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2018-09-13
Per il caso McCarrick salta un cardinale. Tutti i capi dei vescovi convocati in Vaticano
Ansa
Le risposte dal Vaticano cominciano ad arrivare, chiaro segno che il dramma degli abusi e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò hanno prodotto una ferita che non si può sanare senza essere affrontata. Ieri, al termine del ventiseiesimo incontro del C9, il consiglio di nove cardinali che aiuta il Papa nella riforma e nel governo della Chiesa, un nuovo comunicato ha informato che tutti i capi dei vescovi del mondo saranno radunati a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019 per un evento che non ha precedenti: «Il Santo Padre Francesco», si legge nella nota, «sentito il consiglio di cardinali, ha deciso di convocare una riunione con i presidenti delle Conferenze episcopali della Chiesa cattolica sul tema della “protezione dei minori"».
È chiaro che, durante la riunione del C9 di questi giorni, al centro della discussione c'è stata la situazione di grave crisi che la Chiesa sta vivendo, e sappiamo che alcuni vescovi statunitensi hanno anche chiesto al Papa di cancellare il sinodo sui giovani in programma per il prossimo ottobre e di sostituirlo con un sinodo straordinario sulla questione abusi e sul ruolo dei vescovi. Si può pensare, quindi, che la riunione programmata per febbraio in qualche modo sia una risposta a questi appelli.
Vedremo se questo incontro inedito, ufficialmente convocato per la «protezione dei minori», metterà all'ordine del giorno anche quanto emerge dal dossier Viganò. Ossia ciò che monsignor Georg Gänswein nell'intervento pubblicato ieri dalla Verità ha chiamato con il nome di «crisi del clero». Potremo capire meglio come la Chiesa intende affrontare il suo «11 settembre», sempre per usare un'espressione del segretario di Benedetto XVI, quando avremo quei «necessari chiarimenti» che sono stati annunciati nel precedente comunicato del C9 e che sembrano riferirsi al memoriale dell'ex nunzio.
L'esempio del cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, è pertinente. È stato citato circa 200 volte nel rapporto del Gran giurì della Pennsylvania, quello che analizza 70 anni di abusi del clero in sei diocesi dello stato, tra cui quella di Pittsburgh di cui Wuerl è stato vescovo dal 1988 al 2006. Ma il porporato è presente anche nel memoriale dell'ex nunzio Viganò, perché sarebbe stato a conoscenza da tempo delle malefatte dell'ex cardinale Theodore McCarrick, accusa che lui ha sempre respinto.
Già in una posizione molto critica, Wuerl martedì ha scritto ai sacerdoti di Washington per annunciare che intende tornare presto a Roma per incontrare ancora Francesco e discutere delle proprie dimissioni. La pressione nei suoi confronti è altissima: l'arcivescovo è stato contestato apertamente durante una celebrazione nella chiesa dell'Annunciazione nella capitale statunitense, e anche in strada davanti alla cattedrale di San Matteo, molti fedeli gli chiedono un passo indietro. Così come lo chiede una parte del clero diocesano. Solo pochi giorni fa Wuerl era stato ricevuto dal Papa in modo riservato (la sua udienza non appariva tra quelle pubblicate) proprio per discernere il da farsi. La vicinanza tra Francesco e Wuerl è nota, tanto che lo stesso cardinale è stato nominato dal Papa come membro della Congregazione per i vescovi (il luogo dove avvengono le selezioni per le nomine in tutto il mondo) al posto del cardinale Raymond Burke, e secondo il memoriale Viganò avrebbe poi svolto un ruolo importante nella scelta di alcune nomine chiave negli Stati Uniti. Inoltre, sono tre anni che Francesco proroga il cardinale Wuerl sulla cattedra di Washington, nonostante il porporato abbia già superato i 75 anni, l'età canonica de per il pensionamento.
