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2022-06-21
Gas: emergenza per tutti, non per il governo
Roberto Cingolani (Ansa)
Non alzare l’allerta sul gas passando dal livello di preallarme a quello di allarme «stante l’attuale livello della domanda e la possibilità di adottare comunque le misure preventive necessarie, in base al decreto legge numero 17 del 2022». È questo il parere espresso ieri dal Comitato tecnico di emergenza e monitoraggio del gas naturale che, su proposta del Mite, ha anche invocato una misura per raggiungere il target di riempimento degli stoccaggi previsto per il mese di giugno, indicando a Snam di approvvigionare le quantità mancanti. Infine, ha condiviso la proposta di una misura per programmare, con il coordinamento di Terna, «acquisti di carbone in via prudenziale», in vista dell’embargo su quello russo che scatterà da agosto.
Oggi seguirà un’altra riunione tra il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e le società che forniscono il gas, tra cui Eni ed Enel. Per ora si preferisce dunque prendere tempo assicurando a che al momento la situazione di flussi e stoccaggi è costantemente monitorata e stabile. Nel frattempo, ieri, hanno prevalso le parole. Quelle pronunciate da Cingolani all’assemblea di Energia futura e pure quelle del premier Mario Draghi, che nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo ha parlato anche di gas. Partiamo però dal capo del Mite che è uno dei ministri più loquaci del governo ma spesso anche il più ondivago. Ieri il ministero ha infatti risposto, dopo tre mesi, a un’interrogazione presentata dal senatore Andrea de Bertoldi (Fdi) della commissione Industria del Senato: «Su direttiva del Mite, che verrà emanata nelle prossime settimane, il gruppo Gse avvierà le procedure per l’approvvigionamento di lungo termine di gas naturale di produzione nazionale, invitando a partecipare a dette procedure i titolari di concessioni di coltivazione di gas», si legge nella risposta scritta. Dove si aggiunge che un contributo «celere» all’aumento della produzione arriverà agendo sulle concessioni ora sospese, «non dovendo attendere i tempi autorizzativi e realizzativi necessari per eventuali nuove trivellazioni». A parole, insomma, il ministro apre alle trivellazioni ma nella realtà il governo finora ha fatto poco o niente per risolvere il problema. A seguito di quella interrogazione presentata a marzo, infatti, de Bertoldi aveva proposto anche un emendamento al dl Energia con l’obiettivo di «rivedere profondamente la norma prevista dal dl Semplificazioni del 2019 la cui urgenza e necessità oggi impone l’immediata riattivazione dei permessi per l’attività di prospezione e di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi in essere, sia per aree in terraferma che in mare». L’emendamento era stato respinto e il governo attraverso un ordine del giorno al dl Costi si è limitato a impegnarsi in un futuro provvedimento in materia energetica a rimuovere le limitazioni tanto care ai grillini. Non solo. Il 16 giugno, il senatore Gaetano Nastri, sempre di Fdi, aveva chiesto a Cingolani come mai il Pd e il M5s avessero votato contro l’inserimento di nucleare e gas all’interno della tassonomia europea. Ovvero in direzione sostanzialmente opposta rispetto a quanto da lui annunciato. Una risposta precisa, però, non è mai arrivata.
Cingolani ieri ha preferito ridare la colpa alla speculazione. Lo aveva già fatto a metà marzo dicendo a Sky che i prezzi dell’energia stavano crescendo in maniera assolutamente scorrelata dalla realtà dei fatti. Che «se mettiamo un tetto ai prezzi blocchiamo questa spirale speculativa» perché «siamo in presenza di una colossale truffa che viene dal nervosismo del mercato ed è fatta a spese delle imprese e dei cittadini». Colpa della speculazione, insomma se le bollette sono schizzate alle stelle. Ieri, solita musica: «Abbiamo una crisi del gas che non è una crisi fisica, perché il gas c’è, ma è crisi di mercato. Ma perché nel pieno di una guerra, la cosa migliore che ha saputo fare il Ttf (la Borsa del gas, ndr) è stata alzare il prezzo? Le imprese e le famiglie soffrono non perché manca il gas, ma perché qualcuno da una tastiera ha deciso di alzare i prezzi».
