True
2022-05-27
I pescatori dell’Adriatico fermano le barche. Sarà un’estate senza pesce
Qualcosa di buono c’è: la dimostrazione che le roboanti proclamazioni dell’anno di… sono una presa in giro. Sì deve sapere che l’Onu e anche la Fao hanno proclamato il 2022 anno internazionale della pesca e dell’acquacoltura. Si sono accorti che mezzo mondo campa di pesce. Dovrebbero spiegarlo ai pescatori di Ancona che ieri hanno bloccato il porto con un corteo di protesta, a quelli dell’Adriatico - dalle Marche alla Puglia - che da una settimana non vanno in mare strozzati dal caro gasolio. Il movimento di protesta sta montando in tutti i porti d’Italia e porterà, se la situazione non si risolve, alla serrata totale delle marinerie. Lo avevano già fatto a marzo, sono pronti a rifarlo adesso perché non riescono più a sopportare i costi. Ovviamente nessuno gli risponde, ma attenzione perché questa «protesta a strascico» può far saltare anche una parte del fatturato turistico.
Ora hanno altro a cui pensare al governo: ci sono da privatizzare gli arenili, figurati se si possono occupare di quello che accade nel mare. E però farebbero bene a darci un’occhiata. Da una settimana le barche dell’Adriatico, che è il mare più pescoso tra i nostri, sono ferme all’ormeggio. Non ce la fanno più. Troppo alti i costi, troppo forte la concorrenza straniera, troppe le tasse. La crisi della nostra pesca parte da lontano. È almeno dal 2008 che ogni anno perdiamo circa il 5% del pescato e della flotta, ma è successo tutto in silenzio. Del resto loro stanno in alto mare. La situazione delle flotte pescherecce è disastrosa. Ad Ancona ieri gli armatori che hanno protestato fin sotto la prefettura e hanno chiesto - consegnando un dossier al prefetto Darco Pellos - un incontro con i ministri Stefano Patuanelli (Agricoltura) e Daniele Franco (Economia) con la mediazione di Luciana Lamorgese (Interni) per evitare che una serrata pacifica diventi una protesta rabbiosa. Ovviamente nessuno se li è filati. Ora tutto l’Adriatico è all’ormeggio. Ieri lo scalo dorico è stato bloccato per un paio d’ore. C’erano delegazioni delle flotte di Gaeta, di San Benedetto (due sere fa si sono rischiati scontri in porto), di Vasto e di Pescara da dove la serrata è partita quattro giorni fa. A Termoli c’è stato un sit in, a Selinunte tornano a farsi sentire gli armatori, ma anche la piccola pesca.
La serrata delle reti si sta allargando anche al Tirreno. Mercoledì notte a Porto Santo Stefano, nel grossetano, è arrivata una delegazione di cento armatori dei porti adriatici e del Sud e lì è stato stretto un patto tra tutte le marinerie. O arrivano risposte dal governo sul caro gasolio o non si va più in mare. La situazione la spiega bene Apollinare Lazzari, che guida l’Associazione produttori e pescatori di Ancona: «Ora paghiamo il carburante 1 euro e 20 centesimi al litro, una barca ne consuma sui 3.000 litri al giorno. Ed è chiaro che così non si può andare avanti. Noi, a differenza di altre imprese, non possiamo scaricare il costo sul prodotto. A noi serve un aiuto diretto, immediato; non chiediamo sconti o altre agevolazioni, ci occorre soltanto che il gasolio non superi un certo prezzo così da poter lavorare». Insomma più che un decreto aiuti lanciano proprio un Sos.
Il blocco delle paranze è faccenda che ricade direttamente anche sull’economia turistica del mare. È vero che con la privatizzazione delle spiagge il governo sembra intenzionato a non preoccuparsi dell’attrattiva mare, ma chi ha ristoranti nei luoghi di vacanza qualche problema se lo pone. Se Moreno Cedroni, due stelle Michelin incantevole il suo Clandestino nello specchio di mare del Conero, è disperato perché non trova personale, Marco Cupido, anche lui marchigiano, alla Degusteria è incerto se continuare a servire il fritto misto: «Con l’olio di girasole (causa guerra in Ucraina, ndr) passato da 90 centesimi a 3 euro al litro e il prezzo del pesce quasi raddoppiato, il fritto è diventato un piatto da ricchi». Ma anche gli sciatt in Val Chiavenna sono a rischio per il caro frittura.