«È chiaro che una mia decisione - prima piuttosto che poi - è un aspetto essenziale perché questa Chiesa diocesana che tutti noi amiamo possa andare avanti», ha scritto Wuerl martedì 11 settembre. «Come frutto del nostro discernimento intendo andare presto a Roma a incontrare il nostro Santo Padre a proposito della rinuncia che ho presentato quasi tre anni fa, il 12 novembre 2015». Queste righe hanno tutta l'aria di una decisione già presa e lasciano intendere che il Papa accetterà le dimissioni del cardinale. Cadrebbe così un altro tassello importante della Chiesa statunitense che in questi anni ha fatto da riferimento a Roma per il tentativo, da parte di Francesco, di riallineare l'episcopato americano su posizioni, diciamo così, più pastorali rispetto al passato.
Sembrano lontani i tempi in cui La Repubblica definiva il cardinale Wuerl il pope maker del conclave che ha eletto papa Bergoglio. Colui, scriveva il quotidiano, che avrebbe convinto alcuni cardinali americani che Jorge Mario Bergoglio fosse «la soluzione giusta per “purificare" e “riformare" la Chiesa».
Un altro guaio per i collaboratori del Papa arriva dalla Chiesa del Cile, funestata da una crisi dovuta sempre alla piaga degli abusi, con decine di processi che ad oggi coinvolgono circa 150 religiosi del Paese. Il cardinale Francisco Javier Errázuriz secondo la stampa locale sarebbe prossimo a ricevere una notifica ufficiale che lo incrimina per occultamento di abusi sessuali. Errázuriz, 85 anni, è uno dei membri del C9 per i quali lo stesso consiglio ha prospettato le dimissioni per «età avanzata», ma è lecito pensare che più che l'età poterono i guai. Ambiguità che riguardano, in diverso modo, anche i cardinali George Pell e Oscar Maradiaga, entrambi over 75. Tra gli anziani del C9 ci sono poi Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato di Città del Vaticano, e l'africano Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo congolese.
Per superare una crisi che richiede una convocazione straordinaria di tutti i capi dei vescovi del mondo occorre certamente studiare metodi di prevenzione più efficaci, ma non basteranno convenzioni e norme. Occorre soprattutto chiudere una stagione di clericalismi, lobby e cordate, ciò che Benedetto XVI e Francesco hanno effettivamente più volte denunciato. Il Papa argentino ha l'occasione per fare chiarezza, dovrà farlo senza guardare in faccia gli amici o presunti tali.
Lorenzo Bertocchi
Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia «a metà»
L'annuncio è stato dato dal portavoce vaticano, Greg Burke: oggi, a mezzogiorno, papa Francesco riceverà i vertici della Chiesa cattolica americana, che gli chiedevano udienza da quando è scoppiato il caso del memoriale Viganò.
Nel Palazzo apostolico entreranno il capo della conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, il primo ad aver invocato un colloquio con il Pontefice per fare il punto sullo scandalo degli abusi sessuali, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale arcivescovo di Boston Sean Patrick O'Malley (che è anche membro del C9, il collegio di nove porporati che affiancano Jorge Mario Bergoglio nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche), l'arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez (vice di DiNardo) e il segretario generale della Conferenza dei vescovi statunitensi, Brian Bransfield.
Una notizia rilevante, che testimonia come il Vaticano non possa più ignorare le pressioni per un'operazione trasparenza che arrivano dal Nord America. DiNardo è infatti il capofila di una parte consistente, per numeri e per peso specifico, del clero Usa che pretende sia fatta piena chiarezza sulle denunce dell'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò. Da ultima, è stata la plenaria dell'organo diretto dal cardinale O'Malley a mettere in rilievo che «le domande emerse negli ultimi mesi non solo pongono l'attenzione sulla serietà della questione degli abusi, ma rappresentano anche l'opportunità per porre l'attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione». Per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, non per «indagare i casi particolari». Ma è chiaro che i vescovi statunitensi, che nelle scorse settimane si sono più volte pronunciati sul tema, sono sul piede di guerra.