E gli stoccaggi? «Siamo oltre il 54%. Un anno fa di questi tempi un metro cubo di gas costava 20 centesimi, ora costa 1 euro. Dobbiamo immagazzinare circa 10 miliardi di metri cubi, un anno fa ci volevano 2 miliardi, adesso ce ne vogliono 10 miliardi». Come farlo? «Bisogna spingere sulle rinnovabili e sulla convivenza col gas in questa fase, disaccoppiare la Borsa termoelettrica da quella sulle rinnovabili, imporre un price cap europeo per tagliare i picchi dei costi». Il solito refrain, insomma. «Sul price cap ci stiamo lavorando, probabilmente otterremo qualcosa. La discussione è stata complessa ma credo che molti Paesi comincino a guardarla con attenzione», ha ripetuto ieri. E sul tetto ai prezzi è tornato anche Draghi: «Il Consiglio europeo ha dato mandato alla Commissione europea di trovare un controllo al prezzo. L’Europa deve muoversi con rapidità e decisione per tutelare i propri cittadini dalle ricadute della crisi innescate dalla guerra». Da Bruxelles ieri è arrivata la voce di Ursula von der Leyen: «L’Italia si distingue per aver già utilizzato le nostre raccomandazioni, cioè tassare i profitti eccezionali delle aziende energetiche e sostenere con questo le famiglie vulnerabili e le piccole imprese. Questo è molto buono. Pertanto, stiamo esaminando diverse opzioni e dobbiamo discuterne con il Consiglio europeo». Insomma, vi faremo sapere. Detto da chi ha sbagliato le proiezioni sull’inflazione perché non ha calcolato l’aumento del prezzo dell’energia.
Per l’ennesima volta la realtà tritura i sogni dei vertici Onu sull’ambiente
Da quasi tre decenni l’Onu riunisce quasi tutti i Paesi della Terra per un vertice globale sul clima. Si chiama Cop, conferenza delle parti. Alla fine dello scorso anno, l’appuntamento per la ventiseiesima edizione è stato fissato a Glasgow sotto la presidenza del Regno Unito e con la collaborazione dell’Italia. Si è deciso di azzerare le emissioni nette entro il 2050. Di mobilitare almeno 100 miliardi di finanziamenti ogni anno. Di accelerare la transizione all’elettrico, di incoraggiare le fonti rinnovabili come l’eolico e di dare il colpo di grazia al carbone. Obiettivi messi nero su bianco soltanto lo scorso novembre. È bene ricordare che ogni anno i pilastri della Cop vengono smentiti dalla realtà climatica. L’eolico è ottimo, ma se non c’è vento non serve a nulla. L’idroelettrico per i fanatici dell’ecologia è «ni», ma se non piove serve a poco. Insomma i desiderata della follia ambientalista durano giusto una mezza stagione. Poi arriva il conto e qualcuno, di solito coloro che devono produrre, si mettono a trovare una soluzione alternativa che però non faccia perdere la faccia alla lobby green. Quest’anno sta andando un po’ peggio per questi ultimi. La siccità sta chiudendo le centrali. Il vento latita ormai da mesi. E, nonostante il Parlamento Ue abbia deciso di mettere al bando i motori endotermici, adesso la gente per strada comincia a chiedersi chi mai potrà fare il pieno di elettricità a una Tesla visti i prezzi insostenibili. L’inflazione largamente prevedibile (già un anno fa) e la guerra sono la benzina sul fuoco dell’ecologismo, un fuoco così bollente che in questi giorni sta tornando a rendere visibile la carcassa dei problemi. La Germania ha detto sì alla riapertura delle centrali a carbone. Scelta inevitabile non solo per sopperire ai tagli (o al futuro distacco) del gas russo, ma anche per far fronte agli aumenti insostenibili. Tema che anche in Italia nelle prossime settimane dovrà essere affrontato di petto. Pure qualche politico, dopo tante discussioni - il no al nucleare perché fa paura, ai rigassificatori e ai termovalorizzatori perché inquinano, ai pozzi nell’Adriatico perché farebbero sprofondare Venezia - dovrà ammettere che siamo tornati al punto di partenza.
