dei migranti nel Mediterraneo, contenere i movimenti secondari interni alla Ue, convincere la Germania a una riforma dell'eurozona che mitigasse i rischi per le finanze pubbliche di Parigi, quindi capeggiare il progetto della difesa comune europea, per poi assicurarsi le commesse per la componentistica dei mezzi militari.
Un progetto scaltrissimo, in cui il nostro Paese avrebbe dovuto recitare il fondamentale ruolo dell'allocco. In primo luogo, infatti, c'erano gli impegni assunti sul tema della difesa comune dall'ex ministro Roberta Pinotti, che la considerava una «sfida fondamentale per l'Europa di oggi» e che sosteneva con convinzione il coinvolgimento di contingenti italiani nel Niger. Non paga, la Pinotti aveva lavorato pure all'istituzione di un Fondo comune per lo sviluppo di tecnologie europee nel campo della sicurezza. A ben guardare, però, Parigi considera sua proprietà quello che in teoria è «comune». Nella vicenda dei cantieri di Saint-Nazaire, ad esempio, l'obiettivo di Macron era chiaramente di impedire a Fincantieri di mettere le mani su un asset strategico, garantendo alla Francia la primazia nella realizzazione della componentistica. Insomma, appalti miliardari per i cugini d'Oltralpe e gli avanzi al gruppo italiano.
Nelle ultime settimane, tuttavia, il radicale cambiamento intervenuto a Palazzo Chigi ha messo a repentaglio il disegno di Monsieur le Président. L'Italia non è più la nazione che baratta il macigno della gestione del primo approdo dei migranti per un po' di flessibilità sui conti. La cancelliera tedesca Angela Merkel è alle prese con gli ultimatum del suo ministro degli Interni, Horst Seehofer, perciò sa di non potersi inimicare troppo Roma e, al contempo, di doversi scontrare con l'opposizione dei cristianodemocratici bavaresi alla creazione del bilancio europeo, promesso a Macron nel bilaterale di Meseberg. A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta Elisabetta Trenta, la quale, succeduta alla Pinotti al ministero della Difesa, ha deciso di tenere fuori l'Italia dal programma francese per l'istituzione di una forza d'intervento europea, che doveva rappresentare una tappa essenziale nell'acquisizione, da parte di Parigi, della leadership politico-militare della Ue. Come ha spiegato il blog Gli occhi della guerra, i transalpini impiegavano l'etichetta della «difesa comune europea» per perseguire «un interesse francese declinato nel continente». Ipotesi maliziosa, ma avvalorata dall'adesione entusiasta della Gran Bretagna, che è in uscita dall'Unione e quindi è formalmente distante da scenari di collaborazione che prevedano cessioni di sovranità.
Così, all'improvviso, Macron si presenta indebolito al Consiglio europeo che comincia domani a Bruxelles. Ed è impossibile negare che un governo italiano non più fedele esecutore degli ordini provenienti da centri di potere stranieri è l'attore che ha messo in difficoltà lo stratega dell'Eliseo. Macron è stato spiazzato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale aveva richiesto l'allestimento di hotspot in territorio africano per limitare le partenze e procedere al trasferimento in Europa soltanto di chi poteva effettivamente godere dello status di rifugiato. All'idea di sottrarre alla Francia il controllo esclusivo del Nordafrica, il premier ha infine aggiunto la cosiddetta European multilevel strategy for migration, il cui scopo sarebbe di costringere gli altri Paesi europei a farsi carico dell'esame delle richieste d'asilo di chi sbarca in Italia. Mosse che alla fine hanno costretto Stati finora trincerati, come Spagna e Malta, ad ammettere che è necessario ripensare un sistema dal quale Roma viene penalizzata.
È proprio per mettere i bastoni tra le ruote all'esecutivo gialloblù, che Macron ha deciso di volare da papa Francesco, nella speranza che la Santa Sede chiami a raccolta i cattolici contro le politiche sull'immigrazione di Lega e Movimento 5 stelle. Ma è evidente che al leader transalpino, apparso ultimamente sull'orlo di una crisi di nervi, tra un portavoce sboccato e un'allusione infelice alla «lebbra» del populismo, quello che doveva essere un meccanismo perfetto sta sfuggendo di mano. Al punto che, come rivelato da Dagospia, prima di recarsi dal Pontefice, Macron avrebbe pranzato nella romana Casina Valadier insieme a sua moglie Brigitte e al premier Conte: l'incontro sarebbe servito a eliminare una prima grana, ovvero la situazione della nave Ong Lifeline, cui le autorità maltesi hanno finalmente concesso il diritto di attraccare nell'isola (anche se gli immigrati sono stati trasferiti in Italia).
La riunione del 28 e 29 giugno, in ogni caso, si annuncia tesa e persino inconcludente. Durante la conferenza stampa con il premier spagnolo Pedro Sanchez, la Merkel ha ammesso che su almeno due delle nuove linee guida sull'immigrazione «si deve ancora lavorare»: ciò potrebbe significare che alla fine del vertice di Bruxelles non si otterrà l'unanimità. La sensazione è che, con l'asse Parigi-Berlino scricchiolante e un'Italia che rialza la testa, l'assetto geopolitico del continente si stia fluidificando: l'Europa abbandona le chimere di unificazione e si ricostituisce attorno a intese flessibili, i famosi «accordi bilaterali» che la stessa cancelliera tedesca, due giorni fa, ha evocato in maniera esplicita. Le carte si stanno rimescolando e Macron non resta che tentare un'altra mano.
