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2022-06-21
Gas: emergenza per tutti, non per il governo
Roberto Cingolani (Ansa)
Non alzare l’allerta sul gas passando dal livello di preallarme a quello di allarme «stante l’attuale livello della domanda e la possibilità di adottare comunque le misure preventive necessarie, in base al decreto legge numero 17 del 2022». È questo il parere espresso ieri dal Comitato tecnico di emergenza e monitoraggio del gas naturale che, su proposta del Mite, ha anche invocato una misura per raggiungere il target di riempimento degli stoccaggi previsto per il mese di giugno, indicando a Snam di approvvigionare le quantità mancanti. Infine, ha condiviso la proposta di una misura per programmare, con il coordinamento di Terna, «acquisti di carbone in via prudenziale», in vista dell’embargo su quello russo che scatterà da agosto.
Oggi seguirà un’altra riunione tra il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e le società che forniscono il gas, tra cui Eni ed Enel. Per ora si preferisce dunque prendere tempo assicurando a che al momento la situazione di flussi e stoccaggi è costantemente monitorata e stabile. Nel frattempo, ieri, hanno prevalso le parole. Quelle pronunciate da Cingolani all’assemblea di Energia futura e pure quelle del premier Mario Draghi, che nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo ha parlato anche di gas. Partiamo però dal capo del Mite che è uno dei ministri più loquaci del governo ma spesso anche il più ondivago. Ieri il ministero ha infatti risposto, dopo tre mesi, a un’interrogazione presentata dal senatore Andrea de Bertoldi (Fdi) della commissione Industria del Senato: «Su direttiva del Mite, che verrà emanata nelle prossime settimane, il gruppo Gse avvierà le procedure per l’approvvigionamento di lungo termine di gas naturale di produzione nazionale, invitando a partecipare a dette procedure i titolari di concessioni di coltivazione di gas», si legge nella risposta scritta. Dove si aggiunge che un contributo «celere» all’aumento della produzione arriverà agendo sulle concessioni ora sospese, «non dovendo attendere i tempi autorizzativi e realizzativi necessari per eventuali nuove trivellazioni». A parole, insomma, il ministro apre alle trivellazioni ma nella realtà il governo finora ha fatto poco o niente per risolvere il problema. A seguito di quella interrogazione presentata a marzo, infatti, de Bertoldi aveva proposto anche un emendamento al dl Energia con l’obiettivo di «rivedere profondamente la norma prevista dal dl Semplificazioni del 2019 la cui urgenza e necessità oggi impone l’immediata riattivazione dei permessi per l’attività di prospezione e di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi in essere, sia per aree in terraferma che in mare». L’emendamento era stato respinto e il governo attraverso un ordine del giorno al dl Costi si è limitato a impegnarsi in un futuro provvedimento in materia energetica a rimuovere le limitazioni tanto care ai grillini. Non solo. Il 16 giugno, il senatore Gaetano Nastri, sempre di Fdi, aveva chiesto a Cingolani come mai il Pd e il M5s avessero votato contro l’inserimento di nucleare e gas all’interno della tassonomia europea. Ovvero in direzione sostanzialmente opposta rispetto a quanto da lui annunciato. Una risposta precisa, però, non è mai arrivata.
Cingolani ieri ha preferito ridare la colpa alla speculazione. Lo aveva già fatto a metà marzo dicendo a Sky che i prezzi dell’energia stavano crescendo in maniera assolutamente scorrelata dalla realtà dei fatti. Che «se mettiamo un tetto ai prezzi blocchiamo questa spirale speculativa» perché «siamo in presenza di una colossale truffa che viene dal nervosismo del mercato ed è fatta a spese delle imprese e dei cittadini». Colpa della speculazione, insomma se le bollette sono schizzate alle stelle. Ieri, solita musica: «Abbiamo una crisi del gas che non è una crisi fisica, perché il gas c’è, ma è crisi di mercato. Ma perché nel pieno di una guerra, la cosa migliore che ha saputo fare il Ttf (la Borsa del gas, ndr) è stata alzare il prezzo? Le imprese e le famiglie soffrono non perché manca il gas, ma perché qualcuno da una tastiera ha deciso di alzare i prezzi».
