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2021-06-10
Per i musulmani italiani l’unica cultura da processare è la nostra
Nel riquadro Saman Abbas (Ansa-iStock)
Nei giorni scorsi l'Ucoii (Unione delle comunità islamiche italiane) ha voluto farsi bella sui giornali mostrando di condannare il «matrimonio forzato», la pratica abominevole a cui la povera Saman Abbas voleva sfuggire (cosa che con tutta probabilità le è costata la vita). Sul tema è stata emessa una fatwa, una condanna religiosa, che molti hanno interpretato come un segnale positivo da parte dell'associazione islamica. Finalmente, si è detto, i musulmani italiani prendono realmente le distanze da certe usanze inaccettabili. In realtà, però, le cose stanno in maniera leggermente diversa.
Già il fatto che si sia utilizzata una fatwa quando sarebbe bastato invitare al rispetto delle leggi italiane è piuttosto discutibile. Ma a far sorgere ulteriori dubbi sulla posizione dell'Ucoii sono le dichiarazioni che va rilasciando da alcuni giorni Nadia Bouzekri, vicepresidente dell'associazione. In due interviste, concesse al Manifesto e al Corriere della Sera, la signora ha ribadito concetti che lasciano molto perplessi e che, purtroppo, sembrano essere condivisi anche da buona parte della sinistra italiana di governo, a partire da Laura Boldrini. Parlando dell'orribile storia di Saman, la Bouzekri sembra avere un'unica preoccupazione: far passare l'idea che l'islam non c'entri nulla. «La religione non c'entra e nemmeno la cultura», dice al Corriere della Sera. «In Pakistan i matrimoni forzati sono illegali». Il ritornello lo conosciamo bene: da quanto tempo ci sentiamo ripetere che l'islam è solo e soltanto una «religione di pace»? Quante volte i buonisti di casa nostra hanno evitato di affrontare l'argomento islamico per timore di «offendere le minoranze»?
Siamo stati i primi, su queste pagine, a spiegare che non tutte le comunità islamiche sono uguali. La pratica del matrimonio forzato non è presente dappertutto (in Senegal, ad esempio, non ve ne sono tracce consistenti). Ma è pur vero che troppo spesso, per giustificare le nozze tra uomini adulti e ragazzine (o addirittura bambine) viene utilizzato dai capi religiosi l'esempio di Maometto e della sua giovanissima sposa Aisha. In ogni caso, affermare che la religione e persino la cultura non c'entrino nulla è semplicemente ridicolo, quasi offensivo dell'intelligenza.
Il Pakistan avrà pure ufficialmente vietato i matrimoni forzati, ma è un fatto che nella comunità pakistana questa pratica continui a sopravvivere e produca mostruosità. Possiamo citare il caso di Hina Saleem, uccisa a 20 anni nel 2006. Quello di Sana Cheema, 25 anni, bresciana uccisa in Pakistan nel 2018. E adesso Saman. Come si può sostenere che non esista un problema culturale? La sensazione è che il giochino di alcune associazioni islamiche sia sempre il medesimo. Da un lato fingono di essere collaborative, chiedono accordi con lo Stato che per anni hanno evitato. Dall'altro ripetono gli stessi slogan, e cioè che l'islam non c'entra nulla e che il vero problema è la discriminazione subita dai musulmani. Sentite la Bouzekri: «Qui la religione non c'entra», ribadisce, «siamo nell'ambito del femminicidio, molto diffuso anche in Italia».
Capito? Il problema - come in fondo ha affermato pure la Boldrini - è il patriarcato, è la violenza maschile. Non esiste una «questione islamica», perché pakistani e italiani sono uguali da questo punto di vista. Anzi, i poveri musulmani «qui in Italia sono vittime degli stereotipi, gli uomini vengono rappresentati con la barba e con la sciabola. [...] Da alcuni anni la discriminazione è aumentata, proprio per quella parte politica che ha fatto della lotta agli stranieri la sua battaglia». Encomiabile: invece di parlare di Saman probabilmente uccisa, la rappresentante dell'Ucoii parla dei suoi fratelli molestati dalle destre cattive.
