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2019-06-23
Per fare geopolitica investiamo 61 miliardi
Oltre 61 miliardi di euro per fare geopolitica. A questa notevole cifra ammonta (nel 2018) lo stock di investimenti coperto di Sace, calcolato come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate, con un considerevole balzo in avanti (ben del 20,8%) rispetto all'anno precedente. Dentro quella somma, la parte del leone la fanno le garanzie (60,5 miliardi), mentre la quota restante (598 milioni) è costituita dal portafoglio crediti.
Scomponendo il portafoglio per aree geoeconomiche, emergono dati non scontati. Certo, l'Ue risulta prevedibilmente la prima area per esposizione (26,9%), ma è seguita a ruota da Medio Oriente e Nord Africa (26,5%, in crescita dal 24,1% del 2017), dalle Americhe (18,3%), dall'area cosiddetta dell'Europa emergente e dei Paesi Csi (16,1%, in salita dal 15,4%), poi dall'Africa Subsahariana (6,8%), e infine dall'Asia (5,3%).
La cosa interessante da notare è che, dal 2011 al 2018, quindi in un lasso di tempo tutto sommato contenuto, gli investimenti diretti italiani in Africa Subsahariana sono cresciuti da 13 a 23 miliardi (quasi un raddoppio) e quelli coperti da garanzie Sace nel frattempo sono addirittura quintuplicati.
Il che testimonia diverse cose: un percorso in crescita, una scommessa positiva anche in situazioni di rischio non piccolo, e soprattutto le opportunità via via maggiori che potrebbero dischiudersi se il sistema-paese facesse uno sforzo di accompagnamento ancora più consistente.
E allora mettiamo le cose in ordine. Sace-Simest è il polo dell'export e dell'internazionalizzazione del gruppo Cassa depositi e prestiti. Tocca a questo soggetto affiancare le imprese italiane nella loro proiezione internazionale e promuovere il made in Italy. Di più: in futuro, sarebbe auspicabile (a somiglianza di quanto fanno da decenni in modo incisivo e sistematico i nostri competitor: si pensi al caso emblematico della Francia) usare questa leva sempre più come un braccio geopolitico, come uno strumento di diplomazia commerciale, come un modo per irrobustire la presenza italiana in aree e teatri prioritariamente scelti, avendo in mente un disegno geostrategico organico. A ben vedere, starebbe proprio qui, nella riuscita di questo obiettivo, la migliore collaborazione possibile tra intrapresa privata e mano pubblica.
Nel rapporto sul 2018, Sace dà conto della sua attività, con numeri oggettivamente notevoli: nel triennio 2016-2018, sono state complessivamente mobilitate risorse per 71,8 miliardi (in crescita, peraltro: l'ultimo anno si è saliti a 28,6 miliardi, contro i 25,3 e i 17,9 dei due anni precedenti), con 21mila aziende servite (a cui sono cioè stati forniti strumenti assicurativo-finanziari), il 98% delle quali piccole e medie imprese. La logica è infatti quella di «mettere in filiera» imprese che altrimenti, per la loro dimensione contenuta, difficilmente potrebbero muoversi in autonomia in scenari troppo ampi e lontani, oppure quella di affiancare ad un grande contractor italiano una serie di subfornitori che - come nel caso precedente - da soli non riuscirebbero a entrare in partite troppo complesse.
Ma quali sono i Paesi emergenti su cui Sace ha puntato? Ecco alcune istantanee scattate nel report. In Brasile, Sace vede diversi «elementi di forza, dall'adeguato livello delle riserve valutarie a un debito estero contenuto in rapporto al Pil, oltre a un solido sistema finanziario». Quanto alla Russia, viene definita «un mercato di sbocco prioritario per l'export italiano, anche se deve compiere passi avanti nell'implementazione delle riforme strutturali e degli investimenti». Secondo Sace, migliora il business environment in India e Indonesia: «Pil a tassi del 5-7% e importanti piani di sviluppo infrastrutturale». Giudizio positivo anche sul Sudafrica: «Al di là di alcune incertezze elettorali, sembra possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Maggiori incognite per la Turchia: «La ripresa del paese sarà vincolata al mantenimento di una politica monetaria conservativa e a un'adeguata politica fiscale», scrive Sace. Mix di progressi e incognite per l'Argentina, «dove il governo sta pienamente rispettando il piano predisposto dal Fmi a fronte dei prestiti erogati per un totale di 56,3 miliardi di dollari». Ma all'orizzonte ci sono nuove elezioni a fine ottobre, e l'andamento dell'economia può essere un fattore decisivo per la riconferma del presidente Mauricio Macri (e, a cascata, anche per la sorte dell'accordo con il Fondo).
