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2019-06-23
Per fare geopolitica investiamo 61 miliardi
Oltre 61 miliardi di euro per fare geopolitica. A questa notevole cifra ammonta (nel 2018) lo stock di investimenti coperto di Sace, calcolato come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate, con un considerevole balzo in avanti (ben del 20,8%) rispetto all'anno precedente. Dentro quella somma, la parte del leone la fanno le garanzie (60,5 miliardi), mentre la quota restante (598 milioni) è costituita dal portafoglio crediti.
Scomponendo il portafoglio per aree geoeconomiche, emergono dati non scontati. Certo, l'Ue risulta prevedibilmente la prima area per esposizione (26,9%), ma è seguita a ruota da Medio Oriente e Nord Africa (26,5%, in crescita dal 24,1% del 2017), dalle Americhe (18,3%), dall'area cosiddetta dell'Europa emergente e dei Paesi Csi (16,1%, in salita dal 15,4%), poi dall'Africa Subsahariana (6,8%), e infine dall'Asia (5,3%).
La cosa interessante da notare è che, dal 2011 al 2018, quindi in un lasso di tempo tutto sommato contenuto, gli investimenti diretti italiani in Africa Subsahariana sono cresciuti da 13 a 23 miliardi (quasi un raddoppio) e quelli coperti da garanzie Sace nel frattempo sono addirittura quintuplicati.
Il che testimonia diverse cose: un percorso in crescita, una scommessa positiva anche in situazioni di rischio non piccolo, e soprattutto le opportunità via via maggiori che potrebbero dischiudersi se il sistema-paese facesse uno sforzo di accompagnamento ancora più consistente.
E allora mettiamo le cose in ordine. Sace-Simest è il polo dell'export e dell'internazionalizzazione del gruppo Cassa depositi e prestiti. Tocca a questo soggetto affiancare le imprese italiane nella loro proiezione internazionale e promuovere il made in Italy. Di più: in futuro, sarebbe auspicabile (a somiglianza di quanto fanno da decenni in modo incisivo e sistematico i nostri competitor: si pensi al caso emblematico della Francia) usare questa leva sempre più come un braccio geopolitico, come uno strumento di diplomazia commerciale, come un modo per irrobustire la presenza italiana in aree e teatri prioritariamente scelti, avendo in mente un disegno geostrategico organico. A ben vedere, starebbe proprio qui, nella riuscita di questo obiettivo, la migliore collaborazione possibile tra intrapresa privata e mano pubblica.
Nel rapporto sul 2018, Sace dà conto della sua attività, con numeri oggettivamente notevoli: nel triennio 2016-2018, sono state complessivamente mobilitate risorse per 71,8 miliardi (in crescita, peraltro: l'ultimo anno si è saliti a 28,6 miliardi, contro i 25,3 e i 17,9 dei due anni precedenti), con 21mila aziende servite (a cui sono cioè stati forniti strumenti assicurativo-finanziari), il 98% delle quali piccole e medie imprese. La logica è infatti quella di «mettere in filiera» imprese che altrimenti, per la loro dimensione contenuta, difficilmente potrebbero muoversi in autonomia in scenari troppo ampi e lontani, oppure quella di affiancare ad un grande contractor italiano una serie di subfornitori che - come nel caso precedente - da soli non riuscirebbero a entrare in partite troppo complesse.
Ma quali sono i Paesi emergenti su cui Sace ha puntato? Ecco alcune istantanee scattate nel report. In Brasile, Sace vede diversi «elementi di forza, dall'adeguato livello delle riserve valutarie a un debito estero contenuto in rapporto al Pil, oltre a un solido sistema finanziario». Quanto alla Russia, viene definita «un mercato di sbocco prioritario per l'export italiano, anche se deve compiere passi avanti nell'implementazione delle riforme strutturali e degli investimenti». Secondo Sace, migliora il business environment in India e Indonesia: «Pil a tassi del 5-7% e importanti piani di sviluppo infrastrutturale». Giudizio positivo anche sul Sudafrica: «Al di là di alcune incertezze elettorali, sembra possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Maggiori incognite per la Turchia: «La ripresa del paese sarà vincolata al mantenimento di una politica monetaria conservativa e a un'adeguata politica fiscale», scrive Sace. Mix di progressi e incognite per l'Argentina, «dove il governo sta pienamente rispettando il piano predisposto dal Fmi a fronte dei prestiti erogati per un totale di 56,3 miliardi di dollari». Ma all'orizzonte ci sono nuove elezioni a fine ottobre, e l'andamento dell'economia può essere un fattore decisivo per la riconferma del presidente Mauricio Macri (e, a cascata, anche per la sorte dell'accordo con il Fondo).
Sulla base di questo «check up» Paese per Paese, Sace formula quelle che chiama le sue «indicazioni per le imprese», con circa 20 Paesi suggeriti prioritariamente. E una raccomandazione (in fondo, è lo stesso principio che vale per i risparmi e gli investimenti privati): diversificare, non mettere tutte le uova in un solo paniere, costruire un mix equilibrato e bilanciato.
E quali sono le destinazioni consigliate? In ordine sparso: Russia, Brasile, India, Indonesia e Vietnam «come mercati emergenti destinati a ricoprire crescente importanza nel prossimo futuro». E ancora, definite «fra le migliori destinazioni in termini di rischi-opportunità», Emirati Arabi Uniti, Qatar, Colombia, Repubblica Ceca e Cina. Ovviamente ci sono anche gli Usa. Seguono paesi definiti «a rischiosità medio-elevata»: si tratta di mercati «in cui non sono scontati elevati rendimenti ma che possono comunque regalare ottime soddisfazioni ai nostri esportatori». L'identikit di Sace conduce a Marocco, Senegal e Kenya. Questi, dunque, i consigli di Sace-Simest per l'anno in corso.
Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l’avanzata di altri Paesi
Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Sace e Simest hanno mobilitato, sempre lo scorso anno, 28 miliardi e però hanno garantito uno stock complessivo di circa 61 miliardi. La capacità delle nostre aziende di muoversi nei meandri del mondo è nota. Lo fanno però spesso in ordine sparso. Il che non è assolutamente un fattore negativo, perché evidenzia il grande dinamismo del made in Italy. La geopolitica è però un'altra cosa e necessita di sostegno e supporto. Cioè, garanzie assicurative pubbliche per ridurre l'effetto rischio sulla singola impresa. Che sia un colosso come l'Eni o un consorzio di Pmi. Nel gran marasma dei cambiamenti avviato dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, l'Africa rappresenta l'opportunità bollente che il nostro Paese dovrebbe gestire. Per questo servono sempre più pinze e guanti di protezione. Se non si mobilita il denaro non si fa geopolitica. Secondo recenti dati Ispi, tra il 2018 e il 2022 le dieci economie subsahariane saranno tra i primi 20 Paesi con crescita maggiore. Contribuiranno alla crescita africana i 60 miliardi di dollari promessi dalla Cina durante l'ultimo Summit sino-africano, a inizio settembre, i 4 miliardi promessi da Theresa May durante il suo recente viaggio in Africa e gli altri impegni sottoscritti da Francia, India, Stati Uniti e Corea. Nel baillame non bisogna confondere i flussi commerciali con gli stock di investimenti. La Cina dal 2009 è il primo partner dell'Africa subsahariana, ma gli investimenti non hanno superato i 40 miliardi. I Paesi che storicamente hanno investito in Africa presentano infatti volumi più alti: 57 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, 55 per il Regno Unito e 49 per la Francia. Tuttavia, mentre i flussi di investimenti degli Stati Uniti sono stati poco costanti, quelli cinesi hanno seguito un andamento opposto. La Francia è in leggero calo, mentre il nostro Paese pur rimanendo indietro è passato da 13 miliardi a 23. I dati di copertura forniti da Sace e Simest segnano un decollo della strategia versa l'area subsahariana. Se aggiungiamo anche la parte Nord, ovvero il Maghreb, la presenza italiana è in costante crescita dal punto di vista numerico, mentre sul tema dei flussi commerciali non riesce a prendere il volo. È chiaro che allargare il perimetro delle coperture di Sace sarebbe fondamentale per trovare una spinta geopolitica. Serve però un'idea di base chiara. La Francia sa dove vuole andare. E nemmeno possiamo paragonarci alla Cina o alla Germania. Ma se il governo volesse insistere a Sud del Mediterraneo avrebbe due soli strumenti. La diplomazia classica e il sostegno alle aziende private incanalandone però le forze e le capacità di penetrazione. In queste settimane si discute di nomine per il colosso Sace. Prima dell'estate si troverà una soluzione in modo da non bloccare garanzie su grosse partite di export, ma ciò che conta è capire se Sace resterà nel perimetro della controllata Cdp. Il binomio è fondamentale se si vuole spingere sulle garanzia pubbliche come accade in Francia e in Germania. Cdp ha il motore e la liquidità per creare il perimetro, Sace il know how. Un divorzio tra le due entità toglierebbe carburante al sistema Italia. Visti i numeri della crescita e dell'impegno soprattutto in Africa, per noi area strategica, sarebbe un vero peccato.
Claudio Antonelli
Germania: malattia e cura del nostro export
Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.
Il report Sace sul 2018 lo mette nero su bianco, sotto il titolo: "L'Italia più lenta dell'eurozona ma l'export resiste". Spiega il rapporto: "«Come si colloca l'Italia all'interno di un quadro così complesso? Complice il graduale rallentamento della crescita e dell'interscambio globale, l'Italia ha messo a segno una crescita modesta (+0,8%), al di sotto della performance europea (+1,8%). Sul risultato hanno inciso anche le difficoltà di alcuni paesi europei, in primis la Germania, la cui economia è strettamente interconnessa a quella italiana».
A ben vedere, si tratta della conferma della diagnosi avanzata dallo stesso ministro Giovanni Tria a inizio aprile: «La parte più produttiva dell'Italia è ferma. C'è un rallentamento della crescita in Ue, perché si è fermato il motore, la Germania», e allora «si è fermata anche la parte più produttiva dell'Italia, quella del manifatturiero che esporta». E ancora: «L'Italia da 10 anni cresce un punto percentuale in meno del resto d'Europa, significa che la nostra economia è allo 'zero' mentre la Germania riesce a rimanere allo 0,7-0,8%».
Una ragione di più per riflettere su un modello economico "export led", cioè trainato dalle esportazioni e molto legato alle vecchie locomotive europee. Se quelle tirano, anche gli altri vagoni viaggiano velocemente: ma se c'è la frenata in testa, anche il resto del convoglio soffre. Si tratta cioè di un modello che è particolarmente vulnerabile agli shock esterni.
Rimedi? Rilanciare la domanda e i consumi interni. Da questo punto di vista, la strada maestra è proprio uno choc fiscale, una frustata positiva che induca i cittadini a consumare di più, le imprese ad assumere e investire, alimentando il circuito economico nazionale. Se poi, su un altro piano, anche le esportazioni torneranno a tirare di più, tanto meglio.
Spiega ancora Sace, passando a un'analisi più dettagliata: "In questo contesto, ancora una volta, le esportazioni dei beni Made in Italy hanno apportato un contributo positivo alla nostra economia. Nella consapevolezza che la crescita straordinaria del 2017, quando l'export aveva segnato un + 7,6%, difficilmente si sarebbe ripetuta, le vendite dei nostri prodotti all'estero nel 2018 sono aumentate del 3% in valore, raggiungendo quota 463 miliardi di euro e confermando sostanzialmente i volumi. Dato ancora più rilevante, se si considera che per il nono anno consecutivo il nostro export risulta in crescita. A differenza del 2017, sono stati i paesi dell'Ue a sostenere le vendite, mentre la crescita nei mercati extra-Ue è stata contenuta. Tuttavia, al di là dei confini dei 28 paesi membri, spiccano significative eccezioni, quali India e Stati Uniti". Quindi, nonostante il rallentamento del veicolo tedesco, resta fondamentale per noi l'interscambio con gli altri paesi Ue.
Quanto ai settori merceologici, per Sace "il traino è arrivato da farmaceutica, apparecchi elettronici, metalli, mezzi di trasporto e raffinati. L'export di beni della meccanica strumentale, principale settore dell'export italiano e per la domanda di coperture assicurative contro i rischi di mancato pagamento a medio-lungo termine, ha invece registrato un incremento di circa il 2%".
Daniele Capezzone
In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano
Non c'è solo la Libia. L'Africa sta diventando un problema per l'Italia e le sue aziende. Gli investimenti non sono a rischio solo tra Cirenaica e Tripolitania, ma in tutto il continente. La caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 ha contribuito a indebolirci un po' dappertutto, anche perché il rais era un punto di riferimento da Nord a Sud. Gheddafi era una figura centrale nella Lega Araba, aveva un rapporto molto stretto con Nelson Mandela e con diversi capi di Stato africani.
Gli altri nostri competitor, seppure all'interno dell'Unione europea, ne hanno approfittato, dalla Francia alla Germania. E questo nonostante negli ultimi anni l'impegno l'impegno economico delle aziende tricolore e le garanzie assicurative di Sace nel Continente nero siano quintuplicate. Basta confrontare il report 2011 con quello 2018 per rendersene conto. Se nel 2011, su uno stock di impegni di circa 34 miliardi Sace copriva l'1,8% per l'Africa subsahariana (circa 700 milioni) e il 17,7% per Medio Oriente e Nord Africa, sette anni dopo la cifra è cresciuta in modo esponenziale. Su un totale di 61,1 miliardi, +20,8% rispetto all'anno precedente (calcolata come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate), il 6,8% riguarda l'Africa subsahariana (circa 3,6 miliardi) e il 26,5% il Medio Oriente e il Nord Africa.
Il Sudafrica, spiega il rapporto annuale di Sace, è il «primo mercato per l'export italiano nell'Africa subsahariana, al di là di alcune incertezze legate particolarmente alle elezioni interne possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Per il resto un segnale positivo c'è... più aumenta il rischio più crescono le risorse garantite.
D'altra parte l'instabilità dell'Africa è sotto gli occhi di tutti. In Libia mercoledì scorso è stato danneggiato un magazzino appartenente alla Mellitah oil & gas, la joint-venture tra la National oil corporation (Noc) ed Eni. Sono rimasti feriti tre lavoratori. Si tratta del primo attacco confermato su una risorsa petrolifera straniera da quando le forze guidate da Khalifa Haftar hanno iniziato la loro avanzata verso Tripoli.
