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2023-09-09
Il piano della Meloni al G20. India alleata contro la Cina e Unione africana nei Grandi
Giorgia Meloni (Ansa)
Il summit G20 che si terrà oggi e domani a Nuova Delhi è un appuntamento fondamentale per l’Italia. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è arrivato ieri nella capitale indiana, dove è stata accolta dal ministro indiano dell’Agricoltura Shobha Karandlaje. «Ho avuto il grande piacere di accogliere il primo ministro italiano, Giorgia Meloni, all’aeroporto di Nuova Delhi. È arrivata per partecipare all’attesissimo vertice dei leader del G20 ospitato nella capitale dell’India», ha dichiarato la Karandlaje.
L’inquilina di Palazzo Chigi, che è accompagnata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, affronterà prevedibilmente vari dossier. E, probabilmente, il più delicato sarà quello dei rapporti con la Cina, visto che l’Italia sta di fatto abbandonando il controverso memorandum d’intesa sulla Nuova via della seta.
Non a caso, già ieri, il premier cinese Li Qiang (che parteciperà al vertice in rappresentanza di Xi Jinping) ha chiesto un incontro bilaterale al nostro premier: un faccia a faccia che dovrebbe tenersi oggi a margine del vertice. Ricordiamo che, appena pochi giorni fa, il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, si era recato a Pechino anche per discutere del (sempre più traballante) futuro del memorandum. Sotto questo aspetto, è assai probabile che, nel corso del summit di oggi e domani, la Meloni cercherà di rafforzare ulteriormente la sponda con il presidente americano, Joe Biden, e con il premier indiano, Narendra Modi, proprio per tutelare l’Italia da eventuali ritorsioni cinesi a causa dell’addio di Roma alla Nuova via della seta. In tal senso, l’inquilina di Palazzo Chigi potrebbe approfittare del fatto che Xi Jinping non sarà presente al summit: una circostanza che, per quanto le autorità indiane neghino, sembra tradire una significativa tensione tra Pechino e Nuova Delhi.
Già da tempo la Meloni si sta muovendo per consolidare i legami con India e Stati Uniti. A marzo, si era recata in India per incontrare Modi e siglare vari accordi. Senza poi dimenticare il suo viaggio a Washington in luglio, dove è stata particolarmente apprezzata la sua posizione sulla crisi ucraina e sui rapporti con Pechino.
In secondo luogo, è altamente probabile che la Meloni si concentrerà sul dossier africano: un tema che è da sempre cruciale nell’agenda del suo governo. L’Italia ha, infatti, assoluta urgenza di stabilizzare non solo Tunisia e Libia, ma anche il Sahel: un’area, questa, attraversata da crescenti tensioni e crisi e che risulta anche uno snodo fondamentale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste. A tal proposito, è interessante sottolineare che giovedì sono circolate indiscrezioni, secondo cui il G20 potrebbe ammettere l’Unione africana come membro permanente, riconoscendole così uno status similare a quello di cui oggi gode l’Unione europea. Nelle scorse ore, l’Hindustan Times ha riferito che l’accordo per l’adesione era «vicino», aggiungendo anche che, con ogni probabilità, il consesso non muterà nome in G21. È abbastanza evidente che, se l’Unione africana dovesse essere ammessa nel G20, ciò sarebbe funzionale a un tentativo di stabilizzazione economica del continente africano: un continente che, come abbiamo visto, negli ultimi mesi è stato scosso da varie crisi destabilizzanti (dal Sudan al Niger). Per l’Italia si tratterebbe, quindi, di una buona notizia, anche in considerazione del fatto che la Meloni è ormai in procinto di presentare il «Piano Mattei».
Non è inoltre escluso che, nel colloquio di ieri con il segretario al Tesoro americano Janet Yellen, Giorgetti abbia parlato della stabilizzazione economica della Tunisia e dell’eventuale scongelamento del prestito da 1,9 miliardi di dollari al Paese nordafricano da parte del Fondo monetario internazionale. Tra l’altro, la stessa direttrice del Fmi, Kristalina Georgieva, è arrivata a Nuova Delhi ieri per prendere parte al summit.
