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2018-09-13
Per il caso McCarrick salta un cardinale. Tutti i capi dei vescovi convocati in Vaticano
Ansa
Le risposte dal Vaticano cominciano ad arrivare, chiaro segno che il dramma degli abusi e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò hanno prodotto una ferita che non si può sanare senza essere affrontata. Ieri, al termine del ventiseiesimo incontro del C9, il consiglio di nove cardinali che aiuta il Papa nella riforma e nel governo della Chiesa, un nuovo comunicato ha informato che tutti i capi dei vescovi del mondo saranno radunati a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019 per un evento che non ha precedenti: «Il Santo Padre Francesco», si legge nella nota, «sentito il consiglio di cardinali, ha deciso di convocare una riunione con i presidenti delle Conferenze episcopali della Chiesa cattolica sul tema della “protezione dei minori"».
È chiaro che, durante la riunione del C9 di questi giorni, al centro della discussione c'è stata la situazione di grave crisi che la Chiesa sta vivendo, e sappiamo che alcuni vescovi statunitensi hanno anche chiesto al Papa di cancellare il sinodo sui giovani in programma per il prossimo ottobre e di sostituirlo con un sinodo straordinario sulla questione abusi e sul ruolo dei vescovi. Si può pensare, quindi, che la riunione programmata per febbraio in qualche modo sia una risposta a questi appelli.
Vedremo se questo incontro inedito, ufficialmente convocato per la «protezione dei minori», metterà all'ordine del giorno anche quanto emerge dal dossier Viganò. Ossia ciò che monsignor Georg Gänswein nell'intervento pubblicato ieri dalla Verità ha chiamato con il nome di «crisi del clero». Potremo capire meglio come la Chiesa intende affrontare il suo «11 settembre», sempre per usare un'espressione del segretario di Benedetto XVI, quando avremo quei «necessari chiarimenti» che sono stati annunciati nel precedente comunicato del C9 e che sembrano riferirsi al memoriale dell'ex nunzio.
L'esempio del cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, è pertinente. È stato citato circa 200 volte nel rapporto del Gran giurì della Pennsylvania, quello che analizza 70 anni di abusi del clero in sei diocesi dello stato, tra cui quella di Pittsburgh di cui Wuerl è stato vescovo dal 1988 al 2006. Ma il porporato è presente anche nel memoriale dell'ex nunzio Viganò, perché sarebbe stato a conoscenza da tempo delle malefatte dell'ex cardinale Theodore McCarrick, accusa che lui ha sempre respinto.
Già in una posizione molto critica, Wuerl martedì ha scritto ai sacerdoti di Washington per annunciare che intende tornare presto a Roma per incontrare ancora Francesco e discutere delle proprie dimissioni. La pressione nei suoi confronti è altissima: l'arcivescovo è stato contestato apertamente durante una celebrazione nella chiesa dell'Annunciazione nella capitale statunitense, e anche in strada davanti alla cattedrale di San Matteo, molti fedeli gli chiedono un passo indietro. Così come lo chiede una parte del clero diocesano. Solo pochi giorni fa Wuerl era stato ricevuto dal Papa in modo riservato (la sua udienza non appariva tra quelle pubblicate) proprio per discernere il da farsi. La vicinanza tra Francesco e Wuerl è nota, tanto che lo stesso cardinale è stato nominato dal Papa come membro della Congregazione per i vescovi (il luogo dove avvengono le selezioni per le nomine in tutto il mondo) al posto del cardinale Raymond Burke, e secondo il memoriale Viganò avrebbe poi svolto un ruolo importante nella scelta di alcune nomine chiave negli Stati Uniti. Inoltre, sono tre anni che Francesco proroga il cardinale Wuerl sulla cattedra di Washington, nonostante il porporato abbia già superato i 75 anni, l'età canonica de per il pensionamento.
«È chiaro che una mia decisione - prima piuttosto che poi - è un aspetto essenziale perché questa Chiesa diocesana che tutti noi amiamo possa andare avanti», ha scritto Wuerl martedì 11 settembre. «Come frutto del nostro discernimento intendo andare presto a Roma a incontrare il nostro Santo Padre a proposito della rinuncia che ho presentato quasi tre anni fa, il 12 novembre 2015». Queste righe hanno tutta l'aria di una decisione già presa e lasciano intendere che il Papa accetterà le dimissioni del cardinale. Cadrebbe così un altro tassello importante della Chiesa statunitense che in questi anni ha fatto da riferimento a Roma per il tentativo, da parte di Francesco, di riallineare l'episcopato americano su posizioni, diciamo così, più pastorali rispetto al passato.