Come dicevamo, tuttavia, siamo abituati a questi discorsi. Continuiamo però a stupirci della superficialità con cui vengono recepiti in Italia. Ci viene detto continuamente che la violenza sulle donne è appunto un «problema culturale» italiano, ma allora perché lo stesso discorso non dovrebbe valere per gli stranieri di fede musulmana? Forse fra gli italiani prevale la «mascolinità tossica» mentre i migranti ne sono immuni?
Possiamo far finta di non vedere, come no. Ma il problema non soltanto si pone oggi con assoluta gravità, ma è destinato a peggiorare. Basta dare un'occhiata ai dati che riportiamo in queste pagine riguardo la provenienza e il sesso (anzi, il genere, come va di moda dire) degli stranieri giunti in Italia negli ultimi anni. Sono per lo più giovani, maschi e provenienti da Stati a maggioranza musulmana. Credete che non si portino appresso la cultura e la fede di appartenenza? Credete che il solo fatto di mettere piede qui cambierà la loro concezione della donna?
Sì, fingiamo che il problema non ci sia, che il guaio siano i maschi a prescindere dalla nazionalità e dalla provenienza. Poi, però, la prossima volta che troveremo una ventenne uccisa e sepolta dai familiari per aver rifiutato le nozze imposte, toccherà avere almeno la decenza di non scandalizzarsi.
L'Ue paga le lezioni d'odio palestinesi
Incitazioni alla guerriglia, narrazioni tendenziose, contenuti smaccatamente antisemiti. Questo e molto altro è stato scovato nei manuali scolastici palestinesi da uno studio europeo ancora non pubblico ma di cui alcuni media hanno riportato i risultati . Più precisamente, l'indagine, commissionata dall'allora Alto rappresentante dell'Unione europea per gli esteri e la sicurezza, Federica Mogherini, ha preso in esame 156 libri di testo e 16 percorsi didattici mediorientali per un arco temporale biennale, dal 2017 al 2019.
Confermando le peggiori aspettative, nei testi si è trovata l'esaltazione di azioni terroristiche, l'indicazione di bizzarre attività «educative» con, ad esempio, discussioni di gruppo sui «tentativi degli ebrei di uccidere il profeta Maometto». Ecco che allora, in un libro utilizzato nelle classi di terza media, capita di trovare l'immagine di un rivoltoso palestinese che spara ai soldati israeliani; in altri volumi per ragazzi poco più grandi si trova invece l'esortazione a trovare modi per organizzare una resistenza violenta.
Ancora, in un sussidiario di quinta elementare c'è la storia di Safiyya bint Abd Al Muttalib, la zia del profeta Maometto che picchiò a morte un ebreo con una mazza di legno, presentata come modello in vista della «disponibilità a far sacrifici di fronte all'occupazione ebraico-sionista». Come fanno notare Tobias Siegal e Lahav Harkov, svelando la vicenda sul Jerusalem Post, gli esiti di questo studio sollevano un dubbio: quando sarà reso noto? Viene da chiederselo alla luce del fatto, sottolineano sempre Siegal e Harkov, che la pubblicazione di questo report potrebbe comportare significative ripercussioni sui finanziamenti europei al sistema educativo palestinese. Sì, perché il lato più amaro e paradossale dell'intera vicenda è che, alla fine, l'Europa ha realizzato un'indagine per capire che fine facciano i propri quattrini, scoprendo cose tutt'altro che piacevoli.
C'è però da aggiungere che questo pur scottante studio europeo, in realtà, non ha scoperto nulla di nuovo; infatti già quando ne venne ufficializzato l'avvio, nel maggio 2019, c'era chi faceva correttamente notare come l'indagine facesse semplicemente seguito ad un altro lavoro, uno studio dell'Impact-se - acronimo che sta per Istituto per il monitoraggio della pace e della tolleranza culturale nell'insegnamento scolastico - che, considerando i testi palestinesi nel settembre 2018, aveva non solo riscontrato della violenza, ma pure un inasprimento dei contenuti in ordine ad istigazione contro gli ebrei, Israele e all'incoraggiamento alla jihad e alla violenza. Tuttavia, il precedente è utile per capire le attuali titubanze europee a diffondere le 200 pagine del report da poco pronto, dato che già lo studio dell'Impact-se aveva suscitato forti polemiche, specie quando il quotidiano tedesco Bild, basandosi proprio su quell'analisi, aveva portato alla luce i finanziamenti tedeschi al dipartimento di educazione dell'Autorità palestinese. La sensazione è insomma che l'Ue tema d'essere nuovamente messa davanti alle sue contraddizioni.