Il pesce rischia di diventare merce rarissima. Gli italiani nel corso degli anni hanno continuato ad aumentare la quota di pescato consumato. Siamo a 29 chili a testa (la media europea è a 26, ma lontanissimi da Portogallo e Spagna che viaggiano sul mezzo quintale), ma il nostro ci basta per un mese. Sì, è così. Nonostante gli 8.500 chilometri di costa, la cattura di pesce italiano è pari a 193.000 tonnellate per un fatturato che sta sotto i 700 milioni di euro. L’acquacoltura, che è in sviluppo ed è comunque la migliore del mondo, soccorre con altre 157.000 tonnellate. Tutto il resto - e sono oltre 1 milione e 300.000 tonnellate - viene dall’estero, in particolare da Spagna (23%), Paesi Bassi (5,3%), Grecia e Regno Unito, ma quasi la metà viene da fuori Europa: fanno festa Thailandia, Cina ed Equador. La ragione? I giapponesi ci hanno fatto fuori tutti i tonni, non proteggiamo le nostre aree di pesca nei nostri mari fanno strascico tutti e la nostra marineria muore ogni anno di più.
Come si legge nel rapporto poliennale del ministero dell’Agricoltura (competente) che vale fino al prossimo anno: «Utilizzando il 2004 come anno di riferimento base, si registra una evidente e costante contrazione nella consistenza della flotta, che passa dai 14.873 battelli del 2004 agli 11.926 del 2020, registrando quindi un calo complessivo superiore ai 2.900 motopesca». A reggere sono rimaste le barche della piccola pesca, i pensionati del mare. Ah sia detto per inciso. Sono quelli che ormeggiano ai moletti degli stabilimenti balneari. In attesa che in nome della Bolkestein qualcuno li sfratti.
Ue sempre in panne sulle sanzioni: «Più si va avanti, più è difficile»
Sulle sanzioni a Mosca l’Europa appare più divisa che mai e i «pacchetti» già predisposti per indebolire Vladimir Putin stentano a decollare. Lo stesso dicasi per le ipotizzate, future sanzioni. Del resto, più si va avanti nell’inasprimento delle misure, più la situazione diventa divisiva, perché ogni Stato membro ha i suoi interessi da salvaguardare ma anche perché qualcuno comincia ad accorgersi che una sanzione che si rispetti dovrebbe danneggiare più chi la riceve che chi la dispone. Se ne è reso conto il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, rimarcando come l'Europa, che era partita con l’idea di bloccare del tutto il petrolio e il gas russi, potrà arrivare solo a un compromesso. «Si tratta di un problema etico gigantesco perché sappiamo bene che il Pil della Russia è basato sull’export di energia: alla fine la Commissione troverà una via d’uscita, che comunque sarà un compromesso».
I continui tira e molla tra membri dell’Europa «unita» non sfuggono a nessuna delle parti, tanto che il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, pur rispondendo al presidente Volodymyr Zelensky (il quale rimarcava la mancanza di unità in Europa sulla posizione da prendere nei confronti della guerra) che «l’unità europea è stata notevole e questo dovrebbe essere anche il piano per il futuro», ha dovuto poi aggiungere che comunque «più andremo avanti nelle sanzioni, più sarà difficile, poiché ci sono realtà diverse nei diversi Paesi membri».
L’imbarazzo è palpabile e sta venendo a galla una realtà forse prevedibile: imprese e realtà economiche di vari Paesi europei non vogliono rispettare le sanzioni che danneggiano più loro che il «nemico», quindi stanno mettendo in moto strategie volte ad aggirarle. L’esecutivo comunitario è stato costretto a correre ai ripari, proponendo di aggiungere la violazione delle misure restrittive all’elenco dei reati Ue. È dunque in preparazione la Direttiva sulle sanzioni penali, dove saranno elencati reati come «intraprendere azioni o attività volte ad aggirare direttamente o indirettamente le sanzioni, anche occultando attività», «non congelare fondi appartenenti, detenuti o controllati da una persona/entità» oggetto di sanzioni o «intraprendere operazioni, quali l’importazione o l’esportazione di merci soggette a divieti commerciali».
