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2022-05-27
I pescatori dell’Adriatico fermano le barche. Sarà un’estate senza pesce
Qualcosa di buono c’è: la dimostrazione che le roboanti proclamazioni dell’anno di… sono una presa in giro. Sì deve sapere che l’Onu e anche la Fao hanno proclamato il 2022 anno internazionale della pesca e dell’acquacoltura. Si sono accorti che mezzo mondo campa di pesce. Dovrebbero spiegarlo ai pescatori di Ancona che ieri hanno bloccato il porto con un corteo di protesta, a quelli dell’Adriatico - dalle Marche alla Puglia - che da una settimana non vanno in mare strozzati dal caro gasolio. Il movimento di protesta sta montando in tutti i porti d’Italia e porterà, se la situazione non si risolve, alla serrata totale delle marinerie. Lo avevano già fatto a marzo, sono pronti a rifarlo adesso perché non riescono più a sopportare i costi. Ovviamente nessuno gli risponde, ma attenzione perché questa «protesta a strascico» può far saltare anche una parte del fatturato turistico.
Ora hanno altro a cui pensare al governo: ci sono da privatizzare gli arenili, figurati se si possono occupare di quello che accade nel mare. E però farebbero bene a darci un’occhiata. Da una settimana le barche dell’Adriatico, che è il mare più pescoso tra i nostri, sono ferme all’ormeggio. Non ce la fanno più. Troppo alti i costi, troppo forte la concorrenza straniera, troppe le tasse. La crisi della nostra pesca parte da lontano. È almeno dal 2008 che ogni anno perdiamo circa il 5% del pescato e della flotta, ma è successo tutto in silenzio. Del resto loro stanno in alto mare. La situazione delle flotte pescherecce è disastrosa. Ad Ancona ieri gli armatori che hanno protestato fin sotto la prefettura e hanno chiesto - consegnando un dossier al prefetto Darco Pellos - un incontro con i ministri Stefano Patuanelli (Agricoltura) e Daniele Franco (Economia) con la mediazione di Luciana Lamorgese (Interni) per evitare che una serrata pacifica diventi una protesta rabbiosa. Ovviamente nessuno se li è filati. Ora tutto l’Adriatico è all’ormeggio. Ieri lo scalo dorico è stato bloccato per un paio d’ore. C’erano delegazioni delle flotte di Gaeta, di San Benedetto (due sere fa si sono rischiati scontri in porto), di Vasto e di Pescara da dove la serrata è partita quattro giorni fa. A Termoli c’è stato un sit in, a Selinunte tornano a farsi sentire gli armatori, ma anche la piccola pesca.
La serrata delle reti si sta allargando anche al Tirreno. Mercoledì notte a Porto Santo Stefano, nel grossetano, è arrivata una delegazione di cento armatori dei porti adriatici e del Sud e lì è stato stretto un patto tra tutte le marinerie. O arrivano risposte dal governo sul caro gasolio o non si va più in mare. La situazione la spiega bene Apollinare Lazzari, che guida l’Associazione produttori e pescatori di Ancona: «Ora paghiamo il carburante 1 euro e 20 centesimi al litro, una barca ne consuma sui 3.000 litri al giorno. Ed è chiaro che così non si può andare avanti. Noi, a differenza di altre imprese, non possiamo scaricare il costo sul prodotto. A noi serve un aiuto diretto, immediato; non chiediamo sconti o altre agevolazioni, ci occorre soltanto che il gasolio non superi un certo prezzo così da poter lavorare». Insomma più che un decreto aiuti lanciano proprio un Sos.
Il blocco delle paranze è faccenda che ricade direttamente anche sull’economia turistica del mare. È vero che con la privatizzazione delle spiagge il governo sembra intenzionato a non preoccuparsi dell’attrattiva mare, ma chi ha ristoranti nei luoghi di vacanza qualche problema se lo pone. Se Moreno Cedroni, due stelle Michelin incantevole il suo Clandestino nello specchio di mare del Conero, è disperato perché non trova personale, Marco Cupido, anche lui marchigiano, alla Degusteria è incerto se continuare a servire il fritto misto: «Con l’olio di girasole (causa guerra in Ucraina, ndr) passato da 90 centesimi a 3 euro al litro e il prezzo del pesce quasi raddoppiato, il fritto è diventato un piatto da ricchi». Ma anche gli sciatt in Val Chiavenna sono a rischio per il caro frittura.