Alessandro Rico
Il numero uno dell'Eliseo usa da ipocrita la sirena europeista
È durato oltre 50 minuti l'incontro privato tra papa Francesco e il presidente francese Emmanuel Macron in Vaticano, probabilmente l'incontro più lungo tra un presidente e il Papa argentino, simile a quello con Barack Obama. Già questa nota di cronaca sottolinea l'importanza del discorso che i due hanno intrattenuto con al centro i temi dell'immigrazione, l'Africa, l'ambiente e il disarmo, come recita il comunicato della sala stampa della Santa sede. E come era facile prevedere. Con un'«aggiunta» all'agenda del colloquio, dà conto il comunicato vaticano diffuso dopo il secondo incontro di Macron in Vaticano, quello con il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati: la «riflessione congiunta circa le prospettive del progetto europeo».
L'incontro tra papa Francesco e il presidente Macron (accompagnato dalla moglie Brigitte in abito nero e chioma raccolta, ma senza veletta) è un banco di prova e una specie di scialuppa di salvataggio per tante agende politiche. Innanzitutto c'è la strategia degli europeisti liberal in grande difficoltà contro i populismi, europeisti che oggi in Vaticano cercano più sponde che in qualsiasi altra cancelleria, compresa ovviamente quella statunitense. Come corollario, sotto i riflettori c'è la politica per gli immigrati, anche se lo stesso Macron, lo sappiamo, tende a predicare bene e a razzolare male. Di immigrazione il presidente francese ha parlato anche ieri mattina con la comunità di Sant'Egidio a Palazzo Farnese, dove ha ipocritamente menzionato i corridoi umanitari come un modello della politica di immigrazione legale, soprattutto per le persone che hanno bisogno di protezione umanitaria. Una questione che è la punta di un iceberg molto più ampio e che riguarda la crisi epocale che sta vivendo l'establishment occidentale di cui Macron è in qualche modo l'ultimo baluardo; alla Chiesa qualcuno vorrebbe chiedere di puntellare questo ordine liberale, oppure semplicemente rassegnarsi alla morte. Infine, et tout se tient, c'è il tentativo del presidente francese di mettersi a caccia del voto cattolico francese, operazione iniziata con enfasi con il discorso furbo che Macron ha tenuto davanti ai vescovi d'oltralpe al Colleges des Bernardins lo scorso 9 aprile.
In linea con questa nouvelle stratégie di avvicinamento al mondo cattolico, Macron nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il titolo di protocanonico d'onore dal Capitolo della Basilica di San Giovanni in Laterano. Un'onorificenza riservata a tutti i capi di Stato francesi grazie a una tradizione secolare che risale al re Enrico IV, ma che i presidenti possono anche rifiutare come, non a caso, hanno fatto François Mitterrand, Georges Pompidou e François Hollande.
Il voto cattolico francese è allergico alla sinistra stile François Hollande, deluso dal gollista François Fillon, affascinato, ma non troppo da Marine Le Pen, ha sospeso il giudizio su Macron. Ma il presidente sa molto bene che questa «minoranza» è capace di inaspettate reazioni, come ha chiaramente mostrato la serie di eventi contro la famigerata legge Toubira sul cosiddetto «matrimonio per tutti», eventi che hanno portato milioni di francesi in piazza sotto il comune denominatore della Manif pour tous.
Questa strategia di riconquista del voto cattolico può essere considerata oltre gli stretti confini francesi, se si valuta ciò che rappresenta oggi il presidente Macron a livello internazionale. Il voto italiano ha mostrato una volta in più che i cosiddetti cattolici sono più autonomi di quanto si pensasse, spesso sono ago della bilancia degli equilibri politici, e Dio solo sa quanto il mondo progressista abbia sbeffeggiato le istanze cattoliche e ne stia pagando le conseguenze.
Macron allora prova a spaccare il fronte populista cominciando proprio dal voto cattolico, non solo quello francese, forse considerando i fedeli come la parte più malleabile e pronta ad accodarsi a un eventuale richiamo delle gerarchie. Usa la sirena europeista e una sorta di benedizione morale delle sacre stanze. Come ha fatto davanti ai vescovi di Francia chiama i cattolici a scendere in campo nella politica, utilizza parole suadenti e riconoscibili. Addirittura, un presidente che si appresta ad approvare una estensione della legge sulla Fivet per le coppie di lesbiche e le donne single, davanti ai vescovi chiama il feto con la parola pro life «nascituro». Ma proprio su questa legge, che dovrebbe essere discussa in autunno, potrebbe cadere la maschera di Macron davanti ai cattolici, tanto che il portavoce dei vescovi francesi monsignor Ribadeau Dumas ha detto che se questa legge verrà votata «Macron potrebbe svelare davanti alla comunità un sentimento di doppiezza». Double face, è questo il rischio dell'attivismo del presidente Macron nei confronti del mondo cattolico, lui battezzato a 12 anni ora si professa «agnostico» e aperto alla trascendenza, è figlio legittimo della patria del laicismo e difficilmente la tradirà. E la Chiesa, si ritaglierà davvero solo questo ruolo di presunta stampella dei liberal come molti vorrebbero? La storia insegna che trascinare il popolo di Dio di qua o di là è un operazione che può riservare molte sorprese.