La strada per concordare il sesto pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa - compreso appunto l’embargo sui prodotti petroliferi - ma anche quella per preparare un settimo pacchetto, appare dunque tutta in salita. «L’Unione europea può ancora trovare un accordo sull’embargo per il petrolio russo nei prossimi giorni o ricorrere ad altri strumenti», ha detto fiducioso il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck. Finora, però, i colloqui all’interno dell’Ue sulla proposta di embargo non hanno portato a una svolta, con l’Ungheria che ha posto un veto. Tra cinque giorni ci sarà il prossimo Consiglio della Ue ma l’accordo sembra lontano anni luce. Resta da vedere quali siano gli «altri strumenti» menzionati dalla Germania.
Continua a leggereRiduci
Serrata per protestare contro i rincari del gasolio. E lo stop inizia a estendersi pure al mar Tirreno. Il blocco delle forniture finirà per danneggiare anche il turismo.Roberta Metsola ammette la mancanza di unità sulle sanzioni. Roberto Cingolani: «Ci sarà un compromesso».Lo speciale contiene due articoli.Qualcosa di buono c’è: la dimostrazione che le roboanti proclamazioni dell’anno di… sono una presa in giro. Sì deve sapere che l’Onu e anche la Fao hanno proclamato il 2022 anno internazionale della pesca e dell’acquacoltura. Si sono accorti che mezzo mondo campa di pesce. Dovrebbero spiegarlo ai pescatori di Ancona che ieri hanno bloccato il porto con un corteo di protesta, a quelli dell’Adriatico - dalle Marche alla Puglia - che da una settimana non vanno in mare strozzati dal caro gasolio. Il movimento di protesta sta montando in tutti i porti d’Italia e porterà, se la situazione non si risolve, alla serrata totale delle marinerie. Lo avevano già fatto a marzo, sono pronti a rifarlo adesso perché non riescono più a sopportare i costi. Ovviamente nessuno gli risponde, ma attenzione perché questa «protesta a strascico» può far saltare anche una parte del fatturato turistico. Ora hanno altro a cui pensare al governo: ci sono da privatizzare gli arenili, figurati se si possono occupare di quello che accade nel mare. E però farebbero bene a darci un’occhiata. Da una settimana le barche dell’Adriatico, che è il mare più pescoso tra i nostri, sono ferme all’ormeggio. Non ce la fanno più. Troppo alti i costi, troppo forte la concorrenza straniera, troppe le tasse. La crisi della nostra pesca parte da lontano. È almeno dal 2008 che ogni anno perdiamo circa il 5% del pescato e della flotta, ma è successo tutto in silenzio. Del resto loro stanno in alto mare. La situazione delle flotte pescherecce è disastrosa. Ad Ancona ieri gli armatori che hanno protestato fin sotto la prefettura e hanno chiesto - consegnando un dossier al prefetto Darco Pellos - un incontro con i ministri Stefano Patuanelli (Agricoltura) e Daniele Franco (Economia) con la mediazione di Luciana Lamorgese (Interni) per evitare che una serrata pacifica diventi una protesta rabbiosa. Ovviamente nessuno se li è filati. Ora tutto l’Adriatico è all’ormeggio. Ieri lo scalo dorico è stato bloccato per un paio d’ore. C’erano delegazioni delle flotte di Gaeta, di San Benedetto (due sere fa si sono rischiati scontri in porto), di Vasto e di Pescara da dove la serrata è partita quattro giorni fa. A Termoli c’è stato un sit in, a Selinunte tornano a farsi sentire gli armatori, ma anche la piccola pesca. La serrata delle reti si sta allargando anche al Tirreno. Mercoledì notte a Porto Santo Stefano, nel grossetano, è arrivata una delegazione di cento armatori dei porti adriatici e del Sud e lì è stato stretto un patto tra tutte le marinerie. O arrivano risposte dal governo sul caro gasolio o non si va più in mare. La situazione la spiega bene Apollinare Lazzari, che guida l’Associazione produttori e pescatori di Ancona: «Ora paghiamo il carburante 1 euro e 20 centesimi al litro, una barca ne