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2021-10-20
In Lombardia droni e satelliti contro la terra dei fuochi. In un anno 16 roghi sospetti
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L'incendio all'ex Snia a Varedo (Ansa)
Il discorso della «terra dei fuochi» va ampliato a tutto il resto della Penisola, in particolare alla Lombardia, dove negli ultimi mesi si sono verificati 16 roghi di rifiuti, secondo i dati di Arpa, agenzia regionale per la protezione dell'ambiente.
L'ultimo in ordine cronologico è quello che lo scorso 24 settembre, a Varedo nel brianzolo, ha mandato in fumo circa 2.000 tonnellate di rifiuti nell'ex Snia, un'area dismessa e lasciata al degrado dove un tempo c'era una delle industrie tessili più importanti della zona e che oggi l'amministrazione comunale punta a riqualificare attraverso la realizzazione di un centro commerciale. Il sindaco di Varedo Filippo Vergani, appena riconfermato alle ultime elezioni, ha parlato senza troppi giri di parole di «atto intimidatorio», scrivendo sul suo profilo social che «dopo più di tre anni di area sotto sequestro e dopo aver rincorso per mesi la proprietà, i preparativi per iniziare con lo smaltimento del materiale abusivamente stoccato da associazioni a delinquere erano in corso. Ricordo che tali associazioni a delinquere sono già state condannate a processo nel quale al Comune è stato riconosciuto un danno di immagine. Mi auguro che la magistratura faccia presto luce sui misteri di un incendio molto probabilmente doloso che colpisce al cuore Varedo in un momento importante come la tornata amministrativa». E proprio su queste parole torna di grande attualità il tema delle ecomafie. Pochi giorni dopo l'incendio, infatti, la Direzione distrettuale antimafia ha recapitato una nota presso la Procura di Milano in cui chiede alla Polizia locale di Varedo informazioni inerenti i tempi per lo smaltimento della società proprietaria degli immobili al fine di procedere al dissequestro. Altro episodio verificatosi recentemente è quello di Ferragosto nella periferia Ovest di Milano, in via Airaghi, dove è andato a fuoco un capannone abbandonato contenente rifiuti. I Vigili del fuoco intervenuti per domare le fiamme hanno raccontato che non si è trattato della prima chiamata per spegnere un incendio in quella zona.
Come ha anche evidenziato la commissione d'inchiesta regionale nel maggio del 2020, «è stato, infatti, rilevato come la gestione inefficiente dei rifiuti e il sovraccarico degli stessi rispetto alla capacità e al numero di impianti crei un effetto "a collo di bottiglia" che, unito alla presenza di molti capannoni abbandonati e di aree dismesse sul territorio regionale, favorisce l'infiltrazione delle organizzazioni criminali e lo svolgimento di attività illecite, quali ad esempio: trasporti non autorizzati, presenza di rifiuti negli impianti superiori rispetto alle quantità autorizzate, trasporti in capannoni non autorizzati, aumento dei casi di incendi sia negli impianti autorizzati, sia nei depositi abusivi». Per questo, per contrastare queste attività illecite, «la Commissione ha individuato i seguenti strumenti correttivi, a carattere regionale: promuovere l'installazione dei sistemi di videosorveglianza negli impianti; promuovere maggiore collaborazione tra enti e l'autorità giudiziaria per la prevenzione e l'accertamento di illeciti nella gestione e nello smaltimento dei rifiuti; attivare Nuclei ambiente presso tutte le Prefetture (attualmente sono presenti solo a Pavia e a Brescia); censire e monitorare costantemente tutto il territorio con particolare riferimento alle aree abbandonate e ai capannoni dismessi, coinvolgendo le amministrazioni comunali; snellire i tempi relativi al dissequestro degli impianti, per favorire in tempi celeri la ripresa delle attività, ove possibile; attivare una task force».