L'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, alla Verità ha confessato che i fedeli e la Chiesa sono «nel panico», ribadendo la propria fiducia nell'onestà di Viganò e insistendo affinché si indaghi sulle sue rivelazioni. Il vescovo di Springfield, John Paprocki, ha definito «inadeguata» l'evasiva risposta di Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno da Dublino (quel «giudicate da soli», divenuto pochi giorni dopo «silenzio e preghiera dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo»). Stesso giudizio da Robert Morlino, vescovo di Madison, mentre il vescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ha proposto al Pontefice addirittura di annullare il sinodo sui giovani del prossimo ottobre, poiché l'episcopato non avrebbe «assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». Molte le richieste di chiarimenti al Papa: da parte del vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, di quello di Tulsa (Oklahoma), David Conderla, di quello di Tyler (Texas), Joseph Strickland, oltre che da parte dell'ex primo consigliere della nunziatura americana, Jeanne Francois Lantheaume. Oltreoceano, insomma, si è scoperchiato un vaso di Pandora. Vane le minimizzazioni dei prelati legati all'abusatore Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, come Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, Kevin Farrell, prefetto del dicastero per Laici, famiglia e vita, già vicario dell'ex cardinale nella capitale Usa, o del successore di McCarrick, Donald Wuerl. Il quale ha peraltro annunciato che valuterà con il Papa l'ipotesi di una rinuncia alla carica, dopo che l'inchiesta del gran giurì della Pennsylvania lo ha chiamato in causa per aver coperto alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburgh.
È un bene che Francesco abbia finalmente deciso di ricevere DiNardo e gli altri esponenti di punta della Chiesa americana. Rimane tuttavia il timore che l'approccio di Roma sia quello di prendere di petto i casi di abuso sui minori, trascurando la piaga della lobby gay nella Chiesa. Perché se è vero che la pedofilia è lo scandalo - giustamente - più odioso per l'opinione pubblica, specialmente quella laica, la quale ha invece normalizzato (se non glorificato) l'omosessualità, è vero pure che esiste un collegamento tra omosessualità e abusi: un rapporto del 2004, commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, affermava che l'81% dei casi di violenze sessuali era perpetrato da sacerdoti con tendenze omoerotiche su vittime di sesso maschile, il 90% delle quali adolescenti. Non a caso Rod Dreher, autore di Opzione Benedetto, il saggio che ha stimolato gli esplosivi commenti di padre Georg Gänswein riportati dalla Verità, ha affermato che «gli abusi sessuali sui minori sono facilitati da un segreta e potente rete di preti gay».
Alessandro Rico
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Il Papa indice un'adunata mai vista sul tema abusi. E Donald Wuerl, accusato da Carlo Maria Viganò, ora parla apertamente di dimissioni.Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia «a metà». Francesco riceve oggi la delegazione della Conferenza episcopale americana, la più netta nel chiedere di affrontare i problemi denunciati dall'ex nunzio: non solo la pedofilia, anche la lobby gay. Lo speciale contiene due articoli.Le risposte dal Vaticano cominciano ad arrivare, chiaro segno che il dramma degli abusi e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò hanno prodotto una ferita che non si può sanare senza essere affrontata. Ieri, al termine del ventiseiesimo incontro del C9, il consiglio di nove cardinali che aiuta il Papa nella riforma e nel governo della Chiesa, un nuovo comunicato ha informato che tutti i capi dei vescovi del mondo saranno radunati a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019 per un evento che non ha precedenti: «Il Santo Padre Francesco», si legge nella nota, «sentito il consiglio di cardinali, ha deciso di convocare una riunione con i presidenti delle Conferenze episcopali della Chiesa cattolica sul tema della “protezione dei minori"». È chiaro che, durante la riunione del C9 di