«Stiamo assistendo alla distruzione delle strutture della società sotto i nostri occhi», ha detto il presidente di Noc Mustafa Sanalla dopo l'incidente. Ha rincarato la dose Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli. «Quando una fazione o l'altra arriva ad attaccare la risorsa strategica petrolifera di un Paese, vuol dire che la situazione non ha più controllo e questo può essere solo il primo passo, un avvertimento su eventuali attacchi a infrastrutture strategiche della produzione petrolifera in Libia». Marsiglia ha aggiunto: «Nonostante il conflitto in atto in Libia, anche per noi del settore è una notizia che non ci lascia indifferenti e ci costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia».
Scendendo lungo la costa, l'Italia si ritrova con diversi problemi anche in Kenya, dove Cmc, la cooperativa per le costruzioni di Ravenna, è sotto inchiesta della magistratura per presunte tangenti pagate per la costruzioni di tre dighe. Gli investigatori stanno vagliando anche la posizione di Sace, che ha accompagnato la società nelle operazioni.
Infine anche l'Algeria inizia a essere instabile. La vecchia Finmeccanica, sta cercando di svilupparsi nel Nord Africa anche grazie Leonard helicopteres Algerie (Lha), la joint venture annunciata il 25 marzo con il ministero della Difesa algerino. Il progetto è sopravvissuto alla caduta dell'ex premier Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile scorso. Alla fine di maggio il team di lavoro è stato completato. Il generale Mouloud Belhadi è stato nominato presidente della joint venture, mentre Benjamin Farina, già capo vendite di Agustawestland nella zona, sarà l'ad. Nel consiglio di amministrazione siede anche Tommaso Pani. Il problema però è sempre lo stesso. Riuscirà la joint venture a sopravvivere anche al nuovo corso governativo? O anche qui i francesi cercheranno di approfittarsene come hanno già fatto in Libia, con Total all'assalto dei giacimenti petroliferi da anni gestiti da Eni?
Alessandro Da Rold
Con l’attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni
Il polo Sace Simest, controllata di Cassa depositi e prestiti, non accompagna solo le nostre piccole e medie imprese nel mondo, ma le aiuta anche per recuperare crediti assicurando che gli affari vadano a buon fine. Di questo si occupa Sace Srv, specializzata nel recupero crediti, che, nel 2018 «con 32,5 milioni di crediti recuperati conferma il suo ruolo di sostegno di ultima istanza per le imprese italiane che operano nel mondo», ha spiegato l'amministratore delegato Alessandro Decio.
Per affrontare i Paesi di frontiera, come in Africa o in Asia dove è difficile operare in sicurezza, Sace offre soluzioni assicurativo finanziarie «che consentono agli esportatori di vendere i loro prodotti e servizi in tutta sicurezza a condizioni concorrenziali». Oltre a ricevere assistenza in tutte le fasi dell'operazione (dalla valutazione del cliente estero al successivo ed eventuale recupero dei crediti) le aziende che si affidano a Sace sono messa nelle condizioni di proporre ai propri clienti esteri pacchetti finanziari con dilazioni di pagamento più estese, a tutto vantaggio della loro competitività. Questo consente di rispondere alle esigenze delle imprese di ogni dimensione, sia per importi piccoli - attraverso prodotti standardizzati e accessibili online - sia per operazioni più complesse che prevedono la strutturazione di linee di credito a medio lungo termine con il coinvolgimento delle banche.
In quest'ultima tipologia di operazioni, Simest può intervenire a ulteriore supporto offrendo un contributo in conto interessi e rendendo il pacchetto finanziario finale ancora più competitivo. Basti pensare che nel corso del 2018 Sace ha mobilitato complessivamente 14 miliardi di euro (in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente, -7%) a sostegno dell'export italiano, di cui 9 miliardi in sinergia con Simest, che è intervenuta attraverso l'erogazione di un contributo in conto interessi.
Inoltre quest'ultima ha accolto contributi su credito fornitore a valere sul Fondo 295/73 pari a 265 milioni di euro (in lieve incremento rispetto al 2017, +2%). L'area dell'Unione europea rappresenta il 35,6% delle nuove operazioni di credito all'esportazione sostenute nel 2018. Si tratta di un mercato tradizionale per l'export italiano che, complici le operazioni nel settore crocieristico, ha fatto registrare una forte crescita rispetto allo scorso anno.
In aumento anche le operazioni in Medio Oriente e Nord Africa (che rappresentano il 30,5% delle risorse mobilitate) con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi a trainare l'intera area, nell'Europa emergente e nei Paesi Csi (17,9%) in particolare Serbia e Azerbaijan, e nell'Africa subsahariana (8,3%) in cui spiccano geografie di «frontiera» e poco esplorate come Kenya, Zambia e Ghana.
I settori che maggiormente hanno beneficiato delle garanzie Sace sono il crocieristico (39,2%), comparto in cui la controllata di Cdp interviene anche a sostegno dell'intera filiera di Pmi subfornitrici dei grandi cantieri navali, l'elettrico (le risorse mobilitate a sostegno dell'export di questo settore sono aumentate del 61% e rappresentano l'8,1% del totale) e le infrastrutture e costruzioni (8%). Se si guarda invece alla numerosità di esportazioni, il settore che ha maggiormente beneficiato di questa operatività è l'industria meccanica (34%), comparto d'eccellenza dell'export Made in italy che coinvolge soprattutto le Pmi.
E poi c'è l'ultima istanza. Tramite Sace srv le nostra aziende possono recuperare crediti nel mondo. Nel 2018 sono stati gestiti 25.000 mandati, servendo oltre 2.700 imprese e recuperando crediti in Italia e all'estero per 32,5 milioni di euro. I Paesi in cui si sono conseguiti i più importanti recuperi dell'anno sono: Turkmenistan, Italia e Dubai.