Inoltre, il crescente interesse mostrato da Modi nei confronti del Global South (e in particolare dell’Africa) potrebbe creare nuove occasioni di partnership tra la stessa Nuova Delhi e Roma, anche per cercare di arginare la persistente influenza cinese in Nord Africa. Da questo punto di vista, il summit G20 di Nuova Delhi potrebbe rivelarsi particolarmente prezioso per Roma. Tra l’altro, mentre non sembra avere intenzione di incontrare il commissario europeo Paolo Gentiloni, la Meloni e il premier britannico Rishi Sunak hanno avuto ieri un incontro, in cui i due hanno detto di voler condurre sforzi congiunti in Africa e in Ucraina.
Senza trascurare che, tra gli invitati speciali al vertice, figurano anche il leader dell’Oman, Haitham bin Tariq al-Said, quello degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, e quello dell’Egitto, Abdel Fattah al Sisi. Questo significa che la Meloni avrà anche l’opportunità di rafforzare i legami con il Mediterraneo allargato: un’area assolutamente strategica che Roma non può permettersi di lasciare all’influenza francese. Vale la pena ricordare che uno dei dossier principali del summit sarà la sicurezza alimentare: un nodo che chiama direttamente in causa la stabilità sia dell’Africa sia del Medio Oriente.
La guerra in Ucraina spacca i leader
È un quadro complesso quello in cui si inserisce il summit del G20 che si terrà oggi e domani a Nuova Delhi. Già ieri, prima ancora dell’inizio del vertice, si registravano significative divisioni. Ancora una volta a spaccare il blocco è stata l’invasione russa dell’Ucraina. Reuters riportava infatti che «il summit rischia di deragliare a causa delle divisioni sempre più profonde e radicate sulla guerra della Russia, danneggiando i progressi su questioni come la sicurezza alimentare, il debito e la cooperazione sul cambiamento climatico».«È difficile prevedere se sarà possibile raggiungere un accordo sulla dichiarazione», ha in tal senso detto il presidente del Consiglio europeo Charles Michel nel corso di una conferenza stampa. «Stiamo ancora negoziando». Poche ore dopo, fonti del G20 hanno reso noto che per la dichiarazione finale (ormai quasi ultimata) si sarebbero registrate divergenze «soltanto» sull’Ucraina. D’altronde, secondo quanto rivelato da funzionari indiani giovedì, il desiderio di Nuova Delhi era che, nel comunicato finale, fossero tenute in considerazione anche le posizioni di Mosca e Pechino. Ricordiamo, inoltre, che Kiev - che non è un membro del G20 - non è stata invitata dall’India al summit di oggi e domani, laddove il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, era stato ospitato al vertice G20 di Bali l’anno scorso. Nuova Delhi cerca, quindi, di mantenere il suo ben noto equilibrismo tra l’Occidente e la Russia. L’India sa che Washington non può fare a meno del suo contributo per contrastare l’influenza cinese nell’Indo-Pacifico. Dall’altra parte, il premier indiano, Narendra Modi, che ieri sera ha incontrato a cena Joe Biden, vuole mantenere i legami con Mosca (soprattutto nel settore della Difesa) per controbilanciare Pechino. Un ulteriore elemento significativo del summit è rappresentato dall’assenza di Xi Jinping. Se era praticamente certo che Vladimir Putin non si sarebbe recato a Nuova Delhi e che sarebbe stato rappresentato dal suo ministro degli Esteri Sergej Lavrov, non altrettanto si può dire del presidente cinese, che, a margine del summit, avrebbe dovuto originariamente avere un faccia a faccia con Biden. Ricordiamo d’altronde che, tra giugno e luglio, si erano recati in visita a Pechino vari alti esponenti dell’attuale amministrazione americana: dal segretario di Stato Tony Blinken al segretario al Tesoro Janet Yellen, passando per l’inviato speciale per il clima John Kerry. Eppure, la settimana scorsa era stato reso noto che Xi non avrebbe preso parte al summit di Nuova Delhi e che si sarebbe fatto rappresentare dal premier Li Qiang. Non è esattamente chiaro come vada letta questa assenza. Si possono tuttavia formulare delle ipotesi. In primis, è possibile che il leader cinese voglia tirare il freno a mano rispetto al (parziale) disgelo verificatosi quest’estate tra Washington e Pechino. In tal senso, Xi potrebbe aver evitato il summit proprio per non incontrare Biden. Una seconda ipotesi è che il presidente cinese abbia voluto sferrare un colpo all’immagine internazionale dell’India, boicottandole (o quasi) il summit. Una versione, questa, che hanno smentito da Nuova Delhi. Mercoledì, il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha minimizzato il significato politico dell’assenza di Xi, sostenendo