Sembrano lontani i tempi in cui La Repubblica definiva il cardinale Wuerl il pope maker del conclave che ha eletto papa Bergoglio. Colui, scriveva il quotidiano, che avrebbe convinto alcuni cardinali americani che Jorge Mario Bergoglio fosse «la soluzione giusta per “purificare" e “riformare" la Chiesa».
Un altro guaio per i collaboratori del Papa arriva dalla Chiesa del Cile, funestata da una crisi dovuta sempre alla piaga degli abusi, con decine di processi che ad oggi coinvolgono circa 150 religiosi del Paese. Il cardinale Francisco Javier Errázuriz secondo la stampa locale sarebbe prossimo a ricevere una notifica ufficiale che lo incrimina per occultamento di abusi sessuali. Errázuriz, 85 anni, è uno dei membri del C9 per i quali lo stesso consiglio ha prospettato le dimissioni per «età avanzata», ma è lecito pensare che più che l'età poterono i guai. Ambiguità che riguardano, in diverso modo, anche i cardinali George Pell e Oscar Maradiaga, entrambi over 75. Tra gli anziani del C9 ci sono poi Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato di Città del Vaticano, e l'africano Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo congolese.
Per superare una crisi che richiede una convocazione straordinaria di tutti i capi dei vescovi del mondo occorre certamente studiare metodi di prevenzione più efficaci, ma non basteranno convenzioni e norme. Occorre soprattutto chiudere una stagione di clericalismi, lobby e cordate, ciò che Benedetto XVI e Francesco hanno effettivamente più volte denunciato. Il Papa argentino ha l'occasione per fare chiarezza, dovrà farlo senza guardare in faccia gli amici o presunti tali.
Lorenzo Bertocchi
Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia «a metà»
L'annuncio è stato dato dal portavoce vaticano, Greg Burke: oggi, a mezzogiorno, papa Francesco riceverà i vertici della Chiesa cattolica americana, che gli chiedevano udienza da quando è scoppiato il caso del memoriale Viganò.
Nel Palazzo apostolico entreranno il capo della conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, il primo ad aver invocato un colloquio con il Pontefice per fare il punto sullo scandalo degli abusi sessuali, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale arcivescovo di Boston Sean Patrick O'Malley (che è anche membro del C9, il collegio di nove porporati che affiancano Jorge Mario Bergoglio nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche), l'arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez (vice di DiNardo) e il segretario generale della Conferenza dei vescovi statunitensi, Brian Bransfield.
Una notizia rilevante, che testimonia come il Vaticano non possa più ignorare le pressioni per un'operazione trasparenza che arrivano dal Nord America. DiNardo è infatti il capofila di una parte consistente, per numeri e per peso specifico, del clero Usa che pretende sia fatta piena chiarezza sulle denunce dell'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò. Da ultima, è stata la plenaria dell'organo diretto dal cardinale O'Malley a mettere in rilievo che «le domande emerse negli ultimi mesi non solo pongono l'attenzione sulla serietà della questione degli abusi, ma rappresentano anche l'opportunità per porre l'attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione». Per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, non per «indagare i casi particolari». Ma è chiaro che i vescovi statunitensi, che nelle scorse settimane si sono più volte pronunciati sul tema, sono sul piede di guerra.