Lorenzo Bertocchi
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Piano fallito, Francia in difficoltà: non ci siamo presi il «pacco» sulla difesa comune.Il presidente francese in Vaticano cerca sponda contro il fronte populista e per i voti cattolici.Lo speciale contiene due articoliEmmanuel Macron aveva un piano: scaricare sull'Italia il peso dei salvataggi dei migranti nel Mediterraneo, contenere i movimenti secondari interni alla Ue, convincere la Germania a una riforma dell'eurozona che mitigasse i rischi per le finanze pubbliche di Parigi, quindi capeggiare il progetto della difesa comune europea, per poi assicurarsi le commesse per la componentistica dei mezzi militari. Un progetto scaltrissimo, in cui il nostro Paese avrebbe dovuto recitare il fondamentale ruolo dell'allocco. In primo luogo, infatti, c'erano gli impegni assunti sul tema della difesa comune dall'ex ministro Roberta Pinotti, che la considerava una «sfida fondamentale per l'Europa di oggi» e che sosteneva con convinzione il coinvolgimento di contingenti italiani nel Niger. Non paga, la Pinotti aveva lavorato pure all'istituzione di un Fondo comune per lo sviluppo di tecnologie europee nel campo della sicurezza. A ben guardare, però, Parigi considera sua proprietà quello che in teoria è «comune». Nella vicenda dei cantieri di Saint-Nazaire, ad esempio, l'obiettivo di Macron era chiaramente di impedire a Fincantieri di mettere le mani su un asset strategico, garantendo alla Francia la primazia nella realizzazione della componentistica. Insomma, appalti miliardari per i cugini d'Oltralpe e gli avanzi al gruppo italiano.Nelle ultime settimane, tuttavia, il radicale cambiamento intervenuto a Palazzo Chigi ha messo a repentaglio il disegno di Monsieur le Président. L'Italia non è più la nazione che baratta il macigno della gestione del primo approdo dei migranti per un po' di flessibilità sui conti. La cancelliera tedesca Angela Merkel è alle prese con gli ultimatum del suo ministro degli Interni, Horst Seehofer, perciò sa di non potersi inimicare troppo Roma e, al contempo, di doversi scontrare con l'opposizione dei cristianodemocratici bavaresi alla creazione del bilancio europeo, promesso a Macron nel bilaterale di Meseberg. A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta Elisabetta Trenta, la quale, succeduta alla Pinotti al ministero della Difesa, ha deciso di tenere fuori l'Italia dal programma francese per l'istituzione di una forza d'intervento europea, che doveva rappresentare una tappa essenziale nell'acquisizione, da parte di Parigi, della leadership politico-militare della Ue. Come ha spiegato il blog Gli occhi della guerra, i transalpini impiegavano l'etichetta della «difesa comune europea» per perseguire «un interesse francese declinato nel continente». Ipotesi maliziosa, ma avvalorata dall'adesione entusiasta della Gran Bretagna, che è in uscita dall'Unione e quindi è formalmente distante da scenari di collaborazione che prevedano cessioni di sovranità. Così, all'improvviso, Macron si presenta indebolito al Consiglio europeo che comincia domani a Bruxelles. Ed è impossibile negare che un governo italiano non più fedele esecutore degli ordini provenienti da centri di potere stranieri è l'attore che ha messo in difficoltà lo stratega dell'Eliseo. Macron è stato spiazzato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale aveva richiesto l'allestimento di hotspot in territorio africano per limitare le partenze e procedere al trasferimento in Europa soltanto di chi poteva effettivamente godere dello status di rifugiato. All'idea di sottrarre alla Francia il controllo esclusivo del Nordafrica, il premier ha infine aggiunto la cosiddetta European multilevel strategy for migration, il cui scopo sarebbe di costringere gli altri Paesi europei a farsi carico dell'esame delle richieste d'asilo di chi sbarca in Italia. Mosse che alla fine hanno costretto Stati finora trincerati, come Spagna e Malta, ad ammettere che è necessario ripensare un sistema dal quale Roma viene penalizzata.È proprio per mettere i bastoni tra le ruote all'esecutivo gialloblù, che Macron ha deciso di volare da papa Francesco, nella speranza che la Santa Sede chiami a raccolta i cattolici contro le politiche sull'immigrazione di Lega e Movimento 5 stelle. Ma è evidente che al leader transalpino, apparso ultimamente sull'orlo di una crisi di nervi, tra un portavoce sboccato e un'allusione infelice alla «lebbra» del populismo, quello che doveva essere un meccanismo perfetto sta sfuggendo di mano. Al punto che, come rivelato da Dagospia, prima di recarsi dal Pontefice, Macron avrebbe pranzato nella romana Casina Valadier insieme a sua moglie Brigitte e al premier Conte: l'incontro sarebbe servito a eliminare una prima grana, ovvero la situazione della nave Ong Lifeline, cui le autorità maltesi hanno finalmente concesso il diritto di attraccare nell'isola (anche se gli immigrati sono stati trasferiti in Italia).La riunione