Il Festival è davvero libero solamente se ci vanno i maestrini progressisti

Sai che ridere se a vincere il Festival fosse Fedez, già autore di versi omofobi e sessisti. Dei quali si è scusato: «Ho sbagliato per cose dettate dall’ignoranza», Corriere della sera, 3 maggio 2021. Ma anche frequentatore di ultrà della curva rossonera: «Fedez e Christian Rosiello, com’è noto, sono stati identificati tra gli aggressori del personal trainer Cristiano Iovino, ed è pure noto il silenzio di quest’ultimo che non ha mai sporto denuncia», Repubblica 30 settembre 2024. In questo caso, però, nessun pentimento: «Non rinnego le mie amicizie, il mio passato e gli errori», Corriere, 26 febbraio.
Soprattutto vincitore di un Ambrogino d’oro, lui che quando Gerry Scotti gli ha menzionato «il grande Giorgio Strehler», ha sghignazzato: «Raga, ma chi ca... è ‘sto Streller?».
Se il primo posto andasse a lui, che si esibisce in tandem con Marco Masini, vorrei proprio vedere le facce della Santa Inquisizione dei social-mentecatti, delle prefiche dei blog, del Sinedrio dei giusti.
Sono state infatti tali categorie ad alzare le barricate affinché al teatro Ariston non approdasse quell’essere brutto, sporco e cattivo, omofobo e frequentatore di ambigui ultras nerazzurri, di nome Andrea Pucci. Impiccato a una serie di suoi «apprezzamenti», certamente non eleganti e non di grande gusto - su Tommaso Zorzi e il tampone: «Ribadisco per l’ennesima volta, se si è sentito offeso, mi scuso», Corriere, 7 febbraio, e sull’aspetto di Elly Schlein: «Già che ci sei, dentista e orecchie no? Alvaro Vitali e Pippo Franco insieme» (battuta che peraltro ha chiarito rifarebbe) - di cui poteva fare a meno.
Perché non ne ha bisogno. Nei suoi spettacoli - ancora di più sold out dopo questa vicenda - si ride, e molto, grazie alla sua capacità di individuare e perculare tic, stili e riti della vita quotidiana, proprio per questo alla portata di tutti. Certo, non è sofisticato, non se la tira da maître à penser, ignora la satira politica, è solo un onesto mestierante della comicità.
Per questo avrei voluto vederlo in azione a Sanremo, per poterlo applaudire, o fischiare e criticare. Ma dopo, non prima.
Invece su Pucci si è sparato ad alzo zero, incarnazione del Male assoluto, immondo soggetto indegno del servizio pubblico, sempre a insindacabile giudizio dei soliti noti, i maestrini dalla penna (molto) rossa e blu, i vigilantes democratici e «antifa». Un bombardamento che ha spinto Pucci a declinare l’invito.
Dando soddisfazione ai piccoli Viscinski dell’esibizionismo etico, i questurini della polizia morale, che ora menano vanto di aver preservato il pubblico della «più grande azienda culturale del Paese» da una esibizione volgare e scadente. Il che suona singolare. Visto che agli «abbonati Rai» nulla è stato risparmiato. Come non ricordare il blitz di Roberto Benigni nello show del sabato sera Fantastico 1991, quando saltò addosso a Raffaella Carrà, inchiodandola sul pavimento in posizione dogging style, per poi snocciolare tutti i modi con cui sono chiamati gli organi sessuali, femminili e maschili.
«Performance condita da comicità travolgente e da irriverenza» fu incensata. Ma non da tutti, neppure a sinistra. Così un annoiato Edmondo Berselli, direttore de Il Mulino, non certo un eversore di destra, fotografò Benigni: «Comparsate strepitanti, interventi urlati, mani ficcate nella parti basse, poesiacce a bischero sciolto, col peperone e la zucchina, rime populiste, “Quando sento Berlusconi mi si sgonfiano i co...”», in Post-italiani, Mondadori 2004.
Servizio pubico più che servizio pubblico, insomma. Le parti basse, peraltro, erano non solo della Carrà ma pure di Pippo Baudo, visto che proprio a Sanremo 2002 il ripetitivo Benigni gli strizzò il birollo, preceduto da Fiorello, un uno-due che con la consueta pigrizia conformistica è passato alla storia come un «momento iconico». Anche qui non senza eccezioni.
Nel forum TeleVisioni di Aldo Grasso, sul sito del Corriere, fu per esempio ospitata la stroncatura di tal Andrea Vaghi: «Indicare come momento di alta comicità la triviale strizzata dei testicoli di Baudo, ad opera di Fiorello e di Benigni, è un insulto per noi telespettatori. Oltretutto non si comprende il motivo dei dispendiosissimi cachet con cui gli abbonati Rai retribuiscono tali ospiti: per inscenare queste volgarità basterebbe ingaggiare un qualunque attorucolo di bassa lega», recensione che Grasso non commentò - ma che pubblicò.
Per soprammercato, l’ottimo Fiorello si è a lungo lasciato andare, a Viva Rai 2 nel 2023, nel promuovere Teleminkia, con le sue rubriche quali il Meteominkia, gag su cui nessuno ha trovato da ridire. «Eh, ma Benigni è Benigni, Fiorello è Fiorello...».
E chi lo nega? Quello che è insopportabile è il doppiopesismo. «Di Renzo Arbore non m’importa nulla. È bravo a fare quello che fa. Semmai mi infastidisce il credito di cui dispone sulla stampa. Se nelle sue trasmissioni fa una pernacchia, diventa “una citazione della pernacchia”» rilevò sconsolato Antonio Ricci 40 anni fa (in Chi è, chi non è, chi si crede di essere di Roberto D’Agostino, Mondadori 1988).
Per questo rivendico il mio diritto alla risata a 360 gradi, per le battute di Fiorello quando fa inarrivabili imitazioni di Franco Battiato o di Gianni Minà, per La taranta del centrodestra di Checco Zalone, «viva Mara Carfagna / viva la fre...», senza dimenticare la canzone sugli «uomini-sessuali», per L’inno del corpo sciolto del primo Benigni (non l’odierno, monumento del politicamente corretto), per le sapidezze di Pio e Amedeo, per il capo indiano Estiqaatsi di Lillo e Greg, per i «centoni», canzoni celebri di cui viene riscritto il testo in chiave satirica, di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu.
Proprio Bizzarri si è schierato pro Pucci: «Ha sbagliato a rinunciare a Sanremo perché ha dato ragione a uno sparuto gruppo di imbecilli. Non c’è nulla di peggio. Doveva fottersene e tirare dritto, non è la sua o la mia comicità a essere messa in dubbio, ma quella di tutti». Vero. Ma forse Pucci non se l’è sentita di finire nel tritacarne, come successe a Maurizio Crozza, contestato all’Ariston nel Sanremo 2013 di Fabio Fazio. Si è semplicemente autocensurato, come accadde, toh, proprio a Bizzarri nel marzo 2023: «A DiMartedì su La7 avevo una battuta su Schlein che mi faceva tanto ridere, solo che era greve. Ho pensato: ma perché mi devo far rompere le scatole per una battuta? L’ho tolta, anche se con una certa disperazione. Senza dimenticare l’ipocrisia enorme che ci circonda: se la stessa battuta l’avessi fatta su Daniela Santanchè nessuno avrebbe detto nulla». Amen.