E gli stoccaggi? «Siamo oltre il 54%. Un anno fa di questi tempi un metro cubo di gas costava 20 centesimi, ora costa 1 euro. Dobbiamo immagazzinare circa 10 miliardi di metri cubi, un anno fa ci volevano 2 miliardi, adesso ce ne vogliono 10 miliardi». Come farlo? «Bisogna spingere sulle rinnovabili e sulla convivenza col gas in questa fase, disaccoppiare la Borsa termoelettrica da quella sulle rinnovabili, imporre un price cap europeo per tagliare i picchi dei costi». Il solito refrain, insomma. «Sul price cap ci stiamo lavorando, probabilmente otterremo qualcosa. La discussione è stata complessa ma credo che molti Paesi comincino a guardarla con attenzione», ha ripetuto ieri. E sul tetto ai prezzi è tornato anche Draghi: «Il Consiglio europeo ha dato mandato alla Commissione europea di trovare un controllo al prezzo. L’Europa deve muoversi con rapidità e decisione per tutelare i propri cittadini dalle ricadute della crisi innescate dalla guerra». Da Bruxelles ieri è arrivata la voce di Ursula von der Leyen: «L’Italia si distingue per aver già utilizzato le nostre raccomandazioni, cioè tassare i profitti eccezionali delle aziende energetiche e sostenere con questo le famiglie vulnerabili e le piccole imprese. Questo è molto buono. Pertanto, stiamo esaminando diverse opzioni e dobbiamo discuterne con il Consiglio europeo». Insomma, vi faremo sapere. Detto da chi ha sbagliato le proiezioni sull’inflazione perché non ha calcolato l’aumento del prezzo dell’energia.
Per l’ennesima volta la realtà tritura i sogni dei vertici Onu sull’ambiente
Da quasi tre decenni l’Onu riunisce quasi tutti i Paesi della Terra per un vertice globale sul clima. Si chiama Cop, conferenza delle parti. Alla fine dello scorso anno, l’appuntamento per la ventiseiesima edizione è stato fissato a Glasgow sotto la presidenza del Regno Unito e con la collaborazione dell’Italia. Si è deciso di azzerare le emissioni nette entro il 2050. Di mobilitare almeno 100 miliardi di finanziamenti ogni anno. Di accelerare la transizione all’elettrico, di incoraggiare le fonti rinnovabili come l’eolico e di dare il colpo di grazia al carbone. Obiettivi messi nero su bianco soltanto lo scorso novembre. È bene ricordare che ogni anno i pilastri della Cop vengono smentiti dalla realtà climatica. L’eolico è ottimo, ma se non c’è vento non serve a nulla. L’idroelettrico per i fanatici dell’ecologia è «ni», ma se non piove serve a poco. Insomma i desiderata della follia ambientalista durano giusto una mezza stagione. Poi arriva il conto e qualcuno, di solito coloro che devono produrre, si mettono a trovare una soluzione alternativa che però non faccia perdere la faccia alla lobby green. Quest’anno sta andando un po’ peggio per questi ultimi. La siccità sta chiudendo le centrali. Il vento latita ormai da mesi. E, nonostante il Parlamento Ue abbia deciso di mettere al bando i motori endotermici, adesso la gente per strada comincia a chiedersi chi mai potrà fare il pieno di elettricità a una Tesla visti i prezzi insostenibili. L’inflazione largamente prevedibile (già un anno fa) e la guerra sono la benzina sul fuoco dell’ecologismo, un fuoco così bollente che in questi giorni sta tornando a rendere visibile la carcassa dei problemi. La Germania ha detto sì alla riapertura delle centrali a carbone. Scelta inevitabile non solo per sopperire ai tagli (o al futuro distacco) del gas russo, ma anche per far fronte agli aumenti insostenibili. Tema che anche in Italia nelle prossime settimane dovrà essere affrontato di petto. Pure qualche politico, dopo tante discussioni - il no al nucleare perché fa paura, ai rigassificatori e ai termovalorizzatori perché inquinano, ai pozzi nell’Adriatico perché farebbero sprofondare Venezia - dovrà ammettere che siamo tornati al punto di partenza.