Ora, il tema da mettere sul tavolo è capire quanti di questi episodi siano effettivamente frutto del caso o dolosi. Perché, se da un lato è vero che la Lombardia va presa come modello virtuoso per quanto riguarda lo trattamento dei rifiuti speciali, visto che il 26% del totale prodotto in Italia viene smaltito proprio in Lombardia, dall'altro non si può più ignorare il susseguirsi di roghi, il più delle volte tossici che disperdono nell'aria quantità eccessive di diossina. La Lombardia è, infatti, la regione con il più alto numero di tonnellate di rifiuti prodotti. Secondo quanto si apprende dal report pubblicato quest'anno da Ispra - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - nel 2019 sono state prodotte nella sola Lombardia 33,5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, il 37,8% di quelli generati da tutto il Nord Italia. Per rifiuti speciali si intende quelli prodotti dalle industrie e dalle aziende e che a differenza di quelli urbani non vengono gestiti dalla pubblica amministrazione, bensì da enti privati. Lo smaltimento illegale di questi rifiuti speciali riguarda quelle aziende che operano in regime di evasione fiscale e che quindi per poter smaltire i rifiuti prodotti devono affidarsi a metodi illeciti.
Il progetto Savager per sorvegliare il territorio della Lombardia
Il fenomeno degli incendi sembrava se non diminuito quantomeno controllato negli ultimi anni, specialmente dopo il 2019, quando in seguito a un report elaborato da Arpa Lombardia si era dimostrato un progressivo e preoccupante aumento di roghi di rifiuti, passando dai 6 del 2016 ai 21 del 2017 e ai 22 del 2018. Un trend negativo che ha portato la stessa Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente a intensificato l'attività di controllo supportando le autorità nella lotta alla gestione illecita dei rifiuti con il progetto Savager finalizzato a implementare il presidio ambientale con mezzi sofisticati come il telerilevamento, i droni e i dati provenienti dal satellite. Nel 2020 l'Agenzia ha operato 90 controlli sui 279 impianti che smaltiscono i rifiuti in Lombardia. Grazie a questi controlli il trend è tornato a diminuire nel 2020, anno in cui si sono verificati 10 episodi di roghi, più della metà rispetto ai 21 del 2019. Una diminuzione che è dovuta anche all'emergenza covid 19.
Savager è un sistema di sorveglianza basato sull'utilizzo di tecnologie di osservazione della Terra, da satellite, aereo e drone, capaci di rilevare anomalie negli impianti autorizzati, indizi di possibili violazioni, ma anche di individuare installazioni o luoghi che ospitano o sono adatti a ospitare depositi abusivi di rifiuti. Il progetto – che ha una valenza preventiva - è attivo in alcune provincie, a seguito di protocolli di intesa sottoscritti con le procure e rappresenta solo una parte dell'azione di presidio ambientale svolto dall'Agenzia in tutto il territorio regionale. Arpa utilizza queste strumentazioni anche in altri campi, come quello del monitoraggio dei dissesti geologici, e in situazioni in cui l'intervento umano è ad alto rischio.
Arpa viene attivata esclusivamente negli incendi che hanno coinvolto installazioni produttive, escludendo gli incendi di aree boschive, nuclei abitativi e mezzi di trasporto, ad eccezione di quelli relativi al trasporto di sostanze pericolose.
L'attenzione mediatica relativa agli incendi in attività produttive e impianti di trattamento/gestione rifiuti, spesso di natura dolosa, è aumentata notevolmente negli ultimi anni anche per il susseguirsi di eventi di questo tipo. Dalla osservazione delle analisi, che prendono in considerazione i rapporti relativi agli incendi in cui è stata coinvolta l'Agenzia negli ultimi anni, si può notare che, a parte il valore minimo di 42 del 2016, si registrano circa 60 incendi all'anno. Nel 2020 si è registrata una diminuzione degli incendi che hanno richiesto l'attivazione dell'Agenzia, in linea con le altre tipologie di attivazioni a causa della emergenza sanitaria.
Non esistono scale standardizzate della gravità di un incendio, comunque, dalla esperienza di campo, si può sicuramente affermare che non tutti gli incendi presentano la medesima intensità, sia per durata che per tipologia di materiale combusto. Dal punto di vista del coinvolgimento di Arpa solo quelli per cui si è reso necessario un sopralluogo possono essere considerati significativi. Nel 2020 si è reso necessario un intervento immediato sul posto dell'Agenzia in 31 casi su 50, ovvero per il 62% delle segnalazioni.