che essa non abbia nulla a che fare con i rapporti tesi tra India e Cina. Questo quadro induce a ritenere che il blocco dei Brics sia nei fatti meno coeso di quanto abbia voluto far credere il mese scorso. In realtà, il senso del duello tra Nuova Delhi e Pechino è ancora più profondo e strutturale: le due capitali sono in competizione per assumere il ruolo di Paese di riferimento per il Global South. Una terza possibilità è che il presidente cinese sia azzoppato da grattacapi interni. La situazione economica cinese si sta aggravando e questo potrebbe avere dei contraccolpi sul piano politico per Xi. Il leader cinese, che è stato riconfermato l’anno scorso segretario generale del Pcc, non può permettersi di vedere indebolito il proprio potere, senza correre dei notevoli rischi. Quel che è certo è che gli Usa approfitteranno dell’assenza di Xi per cercare di recuperare influenza tra i Paesi del G20. In tal senso, secondo quanto rivelato da Axios News, «Biden e i leader di India, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sperano di annunciare sabato un importante accordo infrastrutturale congiunto che collegherà i Paesi del Golfo e quelli arabi tramite una rete ferroviaria». Altro dossier che sarà al centro del summit sarà quello del clima. «Il mondo è in un difficile momento di transizione, il futuro è multipolare. La crisi climatica sta peggiorando drammaticamente, ma la risposta collettiva è mancata di ambizione, credibilità e urgenza», ha detto ieri il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, in conferenza stampa nella capitale indiana.
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Il premier vuole la sponda di Nuova Delhi (e di Joe Biden) per staccarsi dalla Via della seta. La «promozione» potrebbe portare alla stabilizzazione economica del Continente nero. Delegati al lavoro per la dichiarazione finale ma pesano le divergenze sulla Russia. Volodymyr Zelensky non è stato invitato al summit: Narendra Modi guarda a Mosca per frenare Pechino.Lo speciale contiene due articoli. Il summit G20 che si terrà oggi e domani a Nuova Delhi è un appuntamento fondamentale per l’Italia. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è arrivato ieri nella capitale indiana, dove è stata accolta dal ministro indiano dell’Agricoltura Shobha Karandlaje. «Ho avuto il grande piacere di accogliere il primo ministro italiano, Giorgia Meloni, all’aeroporto di Nuova Delhi. È arrivata per partecipare all’attesissimo vertice dei leader del G20 ospitato nella capitale dell’India», ha dichiarato la Karandlaje.L’inquilina di Palazzo Chigi, che è accompagnata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, affronterà prevedibilmente vari dossier. E, probabilmente, il più delicato sarà quello dei rapporti con la Cina, visto che l’Italia sta di fatto abbandonando il controverso memorandum d’intesa sulla Nuova via della seta.Non a caso, già ieri, il premier cinese Li Qiang (che parteciperà al vertice in rappresentanza di Xi Jinping) ha chiesto un incontro bilaterale al nostro premier: un faccia a faccia che dovrebbe tenersi oggi a margine del vertice. Ricordiamo che, appena pochi giorni fa, il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, si era recato a Pechino anche per discutere del (sempre più traballante) futuro del memorandum. Sotto questo aspetto, è assai probabile che, nel corso del summit di oggi e domani, la Meloni cercherà di rafforzare ulteriormente la sponda con il presidente americano, Joe Biden, e con il premier indiano, Narendra Modi, proprio per tutelare l’Italia da eventuali ritorsioni cinesi a causa dell’addio di Roma alla Nuova via della seta. In tal senso, l’inquilina di Palazzo Chigi potrebbe approfittare del fatto che Xi Jinping non sarà presente al summit: una circostanza che, per quanto le autorità indiane neghino, sembra tradire una significativa tensione tra Pechino e Nuova Delhi.Già da tempo la Meloni si sta muovendo per consolidare i legami con India e Stati Uniti. A marzo, si era recata in India per incontrare Modi e siglare vari accordi. Senza poi dimenticare il suo viaggio a Washington in luglio, dove è stata particolarmente apprezzata la sua posizione sulla crisi ucraina e sui rapporti con Pechino.In secondo luogo, è altamente probabile che la Meloni si concentrerà sul dossier africano: un tema che è da sempre cruciale nell’agenda del suo governo. L’Italia ha, infatti, assoluta urgenza di stabilizzare non solo Tunisia e Libia, ma anche il Sahel: un’area, questa, attraversata da crescenti tensioni e crisi e che risulta anche uno snodo fondamentale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste. A