La guerra in Ucraina non solo ha evidenziato la centralità dell’energia fossile ma ha anche definitivamente rimesso in gioco l’uso del carbone. Un discorso simile si può fare per gli altri obiettivi fissati dalla Cop 26 e dall’Ue relativi al comparto idrico. L’idea è limitare il deflusso ecologico. Una norma che nasce per prevenire il deterioramento qualitativo e quantitativo delle acque, migliorarne lo stato di salute e assicurarne un utilizzo sostenibile, ma che se applicata sul nostro territorio senza modifiche rischia di portare danni catastrofici. Il risultato saranno minore capienza e minore energia. Immaginate le nuove norme in un momento di siccità come l’attuale. Non solo.
A margine della riunione di Glasgow, in cui tutti i Paesi si sono impegnati verso l’obiettivo di decarbonizzare il pianeta, ridurre la possibilità di approvvigionamento dell’acqua non fa che abbattere le quote di rinnovabili necessarie a sostituire le fonti fossili. Abbiamo già visto come ogni tecnologia alternativa alle rinnovabili, dalla Ccs all’idrogeno all’atomo, venga perlopiù boicottata con la scusa di rappresentare vie costose, lontane o impercorribili. Secondo tale logica ci rimarrebbero solo le rinnovabili, ma di questo passo dovremo guardare il meteo sperando in una giornata di sole per poterci permettere una doccia calda.
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L’Italia non passa al livello di allarme. Oggi tavolo con le società energetiche. Mario Draghi insiste per il tetto ai prezzi. Il ministro: «In arrivo una direttiva sulle trivelle».Berlino torna al carbone. Spariti gli sponsor degli obiettivi della Cop 26 di sette mesi fa.Lo speciale contiene due articoliNon alzare l’allerta sul gas passando dal livello di preallarme a quello di allarme «stante l’attuale livello della domanda e la possibilità di adottare comunque le misure preventive necessarie, in base al decreto legge numero 17 del 2022». È questo il parere espresso ieri dal Comitato tecnico di emergenza e monitoraggio del gas naturale che, su proposta del Mite, ha anche invocato una misura per raggiungere il target di riempimento degli stoccaggi previsto per il mese di giugno, indicando a Snam di approvvigionare le quantità mancanti. Infine, ha condiviso la proposta di una misura per programmare, con il coordinamento di Terna, «acquisti di carbone in via prudenziale», in vista dell’embargo su quello russo che scatterà da agosto. Oggi seguirà un’altra riunione tra il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e le società che forniscono il gas, tra cui Eni ed Enel. Per ora si preferisce dunque prendere tempo assicurando a che al momento la situazione di flussi e stoccaggi è costantemente monitorata e stabile. Nel frattempo, ieri, hanno prevalso le parole. Quelle pronunciate da Cingolani all’assemblea di Energia futura e pure quelle del premier Mario Draghi, che nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo ha parlato anche di gas. Partiamo però dal capo del Mite che è uno dei ministri più loquaci del governo ma spesso anche il più ondivago. Ieri il ministero ha infatti risposto, dopo tre mesi, a un’interrogazione presentata dal senatore Andrea de Bertoldi (Fdi) della commissione Industria del Senato: «Su direttiva del Mite, che verrà emanata nelle prossime settimane, il gruppo Gse avvierà le procedure per l’approvvigionamento di lungo termine di gas naturale di produzione nazionale, invitando a partecipare a dette procedure i titolari di concessioni di coltivazione di gas», si legge nella risposta scritta. Dove si aggiunge che un contributo «celere» all’aumento della produzione arriverà agendo sulle concessioni ora sospese, «non dovendo attendere i tempi autorizzativi e realizzativi necessari per eventuali