del 28 e 29 giugno, in ogni caso, si annuncia tesa e persino inconcludente. Durante la conferenza stampa con il premier spagnolo Pedro Sanchez, la Merkel ha ammesso che su almeno due delle nuove linee guida sull'immigrazione «si deve ancora lavorare»: ciò potrebbe significare che alla fine del vertice di Bruxelles non si otterrà l'unanimità. La sensazione è che, con l'asse Parigi-Berlino scricchiolante e un'Italia che rialza la testa, l'assetto geopolitico del continente si stia fluidificando: l'Europa abbandona le chimere di unificazione e si ricostituisce attorno a intese flessibili, i famosi «accordi bilaterali» che la stessa cancelliera tedesca, due giorni fa, ha evocato in maniera esplicita. Le carte si stanno rimescolando e Macron non resta che tentare un'altra mano. Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piano-fallito-eliseo-in-crisi-di-nervi-con-litalia-non-ci-siamo-presi-il-pacco-sulla-difesa-comune-2581568463.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-numero-uno-delleliseo-usa-da-ipocrita-la-sirena-europeista" data-post-id="2581568463" data-published-at="1782668361" data-use-pagination="False"> Il numero uno dell'Eliseo usa da ipocrita la sirena europeista È durato oltre 50 minuti l'incontro privato tra papa Francesco e il presidente francese Emmanuel Macron in Vaticano, probabilmente l'incontro più lungo tra un presidente e il Papa argentino, simile a quello con Barack Obama. Già questa nota di cronaca sottolinea l'importanza del discorso che i due hanno intrattenuto con al centro i temi dell'immigrazione, l'Africa, l'ambiente e il disarmo, come recita il comunicato della sala stampa della Santa sede. E come era facile prevedere. Con un'«aggiunta» all'agenda del colloquio, dà conto il comunicato vaticano diffuso dopo il secondo incontro di Macron in Vaticano, quello con il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati: la «riflessione congiunta circa le prospettive del progetto europeo». L'incontro tra papa Francesco e il presidente Macron (accompagnato dalla moglie Brigitte in abito nero e chioma raccolta, ma senza veletta) è un banco di prova e una specie di scialuppa di salvataggio per tante agende politiche. Innanzitutto c'è la strategia degli europeisti liberal in grande difficoltà contro i populismi, europeisti che oggi in Vaticano cercano più sponde che in qualsiasi altra cancelleria, compresa ovviamente quella statunitense. Come corollario, sotto i riflettori c'è la politica per gli immigrati, anche se lo stesso Macron, lo sappiamo, tende a predicare bene e a razzolare male. Di immigrazione il presidente francese ha parlato anche ieri mattina con la comunità di Sant'Egidio a Palazzo Farnese, dove ha ipocritamente menzionato i corridoi umanitari come un modello della politica di immigrazione legale, soprattutto per le persone che hanno bisogno di protezione umanitaria. Una questione che è la punta di un iceberg molto più ampio e che riguarda la crisi epocale che sta vivendo l'establishment occidentale di cui Macron è in qualche modo l'ultimo baluardo; alla Chiesa qualcuno vorrebbe chiedere di puntellare questo ordine liberale, oppure semplicemente rassegnarsi alla morte. Infine, et tout se tient, c'è il tentativo del presidente francese di mettersi a caccia del voto cattolico francese, operazione iniziata con enfasi con il discorso furbo che Macron ha tenuto davanti ai vescovi d'oltralpe al Colleges des Bernardins lo scorso 9 aprile. In linea con questa nouvelle stratégie di avvicinamento al mondo cattolico, Macron nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il titolo di protocanonico d'onore dal Capitolo della Basilica di San Giovanni in Laterano. Un'onorificenza riservata a tutti i capi di Stato francesi grazie a una tradizione secolare che risale al re Enrico IV, ma che i presidenti possono anche rifiutare come, non a caso, hanno fatto François Mitterrand, Georges Pompidou e François Hollande. Il voto cattolico francese è allergico alla sinistra stile François Hollande, deluso dal gollista François Fillon, affascinato, ma non troppo da Marine Le Pen, ha sospeso il giudizio su Macron. Ma il presidente sa molto bene che questa «minoranza» è capace di inaspettate reazioni, come ha chiaramente mostrato la serie di eventi contro la famigerata legge Toubira sul cosiddetto «matrimonio per tutti», eventi che hanno portato milioni di francesi in piazza sotto il comune denominatore della Manif pour tous. Questa strategia di riconquista del voto cattolico può essere considerata oltre gli stretti confini francesi, se si valuta ciò che rappresenta oggi il presidente Macron a livello internazionale. Il voto italiano ha mostrato una volta in più che i cosiddetti cattolici sono più autonomi di quanto si pensasse, spesso sono ago della bilancia degli equilibri politici, e Dio solo sa quanto il mondo progressista abbia sbeffeggiato le istanze cattoliche e ne stia pagando le conseguenze. Macron allora prova a spaccare il fronte populista