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2021-06-10
Per i musulmani italiani l’unica cultura da processare è la nostra
Nel riquadro Saman Abbas (Ansa-iStock)
Nei giorni scorsi l'Ucoii (Unione delle comunità islamiche italiane) ha voluto farsi bella sui giornali mostrando di condannare il «matrimonio forzato», la pratica abominevole a cui la povera Saman Abbas voleva sfuggire (cosa che con tutta probabilità le è costata la vita). Sul tema è stata emessa una fatwa, una condanna religiosa, che molti hanno interpretato come un segnale positivo da parte dell'associazione islamica. Finalmente, si è detto, i musulmani italiani prendono realmente le distanze da certe usanze inaccettabili. In realtà, però, le cose stanno in maniera leggermente diversa.
Già il fatto che si sia utilizzata una fatwa quando sarebbe bastato invitare al rispetto delle leggi italiane è piuttosto discutibile. Ma a far sorgere ulteriori dubbi sulla posizione dell'Ucoii sono le dichiarazioni che va rilasciando da alcuni giorni Nadia Bouzekri, vicepresidente dell'associazione. In due interviste, concesse al Manifesto e al Corriere della Sera, la signora ha ribadito concetti che lasciano molto perplessi e che, purtroppo, sembrano essere condivisi anche da buona parte della sinistra italiana di governo, a partire da Laura Boldrini. Parlando dell'orribile storia di Saman, la Bouzekri sembra avere un'unica preoccupazione: far passare l'idea che l'islam non c'entri nulla. «La religione non c'entra e nemmeno la cultura», dice al Corriere della Sera. «In Pakistan i matrimoni forzati sono illegali». Il ritornello lo conosciamo bene: da quanto tempo ci sentiamo ripetere che l'islam è solo e soltanto una «religione di pace»? Quante volte i buonisti di casa nostra hanno evitato di affrontare l'argomento islamico per timore di «offendere le minoranze»?
Siamo stati i primi, su queste pagine, a spiegare che non tutte le comunità islamiche sono uguali. La pratica del matrimonio forzato non è presente dappertutto (in Senegal, ad esempio, non ve ne sono tracce consistenti). Ma è pur vero che troppo spesso, per giustificare le nozze tra uomini adulti e ragazzine (o addirittura bambine) viene utilizzato dai capi religiosi l'esempio di Maometto e della sua giovanissima sposa Aisha. In ogni caso, affermare che la religione e persino la cultura non c'entrino nulla è semplicemente ridicolo, quasi offensivo dell'intelligenza.
Il Pakistan avrà pure ufficialmente vietato i matrimoni forzati, ma è un fatto che nella comunità pakistana questa pratica continui a sopravvivere e produca mostruosità. Possiamo citare il caso di Hina Saleem, uccisa a 20 anni nel 2006. Quello di Sana Cheema, 25 anni, bresciana uccisa in Pakistan nel 2018. E adesso Saman. Come si può sostenere che non esista un problema culturale? La sensazione è che il giochino di alcune associazioni islamiche sia sempre il medesimo. Da un lato fingono di essere collaborative, chiedono accordi con lo Stato che per anni hanno evitato. Dall'altro ripetono gli stessi slogan, e cioè che l'islam non c'entra nulla e che il vero problema è la discriminazione subita dai musulmani. Sentite la Bouzekri: «Qui la religione non c'entra», ribadisce, «siamo nell'ambito del femminicidio, molto diffuso anche in Italia».
Capito? Il problema - come in fondo ha affermato pure la Boldrini - è il patriarcato, è la violenza maschile. Non esiste una «questione islamica», perché pakistani e italiani sono uguali da questo punto di vista. Anzi, i poveri musulmani «qui in Italia sono vittime degli stereotipi, gli uomini vengono rappresentati con la barba e con la sciabola. [...] Da alcuni anni la discriminazione è aumentata, proprio per quella parte politica che ha fatto della lotta agli stranieri la sua battaglia». Encomiabile: invece di parlare di Saman probabilmente uccisa, la rappresentante dell'Ucoii parla dei suoi fratelli molestati dalle destre cattive.
Come dicevamo, tuttavia, siamo abituati a questi discorsi. Continuiamo però a stupirci della superficialità con cui vengono recepiti in Italia. Ci viene detto continuamente che la violenza sulle donne è appunto un «problema culturale» italiano, ma allora perché lo stesso discorso non dovrebbe valere per gli stranieri di fede musulmana? Forse fra gli italiani prevale la «mascolinità tossica» mentre i migranti ne sono immuni?