nuove trivellazioni». A parole, insomma, il ministro apre alle trivellazioni ma nella realtà il governo finora ha fatto poco o niente per risolvere il problema. A seguito di quella interrogazione presentata a marzo, infatti, de Bertoldi aveva proposto anche un emendamento al dl Energia con l’obiettivo di «rivedere profondamente la norma prevista dal dl Semplificazioni del 2019 la cui urgenza e necessità oggi impone l’immediata riattivazione dei permessi per l’attività di prospezione e di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi in essere, sia per aree in terraferma che in mare». L’emendamento era stato respinto e il governo attraverso un ordine del giorno al dl Costi si è limitato a impegnarsi in un futuro provvedimento in materia energetica a rimuovere le limitazioni tanto care ai grillini. Non solo. Il 16 giugno, il senatore Gaetano Nastri, sempre di Fdi, aveva chiesto a Cingolani come mai il Pd e il M5s avessero votato contro l’inserimento di nucleare e gas all’interno della tassonomia europea. Ovvero in direzione sostanzialmente opposta rispetto a quanto da lui annunciato. Una risposta precisa, però, non è mai arrivata. Cingolani ieri ha preferito ridare la colpa alla speculazione. Lo aveva già fatto a metà marzo dicendo a Sky che i prezzi dell’energia stavano crescendo in maniera assolutamente scorrelata dalla realtà dei fatti. Che «se mettiamo un tetto ai prezzi blocchiamo questa spirale speculativa» perché «siamo in presenza di una colossale truffa che viene dal nervosismo del mercato ed è fatta a spese delle imprese e dei cittadini». Colpa della speculazione, insomma se le bollette sono schizzate alle stelle. Ieri, solita musica: «Abbiamo una crisi del gas che non è una crisi fisica, perché il gas c’è, ma è crisi di mercato. Ma perché nel pieno di una guerra, la cosa migliore che ha saputo fare il Ttf (la Borsa del gas, ndr) è stata alzare il prezzo? Le imprese e le famiglie soffrono non perché manca il gas, ma perché qualcuno da una tastiera ha deciso di alzare i prezzi». E gli stoccaggi? «Siamo oltre il 54%. Un anno fa di questi tempi un metro cubo di gas costava 20 centesimi, ora costa 1 euro. Dobbiamo immagazzinare circa 10 miliardi di metri cubi, un anno fa ci volevano 2 miliardi, adesso ce ne vogliono 10 miliardi». Come farlo? «Bisogna spingere sulle rinnovabili e sulla convivenza col gas in questa fase, disaccoppiare la Borsa termoelettrica da quella sulle rinnovabili, imporre un price cap europeo per tagliare i picchi dei costi». Il solito refrain, insomma. «Sul price cap ci stiamo lavorando, probabilmente otterremo qualcosa. La discussione è stata complessa ma credo che molti Paesi comincino a guardarla con attenzione», ha ripetuto ieri. E sul tetto ai prezzi è tornato anche Draghi: «Il Consiglio europeo ha dato mandato alla Commissione europea di trovare un controllo al prezzo. L’Europa deve muoversi con rapidità e decisione per tutelare i propri cittadini dalle ricadute della crisi innescate dalla guerra». Da Bruxelles ieri è arrivata la voce di Ursula von der Leyen: «L’Italia si distingue per aver già utilizzato le nostre raccomandazioni, cioè tassare i profitti eccezionali delle aziende energetiche e sostenere con questo le famiglie vulnerabili e le piccole imprese. Questo è molto buono. Pertanto, stiamo esaminando diverse opzioni e dobbiamo discuterne con il Consiglio europeo». Insomma, vi faremo sapere. Detto da chi ha sbagliato le proiezioni sull’inflazione perché non ha calcolato l’aumento del prezzo dell’energia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-il-comitato-di-cingolani-sullemergenza-gas-non-ce-ancora-unemergenza-2657540672.