In ogni caso, anche secondo la commissione di regione Lombardia, per evitare il proliferare di queste situazioni, ci sarebbe da «contenere l'eccesso di burocrazia, tale per cui si dovrebbe realizzare una semplificazione normativa di livello nazionale e regionale, oltre che amministrativa, rispondendo in questo caso anche alla necessità di favorire gli investimenti anche privati nel settore, disincentivati proprio dall'eccesso di burocrazia legato alle autorizzazioni per le attività di raccolta, smaltimento, recupero e trasporto dei rifiuti; la semplificazione burocratica e normativa promossa, inoltre, non può non andare di pari passo con l'intensificazione dei controlli da parte di Arpa, Province, Vigili del Fuoco e tutti gli altri enti preposti».
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Sono trascorsi 18 anni da quando Legambiente parlò per la prima volta all'interno di un report sulle ecomafie di «terra dei fuochi». Allora, il riferimento del fenomeno che descrive l'interramento di rifiuti tossici e dei roghi appiccati per eliminarli era circoscritto al Sud Italia e più precisamente alla CampaniaSavager è un sistema di sorveglianza lanciato da Arpa e basato sull'utilizzo di tecnologie di osservazione della Terra capaci di rilevare anomalie negli impianti autorizzati, indizi di possibili violazioni, ma anche di individuare installazioni o luoghi che ospitano o sono adatti a ospitare depositi abusivi di rifiutiLo speciale contiene due articoliIl discorso della «terra dei fuochi» va ampliato a tutto il resto della Penisola, in particolare alla Lombardia, dove negli ultimi mesi si sono verificati 16 roghi di rifiuti, secondo i dati di Arpa, agenzia regionale per la protezione dell'ambiente. L'ultimo in ordine cronologico è quello che lo scorso 24 settembre, a Varedo nel brianzolo, ha mandato in fumo circa 2.000 tonnellate di rifiuti nell'ex Snia, un'area dismessa e lasciata al degrado dove un tempo c'era una delle industrie tessili più importanti della zona e che oggi l'amministrazione comunale punta a riqualificare attraverso la realizzazione di un centro commerciale. Il sindaco di Varedo Filippo Vergani, appena riconfermato alle ultime elezioni, ha parlato senza troppi giri di parole di «atto intimidatorio», scrivendo sul suo profilo social che «dopo più di tre anni di area sotto sequestro e dopo aver rincorso per mesi la proprietà, i preparativi per iniziare con lo smaltimento del materiale abusivamente stoccato da associazioni a delinquere erano in corso. Ricordo che tali associazioni a delinquere sono già state condannate a processo nel quale al Comune è stato riconosciuto un danno di immagine. Mi auguro che la magistratura faccia presto luce sui misteri di un incendio molto probabilmente doloso che colpisce al cuore Varedo in un momento importante come la tornata amministrativa». E proprio su queste parole torna di grande attualità il tema delle ecomafie. Pochi giorni dopo l'incendio, infatti, la Direzione distrettuale antimafia ha recapitato una nota presso la Procura di Milano in cui chiede alla Polizia locale di Varedo informazioni inerenti i tempi per lo smaltimento della società proprietaria degli immobili al fine di procedere al dissequestro. Altro episodio verificatosi recentemente è quello di Ferragosto nella periferia Ovest di Milano, in via Airaghi, dove è andato a fuoco un capannone abbandonato contenente rifiuti. I Vigili del fuoco intervenuti per domare le fiamme hanno raccontato che non si è trattato della prima chiamata per spegnere un incendio in quella zona.Come ha anche evidenziato la commissione d'inchiesta regionale nel maggio del 2020, «è stato, infatti, rilevato come la gestione inefficiente dei rifiuti e il sovraccarico degli stessi rispetto alla capacità e al numero di impianti crei un effetto "a collo di bottiglia" che, unito alla presenza di molti capannoni abbandonati e di aree dismesse sul territorio regionale, favorisce l'infiltrazione delle organizzazioni criminali e lo svolgimento di attività illecite, quali ad esempio: trasporti non autorizzati, presenza di rifiuti negli impianti superiori rispetto alle quantità autorizzate, trasporti in capannoni