tal proposito, è interessante sottolineare che giovedì sono circolate indiscrezioni, secondo cui il G20 potrebbe ammettere l’Unione africana come membro permanente, riconoscendole così uno status similare a quello di cui oggi gode l’Unione europea. Nelle scorse ore, l’Hindustan Times ha riferito che l’accordo per l’adesione era «vicino», aggiungendo anche che, con ogni probabilità, il consesso non muterà nome in G21. È abbastanza evidente che, se l’Unione africana dovesse essere ammessa nel G20, ciò sarebbe funzionale a un tentativo di stabilizzazione economica del continente africano: un continente che, come abbiamo visto, negli ultimi mesi è stato scosso da varie crisi destabilizzanti (dal Sudan al Niger). Per l’Italia si tratterebbe, quindi, di una buona notizia, anche in considerazione del fatto che la Meloni è ormai in procinto di presentare il «Piano Mattei».Non è inoltre escluso che, nel colloquio di ieri con il segretario al Tesoro americano Janet Yellen, Giorgetti abbia parlato della stabilizzazione economica della Tunisia e dell’eventuale scongelamento del prestito da 1,9 miliardi di dollari al Paese nordafricano da parte del Fondo monetario internazionale. Tra l’altro, la stessa direttrice del Fmi, Kristalina Georgieva, è arrivata a Nuova Delhi ieri per prendere parte al summit.Inoltre, il crescente interesse mostrato da Modi nei confronti del Global South (e in particolare dell’Africa) potrebbe creare nuove occasioni di partnership tra la stessa Nuova Delhi e Roma, anche per cercare di arginare la persistente influenza cinese in Nord Africa. Da questo punto di vista, il summit G20 di Nuova Delhi potrebbe rivelarsi particolarmente prezioso per Roma. Tra l’altro, mentre non sembra avere intenzione di incontrare il commissario europeo Paolo Gentiloni, la Meloni e il premier britannico Rishi Sunak hanno avuto ieri un incontro, in cui i due hanno detto di voler condurre sforzi congiunti in Africa e in Ucraina.Senza trascurare che, tra gli invitati speciali al vertice, figurano anche il leader dell’Oman, Haitham bin Tariq al-Said, quello degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, e quello dell’Egitto, Abdel Fattah al Sisi. Questo significa che la Meloni avrà anche l’opportunità di rafforzare i legami con il Mediterraneo allargato: un’area assolutamente strategica che Roma non può permettersi di lasciare all’influenza francese. Vale la pena ricordare che uno dei dossier principali del summit sarà la sicurezza alimentare: un nodo che chiama direttamente in causa la stabilità sia dell’Africa sia del Medio Oriente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piano-della-meloni-al-g20-2665125996.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-guerra-in-ucraina-spacca-i-leader" data-post-id="2665125996" data-published-at="1694250684" data-use-pagination="False"> La guerra in Ucraina spacca i leader È un quadro complesso quello in cui si inserisce il summit del G20 che si terrà oggi e domani a Nuova Delhi. Già ieri, prima ancora dell’inizio del vertice, si registravano significative divisioni. Ancora una volta a spaccare il blocco è stata l’invasione russa dell’Ucraina. Reuters riportava infatti che «il summit rischia di deragliare a causa delle divisioni sempre più profonde e radicate sulla guerra della Russia, danneggiando i progressi su questioni come la sicurezza alimentare, il debito e la cooperazione sul cambiamento climatico».«È difficile prevedere se sarà possibile raggiungere un accordo sulla dichiarazione», ha in tal senso detto il presidente del Consiglio europeo Charles Michel nel corso di una conferenza stampa. «Stiamo ancora negoziando». Poche ore dopo, fonti del G20 hanno reso noto che per la dichiarazione finale (ormai quasi ultimata) si sarebbero registrate divergenze «soltanto» sull’Ucraina. D’altronde, secondo quanto rivelato da funzionari indiani giovedì, il desiderio di Nuova Delhi era che, nel comunicato finale, fossero tenute in considerazione anche le posizioni di Mosca e Pechino. Ricordiamo, inoltre, che Kiev - che non è un membro del G20 - non è stata invitata dall’India al summit di oggi e domani, laddove il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, era stato ospitato al vertice G20 di Bali l’anno scorso. Nuova Delhi cerca, quindi, di mantenere il suo ben noto equilibrismo tra l’Occidente e la Russia. L’India sa che Washington non può fare a meno del suo contributo per contrastare l’influenza cinese nell’Indo-Pacifico. Dall’altra parte, il premier indiano, Narendra Modi, che ieri sera ha incontrato a cena Joe Biden, vuole mantenere i