L'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, alla Verità ha confessato che i fedeli e la Chiesa sono «nel panico», ribadendo la propria fiducia nell'onestà di Viganò e insistendo affinché si indaghi sulle sue rivelazioni. Il vescovo di Springfield, John Paprocki, ha definito «inadeguata» l'evasiva risposta di Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno da Dublino (quel «giudicate da soli», divenuto pochi giorni dopo «silenzio e preghiera dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo»). Stesso giudizio da Robert Morlino, vescovo di Madison, mentre il vescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ha proposto al Pontefice addirittura di annullare il sinodo sui giovani del prossimo ottobre, poiché l'episcopato non avrebbe «assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». Molte le richieste di chiarimenti al Papa: da parte del vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, di quello di Tulsa (Oklahoma), David Conderla, di quello di Tyler (Texas), Joseph Strickland, oltre che da parte dell'ex primo consigliere della nunziatura americana, Jeanne Francois Lantheaume. Oltreoceano, insomma, si è scoperchiato un vaso di Pandora. Vane le minimizzazioni dei prelati legati all'abusatore Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, come Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, Kevin Farrell, prefetto del dicastero per Laici, famiglia e vita, già vicario dell'ex cardinale nella capitale Usa, o del successore di McCarrick, Donald Wuerl. Il quale ha peraltro annunciato che valuterà con il Papa l'ipotesi di una rinuncia alla carica, dopo che l'inchiesta del gran giurì della Pennsylvania lo ha chiamato in causa per aver coperto alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburgh.
È un bene che Francesco abbia finalmente deciso di ricevere DiNardo e gli altri esponenti di punta della Chiesa americana. Rimane tuttavia il timore che l'approccio di Roma sia quello di prendere di petto i casi di abuso sui minori, trascurando la piaga della lobby gay nella Chiesa. Perché se è vero che la pedofilia è lo scandalo - giustamente - più odioso per l'opinione pubblica, specialmente quella laica, la quale ha invece normalizzato (se non glorificato) l'omosessualità, è vero pure che esiste un collegamento tra omosessualità e abusi: un rapporto del 2004, commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, affermava che l'81% dei casi di violenze sessuali era perpetrato da sacerdoti con tendenze omoerotiche su vittime di sesso maschile, il 90% delle quali adolescenti. Non a caso Rod Dreher, autore di Opzione Benedetto, il saggio che ha stimolato gli esplosivi commenti di padre Georg Gänswein riportati dalla Verità, ha affermato che «gli abusi sessuali sui minori sono facilitati da un segreta e potente rete di preti gay».
Alessandro Rico
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Il Papa indice un'adunata mai vista sul tema abusi. E Donald Wuerl, accusato da Carlo Maria Viganò, ora parla apertamente di dimissioni.Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia «a metà». Francesco riceve oggi la delegazione della Conferenza episcopale americana, la più netta nel chiedere di affrontare i problemi denunciati dall'ex nunzio: non solo la pedofilia, anche la lobby gay. Lo speciale contiene due articoli.Le risposte dal Vaticano cominciano ad arrivare, chiaro segno che il dramma degli abusi e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò hanno prodotto una ferita che non si può sanare senza essere affrontata. Ieri, al termine del ventiseiesimo incontro del C9, il consiglio di nove cardinali che aiuta il Papa nella riforma e nel governo della Chiesa, un nuovo comunicato ha informato che tutti i capi dei vescovi del mondo saranno radunati a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019 per un evento che non ha precedenti: «Il Santo Padre Francesco», si legge nella nota, «sentito il consiglio di cardinali, ha deciso di convocare una riunione con i presidenti delle Conferenze episcopali della Chiesa cattolica sul tema della “protezione dei minori"». È chiaro che, durante la riunione del C9 di questi giorni, al centro della discussione c'è stata la situazione di grave crisi che la Chiesa sta vivendo, e sappiamo che alcuni vescovi statunitensi hanno anche chiesto al Papa di cancellare il sinodo sui giovani in programma per il prossimo ottobre e di sostituirlo con un sinodo straordinario sulla questione abusi e sul ruolo dei vescovi. Si può pensare, quindi, che la riunione programmata per febbraio in qualche modo sia una risposta a questi appelli.Vedremo se questo incontro inedito, ufficialmente convocato per la «protezione dei minori», metterà all'ordine del giorno anche quanto emerge dal dossier Viganò. Ossia ciò che monsignor Georg Gänswein nell'intervento pubblicato ieri dalla Verità