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L'Ucoii assicura che matrimonio forzato e violenza sulle donne non hanno a che fare con gli usi pachistani. E i casi di cronaca? «Femminicidi molto diffusi anche in Italia».Un'indagine di Bruxelles scopre elogi del terrorismo e «parabole» antisemite nei testi scolastici dei bimbi arabi pagati con i fondi che provengono dall'Unione.Lo speciale contiene due articoli.Nei giorni scorsi l'Ucoii (Unione delle comunità islamiche italiane) ha voluto farsi bella sui giornali mostrando di condannare il «matrimonio forzato», la pratica abominevole a cui la povera Saman Abbas voleva sfuggire (cosa che con tutta probabilità le è costata la vita). Sul tema è stata emessa una fatwa, una condanna religiosa, che molti hanno interpretato come un segnale positivo da parte dell'associazione islamica. Finalmente, si è detto, i musulmani italiani prendono realmente le distanze da certe usanze inaccettabili. In realtà, però, le cose stanno in maniera leggermente diversa. Già il fatto che si sia utilizzata una fatwa quando sarebbe bastato invitare al rispetto delle leggi italiane è piuttosto discutibile. Ma a far sorgere ulteriori dubbi sulla posizione dell'Ucoii sono le dichiarazioni che va rilasciando da alcuni giorni Nadia Bouzekri, vicepresidente dell'associazione. In due interviste, concesse al Manifesto e al Corriere della Sera, la signora ha ribadito concetti che lasciano molto perplessi e che, purtroppo, sembrano essere condivisi anche da buona parte della sinistra italiana di governo, a partire da Laura Boldrini. Parlando dell'orribile storia di Saman, la Bouzekri sembra avere un'unica preoccupazione: far passare l'idea che l'islam non c'entri nulla. «La religione non c'entra e nemmeno la cultura», dice al Corriere della Sera. «In Pakistan i matrimoni forzati sono illegali». Il ritornello lo conosciamo bene: da quanto tempo ci sentiamo ripetere che l'islam è solo e soltanto una «religione di pace»? Quante volte i buonisti di casa nostra hanno evitato di affrontare l'argomento islamico per timore di «offendere le minoranze»? Siamo stati i primi, su queste pagine, a spiegare che non tutte le comunità islamiche sono uguali. La pratica del matrimonio forzato non è presente dappertutto (in Senegal, ad esempio, non ve ne sono tracce consistenti). Ma è pur vero che troppo spesso, per giustificare le nozze tra uomini adulti e ragazzine (o addirittura bambine) viene utilizzato dai capi religiosi l'esempio di Maometto e della sua giovanissima sposa Aisha. In ogni caso, affermare che la religione e persino la cultura non c'entrino nulla è semplicemente ridicolo, quasi offensivo dell'intelligenza. Il Pakistan avrà pure ufficialmente vietato i matrimoni forzati, ma è un fatto che nella comunità pakistana questa pratica continui a sopravvivere e produca mostruosità. Possiamo citare il caso di Hina Saleem, uccisa a 20 anni nel 2006. Quello di Sana Cheema, 25 anni, bresciana uccisa in Pakistan nel 2018. E adesso Saman. Come si può sostenere che non esista un problema culturale? La sensazione è che il giochino di alcune associazioni islamiche sia sempre il medesimo. Da un lato fingono di essere collaborative, chiedono accordi con lo Stato che per anni hanno evitato. Dall'altro ripetono gli stessi slogan, e cioè che l'islam non c'entra nulla e che il vero problema è la discriminazione subita dai musulmani. Sentite la Bouzekri: «Qui la religione non c'entra», ribadisce, «siamo nell'ambito del femminicidio, molto diffuso anche in Italia». Capito? Il problema - come in fondo ha affermato pure la Boldrini - è il patriarcato, è la violenza maschile. Non esiste una «questione islamica», perché pakistani e italiani sono uguali da questo punto di vista. Anzi, i poveri musulmani «qui in Italia sono vittime degli stereotipi, gli uomini vengono rappresentati con la barba e con la sciabola. [...] Da alcuni anni la discriminazione è aumentata, proprio per quella parte politica che ha fatto della lotta agli stranieri la sua battaglia». Encomiabile: invece di parlare di Saman probabilmente uccisa, la rappresentante dell'Ucoii parla dei suoi fratelli molestati dalle destre cattive. Come dicevamo, tuttavia, siamo abituati a questi discorsi. Continuiamo però a stupirci della superficialità con cui vengono recepiti in Italia. Ci viene detto continuamente che la violenza sulle donne è appunto un «problema culturale» italiano, ma allora perché lo stesso discorso non