legami con Mosca (soprattutto nel settore della Difesa) per controbilanciare Pechino. Un ulteriore elemento significativo del summit è rappresentato dall’assenza di Xi Jinping. Se era praticamente certo che Vladimir Putin non si sarebbe recato a Nuova Delhi e che sarebbe stato rappresentato dal suo ministro degli Esteri Sergej Lavrov, non altrettanto si può dire del presidente cinese, che, a margine del summit, avrebbe dovuto originariamente avere un faccia a faccia con Biden. Ricordiamo d’altronde che, tra giugno e luglio, si erano recati in visita a Pechino vari alti esponenti dell’attuale amministrazione americana: dal segretario di Stato Tony Blinken al segretario al Tesoro Janet Yellen, passando per l’inviato speciale per il clima John Kerry. Eppure, la settimana scorsa era stato reso noto che Xi non avrebbe preso parte al summit di Nuova Delhi e che si sarebbe fatto rappresentare dal premier Li Qiang. Non è esattamente chiaro come vada letta questa assenza. Si possono tuttavia formulare delle ipotesi. In primis, è possibile che il leader cinese voglia tirare il freno a mano rispetto al (parziale) disgelo verificatosi quest’estate tra Washington e Pechino. In tal senso, Xi potrebbe aver evitato il summit proprio per non incontrare Biden. Una seconda ipotesi è che il presidente cinese abbia voluto sferrare un colpo all’immagine internazionale dell’India, boicottandole (o quasi) il summit. Una versione, questa, che hanno smentito da Nuova Delhi. Mercoledì, il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha minimizzato il significato politico dell’assenza di Xi, sostenendo che essa non abbia nulla a che fare con i rapporti tesi tra India e Cina. Questo quadro induce a ritenere che il blocco dei Brics sia nei fatti meno coeso di quanto abbia voluto far credere il mese scorso. In realtà, il senso del duello tra Nuova Delhi e Pechino è ancora più profondo e strutturale: le due capitali sono in competizione per assumere il ruolo di Paese di riferimento per il Global South. Una terza possibilità è che il presidente cinese sia azzoppato da grattacapi interni. La situazione economica cinese si sta aggravando e questo potrebbe avere dei contraccolpi sul piano politico per Xi. Il leader cinese, che è stato riconfermato l’anno scorso segretario generale del Pcc, non può permettersi di vedere indebolito il proprio potere, senza correre dei notevoli rischi. Quel che è certo è che gli Usa approfitteranno dell’assenza di Xi per cercare di recuperare influenza tra i Paesi del G20. In tal senso, secondo quanto rivelato da Axios News, «Biden e i leader di India, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sperano di annunciare sabato un importante accordo infrastrutturale congiunto che collegherà i Paesi del Golfo e quelli arabi tramite una rete ferroviaria». Altro dossier che sarà al centro del summit sarà quello del clima. «Il mondo è in un difficile momento di transizione, il futuro è multipolare. La crisi climatica sta peggiorando drammaticamente, ma la risposta collettiva è mancata di ambizione, credibilità e urgenza», ha detto ieri il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, in conferenza stampa nella capitale indiana.
Ansa
Si tratta di un piano che prevedrebbe la riscossione di pedaggi e che riguarderebbe le navi commerciali di Paesi che cooperano che l’Iran. «A seguito del passaggio di navi provenienti da paesi dell’Asia orientale, in particolare Cina, Giappone e Pakistan, abbiamo ricevuto oggi informazioni che indicano che anche gli europei hanno avviato negoziati con la marina delle Guardie rivoluzionarie per ottenere il permesso di transito», ha riferito ieri la televisione di Stato iraniana. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che, da quando è in vigore il blocco statunitense ai porti della Repubblica islamica, sono state deviate 78 navi, mentre quattro sono state bloccate.
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a rivelarsi in salita. In questo quadro, secondo il New York Times, Usa e Israele si starebbero preparando a riprendere gli attacchi militari contro la Repubblica islamica la prossima settimana. Tra le opzioni sul tavolo vi sarebbero bombardamenti contro siti militari e infrastrutture, l’occupazione militare dell’isola di Kharg e l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano. «Gli americani capiscono che i negoziati con l’Iran non porteranno da nessuna parte», ha dichiarato un funzionario iraniano a Channel 12, per poi aggiungere: «Ci stiamo preparando a giorni o settimane di lotta e ad attendere la decisione finale di Trump. Ne sapremo di più tra 24 ore».
