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2022-06-21
Gas: emergenza per tutti, non per il governo
Roberto Cingolani (Ansa)
Non alzare l’allerta sul gas passando dal livello di preallarme a quello di allarme «stante l’attuale livello della domanda e la possibilità di adottare comunque le misure preventive necessarie, in base al decreto legge numero 17 del 2022». È questo il parere espresso ieri dal Comitato tecnico di emergenza e monitoraggio del gas naturale che, su proposta del Mite, ha anche invocato una misura per raggiungere il target di riempimento degli stoccaggi previsto per il mese di giugno, indicando a Snam di approvvigionare le quantità mancanti. Infine, ha condiviso la proposta di una misura per programmare, con il coordinamento di Terna, «acquisti di carbone in via prudenziale», in vista dell’embargo su quello russo che scatterà da agosto.
Oggi seguirà un’altra riunione tra il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e le società che forniscono il gas, tra cui Eni ed Enel. Per ora si preferisce dunque prendere tempo assicurando a che al momento la situazione di flussi e stoccaggi è costantemente monitorata e stabile. Nel frattempo, ieri, hanno prevalso le parole. Quelle pronunciate da Cingolani all’assemblea di Energia futura e pure quelle del premier Mario Draghi, che nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo ha parlato anche di gas. Partiamo però dal capo del Mite che è uno dei ministri più loquaci del governo ma spesso anche il più ondivago. Ieri il ministero ha infatti risposto, dopo tre mesi, a un’interrogazione presentata dal senatore Andrea de Bertoldi (Fdi) della commissione Industria del Senato: «Su direttiva del Mite, che verrà emanata nelle prossime settimane, il gruppo Gse avvierà le procedure per l’approvvigionamento di lungo termine di gas naturale di produzione nazionale, invitando a partecipare a dette procedure i titolari di concessioni di coltivazione di gas», si legge nella risposta scritta. Dove si aggiunge che un contributo «celere» all’aumento della produzione arriverà agendo sulle concessioni ora sospese, «non dovendo attendere i tempi autorizzativi e realizzativi necessari per eventuali nuove trivellazioni». A parole, insomma, il ministro apre alle trivellazioni ma nella realtà il governo finora ha fatto poco o niente per risolvere il problema. A seguito di quella interrogazione presentata a marzo, infatti, de Bertoldi aveva proposto anche un emendamento al dl Energia con l’obiettivo di «rivedere profondamente la norma prevista dal dl Semplificazioni del 2019 la cui urgenza e necessità oggi impone l’immediata riattivazione dei permessi per l’attività di prospezione e di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi in essere, sia per aree in terraferma che in mare». L’emendamento era stato respinto e il governo attraverso un ordine del giorno al dl Costi si è limitato a impegnarsi in un futuro provvedimento in materia energetica a rimuovere le limitazioni tanto care ai grillini. Non solo. Il 16 giugno, il senatore Gaetano Nastri, sempre di Fdi, aveva chiesto a Cingolani come mai il Pd e il M5s avessero votato contro l’inserimento di nucleare e gas all’interno della tassonomia europea. Ovvero in direzione sostanzialmente opposta rispetto a quanto da lui annunciato. Una risposta precisa, però, non è mai arrivata.
Cingolani ieri ha preferito ridare la colpa alla speculazione. Lo aveva già fatto a metà marzo dicendo a Sky che i prezzi dell’energia stavano crescendo in maniera assolutamente scorrelata dalla realtà dei fatti. Che «se mettiamo un tetto ai prezzi blocchiamo questa spirale speculativa» perché «siamo in presenza di una colossale truffa che viene dal nervosismo del mercato ed è fatta a spese delle imprese e dei cittadini». Colpa della speculazione, insomma se le bollette sono schizzate alle stelle. Ieri, solita musica: «Abbiamo una crisi del gas che non è una crisi fisica, perché il gas c’è, ma è crisi di mercato. Ma perché nel pieno di una guerra, la cosa migliore che ha saputo fare il Ttf (la Borsa del gas, ndr) è stata alzare il prezzo? Le imprese e le famiglie soffrono non perché manca il gas, ma perché qualcuno da una tastiera ha deciso di alzare i prezzi».