ha chiamato con il nome di «crisi del clero». Potremo capire meglio come la Chiesa intende affrontare il suo «11 settembre», sempre per usare un'espressione del segretario di Benedetto XVI, quando avremo quei «necessari chiarimenti» che sono stati annunciati nel precedente comunicato del C9 e che sembrano riferirsi al memoriale dell'ex nunzio. L'esempio del cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, è pertinente. È stato citato circa 200 volte nel rapporto del Gran giurì della Pennsylvania, quello che analizza 70 anni di abusi del clero in sei diocesi dello stato, tra cui quella di Pittsburgh di cui Wuerl è stato vescovo dal 1988 al 2006. Ma il porporato è presente anche nel memoriale dell'ex nunzio Viganò, perché sarebbe stato a conoscenza da tempo delle malefatte dell'ex cardinale Theodore McCarrick, accusa che lui ha sempre respinto.Già in una posizione molto critica, Wuerl martedì ha scritto ai sacerdoti di Washington per annunciare che intende tornare presto a Roma per incontrare ancora Francesco e discutere delle proprie dimissioni. La pressione nei suoi confronti è altissima: l'arcivescovo è stato contestato apertamente durante una celebrazione nella chiesa dell'Annunciazione nella capitale statunitense, e anche in strada davanti alla cattedrale di San Matteo, molti fedeli gli chiedono un passo indietro. Così come lo chiede una parte del clero diocesano. Solo pochi giorni fa Wuerl era stato ricevuto dal Papa in modo riservato (la sua udienza non appariva tra quelle pubblicate) proprio per discernere il da farsi. La vicinanza tra Francesco e Wuerl è nota, tanto che lo stesso cardinale è stato nominato dal Papa come membro della Congregazione per i vescovi (il luogo dove avvengono le selezioni per le nomine in tutto il mondo) al posto del cardinale Raymond Burke, e secondo il memoriale Viganò avrebbe poi svolto un ruolo importante nella scelta di alcune nomine chiave negli Stati Uniti. Inoltre, sono tre anni che Francesco proroga il cardinale Wuerl sulla cattedra di Washington, nonostante il porporato abbia già superato i 75 anni, l'età canonica de per il pensionamento.«È chiaro che una mia decisione - prima piuttosto che poi - è un aspetto essenziale perché questa Chiesa diocesana che tutti noi amiamo possa andare avanti», ha scritto Wuerl martedì 11 settembre. «Come frutto del nostro discernimento intendo andare presto a Roma a incontrare il nostro Santo Padre a proposito della rinuncia che ho presentato quasi tre anni fa, il 12 novembre 2015». Queste righe hanno tutta l'aria di una decisione già presa e lasciano intendere che il Papa accetterà le dimissioni del cardinale. Cadrebbe così un altro tassello importante della Chiesa statunitense che in questi anni ha fatto da riferimento a Roma per il tentativo, da parte di Francesco, di riallineare l'episcopato americano su posizioni, diciamo così, più pastorali rispetto al passato.Sembrano lontani i tempi in cui La Repubblica definiva il cardinale Wuerl il pope maker del conclave che ha eletto papa Bergoglio. Colui, scriveva il quotidiano, che avrebbe convinto alcuni cardinali americani che Jorge Mario Bergoglio fosse «la soluzione giusta per “purificare" e “riformare" la Chiesa». Un altro guaio per i collaboratori del Papa arriva dalla Chiesa del Cile, funestata da una crisi dovuta sempre alla piaga degli abusi, con decine di processi che ad oggi coinvolgono circa 150 religiosi del Paese. Il cardinale Francisco Javier Errázuriz secondo la stampa locale sarebbe prossimo a ricevere una notifica ufficiale che lo incrimina per occultamento di abusi sessuali. Errázuriz, 85 anni, è uno dei membri del C9 per i quali lo stesso consiglio ha prospettato le dimissioni per «età avanzata», ma è lecito pensare che più che l'età poterono i guai. Ambiguità che riguardano, in diverso modo, anche i cardinali George Pell e Oscar Maradiaga, entrambi over 75. Tra gli anziani del C9 ci sono poi Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato di Città del Vaticano, e l'africano Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo congolese.Per superare una crisi che richiede una convocazione straordinaria di tutti i capi dei vescovi del mondo occorre certamente studiare metodi di prevenzione più efficaci, ma non basteranno convenzioni e norme. Occorre soprattutto chiudere una stagione di clericalismi, lobby e cordate, ciò che Benedetto XVI e Francesco hanno effettivamente più volte denunciato. Il Papa argentino ha l'occasione per fare chiarezza, dovrà farlo senza guardare in faccia gli amici o presunti tali.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-il-caso-mccarrick-salta-un-cardinale-tutti-i-capi-dei-vescovi-convocati-in-vaticano-2604348326.