dovrebbe valere per gli stranieri di fede musulmana? Forse fra gli italiani prevale la «mascolinità tossica» mentre i migranti ne sono immuni? Possiamo far finta di non vedere, come no. Ma il problema non soltanto si pone oggi con assoluta gravità, ma è destinato a peggiorare. Basta dare un'occhiata ai dati che riportiamo in queste pagine riguardo la provenienza e il sesso (anzi, il genere, come va di moda dire) degli stranieri giunti in Italia negli ultimi anni. Sono per lo più giovani, maschi e provenienti da Stati a maggioranza musulmana. Credete che non si portino appresso la cultura e la fede di appartenenza? Credete che il solo fatto di mettere piede qui cambierà la loro concezione della donna? Sì, fingiamo che il problema non ci sia, che il guaio siano i maschi a prescindere dalla nazionalità e dalla provenienza. Poi, però, la prossima volta che troveremo una ventenne uccisa e sepolta dai familiari per aver rifiutato le nozze imposte, toccherà avere almeno la decenza di non scandalizzarsi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-i-musulmani-italiani-lunica-cultura-da-processare-e-la-nostra-2653294225.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ue-paga-le-lezioni-d-odio-palestinesi" data-post-id="2653294225" data-published-at="1623265358" data-use-pagination="False"> L'Ue paga le lezioni d'odio palestinesi Incitazioni alla guerriglia, narrazioni tendenziose, contenuti smaccatamente antisemiti. Questo e molto altro è stato scovato nei manuali scolastici palestinesi da uno studio europeo ancora non pubblico ma di cui alcuni media hanno riportato i risultati . Più precisamente, l'indagine, commissionata dall'allora Alto rappresentante dell'Unione europea per gli esteri e la sicurezza, Federica Mogherini, ha preso in esame 156 libri di testo e 16 percorsi didattici mediorientali per un arco temporale biennale, dal 2017 al 2019. Confermando le peggiori aspettative, nei testi si è trovata l'esaltazione di azioni terroristiche, l'indicazione di bizzarre attività «educative» con, ad esempio, discussioni di gruppo sui «tentativi degli ebrei di uccidere il profeta Maometto». Ecco che allora, in un libro utilizzato nelle classi di terza media, capita di trovare l'immagine di un rivoltoso palestinese che spara ai soldati israeliani; in altri volumi per ragazzi poco più grandi si trova invece l'esortazione a trovare modi per organizzare una resistenza violenta. Ancora, in un sussidiario di quinta elementare c'è la storia di Safiyya bint Abd Al Muttalib, la zia del profeta Maometto che picchiò a morte un ebreo con una mazza di legno, presentata come modello in vista della «disponibilità a far sacrifici di fronte all'occupazione ebraico-sionista». Come fanno notare Tobias Siegal e Lahav Harkov, svelando la vicenda sul Jerusalem Post, gli esiti di questo studio sollevano un dubbio: quando sarà reso noto? Viene da chiederselo alla luce del fatto, sottolineano sempre Siegal e Harkov, che la pubblicazione di questo report potrebbe comportare significative ripercussioni sui finanziamenti europei al sistema educativo palestinese. Sì, perché il lato più amaro e paradossale dell'intera vicenda è che, alla fine, l'Europa ha realizzato un'indagine per capire che fine facciano i propri quattrini, scoprendo cose tutt'altro che piacevoli. C'è però da aggiungere che questo pur scottante studio europeo, in realtà, non ha scoperto nulla di nuovo; infatti già quando ne venne ufficializzato l'avvio, nel maggio 2019, c'era chi faceva correttamente notare come l'indagine facesse semplicemente seguito ad un altro lavoro, uno studio dell'Impact-se - acronimo che sta per Istituto per il monitoraggio della pace e della tolleranza culturale nell'insegnamento scolastico - che, considerando i testi palestinesi nel settembre 2018, aveva non solo riscontrato della violenza, ma pure un inasprimento dei contenuti in ordine ad istigazione contro gli ebrei, Israele e all'incoraggiamento alla jihad e alla violenza. Tuttavia, il precedente è utile per capire le attuali titubanze europee a diffondere le 200 pagine del report da poco pronto, dato che già lo studio dell'Impact-se aveva suscitato forti polemiche, specie quando il quotidiano tedesco Bild, basandosi proprio su quell'analisi, aveva portato alla luce i finanziamenti tedeschi al dipartimento di educazione dell'Autorità palestinese. La sensazione è insomma che l'Ue tema d'essere nuovamente messa davanti alle sue contraddizioni.