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-lennesima-volta-la-realta-tritura-i-sogni-dei-vertici-onu-sullambiente" data-post-id="2657540672" data-published-at="1655844108" data-use-pagination="False"> Per l’ennesima volta la realtà tritura i sogni dei vertici Onu sull’ambiente Da quasi tre decenni l’Onu riunisce quasi tutti i Paesi della Terra per un vertice globale sul clima. Si chiama Cop, conferenza delle parti. Alla fine dello scorso anno, l’appuntamento per la ventiseiesima edizione è stato fissato a Glasgow sotto la presidenza del Regno Unito e con la collaborazione dell’Italia. Si è deciso di azzerare le emissioni nette entro il 2050. Di mobilitare almeno 100 miliardi di finanziamenti ogni anno. Di accelerare la transizione all’elettrico, di incoraggiare le fonti rinnovabili come l’eolico e di dare il colpo di grazia al carbone. Obiettivi messi nero su bianco soltanto lo scorso novembre. È bene ricordare che ogni anno i pilastri della Cop vengono smentiti dalla realtà climatica. L’eolico è ottimo, ma se non c’è vento non serve a nulla. L’idroelettrico per i fanatici dell’ecologia è «ni», ma se non piove serve a poco. Insomma i desiderata della follia ambientalista durano giusto una mezza stagione. Poi arriva il conto e qualcuno, di solito coloro che devono produrre, si mettono a trovare una soluzione alternativa che però non faccia perdere la faccia alla lobby green. Quest’anno sta andando un po’ peggio per questi ultimi. La siccità sta chiudendo le centrali. Il vento latita ormai da mesi. E, nonostante il Parlamento Ue abbia deciso di mettere al bando i motori endotermici, adesso la gente per strada comincia a chiedersi chi mai potrà fare il pieno di elettricità a una Tesla visti i prezzi insostenibili. L’inflazione largamente prevedibile (già un anno fa) e la guerra sono la benzina sul fuoco dell’ecologismo, un fuoco così bollente che in questi giorni sta tornando a rendere visibile la carcassa dei problemi. La Germania ha detto sì alla riapertura delle centrali a carbone. Scelta inevitabile non solo per sopperire ai tagli (o al futuro distacco) del gas russo, ma anche per far fronte agli aumenti insostenibili. Tema che anche in Italia nelle prossime settimane dovrà essere affrontato di petto. Pure qualche politico, dopo tante discussioni - il no al nucleare perché fa paura, ai rigassificatori e ai termovalorizzatori perché inquinano, ai pozzi nell’Adriatico perché farebbero sprofondare Venezia - dovrà ammettere che siamo tornati al punto di partenza. La guerra in Ucraina non solo ha evidenziato la centralità dell’energia fossile ma ha anche definitivamente rimesso in gioco l’uso del carbone. Un discorso simile si può fare per gli altri obiettivi fissati dalla Cop 26 e dall’Ue relativi al comparto idrico. L’idea è limitare il deflusso ecologico. Una norma che nasce per prevenire il deterioramento qualitativo e quantitativo delle acque, migliorarne lo stato di salute e assicurarne un utilizzo sostenibile, ma che se applicata sul nostro territorio senza modifiche rischia di portare danni catastrofici. Il risultato saranno minore capienza e minore energia. Immaginate le nuove norme in un momento di siccità come l’attuale. Non solo. A margine della riunione di Glasgow, in cui tutti i Paesi si sono impegnati verso l’obiettivo di decarbonizzare il pianeta, ridurre la possibilità di approvvigionamento dell’acqua non fa che abbattere le quote di rinnovabili necessarie a sostituire le fonti fossili. Abbiamo già visto come ogni tecnologia alternativa alle rinnovabili, dalla Ccs all’idrogeno all’atomo, venga perlopiù boicottata con la scusa di rappresentare vie costose, lontane o impercorribili. Secondo tale logica ci rimarrebbero solo le rinnovabili, ma di questo passo dovremo guardare il meteo sperando in una giornata di sole per poterci permettere una doccia calda.