Possiamo far finta di non vedere, come no. Ma il problema non soltanto si pone oggi con assoluta gravità, ma è destinato a peggiorare. Basta dare un'occhiata ai dati che riportiamo in queste pagine riguardo la provenienza e il sesso (anzi, il genere, come va di moda dire) degli stranieri giunti in Italia negli ultimi anni. Sono per lo più giovani, maschi e provenienti da Stati a maggioranza musulmana. Credete che non si portino appresso la cultura e la fede di appartenenza? Credete che il solo fatto di mettere piede qui cambierà la loro concezione della donna?
Sì, fingiamo che il problema non ci sia, che il guaio siano i maschi a prescindere dalla nazionalità e dalla provenienza. Poi, però, la prossima volta che troveremo una ventenne uccisa e sepolta dai familiari per aver rifiutato le nozze imposte, toccherà avere almeno la decenza di non scandalizzarsi.
L'Ue paga le lezioni d'odio palestinesi
Incitazioni alla guerriglia, narrazioni tendenziose, contenuti smaccatamente antisemiti. Questo e molto altro è stato scovato nei manuali scolastici palestinesi da uno studio europeo ancora non pubblico ma di cui alcuni media hanno riportato i risultati . Più precisamente, l'indagine, commissionata dall'allora Alto rappresentante dell'Unione europea per gli esteri e la sicurezza, Federica Mogherini, ha preso in esame 156 libri di testo e 16 percorsi didattici mediorientali per un arco temporale biennale, dal 2017 al 2019.
Confermando le peggiori aspettative, nei testi si è trovata l'esaltazione di azioni terroristiche, l'indicazione di bizzarre attività «educative» con, ad esempio, discussioni di gruppo sui «tentativi degli ebrei di uccidere il profeta Maometto». Ecco che allora, in un libro utilizzato nelle classi di terza media, capita di trovare l'immagine di un rivoltoso palestinese che spara ai soldati israeliani; in altri volumi per ragazzi poco più grandi si trova invece l'esortazione a trovare modi per organizzare una resistenza violenta.
Ancora, in un sussidiario di quinta elementare c'è la storia di Safiyya bint Abd Al Muttalib, la zia del profeta Maometto che picchiò a morte un ebreo con una mazza di legno, presentata come modello in vista della «disponibilità a far sacrifici di fronte all'occupazione ebraico-sionista». Come fanno notare Tobias Siegal e Lahav Harkov, svelando la vicenda sul Jerusalem Post, gli esiti di questo studio sollevano un dubbio: quando sarà reso noto? Viene da chiederselo alla luce del fatto, sottolineano sempre Siegal e Harkov, che la pubblicazione di questo report potrebbe comportare significative ripercussioni sui finanziamenti europei al sistema educativo palestinese. Sì, perché il lato più amaro e paradossale dell'intera vicenda è che, alla fine, l'Europa ha realizzato un'indagine per capire che fine facciano i propri quattrini, scoprendo cose tutt'altro che piacevoli.
C'è però da aggiungere che questo pur scottante studio europeo, in realtà, non ha scoperto nulla di nuovo; infatti già quando ne venne ufficializzato l'avvio, nel maggio 2019, c'era chi faceva correttamente notare come l'indagine facesse semplicemente seguito ad un altro lavoro, uno studio dell'Impact-se - acronimo che sta per Istituto per il monitoraggio della pace e della tolleranza culturale nell'insegnamento scolastico - che, considerando i testi palestinesi nel settembre 2018, aveva non solo riscontrato della violenza, ma pure un inasprimento dei contenuti in ordine ad istigazione contro gli ebrei, Israele e all'incoraggiamento alla jihad e alla violenza. Tuttavia, il precedente è utile per capire le attuali titubanze europee a diffondere le 200 pagine del report da poco pronto, dato che già lo studio dell'Impact-se aveva suscitato forti polemiche, specie quando il quotidiano tedesco Bild, basandosi proprio su quell'analisi, aveva portato alla luce i finanziamenti tedeschi al dipartimento di educazione dell'Autorità palestinese. La sensazione è insomma che l'Ue tema d'essere nuovamente messa davanti alle sue contraddizioni.