non autorizzati, aumento dei casi di incendi sia negli impianti autorizzati, sia nei depositi abusivi». Per questo, per contrastare queste attività illecite, «la Commissione ha individuato i seguenti strumenti correttivi, a carattere regionale: promuovere l'installazione dei sistemi di videosorveglianza negli impianti; promuovere maggiore collaborazione tra enti e l'autorità giudiziaria per la prevenzione e l'accertamento di illeciti nella gestione e nello smaltimento dei rifiuti; attivare Nuclei ambiente presso tutte le Prefetture (attualmente sono presenti solo a Pavia e a Brescia); censire e monitorare costantemente tutto il territorio con particolare riferimento alle aree abbandonate e ai capannoni dismessi, coinvolgendo le amministrazioni comunali; snellire i tempi relativi al dissequestro degli impianti, per favorire in tempi celeri la ripresa delle attività, ove possibile; attivare una task force».Ora, il tema da mettere sul tavolo è capire quanti di questi episodi siano effettivamente frutto del caso o dolosi. Perché, se da un lato è vero che la Lombardia va presa come modello virtuoso per quanto riguarda lo trattamento dei rifiuti speciali, visto che il 26% del totale prodotto in Italia viene smaltito proprio in Lombardia, dall'altro non si può più ignorare il susseguirsi di roghi, il più delle volte tossici che disperdono nell'aria quantità eccessive di diossina. La Lombardia è, infatti, la regione con il più alto numero di tonnellate di rifiuti prodotti. Secondo quanto si apprende dal report pubblicato quest'anno da Ispra - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - nel 2019 sono state prodotte nella sola Lombardia 33,5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, il 37,8% di quelli generati da tutto il Nord Italia. Per rifiuti speciali si intende quelli prodotti dalle industrie e dalle aziende e che a differenza di quelli urbani non vengono gestiti dalla pubblica amministrazione, bensì da enti privati. Lo smaltimento illegale di questi rifiuti speciali riguarda quelle aziende che operano in regime di evasione fiscale e che quindi per poter smaltire i rifiuti prodotti devono affidarsi a metodi illeciti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-rifiuti-2655262676.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-progetto-savager-per-sorvegliare-il-territorio-della-lombardia" data-post-id="2655262676" data-published-at="1634665242" data-use-pagination="False"> Il progetto Savager per sorvegliare il territorio della Lombardia Il fenomeno degli incendi sembrava se non diminuito quantomeno controllato negli ultimi anni, specialmente dopo il 2019, quando in seguito a un report elaborato da Arpa Lombardia si era dimostrato un progressivo e preoccupante aumento di roghi di rifiuti, passando dai 6 del 2016 ai 21 del 2017 e ai 22 del 2018. Un trend negativo che ha portato la stessa Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente a intensificato l'attività di controllo supportando le autorità nella lotta alla gestione illecita dei rifiuti con il progetto Savager finalizzato a implementare il presidio ambientale con mezzi sofisticati come il telerilevamento, i droni e i dati provenienti dal satellite. Nel 2020 l'Agenzia ha operato 90 controlli sui 279 impianti che smaltiscono i rifiuti in Lombardia. Grazie a questi controlli il trend è tornato a diminuire nel 2020, anno in cui si sono verificati 10 episodi di roghi, più della metà rispetto ai 21 del 2019. Una diminuzione che è dovuta anche all'emergenza covid 19. Savager è un sistema di sorveglianza basato sull'utilizzo di tecnologie di osservazione della Terra, da satellite, aereo e drone, capaci di rilevare anomalie negli impianti autorizzati, indizi di possibili violazioni, ma anche di individuare installazioni o luoghi che ospitano o sono adatti a ospitare depositi abusivi di rifiuti. Il progetto – che ha una valenza preventiva - è attivo in alcune provincie, a seguito di protocolli di intesa sottoscritti con le procure e rappresenta solo una parte dell'azione di presidio ambientale svolto dall'Agenzia in tutto il territorio regionale. Arpa utilizza queste strumentazioni anche in altri campi, come