Il pesce rischia di diventare merce rarissima. Gli italiani nel corso degli anni hanno continuato ad aumentare la quota di pescato consumato. Siamo a 29 chili a testa (la media europea è a 26, ma lontanissimi da Portogallo e Spagna che viaggiano sul mezzo quintale), ma il nostro ci basta per un mese. Sì, è così. Nonostante gli 8.500 chilometri di costa, la cattura di pesce italiano è pari a 193.000 tonnellate per un fatturato che sta sotto i 700 milioni di euro. L’acquacoltura, che è in sviluppo ed è comunque la migliore del mondo, soccorre con altre 157.000 tonnellate. Tutto il resto - e sono oltre 1 milione e 300.000 tonnellate - viene dall’estero, in particolare da Spagna (23%), Paesi Bassi (5,3%), Grecia e Regno Unito, ma quasi la metà viene da fuori Europa: fanno festa Thailandia, Cina ed Equador. La ragione? I giapponesi ci hanno fatto fuori tutti i tonni, non proteggiamo le nostre aree di pesca nei nostri mari fanno strascico tutti e la nostra marineria muore ogni anno di più.
Come si legge nel rapporto poliennale del ministero dell’Agricoltura (competente) che vale fino al prossimo anno: «Utilizzando il 2004 come anno di riferimento base, si registra una evidente e costante contrazione nella consistenza della flotta, che passa dai 14.873 battelli del 2004 agli 11.926 del 2020, registrando quindi un calo complessivo superiore ai 2.900 motopesca». A reggere sono rimaste le barche della piccola pesca, i pensionati del mare. Ah sia detto per inciso. Sono quelli che ormeggiano ai moletti degli stabilimenti balneari. In attesa che in nome della Bolkestein qualcuno li sfratti.
Ue sempre in panne sulle sanzioni: «Più si va avanti, più è difficile»
Sulle sanzioni a Mosca l’Europa appare più divisa che mai e i «pacchetti» già predisposti per indebolire Vladimir Putin stentano a decollare. Lo stesso dicasi per le ipotizzate, future sanzioni. Del resto, più si va avanti nell’inasprimento delle misure, più la situazione diventa divisiva, perché ogni Stato membro ha i suoi interessi da salvaguardare ma anche perché qualcuno comincia ad accorgersi che una sanzione che si rispetti dovrebbe danneggiare più chi la riceve che chi la dispone. Se ne è reso conto il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, rimarcando come l'Europa, che era partita con l’idea di bloccare del tutto il petrolio e il gas russi, potrà arrivare solo a un compromesso. «Si tratta di un problema etico gigantesco perché sappiamo bene che il Pil della Russia è basato sull’export di energia: alla fine la Commissione troverà una via d’uscita, che comunque sarà un compromesso».
I continui tira e molla tra membri dell’Europa «unita» non sfuggono a nessuna delle parti, tanto che il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, pur rispondendo al presidente Volodymyr Zelensky (il quale rimarcava la mancanza di unità in Europa sulla posizione da prendere nei confronti della guerra) che «l’unità europea è stata notevole e questo dovrebbe essere anche il piano per il futuro», ha dovuto poi aggiungere che comunque «più andremo avanti nelle sanzioni, più sarà difficile, poiché ci sono realtà diverse nei diversi Paesi membri».
L’imbarazzo è palpabile e sta venendo a galla una realtà forse prevedibile: imprese e realtà economiche di vari Paesi europei non vogliono rispettare le sanzioni che danneggiano più loro che il «nemico», quindi stanno mettendo in moto strategie volte ad aggirarle. L’esecutivo comunitario è stato costretto a correre ai ripari, proponendo di aggiungere la violazione delle misure restrittive all’elenco dei reati Ue. È dunque in preparazione la Direttiva sulle sanzioni penali, dove saranno elencati reati come «intraprendere azioni o attività volte ad aggirare direttamente o indirettamente le sanzioni, anche occultando attività», «non congelare fondi appartenenti, detenuti o controllati da una persona/entità» oggetto di sanzioni o «intraprendere operazioni, quali l’importazione o l’esportazione di merci soggette a divieti commerciali».
La strada per concordare il sesto pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa - compreso appunto l’embargo sui prodotti petroliferi - ma anche quella per preparare un settimo pacchetto, appare dunque tutta in salita. «L’Unione europea può ancora trovare un accordo sull’embargo per il petrolio russo nei prossimi giorni o ricorrere ad altri strumenti», ha detto fiducioso il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck. Finora, però, i colloqui all’interno dell’Ue sulla proposta di embargo non hanno portato a una svolta, con l’Ungheria che ha posto un veto. Tra cinque giorni ci sarà il prossimo Consiglio della Ue ma l’accordo sembra lontano anni luce. Resta da vedere quali siano gli «altri strumenti» menzionati dalla Germania.