La guerra in Ucraina non solo ha evidenziato la centralità dell’energia fossile ma ha anche definitivamente rimesso in gioco l’uso del carbone. Un discorso simile si può fare per gli altri obiettivi fissati dalla Cop 26 e dall’Ue relativi al comparto idrico. L’idea è limitare il deflusso ecologico. Una norma che nasce per prevenire il deterioramento qualitativo e quantitativo delle acque, migliorarne lo stato di salute e assicurarne un utilizzo sostenibile, ma che se applicata sul nostro territorio senza modifiche rischia di portare danni catastrofici. Il risultato saranno minore capienza e minore energia. Immaginate le nuove norme in un momento di siccità come l’attuale. Non solo.
A margine della riunione di Glasgow, in cui tutti i Paesi si sono impegnati verso l’obiettivo di decarbonizzare il pianeta, ridurre la possibilità di approvvigionamento dell’acqua non fa che abbattere le quote di rinnovabili necessarie a sostituire le fonti fossili. Abbiamo già visto come ogni tecnologia alternativa alle rinnovabili, dalla Ccs all’idrogeno all’atomo, venga perlopiù boicottata con la scusa di rappresentare vie costose, lontane o impercorribili. Secondo tale logica ci rimarrebbero solo le rinnovabili, ma di questo passo dovremo guardare il meteo sperando in una giornata di sole per poterci permettere una doccia calda.
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L’Italia non passa al livello di allarme. Oggi tavolo con le società energetiche. Mario Draghi insiste per il tetto ai prezzi. Il ministro: «In arrivo una direttiva sulle trivelle».Berlino torna al carbone. Spariti gli sponsor degli obiettivi della Cop 26 di sette mesi fa.Lo speciale contiene due articoliNon alzare l’allerta sul gas passando dal livello di preallarme a quello di allarme «stante l’attuale livello della domanda e la possibilità di adottare comunque le misure preventive necessarie, in base al decreto legge numero 17 del 2022». È questo il parere espresso ieri dal Comitato tecnico di emergenza e monitoraggio del gas naturale che, su proposta del Mite, ha anche invocato una misura per raggiungere il target di riempimento degli stoccaggi previsto per il mese di giugno, indicando a Snam di approvvigionare le quantità mancanti. Infine, ha condiviso la proposta di una misura per programmare, con il coordinamento di Terna, «acquisti di carbone in via prudenziale», in vista dell’embargo su quello russo che scatterà da agosto. Oggi seguirà un’altra riunione tra il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e le società che forniscono il gas, tra cui Eni ed Enel. Per ora si preferisce dunque prendere tempo assicurando a che al momento la situazione di flussi e stoccaggi è costantemente monitorata e stabile. Nel frattempo, ieri, hanno prevalso le parole. Quelle pronunciate da Cingolani all’assemblea di Energia futura e pure quelle del premier Mario Draghi, che nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo ha parlato anche di gas. Partiamo però dal capo del Mite che è uno dei ministri più loquaci del governo ma spesso anche il più ondivago. Ieri il ministero ha infatti risposto, dopo tre mesi, a un’interrogazione presentata dal senatore Andrea de Bertoldi (Fdi) della commissione Industria del Senato: «Su direttiva del Mite, che verrà emanata nelle prossime settimane, il gruppo Gse avvierà le procedure per l’approvvigionamento di lungo termine di gas naturale di produzione nazionale, invitando a partecipare a dette procedure i titolari di concessioni di coltivazione di gas», si legge nella risposta scritta. Dove si aggiunge che un contributo «celere» all’aumento della produzione arriverà agendo sulle concessioni ora sospese, «non dovendo attendere i tempi autorizzativi e realizzativi necessari per eventuali