Alessandro Da Rold
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Dal 2011 a oggi la controllata di Cdp raddoppia il perimetro di attività, soprattutto nelle zone a rischio. Siamo sempre indietro rispetto a Francia e Germania, ma nel Maghreb e in Medioriente a dispetto della vulgata il sistema Italia cresce a piccoli passi.Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l'avanzata di altri Paesi. Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Germania: malattia e cura del nostro export. Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano. Nell'area subsahariana, gli investimenti delle aziende passano da 700 milioni a 3,5 miliardi. Le garanzie pubbliche sul Maghreb salgono dal 17 al 26% dell'esposizione. Strategia? Riprendere terreno in Libia e Algeria. Con l'attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni. Il gruppo controllato da Cassa depositi e prestiti affianca le aziende anche in caso di problemi nei pagamenti. Disponibili sia pacchetti online per piccole somme, sia piani su misura. Lo speciale comprende cinque articoli.Oltre 61 miliardi di euro per fare geopolitica. A questa notevole cifra ammonta (nel 2018) lo stock di investimenti coperto di Sace, calcolato come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate, con un considerevole balzo in avanti (ben del 20,8%) rispetto all'anno precedente. Dentro quella somma, la parte del leone la fanno le garanzie (60,5 miliardi), mentre la quota restante (598 milioni) è costituita dal portafoglio crediti. Scomponendo il portafoglio per aree geoeconomiche, emergono dati non scontati. Certo, l'Ue risulta prevedibilmente la prima area per esposizione (26,9%), ma è seguita a ruota da Medio Oriente e Nord Africa (26,5%, in crescita dal 24,1% del 2017), dalle Americhe (18,3%), dall'area cosiddetta dell'Europa emergente e dei Paesi Csi (16,1%, in salita dal 15,4%), poi dall'Africa Subsahariana (6,8%), e infine dall'Asia (5,3%).La cosa interessante da notare è che, dal 2011 al 2018, quindi in un lasso di tempo tutto sommato contenuto, gli investimenti diretti italiani in Africa Subsahariana sono cresciuti da 13 a 23 miliardi (quasi un raddoppio) e quelli coperti da garanzie Sace nel frattempo sono addirittura quintuplicati. Il che testimonia diverse cose: un percorso in crescita, una scommessa positiva anche in situazioni di rischio non piccolo, e soprattutto le opportunità via via maggiori che potrebbero dischiudersi se il sistema-paese facesse uno sforzo di accompagnamento ancora più consistente.E allora mettiamo le cose in ordine. Sace-Simest è il polo dell'export e dell'internazionalizzazione del gruppo Cassa depositi e prestiti. Tocca a questo soggetto affiancare le imprese italiane nella loro proiezione internazionale e promuovere il made in Italy. Di più: in futuro, sarebbe auspicabile (a somiglianza di quanto fanno da decenni in modo incisivo e sistematico i nostri competitor: si pensi al caso emblematico della Francia) usare questa leva sempre più come un braccio geopolitico, come uno strumento di diplomazia commerciale, come un modo per irrobustire la presenza italiana in aree e teatri prioritariamente scelti, avendo in mente un disegno geostrategico organico. A ben vedere, starebbe proprio qui, nella riuscita di questo obiettivo, la migliore collaborazione possibile tra intrapresa privata e mano pubblica. Nel rapporto sul 2018, Sace dà conto della sua attività, con numeri oggettivamente notevoli: nel triennio 2016-2018, sono state complessivamente mobilitate risorse per 71,8 miliardi (in crescita, peraltro: l'ultimo anno si è saliti a 28,6 miliardi, contro i 25,3 e i 17,9 dei due anni precedenti), con 21mila aziende servite (a cui sono cioè stati forniti strumenti assicurativo-finanziari), il 98% delle quali piccole e medie imprese. La logica è infatti quella di «mettere in filiera» imprese che altrimenti, per la loro dimensione contenuta, difficilmente potrebbero muoversi in autonomia in scenari troppo ampi e lontani, oppure quella di affiancare ad un grande contractor italiano una serie di subfornitori che - come nel caso precedente - da soli non riuscirebbero a entrare in partite troppo complesse. Ma quali sono i Paesi emergenti su cui Sace ha puntato? Ecco alcune istantanee scattate nel report. In Brasile, Sace vede diversi «elementi di forza, dall'adeguato livello delle riserve valutarie a un debito estero contenuto in rapporto al Pil, oltre a un solido sistema finanziario». Quanto alla Russia, viene definita «un mercato di sbocco prioritario per l'export italiano, anche se deve compiere passi avanti nell'implementazione delle riforme strutturali e degli investimenti». Secondo Sace, migliora il business environment in India e Indonesia: «Pil a tassi del 5-7% e importanti piani di sviluppo infrastrutturale». Giudizio positivo anche sul Sudafrica: «Al di là di alcune incertezze elettorali, sembra possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Maggiori incognite per la Turchia: «La ripresa del paese sarà vincolata al mantenimento di una politica monetaria conservativa e a un'adeguata politica fiscale», scrive Sace. Mix di progressi e incognite per l'Argentina, «dove il governo sta pienamente rispettando il piano predisposto dal Fmi a fronte dei prestiti erogati per un totale di 56,3 miliardi di dollari». Ma all'orizzonte ci sono nuove elezioni a fine ottobre, e l'andamento dell'economia può essere un fattore decisivo per la riconferma del presidente Mauricio Macri (e, a cascata, anche per la sorte dell'accordo con il Fondo). Sulla base di questo «check up» Paese per Paese, Sace formula quelle che chiama le sue «indicazioni per le imprese», con circa 20 Paesi suggeriti prioritariamente. E una raccomandazione (in fondo, è lo stesso principio che vale per i risparmi e gli investimenti privati): diversificare, non mettere tutte le uova in un solo paniere, costruire un mix equilibrato e bilanciato. E quali sono le destinazioni consigliate? In ordine sparso: Russia, Brasile, India, Indonesia e Vietnam «come mercati emergenti destinati a ricoprire crescente importanza nel prossimo futuro». E ancora, definite «fra le migliori destinazioni in termini di rischi-opportunità», Emirati Arabi Uniti, Qatar, Colombia, Repubblica Ceca e Cina. Ovviamente ci sono anche gli Usa. Seguono paesi definiti «a rischiosità medio-elevata»: si tratta di mercati «in cui non sono scontati elevati rendimenti ma che possono comunque regalare ottime soddisfazioni ai nostri esportatori». L'identikit di Sace conduce a Marocco, Senegal e Kenya. Questi, dunque, i consigli di Sace-Simest per l'anno in corso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="strategie-e-garanzie-in-denaro-per-bilanciare-lavanzata-di-altri-paesi" data-post-id="2638951535" data-published-at="1780822279" data-use-pagination="False"> Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l’avanzata di altri Paesi Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Sace e Simest hanno mobilitato, sempre lo scorso anno, 28 miliardi e però hanno garantito uno stock complessivo di circa 61 miliardi. La capacità delle nostre aziende di muoversi nei meandri del mondo è nota. Lo fanno però spesso in ordine sparso. Il che non è assolutamente un fattore negativo, perché evidenzia il grande dinamismo del made in Italy. La geopolitica è però un'altra cosa e necessita di sostegno e supporto. Cioè, garanzie assicurative pubbliche per ridurre l'effetto rischio sulla singola impresa. Che sia un colosso come l'Eni o un consorzio di Pmi. Nel gran marasma dei cambiamenti avviato dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, l'Africa rappresenta l'opportunità bollente che il nostro Paese dovrebbe gestire. Per questo servono sempre più pinze e guanti di protezione. Se non si mobilita il denaro non si fa geopolitica. Secondo recenti dati Ispi, tra il 2018 e il 2022 le dieci economie subsahariane saranno tra i primi 20 Paesi con crescita maggiore. Contribuiranno alla crescita africana i 60 miliardi