E gli stoccaggi? «Siamo oltre il 54%. Un anno fa di questi tempi un metro cubo di gas costava 20 centesimi, ora costa 1 euro. Dobbiamo immagazzinare circa 10 miliardi di metri cubi, un anno fa ci volevano 2 miliardi, adesso ce ne vogliono 10 miliardi». Come farlo? «Bisogna spingere sulle rinnovabili e sulla convivenza col gas in questa fase, disaccoppiare la Borsa termoelettrica da quella sulle rinnovabili, imporre un price cap europeo per tagliare i picchi dei costi». Il solito refrain, insomma. «Sul price cap ci stiamo lavorando, probabilmente otterremo qualcosa. La discussione è stata complessa ma credo che molti Paesi comincino a guardarla con attenzione», ha ripetuto ieri. E sul tetto ai prezzi è tornato anche Draghi: «Il Consiglio europeo ha dato mandato alla Commissione europea di trovare un controllo al prezzo. L’Europa deve muoversi con rapidità e decisione per tutelare i propri cittadini dalle ricadute della crisi innescate dalla guerra». Da Bruxelles ieri è arrivata la voce di Ursula von der Leyen: «L’Italia si distingue per aver già utilizzato le nostre raccomandazioni, cioè tassare i profitti eccezionali delle aziende energetiche e sostenere con questo le famiglie vulnerabili e le piccole imprese. Questo è molto buono. Pertanto, stiamo esaminando diverse opzioni e dobbiamo discuterne con il Consiglio europeo». Insomma, vi faremo sapere. Detto da chi ha sbagliato le proiezioni sull’inflazione perché non ha calcolato l’aumento del prezzo dell’energia.
Per l’ennesima volta la realtà tritura i sogni dei vertici Onu sull’ambiente
Da quasi tre decenni l’Onu riunisce quasi tutti i Paesi della Terra per un vertice globale sul clima. Si chiama Cop, conferenza delle parti. Alla fine dello scorso anno, l’appuntamento per la ventiseiesima edizione è stato fissato a Glasgow sotto la presidenza del Regno Unito e con la collaborazione dell’Italia. Si è deciso di azzerare le emissioni nette entro il 2050. Di mobilitare almeno 100 miliardi di finanziamenti ogni anno. Di accelerare la transizione all’elettrico, di incoraggiare le fonti rinnovabili come l’eolico e di dare il colpo di grazia al carbone. Obiettivi messi nero su bianco soltanto lo scorso novembre. È bene ricordare che ogni anno i pilastri della Cop vengono smentiti dalla realtà climatica. L’eolico è ottimo, ma se non c’è vento non serve a nulla. L’idroelettrico per i fanatici dell’ecologia è «ni», ma se non piove serve a poco. Insomma i desiderata della follia ambientalista durano giusto una mezza stagione. Poi arriva il conto e qualcuno, di solito coloro che devono produrre, si mettono a trovare una soluzione alternativa che però non faccia perdere la faccia alla lobby green. Quest’anno sta andando un po’ peggio per questi ultimi. La siccità sta chiudendo le centrali. Il vento latita ormai da mesi. E, nonostante il Parlamento Ue abbia deciso di mettere al bando i motori endotermici, adesso la gente per strada comincia a chiedersi chi mai potrà fare il pieno di elettricità a una Tesla visti i prezzi insostenibili. L’inflazione largamente prevedibile (già un anno fa) e la guerra sono la benzina sul fuoco dell’ecologismo, un fuoco così bollente che in questi giorni sta tornando a rendere visibile la carcassa dei problemi. La Germania ha detto sì alla riapertura delle centrali a carbone. Scelta inevitabile non solo per sopperire ai tagli (o al futuro distacco) del gas russo, ma anche per far fronte agli aumenti insostenibili. Tema che anche in Italia nelle prossime settimane dovrà essere affrontato di petto. Pure qualche politico, dopo tante discussioni - il no al nucleare perché fa paura, ai rigassificatori e ai termovalorizzatori perché inquinano, ai pozzi nell’Adriatico perché farebbero sprofondare Venezia - dovrà ammettere che siamo tornati al punto di partenza.