consuma sui 3.000 litri al giorno. Ed è chiaro che così non si può andare avanti. Noi, a differenza di altre imprese, non possiamo scaricare il costo sul prodotto. A noi serve un aiuto diretto, immediato; non chiediamo sconti o altre agevolazioni, ci occorre soltanto che il gasolio non superi un certo prezzo così da poter lavorare». Insomma più che un decreto aiuti lanciano proprio un Sos. Il blocco delle paranze è faccenda che ricade direttamente anche sull’economia turistica del mare. È vero che con la privatizzazione delle spiagge il governo sembra intenzionato a non preoccuparsi dell’attrattiva mare, ma chi ha ristoranti nei luoghi di vacanza qualche problema se lo pone. Se Moreno Cedroni, due stelle Michelin incantevole il suo Clandestino nello specchio di mare del Conero, è disperato perché non trova personale, Marco Cupido, anche lui marchigiano, alla Degusteria è incerto se continuare a servire il fritto misto: «Con l’olio di girasole (causa guerra in Ucraina, ndr) passato da 90 centesimi a 3 euro al litro e il prezzo del pesce quasi raddoppiato, il fritto è diventato un piatto da ricchi». Ma anche gli sciatt in Val Chiavenna sono a rischio per il caro frittura. Il pesce rischia di diventare merce rarissima. Gli italiani nel corso degli anni hanno continuato ad aumentare la quota di pescato consumato. Siamo a 29 chili a testa (la media europea è a 26, ma lontanissimi da Portogallo e Spagna che viaggiano sul mezzo quintale), ma il nostro ci basta per un mese. Sì, è così. Nonostante gli 8.500 chilometri di costa, la cattura di pesce italiano è pari a 193.000 tonnellate per un fatturato che sta sotto i 700 milioni di euro. L’acquacoltura, che è in sviluppo ed è comunque la migliore del mondo, soccorre con altre 157.000 tonnellate. Tutto il resto - e sono oltre 1 milione e 300.000 tonnellate - viene dall’estero, in particolare da Spagna (23%), Paesi Bassi (5,3%), Grecia e Regno Unito, ma quasi la metà viene da fuori Europa: fanno festa Thailandia, Cina ed Equador. La ragione? I giapponesi ci hanno fatto fuori tutti i tonni, non proteggiamo le nostre aree di pesca nei nostri mari fanno strascico tutti e la nostra marineria muore ogni anno di più. Come si legge nel rapporto poliennale del ministero dell’Agricoltura (competente) che vale fino al prossimo anno: «Utilizzando il 2004 come anno di riferimento base, si registra una evidente e costante contrazione nella consistenza della flotta, che passa dai 14.873 battelli del 2004 agli 11.926 del 2020, registrando quindi un calo complessivo superiore ai 2.900 motopesca». A reggere sono rimaste le barche della piccola pesca, i pensionati del mare. Ah sia detto per inciso. Sono quelli che ormeggiano ai moletti degli stabilimenti balneari. In attesa che in nome della Bolkestein qualcuno li sfratti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pescatori-adriatico-fermano-barche-2657397331.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ue-sempre-in-panne-sulle-sanzioni-piu-si-va-avanti-piu-e-difficile" data-post-id="2657397331" data-published-at="1653590851" data-use-pagination="False"> Ue sempre in panne sulle sanzioni: «Più si va avanti, più è difficile» Sulle sanzioni a Mosca l’Europa appare più divisa che mai e i «pacchetti» già predisposti per indebolire Vladimir Putin stentano a decollare. Lo stesso dicasi per le ipotizzate, future sanzioni. Del resto, più si va avanti nell’inasprimento delle misure, più la situazione diventa divisiva, perché ogni Stato membro ha i suoi interessi da salvaguardare ma anche perché qualcuno comincia ad accorgersi che una sanzione che si rispetti dovrebbe danneggiare più chi la riceve che chi la dispone. Se ne è reso conto il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, rimarcando come l'Europa, che era partita con l’idea di bloccare del tutto il petrolio e il gas russi, potrà arrivare solo a un compromesso. «Si