quello del monitoraggio dei dissesti geologici, e in situazioni in cui l'intervento umano è ad alto rischio.Arpa viene attivata esclusivamente negli incendi che hanno coinvolto installazioni produttive, escludendo gli incendi di aree boschive, nuclei abitativi e mezzi di trasporto, ad eccezione di quelli relativi al trasporto di sostanze pericolose.L'attenzione mediatica relativa agli incendi in attività produttive e impianti di trattamento/gestione rifiuti, spesso di natura dolosa, è aumentata notevolmente negli ultimi anni anche per il susseguirsi di eventi di questo tipo. Dalla osservazione delle analisi, che prendono in considerazione i rapporti relativi agli incendi in cui è stata coinvolta l'Agenzia negli ultimi anni, si può notare che, a parte il valore minimo di 42 del 2016, si registrano circa 60 incendi all'anno. Nel 2020 si è registrata una diminuzione degli incendi che hanno richiesto l'attivazione dell'Agenzia, in linea con le altre tipologie di attivazioni a causa della emergenza sanitaria.Non esistono scale standardizzate della gravità di un incendio, comunque, dalla esperienza di campo, si può sicuramente affermare che non tutti gli incendi presentano la medesima intensità, sia per durata che per tipologia di materiale combusto. Dal punto di vista del coinvolgimento di Arpa solo quelli per cui si è reso necessario un sopralluogo possono essere considerati significativi. Nel 2020 si è reso necessario un intervento immediato sul posto dell'Agenzia in 31 casi su 50, ovvero per il 62% delle segnalazioni.In ogni caso, anche secondo la commissione di regione Lombardia, per evitare il proliferare di queste situazioni, ci sarebbe da «contenere l'eccesso di burocrazia, tale per cui si dovrebbe realizzare una semplificazione normativa di livello nazionale e regionale, oltre che amministrativa, rispondendo in questo caso anche alla necessità di favorire gli investimenti anche privati nel settore, disincentivati proprio dall'eccesso di burocrazia legato alle autorizzazioni per le attività di raccolta, smaltimento, recupero e trasporto dei rifiuti; la semplificazione burocratica e normativa promossa, inoltre, non può non andare di pari passo con l'intensificazione dei controlli da parte di Arpa, Province, Vigili del Fuoco e tutti gli altri enti preposti».
Postazione italiana sulla «Cengia Martini». Nel riquadro, esplosione di una mina sul Lagazuoi (Getty Images)
Gli austriaci trincerati sulla cima del Lagazuoi a 2.800 metri di quota e gli Alpini italiani 100 metri più in basso, abbarbicati ad una stretta parete di roccia nel tentativo di conquistare la cima strategica della montagna che domina Cortina. Questa la situazione nel dicembre 1915 dopo che i Kaiserjäger avevano occupato le sommità delle Dolomiti nei mesi precedenti rendendo la situazione al fronte molto difficile per il Regio Esercito. Nell’ottobre dello stesso anno gli italiani del battaglione Alpini «Val Chisone» avevano occupato una cengia proprio sotto il Lagazuoi, successivamente fortificata e ribattezzata «Cengia Martini» in onore del comandante del battaglione Ettore Martini che guidò l’azione. L’avamposto italiano rappresentò da allora una spina nel fianco per gli austriaci, che per la posizione a strapiombo proprio sotto le loro postazioni era difficile da neutralizzare. Più volte i Kaiserjäger cercarono di colpire i baraccamenti italiani tra l’ottobre e il dicembre 1915 sia con tiri di mitragliatrice che con barilotti di esplosivo fatti cadere dalla cima, ma senza riuscire a neutralizzare del tutto gli italiani. Alla fine di dicembre iniziò una relativa calma che avrebbe riservato una drammatica sorpresa per gli Alpini. Durante il mese di dicembre le pattuglie italiane avevano sentito forti rumori di cantiere, che attribuirono a lavori di fortificazione delle postazioni austriache sulla cima. In realtà il nemico stava scavando una galleria dotata di fornello di mina proprio sopra la Cengia Martini, caricata con 300 kg. di esplosivo. Anticipata da un insolito fuoco di artiglieria partito dall’antistante postazione austriaca la mina esplose alle 00:30 del 1°gennaio 1916 provocando un forte movimento tellurico e una