La guerra in Ucraina non solo ha evidenziato la centralità dell’energia fossile ma ha anche definitivamente rimesso in gioco l’uso del carbone. Un discorso simile si può fare per gli altri obiettivi fissati dalla Cop 26 e dall’Ue relativi al comparto idrico. L’idea è limitare il deflusso ecologico. Una norma che nasce per prevenire il deterioramento qualitativo e quantitativo delle acque, migliorarne lo stato di salute e assicurarne un utilizzo sostenibile, ma che se applicata sul nostro territorio senza modifiche rischia di portare danni catastrofici. Il risultato saranno minore capienza e minore energia. Immaginate le nuove norme in un momento di siccità come l’attuale. Non solo.
A margine della riunione di Glasgow, in cui tutti i Paesi si sono impegnati verso l’obiettivo di decarbonizzare il pianeta, ridurre la possibilità di approvvigionamento dell’acqua non fa che abbattere le quote di rinnovabili necessarie a sostituire le fonti fossili. Abbiamo già visto come ogni tecnologia alternativa alle rinnovabili, dalla Ccs all’idrogeno all’atomo, venga perlopiù boicottata con la scusa di rappresentare vie costose, lontane o impercorribili. Secondo tale logica ci rimarrebbero solo le rinnovabili, ma di questo passo dovremo guardare il meteo sperando in una giornata di sole per poterci permettere una doccia calda.
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L’Italia non passa al livello di allarme. Oggi tavolo con le società energetiche. Mario Draghi insiste per il tetto ai prezzi. Il ministro: «In arrivo una direttiva sulle trivelle».Berlino torna al carbone. Spariti gli sponsor degli obiettivi della Cop 26 di sette mesi fa.Lo speciale contiene due articoliNon alzare l’allerta sul gas passando dal livello di preallarme a quello di allarme «stante l’attuale livello della domanda e la possibilità di adottare comunque le misure preventive necessarie, in base al decreto legge numero 17 del 2022». È questo il parere espresso ieri dal Comitato tecnico di emergenza e monitoraggio del gas naturale che, su proposta del Mite, ha anche invocato una misura per raggiungere il target di riempimento degli stoccaggi previsto per il mese di giugno, indicando a Snam di approvvigionare le quantità mancanti. Infine, ha condiviso la proposta di una misura per programmare, con il coordinamento di Terna, «acquisti di carbone in via prudenziale», in vista dell’embargo su quello russo che scatterà da agosto. Oggi seguirà un’altra riunione tra il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e le società che forniscono il gas, tra cui Eni ed Enel. Per ora si preferisce dunque prendere tempo assicurando a che al momento la situazione di flussi e stoccaggi è costantemente monitorata e stabile. Nel frattempo, ieri, hanno prevalso le parole. Quelle pronunciate da Cingolani all’assemblea di Energia futura e pure quelle del premier Mario Draghi, che nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo ha parlato anche di gas. Partiamo però dal capo del Mite che è uno dei ministri più loquaci del governo ma spesso anche il più ondivago. Ieri il ministero ha infatti risposto, dopo tre mesi, a un’interrogazione presentata dal senatore Andrea de Bertoldi (Fdi) della commissione Industria del Senato: «Su direttiva del Mite, che verrà emanata nelle prossime settimane, il gruppo Gse avvierà le procedure per l’approvvigionamento di lungo termine di gas naturale di produzione nazionale, invitando a partecipare a dette procedure i titolari di concessioni di coltivazione di gas», si legge nella risposta scritta. Dove si aggiunge che un contributo «celere» all’aumento della produzione arriverà agendo sulle concessioni ora sospese, «non dovendo attendere i tempi autorizzativi e realizzativi necessari per eventuali nuove trivellazioni». A parole, insomma, il ministro apre alle trivellazioni ma nella realtà il governo finora ha fatto poco o niente per risolvere il problema. A seguito di quella interrogazione presentata a marzo, infatti, de Bertoldi aveva proposto anche un emendamento al dl Energia con l’obiettivo