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2022-05-23
Per lo spazio Colao preferisce le aziende straniere a quelle italiane
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Vittorio Colao (Ansa)
Vittorio Colao preferisce investire in Europa, meno in Italia. E continua a lavorare per aprire a società straniere invece che locali. Dopo la decisione di affidare i fondi del Pnnr all’Esa (Agenzia spaziale europea), invece che all’Asi, il ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale ha fatto un altro sgambetto al comparto dell’aziende italiane del settore aerospaziale. C’è aria di trasloco. O meglio, dell’inizio della fase di fine governo, anche perché il prossimo anno ci saranno le elezioni politiche e con tutta probabilità un ricambio di governo. Non a caso Stefano Firpo, capo di gabinetto di Colao, come si sente dire in giro, a settembre dovrebbe diventare direttore generale di Assonime con stipendio più alto di quello attuale e un mandato pluriennale; scappando quindi dal rischio di ritrovarsi per strada se con le elezioni il suo ministro scomparisse.
Così giovedì è stato firmato a Palazzo Chigi un memorandum d’Intesa tra il Governo e l’azienda statunitense Axiom Space rappresentata dal suo presidente e ceo Michael Suffredini. Axiom Space sta infatti costruendo, «avvalendosi di importanti collaborazioni con l’Aeronautica Militare e l’industria italiana, in collaborazione con la Nasa, una nuova stazione spaziale commerciale». Tra i 4 punti che saranno sviluppati c’è «la promozione del mercato nell'orbita bassa terrestre per sviluppare concretamente un'economia spaziale resiliente», ma anche «l’arricchimento delle eccellenti e storiche relazioni bilaterali tra gli Stati Uniti e l’Italia, con una cooperazione anche nel campo del volo spaziale commerciale visto come opportunità per sviluppare un nuovo capitolo della presenza umana attorno alla Terra e sulla Luna a beneficio di tutta l’umanità».
Sono frasi dal forte sapore retorico, tanto che nel settore dell’aerospazio ci si domanda più che altro quale sarà il ruolo delle società italiane. Durante questa legislatura è stato fatto davvero poco per le nostre aziende, prima i governi Conte e poi Draghi non hanno di sicuro aiutato un settore che avrebbe avuto bisogno di interventi integrali. E’ chiaro a tutti che continua a mancare una visione di insieme; l’Italia nonostante tutto non ha ancora costruito una seria politica spaziale che le permetta di confrontarsi alla pari con i competitors, soprattutto europei. Per di più pare che Colao si sia accorto del potenziale mediatico dello Spazio, creando non pochi nervosismi negli altri colleghi di governo vista talvolta l’invasione di campo in territori istituzionalmente non suoi, in particolare in Lorenzo Guerini, alla Difesa come si racconta a proposito del DL del 30 Aprile scorso che tratta del riassetto del sistema spazio.
Nei mesi scorsi Colao aveva già deciso di affidare 1,7 miliardi di euro del Recovery Plan all’Esa, che dovranno essere spessi da qui al 2026. L’Italia e l’Asi sono state di fatto commissariate. Poi il 30 aprile con un decreto lo stesso Colao aveva deciso di riorganizzare il comparto, affidando a lui stesso e al capo di gabinetto Stefano Firpo nuove deleghe in materia di finanziamenti al settore. In pratica da un mese a questa parte a Colao sono state assegnate tutte le competenze strategiche più importanti sui finanziamenti, mentre al ministero dell’Università, che per legge era vigilante, è rimasta la vigilanza sulla ricerca finanziata dall’Asi e il controllo sul Cira. Il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali che è ormai sotto il controllo del Cnr. Non solo.
Colao ha di fatto confermato il commissariamento non solo di Asi ma anche del Comint, il comitato da cui un tempo dovevano passare le decisioni strategiche e di indirizzo per i finanziamenti delle attività spaziali. Ora, di fatto, il Comint che è stato svuotato riducendosi a sede di ratifica delle decisioni politiche del ministero. A destare più di una riflessione è la totale assenza di Asi. L’agenzia spaziale italiana e il suo presidente Giorgio Saccoccia sembrano aspettare la fine del mandato. Saccoccia tornerà con tutta probabilità all’Esa, allo stesso livello di quando era uscito, un modesto A5. Il futuro di Asi ormai non sembra interessare più di tanto. Anche perché dopo il commissariamento della politica, incomincia a contare sempre di meno.
Ma soprattutto ci si domanda quale sarà il ruolo del Cira nel futuro. Come noto, dopo i continui richiami e avvisi della Corte conti sulla cattiva gestione del Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, è esplosa l’inchiesta della procura di Santa Maria Capua a Vetere con misure cautelari a carico di 11 persone per corruzione e legami con il clan dei Casalesi; peraltro ancora pesci piccoli. Non a caso 2 settimane fa, il Cnr (Centro nazionale ricerche), da socio di maggioranza del Cira, ha nominato un suo presidente di fiducia. Di fatto non ha tenuto in nessun conto le indicazioni dell’Asi che avrebbe potuto comunque dare un’indicazione che però non è mai arrivata. Maria Chiara Carrozza ha fatto di testa sua e ha nominato presidente del Cira Antonio Blandini che sostituisce Giuseppe Morsillo. Come premio di consolazione, è stata nominata Nicole Viola, consigliere indicato dall’Asi,o per meglio dire dal suo presidente essendone una grande amica che sarà accompagnato dagli omologhi Antonio D’Urso e Marco Protti. Blandini era commissario della Banca popolare di Bari. Saccoccia alla presidenza aveva selezionato il fisico Eugenio Coccia, ma i suoi desiderata si sono presto infranti.