Dall’altra parte, il Pakistan continua a premere per rilanciare la diplomazia. Ieri, il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, ha infatti effettuato una visita a sorpresa a Teheran per incontrare dei funzionari iraniani e, secondo l’agenzia di stampa Tasnim, per cercare di «facilitare i colloqui» tra Washington e la Repubblica islamica. «La parte americana ha richiesto risposte su punti specifici sollevati da Washington. Si registrano progressi positivi per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz. La porta è aperta ai negoziati sulle questioni ancora in sospeso, incluso il programma nucleare iraniano», hanno riferito, a tal proposito, fonti pakistane.
A questo punto, bisognerà capire che cosa deciderà di fare Donald Trump, il quale ieri ha detto che l’Iran attraverserà un periodo «molto brutto» se non accetterà un accordo. Durante la recentissima visita del presidente americano a Pechino, Xi Jinping ha auspicato la riapertura di Hormuz, sostenendo inoltre che Teheran non dovrebbe avere l’arma atomica. Non è tuttavia chiaro se il presidente cinese cercherà (o sarà anche solo in grado) di convincere la Repubblica islamica ad ammorbidire le sue posizioni. Dall’altra parte, mentre Israele preme per la ripresa delle operazioni belliche, JD Vance, all’interno dell’amministrazione americana, continua a rivelarsi una delle voci più favorevoli alla diplomazia. Mercoledì scorso, il numero due della Casa Bianca si era detto cautamente ottimista sui colloqui con Teheran. «Penso che stiamo facendo progressi. La questione fondamentale è: stiamo facendo progressi sufficienti per soddisfare la linea rossa del presidente?», aveva affermato.
Il problema, per Trump, è che, almeno al momento, nel regime khomeinista sta prevalendo l’ala dei pasdaran: quella, cioè, favorevole alla linea dura con Washington. Di contro, l’anima più dialogante è, per adesso, stata marginalizzata. «L’Iran resta impegnato nella diplomazia e nelle soluzioni pacifiche», ha dichiarato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, in un messaggio indirizzato a Leone XIV, elogiando «la posizione morale e logica» del papa «sulle recenti aggressioni militari contro l’Iran».
A meno che la diplomazia non riparta, Trump, che ha necessità di una rapida riapertura di Hormuz per abbassare il costo dell’energia, si trova davanti a un dilemma. Da una parte, potrebbe dichiarare unilateralmente vittoria e ritirarsi: ciò gli eviterebbe il pantano, sì, ma lasciare lo Stretto in mano agli iraniani significherebbe una vittoria economica, geopolitica e d’immagine per Teheran. Dall’altra parte, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe riprendere i bombardamenti, ma il pericolo per lui sarebbe, a quel punto, quello di restare impelagato in una crisi dalla durata indefinita. Tuttavia, non è detto che la Repubblica islamica abbia necessariamente il fattore tempo dalla sua parte. Mercoledì, l’Associated Press rilevava che, in Iran, l’inflazione è alle stelle e che si stanno registrando massicce perdite di posti di lavoro. Ebbene, non è esattamente chiaro quanto il regime possa gestire questa situazione. Frattanto, Vladimir Putin continua a cercare di ritagliarsi uno spazio diplomatico nella crisi in atto, con l’obiettivo di recuperare influenza in Medio Oriente: non a caso, ieri lo zar ha discusso di Iran col presidente degli Emirati arabi, Mohammed bin Zayed al Nahyan.
Nel frattempo, il dipartimento di Stato americano ha annunciato una proroga del cessate il fuoco tra Israele e Libano di 45 giorni, per poi rendere noto che, il 29 maggio, il Pentagono ospiterà un incontro tra le delegazioni militari delle due nazioni. Ciononostante, ieri lo Stato ebraico ha condotto degli attacchi contro Hezbollah nella parte meridionale del Paese dei Cedri, mentre l’Idf ha confermato di aver ucciso il capo dell’ala militare di Hamas a Gaza, Izz ad-Din al-Haddad.