tratta di un problema etico gigantesco perché sappiamo bene che il Pil della Russia è basato sull’export di energia: alla fine la Commissione troverà una via d’uscita, che comunque sarà un compromesso». I continui tira e molla tra membri dell’Europa «unita» non sfuggono a nessuna delle parti, tanto che il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, pur rispondendo al presidente Volodymyr Zelensky (il quale rimarcava la mancanza di unità in Europa sulla posizione da prendere nei confronti della guerra) che «l’unità europea è stata notevole e questo dovrebbe essere anche il piano per il futuro», ha dovuto poi aggiungere che comunque «più andremo avanti nelle sanzioni, più sarà difficile, poiché ci sono realtà diverse nei diversi Paesi membri». L’imbarazzo è palpabile e sta venendo a galla una realtà forse prevedibile: imprese e realtà economiche di vari Paesi europei non vogliono rispettare le sanzioni che danneggiano più loro che il «nemico», quindi stanno mettendo in moto strategie volte ad aggirarle. L’esecutivo comunitario è stato costretto a correre ai ripari, proponendo di aggiungere la violazione delle misure restrittive all’elenco dei reati Ue. È dunque in preparazione la Direttiva sulle sanzioni penali, dove saranno elencati reati come «intraprendere azioni o attività volte ad aggirare direttamente o indirettamente le sanzioni, anche occultando attività», «non congelare fondi appartenenti, detenuti o controllati da una persona/entità» oggetto di sanzioni o «intraprendere operazioni, quali l’importazione o l’esportazione di merci soggette a divieti commerciali». La strada per concordare il sesto pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa - compreso appunto l’embargo sui prodotti petroliferi - ma anche quella per preparare un settimo pacchetto, appare dunque tutta in salita. «L’Unione europea può ancora trovare un accordo sull’embargo per il petrolio russo nei prossimi giorni o ricorrere ad altri strumenti», ha detto fiducioso il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck. Finora, però, i colloqui all’interno dell’Ue sulla proposta di embargo non hanno portato a una svolta, con l’Ungheria che ha posto un veto. Tra cinque giorni ci sarà il prossimo Consiglio della Ue ma l’accordo sembra lontano anni luce. Resta da vedere quali siano gli «altri strumenti» menzionati dalla Germania.
Ansa
Le penne nere friulane sono state chiare: o noi o loro. Gli alpini non vogliono sovrapposizioni con il Fvg Pride nelle date stabilite per il prossimo raduno Ana (Associazione nazionale alpini), il 26 e 27 settembre. «Sono due mondi completamente opposti, è impensabile che convivano nello stesso Comune e nello stesso momento», ha tuonato il presidente della sezione locale, Mauro Ermacora, in una lettera inviata al sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni.
L’adunata degli alpini era stata comunicata lo scorso dicembre, si prevede un afflusso di circa 1.500 persone e figuriamoci se uomini tutti di un pezzo possono accettare di condividere gli spazi con un corteo di Lgbt smutandati. Il 26, infatti, giorno prima della sfilata, avrà luogo anche l’evento arcobaleno deciso pochi giorni fa. Notizia accolta con enorme disappunto delle penne nere e notevole imbarazzo dell’amministrazione comunale, che si è dichiarata all’oscuro della programmazione Pride.
L’Ana ha dato tempo al sindaco udinese fino al 28 aprile per esprimersi, chiedendogli di scegliere tra una delle due manifestazioni. De Toni al momento l’ha presa alla larga. «Sebbene l’amministrazione non sia chiamata ad autorizzare il corteo Fvg Pride, conferma il proprio impegno a garantire il rispetto delle libertà di tutti. È dentro questo perimetro che il Comune di Udine esercita il proprio ruolo: non scegliere tra diritti, ma trovare una soluzione per garantirli entrambi», è stata la prima reazione espressa in un comunicato.
