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2018-09-13
Per il caso McCarrick salta un cardinale. Tutti i capi dei vescovi convocati in Vaticano
Ansa
Le risposte dal Vaticano cominciano ad arrivare, chiaro segno che il dramma degli abusi e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò hanno prodotto una ferita che non si può sanare senza essere affrontata. Ieri, al termine del ventiseiesimo incontro del C9, il consiglio di nove cardinali che aiuta il Papa nella riforma e nel governo della Chiesa, un nuovo comunicato ha informato che tutti i capi dei vescovi del mondo saranno radunati a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019 per un evento che non ha precedenti: «Il Santo Padre Francesco», si legge nella nota, «sentito il consiglio di cardinali, ha deciso di convocare una riunione con i presidenti delle Conferenze episcopali della Chiesa cattolica sul tema della “protezione dei minori"».
È chiaro che, durante la riunione del C9 di questi giorni, al centro della discussione c'è stata la situazione di grave crisi che la Chiesa sta vivendo, e sappiamo che alcuni vescovi statunitensi hanno anche chiesto al Papa di cancellare il sinodo sui giovani in programma per il prossimo ottobre e di sostituirlo con un sinodo straordinario sulla questione abusi e sul ruolo dei vescovi. Si può pensare, quindi, che la riunione programmata per febbraio in qualche modo sia una risposta a questi appelli.
Vedremo se questo incontro inedito, ufficialmente convocato per la «protezione dei minori», metterà all'ordine del giorno anche quanto emerge dal dossier Viganò. Ossia ciò che monsignor Georg Gänswein nell'intervento pubblicato ieri dalla Verità ha chiamato con il nome di «crisi del clero». Potremo capire meglio come la Chiesa intende affrontare il suo «11 settembre», sempre per usare un'espressione del segretario di Benedetto XVI, quando avremo quei «necessari chiarimenti» che sono stati annunciati nel precedente comunicato del C9 e che sembrano riferirsi al memoriale dell'ex nunzio.
L'esempio del cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, è pertinente. È stato citato circa 200 volte nel rapporto del Gran giurì della Pennsylvania, quello che analizza 70 anni di abusi del clero in sei diocesi dello stato, tra cui quella di Pittsburgh di cui Wuerl è stato vescovo dal 1988 al 2006. Ma il porporato è presente anche nel memoriale dell'ex nunzio Viganò, perché sarebbe stato a conoscenza da tempo delle malefatte dell'ex cardinale Theodore McCarrick, accusa che lui ha sempre respinto.
Già in una posizione molto critica, Wuerl martedì ha scritto ai sacerdoti di Washington per annunciare che intende tornare presto a Roma per incontrare ancora Francesco e discutere delle proprie dimissioni. La pressione nei suoi confronti è altissima: l'arcivescovo è stato contestato apertamente durante una celebrazione nella chiesa dell'Annunciazione nella capitale statunitense, e anche in strada davanti alla cattedrale di San Matteo, molti fedeli gli chiedono un passo indietro. Così come lo chiede una parte del clero diocesano. Solo pochi giorni fa Wuerl era stato ricevuto dal Papa in modo riservato (la sua udienza non appariva tra quelle pubblicate) proprio per discernere il da farsi. La vicinanza tra Francesco e Wuerl è nota, tanto che lo stesso cardinale è stato nominato dal Papa come membro della Congregazione per i vescovi (il luogo dove avvengono le selezioni per le nomine in tutto il mondo) al posto del cardinale Raymond Burke, e secondo il memoriale Viganò avrebbe poi svolto un ruolo importante nella scelta di alcune nomine chiave negli Stati Uniti. Inoltre, sono tre anni che Francesco proroga il cardinale Wuerl sulla cattedra di Washington, nonostante il porporato abbia già superato i 75 anni, l'età canonica de per il pensionamento.
«È chiaro che una mia decisione - prima piuttosto che poi - è un aspetto essenziale perché questa Chiesa diocesana che tutti noi amiamo possa andare avanti», ha scritto Wuerl martedì 11 settembre. «Come frutto del nostro discernimento intendo andare presto a Roma a incontrare il nostro Santo Padre a proposito della rinuncia che ho presentato quasi tre anni fa, il 12 novembre 2015». Queste righe hanno tutta l'aria di una decisione già presa e lasciano intendere che il Papa accetterà le dimissioni del cardinale. Cadrebbe così un altro tassello importante della Chiesa statunitense che in questi anni ha fatto da riferimento a Roma per il tentativo, da parte di Francesco, di riallineare l'episcopato americano su posizioni, diciamo così, più pastorali rispetto al passato.