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Dopo la decisione di affidare i fondi del Pnnr all’Esa (Agenzia spaziale europea), invece che all’Asi, il ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale firma un accordo con la statunitense Axiom Space. L’Italia non ha ancora costruito una seria politica spaziale che le permetta di confrontarsi alla pari con i competitors, soprattutto europei.Vittorio Colao preferisce investire in Europa, meno in Italia. E continua a lavorare per aprire a società straniere invece che locali. Dopo la decisione di affidare i fondi del Pnnr all’Esa (Agenzia spaziale europea), invece che all’Asi, il ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale ha fatto un altro sgambetto al comparto dell’aziende italiane del settore aerospaziale. C’è aria di trasloco. O meglio, dell’inizio della fase di fine governo, anche perché il prossimo anno ci saranno le elezioni politiche e con tutta probabilità un ricambio di governo. Non a caso Stefano Firpo, capo di gabinetto di Colao, come si sente dire in giro, a settembre dovrebbe diventare direttore generale di Assonime con stipendio più alto di quello attuale e un mandato pluriennale; scappando quindi dal rischio di ritrovarsi per strada se con le elezioni il suo ministro scomparisse.Così giovedì è stato firmato a Palazzo Chigi un memorandum d’Intesa tra il Governo e l’azienda statunitense Axiom Space rappresentata dal suo presidente e ceo Michael Suffredini. Axiom Space sta infatti costruendo, «avvalendosi di importanti collaborazioni con l’Aeronautica Militare e l’industria italiana, in collaborazione con la Nasa, una nuova stazione spaziale commerciale». Tra i 4 punti che saranno sviluppati c’è «la promozione del mercato nell'orbita bassa terrestre per sviluppare concretamente un'economia spaziale resiliente», ma anche «l’arricchimento delle eccellenti e storiche relazioni bilaterali tra gli Stati Uniti e l’Italia, con una cooperazione anche nel campo del volo spaziale commerciale visto come opportunità per sviluppare un nuovo capitolo della presenza umana attorno alla Terra e sulla Luna a beneficio di tutta l’umanità». Sono frasi dal forte sapore retorico, tanto che nel settore dell’aerospazio ci si domanda più che altro quale sarà il ruolo delle società italiane. Durante questa legislatura è stato fatto davvero poco per le nostre aziende, prima i governi Conte e poi Draghi non hanno di sicuro aiutato un settore che avrebbe avuto bisogno di interventi integrali. E’ chiaro a tutti che continua a mancare una visione di insieme; l’Italia nonostante tutto non ha ancora costruito una seria politica spaziale che le permetta di confrontarsi alla pari con i competitors, soprattutto europei. Per di più pare che Colao si sia accorto del potenziale mediatico dello Spazio, creando non pochi nervosismi negli altri colleghi di governo vista talvolta l’invasione di campo in territori istituzionalmente non suoi, in particolare in Lorenzo Guerini, alla Difesa come si racconta a proposito del DL del 30 Aprile scorso che tratta del riassetto del sistema spazio.Nei mesi scorsi Colao aveva già deciso di affidare 1,7 miliardi di euro del Recovery Plan all’Esa, che dovranno essere spessi da qui al 2026. L’Italia e l’Asi sono state di fatto commissariate. Poi il 30 aprile con un decreto lo stesso Colao aveva deciso di riorganizzare il comparto, affidando a lui stesso e al capo di gabinetto Stefano Firpo nuove deleghe in materia di finanziamenti al settore. In pratica da un mese a questa parte a Colao sono state assegnate tutte le competenze strategiche più importanti sui finanziamenti, mentre al ministero dell’Università, che per legge era vigilante, è rimasta la vigilanza sulla ricerca finanziata dall’Asi e il controllo sul Cira. Il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali che è ormai sotto il controllo del Cnr. Non solo. Colao ha di fatto confermato il commissariamento non solo di Asi ma anche del Comint, il comitato da cui un tempo dovevano passare le decisioni strategiche e di indirizzo per i finanziamenti delle attività spaziali. Ora, di fatto, il Comint che è stato svuotato riducendosi a sede di ratifica delle decisioni politiche del ministero. A destare più di una riflessione è la totale assenza di Asi. L’agenzia spaziale italiana e il suo presidente Giorgio Saccoccia sembrano aspettare la fine del mandato. Saccoccia tornerà con tutta probabilità all’Esa, allo stesso livello di quando era uscito, un modesto A5. Il futuro di Asi ormai non sembra interessare più di tanto. Anche perché dopo il commissariamento della politica, incomincia a contare sempre di meno. Ma soprattutto ci si domanda quale sarà il ruolo del Cira nel futuro. Come noto, dopo i continui richiami e avvisi della Corte conti sulla cattiva gestione del Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, è esplosa l’inchiesta della procura di Santa Maria Capua a Vetere con misure cautelari a carico di 11 persone per corruzione e legami con il clan dei Casalesi; peraltro ancora pesci piccoli. Non a caso 2 settimane fa, il Cnr (Centro nazionale ricerche), da socio di maggioranza del Cira, ha nominato un suo presidente di fiducia. Di fatto non ha tenuto in nessun conto le indicazioni dell’Asi che avrebbe potuto comunque dare un’indicazione che però non è mai arrivata. Maria Chiara Carrozza ha fatto di testa sua e ha nominato presidente del Cira Antonio Blandini che sostituisce Giuseppe Morsillo. Come premio di consolazione, è stata nominata Nicole Viola, consigliere indicato dall’Asi,o per meglio dire dal suo presidente essendone una grande amica che sarà accompagnato dagli omologhi Antonio D’Urso e Marco Protti. Blandini era commissario della Banca popolare di Bari. Saccoccia alla presidenza aveva selezionato il fisico Eugenio Coccia, ma i suoi desiderata si sono presto infranti.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».