di dollari promessi dalla Cina durante l'ultimo Summit sino-africano, a inizio settembre, i 4 miliardi promessi da Theresa May durante il suo recente viaggio in Africa e gli altri impegni sottoscritti da Francia, India, Stati Uniti e Corea. Nel baillame non bisogna confondere i flussi commerciali con gli stock di investimenti. La Cina dal 2009 è il primo partner dell'Africa subsahariana, ma gli investimenti non hanno superato i 40 miliardi. I Paesi che storicamente hanno investito in Africa presentano infatti volumi più alti: 57 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, 55 per il Regno Unito e 49 per la Francia. Tuttavia, mentre i flussi di investimenti degli Stati Uniti sono stati poco costanti, quelli cinesi hanno seguito un andamento opposto. La Francia è in leggero calo, mentre il nostro Paese pur rimanendo indietro è passato da 13 miliardi a 23. I dati di copertura forniti da Sace e Simest segnano un decollo della strategia versa l'area subsahariana. Se aggiungiamo anche la parte Nord, ovvero il Maghreb, la presenza italiana è in costante crescita dal punto di vista numerico, mentre sul tema dei flussi commerciali non riesce a prendere il volo. È chiaro che allargare il perimetro delle coperture di Sace sarebbe fondamentale per trovare una spinta geopolitica. Serve però un'idea di base chiara. La Francia sa dove vuole andare. E nemmeno possiamo paragonarci alla Cina o alla Germania. Ma se il governo volesse insistere a Sud del Mediterraneo avrebbe due soli strumenti. La diplomazia classica e il sostegno alle aziende private incanalandone però le forze e le capacità di penetrazione. In queste settimane si discute di nomine per il colosso Sace. Prima dell'estate si troverà una soluzione in modo da non bloccare garanzie su grosse partite di export, ma ciò che conta è capire se Sace resterà nel perimetro della controllata Cdp. Il binomio è fondamentale se si vuole spingere sulle garanzia pubbliche come accade in Francia e in Germania. Cdp ha il motore e la liquidità per creare il perimetro, Sace il know how. Un divorzio tra le due entità toglierebbe carburante al sistema Italia. Visti i numeri della crescita e dell'impegno soprattutto in Africa, per noi area strategica, sarebbe un vero peccato. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="germania-malattia-e-cura-del-nostro-export" data-post-id="2638951535" data-published-at="1780822279" data-use-pagination="False"> Germania: malattia e cura del nostro export Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.Il report Sace sul 2018 lo mette nero su bianco, sotto il titolo: "L'Italia più lenta dell'eurozona ma l'export resiste". Spiega il rapporto: "«Come si colloca l'Italia all'interno di un quadro così complesso? Complice il graduale rallentamento della crescita e dell'interscambio globale, l'Italia ha messo a segno una crescita modesta (+0,8%), al di sotto della performance europea (+1,8%). Sul risultato hanno inciso anche le difficoltà di alcuni paesi europei, in primis la Germania, la cui economia è strettamente interconnessa a quella italiana». A ben vedere, si tratta della conferma della diagnosi avanzata dallo stesso ministro Giovanni Tria a inizio aprile: «La parte più produttiva dell'Italia è ferma. C'è un rallentamento della crescita in Ue, perché si è fermato il motore, la Germania», e allora «si è fermata anche la parte più produttiva dell'Italia, quella del manifatturiero che esporta». E ancora: «L'Italia da 10 anni cresce un punto percentuale in meno del resto d'Europa, significa che la nostra economia è allo 'zero' mentre la Germania riesce a rimanere allo 0,7-0,8%».Una ragione di più per riflettere su un modello economico "export led", cioè trainato dalle esportazioni e molto legato alle vecchie locomotive europee. Se quelle tirano, anche gli altri vagoni viaggiano velocemente: ma se c'è la frenata in testa, anche il resto del convoglio soffre. Si tratta cioè di un modello che è particolarmente vulnerabile agli shock esterni.Rimedi? Rilanciare la domanda e i consumi interni. Da questo punto di vista, la strada maestra è proprio uno choc fiscale, una frustata positiva che induca i cittadini a consumare di più, le imprese ad assumere e investire, alimentando il circuito economico nazionale. Se poi, su un altro piano, anche le esportazioni torneranno a tirare di più, tanto meglio.Spiega ancora Sace, passando a un'analisi più dettagliata: "In questo contesto, ancora una volta, le esportazioni dei beni Made in Italy hanno apportato un contributo positivo alla nostra economia. Nella consapevolezza che la crescita straordinaria del 2017, quando l'export aveva segnato un + 7,6%, difficilmente si sarebbe ripetuta, le vendite dei nostri prodotti all'estero nel 2018 sono aumentate del 3% in valore, raggiungendo quota 463 miliardi di euro e confermando sostanzialmente i volumi. Dato ancora più rilevante, se si considera che per il nono anno consecutivo il nostro export risulta in crescita. A differenza del 2017, sono stati i paesi dell'Ue a sostenere le vendite, mentre la crescita nei mercati extra-Ue è stata contenuta. Tuttavia, al di là dei confini dei 28 paesi membri, spiccano significative eccezioni, quali India e Stati Uniti". Quindi, nonostante il rallentamento del veicolo tedesco, resta fondamentale per noi l'interscambio con gli altri paesi Ue. Quanto ai settori merceologici, per Sace "il traino è arrivato da farmaceutica, apparecchi elettronici, metalli, mezzi di trasporto e raffinati. L'export di beni della meccanica strumentale, principale settore dell'export italiano e per la domanda di coperture assicurative contro i rischi di mancato pagamento a medio-lungo termine, ha invece registrato un incremento di circa il 2%". Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-7-anni-quintuplicate-le-risorse-destinate-al-continente-africano" data-post-id="2638951535" data-published-at="1780822279" data-use-pagination="False"> In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano Non c'è solo la Libia. L'Africa sta diventando un problema per l'Italia e le sue aziende. Gli investimenti non sono a rischio solo tra Cirenaica e Tripolitania, ma in tutto il continente. La caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 ha contribuito a indebolirci un po' dappertutto, anche perché il rais era un punto di riferimento da Nord a Sud. Gheddafi era una figura centrale nella Lega Araba, aveva un rapporto molto stretto con Nelson Mandela e con diversi capi di Stato africani. Gli altri nostri competitor, seppure all'interno dell'Unione europea, ne hanno approfittato, dalla Francia alla Germania. E questo nonostante negli ultimi anni l'impegno l'impegno economico delle aziende tricolore e le garanzie assicurative di Sace nel Continente nero siano quintuplicate. Basta confrontare il report 2011 con quello 2018 per rendersene conto. Se nel 2011, su uno stock di impegni di circa 34 miliardi Sace copriva l'1,8% per l'Africa subsahariana (circa 700 milioni) e il 17,7% per Medio Oriente e Nord Africa, sette anni dopo la cifra è cresciuta in modo esponenziale. Su un totale di 61,1 miliardi, +20,8% rispetto all'anno precedente (calcolata come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate), il 6,8% riguarda l'Africa subsahariana (circa 3,6 miliardi) e il 26,5% il Medio Oriente e il Nord Africa. Il Sudafrica, spiega il rapporto annuale di Sace, è il «primo mercato per l'export italiano nell'Africa subsahariana, al di là di alcune incertezze legate particolarmente alle elezioni interne possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Per il resto un segnale positivo c'è... più aumenta il rischio più crescono le risorse garantite. D'altra parte l'instabilità dell'Africa è sotto gli occhi di tutti. In Libia mercoledì scorso è stato danneggiato un magazzino appartenente alla Mellitah oil & gas, la joint-venture tra la National oil corporation (Noc) ed Eni. Sono rimasti feriti tre lavoratori. Si tratta del primo attacco confermato su una