Sembrano lontani i tempi in cui La Repubblica definiva il cardinale Wuerl il pope maker del conclave che ha eletto papa Bergoglio. Colui, scriveva il quotidiano, che avrebbe convinto alcuni cardinali americani che Jorge Mario Bergoglio fosse «la soluzione giusta per “purificare" e “riformare" la Chiesa».
Un altro guaio per i collaboratori del Papa arriva dalla Chiesa del Cile, funestata da una crisi dovuta sempre alla piaga degli abusi, con decine di processi che ad oggi coinvolgono circa 150 religiosi del Paese. Il cardinale Francisco Javier Errázuriz secondo la stampa locale sarebbe prossimo a ricevere una notifica ufficiale che lo incrimina per occultamento di abusi sessuali. Errázuriz, 85 anni, è uno dei membri del C9 per i quali lo stesso consiglio ha prospettato le dimissioni per «età avanzata», ma è lecito pensare che più che l'età poterono i guai. Ambiguità che riguardano, in diverso modo, anche i cardinali George Pell e Oscar Maradiaga, entrambi over 75. Tra gli anziani del C9 ci sono poi Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato di Città del Vaticano, e l'africano Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo congolese.
Per superare una crisi che richiede una convocazione straordinaria di tutti i capi dei vescovi del mondo occorre certamente studiare metodi di prevenzione più efficaci, ma non basteranno convenzioni e norme. Occorre soprattutto chiudere una stagione di clericalismi, lobby e cordate, ciò che Benedetto XVI e Francesco hanno effettivamente più volte denunciato. Il Papa argentino ha l'occasione per fare chiarezza, dovrà farlo senza guardare in faccia gli amici o presunti tali.
Lorenzo Bertocchi
Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia «a metà»
L'annuncio è stato dato dal portavoce vaticano, Greg Burke: oggi, a mezzogiorno, papa Francesco riceverà i vertici della Chiesa cattolica americana, che gli chiedevano udienza da quando è scoppiato il caso del memoriale Viganò.
Nel Palazzo apostolico entreranno il capo della conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, il primo ad aver invocato un colloquio con il Pontefice per fare il punto sullo scandalo degli abusi sessuali, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale arcivescovo di Boston Sean Patrick O'Malley (che è anche membro del C9, il collegio di nove porporati che affiancano Jorge Mario Bergoglio nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche), l'arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez (vice di DiNardo) e il segretario generale della Conferenza dei vescovi statunitensi, Brian Bransfield.
Una notizia rilevante, che testimonia come il Vaticano non possa più ignorare le pressioni per un'operazione trasparenza che arrivano dal Nord America. DiNardo è infatti il capofila di una parte consistente, per numeri e per peso specifico, del clero Usa che pretende sia fatta piena chiarezza sulle denunce dell'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò. Da ultima, è stata la plenaria dell'organo diretto dal cardinale O'Malley a mettere in rilievo che «le domande emerse negli ultimi mesi non solo pongono l'attenzione sulla serietà della questione degli abusi, ma rappresentano anche l'opportunità per porre l'attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione». Per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, non per «indagare i casi particolari». Ma è chiaro che i vescovi statunitensi, che nelle scorse settimane si sono più volte pronunciati sul tema, sono sul piede di guerra.