C’è il sole, c’è profumo di prati, c’è voglia di immergersi passeggiando nella natura. E allor,a per questa domenica pienamente primaverile, abbiamo pensato a una ricetta che prende a piene mani dall’orto e dai sapori della “rinascita”, ma non c’impegna troppo in cucina. La base è una ricetta vegetariana a cui noi abbiano aggiunto il fascino morbidissimo e succulento della burrata.
Ingredienti – 360 gr di pasta corta di semola di grano italiano, due carote di media grandezza, un mazzetto di asparagi, 80 ml di olio extravergine di oliva di prima qualità, due o tre cipollotti freschi, 4 burratine (totale 200 gr), facoltativi 50 gr di Grana Padano o Parmigiano Reggiano grattugiato, sale e pepe qb.
Procedimento – Mondate le carote e fatele a tocchetti, togliete agli asparagi la parte più dura facendoli poi a rondelle e tenendo da parte le punte, fate a fettine i cipollotti. Nel frattempo mettete a bollire abbondante acqua leggermente salata per cuocere la pasta. A seconda dei formati ci vorranno dai 9 ai 14 minuti, il tempo necessario a completare la ricetta. In una padella ampia (ci dovete saltare la pasta) scaldate circa tre quarti dell’olio extravergine di oliva e fate stufare i cipollotti, aggiungete le carote fatte a cubetti e fate cuocere per circa 6 minuti. Se vi serve allungate con un po’ di acqua di cottura della pasta. A questo punto aggiungete gli asparagi, ma non le punte e fate andare per circa 3 minuti. Ora aggiungete le punte che devono restare croccanti. Aggiustate di sale e pepe, scolate la pasta bene al dente e finite la cottura in padella saltando nel condimento primaverile. Al momento di servire sistemate un po’ di pasta su ogni piatto e ponete al centro una burratina che ogni commensale provvederà poi ad aprire amalgamandola alla pasta, passate un filo d’olio a crudo e se viva un po’ di formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire a loro i piatti con le burratine e il giro d’olio extravergine.
Abbinamento – Noi proponiamo un bianco frizzante: Pignoletto dei Colli Bolognesi. Ci sta bene qualsiasi spumante e vanno d’accordo col piatto anche i bianchi aromatici a esempio un Sauvignon del Collio.
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Xi Jinping (Ansa)
Le pressioni della Cina sono state fondamentali per convincere gli ayatollah a negoziare con gli americani. Pechino fa parte della cerchia di «amici» ai quali Teheran è disposta a concedere il transito nello Stretto di Hormuz. E circa il 38% dei barili di greggio che passano per quel braccio di mare è destinato al Paese di Xi Jinping. L’introduzione dei pedaggi potrebbe persino consolidare l’attuale ascesa dello yuan quale valuta di riserva, se fossero pagati in quella valuta piuttosto che in cripto. Il disordine geopolitico, comunque, non fa quasi mai aggio al Dragone, già primo acquirente di petrolio venezuelano, dal quale deriva il 4% del suo fabbisogno totale; ragion per cui, al Politburo, non avranno festeggiato la destituzione di Nicolás Maduro.