cominciando proprio dal voto cattolico, non solo quello francese, forse considerando i fedeli come la parte più malleabile e pronta ad accodarsi a un eventuale richiamo delle gerarchie. Usa la sirena europeista e una sorta di benedizione morale delle sacre stanze. Come ha fatto davanti ai vescovi di Francia chiama i cattolici a scendere in campo nella politica, utilizza parole suadenti e riconoscibili. Addirittura, un presidente che si appresta ad approvare una estensione della legge sulla Fivet per le coppie di lesbiche e le donne single, davanti ai vescovi chiama il feto con la parola pro life «nascituro». Ma proprio su questa legge, che dovrebbe essere discussa in autunno, potrebbe cadere la maschera di Macron davanti ai cattolici, tanto che il portavoce dei vescovi francesi monsignor Ribadeau Dumas ha detto che se questa legge verrà votata «Macron potrebbe svelare davanti alla comunità un sentimento di doppiezza». Double face, è questo il rischio dell'attivismo del presidente Macron nei confronti del mondo cattolico, lui battezzato a 12 anni ora si professa «agnostico» e aperto alla trascendenza, è figlio legittimo della patria del laicismo e difficilmente la tradirà. E la Chiesa, si ritaglierà davvero solo questo ruolo di presunta stampella dei liberal come molti vorrebbero? La storia insegna che trascinare il popolo di Dio di qua o di là è un operazione che può riservare molte sorprese. Lorenzo Bertocchi
Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Abbiamo elaborato una formula utile (mix di fonti) per accelerare l’esito in Italia di energia elettrica (e altra) abbondante a costi minimizzati. Lo scenario probabilistico vede questo risultato possibile e accelerabile, ma alla condizione di un coordinamento governativo interministeriale gestito dal massimo potere esecutivo, cioè Palazzo Chigi, con la responsabilità di un sottosegretario dedicato con poteri straordinari delegati dal Parlamento sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio e indiretto (ma con relazione speciale) del Quirinale: programma Dinamo.
Semplificando, propongo un’organizzazione verticale controllata dalle regole democratiche per gestire un’emergenza nazionale. Qui spiego perché il programma Dinamo sarebbe una soluzione sistemica alla domanda di energia a bassi costi ora insoddisfatta e in prospettiva destinata a crescere: da qui la necessità di dichiarazione un’emergenza nazionale multivariata.
Prima emergenza. È ben noto che i costi energetici in Italia siano dal 20 al 30% superiori alle nazioni comparabili in Europa, e quelli europei superiori agli statunitensi e a quelli di altre nazioni concorrenti. Se non li abbassiamo in tempi utili il destino del sistema produttivo italiano (in gran parte ingaggiato nella competizione globale) è la deindustrializzazione con conseguenza di impoverimento nazionale. I tempi teorici per riparare questo gap competitivo, evitando la deindustrializzazione, sono brevi perché l’impatto è già evidente nonostante l’impegno del governo per attutirlo. Il calcolo dei tempi di riparazione/soluzione di questo gap, computando potenziali combinati con la loro concretizzazione, individuano sette anni di tempo per ottenere più energia a minori costi, cioè entro il 2033, ma iniziando subito ad attivare la soluzione stessa.
Seconda emergenza. Il calcolo di quanta più energia servirà nel prossimo futuro è complesso sul lato della stima di precisione, ma è semplice su quella della tendenza: ne servirà tanta di più. I centri di calcolo per le diverse generazioni successive di servizi di Intelligenza artificiale già richiedono e richiederanno enormi volumi di energia elettrica (oltre che di acqua) in comparazione con quelli odierni. L’irruzione di grandi quantità di robot per l’automazione industriale ha tempi imprecisati, ma è probabile che non siano lunghi, aggiungendo un altro pezzo di domanda energetica a costi minimizzabili per competitività commerciale (e finanziaria). Semplificando, una prima stima del programma Dinamo, anche stimando tempi e modi elettrificanti di nazioni competitrici, è di ottenere una soluzione almeno sufficiente entro sette anni. Ma, appunto, iniziando il prima possibile. Anche perché è sempre più evidente l’impatto sfidante della necessità di adattamento a picchi di calore non brevi che richiedono la creazione di vasti ambienti microclimatizzati, vestizioni speciali (esoscheletri a batteria che reggono sistemi capaci di ridurre il calore, o il freddo, estremi attorno alla pelle di un umano in fase attiva) ed efficiente termoregolazione nelle abitazioni. Già con i picchi di calore attuali si osservano blackout per eccesso di domanda di elettricità, segnale di un’emergenza già in atto.
Terza emergenza. Riguarda la necessità di ridurre i costi per le famiglie italiane perché sono sottocapitalizzate mediamente. L’energia è un costo diretto a cui si aggiunge quello indiretto assimilabile all’inflazione generata dal costo diffuso dell’energia.