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Serrata per protestare contro i rincari del gasolio. E lo stop inizia a estendersi pure al mar Tirreno. Il blocco delle forniture finirà per danneggiare anche il turismo.Roberta Metsola ammette la mancanza di unità sulle sanzioni. Roberto Cingolani: «Ci sarà un compromesso».Lo speciale contiene due articoli.Qualcosa di buono c’è: la dimostrazione che le roboanti proclamazioni dell’anno di… sono una presa in giro. Sì deve sapere che l’Onu e anche la Fao hanno proclamato il 2022 anno internazionale della pesca e dell’acquacoltura. Si sono accorti che mezzo mondo campa di pesce. Dovrebbero spiegarlo ai pescatori di Ancona che ieri hanno bloccato il porto con un corteo di protesta, a quelli dell’Adriatico - dalle Marche alla Puglia - che da una settimana non vanno in mare strozzati dal caro gasolio. Il movimento di protesta sta montando in tutti i porti d’Italia e porterà, se la situazione non si risolve, alla serrata totale delle marinerie. Lo avevano già fatto a marzo, sono pronti a rifarlo adesso perché non riescono più a sopportare i costi. Ovviamente nessuno gli risponde, ma attenzione perché questa «protesta a strascico» può far saltare anche una parte del fatturato turistico. Ora hanno altro a cui pensare al governo: ci sono da privatizzare gli arenili, figurati se si possono occupare di quello che accade nel mare. E però farebbero bene a darci un’occhiata. Da una settimana le barche dell’Adriatico, che è il mare più pescoso tra i nostri, sono ferme all’ormeggio. Non ce la fanno più. Troppo alti i costi, troppo forte la concorrenza straniera, troppe le tasse. La crisi della nostra pesca parte da lontano. È almeno dal 2008 che ogni anno perdiamo circa il 5% del pescato e della flotta, ma è successo tutto in silenzio. Del resto loro stanno in alto mare. La situazione delle flotte pescherecce è disastrosa. Ad Ancona ieri gli armatori che hanno protestato fin sotto la prefettura e hanno chiesto - consegnando un dossier al prefetto Darco Pellos - un incontro con i ministri Stefano Patuanelli (Agricoltura) e Daniele Franco (Economia) con la mediazione di Luciana Lamorgese (Interni) per evitare che una serrata pacifica diventi una protesta rabbiosa. Ovviamente nessuno se li è filati. Ora tutto l’Adriatico è all’ormeggio. Ieri lo scalo dorico è stato bloccato per un paio d’ore. C’erano delegazioni delle flotte di Gaeta, di San Benedetto (due sere fa si sono rischiati scontri in porto), di Vasto e di Pescara da dove la serrata è partita quattro giorni fa. A Termoli c’è stato un sit in, a Selinunte tornano a farsi sentire gli armatori, ma anche la piccola pesca. La serrata delle reti si sta allargando anche al Tirreno. Mercoledì notte a Porto Santo Stefano, nel grossetano, è arrivata una delegazione di cento armatori dei porti adriatici e del Sud e lì è stato stretto un patto tra tutte le marinerie. O arrivano risposte dal governo sul caro gasolio o non si va più in mare. La situazione la spiega bene Apollinare Lazzari, che guida l’Associazione produttori e pescatori di Ancona: «Ora paghiamo il carburante 1 euro e 20 centesimi al litro, una barca ne consuma sui 3.000 litri al giorno. Ed è chiaro che così non si può andare avanti. Noi, a differenza di altre imprese, non possiamo scaricare il costo sul prodotto. A noi serve un aiuto diretto, immediato; non chiediamo sconti o altre agevolazioni, ci occorre soltanto che il gasolio non superi un certo prezzo così da poter lavorare». Insomma più che un decreto aiuti lanciano proprio un Sos. Il blocco delle paranze è faccenda che ricade direttamente anche sull’economia turistica del mare. È vero che con la privatizzazione delle spiagge il governo sembra intenzionato a non preoccuparsi dell’attrattiva mare, ma chi ha ristoranti nei luoghi di vacanza qualche problema se lo pone. Se Moreno Cedroni, due stelle Michelin incantevole il suo Clandestino nello specchio di mare del Conero, è disperato perché non trova personale, Marco Cupido, anche lui marchigiano, alla Degusteria è incerto se continuare a servire il fritto misto: «Con l’olio di girasole (causa guerra in Ucraina, ndr) passato da 90 centesimi a 3 euro al litro e il prezzo del pesce quasi raddoppiato, il fritto è diventato un piatto da ricchi». Ma anche gli sciatt in Val Chiavenna sono a rischio per il caro frittura. Il pesce rischia di diventare merce rarissima. Gli italiani nel corso degli anni hanno continuato ad aumentare la quota