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L'Ucoii assicura che matrimonio forzato e violenza sulle donne non hanno a che fare con gli usi pachistani. E i casi di cronaca? «Femminicidi molto diffusi anche in Italia».Un'indagine di Bruxelles scopre elogi del terrorismo e «parabole» antisemite nei testi scolastici dei bimbi arabi pagati con i fondi che provengono dall'Unione.Lo speciale contiene due articoli.Nei giorni scorsi l'Ucoii (Unione delle comunità islamiche italiane) ha voluto farsi bella sui giornali mostrando di condannare il «matrimonio forzato», la pratica abominevole a cui la povera Saman Abbas voleva sfuggire (cosa che con tutta probabilità le è costata la vita). Sul tema è stata emessa una fatwa, una condanna religiosa, che molti hanno interpretato come un segnale positivo da parte dell'associazione islamica. Finalmente, si è detto, i musulmani italiani prendono realmente le distanze da certe usanze inaccettabili. In realtà, però, le cose stanno in maniera leggermente diversa. Già il fatto che si sia utilizzata una fatwa quando sarebbe bastato invitare al rispetto delle leggi italiane è piuttosto discutibile. Ma a far sorgere ulteriori dubbi sulla posizione dell'Ucoii sono le dichiarazioni che va rilasciando da alcuni giorni Nadia Bouzekri, vicepresidente dell'associazione. In due interviste, concesse al Manifesto e al Corriere della Sera, la signora ha ribadito concetti che lasciano molto perplessi e che, purtroppo, sembrano essere condivisi anche da buona parte della sinistra italiana di governo, a partire da Laura Boldrini. Parlando dell'orribile storia di Saman, la Bouzekri sembra avere un'unica preoccupazione: far passare l'idea che l'islam non c'entri nulla. «La religione non c'entra e nemmeno la cultura», dice al Corriere della Sera. «In Pakistan i matrimoni forzati sono illegali». Il ritornello lo conosciamo bene: da quanto tempo ci sentiamo ripetere che l'islam è solo e soltanto una «religione di pace»? Quante volte i buonisti di casa nostra hanno evitato di affrontare l'argomento islamico per timore di «offendere le minoranze»? Siamo stati i primi, su queste pagine, a spiegare che non tutte le comunità islamiche sono uguali. La pratica del matrimonio forzato non è presente dappertutto (in Senegal, ad esempio, non ve ne sono tracce consistenti). Ma è pur vero che troppo spesso, per giustificare le nozze tra uomini adulti e ragazzine (o addirittura bambine) viene utilizzato dai capi religiosi l'esempio di Maometto e della sua giovanissima sposa Aisha. In ogni caso, affermare che la religione e persino la cultura non c'entrino nulla è semplicemente ridicolo, quasi offensivo dell'intelligenza. Il Pakistan avrà pure ufficialmente vietato i matrimoni forzati, ma è un fatto che nella comunità pakistana questa pratica continui a sopravvivere e produca mostruosità. Possiamo citare il caso di Hina Saleem, uccisa a 20 anni nel 2006. Quello di Sana Cheema, 25 anni, bresciana uccisa in Pakistan nel 2018. E adesso Saman. Come si può sostenere che non esista un problema culturale? La sensazione è che il giochino di alcune associazioni islamiche sia sempre il medesimo. Da un lato fingono di essere collaborative, chiedono accordi con lo Stato che per anni hanno evitato. Dall'altro ripetono gli stessi slogan, e cioè che l'islam non c'entra nulla e che il vero problema è la discriminazione subita dai musulmani. Sentite la Bouzekri: «Qui la religione non c'entra», ribadisce, «siamo nell'ambito del femminicidio, molto diffuso anche in Italia». Capito? Il problema - come in fondo ha affermato pure la Boldrini - è il patriarcato, è la violenza maschile. Non esiste una «questione islamica», perché pakistani e italiani sono uguali da questo punto di vista. Anzi, i poveri musulmani «qui in Italia sono vittime degli stereotipi, gli uomini vengono rappresentati con la barba e con la sciabola. [...] Da alcuni anni la discriminazione è aumentata, proprio per quella parte politica che ha fatto della lotta agli stranieri la sua battaglia». Encomiabile: invece di parlare di Saman probabilmente uccisa, la rappresentante dell'Ucoii parla dei suoi fratelli molestati dalle destre cattive. Come dicevamo, tuttavia, siamo abituati a questi discorsi. Continuiamo però a stupirci della superficialità con cui vengono recepiti in Italia. Ci