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2022-05-27
I pescatori dell’Adriatico fermano le barche. Sarà un’estate senza pesce
Qualcosa di buono c’è: la dimostrazione che le roboanti proclamazioni dell’anno di… sono una presa in giro. Sì deve sapere che l’Onu e anche la Fao hanno proclamato il 2022 anno internazionale della pesca e dell’acquacoltura. Si sono accorti che mezzo mondo campa di pesce. Dovrebbero spiegarlo ai pescatori di Ancona che ieri hanno bloccato il porto con un corteo di protesta, a quelli dell’Adriatico - dalle Marche alla Puglia - che da una settimana non vanno in mare strozzati dal caro gasolio. Il movimento di protesta sta montando in tutti i porti d’Italia e porterà, se la situazione non si risolve, alla serrata totale delle marinerie. Lo avevano già fatto a marzo, sono pronti a rifarlo adesso perché non riescono più a sopportare i costi. Ovviamente nessuno gli risponde, ma attenzione perché questa «protesta a strascico» può far saltare anche una parte del fatturato turistico.
Ora hanno altro a cui pensare al governo: ci sono da privatizzare gli arenili, figurati se si possono occupare di quello che accade nel mare. E però farebbero bene a darci un’occhiata. Da una settimana le barche dell’Adriatico, che è il mare più pescoso tra i nostri, sono ferme all’ormeggio. Non ce la fanno più. Troppo alti i costi, troppo forte la concorrenza straniera, troppe le tasse. La crisi della nostra pesca parte da lontano. È almeno dal 2008 che ogni anno perdiamo circa il 5% del pescato e della flotta, ma è successo tutto in silenzio. Del resto loro stanno in alto mare. La situazione delle flotte pescherecce è disastrosa. Ad Ancona ieri gli armatori che hanno protestato fin sotto la prefettura e hanno chiesto - consegnando un dossier al prefetto Darco Pellos - un incontro con i ministri Stefano Patuanelli (Agricoltura) e Daniele Franco (Economia) con la mediazione di Luciana Lamorgese (Interni) per evitare che una serrata pacifica diventi una protesta rabbiosa. Ovviamente nessuno se li è filati. Ora tutto l’Adriatico è all’ormeggio. Ieri lo scalo dorico è stato bloccato per un paio d’ore. C’erano delegazioni delle flotte di Gaeta, di San Benedetto (due sere fa si sono rischiati scontri in porto), di Vasto e di Pescara da dove la serrata è partita quattro giorni fa. A Termoli c’è stato un sit in, a Selinunte tornano a farsi sentire gli armatori, ma anche la piccola pesca.
La serrata delle reti si sta allargando anche al Tirreno. Mercoledì notte a Porto Santo Stefano, nel grossetano, è arrivata una delegazione di cento armatori dei porti adriatici e del Sud e lì è stato stretto un patto tra tutte le marinerie. O arrivano risposte dal governo sul caro gasolio o non si va più in mare. La situazione la spiega bene Apollinare Lazzari, che guida l’Associazione produttori e pescatori di Ancona: «Ora paghiamo il carburante 1 euro e 20 centesimi al litro, una barca ne consuma sui 3.000 litri al giorno. Ed è chiaro che così non si può andare avanti. Noi, a differenza di altre imprese, non possiamo scaricare il costo sul prodotto. A noi serve un aiuto diretto, immediato; non chiediamo sconti o altre agevolazioni, ci occorre soltanto che il gasolio non superi un certo prezzo così da poter lavorare». Insomma più che un decreto aiuti lanciano proprio un Sos.
Il blocco delle paranze è faccenda che ricade direttamente anche sull’economia turistica del mare. È vero che con la privatizzazione delle spiagge il governo sembra intenzionato a non preoccuparsi dell’attrattiva mare, ma chi ha ristoranti nei luoghi di vacanza qualche problema se lo pone. Se Moreno Cedroni, due stelle Michelin incantevole il suo Clandestino nello specchio di mare del Conero, è disperato perché non trova personale, Marco Cupido, anche lui marchigiano, alla Degusteria è incerto se continuare a servire il fritto misto: «Con l’olio di girasole (causa guerra in Ucraina, ndr) passato da 90 centesimi a 3 euro al litro e il prezzo del pesce quasi raddoppiato, il fritto è diventato un piatto da ricchi». Ma anche gli sciatt in Val Chiavenna sono a rischio per il caro frittura.