Il sindaco ha tirato in ballo la Costituzione, che «riconosce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi pacificamente» e, per non scontentare nessuno, ne ha fatto semmai un problema di ordine pubblico scaricando la decisione sul prefetto. Ha ricordato, infatti, che le manifestazioni «possono essere limitate solo per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica».
Risposta che non ha soddisfatto gli alpini. «Se saremmo disponibili a cambiare giornate? No», ha dichiarato Ermacora al Gazzettino. «Attendiamo sereni la risposta. Noi non cambiamo data, semmai cambiamo luogo. Ho già ricevuto diverse chiamate da altri sindaci che ci danno l’opportunità di organizzare il raduno da loro», ha poi tenuto a precisare.
Sabato 26 settembre sono in programma concerti degli alpini in diversi punti della città e la messa in Duomo, quindi cortei Lgbt «per un mondo equo, antifascista, decoloniale e sempre più fieramente queer», qual è il manifesto di quest’anno, non sono bene accetti. «Tornare a Udine, a quasi dieci anni dalla prima manifestazione, significa rilanciare un percorso politico che non si è mai fermato», aveva dichiarato Alice Chiaruttini, presidente di Fvg pride Odv, annunciando la manifestazione.
Per poi aggiungere: «Oggi è ancora necessario scendere in piazza, in un contesto in cui diritti e libertà vengono continuamente messi in discussione». Riusciranno a mettersi d’accordo? Udine ama i suoi alpini, quindi sicuramente non li lascerà andare altrove. Gli Lgbt dovranno allora rassegnarsi a un cambio di data, ma non anticipando troppo l’evento, per carità. Nel loro programma scrivono che «manifestare a fine settembre, rinunciando alla cornice estiva del Pride Month, è un atto di cura collettiva e radicale: rifiutiamo di esporre i corpi della nostra comunità a temperature che, negli ultimi anni, non costituiscono solo dati statistici, ma barriere architettoniche naturali che impediscono la partecipazione di persone anziane, disabili, e di tutte le soggettività più fragili».
Continua a leggereRiduci
Nei due riquadri le fotografie scioccanti dei soldati ucraini della quattordicesima brigata, al fronte oltre il fiume Oskil, vicino a Kupiansk (Ansa)
Le immagini che hanno fatto il giro del mondo mostrano quattro militari del secondo Battaglione della quattordicesima Brigata meccanizzata con gli sguardi persi nel vuoto e i corpi ridotti a pelle e ossa. L’indignazione ha costretto lo Stato Maggiore a correre ai ripari: in una nota, ha assicurato che il comandante è stato rimosso dall’incarico, un altro è stato retrocesso di grado e sarà avviata un’indagine. Nel comunicato, lo Stato Maggiore ha poi ammesso che «gli attacchi aerei e missilistici nemici sugli attraversamenti del fiume Oskil hanno notevolmente complicato il supporto logistico alle truppe intorno alla città di Kupiansk». I due ufficiali di alto rango sono stati intanto accusati di non aver informato i vertici dei problemi di approvvigionamento alimentare. Eppure, quest’emergenza si è protratta per sette mesi, in una zona in cui solo i droni possono consegnare i viveri. E se non fosse stato per i familiari dei soldati coinvolti probabilmente non si sarebbe mai saputo.