nuove trivellazioni». A parole, insomma, il ministro apre alle trivellazioni ma nella realtà il governo finora ha fatto poco o niente per risolvere il problema. A seguito di quella interrogazione presentata a marzo, infatti, de Bertoldi aveva proposto anche un emendamento al dl Energia con l’obiettivo di «rivedere profondamente la norma prevista dal dl Semplificazioni del 2019 la cui urgenza e necessità oggi impone l’immediata riattivazione dei permessi per l’attività di prospezione e di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi in essere, sia per aree in terraferma che in mare». L’emendamento era stato respinto e il governo attraverso un ordine del giorno al dl Costi si è limitato a impegnarsi in un futuro provvedimento in materia energetica a rimuovere le limitazioni tanto care ai grillini. Non solo. Il 16 giugno, il senatore Gaetano Nastri, sempre di Fdi, aveva chiesto a Cingolani come mai il Pd e il M5s avessero votato contro l’inserimento di nucleare e gas all’interno della tassonomia europea. Ovvero in direzione sostanzialmente opposta rispetto a quanto da lui annunciato. Una risposta precisa, però, non è mai arrivata. Cingolani ieri ha preferito ridare la colpa alla speculazione. Lo aveva già fatto a metà marzo dicendo a Sky che i prezzi dell’energia stavano crescendo in maniera assolutamente scorrelata dalla realtà dei fatti. Che «se mettiamo un tetto ai prezzi blocchiamo questa spirale speculativa» perché «siamo in presenza di una colossale truffa che viene dal nervosismo del mercato ed è fatta a spese delle imprese e dei cittadini». Colpa della speculazione, insomma se le bollette sono schizzate alle stelle. Ieri, solita musica: «Abbiamo una crisi del gas che non è una crisi fisica, perché il gas c’è, ma è crisi di mercato. Ma perché nel pieno di una guerra, la cosa migliore che ha saputo fare il Ttf (la Borsa del gas, ndr) è stata alzare il prezzo? Le imprese e le famiglie soffrono non perché manca il gas, ma perché qualcuno da una tastiera ha deciso di alzare i prezzi». E gli stoccaggi? «Siamo oltre il 54%. Un anno fa di questi tempi un metro cubo di gas costava 20 centesimi, ora costa 1 euro. Dobbiamo immagazzinare circa 10 miliardi di metri cubi, un anno fa ci volevano 2 miliardi, adesso ce ne vogliono 10 miliardi». Come farlo? «Bisogna spingere sulle rinnovabili e sulla convivenza col gas in questa fase, disaccoppiare la Borsa termoelettrica da quella sulle rinnovabili, imporre un price cap europeo per tagliare i picchi dei costi». Il solito refrain, insomma. «Sul price cap ci stiamo lavorando, probabilmente otterremo qualcosa. La discussione è stata complessa ma credo che molti Paesi comincino a guardarla con attenzione», ha ripetuto ieri. E sul tetto ai prezzi è tornato anche Draghi: «Il Consiglio europeo ha dato mandato alla Commissione europea di trovare un controllo al prezzo. L’Europa deve muoversi con rapidità e decisione per tutelare i propri cittadini dalle ricadute della crisi innescate dalla guerra». Da Bruxelles ieri è arrivata la voce di Ursula von der Leyen: «L’Italia si distingue per aver già utilizzato le nostre raccomandazioni, cioè tassare i profitti eccezionali delle aziende energetiche e sostenere con questo le famiglie vulnerabili e le piccole imprese. Questo è molto buono. Pertanto, stiamo esaminando diverse opzioni e dobbiamo discuterne con il Consiglio europeo». Insomma, vi faremo sapere. Detto da chi ha sbagliato le proiezioni sull’inflazione perché non ha calcolato l’aumento del prezzo dell’energia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-il-comitato-di-cingolani-sullemergenza-gas-non-ce-ancora-unemergenza-2657540672.