Il pesce rischia di diventare merce rarissima. Gli italiani nel corso degli anni hanno continuato ad aumentare la quota di pescato consumato. Siamo a 29 chili a testa (la media europea è a 26, ma lontanissimi da Portogallo e Spagna che viaggiano sul mezzo quintale), ma il nostro ci basta per un mese. Sì, è così. Nonostante gli 8.500 chilometri di costa, la cattura di pesce italiano è pari a 193.000 tonnellate per un fatturato che sta sotto i 700 milioni di euro. L’acquacoltura, che è in sviluppo ed è comunque la migliore del mondo, soccorre con altre 157.000 tonnellate. Tutto il resto - e sono oltre 1 milione e 300.000 tonnellate - viene dall’estero, in particolare da Spagna (23%), Paesi Bassi (5,3%), Grecia e Regno Unito, ma quasi la metà viene da fuori Europa: fanno festa Thailandia, Cina ed Equador. La ragione? I giapponesi ci hanno fatto fuori tutti i tonni, non proteggiamo le nostre aree di pesca nei nostri mari fanno strascico tutti e la nostra marineria muore ogni anno di più.
Come si legge nel rapporto poliennale del ministero dell’Agricoltura (competente) che vale fino al prossimo anno: «Utilizzando il 2004 come anno di riferimento base, si registra una evidente e costante contrazione nella consistenza della flotta, che passa dai 14.873 battelli del 2004 agli 11.926 del 2020, registrando quindi un calo complessivo superiore ai 2.900 motopesca». A reggere sono rimaste le barche della piccola pesca, i pensionati del mare. Ah sia detto per inciso. Sono quelli che ormeggiano ai moletti degli stabilimenti balneari. In attesa che in nome della Bolkestein qualcuno li sfratti.
Ue sempre in panne sulle sanzioni: «Più si va avanti, più è difficile»
Sulle sanzioni a Mosca l’Europa appare più divisa che mai e i «pacchetti» già predisposti per indebolire Vladimir Putin stentano a decollare. Lo stesso dicasi per le ipotizzate, future sanzioni. Del resto, più si va avanti nell’inasprimento delle misure, più la situazione diventa divisiva, perché ogni Stato membro ha i suoi interessi da salvaguardare ma anche perché qualcuno comincia ad accorgersi che una sanzione che si rispetti dovrebbe danneggiare più chi la riceve che chi la dispone. Se ne è reso conto il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, rimarcando come l'Europa, che era partita con l’idea di bloccare del tutto il petrolio e il gas russi, potrà arrivare solo a un compromesso. «Si tratta di un problema etico gigantesco perché sappiamo bene che il Pil della Russia è basato sull’export di energia: alla fine la Commissione troverà una via d’uscita, che comunque sarà un compromesso».
I continui tira e molla tra membri dell’Europa «unita» non sfuggono a nessuna delle parti, tanto che il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, pur rispondendo al presidente Volodymyr Zelensky (il quale rimarcava la mancanza di unità in Europa sulla posizione da prendere nei confronti della guerra) che «l’unità europea è stata notevole e questo dovrebbe essere anche il piano per il futuro», ha dovuto poi aggiungere che comunque «più andremo avanti nelle sanzioni, più sarà difficile, poiché ci sono realtà diverse nei diversi Paesi membri».
L’imbarazzo è palpabile e sta venendo a galla una realtà forse prevedibile: imprese e realtà economiche di vari Paesi europei non vogliono rispettare le sanzioni che danneggiano più loro che il «nemico», quindi stanno mettendo in moto strategie volte ad aggirarle. L’esecutivo comunitario è stato costretto a correre ai ripari, proponendo di aggiungere la violazione delle misure restrittive all’elenco dei reati Ue. È dunque in preparazione la Direttiva sulle sanzioni penali, dove saranno elencati reati come «intraprendere azioni o attività volte ad aggirare direttamente o indirettamente le sanzioni, anche occultando attività», «non congelare fondi appartenenti, detenuti o controllati da una persona/entità» oggetto di sanzioni o «intraprendere operazioni, quali l’importazione o l’esportazione di merci soggette a divieti commerciali».