risorsa petrolifera straniera da quando le forze guidate da Khalifa Haftar hanno iniziato la loro avanzata verso Tripoli. «Stiamo assistendo alla distruzione delle strutture della società sotto i nostri occhi», ha detto il presidente di Noc Mustafa Sanalla dopo l'incidente. Ha rincarato la dose Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli. «Quando una fazione o l'altra arriva ad attaccare la risorsa strategica petrolifera di un Paese, vuol dire che la situazione non ha più controllo e questo può essere solo il primo passo, un avvertimento su eventuali attacchi a infrastrutture strategiche della produzione petrolifera in Libia». Marsiglia ha aggiunto: «Nonostante il conflitto in atto in Libia, anche per noi del settore è una notizia che non ci lascia indifferenti e ci costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia». Scendendo lungo la costa, l'Italia si ritrova con diversi problemi anche in Kenya, dove Cmc, la cooperativa per le costruzioni di Ravenna, è sotto inchiesta della magistratura per presunte tangenti pagate per la costruzioni di tre dighe. Gli investigatori stanno vagliando anche la posizione di Sace, che ha accompagnato la società nelle operazioni. Infine anche l'Algeria inizia a essere instabile. La vecchia Finmeccanica, sta cercando di svilupparsi nel Nord Africa anche grazie Leonard helicopteres Algerie (Lha), la joint venture annunciata il 25 marzo con il ministero della Difesa algerino. Il progetto è sopravvissuto alla caduta dell'ex premier Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile scorso. Alla fine di maggio il team di lavoro è stato completato. Il generale Mouloud Belhadi è stato nominato presidente della joint venture, mentre Benjamin Farina, già capo vendite di Agustawestland nella zona, sarà l'ad. Nel consiglio di amministrazione siede anche Tommaso Pani. Il problema però è sempre lo stesso. Riuscirà la joint venture a sopravvivere anche al nuovo corso governativo? O anche qui i francesi cercheranno di approfittarsene come hanno già fatto in Libia, con Total all'assalto dei giacimenti petroliferi da anni gestiti da Eni? Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-lattivita-di-recupero-crediti-riportati-nelle-casse-325-milioni" data-post-id="2638951535" data-published-at="1780822279" data-use-pagination="False"> Con l’attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni Il polo Sace Simest, controllata di Cassa depositi e prestiti, non accompagna solo le nostre piccole e medie imprese nel mondo, ma le aiuta anche per recuperare crediti assicurando che gli affari vadano a buon fine. Di questo si occupa Sace Srv, specializzata nel recupero crediti, che, nel 2018 «con 32,5 milioni di crediti recuperati conferma il suo ruolo di sostegno di ultima istanza per le imprese italiane che operano nel mondo», ha spiegato l'amministratore delegato Alessandro Decio. Per affrontare i Paesi di frontiera, come in Africa o in Asia dove è difficile operare in sicurezza, Sace offre soluzioni assicurativo finanziarie «che consentono agli esportatori di vendere i loro prodotti e servizi in tutta sicurezza a condizioni concorrenziali». Oltre a ricevere assistenza in tutte le fasi dell'operazione (dalla valutazione del cliente estero al successivo ed eventuale recupero dei crediti) le aziende che si affidano a Sace sono messa nelle condizioni di proporre ai propri clienti esteri pacchetti finanziari con dilazioni di pagamento più estese, a tutto vantaggio della loro competitività. Questo consente di rispondere alle esigenze delle imprese di ogni dimensione, sia per importi piccoli - attraverso prodotti standardizzati e accessibili online - sia per operazioni più complesse che prevedono la strutturazione di linee di credito a medio lungo termine con il coinvolgimento delle banche. In quest'ultima tipologia di operazioni, Simest può intervenire a ulteriore supporto offrendo un contributo in conto interessi e rendendo il pacchetto finanziario finale ancora più competitivo. Basti pensare che nel corso del 2018 Sace ha mobilitato complessivamente 14 miliardi di euro (in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente, -7%) a sostegno dell'export italiano, di cui 9 miliardi in sinergia con Simest, che è intervenuta attraverso l'erogazione di un contributo in conto interessi. Inoltre quest'ultima ha accolto contributi su credito fornitore a valere sul Fondo 295/73 pari a 265 milioni di euro (in lieve incremento rispetto al 2017, +2%). L'area dell'Unione europea rappresenta il 35,6% delle nuove operazioni di credito all'esportazione sostenute nel 2018. Si tratta di un mercato tradizionale per l'export italiano che, complici le operazioni nel settore crocieristico, ha fatto registrare una forte crescita rispetto allo scorso anno. In aumento anche le operazioni in Medio Oriente e Nord Africa (che rappresentano il 30,5% delle risorse mobilitate) con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi a trainare l'intera area, nell'Europa emergente e nei Paesi Csi (17,9%) in particolare Serbia e Azerbaijan, e nell'Africa subsahariana (8,3%) in cui spiccano geografie di «frontiera» e poco esplorate come Kenya, Zambia e Ghana. I settori che maggiormente hanno beneficiato delle garanzie Sace sono il crocieristico (39,2%), comparto in cui la controllata di Cdp interviene anche a sostegno dell'intera filiera di Pmi subfornitrici dei grandi cantieri navali, l'elettrico (le risorse mobilitate a sostegno dell'export di questo settore sono aumentate del 61% e rappresentano l'8,1% del totale) e le infrastrutture e costruzioni (8%). Se si guarda invece alla numerosità di esportazioni, il settore che ha maggiormente beneficiato di questa operatività è l'industria meccanica (34%), comparto d'eccellenza dell'export Made in italy che coinvolge soprattutto le Pmi. E poi c'è l'ultima istanza. Tramite Sace srv le nostra aziende possono recuperare crediti nel mondo. Nel 2018 sono stati gestiti 25.000 mandati, servendo oltre 2.700 imprese e recuperando crediti in Italia e all'estero per 32,5 milioni di euro. I Paesi in cui si sono conseguiti i più importanti recuperi dell'anno sono: Turkmenistan, Italia e Dubai. Alessandro Da Rold
Ingredienti – 450 gr di ciliegie denocciolate (considerate circa 6 etti), 110 grammi di farina 00, 75 gr di fecola di patate, 90 gr di burro fuso, 1 bacca di vaniglia, 1 arancia non trattata, 170 gr di zucchero semolato, 3 uova di generose dimensioni, mezza bustina di lievito per dolci, un cucchiaino di sale.
Procedimento – Per prima cosa lavate e poi dividete a metà le ciliegie una ad una privandole del nocciolo. Qui ci vuole un po’ di pazienza! Ora nella planetaria o se volete in una ciotola molto capiente sbattete a bianco le uova con lo zucchero di cui terrete da parte un paio di cucchiai. Setacciate le polveri (farina, fecola, lievito) e miscelatele. Quando le uova sono ben montate aggiungete le polveri, la bacca di vaniglia che avrete diviso per la lunghezza estraendone polpa e semi che sono quelli che danno l’aroma e vanno aggiunti all’impasto, e alla fine fate cadere sempre girando nell’impasto a filo il burro fuso. Ora in una tortiera a cerniera mettete sul fondo facendolo risalire sui bordi un disco di carta forno. Polverizzate di zucchero. Sistemate con la calotta rivolta verso il basso le ciliegie sul fondo della tortiera in modo da ricoprirlo come fosse un mosaico. Il resto delle ciliegie versatelo nell’impasto, amalgamate bene aggiungendo la buccia dell’arancia grattugiata. Ora fate cadere delicatamente l’impasto nella tortiera e passate in forno pre-riscaldato a circa 190 gradi per 40/45 minuti. Sfornate e rigirate la torna in modo che si vedano le ciliegie he avevamo messo sul fondo. Se volete il massimo della golosità servite la torta che farete intiepidire con una pallina di gelato alla vaniglia.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro le ciliegie sul fondo della tortiera, se sono grandicelli dite loro di aiutarvi a denocciolare i frutti.