A diffondere le immagini su Threads è stata infatti la figlia di uno dei militari, Ivanna Poberezhnyuk: «Ragazzi in postazione senza cibo né acqua! Il comando non risponde. I combattenti stanno perdendo conoscenza per la fame, bevono acqua piovana. Ci sono anche problemi di connessione. Per favore, condividete queste foto». E se il comando non ha risposto, pronta è stata invece la replica del ministero della Difesa ucraino sotto il suo post: «Il comandante della quattordicesima Brigata ha preso in mano la situazione. Nonostante la complessa logistica, si sta cercando di risolvere il problema. Situazioni del genere non dovrebbero verificarsi, ma la situazione in diverse direzioni del fronte è piuttosto critica». Anche Anastasiia Silchuk, moglie di un altro soldato, ha postato le foto del prima e dopo dei militari, con i corpi robusti che sono diventati scheletrici. «Quando i ragazzi sono arrivati al fronte, pesavano oltre 80-90 chili. Ora pesano circa 50 chili», ha scritto. E spiegando che «il periodo più lungo in cui sono rimasti senza cibo è stato di 17 giorni», ha aggiunto: «Nessuno li ascoltava alla radio, o forse nessuno voleva ascoltarli. Mio marito gridava e implorava, dicendo che non c’era né cibo né acqua».
Si tratta di «una terribile vergogna gestionale» ha commentato in una nota la Task Force congiunta ucraina (Jftf), l’unità dell’esercito creata nel 2025 con lo scopo di guidare i soldati nella regione di Kharkiv. E ha sostenuto: «Questa è la conseguenza di decisioni gestionali a lungo termine a livello di corpo d’armata e della sua interazione con le unità. Allo stesso tempo, sono giunte segnalazioni secondo cui la situazione era organizzata e sotto controllo, il che, come tutti hanno potuto constatare, non corrisponde alla realtà». Stupisce però che i vertici militari non fossero a conoscenza che i soldati ucraini stessero morendo di fame, visto che Politico, già a novembre dello scorso anno, aveva parlato di «una zona grigia che si estende per circa 20 chilometri dal fronte» dove «i feriti vengono lasciati morire perché è estremamente difficile evacuarli, e rifornire le truppe al fronte con munizioni, cibo e acqua è quasi impossibile».
Chi non ha proferito parola è stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Dopo aver ottenuto l’approvazione del prestito di 90 miliardi, che a questo punto si spera garantisca condizioni migliori ai soldati al fronte, è tornato però sul tema dell’adesione dell’Ucraina all’Ue. «Abbiamo concordato con i nostri partner di aprire tutti i canali negoziali entro il 2026, e a mio avviso questo è un obiettivo raggiungibile». Se «sul percorso accelerato per la piena adesione, le opinioni in Europa variano», si è detto certo che «l’unica cosa su cui tutti concordano è che l’Ucraina debba diventare membro dell’Unione europea».
E con le trattative per arrivare alla pace in stallo, il leader di Kiev, ha dichiarato che l’Ucraina è pronta a partecipare «a colloqui trilaterali in Azerbaigian». L’annuncio è arrivato dopo un bilaterale con il presidente azero, Ilham Aliyev. I due hanno discusso «anche degli sforzi per la pace». Su X, Zelensky ha poi precisato che «l’Ucraina e l’Azerbaigian hanno firmato sei documenti in varie aree», inclusa quella dedicata al settore militare-industriale.
Intanto aumentano le tensioni tra Bucarest e Mosca dopo la caduta di un drone russo, diretto in Ucraina, nel territorio rumeno, nel comune di Galati. I detriti hanno causato per la prima volta dei danni materiali, con oltre 200 residenti che sono stati evacuati. Il ministero della Difesa romeno ha reso noto che i suoi radar «hanno rilevato droni operanti nello spazio aereo» del Paese. «Si tratta di un atto irresponsabile e provocatorio che viola i principi fondamentali del diritto internazionale», ha affermato il ministero degli Esteri romeno. Motivo per cui ieri ha convocato l’ambasciatore della Federazione Russa a Bucarest.