di «rivedere profondamente la norma prevista dal dl Semplificazioni del 2019 la cui urgenza e necessità oggi impone l’immediata riattivazione dei permessi per l’attività di prospezione e di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi in essere, sia per aree in terraferma che in mare». L’emendamento era stato respinto e il governo attraverso un ordine del giorno al dl Costi si è limitato a impegnarsi in un futuro provvedimento in materia energetica a rimuovere le limitazioni tanto care ai grillini. Non solo. Il 16 giugno, il senatore Gaetano Nastri, sempre di Fdi, aveva chiesto a Cingolani come mai il Pd e il M5s avessero votato contro l’inserimento di nucleare e gas all’interno della tassonomia europea. Ovvero in direzione sostanzialmente opposta rispetto a quanto da lui annunciato. Una risposta precisa, però, non è mai arrivata. Cingolani ieri ha preferito ridare la colpa alla speculazione. Lo aveva già fatto a metà marzo dicendo a Sky che i prezzi dell’energia stavano crescendo in maniera assolutamente scorrelata dalla realtà dei fatti. Che «se mettiamo un tetto ai prezzi blocchiamo questa spirale speculativa» perché «siamo in presenza di una colossale truffa che viene dal nervosismo del mercato ed è fatta a spese delle imprese e dei cittadini». Colpa della speculazione, insomma se le bollette sono schizzate alle stelle. Ieri, solita musica: «Abbiamo una crisi del gas che non è una crisi fisica, perché il gas c’è, ma è crisi di mercato. Ma perché nel pieno di una guerra, la cosa migliore che ha saputo fare il Ttf (la Borsa del gas, ndr) è stata alzare il prezzo? Le imprese e le famiglie soffrono non perché manca il gas, ma perché qualcuno da una tastiera ha deciso di alzare i prezzi». E gli stoccaggi? «Siamo oltre il 54%. Un anno fa di questi tempi un metro cubo di gas costava 20 centesimi, ora costa 1 euro. Dobbiamo immagazzinare circa 10 miliardi di metri cubi, un anno fa ci volevano 2 miliardi, adesso ce ne vogliono 10 miliardi». Come farlo? «Bisogna spingere sulle rinnovabili e sulla convivenza col gas in questa fase, disaccoppiare la Borsa termoelettrica da quella sulle rinnovabili, imporre un price cap europeo per tagliare i picchi dei costi». Il solito refrain, insomma. «Sul price cap ci stiamo lavorando, probabilmente otterremo qualcosa. La discussione è stata complessa ma credo che molti Paesi comincino a guardarla con attenzione», ha ripetuto ieri. E sul tetto ai prezzi è tornato anche Draghi: «Il Consiglio europeo ha dato mandato alla Commissione europea di trovare un controllo al prezzo. L’Europa deve muoversi con rapidità e decisione per tutelare i propri cittadini dalle ricadute della crisi innescate dalla guerra». Da Bruxelles ieri è arrivata la voce di Ursula von der Leyen: «L’Italia si distingue per aver già utilizzato le nostre raccomandazioni, cioè tassare i profitti eccezionali delle aziende energetiche e sostenere con questo le famiglie vulnerabili e le piccole imprese. Questo è molto buono. Pertanto, stiamo esaminando diverse opzioni e dobbiamo discuterne con il Consiglio europeo». Insomma, vi faremo sapere. Detto da chi ha sbagliato le proiezioni sull’inflazione perché non ha calcolato l’aumento del prezzo dell’energia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-il-comitato-di-cingolani-sullemergenza-gas-non-ce-ancora-unemergenza-2657540672.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-lennesima-volta-la-realta-tritura-i-sogni-dei-vertici-onu-sullambiente" data-post-id="2657540672" data-published-at="1655844108" data-use-pagination="False"> Per l’ennesima volta la realtà tritura i sogni dei vertici Onu sull’ambiente Da quasi tre decenni l’Onu riunisce quasi tutti i Paesi della Terra per un vertice globale sul clima. Si chiama Cop, conferenza delle parti. Alla fine dello scorso anno, l’appuntamento per la ventiseiesima edizione è stato fissato a Glasgow sotto la presidenza del Regno Unito e con la collaborazione dell’Italia. Si è deciso di azzerare le emissioni nette entro il 2050. Di mobilitare almeno 100 miliardi di