questi giorni, al centro della discussione c'è stata la situazione di grave crisi che la Chiesa sta vivendo, e sappiamo che alcuni vescovi statunitensi hanno anche chiesto al Papa di cancellare il sinodo sui giovani in programma per il prossimo ottobre e di sostituirlo con un sinodo straordinario sulla questione abusi e sul ruolo dei vescovi. Si può pensare, quindi, che la riunione programmata per febbraio in qualche modo sia una risposta a questi appelli.Vedremo se questo incontro inedito, ufficialmente convocato per la «protezione dei minori», metterà all'ordine del giorno anche quanto emerge dal dossier Viganò. Ossia ciò che monsignor Georg Gänswein nell'intervento pubblicato ieri dalla Verità ha chiamato con il nome di «crisi del clero». Potremo capire meglio come la Chiesa intende affrontare il suo «11 settembre», sempre per usare un'espressione del segretario di Benedetto XVI, quando avremo quei «necessari chiarimenti» che sono stati annunciati nel precedente comunicato del C9 e che sembrano riferirsi al memoriale dell'ex nunzio. L'esempio del cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, è pertinente. È stato citato circa 200 volte nel rapporto del Gran giurì della Pennsylvania, quello che analizza 70 anni di abusi del clero in sei diocesi dello stato, tra cui quella di Pittsburgh di cui Wuerl è stato vescovo dal 1988 al 2006. Ma il porporato è presente anche nel memoriale dell'ex nunzio Viganò, perché sarebbe stato a conoscenza da tempo delle malefatte dell'ex cardinale Theodore McCarrick, accusa che lui ha sempre respinto.Già in una posizione molto critica, Wuerl martedì ha scritto ai sacerdoti di Washington per annunciare che intende tornare presto a Roma per incontrare ancora Francesco e discutere delle proprie dimissioni. La pressione nei suoi confronti è altissima: l'arcivescovo è stato contestato apertamente durante una celebrazione nella chiesa dell'Annunciazione nella capitale statunitense, e anche in strada davanti alla cattedrale di San Matteo, molti fedeli gli chiedono un passo indietro. Così come lo chiede una parte del clero diocesano. Solo pochi giorni fa Wuerl era stato ricevuto dal Papa in modo riservato (la sua udienza non appariva tra quelle pubblicate) proprio per discernere il da farsi. La vicinanza tra Francesco e Wuerl è nota, tanto che lo stesso cardinale è stato nominato dal Papa come membro della Congregazione per i vescovi (il luogo dove avvengono le selezioni per le nomine in tutto il mondo) al posto del cardinale Raymond Burke, e secondo il memoriale Viganò avrebbe poi svolto un ruolo importante nella scelta di alcune nomine chiave negli Stati Uniti. Inoltre, sono tre anni che Francesco proroga il cardinale Wuerl sulla cattedra di Washington, nonostante il porporato abbia già superato i 75 anni, l'età canonica de per il pensionamento.«È chiaro che una mia decisione - prima piuttosto che poi - è un aspetto essenziale perché questa Chiesa diocesana che tutti noi amiamo possa andare avanti», ha scritto Wuerl martedì 11 settembre. «Come frutto del nostro discernimento intendo andare presto a Roma a incontrare il nostro Santo Padre a proposito della rinuncia che ho presentato quasi tre anni fa, il 12 novembre 2015». Queste righe hanno tutta l'aria di una decisione già presa e lasciano intendere che il Papa accetterà le dimissioni del cardinale. Cadrebbe così un altro tassello importante della Chiesa statunitense che in questi anni ha fatto da riferimento a Roma per il tentativo, da parte di Francesco, di riallineare l'episcopato americano su posizioni, diciamo così, più pastorali rispetto al passato.Sembrano lontani i tempi in cui La Repubblica definiva il cardinale Wuerl il pope maker del conclave che ha eletto papa Bergoglio. Colui, scriveva il quotidiano, che avrebbe convinto alcuni cardinali americani che Jorge Mario Bergoglio fosse «la soluzione giusta per “purificare" e “riformare" la Chiesa». Un altro guaio per i collaboratori del Papa arriva dalla Chiesa del Cile, funestata da una crisi dovuta sempre alla piaga degli abusi, con decine di processi che ad oggi coinvolgono circa 150 religiosi del Paese. Il cardinale Francisco Javier