La strada per concordare il sesto pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa - compreso appunto l’embargo sui prodotti petroliferi - ma anche quella per preparare un settimo pacchetto, appare dunque tutta in salita. «L’Unione europea può ancora trovare un accordo sull’embargo per il petrolio russo nei prossimi giorni o ricorrere ad altri strumenti», ha detto fiducioso il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck. Finora, però, i colloqui all’interno dell’Ue sulla proposta di embargo non hanno portato a una svolta, con l’Ungheria che ha posto un veto. Tra cinque giorni ci sarà il prossimo Consiglio della Ue ma l’accordo sembra lontano anni luce. Resta da vedere quali siano gli «altri strumenti» menzionati dalla Germania.
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Serrata per protestare contro i rincari del gasolio. E lo stop inizia a estendersi pure al mar Tirreno. Il blocco delle forniture finirà per danneggiare anche il turismo.Roberta Metsola ammette la mancanza di unità sulle sanzioni. Roberto Cingolani: «Ci sarà un compromesso».Lo speciale contiene due articoli.Qualcosa di buono c’è: la dimostrazione che le roboanti proclamazioni dell’anno di… sono una presa in giro. Sì deve sapere che l’Onu e anche la Fao hanno proclamato il 2022 anno internazionale della pesca e dell’acquacoltura. Si sono accorti che mezzo mondo campa di pesce. Dovrebbero spiegarlo ai pescatori di Ancona che ieri hanno bloccato il porto con un corteo di protesta, a quelli dell’Adriatico - dalle Marche alla Puglia - che da una settimana non vanno in mare strozzati dal caro gasolio. Il movimento di protesta sta montando in tutti i porti d’Italia e porterà, se la situazione non si risolve, alla serrata totale delle marinerie. Lo avevano già fatto a marzo, sono pronti a rifarlo adesso perché non riescono più a sopportare i costi. Ovviamente nessuno gli risponde, ma attenzione perché questa «protesta a strascico» può far saltare anche una parte del fatturato turistico. Ora hanno altro a cui pensare al governo: ci sono da privatizzare gli arenili, figurati se si possono occupare di quello che accade nel mare. E però farebbero bene a darci un’occhiata. Da una settimana le barche dell’Adriatico, che è il mare più pescoso tra i nostri, sono ferme all’ormeggio. Non ce la fanno più. Troppo alti i costi, troppo forte la concorrenza straniera, troppe le tasse. La crisi della nostra pesca parte da lontano. È almeno dal 2008 che ogni anno perdiamo circa il 5% del pescato e della flotta, ma è successo tutto in silenzio. Del resto loro stanno in alto mare. La situazione delle flotte pescherecce è disastrosa. Ad Ancona ieri gli armatori che hanno protestato fin sotto la prefettura e hanno chiesto - consegnando un dossier al prefetto Darco Pellos - un incontro con i ministri Stefano Patuanelli (Agricoltura) e Daniele Franco (Economia) con la mediazione di Luciana Lamorgese (Interni) per evitare che una serrata pacifica diventi una protesta rabbiosa. Ovviamente nessuno se li è filati. Ora tutto l’Adriatico è all’ormeggio. Ieri lo scalo dorico è stato bloccato per un paio d’ore. C’erano delegazioni delle flotte di Gaeta, di San Benedetto (due sere fa si sono rischiati scontri in porto), di Vasto e di Pescara da dove la serrata è partita quattro giorni fa. A Termoli c’è stato un sit in, a Selinunte tornano a farsi sentire gli armatori, ma anche la piccola pesca. La serrata delle reti si sta allargando anche al Tirreno. Mercoledì notte a Porto Santo Stefano, nel grossetano, è arrivata una delegazione di cento armatori dei porti adriatici e del Sud e lì è stato stretto un patto tra tutte le marinerie. O arrivano risposte dal governo sul caro gasolio o non si va più in mare. La situazione la spiega bene Apollinare Lazzari, che guida l’Associazione produttori e pescatori di Ancona: «Ora paghiamo il carburante 1 euro e 20 centesimi al litro, una barca ne consuma sui 3.000 litri al giorno. Ed è chiaro che così non si può andare avanti. Noi, a differenza di altre imprese, non possiamo scaricare il costo sul prodotto. A noi serve un aiuto diretto, immediato; non chiediamo sconti o altre agevolazioni, ci occorre soltanto che il gasolio non superi un certo prezzo così da poter lavorare». Insomma più che un decreto aiuti lanciano proprio un Sos. Il blocco delle paranze è faccenda che ricade direttamente anche sull’economia turistica del mare. È vero che con la privatizzazione delle spiagge il governo sembra intenzionato a non preoccuparsi dell’attrattiva mare, ma chi ha ristoranti nei luoghi di vacanza qualche problema se lo pone. Se Moreno Cedroni, due stelle Michelin incantevole il suo Clandestino nello specchio di mare del Conero, è disperato perché non trova personale, Marco Cupido, anche lui marchigiano, alla Degusteria