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro a sinistra il letame di fronte al ristorante che ha ospitato un evento di Gioventù nazionale a Venezia, in quello a destra la schedatura dei militanti di Azione studentesca a Firenze (Getty Images)
A discuterne però non sono semplici studenti. Viene infatti invitata un’organizzazione esterna, Firenze antifascista, che ha sede in un centro sociale occupato. Quindi illegale. I militanti di questo gruppo iniziano subito a sottolineare che l’antifascismo non ha a che fare solamente con il passato, con la lotta partigiana e la Resistenza. Ma anche con ciò che stiamo vivendo oggi. Mostrano alcune foto di Casaggì, il punto di riferimento della destra fiorentina, e spiegano come raggiungerlo. Proiettano poi anche le immagini dei suoi militanti e pure di quelli di Azione studentesca, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia. Si vedono volti di ragazzi giovani, anche giovanissimi, che hanno deciso di fare politica con il partito di Giorgia Meloni. È a questo punto che gli esponenti di Firenze antifascista chiedono al pubblico se ne riconoscono qualcuno. Una ragazza alza la mano e dice che sì, lei uno lo conosce. E che è proprio lì, tra il pubblico. Non fa il suo nome, certo, ma si gira nella direzione del giovane. Si trova in fondo alla sala e, in un attimo, si sente gli occhi di tutti i presenti puntati addosso. «Quando sono uscito dall’aula», racconta alla Verità il ragazzo, «mi hanno seguito e si sono messi davanti all’unica porta d’ingresso. Uno è venuto da me per prendermi in giro. Altri due poi mi hanno detto: “Levati dal cazzo che qui non puoi stare”». Il ragazzo torna in assemblea e viene continuamente osservato.
Una schedatura in piena regola, tanto che gli onorevoli Alessandro Amorese e Francesco Michelotti hanno scritto un’interrogazione al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara , per chiedere se non sia necessario avviare un’ispezione ministeriale presso gli istituti coinvolti e, soprattutto, per avere informazioni sui criteri attraverso i quali vengono scelte le sigle invitate a parlare negli istituti.
Non è, questo, un caso isolato. Sempre venerdì scorso, la sezione veneziana di Gioventù nazionale aveva organizzato la presentazione di un libro - Destra sociale: introduzione alla terza via, scritto da Marco Cassini per Passaggio al bosco - all’interno del ristorante «Al Casone». La notte prima dell’evento, però, viene scaricato del letame davanti al locale. Il tutto accompagnato dalla scritta: «Il libro è stato stimolante... buon 25 aprile». Nessuno rivendica apertamente il gesto, anche se il Laboratorioccupato Morion, il centro sociale di Castello, è il primo a dare (con un certo orgoglio) la notizia. «Il nostro rammarico è per il fastidio che hanno arrecato a Domenico, il titolare, e a Faisal, il cameriere, che aveva già ripulito dal letame prima del nostro arrivo, infine, agli operatori di Veritas che hanno dovuto trasportare il “peso” di chi non ha argomenti», commenta Jacopo Donatini, candidato di Fdi al consiglio comunale di Venezia.
Ma è in occasione del giorno della Liberazione che le anime belle della Resistenza 2.0 hanno dato il «meglio» di sé. A Catania, per esempio, è stato srotolato uno striscione con la scritta «Catania antifascista» sullo storico palazzo del Movimento sociale, oggi proprietà della fondazione An e sede di Fdi. «Fuori i fascisti dalla città», cantavano alcuni. Uno scenario simile anche a Bologna, dove alcuni manifestanti del corteo, guidato da Usb e Potere al popolo, hanno lanciato degli ortaggi contro la sede di Fratelli d’Italia, già vandalizzata nelle scorse settimane con la scritta «fasci appesi». «Si tratta dell’ennesimo atto vigliacco da parte degli appartenenti ai centri sociali, da sempre coccolati e difesi dalla Giunta rossa di Bologna. La presenza di una nostra sede a Bologna evidentemente dà molto fastidio a una sinistra democratica a parole, ma violenta nei fatti. Questi continui attacchi non ci fanno paura, e anzi, ci confermano che stiamo facendo bene e ci danno la forza per fare ancora di più per il bene della nostra città. Ringraziamo le forze dell'ordine presenti che hanno controllato la situazione ed impedito che la situazione degenerasse», commentano l’eurodeputatato Stefano Cavedagna e il coordinatore di Fdi a Bologna, Francesco Sassone. Ordinarie giornate di violenza da parte degli antifa. Che prima salgono sul palco per lanciare l’allarme sul pericolo fascismo. E poi schedano i militanti di destra, come nelle peggiori dittature. Rosse però.
Continua a leggereRiduci