valanga di rocce e detriti che investì il camminamento avanzato della cengia occupata dagli italiani. Fortuna volle che la grande frana, colpendo alcune formazioni rocciose sottostanti la cima del Piccolo Lagazuoi, si incanalasse scivolando verso valle vanificando quella che fu la prima azione della lunga guerra di mina del fronte dolomitico. Anziché distruggere la cengia, un grosso masso si incastrò di fronte agli avamposti fornendo un riparo naturale agli italiani. Anche se fino al 1917 gli austriaci fecero esplodere altre tre mine contro l’avamposto degli Alpini, la Cengia Martini non fu mai sgomberata. Furono gli italiani a fare invece esplodere la quinta carica sotto l’anticima il 21 giugno 1917 nel tentativo di neutralizzare una postazione di artiglieria che impediva l’avanzata italiana. Pochi mesi più tardi la ritirata di Caporetto svuotò le trincee italiane compresa al Cengia Martini, mentre la Grande Guerra si giocò da allora sul fronte del Piave.
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Ormai li conoscono tutti: Mounjaro, Saxenda, Wegowy. Sono solo alcuni dei farmaci antiobesità e fanno dimagrire davvero. Ma cosa succede una volta conclusa la terapia? «L'interruzione dei farmaci anti-obesità è spesso seguita da un significativo recupero di peso, la cui entità è proporzionale all'effetto dimagrante iniziale del farmaco». Lo dicono gli esperti e tradotto: le persone che interrompono l'assunzione di un farmaco GLP-1 come Mounjaro tendono a riprendere peso a un ritmo che rispecchia più o meno il modo in cui lo hanno perso. Non un bell'affare insomma, tanto che alcuni ormai tendono a riassumere il farmaco a cicli alterni durante l'anno per non perdere i risultati ottenuti.
Questo accade perché l'appetito e il senso di sazietà tornano ai livelli pre-trattamento, o anche superiori per alcune persone. In uno studio randomizzato e controllato contro placebo, pubblicato da JAMA e condotto su 800 persone, si è visto che il semaglutide, insieme ad alcuni consigli dietetici e sull’attività fisica, aveva fatto perdere, in media, il 10% del peso in quattro mesi. Poi, a un terzo dei partecipanti è stato somministrato un placebo per un anno. All’undicesimo mese, costoro avevano già riacquistato il 7% del peso, mentre chi aveva continuato a ricevere semaglutide aveva perso ulteriori chili, fino ad arrivare a una diminuzione di più del 17% del peso iniziale. Ma anche queste persone, un anno dopo aver interrotto la cura, avevano riacquistato due terzi di quanto avevano perso. Lo stesso si è visto in uno studio osservazionale, pubblicato sul sito Epic Research, non sottoposto a revisione ma basato sui dati delle cartelle cliniche di 20.300 persone che avevano assunto semaglutide e perso almeno 2,3 kg. Poco meno della metà (il 44%) aveva recuperato il 25% del peso perduto, un anno dopo aver smesso la terapia.
Altra informazione che si è ottenuta scientificamente è che la maggior parte del grasso che torna è quello viscerale, cioè il grasso che avvolge gli organi interni e che è più strettamente associato all’aumento del rischio di diverse malattie, tra le quali proprio la resistenza all’insulina, il diabete, gli infarti e gli ictus. Inoltre si vede un effetto rebound nella pressione del sangue e nel colesterolo, che possono arrivare a valori peggiori rispetto a prima della cura che, invece, quasi sempre fa migliorare la situazione metabolica.
sviluppare abitudini alimentari corrette durante l'assunzione del farmaco
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Un fermo immagine tratto da un video della polizia cantonale del Vallese mostra i soccorsi dopo l'incidente a Crans-Montana (Ansa)
Un incendio seguito da una violenta esplosione ha trasformato la notte di Capodanno in una tragedia senza precedenti a Crans-Montana, una delle località sciistiche più note della Svizzera. Il bilancio provvisorio parla di circa quaranta vittime e di un centinaio di feriti, molti dei quali in condizioni gravissime a causa delle ustioni. Il rogo è scoppiato intorno all’1.30 all’interno del bar Le Constellation, dove era in corso una festa per l’arrivo del nuovo anno, frequentata soprattutto da giovani.
