- Primo contatto dal marzo 2023 tra i ministri della Difesa di Washington e Mosca: l’America promette di non inviare truppe in Ucraina. Cameron confessa durante uno scherzo telefonico: Kiev fuori dalla Nato.
- In vista di un possibile allargamento del conflitto, il presidente Herzog ha visitatoSafed attaccando il gruppo terrorista libanese. Sale la tensione pure con Erdogan.
Lo speciale contiene due articoli.
Per una telefonata tra Vladimir Putin e Joe Biden bisognerà attendere: al momento, sostiene il Cremlino, non è in programma. Usa e Russia, comunque, sono tornati a parlarsi.
Era dal marzo del 2023 che i ministri della Difesa dei due Paesi non si sentivano; ma l’altra notte, la Tass ha riferito di un colloquio tra Lloyd Austin e il successore di Sergej Shoigu, Andrei Belousov. L’agenzia di Mosca – non smentita dagli americani – ha scritto che il confronto è stato avviato su iniziativa di Washington, dove devono aver preso sul serio le minacce russe di ritorsione in seguito ai bombardamenti ucraini sulla Crimea. Raid compiuti con l’ausilio dei missili Atacms, che erano stati forniti dall’amministrazione Biden. Il dicastero di Belousov, dopo l’attacco, aveva convocato l’ambasciatrice a stelle e strisce, Lynne Tracy, accusando il suo Paese di essere entrato a tutti gli effetti nel conflitto. L’esponente dell’esecutivo che fa capo a Vladimir Putin, durante la conversazione con l’omologo, ha insistito sul pericolo di escalation, che deriva dall’incremento degli aiuti militari a Volodymyr Zelensky. Il numero uno del Pentagono, in risposta, ha garantito che non verranno inviati soldati americani in Ucraina e ha ribadito l’importanza di mantenere attive le linee di comunicazione tra eserciti avversari.
È un proposito lodevole, se si considera la posta in palio. Lo scorso aprile, il comandante delle forze Usa e Nato in Europa, Cristopher Cavoli, era parso molto allarmato per le difficoltà nel dialogo tra le parti. La qualità dei contatti, secondo il generale, non è più come quella che esisteva negli anni dell’Urss, quando «eravamo in grado di leggere gli uni i segnali degli altri». Così, in uno scenario in cui, al tavolo, si è aggiunto il convitato di pietra cinese, i rischi d’incomprensione possono tradursi addirittura in uno scontro atomico. Forse è stata l’azione in Crimea a fungere da segnale: il linguaggio della deterrenza ha riaperto un canale, mentre il viceministro degli Esteri russo, ieri, ha sfruttato il processo a Evan Geshkovich, giornalista del Wall Street Journal finito alla sbarra a Ekaterinburg. Sergey Ryabkov ha alluso, appunto, a dei «segnali» che gli Stati Uniti avrebbero ricevuto «attraverso canali appropriati».
Donald Trump ne ha fatto un tema elettorale: «Se vinco», ha giurato sul social Truth, il prigioniero «sarà rilasciato prima che io prenda ufficialmente l’incarico». Il tycoon sarebbe anche pronto ad adottare un piano di pace che prevede di subordinare ulteriori consegne di materiali bellici a Kiev all’ingresso nei negoziati con il nemico invasore. Al contempo, la Casa Bianca minaccerebbe il Cremlino di incrementare l’invio di razzi a lunga gittata alla resistenza, qualora lo zar non si mostrasse seriamente disposto a trattare. La base di partenza della contrattazione sarebbero le attuali linee del fronte: nessun riconoscimento formale della sovranità russa sui territori occupati, né il definitivo disarmo della nazione aggredita. A Putin, nondimeno, verrebbe assicurato che l’Ucraina, benché assistita dagli occidentali, non entrerà subito nella Nato.
Sulla questione, in fondo, repubblicani e dem condividono simili perplessità. Non volendo, lo ha confermato il ministro degli Esteri britannico, David Cameron, che un paio di settimane fa era stato tratto in inganno e convinto a parlare con un finto Petro Poroshenko, l’ex presidente ucraino pro Ue. Ieri, Vovan e Lexus, i comici russi che avevano turlupinato pure Giorgia Meloni, indotta a confessare che nell’opinione pubblica italiana c’era stanchezza rispetto alla guerra in corso nell’Est, hanno diffuso il video della chiamata con il politico inglese. Credendo di confidarsi con Poroshenko, Cameron ha anticipato che al prossimo summit Nato, in programma a Washington dal 9 all’11 luglio, Kiev non sarà invitata a unirsi all’Alleanza, a causa del veto statunitense. E secondo il ministro di Londra, Zelensky dovrebbe continuare a chiedere sostegno, anziché insistere con le pressioni per essere ammesso nell’Organizzazione. Il pericolo è che si inneschi una lite tra gli Stati membri, figuraccia che, a parere dell’ex inquilino di Downing Street, non possiamo permetterci. A scuotere la destra Uk è arrivato anche Nigel Farage: il suo partito, alle elezioni del 4 luglio, potrebbe superare i Tories. E lui, in opposizione al bellicismo di Rishi Sunak, intima al presidente ucraino di raggiungere un accordo con lo zar.
A proposito di Nato: è stata formalizzata la nomina di Mark Rutte come successore del segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg. Il premier olandese subentrerà a ottobre, lieto del «grande onore» che gli è stato concesso, pure grazie al mercanteggiamento con Viktor Orbán. Un colpo al cerchio e uno alla botte: l’Ungheria, ieri, ha bocciato la risoluzione Ue di condanna delle sanzioni russe contro diversi media, inclusi Rai, La 7 e Gruppo Gedi. Oltrecortina sono scettici: «Con Rutte», tagliano corto, «non cambierà niente».
A testimoniare il ruolo crescente che sta svolgendo la Corea del Nord nella guerra, c’è l’indiscrezione di Seul: Kim Jong-un valuterebbe di mandare «forze di ricostruzione e ingegneria» nelle regioni ucraine occupate, a partire dal mese prossimo. È invece passata quasi inosservata una dichiarazione del ministero degli Esteri russo: le truppe di Mosca avrebbero «distrutto» tre lanciarazzi Himars di provenienza Usa e colpito «specialisti stranieri che li facevano funzionare». Disinformazione? Se al fronte sono morti degli occidentali, sarà difficile tenerlo nascosto.
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