viene detto continuamente che la violenza sulle donne è appunto un «problema culturale» italiano, ma allora perché lo stesso discorso non dovrebbe valere per gli stranieri di fede musulmana? Forse fra gli italiani prevale la «mascolinità tossica» mentre i migranti ne sono immuni? Possiamo far finta di non vedere, come no. Ma il problema non soltanto si pone oggi con assoluta gravità, ma è destinato a peggiorare. Basta dare un'occhiata ai dati che riportiamo in queste pagine riguardo la provenienza e il sesso (anzi, il genere, come va di moda dire) degli stranieri giunti in Italia negli ultimi anni. Sono per lo più giovani, maschi e provenienti da Stati a maggioranza musulmana. Credete che non si portino appresso la cultura e la fede di appartenenza? Credete che il solo fatto di mettere piede qui cambierà la loro concezione della donna? Sì, fingiamo che il problema non ci sia, che il guaio siano i maschi a prescindere dalla nazionalità e dalla provenienza. 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Più precisamente, l'indagine, commissionata dall'allora Alto rappresentante dell'Unione europea per gli esteri e la sicurezza, Federica Mogherini, ha preso in esame 156 libri di testo e 16 percorsi didattici mediorientali per un arco temporale biennale, dal 2017 al 2019. Confermando le peggiori aspettative, nei testi si è trovata l'esaltazione di azioni terroristiche, l'indicazione di bizzarre attività «educative» con, ad esempio, discussioni di gruppo sui «tentativi degli ebrei di uccidere il profeta Maometto». Ecco che allora, in un libro utilizzato nelle classi di terza media, capita di trovare l'immagine di un rivoltoso palestinese che spara ai soldati israeliani; in altri volumi per ragazzi poco più grandi si trova invece l'esortazione a trovare modi per organizzare una resistenza violenta. Ancora, in un sussidiario di quinta elementare c'è la storia di Safiyya bint Abd Al Muttalib, la zia del profeta Maometto che picchiò a morte un ebreo con una mazza di legno, presentata come modello in vista della «disponibilità a far sacrifici di fronte all'occupazione ebraico-sionista». Come fanno notare Tobias Siegal e Lahav Harkov, svelando la vicenda sul Jerusalem Post, gli esiti di questo studio sollevano un dubbio: quando sarà reso noto? Viene da chiederselo alla luce del fatto, sottolineano sempre Siegal e Harkov, che la pubblicazione di questo report potrebbe comportare significative ripercussioni sui finanziamenti europei al sistema educativo palestinese. Sì, perché il lato più amaro e paradossale dell'intera vicenda è che, alla fine, l'Europa ha realizzato un'indagine per capire che fine facciano i propri quattrini, scoprendo cose tutt'altro che piacevoli. C'è però da aggiungere che questo pur scottante studio europeo, in realtà, non ha scoperto nulla di nuovo; infatti già quando ne venne ufficializzato l'avvio, nel maggio 2019, c'era chi faceva correttamente notare come l'indagine facesse semplicemente seguito ad un altro lavoro, uno studio dell'Impact-se - acronimo che sta per Istituto per il monitoraggio della pace e della tolleranza culturale nell'insegnamento scolastico - che, considerando i testi palestinesi nel settembre 2018, aveva non solo riscontrato della violenza, ma pure un inasprimento dei contenuti in ordine ad istigazione contro gli ebrei, Israele e all'incoraggiamento alla jihad e alla violenza. Tuttavia, il precedente è utile per capire le attuali titubanze europee a diffondere le 200 pagine del report da poco pronto, dato che già lo studio dell'Impact-se aveva suscitato forti polemiche, specie quando il quotidiano tedesco Bild, basandosi proprio su quell'analisi, aveva portato alla luce i finanziamenti tedeschi al dipartimento di educazione dell'Autorità palestinese. La sensazione è insomma che l'Ue tema d'essere nuovamente messa davanti alle sue contraddizioni.
John Elkann (Ansa)
Tale normativa, che sarà presentata il 25 febbraio a Bruxelles dal Commissario europeo per l’Industria Stéphane Séjourné, costituirà una barriera protezionistica, imponendo dei requisiti minimi di produzione europea nelle auto immatricolate in Europa. Lo scopo dovrebbe essere quello di mantenere vivo quello che resta della manifattura industriale europea nel settore automobilistico, contrastando lo strapotere cinese nel settore.