Errázuriz secondo la stampa locale sarebbe prossimo a ricevere una notifica ufficiale che lo incrimina per occultamento di abusi sessuali. Errázuriz, 85 anni, è uno dei membri del C9 per i quali lo stesso consiglio ha prospettato le dimissioni per «età avanzata», ma è lecito pensare che più che l'età poterono i guai. Ambiguità che riguardano, in diverso modo, anche i cardinali George Pell e Oscar Maradiaga, entrambi over 75. Tra gli anziani del C9 ci sono poi Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato di Città del Vaticano, e l'africano Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo congolese.Per superare una crisi che richiede una convocazione straordinaria di tutti i capi dei vescovi del mondo occorre certamente studiare metodi di prevenzione più efficaci, ma non basteranno convenzioni e norme. Occorre soprattutto chiudere una stagione di clericalismi, lobby e cordate, ciò che Benedetto XVI e Francesco hanno effettivamente più volte denunciato. Il Papa argentino ha l'occasione per fare chiarezza, dovrà farlo senza guardare in faccia gli amici o presunti tali.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-il-caso-mccarrick-salta-un-cardinale-tutti-i-capi-dei-vescovi-convocati-in-vaticano-2604348326.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vertici-della-chiesa-usa-in-udienza-con-il-timore-di-una-pulizia-a-meta" data-post-id="2604348326" data-published-at="1781426636" data-use-pagination="False"> Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia «a metà» L'annuncio è stato dato dal portavoce vaticano, Greg Burke: oggi, a mezzogiorno, papa Francesco riceverà i vertici della Chiesa cattolica americana, che gli chiedevano udienza da quando è scoppiato il caso del memoriale Viganò. Nel Palazzo apostolico entreranno il capo della conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, il primo ad aver invocato un colloquio con il Pontefice per fare il punto sullo scandalo degli abusi sessuali, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale arcivescovo di Boston Sean Patrick O'Malley (che è anche membro del C9, il collegio di nove porporati che affiancano Jorge Mario Bergoglio nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche), l'arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez (vice di DiNardo) e il segretario generale della Conferenza dei vescovi statunitensi, Brian Bransfield. Una notizia rilevante, che testimonia come il Vaticano non possa più ignorare le pressioni per un'operazione trasparenza che arrivano dal Nord America. DiNardo è infatti il capofila di una parte consistente, per numeri e per peso specifico, del clero Usa che pretende sia fatta piena chiarezza sulle denunce dell'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò. Da ultima, è stata la plenaria dell'organo diretto dal cardinale O'Malley a mettere in rilievo che «le domande emerse negli ultimi mesi non solo pongono l'attenzione sulla serietà della questione degli abusi, ma rappresentano anche l'opportunità per porre l'attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione». Per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, non per «indagare i casi particolari». Ma è chiaro che i vescovi statunitensi, che nelle scorse settimane si sono più volte pronunciati sul tema, sono sul piede di guerra. L'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, alla Verità ha confessato che i fedeli e la Chiesa sono «nel panico», ribadendo la propria fiducia nell'onestà di Viganò e insistendo affinché si indaghi sulle sue rivelazioni. Il vescovo di Springfield, John Paprocki, ha definito «inadeguata» l'evasiva risposta di Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno da Dublino (quel «giudicate da soli», divenuto pochi giorni dopo «silenzio e preghiera dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo»). Stesso giudizio da Robert Morlino, vescovo di Madison, mentre il vescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ha proposto al Pontefice addirittura di annullare il sinodo sui giovani del prossimo ottobre, poiché l'episcopato non avrebbe «assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». Molte le