è incerto se continuare a servire il fritto misto: «Con l’olio di girasole (causa guerra in Ucraina, ndr) passato da 90 centesimi a 3 euro al litro e il prezzo del pesce quasi raddoppiato, il fritto è diventato un piatto da ricchi». Ma anche gli sciatt in Val Chiavenna sono a rischio per il caro frittura. Il pesce rischia di diventare merce rarissima. Gli italiani nel corso degli anni hanno continuato ad aumentare la quota di pescato consumato. Siamo a 29 chili a testa (la media europea è a 26, ma lontanissimi da Portogallo e Spagna che viaggiano sul mezzo quintale), ma il nostro ci basta per un mese. Sì, è così. Nonostante gli 8.500 chilometri di costa, la cattura di pesce italiano è pari a 193.000 tonnellate per un fatturato che sta sotto i 700 milioni di euro. L’acquacoltura, che è in sviluppo ed è comunque la migliore del mondo, soccorre con altre 157.000 tonnellate. Tutto il resto - e sono oltre 1 milione e 300.000 tonnellate - viene dall’estero, in particolare da Spagna (23%), Paesi Bassi (5,3%), Grecia e Regno Unito, ma quasi la metà viene da fuori Europa: fanno festa Thailandia, Cina ed Equador. La ragione? I giapponesi ci hanno fatto fuori tutti i tonni, non proteggiamo le nostre aree di pesca nei nostri mari fanno strascico tutti e la nostra marineria muore ogni anno di più. Come si legge nel rapporto poliennale del ministero dell’Agricoltura (competente) che vale fino al prossimo anno: «Utilizzando il 2004 come anno di riferimento base, si registra una evidente e costante contrazione nella consistenza della flotta, che passa dai 14.873 battelli del 2004 agli 11.926 del 2020, registrando quindi un calo complessivo superiore ai 2.900 motopesca». A reggere sono rimaste le barche della piccola pesca, i pensionati del mare. Ah sia detto per inciso. Sono quelli che ormeggiano ai moletti degli stabilimenti balneari. 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Del resto, più si va avanti nell’inasprimento delle misure, più la situazione diventa divisiva, perché ogni Stato membro ha i suoi interessi da salvaguardare ma anche perché qualcuno comincia ad accorgersi che una sanzione che si rispetti dovrebbe danneggiare più chi la riceve che chi la dispone. Se ne è reso conto il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, rimarcando come l'Europa, che era partita con l’idea di bloccare del tutto il petrolio e il gas russi, potrà arrivare solo a un compromesso. «Si tratta di un problema etico gigantesco perché sappiamo bene che il Pil della Russia è basato sull’export di energia: alla fine la Commissione troverà una via d’uscita, che comunque sarà un compromesso». I continui tira e molla tra membri dell’Europa «unita» non sfuggono a nessuna delle parti, tanto che il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, pur rispondendo al presidente Volodymyr Zelensky (il quale rimarcava la mancanza di unità in Europa sulla posizione da prendere nei confronti della guerra) che «l’unità europea è stata notevole e questo dovrebbe essere anche il piano per il futuro», ha dovuto poi aggiungere che comunque «più andremo avanti nelle sanzioni, più sarà difficile, poiché ci sono realtà diverse nei diversi Paesi membri». L’imbarazzo è palpabile e sta venendo a galla una realtà forse prevedibile: imprese e realtà economiche di vari Paesi europei non vogliono rispettare le sanzioni che danneggiano più loro che il «nemico», quindi stanno mettendo in moto strategie volte ad aggirarle. L’esecutivo comunitario è stato costretto a correre ai ripari, proponendo di aggiungere la violazione delle misure restrittive all’elenco dei reati Ue. È dunque in preparazione la Direttiva sulle sanzioni penali, dove saranno elencati reati come «intraprendere azioni o attività volte ad aggirare direttamente o indirettamente le sanzioni, anche occultando attività», «non congelare fondi appartenenti, detenuti o controllati da una persona/entità» oggetto di sanzioni o «intraprendere operazioni, quali l’importazione o l’esportazione di merci soggette a divieti commerciali». La strada per concordare il sesto pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa - compreso appunto l’embargo sui prodotti petroliferi - ma anche quella per preparare un settimo pacchetto, appare dunque tutta in salita. «L’Unione europea può ancora trovare un accordo sull’embargo per il petrolio russo nei prossimi giorni o ricorrere ad altri strumenti», ha detto fiducioso il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck. Finora, però, i colloqui all’interno dell’Ue sulla proposta di embargo non hanno portato a una svolta, con l’Ungheria che ha posto un veto. Tra cinque giorni ci sarà il prossimo Consiglio della Ue ma l’accordo sembra lontano anni luce. Resta da vedere quali siano gli «altri strumenti» menzionati dalla Germania.