Giuseppe Iannaccone (Ansa)
Una decisione duramente contestata da Giorgia Meloni e pure da qualche intellettuale libero come Massimo Cacciari («Se Adelphi firma il patentino non pubblicherò più con loro», ha detto il filosofo a Otto e mezzo) o l’editore di Settecolori Manuel Grillo. Ci sono però numerosi autori progressisti che la mordacchia antifa la apprezzano e anzi sostengono che il vero problema siano le uscite della Meloni. Altri, come Gianni Oliva ieri sulla Stampa, scrivono che la censura è sbagliata perché fa pubblicità agli editori destrorsi, non per altro. Insomma, il dibattito culturale è più tetro che mai.
Solo dal Centro per il libro, Più libri più liberi percepisce tra i 170.000 e i 180.000 euro. A cui si aggiungono i fondi della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Camera di commercio... Viene da chiedersi se, a fronte di certe esibizioni di intolleranza, non sia il caso di sospendere l’erogazione di questi soldi.
Professor Iannaccone, che pensa di questa storia del cosiddetto patentino antifascista?
«Sono rimasto sorpreso. Ero convinto che si facesse tesoro delle polemiche strumentali della scorsa edizione e, senza ambiguità e concessioni a frange limitate ma chiassose del mondo letterario italiano, si seguisse alla lettera l’intento della fiera contenuto già nel suo nome. Il libro è libertà: sottoporlo al vaglio - della morale o dell’ideologia - significa contraddirne la funzione. L’idea stessa di una patente è più ridicola che pericolosa, più ipocrita che violenta. Mi sembra un espediente propagandistico che non ha nulla a che vedere con il senso democratico di un festival dell’editoria: che ha nella pluralità, perfino nel conflitto delle idee, la sua ragione più nobile».
Voi come contribuite a Più libri più liberi?
«Il ministero della Cultura, tramite il Centro per il libro e la lettura, sostiene iniziative come Più libri e più liberi, al pari di altri appuntamenti che hanno lo scopo di promuovere la lettura. Questo, in particolare, ci sta a cuore, perché la valorizzazione della piccola e media editoria rappresenta un mezzo decisivo per incentivare la bibliodiversità come occasione di ricchezza e pluralità di linguaggi e punti di vista. Se questo principio viene meno, verrebbe meno anche la ragione del nostro sostegno».
Quindi valutate la possibilità di togliere fondi o chiudere la collaborazione se andranno avanti su questa strada?
«La nostra collaborazione con l’Aie, Associazione italiana editori, è consolidata da anni. Lavoriamo in sintonia perché ci animano obiettivi comuni. Siamo convinti che i suoi vertici possano tornare sui loro passi: non è nell’interesse di nessuno frapporre ostacoli a questo dialogo, tanto meno ciò potrà accadere a causa di una scelta improvvida, così palesemente settaria, anacronistica e contraria ai dettami di quella Costituzione a cui ci si appella spesso, come in questo caso, in modo strumentale».
Ma vi hanno consultato prima di proporre questo patentino, o come si voglia chiamarlo?
«Anche questo ci ha sorpreso. Abbiamo una interlocuzione molto positiva con la presidente Annamaria Malato, da sempre attenta a dare spazio a culture e opinioni diverse. Sono convinto che qualche curatore dell’edizione di quest’anno abbia ritenuto utile appellarsi a un antifascismo di maniera per compattare una certa area politica. Temo che sia stato un boomerang se, come vedo, anche ampi settori del pensiero liberale, riformista e di sinistra rifiutano questa deriva censoria. Ecco, la reazione del mondo intellettuale libero italiano è per noi una buona notizia. Il conformismo e il dogmatismo possono essere combattuti, anche da punti di vista trasversali. Non è una battaglia di parte, insomma. E questo è un bene per la difesa del pensiero libero».
Non è però la prima volta che a Più libri più liberi si vedono boicottaggi e tentativi di censura. Non le sembra che si dovrebbe cambiare orientamento?