finanziamenti ogni anno. Di accelerare la transizione all’elettrico, di incoraggiare le fonti rinnovabili come l’eolico e di dare il colpo di grazia al carbone. Obiettivi messi nero su bianco soltanto lo scorso novembre. È bene ricordare che ogni anno i pilastri della Cop vengono smentiti dalla realtà climatica. L’eolico è ottimo, ma se non c’è vento non serve a nulla. L’idroelettrico per i fanatici dell’ecologia è «ni», ma se non piove serve a poco. Insomma i desiderata della follia ambientalista durano giusto una mezza stagione. Poi arriva il conto e qualcuno, di solito coloro che devono produrre, si mettono a trovare una soluzione alternativa che però non faccia perdere la faccia alla lobby green. Quest’anno sta andando un po’ peggio per questi ultimi. La siccità sta chiudendo le centrali. Il vento latita ormai da mesi. E, nonostante il Parlamento Ue abbia deciso di mettere al bando i motori endotermici, adesso la gente per strada comincia a chiedersi chi mai potrà fare il pieno di elettricità a una Tesla visti i prezzi insostenibili. L’inflazione largamente prevedibile (già un anno fa) e la guerra sono la benzina sul fuoco dell’ecologismo, un fuoco così bollente che in questi giorni sta tornando a rendere visibile la carcassa dei problemi. La Germania ha detto sì alla riapertura delle centrali a carbone. Scelta inevitabile non solo per sopperire ai tagli (o al futuro distacco) del gas russo, ma anche per far fronte agli aumenti insostenibili. Tema che anche in Italia nelle prossime settimane dovrà essere affrontato di petto. Pure qualche politico, dopo tante discussioni - il no al nucleare perché fa paura, ai rigassificatori e ai termovalorizzatori perché inquinano, ai pozzi nell’Adriatico perché farebbero sprofondare Venezia - dovrà ammettere che siamo tornati al punto di partenza. La guerra in Ucraina non solo ha evidenziato la centralità dell’energia fossile ma ha anche definitivamente rimesso in gioco l’uso del carbone. Un discorso simile si può fare per gli altri obiettivi fissati dalla Cop 26 e dall’Ue relativi al comparto idrico. L’idea è limitare il deflusso ecologico. Una norma che nasce per prevenire il deterioramento qualitativo e quantitativo delle acque, migliorarne lo stato di salute e assicurarne un utilizzo sostenibile, ma che se applicata sul nostro territorio senza modifiche rischia di portare danni catastrofici. Il risultato saranno minore capienza e minore energia. Immaginate le nuove norme in un momento di siccità come l’attuale. Non solo. A margine della riunione di Glasgow, in cui tutti i Paesi si sono impegnati verso l’obiettivo di decarbonizzare il pianeta, ridurre la possibilità di approvvigionamento dell’acqua non fa che abbattere le quote di rinnovabili necessarie a sostituire le fonti fossili. Abbiamo già visto come ogni tecnologia alternativa alle rinnovabili, dalla Ccs all’idrogeno all’atomo, venga perlopiù boicottata con la scusa di rappresentare vie costose, lontane o impercorribili. Secondo tale logica ci rimarrebbero solo le rinnovabili, ma di questo passo dovremo guardare il meteo sperando in una giornata di sole per poterci permettere una doccia calda.
Ecco #DimmiLaVerità del 28 gennaio 2026. Il deputato della Lega Fabrizio Cecchetti si schiera dalla parte del poliziotto e commenta l'emergenza sicurezza a Milano.
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Il caso Ice viene raccontato come una guerra civile negli Usa, ma i disordini sono locali e coprono uno scandalo miliardario in Minnesota. E mentre il dibattito arriva in Italia, una cosa è chiara: la propaganda rischia di creare tensioni reali, anche sulla sicurezza internazionale.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy in un punto stampa al Parlamento europeo di Bruxelles.
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Secondo un report di Oliver Wyman e World Economic Forum, l’economia dello sport potrebbe quasi quadruplicare nei prossimi decenni. Ma inattività fisica e fattori operativi rischiano di pesare sulla tenuta della crescita già nel medio periodo.