L'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, alla Verità ha confessato che i fedeli e la Chiesa sono «nel panico», ribadendo la propria fiducia nell'onestà di Viganò e insistendo affinché si indaghi sulle sue rivelazioni. Il vescovo di Springfield, John Paprocki, ha definito «inadeguata» l'evasiva risposta di Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno da Dublino (quel «giudicate da soli», divenuto pochi giorni dopo «silenzio e preghiera dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo»). Stesso giudizio da Robert Morlino, vescovo di Madison, mentre il vescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ha proposto al Pontefice addirittura di annullare il sinodo sui giovani del prossimo ottobre, poiché l'episcopato non avrebbe «assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». Molte le richieste di chiarimenti al Papa: da parte del vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, di quello di Tulsa (Oklahoma), David Conderla, di quello di Tyler (Texas), Joseph Strickland, oltre che da parte dell'ex primo consigliere della nunziatura americana, Jeanne Francois Lantheaume. Oltreoceano, insomma, si è scoperchiato un vaso di Pandora. Vane le minimizzazioni dei prelati legati all'abusatore Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, come Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, Kevin Farrell, prefetto del dicastero per Laici, famiglia e vita, già vicario dell'ex cardinale nella capitale Usa, o del successore di McCarrick, Donald Wuerl. Il quale ha peraltro annunciato che valuterà con il Papa l'ipotesi di una rinuncia alla carica, dopo che l'inchiesta del gran giurì della Pennsylvania lo ha chiamato in causa per aver coperto alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburgh.
È un bene che Francesco abbia finalmente deciso di ricevere DiNardo e gli altri esponenti di punta della Chiesa americana. Rimane tuttavia il timore che l'approccio di Roma sia quello di prendere di petto i casi di abuso sui minori, trascurando la piaga della lobby gay nella Chiesa. Perché se è vero che la pedofilia è lo scandalo - giustamente - più odioso per l'opinione pubblica, specialmente quella laica, la quale ha invece normalizzato (se non glorificato) l'omosessualità, è vero pure che esiste un collegamento tra omosessualità e abusi: un rapporto del 2004, commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, affermava che l'81% dei casi di violenze sessuali era perpetrato da sacerdoti con tendenze omoerotiche su vittime di sesso maschile, il 90% delle quali adolescenti. Non a caso Rod Dreher, autore di Opzione Benedetto, il saggio che ha stimolato gli esplosivi commenti di padre Georg Gänswein riportati dalla Verità, ha affermato che «gli abusi sessuali sui minori sono facilitati da un segreta e potente rete di preti gay».
Alessandro Rico
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Il Papa indice un'adunata mai vista sul tema abusi. E Donald Wuerl, accusato da Carlo Maria Viganò, ora parla apertamente di dimissioni.Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia «a metà». Francesco riceve oggi la delegazione della Conferenza episcopale americana, la più netta nel chiedere di affrontare i problemi denunciati dall'ex nunzio: non solo la pedofilia, anche la lobby gay. Lo speciale contiene due articoli.Le risposte dal Vaticano cominciano ad arrivare, chiaro segno che il dramma degli abusi e il dossier dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò hanno prodotto una ferita che non si può sanare senza essere affrontata. Ieri, al termine del ventiseiesimo incontro del C9, il consiglio di nove cardinali che aiuta il Papa nella riforma e nel governo della Chiesa, un nuovo comunicato ha informato che tutti i capi dei vescovi del mondo saranno radunati a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019 per un evento che non ha precedenti: «Il Santo Padre Francesco», si legge nella nota, «sentito il consiglio di cardinali, ha deciso di convocare una riunione con i presidenti delle Conferenze episcopali della Chiesa cattolica sul tema della “protezione dei minori"». È chiaro che, durante la riunione del C9 di questi giorni, al centro della discussione c'è stata la situazione di grave crisi che la Chiesa sta vivendo, e sappiamo che alcuni vescovi statunitensi hanno anche chiesto al Papa di cancellare il sinodo sui giovani in programma per il prossimo ottobre e di sostituirlo con un sinodo straordinario sulla questione abusi e sul ruolo dei vescovi. Si può pensare, quindi, che la riunione programmata per febbraio in qualche modo sia una risposta a questi appelli.Vedremo se questo incontro inedito, ufficialmente convocato per la «protezione dei minori», metterà all'ordine del giorno anche quanto emerge dal dossier Viganò. Ossia ciò che monsignor Georg Gänswein nell'intervento pubblicato ieri dalla