Secondo le prime ricostruzioni fornite dalle autorità vallesane, l’episodio non ha alcuna matrice dolosa né terroristica. La procuratrice generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, ha escluso in modo netto l’ipotesi di un attentato. Resta invece aperto il fronte delle cause accidentali: tra le piste al vaglio figurano l’uso improprio di fuochi d’artificio all’interno del locale o, come riferito da alcuni testimoni, l’accensione di candeline su bottiglie di champagne troppo vicine al soffitto in legno, che avrebbe favorito il rapido propagarsi delle fiamme.
All’interno del locale, che ha una capienza massima di circa 400 persone, al momento dell’incidente si trovavano almeno cento clienti. La deflagrazione, secondo quanto riferito dalle autorità cantonali, sarebbe stata la conseguenza dell’incendio che si è sviluppato rapidamente trasformando il bar in un braciere. Le testimonianze parlano di scene di panico, con persone ferite che cercavano di fuggire da un’uscita ritenuta insufficiente per il numero dei presenti, mentre qualcuno avrebbe infranto le finestre per aprire una via di fuga. I soccorsi sono scattati immediatamente. Sul posto sono intervenuti circa 150 operatori, con il supporto di una quarantina di ambulanze e dieci elicotteri. Molti feriti sono stati trasportati negli ospedali del Vallese, dove i reparti di terapia intensiva risultano saturi. Le autorità sanitarie hanno lanciato un appello alla popolazione affinché eviti comportamenti a rischio, per non aggravare ulteriormente la pressione sul sistema ospedaliero. L’area dell’incidente è stata completamente isolata ed è stata istituita una no-fly zone sopra Crans-Montana.
Anche l’Italia è coinvolta nelle operazioni di emergenza. Una squadra del soccorso alpino valdostano è stata inviata sul posto, con un elicottero della Protezione civile regionale e personale medico a bordo. La Regione Lombardia ha inoltre messo a disposizione il centro grandi ustioni dell’ospedale Niguarda. Sul fronte diplomatico, la Farnesina ha attivato un’unità di crisi per verificare l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani. Al momento non vi sono conferme ufficiali, ma l’identificazione delle vittime si preannuncia complessa e richiederà tempo, poiché molti corpi risultano gravemente compromessi dalle ustioni. L’ambasciatore d’Italia in Svizzera e il consolato di Ginevra sono in contatto con le autorità elvetiche e si stanno recando sul luogo della tragedia. È stata attivata una linea telefonica di emergenza per i familiari, raggiungibile anche dall’Italia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso la vicinanza dell’Italia alle autorità svizzere, mantenendo un costante contatto con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha manifestato il cordoglio del governo italiano e la solidarietà ai familiari delle vittime e ai feriti. Messaggi di partecipazione sono arrivati anche dall’estero: il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso il sostegno della Francia alla Svizzera, mentre Parigi ha confermato il ferimento di due cittadini francesi.
In Svizzera, la tragedia ha avuto un forte impatto istituzionale e simbolico. Il Consiglio di Stato del Vallese ha dichiarato lo stato di emergenza per mobilitare tutte le risorse necessarie, mentre il presidente della Confederazione, Guy Parmelin, ha deciso di rinviare il tradizionale discorso di Capodanno. In una nota, il governo federale ha parlato di un lutto che colpisce l’intero Paese, sottolineando come una notte di festa si sia trasformata in una delle pagine più nere della storia recente di Crans-Montana.