richieste di chiarimenti al Papa: da parte del vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, di quello di Tulsa (Oklahoma), David Conderla, di quello di Tyler (Texas), Joseph Strickland, oltre che da parte dell'ex primo consigliere della nunziatura americana, Jeanne Francois Lantheaume. Oltreoceano, insomma, si è scoperchiato un vaso di Pandora. Vane le minimizzazioni dei prelati legati all'abusatore Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, come Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, Kevin Farrell, prefetto del dicastero per Laici, famiglia e vita, già vicario dell'ex cardinale nella capitale Usa, o del successore di McCarrick, Donald Wuerl. Il quale ha peraltro annunciato che valuterà con il Papa l'ipotesi di una rinuncia alla carica, dopo che l'inchiesta del gran giurì della Pennsylvania lo ha chiamato in causa per aver coperto alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburgh. È un bene che Francesco abbia finalmente deciso di ricevere DiNardo e gli altri esponenti di punta della Chiesa americana. Rimane tuttavia il timore che l'approccio di Roma sia quello di prendere di petto i casi di abuso sui minori, trascurando la piaga della lobby gay nella Chiesa. Perché se è vero che la pedofilia è lo scandalo - giustamente - più odioso per l'opinione pubblica, specialmente quella laica, la quale ha invece normalizzato (se non glorificato) l'omosessualità, è vero pure che esiste un collegamento tra omosessualità e abusi: un rapporto del 2004, commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, affermava che l'81% dei casi di violenze sessuali era perpetrato da sacerdoti con tendenze omoerotiche su vittime di sesso maschile, il 90% delle quali adolescenti. Non a caso Rod Dreher, autore di Opzione Benedetto, il saggio che ha stimolato gli esplosivi commenti di padre Georg Gänswein riportati dalla Verità, ha affermato che «gli abusi sessuali sui minori sono facilitati da un segreta e potente rete di preti gay». Alessandro Rico
La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
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Silvia Salis al Liguria Pride di Genova
E così mentre la città è assediata da bande di criminali, per lo più stranieri e quasi sempre giovanissimi, lei non trova niente di meglio che attaccare il politico del momento, Roberto Vannacci: «C’è chi parla di gusti, chi parla di persone non normali», chi lo fa «vuole smuovere sentimenti negativi, retrogradi, ma per fortuna sono una piccola minoranza», a cui non bisogna «dare attenzione». Ma intanto lei gliela dà. L’ex campionessa del lancio del martello ha sfilato con le associazioni Lgbtqia+ in questa edizione del gay pride intitolata «Ripensiamoci tempesta». A guidare il lungo corteo è stato il camion arcobaleno del coordinamento Liguria Rainbow.
Il prima fila anche l’avvocata Ilaria Gibelli, consulente del Comune di Genova per la tutela dei diritti delle persone Lgbtqia+, finita nella bufera ad aprile dopo aver dichiarato che «i partiti più cattolici sono quelli più omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi e maschilisti». La quale, ieri, ha dichiarato: «Credo molto nel significato di questo ufficio e penso che sia fondamentale che le persone della comunità entrino nelle istituzioni e collaborino con esse». E, a proposito delle ultime dichiarazioni di Vannacci, ha commentato: «Credo che sia facile parlare alla pancia delle persone facendole sentire una maggioranza, ma la differenza tra chi fa politica contro le persone e chi la fa a favore è evidente. E qui, a Genova, con Silvia Salis, siamo con tutte le persone». Presenti anche l’ex ministro Roberta Pinotti, il vicesindaco, un paio di deputati, diversi consiglieri della maggioranza progressista e almeno tre assessore, tra cui Rita Bruzzone (quella dell’educazione sessuo-affettiva all’asilo) e Arianna Viscoglioni, colei che dovrebbe occuparsi della sicurezza. Hanno sfilato anche rappresentanti di Cgil e Uil, del consolato dell’Ecuador e dell’Ordine degli psicologi. Il corteo ha attraversato il centro e si è sciolto ai giardini Luzzati, nella città vecchia, dove si è svolta una grande festa.