Dopodiché, il regime comunista sa come ritorcere contro l’Occidente la strategia del caos, che magari Donald Trump sperava di sfruttare. A marzo, ad esempio, per reagire alla crisi e prevenire l’inflazione interna, i cinesi hanno iniziato a ridurre le esportazioni di fertilizzanti e di carburanti raffinati, la cui vendita all’estero resterà ancora bloccata nel mese di aprile. E ora, la Cnn svela che Xi ha a disposizione un’ulteriore leva: quella bellica. Citando «fonti a conoscenza delle valutazioni dell’intelligence», l’emittente Usa ha riferito che, nelle prossime settimane, attraverso una serie di triangolazioni, la Cina consegnerà alla Repubblica islamica dei sistemi di difesa aerea. In particolare, delle piattaforme portatili, i Manpads, corrispettivo di quegli Stinger con cui Washington aveva riempito gli arsenali di Kiev e che gli ucraini hanno usato con profitto, per contrastare l’invasione russa. Sono mezzi utili a colpire i velivoli nemici a bassa quota; può essere stata la combinazione tra questi lanciamissili e i radar a infrarossi a facilitare l’abbattimento di un F-35 e dell’F-15 caduto qualche giorno fa.
Il punto è che la fiducia nel sostegno di Pechino, ancorché seccamente smentito dall’ambasciata del Dragone a Washington, potrebbe indurre gli sciiti a bluffare in Pakistan. E a prendere tempo per riorganizzarsi, in vista di una ripresa delle ostilità che, secondo quanto hanno riferito organi di stampa iraniani, i pasdaran sarebbero in grado di reggere per almeno altri sei mesi. Per un mondo che è già sull’orlo dell’abisso economico dopo una quarantina di giorni di bombardamenti, sarebbe un’eternità.
La vera domanda, allora, è: a che gioco gioca la Cina? Lavora per la pace, oppure trama per il pantano? La verità è che Xi può guadagnare a prescindere da come andrà a finire.
Se JD Vance e Mohammad Bagher Ghalifab si mettessero d’accordo sul serio, egli potrebbe rivendicare il ruolo di discreto mediatore. Un gol a porta vuota, nella partita per consolidare la reputazione di potenza benevola, una fama che illustri politologi cinesi, a cominciare da Yan Xuetong, considerando essenziale assicurarsi. In più, un progressivo ritorno alla normalità faciliterebbe i flussi commerciali, consentendo a Pechino di continuare a piegare ai propri interessi i meccanismi della globalizzazione: giusto l’altro ieri, Eurostat comunicava che il deficit dell’Ue verso la Cina è salito dai 312,2 miliardi del 2024 ai 359,8 del 2025. Intanto, le tensioni con gli Usa, cavalcate dal governo di sinistra di Pedro Sánchez, stanno accelerando la trasformazione della Spagna in un proxy del regime rosso nel Vecchio continente. I rafforzati legami verranno senza dubbio capitalizzati anche a calma ripristinata, in un contesto di rapporti che, tra le due sponde dell’Atlantico, sarà mutato profondamente, sebbene non compromesso.
E se le trattative fallissero? Il Dragone potrebbe indurre il suo avversario a impantanarsi; l’invio di contraeree rientrerebbe in tale strategia. È quello che hanno fatto gli americani con i russi nel Donbass. Ed è probabilmente il modo in cui le grandi potenze nucleari si combatteranno di qui in avanti. Non sarebbe una novità totale: è un copione già visto, durante la guerra fredda, in Corea, in Vietnam e in Afghanistan. Sarebbe coerente con la dottrina di Sun Tzu, il Clausewitz cinese: «L’arte della guerra è sottomettere il nemico senza combattere».
Due piccioni con una fava: la tattica contribuirebbe a tenere l’America lontana dall’Indo-Pacifico e da Taiwan. Xi, reduce da un incontro con la leader dell’opposizione di Taipei, ha ribadito che l’isola non potrà mai essere indipendente. E se gli Usa si rivelassero inabili a difenderla, l’intero equilibrio asiatico ne uscirebbe sconvolto, con risvolti pesanti per Tokyo e Seul. Allora sì che al Politburo stapperebbero champagne.