In sintesi, semplificando, tre emergenze gravi già nel presente e con rischio di peggioramento nel futuro hanno una soluzione unica, cioè Dinamo, con la seguente missione: a) abolire con atti sospensivi tutti i vincoli burocratici non giustificati sostanzialmente per l’installazione di fonti energetiche; b) adeguare le reti di distribuzione elettrica a un aumento della domanda; c) concentrare capitale di investimento con formula Ppp, cioè cooperazione pubblico-privato, per dare scala adeguata all’aumento del potenziale di offerta energetica, in particolare elettrica. Tale raccomandazione è compatibile con una formula (mobile) di mix energetico: fossile, nucleare, rinnovabile, idroelettrico, geotermico e in prospettiva delle maree marine. Dove è prevedibile una riduzione lenta del fossile, un incremento graduale del nucleare di nuova generazione e un aumento rapidissimo (perché tecnologia alternativa già matura) delle rinnovabili, una manutenzione più precisa dell’idroelettrico, uno sfruttamento più esteso del geotermico e innovazioni sollecitate dalla disponibilità di capitale di investimento. Una simulazione preliminare mostra che in sette anni il risultato di più energia a costi minori è raggiungibile. Andrebbe precisato il calcolo del costo per le utenze calibrato con il rendimento degli investimenti, ma tale scenario computazionale dipende dall’azione di un’autorità coordinatrice che definisca un piano temporalizzato poi base per analisi quantitative più precise.
Ci tengo a sottolineare che non sto criticando l’azione di governo che si sta muovendo nella direzione detta, ma sto proponendo un’accelerazione, giustificata dall’emergenza, via architettura politica verticale qui chiamata programma Dinamo. Che oltre al livello nazionale dovrebbe avere anche uno regionale sia coordinato con quello nazionale stesso sia con uno spazio di autonomia per aumentare la concorrenza territoriale grazie a minori costi dell’energia. L’Italia ha bisogno di una scossa data dalla concorrenza e deburocratizzazione.
www.carlopelanda.com
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Luca Mercalli (Ansa)
Perché lo spauracchio alla fine è sempre quello, per colpa del cambio climatico dovremo contare più decessi. Poco importa che i quattro piccini morti in Francia fossero stati lasciati al sole, in auto chiuse e surriscaldate, condizione atroce anche se le temperature non avessero superato i 25 gradi. E vogliamo parlare dei 40, annegati in cerca di refrigerio? È come dire che se aumenta il consumo di gelati aumentano gli annegati, correlazione vicino allo zero. D’estate fa più caldo, più gente mangia il gelato, anche più persone fanno il bagno e alcuni appunto annegano ma non certo (e non solo) per avere mangiato il gelato.
Ci mancava poi il climatologo Luca Mercalli, che ieri l’ha sparata davvero grossa. A proposito di Hormuz ha detto: «Speriamo rimanga un po’ più chiuso perché così ci mettiamo di buona lena a installare i pannelli solari per sostituire il petrolio». Una demenzialità. Non contento, ha ricordato che il 40% dei consumi energetici europei avviene in casa. «Le bollette alte hanno fatto cose buone», è il Mercalli pensiero dispensato ieri. Nemmeno al più convinto ambientalista potrebbe passare per la testa di fare battute su uno snodo vitale, sulla cui riapertura tutti guardano con apprensione. L’uomo del farfallino si sta forse augurando che la guerra prosegua?
Lo stress climatico sta facendo dare i numeri. Basta vedere quello che viene dichiarato in Spagna. Il Sistema di monitoraggio giornaliero della mortalità (MoMo) ha stimato che durante la prima ondata di calore di quest’anno, tra il 21 e il 25 giugno, si siano verificati 212 decessi attribuibili alle alte temperature.
«I decessi denunciati in Spagna sono stime statistiche», spiega lo scienziato dei dati Marco Roccetti, professore ordinario di Human Data Science all’università di Bologna Alma Mater.
«Il loro sistema MoMo non conta i certificati di morte, in cui il medico ha scritto espressamente “deceduto a causa del caldo”, perché ovunque nel mondo identificare la causa esatta di un decesso richiede tempo. E le statistiche ufficiali definitive, anche quelle dell’Ine, l’equivalente spagnolo dell’Istat, arrivano spesso con mesi di ritardo. Per superare questo limite e avere dati immediati, MoMo usa il calcolo della mortalità in eccesso. Non è un conteggio nominale basato sulle cartelle cliniche, ma una stima statistica in tempo reale».
Ricorda, il professore, che l’anno scorso in Spagna, nei mesi estivi furono stimati circa 3.500 morti per calore, «poi però le cartelle cliniche certificate da Ine attestarono numeri molto minori, dell’ordine di alcune centinaia».
È dunque sbagliato azzardare dati sui decessi, in attesa di riscontri ufficiali? «È importante l’indice di correlazione», fa notare il professore. «Se la curva di morti per caldo denunciata da MoMo ha i suoi picchi in corrispondenza dei picchi dei decessi per caldo, che saranno certificati ex post da Ine, potremo dedurre che gli eccessi di mortalità stimati da MoMo coincidono con gli eccessi reali. Anche se con numeri molto diversi. In conclusione, è molto probabile che in questi giorni si siano avuti picchi di decessi correlati al caldo in Spagna, ma che siano esattamente 212 non è serio dirlo».