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Il 2025 consegna agli investitori un mercato solo apparentemente generoso: i rendimenti in dollari sono stati spesso erosi dal cambio e dalle rotazioni settoriali. In vista del 2026, secondo l’analisi di Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf), la parola chiave diventa protezione: attenzione al rischio valutario, selezione rigorosa nel tech, oro e Asia come ancore strategiche, mentre sul reddito fisso conviene accorciare le scadenze per difendersi da inflazione e debito pubblico.
Il 2025 si chiude lasciando in eredità agli investitori un panorama a luci e ombre, dove i rendimenti nominali hanno spesso mascherato insidie valutarie e rotazioni settoriali profonde. Guardando al 2026, la sfida per il risparmiatore non sarà solo individuare la crescita, ma proteggerla dalla volatilità e dai nuovi equilibri geopolitici.
Nonostante la forza apparente del mercato americano, il 2025 ha impartito una lezione fondamentale sulla gestione del rischio di cambio. Se l'S&P 500 ha marciato con decisione in dollari, per l’investitore europeo il bilancio è stato molto differente. «L'indice Msci Usa in euro ha registrato un rendimento prossimo allo zero, a causa di una discesa del dollaro così forte da inficiare moltissimi comparti internazionali», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «È fondamentale tenerne conto quando si investe: le valute possono erodere i rendimenti in modo silente ma devastante. E questo fattore ha inciso anche naturalmente sull’esposizione dei fondi e degli ETF sulle azioni mondiali senza copertura valutaria».
In questo contesto, la Borsa italiana ha rappresentato una vera eccezione positiva, svettando con performance comprese tra il 20% e il 30%, a dimostrazione che la selezione geografica e settoriale rimane l'arma vincente rispetto a un approccio passivo.
Il dibattito sul 2026 ruota attorno alla sostenibilità del settore tech. Sebbene i multipli di Borsa siano elevati (P/E intorno a 31 per gli Stati Uniti), il paragone con la bolla dot-com del 2000 appare, secondo Gaziano, parziale. «Oggi i multipli medi sono inferiori del 30-40% rispetto al dicembre 1999 e le aziende producono utili reali, a differenza di quanto accadeva venticinque anni fa», chiarisce lo strategist di SoldiExpert Scf. «Tuttavia, alcune società quotano 'per la perfezione'. Questo induce a una selezione rigorosa, evitando l'approccio 'compra e tieni' indiscriminato che in questa fase del ciclo può essere molto pericoloso».
Una delle grandi sorprese dell’anno trascorso è stata la resilienza dei metalli preziosi, con l’oro che ha superato i 4.000 dollari l’oncia, trainato dagli acquisti massicci delle banche centrali (Cina in testa) come protezione contro il rischio di confisca delle riserve in dollari. Parallelamente, lo sguardo si sposta sempre più a Oriente. Nonostante i dazi, l'area asiatica (Cina, India, Vietnam) continua a dominare nicchie tecnologiche cruciali. «La Cina ha abbattuto i costi in modo che le aziende occidentali non riescono a replicare», sottolinea Gaziano, «basti pensare ai sensori per la guida autonoma, passati da un costo di 50.000 a soli 200 dollari».
Sul fronte del reddito fisso, la prudenza resta la parola d'ordine. Se i Btp tricolori e le obbligazioni europee ad alto rendimento (High Yield) hanno offerto soddisfazioni, i titoli a lunghissima scadenza si sono rivelati trappole per il capitale. «I rendimenti a lungo termine sono tornati a salire, penalizzando chi detiene obbligazioni a lunga scadenza. Abbiamo visto in questi anni bond centenari come il titolo austriaco con scadenza 2126 perdere l'80% del loro valore», avverte Salvatore Gaziano. «Per questo motivo, nel 2026 nei nostri portafogli consigliati da diverso tempo preferiamo non prenderci rischi sulle scadenze medio-lunghe: meglio guadagnare poco ma evitare batoste, dato che l'inflazione resta un mostro che potrebbe risvegliarsi in ogni momento e molti Stati hanno bisogno di coprire debiti pubblici crescenti, emettendo carta su carta».
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