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-lennesima-volta-la-realta-tritura-i-sogni-dei-vertici-onu-sullambiente" data-post-id="2657540672" data-published-at="1655844108" data-use-pagination="False"> Per l’ennesima volta la realtà tritura i sogni dei vertici Onu sull’ambiente Da quasi tre decenni l’Onu riunisce quasi tutti i Paesi della Terra per un vertice globale sul clima. Si chiama Cop, conferenza delle parti. Alla fine dello scorso anno, l’appuntamento per la ventiseiesima edizione è stato fissato a Glasgow sotto la presidenza del Regno Unito e con la collaborazione dell’Italia. Si è deciso di azzerare le emissioni nette entro il 2050. Di mobilitare almeno 100 miliardi di finanziamenti ogni anno. Di accelerare la transizione all’elettrico, di incoraggiare le fonti rinnovabili come l’eolico e di dare il colpo di grazia al carbone. Obiettivi messi nero su bianco soltanto lo scorso novembre. È bene ricordare che ogni anno i pilastri della Cop vengono smentiti dalla realtà climatica. L’eolico è ottimo, ma se non c’è vento non serve a nulla. L’idroelettrico per i fanatici dell’ecologia è «ni», ma se non piove serve a poco. Insomma i desiderata della follia ambientalista durano giusto una mezza stagione. Poi arriva il conto e qualcuno, di solito coloro che devono produrre, si mettono a trovare una soluzione alternativa che però non faccia perdere la faccia alla lobby green. Quest’anno sta andando un po’ peggio per questi ultimi. La siccità sta chiudendo le centrali. Il vento latita ormai da mesi. E, nonostante il Parlamento Ue abbia deciso di mettere al bando i motori endotermici, adesso la gente per strada comincia a chiedersi chi mai potrà fare il pieno di elettricità a una Tesla visti i prezzi insostenibili. L’inflazione largamente prevedibile (già un anno fa) e la guerra sono la benzina sul fuoco dell’ecologismo, un fuoco così bollente che in questi giorni sta tornando a rendere visibile la carcassa dei problemi. La Germania ha detto sì alla riapertura delle centrali a carbone. Scelta inevitabile non solo per sopperire ai tagli (o al futuro distacco) del gas russo, ma anche per far fronte agli aumenti insostenibili. Tema che anche in Italia nelle prossime settimane dovrà essere affrontato di petto. Pure qualche politico, dopo tante discussioni - il no al nucleare perché fa paura, ai rigassificatori e ai termovalorizzatori perché inquinano, ai pozzi nell’Adriatico perché farebbero sprofondare Venezia - dovrà ammettere che siamo tornati al punto di partenza. La guerra in Ucraina non solo ha evidenziato la centralità dell’energia fossile ma ha anche definitivamente rimesso in gioco l’uso del carbone. Un discorso simile si può fare per gli altri obiettivi fissati dalla Cop 26 e dall’Ue relativi al comparto idrico. L’idea è limitare il deflusso ecologico. Una norma che nasce per prevenire il deterioramento qualitativo e quantitativo delle acque, migliorarne lo stato di salute e assicurarne un utilizzo sostenibile, ma che se applicata sul nostro territorio senza modifiche rischia di portare danni catastrofici. Il risultato saranno minore capienza e minore energia. Immaginate le nuove norme in un momento di siccità come l’attuale. Non solo. A margine della riunione di Glasgow, in cui tutti i Paesi si sono impegnati verso l’obiettivo di decarbonizzare il pianeta, ridurre la possibilità di approvvigionamento dell’acqua non fa che abbattere le quote di rinnovabili necessarie a sostituire le fonti fossili. Abbiamo già visto come ogni tecnologia alternativa alle rinnovabili, dalla Ccs all’idrogeno all’atomo, venga perlopiù boicottata con la scusa di rappresentare vie costose, lontane o impercorribili. Secondo tale logica ci rimarrebbero solo le rinnovabili, ma di questo passo dovremo guardare il meteo sperando in una giornata di sole per poterci permettere una doccia calda.
