
Immaginate la scena. L'immagine della disfatta di «Tamponopoli», a Roma (come specchio di mezza Italia) è sicuramente questa: il serpentone di macchine in coda nell'ormai famigerato «drive in» dell'ospedale San Giovanni. Che ieri non aveva più limiti fisici, diventava la fotografia di un inedito cortocircuito tra sanità e mobilità. La coda fasciava l'ospedale come una cintura, si interrompeva solo per non ostruire un incrocio nevralgico (via Merulana), proseguiva ancora verso la piazza più famosa della politica italiana, trasformata in una sorta di parcheggio «tamponandi». Un problema per chi ci incappava, passando, un incubo per chi era in attesa del test. Il drive in un tempo ci ricordava la spensieratezza, o le morbide curve di Carmen Russo: ora è sinonimo di emergenza.
Un padre di un compagno di classe di mio figlio mi ha raccontato di 10 ore di attesa: «E senza riuscire a fare il tampone!». Io stesso sono dovuto andare con mio figlio alle 5.40 del mattino, domenica, sapendo che lo sportello apriva alle otto. Abbiamo fatto bene: alle 8.30 il serpentone era rinato. Come è potuto accadere? Qui si entra in un giallo politico istituzionale. Stavolta nessuno può dire: «Non potevamo prevedere». Tutto era chiaro da mesi. Il 26 agosto il professor Andrea Crisanti dichiarava: «Attenti. Serviranno 400.000 tamponi. Bisogna dotarsi tutti degli strumenti per farli, e a basso costo».
È il modello Veneto, che Crisanti, al netto dei dissidi successivi con Luca Zaia, ha allestito proprio grazie al governatore appena trionfalmente riconfermato. Lo spiegava così: «Quando a Londra vedo una macchina di analisi a ultrasuoni, usata per altre cose, mi viene in mente che potrebbe sostituire quelle a sistema chiuso per fare i tamponi. Una folgorazione». «Ma lei ha già provato a usarla in quel modo?», gli chiede Zaia. «A dire il vero mai». «E quanto costa?». Il virologo: «Mezzo milione». Il governatore: «D'accordo. compriamola».
Siamo all'inizio dell'epidemia, come è noto, e questo gesto si rivelerà un investimento lungimirante. L'esperimento funziona. Anche perché la prima conseguenza di quella scelta è un risparmio mostruoso a livello di scala: i reagenti si fanno in laboratorio «in casa». Invece di spendere 30 euro a test, se ne spendono 2,5. Per questo motivo il Veneto, con poco più della metà degli abitanti, riuscirà a processare quasi lo stesso numero dei tamponi della Lombardia, e non avrà mai problemi di costo o scarsità. Resta nella storia una battuta di Zaia a Cartabianca: «Ma come fate?». E lui: «Ci facciamo una specie di broda, qui da noi». Cult.
Secondo stacco: a settembre anche il sottosegretario Sileri - medico chirurgo - lancia l'allarme: «Servono più tamponi, bisogna dimezzare le quarantene a sette giorni e autorizzare i test rapidi». Non gli dà retta nessuno, soprattutto nel suo ministero. Sileri ripete la stessa richiesta al Comitato tecnico scientifico: nessuna risposta. Il Cts, anzi, non autorizza i test, che, sopratutto a scuola, sarebbero una mano santa, perché eviterebbero la pressione sugli ospedali. Persino il ministro Azzolina li chiede al collega Speranza: «Vanno autorizzati subito o rischiamo il caos!». Silenzio.
Il primo segnale di allarme sono le code di quelli che tornano dalle vacanze, nel primo Drive in con fila, quello di Civitavecchia. Ma siamo ancora a mille contagi al giorno, il sistema regge. Il governo convoca Crisanti e gli chiede di elaborare un piano sul «modello Veneto». Lui lo fa. Il piano viene consegnato al Cts e al ministero. Poi non se ne sa più nulla. Nessuno se ne preoccupa più di tanto. Inizia una guerra tra chi ha la posizione Sileri-Azzolina (quarantene dimezzate come nel resto d'Europa, test rapidi autorizzati) e chi è contrario. Ma è tutto sotterraneo: non si sceglie una via. Poi, dopo i picchi degli ultimi giorni, quando si toccano i 4.000 contagi, salta il sistema perché le Asl, soprattutto nelle grandi città, non reggono la botta: zero tracciamenti (mancano i tracciatori, dicono off the record), zero tamponi nelle scuole delle Asl (malgrado ci avessero assicurato che sarebbe accaduto così).
La conseguenza inevitabile è stata la corsa al Drive in con tampone prescritto dal medico di base. Ma l'assurdo è che i protocolli, svincolati dalla realtà, si sono rivelati lunari: le quarantene, per esempio sono l'unica cosa che scatta, con questo risultato paradossale: non fai il tampone, ma ti mettono comunque le ganasce. Parlando in anonimato, uno dei membri del comitato mi spiega con una confidenza preziosa: «Io penso che potremmo permetterci la quarantena a sette giorni, che semplificherebbe molto. Altri temono una percentuale di positivi che restano statisticamente fuori». E lei, perché no? Sospiro: «Io sono convinto che avendo ormai quasi tutti le mascherine è un rischio che si può correre senza problemi». Stesso tema per i test rapidi: «Hanno ancora margini troppo incerti, secondo quel che risulta a noi errori fino al 50%». Sileri, e quelli come lui, fanno ragionamenti opposti, che il sottosegretario spiega così: «Loro mancano di senso pratico. Anche il test rapido di gravidanza che tutti conoscono, quello con le barrette colorate, ha un margine di incertezza: ma chi rinuncerebbe ad usarlo?». Perché fa il paragone? Lui ride: «Perché è così non si intasano i reparti di maternità: vanno solo quelli che risultano positivi, e così non ti tocca fare il drive in».
Mentre la diga crolla, dunque, il conflitto sotterraneo che produce il serpentone è questo. E impone una risposta e una scelta: se non si risolve sappiamo perché saremo sommersi di quarantene, senza avere risposte, sapremo perché le scuole rischieranno di essere chiuse, non con un decreto, ma al contrario, dal basso: classe per classe.