Sulla base di questo «check up» Paese per Paese, Sace formula quelle che chiama le sue «indicazioni per le imprese», con circa 20 Paesi suggeriti prioritariamente. E una raccomandazione (in fondo, è lo stesso principio che vale per i risparmi e gli investimenti privati): diversificare, non mettere tutte le uova in un solo paniere, costruire un mix equilibrato e bilanciato.
E quali sono le destinazioni consigliate? In ordine sparso: Russia, Brasile, India, Indonesia e Vietnam «come mercati emergenti destinati a ricoprire crescente importanza nel prossimo futuro». E ancora, definite «fra le migliori destinazioni in termini di rischi-opportunità», Emirati Arabi Uniti, Qatar, Colombia, Repubblica Ceca e Cina. Ovviamente ci sono anche gli Usa. Seguono paesi definiti «a rischiosità medio-elevata»: si tratta di mercati «in cui non sono scontati elevati rendimenti ma che possono comunque regalare ottime soddisfazioni ai nostri esportatori». L'identikit di Sace conduce a Marocco, Senegal e Kenya. Questi, dunque, i consigli di Sace-Simest per l'anno in corso.
Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l’avanzata di altri Paesi
Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Sace e Simest hanno mobilitato, sempre lo scorso anno, 28 miliardi e però hanno garantito uno stock complessivo di circa 61 miliardi. La capacità delle nostre aziende di muoversi nei meandri del mondo è nota. Lo fanno però spesso in ordine sparso. Il che non è assolutamente un fattore negativo, perché evidenzia il grande dinamismo del made in Italy. La geopolitica è però un'altra cosa e necessita di sostegno e supporto. Cioè, garanzie assicurative pubbliche per ridurre l'effetto rischio sulla singola impresa. Che sia un colosso come l'Eni o un consorzio di Pmi. Nel gran marasma dei cambiamenti avviato dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, l'Africa rappresenta l'opportunità bollente che il nostro Paese dovrebbe gestire. Per questo servono sempre più pinze e guanti di protezione. Se non si mobilita il denaro non si fa geopolitica. Secondo recenti dati Ispi, tra il 2018 e il 2022 le dieci economie subsahariane saranno tra i primi 20 Paesi con crescita maggiore. Contribuiranno alla crescita africana i 60 miliardi di dollari promessi dalla Cina durante l'ultimo Summit sino-africano, a inizio settembre, i 4 miliardi promessi da Theresa May durante il suo recente viaggio in Africa e gli altri impegni sottoscritti da Francia, India, Stati Uniti e Corea. Nel baillame non bisogna confondere i flussi commerciali con gli stock di investimenti. La Cina dal 2009 è il primo partner dell'Africa subsahariana, ma gli investimenti non hanno superato i 40 miliardi. I Paesi che storicamente hanno investito in Africa presentano infatti volumi più alti: 57 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, 55 per il Regno Unito e 49 per la Francia. Tuttavia, mentre i flussi di investimenti degli Stati Uniti sono stati poco costanti, quelli cinesi hanno seguito un andamento opposto. La Francia è in leggero calo, mentre il nostro Paese pur rimanendo indietro è passato da 13 miliardi a 23. I dati di copertura forniti da Sace e Simest segnano un decollo della strategia versa l'area subsahariana. Se aggiungiamo anche la parte Nord, ovvero il Maghreb, la presenza italiana è in costante crescita dal punto di vista numerico, mentre sul tema dei flussi commerciali non riesce a prendere il volo. È chiaro che allargare il perimetro delle coperture di Sace sarebbe fondamentale per trovare una spinta geopolitica. Serve però un'idea di base chiara. La Francia sa dove vuole andare. E nemmeno possiamo paragonarci alla Cina o alla Germania. Ma se il governo volesse insistere a Sud del Mediterraneo avrebbe due soli strumenti. La diplomazia classica e il sostegno alle aziende private incanalandone però le forze e le capacità di penetrazione. In queste settimane si discute di nomine per il colosso Sace. Prima dell'estate si troverà una soluzione in modo da non bloccare garanzie su grosse partite di export, ma ciò che conta è capire se Sace resterà nel perimetro della controllata Cdp. Il binomio è fondamentale se si vuole spingere sulle garanzia pubbliche come accade in Francia e in Germania. Cdp ha il motore e la liquidità per creare il perimetro, Sace il know how. Un divorzio tra le due entità toglierebbe carburante al sistema Italia. Visti i numeri della crescita e dell'impegno soprattutto in Africa, per noi area strategica, sarebbe un vero peccato.