Abbinamento – Per competenza geografica visto che la Puglia e l’Emilia-Romagna hanno ciliegie favolose abbiamo scelto il raro Moscato di Trani o l’Albana passita.
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Il re di Spagna Felipe VI, la regina Letizia, la principessa Leonor e la principessa Sofia accolgono Papa Leone XIV al Palazzo Reale di Madrid (Ansa)
Il pontefice americano, come riportato dal giornale iberico El País, ha scandito: «Lì non c’è una guerra giusta. Il problema è che la teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati; non contemplava nemmeno le armi e la capacità di distruzione di cui dispone l’essere umano al giorno d’oggi».
Criticato più volte nelle scorse settimane dal presidente Donald Trump e da Vance, che forse si aspettavano da lui, in quanto anch’egli cittadino americano, almeno un tacito assenso all’offensiva contro Teheran, il Santo Padre non indietreggia, né china il capo di fronte «all’imperatore», evocando lo spettro di un’antica contrapposizione tradizionale nella storia della cristianità. Appena arrivato nella capitale spagnola, accolto dal re Felipe VI, dalla regina Letizia, dal premier Pedro Sánchez e da vari ministri del governo, ha non a caso lodato la posizione ufficiale della Spagna, contraria al conflitto nel Golfo Persico: «Esprimo il mio apprezzamento alla Spagna per la fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli». Allo stesso modo, ha anche espresso la speranza per negoziati di pace fra Russia e Ucraina e assicurato che la Chiesa cattolica monitora la situazione in Libano.
Prevost, dapprima ospite a Palazzo reale, ha avuto un colloquio privato con il sovrano nel Salón de los espejos, per poi incontrare le altre autorità e il corpo diplomatico nel Salón de columnas. La visita pontificia avviene in un contesto particolare, con un governo di sinistra che su molti temi ha visioni diverse da quelle della Chiesa, mentre il clero spagnolo ha recentemente fatto i conti con uno scandalo legato a prelati pedofili. Il tutto in una nazione, la Spagna, per secoli campione del mondo cattolico anche in fatto di espansione nelle Americhe, ma che negli ultimi 150 anni ha subito spesso spaccature politico-sociali per l’avvento di correnti anticlericali e progressiste.
Basti ricordare la guerra civile del 1936-1939, con la contrapposizione feroce tra «rossi» e «franchisti», per non parlare delle precedenti rivoluzioni. Re Felipe ha assicurato al Papa: «La fede cattolica è radicata nel nostro Paese e senza di essa la nostra storia e la nostra cultura non si comprenderebbero. I casi di abuso nella Chiesa non sono rappresentativi, né possono essere rappresentativi, della vasta comunità ecclesiale». Prevost gli ha ribattuto che la pedofilia «è una ferita ancora aperta» e che nel corso della visita «incontrerò alcune vittime dei sacerdoti pedofili». Il pontefice aveva già anticipato che fra gli scopi della sua visita in Spagna ci sono «evangelizzazione e riconciliazione», riferimento alle contrapposizioni interne al Paese. Prima di lui, bisogna risalire indietro di 15 anni, al 2011, con l’arrivo di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della gioventù, per l’ultima visita papale. Fra gli impegni previsti, Prevost terrà un discorso al Parlamento di Madrid, primo Papa in assoluto, e inaugurerà la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Familia di Barcellona, il 10 giugno, nel centesimo anniversario della morte dell’architetto Antoni Gaudí che progettò il tempio.
Farà tappa anche alle Canarie, incontrando un gruppo di migranti al molo di Arguineguín, nell’isola di Gran Canaria, detto «molo della vergogna». Il premier socialista Sánchez ha auspicato che la visita «serva a continuare a costruire ponti di dialogo, comprensione e speranza». Ma non sono mancate le polemiche politiche, legate alle indagini per corruzione su molti esponenti del Partito socialista spagnolo, fra cui l’ex-premier José Zapatero. Il presidente del partito di destra Vox, Santiago Abascal, non ha usato mezze misure: «È abbastanza vergognoso dover ricevere Leone XIV con un governo che sguazza nella corruzione e mafia. Ed è grottesco come P.S. (Pedro Sánchez, ndr) tenti di ripulirsi, mentendo, e nascondendosi dietro la visita». Più cauto il commento del leader del Partito popolare, Alberto Núñez Feijóo: «Il mondo e la Spagna di oggi hanno bisogno di punti di riferimento morali e il Papa è uno di questi. La sua voce non grida nel deserto: viene ascoltata e infonde speranza». Lasciato il Palazzo reale, Leone XIV è poi sfilato con la Papamobile per Madrid, attorniato da 130.000 persone, facendo fermare il veicolo per benedire un bambino e arrivando infine al Centro di informazione e accoglienza Cedia 24 Horas, che aiuta i senzatetto. Spazio anche per una confessione sportiva. Leone XIV tiferà Usa ai Mondiali e, stuzzicato in aereo dalla cronista iberica sull’eterna contesa tra Real e Barcellona, se l’è cavata così: «Il Papa è per tutte le squadre, ma Prevost è del Real Madrid».
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Il monumento dedicato a Stepan Bandera a Leopoli (Ansa)
Come riportato da Euronews, «l’Esercito insurrezionale ucraino (Upa) fu una formazione armata attiva tra il 1942 e il 1949». «La Polonia», ha specificato la testata, «ritiene che l’Upa sia responsabile del genocidio della popolazione polacca in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945. Secondo le stime dell’Istituto per la memoria nazionale e degli storici polacchi, tra i 100.000 e i 120.000 polacchi furono uccisi in operazioni legate all’Upa». L’Ucraina, dal canto suo, ha sovente rifiutato la definizione polacca di «genocidio», considerando in gran parte l’Upa come una forza che si è opposta sia al Terzo Reich sia, dopo essersi de facto alleata con quest’ultimo nel 1944, all’Urss.
«Polonia e Ucraina sono partner in materia di sicurezza. Ma quando si tratta di storia, dobbiamo dirci la verità», ha dichiarato freddamente Kosiniak-Kamysz dopo l’incontro di ieri con Budanov. «Oggi, durante un incontro con il generale Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio del presidente Zelensky, ho espresso chiaramente le aspettative della Polonia riguardo alla decisione di intitolare una delle unità militari all’Upa. La memoria delle vittime della Volinia non è negoziabile. Ci sono dei limiti che non devono essere oltrepassati», ha proseguito. Del resto, dopo che Zelensky aveva deciso di celebrare la memoria dell’Upa, il presidente polacco, Karol Nawrocki, aveva annunciato che avrebbe chiesto di revocare al leader ucraino l’Ordine dell’Aquila Bianca: un’onorificenza che Zelensky aveva ricevuto, nel 2023, dal predecessore dello stesso Nawrocki, Andrzej Duda.