Verità ha chiamato con il nome di «crisi del clero». Potremo capire meglio come la Chiesa intende affrontare il suo «11 settembre», sempre per usare un'espressione del segretario di Benedetto XVI, quando avremo quei «necessari chiarimenti» che sono stati annunciati nel precedente comunicato del C9 e che sembrano riferirsi al memoriale dell'ex nunzio. L'esempio del cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, è pertinente. È stato citato circa 200 volte nel rapporto del Gran giurì della Pennsylvania, quello che analizza 70 anni di abusi del clero in sei diocesi dello stato, tra cui quella di Pittsburgh di cui Wuerl è stato vescovo dal 1988 al 2006. Ma il porporato è presente anche nel memoriale dell'ex nunzio Viganò, perché sarebbe stato a conoscenza da tempo delle malefatte dell'ex cardinale Theodore McCarrick, accusa che lui ha sempre respinto.Già in una posizione molto critica, Wuerl martedì ha scritto ai sacerdoti di Washington per annunciare che intende tornare presto a Roma per incontrare ancora Francesco e discutere delle proprie dimissioni. La pressione nei suoi confronti è altissima: l'arcivescovo è stato contestato apertamente durante una celebrazione nella chiesa dell'Annunciazione nella capitale statunitense, e anche in strada davanti alla cattedrale di San Matteo, molti fedeli gli chiedono un passo indietro. Così come lo chiede una parte del clero diocesano. Solo pochi giorni fa Wuerl era stato ricevuto dal Papa in modo riservato (la sua udienza non appariva tra quelle pubblicate) proprio per discernere il da farsi. La vicinanza tra Francesco e Wuerl è nota, tanto che lo stesso cardinale è stato nominato dal Papa come membro della Congregazione per i vescovi (il luogo dove avvengono le selezioni per le nomine in tutto il mondo) al posto del cardinale Raymond Burke, e secondo il memoriale Viganò avrebbe poi svolto un ruolo importante nella scelta di alcune nomine chiave negli Stati Uniti. Inoltre, sono tre anni che Francesco proroga il cardinale Wuerl sulla cattedra di Washington, nonostante il porporato abbia già superato i 75 anni, l'età canonica de per il pensionamento.«È chiaro che una mia decisione - prima piuttosto che poi - è un aspetto essenziale perché questa Chiesa diocesana che tutti noi amiamo possa andare avanti», ha scritto Wuerl martedì 11 settembre. «Come frutto del nostro discernimento intendo andare presto a Roma a incontrare il nostro Santo Padre a proposito della rinuncia che ho presentato quasi tre anni fa, il 12 novembre 2015». Queste righe hanno tutta l'aria di una decisione già presa e lasciano intendere che il Papa accetterà le dimissioni del cardinale. Cadrebbe così un altro tassello importante della Chiesa statunitense che in questi anni ha fatto da riferimento a Roma per il tentativo, da parte di Francesco, di riallineare l'episcopato americano su posizioni, diciamo così, più pastorali rispetto al passato.Sembrano lontani i tempi in cui La Repubblica definiva il cardinale Wuerl il pope maker del conclave che ha eletto papa Bergoglio. Colui, scriveva il quotidiano, che avrebbe convinto alcuni cardinali americani che Jorge Mario Bergoglio fosse «la soluzione giusta per “purificare" e “riformare" la Chiesa». Un altro guaio per i collaboratori del Papa arriva dalla Chiesa del Cile, funestata da una crisi dovuta sempre alla piaga degli abusi, con decine di processi che ad oggi coinvolgono circa 150 religiosi del Paese. Il cardinale Francisco Javier Errázuriz secondo la stampa locale sarebbe prossimo a ricevere una notifica ufficiale che lo incrimina per occultamento di abusi sessuali. Errázuriz, 85 anni, è uno dei membri del C9 per i quali lo stesso consiglio ha prospettato le dimissioni per «età avanzata», ma è lecito pensare che più che l'età poterono i guai. Ambiguità che riguardano, in diverso modo, anche i cardinali George Pell e Oscar Maradiaga, entrambi over 75. Tra gli anziani del C9 ci sono poi Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato di Città del Vaticano, e l'africano Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo congolese.Per superare una crisi che richiede una convocazione straordinaria di tutti i capi dei vescovi del mondo occorre certamente studiare metodi di prevenzione più efficaci, ma non basteranno convenzioni e norme. Occorre soprattutto chiudere una stagione di clericalismi, lobby e cordate, ciò che Benedetto XVI e Francesco hanno effettivamente più volte denunciato. Il Papa argentino ha l'occasione per fare chiarezza, dovrà farlo senza guardare in faccia gli amici o presunti tali.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-il-caso-mccarrick-salta-un-cardinale-tutti-i-capi-dei-vescovi-convocati-in-vaticano-2604348326.