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Jannik Sinner (Ansa)
Sport strano, il tennis. Una partita può durare due giorni e farti attraversare la notte abbracciato ai dubbi e alle incertezze. Chi dorme? Rigiochi mentalmente tutti i colpi dei game appena finiti. Ripassi quel dritto uscito di un centimetro. Rivedi la tattica, il piano gara. Si decide tutto l’indomani, nervi saldi. Però, all’italiano testa fredda basta vincere i suoi due servizi per planare in finale agli Internazionali d’Italia. Oggi, 50 anni dopo Adriano Panatta: «Vincere Roma ti dà un posto nella storia». Mezzo secolo dopo quel formidabile 1976, Roma, Parigi e la Coppa Davis. Jannik lo sa. Conosce l’appuntamento che lo attende oltre l’ostacolo di questi pochi game contro lo scorbutico Medvedev.
Dopo il primo set incamerato venerdì sera in 32 minuti, la sfida con il russo, già numero 1 del mondo, ora sceso al nono posto ma rinato con l’arrivo del nuovo coach Thomas Johansson, sembrava una pratica di rapida soluzione, come i turni precedenti qui al Foro Italico (32 le vittorie consecutive nei Master 1000, record tolto a Novak Djokovic). Invece, il secondo set si era complicato, l’umidità di una giornata piovosa che aveva ritardato l’inizio del match, i problemi di stomaco e il vomito. Nel secondo set Jannik era andato sotto 0-3, mentre dall’altra parte Daniil imprimeva il suo ritmo, comandando il gioco e costringendolo a troppe rincorse. Il numero 1 era risalito nel punteggio fino al 5 pari. Ma poi, alla terza occasione aveva dovuto cedere il set, il primo perso in tutto il torneo. All’inizio del terzo, Sinner scuoteva la testa, sfiduciato, ma un passaggio a vuoto del russo gli consegnava il break. L’arrivo della pioggia costringeva al rinvio al giorno successivo.
Dopo la notte, ora si ricomincia. Anche per uno freddo come il rosso di Sesto Pusteria sono tante le variabili da tenere a bada. L’aspetto psicologico. Il controllo. Il non offrire occasioni all’avversario di recuperare lo svantaggio. Dopo l’ace fulminante che avvicina il russo sul 3-4, Jannik va al servizio e se lo prende senza lasciare un punto. Medvedev, invece, con un doppio fallo gli concede due match point consecutivi, ma li annulla con un altro ace e una prima vincente. Ora Jannik serve sul 5-4 per conquistarsi il posto in finale. Va sotto 0-15 poi risale e con un dritto dopo un’ottima prima conquista un’altra palla match. Un’altra prima e due rovesci incrociati inchiodano l’avversario. L’appuntamento con la storia è confermato. «Anche per uno come me che non ha mai problemi, ieri sera non è stato facile prendere sonno», ha ammesso a fine match.
Oggi è il gran giorno, ma sarebbe sbagliato sottovalutare il norvegese Casper Ruud. È un giocatore che dà il meglio sulla terra rossa, è stato già due volte finalista a Parigi, ha disputato un torneo convincente, impreziosito dall’eliminazione di Luciano Darderi con un inequivocabile doppio 6-1. I precedenti tra i due dicono 4 a 0 per Jannik. Quest’anno il norvegese appare molto più solido e preparato di un anno fa quando, nei quarti qui al Foro Italico, Sinner gli aveva lasciato un solo game. Poi, in finale, a Jannik era sfuggita l’occasione al cospetto di un Carlos Alcaraz superiore e più agonista di lui che veniva dallo stop per il caso Clostebol. Stavolta, in tribuna ci sarà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Speriamo porti fortuna e che si goda lo spettacolo, preceduto dall’antipasto della finale di doppio maschile che parla anche lei italiano dopo il successo di Simone Bolelli e Andrea Vavassori sui vincitori degli Open d’Australia Harrison-Skupski. Nel 2025 il capo dello Stato aveva presenziato alla finale di Jasmine Paolini, non a quella di Jannik. E qualcuno aveva interpretato quella scelta come una risposta alla mancata partecipazione del numero 1 del mondo al ricevimento al Quirinale delle squadre nazionali dopo la conquista della Coppa Davis e della Billie Jean King Cup. Invece, oggi il presidente ci sarà, a completare un periodo di visibilità sportiva, dopo la recente visita dei tennisti per i trofei conquistati anche nel 2025, e il ricevimento delle squadre finaliste della Coppa Italia di calcio.