D’altronde, a creare scalpore, sempre a fine maggio, è stata anche la cerimonia, presieduta dal presidente ucraino, per il rientro delle spoglie di Andriy Melnyk, che fu uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini: una realtà i cui membri, secondo Le Monde, «collaborarono con la Germania nazista e presero parte all’Olocausto». La decisione di Zelensky ha irritato Israele, tanto che il ministero degli Esteri dello Stato ebraico dichiarò che «non c’è posto per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime assassinate dai nazisti e dai loro collaboratori». Circola inoltre da tempo anche l’indiscrezione, secondo cui il governo ucraino punterebbe a riportare in patria la salma del leader nazionalista Stepan Bandera, attualmente situata a Monaco, per collocarla in un pantheon a Kiev. Tuttavia, parlando con Polskie Radio il 28 maggio, il capo dell’Istituto ucraino per la memoria nazionale, Oleksandr Alfiorov, ha, almeno per ora, smentito questa intenzione. «Per quanto ne so, la famiglia ritiene che i resti di Bandera non debbano essere spostati durante la guerra», ha detto, pur non escludendo la possibilità di una traslazione in futuro.
Zelensky sta celebrando questo controverso passato per rilanciare lo spirito antisovietico nel mezzo della guerra di Kiev contro Mosca. Inoltre, sempre secondo Le Monde, questo tipo di linea certificherebbe un crescente peso politico dell’Ucraina occidentale oltre che di «alcuni comandanti di spicco in prima linea». Il punto è che, sul piano diplomatico, il presidente ucraino rischia seriamente l’effetto boomerang. Al netto dei problemi sulla questione agricola, Varsavia è sempre stata uno dei principali alleati di Kiev contro Mosca: una posizione, quella polacca, che punta strategicamente a indebolire il più possibile la Russia. La questione dell’Upa potrebbe tuttavia creare delle tensioni difficilmente sanabili tra Ucraina e Polonia. Il che potrebbe indebolire la posizione di Kiev in vista di eventuali negoziati con Mosca. Non solo. A rischio potrebbe esserci anche il percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione europea: percorso che potrebbe essere ulteriormente complicato dalle fibrillazioni tra Zelensky e Varsavia.
Un discorso analogo vale per Israele. Già a fine aprile, l’Ucraina aveva accusato lo Stato ebraico di ricevere dalla Russia grano ucraino rubato. Le tensioni su Melnyk potrebbero quindi finire con lo spingere Gerusalemme più vicino alla Russia, indebolendo l’influenza di Kiev in un’area strategica come quella mediorientale. Del resto, a fine marzo, Zelensky affermò, non senza disappunto, che Benjamin Netanyahu intendeva «mantenere un equilibrio tra Russia e Ucraina». Insomma, le tensioni con Polonia e Israele potrebbero ridurre significativamente i margini di manovra del presidente ucraino davanti a un Vladimir Putin che sta, a sua volta, attraversando delle difficoltà sul fronte bellico.
Nel frattempo, Emmanuel Macron ha annunciato un nuovo vertice dei volenterosi a Parigi per luglio. «Con Regno Unito e Germania siamo in stretto coordinamento. Ci incontreremo con il presidente Zelensky tra qualche giorno. E stiamo organizzando il sostegno nell’ambito della coalizione dei volenterosi, per strutturarlo. A tal proposito, ho invitato tutti i contributori alla coalizione dei volontari a venire a Parigi il 13 e 14 luglio prossimi per la nostra festa nazionale del 14 luglio e per tenere una riunione strutturata di questa coalizione», ha dichiarato. In tutto questo, ieri mattina, Kiev ha lanciato attacchi di droni contro raffinerie e installazioni militari russe.
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Ansa
Secondo il ministero degli Esteri, i bombardamenti hanno preso di mira infrastrutture radar e altre installazioni militari.
Gli Stati Uniti sostengono, invece, di aver agito per motivi difensivi. Il Comando centrale americano ha spiegato di aver colpito postazioni radar nell’area di Goruk e sull’isola di Qeshm per prevenire possibili attacchi contro il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, dove a maggio oltre 100 navi sono passate sotto la protezione degli Usa.
Washington ha inoltre dichiarato di aver abbattuto quattro droni iraniani considerati una minaccia immediata per la navigazione. La risposta di Teheran è arrivata poche ore dopo. I pasdaran hanno annunciato attacchi contro «basi nemiche» nella regione del Golfo, provocando l’attivazione degli allarmi in Kuwait e Bahrein, due Paesi che ospitano importanti installazioni militari Usa. Il Kuwait ha riferito di aver intercettato missili e droni e ha denunciato la caduta di un velivolo senza pilota nei pressi del proprio aeroporto internazionale, attribuendo l’episodio all’Iran.
Sul piano politico, Donald Trump ha sostenuto che le operazioni americane abbiano ridotto significativamente le capacità militari iraniane e che Teheran possiede ancora tra il 21 e il 22% del proprio arsenale missilistico e che numerose infrastrutture per il lancio di droni e la produzione di missili sarebbero state distrutte. Trump avrebbe informato i mediatori che i colloqui non devono durare più di 60 giorni e che Teheran deve rispondere rapidamente. Lo riferisce Al Arabiya, secondo cui sono stati compiuti progressi sulla questione dei beni congelati, ma restano divergenze sull’ammontare e sulle tempistiche del loro sblocco. Secondo l’Iran, una possibile intesa dipende dallo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati. Lo ha dichiarato alla Cnn Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei.
Sul dossier nucleare restano forti tensioni tra l’Iran e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha accusato l’Aiea di utilizzare le conseguenze degli attacchi statunitensi e israeliani contro i siti nucleari iraniani per alimentare dubbi sul programma atomico di Teheran.
In questo contesto continua a deteriorarsi la situazione sul fronte libanese, dove ieri Israele ha emesso nuovi ordini di evacuazione per alcune aree del Libano meridionale, mentre Hezbollah ha continuato a lanciare droni contro obiettivi militari e comunità israeliane lungo il confine settentrionale. L’esercito di Beirut ha denunciato un attacco israeliano nel Libano meridionale che ha provocato la morte di un generale di brigata, di un capitano e di un soldato.
Secondo le autorità libanesi, il raid ha colpito un veicolo militare lungo la strada che collega Nabatieh e Marjayoun. Le Forze di difesa israeliane hanno confermato l’operazione, sostenendo che il mezzo si muovesse in modo sospetto all’interno di un’area di combattimento attiva.
Israele ha spiegato che le proprie truppe erano in stato di massima allerta dopo segnalazioni di intelligence relative a possibili attacchi di Hezbollah e alla presenza di miliziani nella zona. Il New York Times afferma che l’esercito israeliano avrebbe utilizzato munizioni al fosforo bianco in diverse aree abitate del Libano durante il conflitto con Hezbollah, citando foto e video verificati.
Il fosforo bianco, impiegato per creare cortine fumogene o incendi, è legale in ambito militare, ma il suo utilizzo contro civili o in zone densamente popolate può violare il diritto internazionale. Israele respinge le accuse e sostiene che le proprie procedure ne vietano l’impiego nelle aree abitate, salvo eccezioni conformi alle norme internazionali.
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