di pescato consumato. Siamo a 29 chili a testa (la media europea è a 26, ma lontanissimi da Portogallo e Spagna che viaggiano sul mezzo quintale), ma il nostro ci basta per un mese. Sì, è così. Nonostante gli 8.500 chilometri di costa, la cattura di pesce italiano è pari a 193.000 tonnellate per un fatturato che sta sotto i 700 milioni di euro. L’acquacoltura, che è in sviluppo ed è comunque la migliore del mondo, soccorre con altre 157.000 tonnellate. Tutto il resto - e sono oltre 1 milione e 300.000 tonnellate - viene dall’estero, in particolare da Spagna (23%), Paesi Bassi (5,3%), Grecia e Regno Unito, ma quasi la metà viene da fuori Europa: fanno festa Thailandia, Cina ed Equador. La ragione? I giapponesi ci hanno fatto fuori tutti i tonni, non proteggiamo le nostre aree di pesca nei nostri mari fanno strascico tutti e la nostra marineria muore ogni anno di più. Come si legge nel rapporto poliennale del ministero dell’Agricoltura (competente) che vale fino al prossimo anno: «Utilizzando il 2004 come anno di riferimento base, si registra una evidente e costante contrazione nella consistenza della flotta, che passa dai 14.873 battelli del 2004 agli 11.926 del 2020, registrando quindi un calo complessivo superiore ai 2.900 motopesca». A reggere sono rimaste le barche della piccola pesca, i pensionati del mare. Ah sia detto per inciso. Sono quelli che ormeggiano ai moletti degli stabilimenti balneari. 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Del resto, più si va avanti nell’inasprimento delle misure, più la situazione diventa divisiva, perché ogni Stato membro ha i suoi interessi da salvaguardare ma anche perché qualcuno comincia ad accorgersi che una sanzione che si rispetti dovrebbe danneggiare più chi la riceve che chi la dispone. Se ne è reso conto il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, rimarcando come l'Europa, che era partita con l’idea di bloccare del tutto il petrolio e il gas russi, potrà arrivare solo a un compromesso. «Si tratta di un problema etico gigantesco perché sappiamo bene che il Pil della Russia è basato sull’export di energia: alla fine la Commissione troverà una via d’uscita, che comunque sarà un compromesso». I continui tira e molla tra membri dell’Europa «unita» non sfuggono a nessuna delle parti, tanto che il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, pur rispondendo al presidente Volodymyr Zelensky (il quale rimarcava la mancanza di unità in Europa sulla posizione da prendere nei confronti della guerra) che «l’unità europea è stata notevole e questo dovrebbe essere anche il piano per il futuro», ha dovuto poi aggiungere che comunque «più andremo avanti nelle sanzioni, più sarà difficile, poiché ci sono realtà diverse nei diversi Paesi membri». L’imbarazzo è palpabile e sta venendo a galla una realtà forse prevedibile: imprese e realtà economiche di vari Paesi europei non vogliono rispettare le sanzioni che danneggiano più loro che il «nemico», quindi stanno mettendo in moto strategie volte ad aggirarle. L’esecutivo comunitario è stato costretto a correre ai ripari, proponendo di aggiungere la violazione delle misure restrittive all’elenco dei reati Ue. È dunque in preparazione la Direttiva sulle sanzioni penali, dove saranno elencati reati come «intraprendere azioni o attività volte ad aggirare direttamente o indirettamente le sanzioni, anche occultando attività», «non congelare fondi appartenenti, detenuti o controllati da una persona/entità» oggetto di sanzioni o «intraprendere operazioni, quali l’importazione o l’esportazione di merci soggette a divieti commerciali». La strada per concordare il sesto pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa - compreso appunto l’embargo sui prodotti petroliferi - ma anche quella per preparare un settimo pacchetto, appare dunque tutta in salita. «L’Unione europea può ancora trovare un accordo sull’embargo per il petrolio russo nei prossimi giorni o ricorrere ad altri strumenti», ha detto fiducioso il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck. Finora, però, i colloqui all’interno dell’Ue sulla proposta di embargo non hanno portato a una svolta, con l’Ungheria che ha posto un veto. Tra cinque giorni ci sarà il prossimo Consiglio della Ue ma l’accordo sembra lontano anni luce. Resta da vedere quali siano gli «altri strumenti» menzionati dalla Germania.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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