L’idea insomma è di lanciare un «Buy Europe» simile al «Buy America» di Joe Biden, una forma protezionistica mascherata (nemmeno troppo). Dopo essersi deindustrializzata cavalcando la globalizzazione, ora l’Ue dunque si accorge che qualcosa è andato storto. Beninteso, senza mai prendersi la minima responsabilità politica.
Non si conoscono ancora i reali contenuti della normativa, dunque proprio per questo le due maggiori case europee si portano avanti e dettano la linea.
Ma non solo. Blume e Filosa chiedono soprattutto incentivi finanziari per mantenere la produzione in Europa e un bonus sulle emissioni di CO2 delle flotte, che vada ad evitare le multe previste dalla normativa attuale nel caso di scarse vendite di auto elettriche.
Secondo la lettera, le auto elettriche dovrebbero avere quattro criteri di origine made in Europe, in quote da stabilire: 1) produzione di veicoli, compresa la fabbricazione e l’assemblaggio, nonché la ricerca e lo sviluppo; 2) il gruppo propulsore elettrico; 3) le celle della batteria; 4) alcuni componenti elettronici importanti.
Ogni veicolo che soddisfa i criteri «Made in Europe» dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o preferenza negli appalti pubblici. I due ad si dicono preoccupati per la tenuta dell’Europa come polo industriale, ma temono soprattutto di essere spazzati via dalla concorrenza cinese. «Stiamo investendo miliardi nella produzione europea di celle per batterie», scrivono i due dirigenti, e «dobbiamo controllare e produrre noi stessi questa tecnologia fondamentale». Ma, prosegue la lettera, «i nostri clienti europei si aspettano giustamente che offriamo veicoli elettrici il più possibile convenienti. Questo è un prerequisito fondamentale per il successo dell’elettromobilità. Tuttavia, più basso è il prezzo di un’auto, maggiore è la pressione a importare le batterie più economiche disponibili». Tradotto: i cinesi hanno costi più bassi e le case europee sono fuori mercato.
Il conflitto tra le pressioni sui costi e la dipendenza dai paesi terzi può essere risolto con una strategia Made in Europe, cioè imponendo dei criteri minimi di fabbricazione in Europa. «Gli obiettivi per tutte queste categorie devono essere ambiziosi ma realistici», dicono Vw e Stellantis, avvisando l’Ue di non chiedere l’impossibile.
Poi arriva il pezzo forte della lettera: «Ogni veicolo che soddisfa i criteri Made in Europe dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o appalti pubblici». Infine, Blume e Filosa chiedono che vengano concessi dei bonus sulle emissioni per ogni auto elettrica Made in Europe, in modo che questi possano compensare le emissioni della restante flotta con motori tradizionali.
Fino a poco tempo fa, le due case automobilistiche erano scettiche sull’idea di proteggere la produzione europea con il Made in Europe, e non hanno cambiato idea. Ma visto che l’Ue introdurrà quei criteri, le due case automobilistiche cercano di orientare le decisioni e soprattutto si mettono in prima fila per ottenere sussidi. Poiché alla fine è di questo che si tratta.
Al di là dei tecnicismi, il passaggio chiave della lettera è questo: «Il denaro dei contribuenti europei dovrebbe essere utilizzato specificamente per promuovere la produzione europea e attrarre investimenti nell’Ue». Certo la lettera non si nasconde dietro le metafore e va dritta al sodo, chiedendo appunto il denaro dei contribuenti europei. Se mettiamo questa frase insieme a «avere diritto a vantaggi come premi d’acquisto o appalti pubblici» e «bonus sulle emissioni» il quadro delle richieste è completo.
Pochi giorni fa Stella Li, che guida Byd, il marchio cinese primo costruttore mondiale di auto elettriche, ha detto che la sua azienda non fa solo auto: «Lavoriamo su intelligenza artificiale, guida autonoma, robotica. Abbiamo un ecosistema completo e siamo anche tra i grandi player nello storage di batterie». Parole che danno ragione, postuma, a Sergio Marchionne, che anni fa disse che i maggiori concorrenti dei costruttori di auto sarebbero stati i nuovi entranti e i giganti tecnologici, a partire dal software per la guida autonoma. Peccato non avere dato ascolto al manager già allora, quando avvertiva che ogni auto 500 elettrica venduta rappresentava una perdita. Oggi John Elkann manda una lettera con cui chiede, ancora una volta, sussidi pubblici. Ma di garanzie che il denaro dei contribuenti non sarà, per l’ennesima volta, gettato al vento, nella lettera non c’è traccia.