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Donald Trump (Ansa)
Ci eravamo sentiti dire che gli Stati Uniti, dopo le numerose e destabilizzanti operazioni in Medio Oriente, spesso dai risultati ambigui, avrebbero scelto di chiudere il Novecento e di muoversi in un’ottica multipolare senza rinunciare al proprio ruolo di preminenza. Qualcosa è intervenuto e ha portato gli Usa, dopo due operazioni rapide e di successo, a tornare al vecchio interventismo dal quale ora non si sa con chiarezza come uscire. Ma questo non può essere letto come semplice avventurismo né tantomeno con le vecchie categorie del «caos trumpiano» o con i patetici semplicismi del «matto che va fermato».
Per comprendere il quadro nel suo insieme, almeno per quanto riguarda il suo significato di massima, occorre considerare la strategia comunicativa di Donald Trump come indice della più grande operazione di disintermediazione della storia moderna, un’operazione che può essere letta come una vera e propria inversione della distinzione straussiana tra esoterico ed essoterico, operazione con la quale Trump rende pubblico il messaggio destinato agli interlocutori apicali e lascia le masse davanti a un testo che non possono decifrare, disinteressandosi della narrazione mediatica e anzi massimizzando l’incertezza e lo spaesamento prodotti. La dichiarazione sulla «imminente fine della civiltà» rimarrà nella storia delle forme di comunicazione politica ma non tanto per brutalità o scarsa cautela bensì perché, probabilmente per la prima volta nel mondo moderno, i messaggi e i toni che da sempre nella storia erano riservati alle stanze segrete delle trattative tra i capi dei Paesi in conflitto sono stati resi pubblici e utilizzati essi stessi come armi.
Secondo lo schema formale moderno, accettato implicitamente da tutti, il sovrano o il capo di Stato adoperava particolare attenzione nel costruire narrazioni che producessero consenso di massa così da risultare non solo «vincente» agli occhi del popolo ma soprattutto «giusto», «legittimo« e «animato da senso di responsabilità». Ma nelle segrete stanze tale esigenza veniva a mancare ed era lì che emergevano le mosse strategiche che dell’esigenza narrativa non avevano alcun bisogno. Tutto il Novecento si è giocato su questo tipo di rapporti tra Usa e Urss, fintamente minacciosi o fintamente amichevoli, salvo poi basarsi su narrazioni e retoriche del tutto differenti per ciò che concerneva il rapporto con i media e con il pubblico.
In questi giorni abbiamo, invece, assistito a una sorta di «inversione trumpiana» nell’ambito delle strategie comunicative, un’inversione per la quale le masse non sono più l’elemento da guidare, motivare e acquietare ma diventano semplici spettatrici di un linguaggio che non capiscono. E non stupisce affatto che le stesse élite che per vent’anni hanno teorizzato la preminenza delle narrazioni sulla realtà, secondo la lezione del post-strutturalismo, le stesse che conferivano il Nobel per la pace a Barack Obama mentre bombardava Libia e Siria, oggi si scandalizzino perché Trump non parla «in modo lineare». Il motivo della scelta di Trump non è soltanto dettato da una diversa concezione del negoziato e del suo uso strategico ma rappresenta altresì la risposta spiazzante nei confronti di un mondo dei media a lui quasi interamente ostile e nei confronti del quale si sarebbe trovato costantemente nel ruolo dell’inseguitore.
La tecnica del flooding - cioè il saturare i canali mediatici attraverso un sovraccarico di notizie - l’imprevedibilità dei tempi e soprattutto l’uso funzionale della contraddizione, hanno il preciso fine di rendere irrilevante l’intermediazione mediatica e di mantenere sempre il controllo della cornice narrativa. Ciò naturalmente a scapito del controllo dell’opinione pubblica che viene così relegata ad aspetto secondario da un politico che tale in realtà non è mai stato.
Trump non è affatto un’anomalia populista come i media novecenteschi e i loro lettori scandalizzati cercano di dire ma è il più postmoderno dei postmoderni, talmente fuori dagli schemi da rifarsi oggi più a Cesare Borgia che a Henry Kissinger. Per colmo di paradosso Trump sta facendo con i media globali la stessa cosa che gli iraniani stanno facendo con lui: una guerra talmente asimmetrica da risultare sorprendentemente efficace ma tra i tanti errori strategici che gli Usa stanno commettendo si farebbe un grave errore ad annoverare anche la comunicazione di Donald.
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