Purtroppo, a Genova, a questo clima di allegria fa da contraltare il bollettino della cronaca nera e dei disagi che i cittadini sono costretti a sopportare. Dopo l’omicidio del clochard, a cui il senegalese Cissé Camara avrebbe tranciato la giugulare, venerdì notte, anche Corso Italia, il lungomare della movida, ha pagato il suo tributo di sangue. Un ventottenne originario di Castelvetrano (Trapani) avrebbe fatto delle avance a una ragazza, da quest’ultima non gradite. Per questo sarebbero intervenuti gli amici della giovane che avrebbero cercato di malmenare l’autore dell’approccio. Il trentenne siciliano si sarebbe dato alla fuga e con la sua auto avrebbe travolto uno degli inseguitori. Quest’ultimo, gravemente ferito, è stato ricoverato in rianimazione. L’investitore, positivo all’alcoltest, è stato arrestato con l’accusa di lesioni gravissime. Ma non è finita. Nelle stesse ore un nordafricano, al termine di una colluttazione, è stato trasportato al Pronto soccorso. Qui l’uomo, ripresosi, ha estratto un coltello e ha minacciato militi e infermieri. Poco dopo altro giro (di ricoverati maghrebini), altra rissa e per sedare gli animi è servito l’intervento della polizia. In un’altra zona, sulle alture di San Fruttuoso, una studentessa è stata aggredita sessualmente da tre giovani stranieri, mentre portava a spasso il cane in pieno giorno. È riuscita a divincolarsi e a chiamare il 112. Un’altra ragazza, scesa al capolinea dell’autobus, ha evitato la violenza da parte di un altro giovane africano solo grazie alla prontezza dell’autista che stava riportando il mezzo in rimessa: ha aperto le porte e ha fatto salire la giovane. Nel Levante cittadino, invece, un sedicenne nordafricano, spalleggiato da un gruppo di coetanei, ha strappato una collana d’oro e un orecchino a un’ottantaduenne nei Parchi di Nervi. Quando il presunto rapinatore è stato identificato e fermato da un carabiniere, è scoppiato il parapiglia. Un gruppo di maranza ha soccorso il ladro. A questo punto è intervenuta una volante della Guardia di finanza che ha fatto salire a bordo il militare dell’Arma e il minorenne fermato. Fine della storia? Nient’affatto. Gli altri giovani nordafricani hanno provato a forzare le portiere dell’auto delle Fiamme gialle, venendo denunciati per resistenza e danneggiamento. Storie da banlieu francese che sempre più spesso si ripetono nel capoluogo ligure. Ma se la sicurezza a Genova è una nota dolente, il Comune dà ai suoi abitanti pure altri dispiaceri. Per esempio, battendo cassa, in versione sceriffo di Sherwood. La Lega, ieri, ha attaccato la giunta per l’annunciato (da indiscrezioni giornalistiche) aumento della tassa di soggiorno per B&B e appartamenti a uso turistico fino alla soglia massima di 5 euro per persona. «Davvero il Comune intende trattare l’ospitalità diffusa alla stregua degli hotel a 5 stelle?» hanno chiesto i consiglieri del Carroccio Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua. «Siamo convinti che i piccoli proprietari genovesi non possano essere considerati un bancomat da spremere per rimpinguare le casse comunali».
C’è, infine, l’emergenza trasporto pubblico. Se la municipalizzata Amt, sull’orlo del default, non pagherà entro domani i crediti accumulati dai fornitori privati dell’azienda, questi, per protesta, da lunedì, sospenderanno i servizi di autobus che collegano le zone collinari della Valbisagno e della Valpolcevera al resto della città. Andare a piedi al pride sarà pure divertente, ma farlo per raggiungere scuole e posti di lavoro è sicuramente meno eccitante.
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Il curatore di Fr*cinema Pietro Turano. Nel riquadro, la locandina dell'edizione 2026 (Getty Images)
Ai quali si sono aggiunti nel 2026 altri 300.000 euro da parte della Regione Lazio, anche questi erogati direttamente: il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità un emendamento che stanzia il contributo straordinario per l’anno 2026 a favore della Fondazione che ha promosso il Fr*cinema.