Matteo Messina Denaro (Ansa)
I 200 milioni di euro sequestrati ieri dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo sono il perimetro di una ricchezza smisurata che affonda le radici negli anni Ottanta, quando i narcos siciliani cominciavano a moltiplicare il denaro della droga con una velocità che la mafia dei corleonesi non aveva mai conosciuto. Il blitz, coordinato dal procuratore Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Vito Di Giorgio ha attraversato mezzo mondo: da Palermo e Trapani a Marbella, da Puerto Banùs, Malaga e Benahavis alla Svizzera, dal Principato di Monaco al Libano, ad Andorra, alle Isole Cayman e a Gibilterra.
Eppure, la scena iniziale sembra quasi stonata rispetto alla montagna di denaro saltata fuori. Giacomo Tamburello, 66 anni, definito come uno storico trafficante di hashish e indicato da chi indaga come vicino, da sempre, a Matteo Messina Denaro, viveva ai domiciliari nella piccola casa della madre, a Campobello di Mazara. Apparentemente ormai ai margini. In realtà, secondo l’inchiesta della Guardia di finanza, sarebbe il custode del tesoro. Quando è scattato il blitz, Tamburello è stato arrestato in provincia di Trapani. Nello stesso momento, in Spagna, sono finite in manette l’ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca.
Intanto i finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo mettevano i sigilli a beni, società e disponibilità finanziarie. Gli inquirenti gli contestano l’autoriciclaggio aggravato dall’avere «agevolato l’attività dell’associazione mafiosa». Ma per capire la portata dell’inchiesta bisogna tornare indietro. Gli investigatori ricostruiscono un sistema economico costruito nel tempo. Secondo i collaboratori di giustizia, Tamburello sarebbe uno dei grandi snodi. Vincenzo Spezia, storico esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, ha raccontato ai magistrati gli intrecci tra Messina Denaro e Tamburello, sostenendo che risalirebbero «al 1983». Finora, spiegano gli investigatori, lo Stato è riuscito a sequestrare a Messina Denaro e ai suoi prestanome circa 4 miliardi di euro.
Ma gli inquirenti sono convinti che quella cifra rappresenti soltanto una porzione della reale disponibilità economica del boss morto dopo 30anni di latitanza. L’inchiesta è nata quasi per caso tre anni fa. Ad Agosto, a Madrid, un finanziere in servizio all’ambasciata italiana segnala al Gico di Palermo una situazione anomala: l’ex moglie di Tamburello, casalinga, risulta avere 12 milioni di euro in conti lussemburghesi e 1 milione e mezzo ad Andorra. L’intuizione avvia l’azione investigativa. Madre e figlio avevano aperto i primi conti ad Andorra nel 2005. Poi erano partiti i trasferimenti internazionali. Conti, società, partecipazioni, immobili, carte di credito, investimenti. Dal 2000 Tamburello e la moglie risultavano separati consensualmente. Lui aveva ufficialmente un’altra compagna. Ma il patrimonio familiare continuava a essere amministrato proprio dall’ex moglie e dal figlio, residenti fra Marbella e la Costa del Sol. Gli investigatori intercettano anche una preoccupazione. Madre e figlio avrebbero valutato di trasferire a Dubai parte delle ricchezze per sottrarle alle indagini. Non hanno fatto in tempo.