Nessuno sia lasciato indietro. Il diritto di Taiwan a cooperare per una salute universale
Dal 18 al 23 maggio 2026, mentre si svolge a Ginevra la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), una questione di giustizia e sicurezza globale rimane aperta e inaccettabilmente irrisolta. Nonostante il passare degli anni, la partecipazione di Taiwan ai lavori dell'Assemblea continua a essere ostacolata, lasciando un vuoto ingiustificabile nella rete sanitaria internazionale. L’AMS affronta temi cruciali sulla salute, dall'impatto del cambiamento climatico alla preparazione verso nuove pandemie e alla lotta contro la resistenza antimicrobica, eppure si continua a permettere che ragioni politiche prevalgano sul diritto universale alla salute, emarginando un Paese libero e democratico da un dialogo che appartiene a tutti.
L’esclusione di Taiwan dal sistema delle Nazioni Unite e dalle sue agenzie specializzate affonda le radici in una grave e persistente distorsione della Risoluzione 2758. È necessario ribadire con fermezza che tale documento, insieme alla Risoluzione 25.1 dell’AMS, affronta esclusivamente la rappresentanza della Cina all’ONU, ma non menziona Taiwan, non stabilisce che sia parte della Repubblica Popolare Cinese, né le conferisce il diritto di rappresentarla. Solo il governo democraticamente eletto di Taiwan può dare voce ai suoi 23 milioni di abitanti. Subire questa imposizione esterna è un’ingiustizia verso un intero popolo e mina l'integrità della sicurezza sanitaria globale.
Negli ultimi anni, il sostegno internazionale a favore di Taiwan è aumentato. In Italia, la Camera dei deputati ha approvato diverse risoluzioni, in particolare nel marzo 2025 ha approvato il documento finale dell’indagine conoscitiva sull’Indo-Pacifico, riaffermando l’importanza di Taiwan per la stabilità della regione. Nel mese di novembre 2025, l'Aula consiliare della Regione Lombardia ha compiuto un passo storico, approvando all'unanimità la mozione n. 370. L'atto promuove l’inclusione del Paese nelle organizzazioni internazionali, agendo concretamente contro il suo isolamento diplomatico. Un simile orientamento è condiviso anche dal Parlamento Europeo, dai suoi Stati membri e da numerosi altri governi, tra cui quelli di Giappone, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, che hanno adottato risoluzioni affini, condannando le provocazioni militari della Cina e l’uso strumentale derivante dalla distorta interpretazione della Risoluzione 2758. Tali iniziative testimoniano la crescente consapevolezza delle democrazie mondiali e la ferma volontà di porre fine a un’emarginazione forzata e non più sostenibile per garantire a Taiwan il pieno riconoscimento nel contesto internazionale.
Taiwan ha dato prova di una competenza straordinaria nella gestione delle crisi e nell’innovazione medica. Nel 2025, ha raggiunto con cinque anni di anticipo i target dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'eliminazione dell'epatite C, portando i tassi di diagnosi e trattamento sopra il 90%. La sua esperienza nella prevenzione delle malattie infettive, supportata da un sistema di sorveglianza digitale all'avanguardia, è un bene pubblico che il mondo non può permettersi di sprecare. Oltre alla gestione delle emergenze, sta guidando la transizione verso la "Sanità Intelligente". Attraverso l’implementazione del Programma 888 per il monitoraggio delle patologie croniche e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei protocolli clinici, ha sviluppato modelli di cura predittiva con il potenziale di rivoluzionare l'efficienza dei sistemi sanitari.