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vertici-della-chiesa-usa-in-udienza-con-il-timore-di-una-pulizia-a-meta" data-post-id="2604348326" data-published-at="1782078930" data-use-pagination="False"> Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia «a metà» L'annuncio è stato dato dal portavoce vaticano, Greg Burke: oggi, a mezzogiorno, papa Francesco riceverà i vertici della Chiesa cattolica americana, che gli chiedevano udienza da quando è scoppiato il caso del memoriale Viganò. Nel Palazzo apostolico entreranno il capo della conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, il primo ad aver invocato un colloquio con il Pontefice per fare il punto sullo scandalo degli abusi sessuali, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale arcivescovo di Boston Sean Patrick O'Malley (che è anche membro del C9, il collegio di nove porporati che affiancano Jorge Mario Bergoglio nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche), l'arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez (vice di DiNardo) e il segretario generale della Conferenza dei vescovi statunitensi, Brian Bransfield. Una notizia rilevante, che testimonia come il Vaticano non possa più ignorare le pressioni per un'operazione trasparenza che arrivano dal Nord America. DiNardo è infatti il capofila di una parte consistente, per numeri e per peso specifico, del clero Usa che pretende sia fatta piena chiarezza sulle denunce dell'ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò. Da ultima, è stata la plenaria dell'organo diretto dal cardinale O'Malley a mettere in rilievo che «le domande emerse negli ultimi mesi non solo pongono l'attenzione sulla serietà della questione degli abusi, ma rappresentano anche l'opportunità per porre l'attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione». Per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, non per «indagare i casi particolari». Ma è chiaro che i vescovi statunitensi, che nelle scorse settimane si sono più volte pronunciati sul tema, sono sul piede di guerra. L'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, alla Verità ha confessato che i fedeli e la Chiesa sono «nel panico», ribadendo la propria fiducia nell'onestà di Viganò e insistendo affinché si indaghi sulle sue rivelazioni. Il vescovo di Springfield, John Paprocki, ha definito «inadeguata» l'evasiva risposta di Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno da Dublino (quel «giudicate da soli», divenuto pochi giorni dopo «silenzio e preghiera dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo»). Stesso giudizio da Robert Morlino, vescovo di Madison, mentre il vescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ha proposto al Pontefice addirittura di annullare il sinodo sui giovani del prossimo ottobre, poiché l'episcopato non avrebbe «assolutamente alcuna credibilità nell'affrontare questo argomento». Molte le richieste di chiarimenti al Papa: da parte del vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, di quello di Tulsa (Oklahoma), David Conderla, di quello di Tyler (Texas), Joseph Strickland, oltre che da parte dell'ex primo consigliere della nunziatura americana, Jeanne Francois Lantheaume. Oltreoceano, insomma, si è scoperchiato un vaso di Pandora. Vane le minimizzazioni dei prelati legati all'abusatore Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, come Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, Kevin Farrell, prefetto del dicastero per Laici, famiglia e vita, già vicario dell'ex cardinale nella capitale Usa, o del successore di McCarrick, Donald Wuerl. Il quale ha peraltro annunciato che valuterà con il Papa l'ipotesi di una rinuncia alla carica, dopo che l'inchiesta del gran giurì della Pennsylvania lo ha chiamato in causa per aver coperto alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburgh. È un bene che Francesco abbia finalmente deciso di ricevere DiNardo e gli altri esponenti di punta della Chiesa americana. Rimane tuttavia il timore che l'approccio di Roma sia quello di prendere di petto i casi di abuso sui minori, trascurando la piaga della lobby gay nella Chiesa. Perché se è vero che la pedofilia è lo scandalo - giustamente - più odioso per l'opinione pubblica, specialmente quella laica, la quale ha invece normalizzato (se non glorificato) l'omosessualità, è vero pure che esiste un collegamento tra omosessualità e abusi: un rapporto del 2004, commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, affermava che l'81% dei casi di violenze sessuali era perpetrato da sacerdoti con tendenze omoerotiche su vittime di sesso maschile, il 90% delle quali adolescenti. Non a caso Rod Dreher, autore di Opzione Benedetto, il saggio che ha stimolato gli esplosivi commenti di padre Georg Gänswein riportati dalla Verità, ha affermato che «gli abusi sessuali sui minori sono facilitati da un segreta e potente rete di preti gay». Alessandro Rico
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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