«Sono stati fatti errori, in passato, è vero, che però sembravano fossero stati corretti. C’è un problema a monte: quando si dà spazio, perfino nella presentazione ufficiale dell’evento, a personaggi squalificati in cerca di visibilità si rivela - per quanto in buona fede - un certo sentimento di subalternità psicologica nei confronti di ambienti inclini al ricatto e alla discriminazione. Ritirare questa improvvida idea della patente antifascista non servirà solo a ripristinare delle forme di civile convivenza delle idee ma anche e soprattutto a ribadire il valore della cultura come luogo di discussione senza preconcetti».
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(iStock)
In piena linea con i dati forniti dalle forze di polizia dai quali emerge un costante aumento dei reati commessi da giovani, in particolare se minori. Niente di cui la popolazione non si fosse già resa conto dunque, con buona pace di chi fino a ieri preferiva ricondurne le opinioni ad eccessi di allarmismo magari alimentati dai media. Più che le «rappresentazioni», nel rapporto realizzato dall’istituto di ricerca, parlano le esperienze dirette, con tre cittadini su dieci che riferiscono di minacce, insulti, furti e aggressioni fisiche. Mentre un altro terzo dice di essere a conoscenza di episodi simili che vedono coinvolti amici e conoscenti.
Sebbene vi sia una spaccatura sulla sicurezza del luogo in cui si vive, tra un 46% che ne dà un giudizio ancora positivo e un 44% che invece si considera a rischio, la convinzione che la violenza giovanile sia in aumento sembra mettere d’accordo la maggioranza della popolazione.
Una «percezione» confermata dalle segnalazioni registrate dal ministero dell’Interno. Dopo una flessione fino all’anno del Covid, dopo la pandemia il numero di arrestati e denunciati under 24 vede una crescita costante. In particolare modo nella fascia d’età 14-17, dove dai 25.000 casi del 2020 si è passati ad oltre 37.000 nel 2025. Un dato che peraltro occorre prendere per difetto visto che il 57% del campione interpellato, quindi oltre la metà, nonostante problemi legati al fenomeno delle bande giovanili dice di non aver comunque mai sporto denuncia. Preferendo andare oltre. Come sembrano aver fatto sette cittadini su dieci, che trovandosi a contatto con aree frequentate da gang giovanili, almeno una volta hanno preferito cambiare strada. Una strategia adottata con una certa frequenza da un quarto dei cittadini e in modo sistematico da poco più di uno su dieci. Quanto ai fattori giudicati scatenanti, l’85% punta il dito contro l’assenza o la distrazione della famiglia, giudicata ininfluente, segue il contesto sociale degradato, un’educazione troppo permissiva e la mancanza di autorevolezza delle istituzioni. Una grossa responsabilità l’avrebbero inoltre i social che, secondo il presidente di Eurispes Gian Maria Fara «spesso si rivelano strumenti che amplificano i comportamenti devianti, facendone modelli accattivanti, diffondendone l’esempio, disumanizzando le vittime e desensibilizzando gli autori, normalizzando condotte violente e abusanti». Una boom di devianza che Eurispes racconta come trasversale perché interessa anche i contesti apparentemente meno problematici. Motivo per cui Fara parla «devianza borghese» che si esprime con vandalismo, bullismo e comportamenti autodistruttivi. Dall’altro lato del range c’è quella che vede protagonisti gli stranieri, spesso cresciuti in contesti di marginalità, il cui ruolo nella devianza giovanile cresce negli ultimi anni. Ben 80.827 i giovani stranieri segnalati nel 2025, quasi quanto gli italiani che nello stesso anno sono stati 89.249. Una «parità» di presenza sulla scena criminale restituita anche dalla maggioranza dei soggetti interpellati dal rapporto visto che il 42% descrive le bande giovanili come formate da ragazzi italiani e stranieri insieme, a indicare una visione del fenomeno in quanto realtà eterogenea e mista. Peccato che il peso specifico degli stranieri, in proporzione, sia ben maggiore visto che sono il 10% della popolazione. E questo forse, è l’unico aspetto non ancora ben «percepito».
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In Puglia deliberati 129 milioni di euro a supporto di 560 operazioni. Intervista a Vittorio de Pedys, presidente di Simest, Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato di Simest e Antonio Tajani, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.