In netto contrasto con questi contributi, dal 2017 a oggi la partecipazione di Taiwan ai meccanismi tecnici e informativi dell'OMS è stata drasticamente ridotta a causa dell'ostruzionismo di Pechino. Tale esclusione compromette la capacità di risposta globale, come abbiamo tragicamente appreso durante la pandemia di COVID-19, quando i nostri tempestivi segnali d'allerta rimasero inascoltati. Nell’attuale scenario del 2026, rinnoviamo con urgenza l’appello affinché l'Italia e la comunità internazionale si pongano come contrappeso a queste pressioni arbitrarie e discriminatorie. Sostenere l’ammissione di Taiwan in qualità di osservatore alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate non è un gesto politico contro qualcuno, ma un gesto di responsabilità verso tutti.
Taiwan è sempre pronta a mettere a disposizione strategie, tecnologie avanzate e l'eccellenza dei propri professionisti nella convinzione che il diritto alla salute e la sicurezza non debbano conoscere confini. “Insieme è meglio”, solo se nessuno viene lasciato indietro.
Riccardo Tsan Nan Lin
Direttore Generale
Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia
Ufficio di Milano
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La società IT presenta a Milano una nuova piattaforma gestionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane. Automazione, integrazione con l’ecosistema Microsoft e modello «pay per use» al centro del progetto, con focus su produttività e digitalizzazione dei processi aziendali.
Le piccole e medie imprese italiane restano il cuore dell’economia del Paese, ma spesso affrontano la trasformazione digitale con strumenti limitati, costi elevati e processi ancora troppo manuali. È su questo terreno che Cegeka prova a inserirsi con SPACEplus, nuova piattaforma ERP presentata a Milano nella sede di Comin & Partners.
L’obiettivo dichiarato dall’azienda è rendere accessibili anche alle Pmi strumenti normalmente riservati a realtà più strutturate: gestione automatizzata dei processi aziendali, integrazione dell’intelligenza artificiale e un modello di utilizzo «pay per use», che consente alle imprese di attivare solo i moduli realmente necessari.
SPACEplus nasce dall’evoluzione delle precedenti piattaforme sviluppate da Cegeka negli ultimi decenni. Il progetto mantiene alcuni elementi storici della famiglia SPACE - modularità, personalizzazione e semplicità di utilizzo - ma introduce una nuova architettura tecnologica pensata per aumentare prestazioni e scalabilità. La piattaforma è stata sviluppata con un’attenzione particolare alle esigenze delle Pmi italiane, soprattutto nei settori manifatturiero, metallurgico, cosmetico, dell’occhialeria, dell’Oil & Gas, della plastica e dei servizi. Il sistema punta ad accompagnare le aziende nella gestione quotidiana di attività amministrative, produzione, gestione ordini e monitoraggio operativo.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi aziendali. SPACEplus utilizza sistemi di automazione per attività come analisi documentale, inserimento dati, precompilazione e gestione ordini, fino alle analisi avanzate a supporto delle decisioni aziendali. La piattaforma dialoga inoltre con l’ecosistema Microsoft e Office 365, integrando strumenti come Teams, Excel, Outlook e Power BI per trasformare dati e documenti in dashboard e flussi automatizzati.
Secondo Cegeka, i benefici osservati riguardano soprattutto la riduzione dei tempi operativi, una maggiore accuratezza nella gestione dei dati e una diminuzione delle attività manuali ripetitive. «Il mercato degli ERP per le Pmi italiane aveva bisogno di essere ripensato», ha spiegato Lorenzo Greco, amministratore delegato di Cegeka Italia. «SPACEplus mette la sovranità digitale e la velocità decisionale al centro, trasformando uno strumento gestionale in un vero vantaggio competitivo». L’azienda ha inoltre delineato una roadmap di sviluppo che guarda al 2030, con l’obiettivo di evolvere progressivamente la piattaforma verso un’architettura cross-platform basata su .NET10 e di aggiornare in modo continuo le funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
Fondata nel 1992 in Belgio da André Knaepen, Cegeka opera oggi in 17 Paesi con oltre 9.000 dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato 1,28 miliardi di euro. In Italia il gruppo conta circa 500 professionisti e concentra la propria attività su cloud, cybersecurity, data management, AI e business applications.