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vertici-della-chiesa-usa-in-udienza-con-il-timore-di-una-pulizia-a-meta" data-post-id="2604348326" data-published-at="1774141525" data-use-pagination="False"> Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia «a metà» L'annuncio è stato dato dal portavoce vaticano, Greg Burke: oggi, a mezzogiorno, papa Francesco riceverà i vertici della Chiesa cattolica americana, che gli chiedevano udienza da quando è scoppiato il caso del memoriale Viganò. Nel Palazzo apostolico entreranno il capo della conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, il primo ad aver invocato un colloquio con il Pontefice per fare il punto sullo scandalo degli abusi sessuali, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale arcivescovo di Boston Sean Patrick O'Malley (che è anche membro del C9, il collegio di nove porporati che affiancano Jorge Mario Bergoglio nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche), l'arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez (vice di DiNardo) e il segretario generale della Conferenza dei vescovi statunitensi, Brian Bransfield. Una notizia rilevante, che testimonia come il Vaticano non possa più ignorare le pressioni per un'operazione trasparenza che arrivano dal Nord America. DiNardo è infatti il capofila di una parte consistente, per numeri e per peso specifico, del clero Usa che pretende sia fatta piena chiarezza sulle denunce dell'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò. Da ultima, è stata la plenaria dell'organo diretto dal cardinale O'Malley a mettere in rilievo che «le domande emerse negli ultimi mesi non solo pongono l'attenzione sulla serietà della questione degli abusi, ma rappresentano anche l'opportunità per porre l'attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione». Per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, non per «indagare i casi particolari». Ma è chiaro che i vescovi statunitensi, che nelle scorse settimane si sono più volte pronunciati sul tema, sono sul piede di guerra. L'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, alla Verità ha confessato che i fedeli e la Chiesa sono «nel panico», ribadendo la propria fiducia nell'onestà di Viganò e insistendo affinché si indaghi sulle sue rivelazioni. Il vescovo di Springfield, John Paprocki, ha definito «inadeguata» l'evasiva risposta di Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno da Dublino (quel «giudicate da soli», divenuto pochi giorni dopo «silenzio e preghiera dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo»). Stesso giudizio da Robert Morlino, vescovo di Madison, mentre il vescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ha proposto al Pontefice addirittura di annullare il sinodo sui giovani del prossimo ottobre, poiché l'episcopato non avrebbe «assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». Molte le richieste di chiarimenti al Papa: da parte del vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, di quello di Tulsa (Oklahoma), David Conderla, di quello di Tyler (Texas), Joseph Strickland, oltre che da parte dell'ex primo consigliere della nunziatura americana, Jeanne Francois Lantheaume. Oltreoceano, insomma, si è scoperchiato un vaso di Pandora. Vane le minimizzazioni dei prelati legati all'abusatore Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, come Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, Kevin Farrell, prefetto del dicastero per Laici, famiglia e vita, già vicario dell'ex cardinale nella capitale Usa, o del successore di McCarrick, Donald Wuerl. Il quale ha peraltro annunciato che valuterà con il Papa l'ipotesi di una rinuncia alla carica, dopo che l'inchiesta del gran giurì della Pennsylvania lo ha chiamato in causa per aver coperto alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburgh. È un bene che Francesco abbia finalmente deciso di ricevere DiNardo e gli altri esponenti di punta della Chiesa americana. Rimane tuttavia il timore che l'approccio di Roma sia quello di prendere di petto i casi di abuso sui minori, trascurando la piaga della lobby gay nella Chiesa. Perché se è vero che la pedofilia è lo scandalo - giustamente - più odioso per l'opinione pubblica, specialmente quella laica, la quale ha invece normalizzato (se non glorificato) l'omosessualità, è vero pure che esiste un collegamento tra omosessualità e abusi: un rapporto del 2004, commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, affermava che l'81% dei casi di violenze sessuali era perpetrato da sacerdoti con tendenze omoerotiche su vittime di sesso maschile, il 90% delle quali adolescenti. Non a caso Rod Dreher, autore di Opzione Benedetto, il saggio che ha stimolato gli esplosivi commenti di padre Georg Gänswein riportati dalla Verità, ha affermato che «gli abusi sessuali sui minori sono facilitati da un segreta e potente rete di preti gay». Alessandro Rico
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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