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Dopo la storia e la descrizione delle sedi della «prima cerimonia diffusa della storia» (lo stadio milanese di San Siro e Cortina d’Ampezzo), il documento entra nei dettagli (come i lettori possono verificare consultando l’allegato). Il «concept creativo» è quello dell’Armonia e il direttore creativo è Marco Balich, già ideatore di 16 cerimonie d’apertura olimpiche. Nel file è svelato l’allestimento scenico e sono citati tutti i numeri della cerimonia.Quindi è descritto lo spettacolo, scena per scena.Si esalteranno la bellezza e la fantasia italiane. L’attrice Matilde De Angelis in versione direttrice d’orchestra guiderà un medley musicale che raggruppa brani dei grandi della musica classica italiana (Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioachino Rossini, Antonio Vivaldi) e anche il pop di Raffaella Carrà. In un caleidoscopio di luci spunterà Mariah Carey che intonerà Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e Nothing is impossible. Quindi verrà trasmesso il video (registrato) dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram storico guidato dall’ex campione del Mondo di moto Gp Valentino Rossi. Un siparietto che è costato il posto di telecronista della serata ad Auro Bulbarelli, punito per avere parlato di «una sorpresa». Un’anticipazione che ha fatto infuriare il Quirinale (che ha protestato direttamente con il Comitato olimpico internazionale) e che è stata ritenuta imperdonabile.
A questo incidente La Verità ha dedicato oggi un articolo esclusivo nell’edizione in edicola. Mattarella del documento viene così descritto: «Una delle figure più autorevoli del Paese» che «rappresenta il garante della Costituzione dell’unità nazionale e dei valori democratici». Quindi c’è un’altra sviolinata: «Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni italiane, distinguendosi per rigore, equilibrio e rispetto delle regole, qualità che ne hanno fatto un punto di riferimento nel panorama istituzionale europeo». A questo punto lo stadio si accenderà con le tinte del Tricolore in un momento dedicato alla moda italiana. Avrà l’onore di portare sul prato la bandiera la modella Vittoria Ceretti. L’inno nazionale, come già ampiamente emerso, sarà cantato da Laura Pausini. Pierfrancesco Favino leggerà, invece, L’Infinito di Giacomo Leopardi, mentre Sabrina Impacciatore sarà protagonista di un video animato sulla storia delle Olimpiadi invernali. Segue la parata degli atleti.
Ci sarà, quindi, un viaggio nel tempo e una parentesi scherzosa sul modo di gesticolare degli italiani, con protagonista l’attrice Brenda Lodigiani. A questo punto, dalla Tribuna d’onore Mattarella dichiarerà aperti i Giochi. Si parlerà di pace e di tregua olimpica e il cantante Ghali leggerà i versi della poesia «Promemoria» di Gianni Rodari che recita: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra». I versi della poesia, contrariamente a quanto polemicamente affermato da Ghali (che ha sostenuto che non gli sarebbe stato consentito di esprimersi in arabo), è previsto che siano recitati «in italiano, inglese, cinese, arabo, francese, spagnolo». A questo punto Charlize Theron, sudafricana ambasciatrice di pace, prenderà la parola «con un messaggio di speranza ispirato a Nelson Mandela che attraversa confini e generazioni». Il programma si chiuderà con l’ingresso della bandiera olimpica, dei suoi «messaggeri di pace» e con l’accensione del braciere olimpico. Tutto bello, retorico e un po’ scontato.
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«Cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare che quei tristi momenti si ripetano». Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nella conferenza stampa al termine del Cdm, riferendosi alle norme introdotte con il decreto sicurezza e al fenomeno delle Brigate rosse.
Nordio ha definito il fenomeno delle Br come «nato per una insufficiente attenzione, anche da parte dello Stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze dell’ordine. Ricordiamo le espressioni “compagni che sbagliano” e “sedicenti Brigate rosse”». La nuova norma introdotta dal decreto sicurezza «non è uno scudo penale, che invece vuol dire impunità: qui l’impunità non c’è per nessuno, quindi è una parola impropria», ha aggiunto in merito al nuovo provvedimento contenuto nel decreto, che istituisce un registro separato per i reati commessi con «causa di giustificazione».