L’economia dello sport continua a correre. Secondo le stime, nei prossimi venticinque anni il settore è destinato a quasi quadruplicare il proprio valore, passando dagli attuali 2,3 trilioni di dollari di ricavi annui a 8,8 trilioni nel 2050. Una traiettoria imponente, che conferma il peso crescente dello sport non solo come fenomeno culturale, ma come comparto industriale globale.
È quanto emerge dal report Sports for People and Planet, realizzato dalla società di consulenza Oliver Wyman insieme al World Economic Forum e presentato la scorsa settimana a Davos. Lo studio prevede già nel breve periodo una crescita significativa: entro il 2030 i ricavi complessivi dovrebbero salire a 3,7 trilioni di dollari, con un aumento del 10% nei prossimi cinque anni. Accanto a queste prospettive, il report segnala però una serie di criticità che, secondo gli analisti, potrebbero incidere sulla tenuta economica del settore. La prima riguarda la partecipazione. La diffusione di stili di vita sempre più sedentari, in particolare tra le fasce più giovani, rischia di ridurre nel tempo la base di praticanti e appassionati su cui si fondano molti dei ricavi dell’industria sportiva. Una dinamica che potrebbe riflettersi negativamente su ambiti come eventi, turismo sportivo, fitness, abbigliamento e attrezzature.
A questi elementi si affiancano fattori ambientali che, sempre secondo lo studio, rappresentano un ulteriore rischio operativo. Eventi meteorologici estremi, condizioni climatiche avverse e problemi legati all’inquinamento possono complicare l’organizzazione delle competizioni, incidere sull’affluenza del pubblico e aumentare i costi legati a infrastrutture, logistica e catene di approvvigionamento. Lo stesso comparto sportivo, osserva il report, comporta un utilizzo intensivo di risorse attraverso grandi eventi, viaggi e infrastrutture, elementi che gli analisti indicano come variabili da gestire sul piano industriale. Sommando questi fattori, Oliver Wyman stima che fino a 517 miliardi di dollari di ricavi potrebbero essere a rischio entro il 2030. Nel lungo periodo, in assenza di un’azione coordinata, le perdite potenziali potrebbero arrivare fino a 1,6 trilioni di dollari entro il 2050. Lo studio individua comunque i principali motori destinati a sostenere la crescita dell’economia sportiva nei prossimi decenni. Tra questi figurano l’espansione del turismo sportivo, il crescente interesse degli investitori che porta lo sport a essere considerato una vera e propria asset class, la diffusione dello sport femminile e un riequilibrio geografico della crescita verso le economie emergenti.
Per ridurre i rischi e sostenere lo sviluppo del settore, il report propone tre direttrici di intervento. La prima riguarda una gestione più efficiente e responsabile delle risorse. La seconda punta a rafforzare il ruolo dello sport come leva di sviluppo urbano, con effetti sull’attrattività delle città e sulla qualità della vita. La terza richiama la necessità di indirizzare flussi di capitale dedicati, in grado di sostenere investimenti coerenti con queste traiettorie. «Oltre ad analizzare i principali fattori di crescita che stanno plasmando la sua economia, questo report identifica tre percorsi distinti che riflettono l’impatto unico dello sport», ha spiegato Tony Simpson, partner e responsabile della practice Sport di Oliver Wyman, sottolineando come l’analisi possa supportare le organizzazioni sia nelle scelte di investimento sia nella gestione dei rischi. Secondo il World Economic Forum, il peso dello sport va oltre i numeri. «Lo sport fonde potere economico e influenza culturale in modi che pochi altri settori possono eguagliare», ha osservato Sebastian Buckup, managing director del Forum, indicando nel comparto una leva potenziale non solo di crescita economica, ma anche di sviluppo sociale.
Il quadro che emerge è quello di un’industria in forte espansione, ma non immune da fragilità. La corsa verso gli 8,8 trilioni di dollari è avviata, ma la sua sostenibilità dipenderà dalla capacità del settore di affrontare, con strumenti concreti, i fattori che oggi ne mettono alla prova la crescita.
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