Sinner è il numero 1 del mondo, ha già vinto quattro slam, ma non si è ancora consacrato nel torneo di casa. Un italiano che vince gli Internazionali d’Italia fa la storia. Prima di Panatta, nel 1976, ci era riuscito due volte Nicola Pietrangeli, nel 1961 e nel 1957. E andando ancora più indietro, Giovanni Palmieri (1934) e Emanuele Sertorio (1933). Questa, però, è preistoria più che storia. A premiare il vincitore sarà proprio Panatta. E speriamo che, 50 anni dopo il suo 1976, venga il 2026 di Sinner.
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Giorgia Meloni (Ansa)
«Quanto accaduto a Modena», ha commentato, «dove un uomo ha investito diversi pedoni e poi avrebbe accoltellato un passante, è gravissimo. Esprimo la mia vicinanza alle persone ferite e alle loro famiglie. Rivolgo anche un ringraziamento ai cittadini che con coraggio sono intervenuti per fermare il responsabile e alle forze dell’ordine per il loro intervento. Ho sentito il sindaco», ha aggiunto la premier, «e resto in costante contatto con le autorità per seguire l’evolversi della vicenda. Confido che il responsabile risponda fino in fondo delle sue azioni». Sergio Mattarella ha telefonato al sindaco di Modena «per avere notizie dei feriti, esprimendo vicinanza alla Città e chiedergli di trasmettere i ringraziamenti a quei cittadini che con coraggio hanno bloccato il colpevole», fanno sapere dalla presidenza della Repubblica.
Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha parlato di «un’azione di brutale violenza e che nella dinamica ricorda tristemente molti episodi simili avvenuti in Europa. A nome mio personale e del Senato della Repubblica», ha sottolineato, «rivolgo affettuosa vicinanza alla comunità di Modena, sinceri ringraziamenti a quei cittadini che con grande coraggio hanno fermato l’aggressore e i migliori auguri di pronta guarigione ai numerosi feriti». «Sono scioccato», ha sottolineato il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «per quanto avvenuto a Modena. Seguo con grande apprensione gli sviluppi di questa gravissima vicenda ed esprimo la mia vicinanza ai feriti e alle loro famiglie. Un sentito ringraziamento alle forze dell’ordine, ai soccorsi e a quanti, con grande coraggio, sono intervenuti».
«Prego per la salute di tutti i feriti. Alcuni di loro», ha scritto suo social il vicepremier Antonio Tajani, «purtroppo sono in gravi condizioni. Per fortuna l’autore di questa violenta e brutale aggressione è stato fermato». «Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione», ha commentato il vicepremier Matteo Salvini, «che a Modena ha falciato, con la sua auto a folle velocità, dei passanti innocenti. Fermato da coraggiosi cittadini nonostante avesse un coltello, è stato arrestato. Non ci può essere nessuna giustificazione per un delitto così infame». «In attesa di ulteriori informazioni», ha fatto sapere la Lega, «da parte delle forze dell’ordine, una cosa è certa: in troppe città italiane l’integrazione delle cosiddette “seconde generazioni” è fallita. Altro che ius soli o cittadinanze facili, bisogna proseguire con ancora più determinazione sulla strada di permessi di soggiorno revocabili in caso di reati gravi. Certe persone non sono assolutamente integrabili, inutile che per motivi ideologici qualcuno neghi la drammatica evidenza».
«La nostra piena e totale vicinanza», ha sottolineato il segretario del Pd, Elly Schlein, «va alle persone ferite, alcune in condizioni molto gravi, e alle loro famiglie. Così come siamo vicini a tutta la comunità modenese e grati ai soccorritori e al personale sanitario per il delicato lavoro di queste ore». «Tutto il Movimento 5 stelle», ha scritto sui social il leader Giuseppe Conte, «si stringe attorno alla comunità di Modena, ai feriti, ai loro familiari. Ringraziamo le persone che sono intervenute con coraggio e senso civico per contribuire a fermare subito chi ha compiuto questa ignobile aggressione, i soccorritori e le forze dell’ordine sul posto. Auspichiamo si faccia rapidamente luce su quanto accaduto e che chi è responsabile paghi per questo folle gesto».
Parole di condanna per l’accaduto e di solidarietà per le vittime sono arrivate da tantissimi esponenti politici, tra i quali Matteo Renzi, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni. In mattinata, l’ex segretario del Pd, Walter Veltroni, aveva detto di ritenere che «la sicurezza sia un tema della sinistra perché ad avere bisogno di sicurezza sono soprattutto i più deboli. Il tema dell’immigrazione va governato da diverse parti».
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