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Kaja Kallas (Ansa)
Ieri mattina, a margine della riunione del Consiglio affari esteri dell’Ue a Cipro, Kallas ha annunciato davanti ai giornalisti che i diplomatici americani hanno abbandonato Kiev, ma è falso. «Da quanto abbiamo appreso ieri (mercoledì, ndr) dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste tranne una. Anche questo richiede coraggio da parte di tali ambasciate. Tutti gli Stati europei sono rimasti, l’America se n'è andata», ha detto ai microfoni. Neanche troppo velatamente, ha tacciato la Casa Bianca di non essere risoluta, avendo ceduto alle richieste russe di far evacuare il personale diplomatico dalla capitale ucraina.
Inevitabile è stata la pioggia di smentite. Sul sito dell’ambasciata americana in Ucraina, nella sezione «News», compare la scritta: «L’ambasciata degli Stati Uniti è aperta». Nel portale viene specificato: «Non ci sono cambiamenti nelle nostre operazioni e le notizie contrarie sono false. Il Dipartimento di Stato non ha priorità più alta della sicurezza dei cittadini americani e rivede regolarmente il livello di sicurezza dell’ambasciata di Kiev». Anche l’Ucraina non ha potuto fare altro che negare quanto affermato dall’alleata europea. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Georgiy Tykhyi, ha spiegato che «le informazioni sulla partenza dell’ambasciata statunitense non sono vere».
Peraltro, perfino Mosca ha ammesso che da Washington non ha ricevuto alcuna risposta sulla richiesta di evacuazione. «La Russia ha trasmesso una raccomandazione agli Stati Uniti attraverso i canali appropriati riguardo agli attacchi su Kiev, ma non c’è stata ancora alcuna risposta. Nessun messaggio è stato trasmesso da Donald Trump a Vladimir Putin», ha riferito il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov.
Non deve essere stato poco l’imbarazzo a Bruxelles. Sul sito dell’Ue che riporta la trascrizione delle domande e risposte con i giornalisti, l’affermazione di Kallas è stata modificata. Ora si legge: «Da quanto abbiamo appreso ieri dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste*, il che richiede coraggio da parte di queste ambasciate, ma sì, tutti gli europei sono rimasti*». Gli asterischi sono doverosi perché, al termine della dichiarazione, compare tra parentesi: «*Aggiornato con una correzione riguardo alla presenza diplomatica a Kiev».
Il granchio preso da Kallas, la cui portavoce ha comicamente parlato di un «fraintendimento» nella conversazione col ministro degli Esteri ucraino, suggerisce ancora una volta che la sua nomina ad Alto rappresentante Ue non è probabilmente stata una delle scelte più lungimiranti. Nel 2009, quando Bruxelles ha riformato questo ruolo introducendo una sorta di «ministro» degli Esteri dell’Ue, era convinta di aver risposto al quesito del celebre diplomatico americano Henry Kissinger: «Chi devo chiamare se voglio parlare l’Europa?». Eppure, tralasciando il fatto se ci sia riuscita oppure no, se a qualche cancelleria venisse da snobbare la Kallas, non ci sarebbe troppo da sorprendersi. La donna, ex primo ministro dell’Estonia e ora alla guida della politica estera europea, non ha mai dimostrato la statura del diplomatico. Passo dopo passo, ha collezionato figuracce che hanno assottigliato la sua fragile credibilità. Aveva dichiarato che per lei era una «novità» che Mosca e Pechino avessero sconfitto il nazismo e il fascismo nella Seconda guerra mondiale. E, dimostrando che forse non era la prima della classe a scuola, aveva persino sentenziato: «In 100 anni la Russia ha attaccato 19 Paesi, alcuni dei quali anche tre o quattro volte. Ma nessuno ha attaccato la Russia in quel periodo». Essere estoni, e dunque aver subito l’occupazione sovietica, non esime dal conoscere la storia delle guerre mondiali.
Bruxelles ha a lungo definito la «disinformazione» come la maggiore minaccia alla democrazia. Poi i vertici europei sono i primi a non accertarsi se stanno comunicando o meno notizie veritiere.
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@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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