Non è serio insistere con l’emergenza caldo, per poi dimenticarsi delle problematiche invernali. Ci ha pensato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, a ricordarlo all’Europa. «In inverno muoiono sempre più persone che in estate, perché il freddo è un killer molto più letale del caldo», ha affermato in un videomessaggio inviato alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship, un incontro di influenti personalità conservatrici, molte delle quali contestano i dati sul cambiamento climatico.
«Non si possono davvero paragonare i decessi dovuti al caldo e quelli dovuti al freddo», ha obiettato Friederike Otto, professoressa di scienze climatiche all’Imperial College di Londra. «I decessi dovuti al freddo sono un problema solo nei Paesi che effettivamente subiscono ondate di freddo». Wright ha parlato dei decessi in Europa nell’inverno del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece impennare i prezzi dell’energia, affermando che «l’impatto sulla mortalità è devastante».
Il riscaldamento insufficiente è una delle principali cause di morte in inverno in Europa. Nello studio del settembre 2024 pubblicato su The Lancet e dal titolo «Impatto della mortalità correlata alla temperatura e variazioni previste in 1368 regioni europee: uno studio di modellizzazione», i decessi dovuti al freddo superano quelli causati dal caldo con un rapporto di 8,3 a 1.
Pur prevedendo un aumento del riscaldamento globale, gli scienziati immaginano che a fine secolo il rapporto sarà di 6,7 a 1. Sempre più decessi per il freddo.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Che c’entrano le ascelle sudate degli altri?
Mentre Bruxelles è inondata di caldo, come del resto anche altri Paesi europei, venerdì il personale che lavora a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, ha ricevuto verso mezzogiorno un sms con questo avviso: a causa delle condizioni meteorologiche estreme, è stato necessario spegnere l’impianto di climatizzazione dal primo piano al settimo piano per il resto della giornata. E fin qui sarebbe quello che è successo anche da tante altre parti.
Ma l’edificio ha 13 piani e, oltre a ospitare la presidente Ursula e i suoi 26 commissari, accoglie anche 3.000 dipendenti. Ursula lavora al tredicesimo piano e la maggior parte dei commissari si trova dall’ottavo piano in su. Quindi loro con le ascelle asciutte, tutti gli altri, dal settimo piano in giù, con le ascelle bagnate. È l’inaugurazione di una nuova forma di ecologismo: quello fatto con le ascelle degli altri. Ha detto bene un funzionario europeo che lavora dal settimo piano in giù: queste cose non accadevano dall’epoca medievale, dove il vassallo aveva più rispetto dei valvassori e dei valvassini. L’imperatrice Ursula se ne fotte di tutti e tre. Nel suo Medioevo lei ha diritto all’aria condizionata e gli altri no.
Mentre gli altri morivano di caldo, lei se ne stava tranquilla al riparo dal global warming di cui si parla un giorno sì e un giorno no. Tra le norme di comportamento indicate per il popolo bue europeo c’era anche quella di contenere l’uso dei condizionatori e delle lavatrici. Certo, lei la camicia, stando al fresco, magari se la cambia una volta a settimana, mentre il cofano che porta in testa lo deve riempire di lacca, favorendo il buco dell’ozono, tutti i giorni.
Un altro funzionario ha concordato con l’opinione del suo collega sul fatto che si tratti di una «vergogna». Ci sono andati piano, forse perché nonostante l’anonimato che è stato loro garantito, avevano comunque paura delle reazioni di quelli dall’ottavo piano in su. Non è solo una vergogna, è un’onta, detta con linguaggio aulico, cioè un’offesa e un oltraggio molto grave a chi lavora. Ed è anche un’ignominia, cioè un atto che esprime il disonore di chi lo ha compiuto.
La Commissione europea ha spesso richiamato nei suoi documenti la necessità di eliminare la realtà del caporalato e poi, quando ha dovuto proteggere le proprie ascelle, se n’è sbattuta delle ascelle degli altri, lasciandoli lavorare ed esprimendo una solidarietà pari a quella di soggetti spregevoli che comandano il caporalato.
Ma io mi chiedo: come si fa a fare una cosa del genere? Con quale senso del rispetto altrui? Con quale senso del rispetto della dignità del lavoro altrui? Ma da ora in poi, con quale credibilità potranno chiedere sacrifici ai cittadini europei, non essendo neanche stati capaci di bloccare le attività di tutto il palazzo né di non spegnere l’aria condizionata dal settimo piano in giù, tantomeno di andare tutti a casa senza discriminazioni di sorta. No, hanno fatto i pinguini con l’aria condizionata a palla, lasciando i dipendenti in quel palazzo di metallo e di vetro che senza aria condizionata è diventato una fornace. O meglio, una griglia, tanto sulla griglia c’erano gli altri. A un certo punto, forse, avranno pensato: andiamo a girarli perché da una parte sono già cotti. Da questi c’è da aspettarsi di tutto. Ormai non ci meraviglierebbe più niente. Per la verità, da tempo, però quest’ultimo fatto è veramente fuori da ogni logica.