Si vola alto, nelle trame vincitrici del concorso, ideato per soggetti di «cortometraggi queer» e rivolto a film maker under-35: Vajassa, di Michela Mazzaferro, Giovanna De Luca, Leonardo Gaspa e Federico Politi per la regia di Andrea La Medica, è una storia ambientata a Napoli che racconta di una giovane artista trans che sogna di fare l’attrice e si scontra con un regista che la valuta soltanto come caricatura. Tra le ragioni del riconoscimento, «un linguaggio intelligente, ironico e furbo, una tragi-commedia che riporta in vita gli echi della cultura teatrale partenopea di Ruccello, Moscato o (nientemeno, ndr) De Filippo». Fr*cinema ha generosamente assegnato 15.000 euro di contributo produttivo a Vajassa e altri 10.000 euro al vincitore della sezione Documentario, il corto La stanza delle bambine di Federica Corti, Valentina Morricone, Pierpaolo Moscatello. Anche in questa produzione, sono i temi Lgbtiq+ dominare la scena, nella fattispecie i «diritti delle madri intenzionali in coppie omogenitoriali». Nei post dedicati al film Tomboy si parla invece della «espressione di genere nella dimensione del gioco e della ricerca» e del «racconto di un’infanzia queer che rivendica il diritto di sperimentare, lontano dall’obbligo degli adulti di doversi definire».
I fondi all’epoca (2023) concessi in affidamento diretto da Gualtieri furono contestati come «concorrenza sleale» da Fratelli d’Italia. Quest’anno però alla Fondazione Piccolo America, ideatrice del festival queer Fr*cinema, è andata meglio: lo stanziamento è stato inserito all’interno di una legge omnibus sui debiti fuori bilancio tramite un accordo politico trasversale e condiviso da tutte le forze d’Aula, dopo anni di tensione sulla Fondazione scoppiati nel 2023, anno dell’insediamento di Francesco Rocca (indipendente di area centrodestra) come governatore. Subito dopo la sua elezione, la nuova giunta aveva deciso di azzerare i contributi finanziari storici che la precedente amministrazione (guidata da Nicola Zingaretti, Pd) erogava regolarmente alla rassegna. I motivi ufficiali del taglio avanzati allora dalla Pisana facevano leva su un duro piano di rientro dal debito regionale e sulla volontà politica di cambiare i criteri di assegnazione dei fondi alla cultura, cancellando i canali preferenziali e gli affidamenti diretti alle singole associazioni, di cui usufruisce da sempre Piccolo America. Fratelli d’Italia, ad esempio, definì le spese di 130.000 euro alla voce «Gestione ospiti ed incontri con viaggi e alloggi» come fuori mercato.
Senza il polmone economico della Regione, la Fondazione si è trovata in grave affanno. Per mantenere del tutto gratuite le tre piazze romane che accolgono la manifestazione «Cinema in Piazza 2026», il fondatore della kermesse cinematografica, Valerio Carocci, si è inventato coperture alternative, come quella dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Carocci aveva accusato il centrodestra di voler soffocare «una delle rassegne culturali più amate e frequentate di Roma» per motivi puramente politici. Che davvero lo sia è tutto da vedere: fatto sta che soltanto nel 2026 le due parti hanno iniziato a imbastire una serie di trattative diplomatiche dietro le quinte. I due fattori chiave del riavvicinamento sono stati il superamento del «pregiudizio ideologico» e l’urgenza di riqualificare il tessuto sociale delle periferie romane, argomenti che a quanto pare hanno convinto la giunta Rocca del «valore istituzionale» del progetto. L’accordo siglato con la fondazione pro-queer prevede che, invece di richiedere finanziamenti last-minute per tamponare le emergenze dell’anno in corso, si dialoghi (addirittura) su una programmazione a lungo termine. Il voto all’unanimità dell’emendamento ha sancito formalmente la fine delle ostilità, trasformando quello che era un simbolo dell’opposizione giovanile di sinistra in un evento politically correct felicemente finanziato in modo bipartisan da tutte le istituzioni locali, sia comunali che regionali. E i cittadini ringraziano.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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