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Edifici residenziali fatiscenti e danneggiati costeggiano le strade dell'Avana, a testimonianza di anni di degrado e mancanza di manutenzione, in un contesto di persistente difficoltà economica (Getty Images)
Washington colpisce Gaesa, il colosso statale che controlla oltre il 40% dell’economia cubana, imponendo lo stop ai rapporti con L’Avana entro il 5 giugno. Diaz-Canel denuncia un attacco «genocida», mentre l’isola sprofonda fra blackout e crisi del turismo.
Nello scontro fra Cuba e Donald Trump si è aperto un nuovo capitolo e l’amministrazione statunitense ha imposto l’ennesimo pacchetto di sanzioni all’isola caraibica. Washington questa volta ha colpito le imprese straniere che lavorano con L'Avana e che entro il 5 giugno dovranno chiudere ogni tipo di transazione con il consorzio Gaesa, Grupo de admnistración empresarial sociedad anónima, l’ente statale cubano che gestisce oltre il 40% dell’economia dell’isola e ha un patrimonio stimato superiore ai 18 miliardi di dollari.
Gaesa è nato a metà degli anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, ed è stato fondamentale per mantenere in piedi la sempre traballante economia cubana. Le nuove sanzioni colpiscono anche gli istituti finanziari e bancari e rischiano di essere il colpo di grazia per il regime del presidente e segretario del partito comunista Miguel Diaz-Canel. Se la scadenza del 5 giugno non verrà rispettata tutti i soggetti saranno sottoposti a quelle che tecnicamente si chiamano sanzioni secondarie, che bloccherebbero i loro rapporti con gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha voluto inserire Gaesa in questa nuova black list, insieme a Mona Nickel, un’azienda con un’importante partecipazione canadese nell’esportazione del nichel e cobalto, attraverso la Sherrit, che ha subito sospeso tutte le attività a L’Avana.
Il Canada è una delle nazioni con più interessi a Cuba, insieme a Messico e Spagna. Madrid per il momento si è rifiutata di chiudere il canale cubano, ma le pressioni statunitensi stanno crescendo, perché sostengono che queste imprese facciano profitti con asset che il regime comunista ha espropriato a persone ed imprese statunitensi. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla su X ha attaccato Washington accusando Donald Trump di voler punire la popolazione lasciandola senza cibo né medicinali. Il responsabile degli Esteri è arrivato a definire queste nuove sanzioni nate con un intento genocida contro la nazione cubana e che questo rende più difficili le relazioni fra i due stati. «Questo atto statunitense è contro i principi dell’umanità», ha continuato Parrilla Rodriguez, e le dichiarazioni di Marco Rubio sono ciniche, ipocrite e deliranti. «Queste azioni della Casa Bianca vogliono causare il massimo danno possibile alla popolazione e alle famiglie cubane, senza alcuna giustificazione, se non quella di occupare la nostra nazione». Al ministro degli Esteri ha fatto eco Jose Ernesto Diaz-Perez, rappresentante di Cuba presso l’Organizzazione mondiale del commercio, che ha detto che si tratta di una violazione del diritto internazionale e delle norme che reggono il sistema multilaterale del commercio.
Cuba sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia e la sua economia non sembra dare nessun segno di ripresa. Nei primi mesi del 2026 il turismo, settore trainante di Cuba, è crollato del 46%, rispetto al primo semestre del 2025 ed i resort sono sempre più spesso vuoti. Manca energia elettrica quasi ovunque con blackout che arrivano anche a 24 ore consecutive colpendo anche gli edifici pubblici e soprattutto i trasporti. A l’Havana scarseggia da mesi il carburante ed il comparto industriale ha una produzione ridotta a metà delle sue potenzialità. Il governo di Diaz-Canel sta provando a recuperare energia con impianti solari, ma si tratta di piccoli apparecchi che faticano a fornire un minimo di sicurezza energetica. Il primo ministro Manuel Marreno Cruz ha lanciato un appello internazionale dichiarando che «ogni volta che un turista viene a Cuba, aiuta il popolo cubano a sopravvivere a queste ingiuste sanzioni».
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