In Europa, solo un quinto delle famiglie è dotato di aria condizionata, in più chi ce l’ha deve o non usarla, sempre secondo i commissari, o usarla al minimo. Altro che coerenza ecologica, qui c’è della coerenza fotti-logica: fai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Siamo all’inversione radicale e totale della regola aurea dei comportamenti eticamente corretti o almeno decenti, da un punto di vista morale.
Insisto molto su questa vergogna vera e propria perché i comportamenti, talora, soprattutto quando coscientemente attuati svelano molto a proposito di chi li compie. Si può insistere continuamente contro ogni evidenza empirica, nei propri provvedimenti che generano effetti negativi, se non perché solo guidati da un’ideologia astratta e dannosa?
C’è forse qualcuno che dice che non c’è un problema ecologico nel nostro mondo? Tutti preferiremmo vivere in città senza le polveri sottili che danneggiano spesso irrimediabilmente i nostri polmoni. Tutti vorremmo respirare un’aria pulita. Tutti ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli da un punto di vista ambientale.
Ma chi ci governa, oltre che a preoccuparsene, deve, a partire da se stesso, agire di conseguenza. Non può lasciare agli altri gli oneri dell’ascella sudata e a se stesso gli onori dell’ascella pulita. Altrimenti dal global warming si passa direttamente al global fotting. All’inizio della settimana la Commissione ha diffuso delle linee guida per il proprio personale, tra cui evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, bere acqua regolarmente e iniziare a lavorare prima. Tre colpi di genio. Poi, sempre per questi lavoratori, ha pensato bene di spegnere l’aria condizionata. Maria Teresa a chi chiedeva il pane disse di dare delle brioche. Questi a chi muore di caldo dicono di dare degli asciugamani.
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Guido Guidesi (Ansa)
«Non sempre aver ragione dà soddisfazione». All’indomani della notizia che in Volkswagen rischiano di saltare 100.000 posti e quattro stabilimenti potrebbero chiudere, Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, ricorda che già nel 2021 aveva lanciato l’allarme per la Lombardia, sulle conseguenze della decisione del Parlamento europeo di terminare nel 2035 le vendite di auto nuove a benzina e diesel. «Allora dissi che erano a rischio 20.000 posti di lavoro e mi riferivo solo al contesto lombardo», afferma Guidesi commentando le notizie che arrivano dalla Germania. Una preoccupazione giustificata dai numeri dell’automotive. Secondo i dati di Confindustria, in Lombardia ci sono circa 1.000 imprese attive nel settore, di cui il 90% sono Pmi, impiegano oltre 50.000 addetti e fatturano complessivamente oltre 20 miliardi di euro. È la seconda regione in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa.
Le associazioni di categoria e sindacati, nel 2021 avevano stimato che una transazione troppo rapida verso l’elettrico, mette in pericolo, in tutta Italia, circa 70.000 posti di lavoro. Quindi la decisione di Volkswagen di ridurre di 100.000 unità l’organico era un disastro annunciato e non solo dalla stessa casa automobilistica che aveva già varato un piano di riduzione dei costi, rivelatosi insufficiente. «Molto probabilmente avremo una mobilità sostenibile in Europa che sarà marchiata Cina», commenta Guidesi. «Un suicidio industriale che entrerà nei libri di storia: profitto finanziario immediato, supponenza e regole stupide distruggono la più grande industria del Continente». L’assessore poi puntualizza che gli obiettivi ambientali vanno bene ma «ci sia libertà su come raggiungerli altrimenti l’automotive sarà un precedente di tanti altri settori industriali». La viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, in occasione del Consiglio Ue Ambiente, che si è svolto venerdì scorso a Lussemburgo, ha rilanciato quella che potrebbe essere una strada da seguire. «Siamo convinti che l’elettrico sarà un protagonista importante del percorso di transizione del settore automotive. Ma non possiamo costruire il futuro dell’automotive europeo su una sola tecnologia: significa cadere nel rischio di legare il futuro industriale del settore a chi al momento ha il controllo di determinate filiere critiche. Non chiediamo un passo indietro, ma una strada in più per ottenere lo stesso obiettivo climatico».
L’Italia insiste sulla necessità di introdurre nel regolamento «una nuova categoria di veicoli a carburanti sostenibili, da considerare anche ai fini regolatori nell'ambito dei veicoli a emissioni zero», ha ribadito la viceministra.
Gava ha sottolineato una realtà preoccupante: «In Italia nei primi cinque mesi dell’anno i marchi legati a gruppi automobilistici extraeuropei, e quindi non prodotti nella Ue, hanno già raggiunto circa l’11% del mercato italiano. Dobbiamo diversificare». Poi ha ricordato che «l’Europa ha già infrastrutture per la diffusione dei combustibili liquidi». La strategia è di «alimentarle anche con combustibili sostenibili per garantire la nostra sicurezza energetica ed economica. Dobbiamo introdurre questa categoria di veicoli non per indebolire gli obiettivi climatici, ma per raggiungerli con più strumenti e più coraggio politico».
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