Claudio Antonelli
Germania: malattia e cura del nostro export
Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.
Il report Sace sul 2018 lo mette nero su bianco, sotto il titolo: "L'Italia più lenta dell'eurozona ma l'export resiste". Spiega il rapporto: "«Come si colloca l'Italia all'interno di un quadro così complesso? Complice il graduale rallentamento della crescita e dell'interscambio globale, l'Italia ha messo a segno una crescita modesta (+0,8%), al di sotto della performance europea (+1,8%). Sul risultato hanno inciso anche le difficoltà di alcuni paesi europei, in primis la Germania, la cui economia è strettamente interconnessa a quella italiana».
A ben vedere, si tratta della conferma della diagnosi avanzata dallo stesso ministro Giovanni Tria a inizio aprile: «La parte più produttiva dell'Italia è ferma. C'è un rallentamento della crescita in Ue, perché si è fermato il motore, la Germania», e allora «si è fermata anche la parte più produttiva dell'Italia, quella del manifatturiero che esporta». E ancora: «L'Italia da 10 anni cresce un punto percentuale in meno del resto d'Europa, significa che la nostra economia è allo 'zero' mentre la Germania riesce a rimanere allo 0,7-0,8%».
Una ragione di più per riflettere su un modello economico "export led", cioè trainato dalle esportazioni e molto legato alle vecchie locomotive europee. Se quelle tirano, anche gli altri vagoni viaggiano velocemente: ma se c'è la frenata in testa, anche il resto del convoglio soffre. Si tratta cioè di un modello che è particolarmente vulnerabile agli shock esterni.
Rimedi? Rilanciare la domanda e i consumi interni. Da questo punto di vista, la strada maestra è proprio uno choc fiscale, una frustata positiva che induca i cittadini a consumare di più, le imprese ad assumere e investire, alimentando il circuito economico nazionale. Se poi, su un altro piano, anche le esportazioni torneranno a tirare di più, tanto meglio.
Spiega ancora Sace, passando a un'analisi più dettagliata: "In questo contesto, ancora una volta, le esportazioni dei beni Made in Italy hanno apportato un contributo positivo alla nostra economia. Nella consapevolezza che la crescita straordinaria del 2017, quando l'export aveva segnato un + 7,6%, difficilmente si sarebbe ripetuta, le vendite dei nostri prodotti all'estero nel 2018 sono aumentate del 3% in valore, raggiungendo quota 463 miliardi di euro e confermando sostanzialmente i volumi. Dato ancora più rilevante, se si considera che per il nono anno consecutivo il nostro export risulta in crescita. A differenza del 2017, sono stati i paesi dell'Ue a sostenere le vendite, mentre la crescita nei mercati extra-Ue è stata contenuta. Tuttavia, al di là dei confini dei 28 paesi membri, spiccano significative eccezioni, quali India e Stati Uniti". Quindi, nonostante il rallentamento del veicolo tedesco, resta fondamentale per noi l'interscambio con gli altri paesi Ue.
Quanto ai settori merceologici, per Sace "il traino è arrivato da farmaceutica, apparecchi elettronici, metalli, mezzi di trasporto e raffinati. L'export di beni della meccanica strumentale, principale settore dell'export italiano e per la domanda di coperture assicurative contro i rischi di mancato pagamento a medio-lungo termine, ha invece registrato un incremento di circa il 2%".
Daniele Capezzone
In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano
Non c'è solo la Libia. L'Africa sta diventando un problema per l'Italia e le sue aziende. Gli investimenti non sono a rischio solo tra Cirenaica e Tripolitania, ma in tutto il continente. La caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 ha contribuito a indebolirci un po' dappertutto, anche perché il rais era un punto di riferimento da Nord a Sud. Gheddafi era una figura centrale nella Lega Araba, aveva un rapporto molto stretto con Nelson Mandela e con diversi capi di Stato africani.
Gli altri nostri competitor, seppure all'interno dell'Unione europea, ne hanno approfittato, dalla Francia alla Germania. E questo nonostante negli ultimi anni l'impegno l'impegno economico delle aziende tricolore e le garanzie assicurative di Sace nel Continente nero siano quintuplicate. Basta confrontare il report 2011 con quello 2018 per rendersene conto. Se nel 2011, su uno stock di impegni di circa 34 miliardi Sace copriva l'1,8% per l'Africa subsahariana (circa 700 milioni) e il 17,7% per Medio Oriente e Nord Africa, sette anni dopo la cifra è cresciuta in modo esponenziale. Su un totale di 61,1 miliardi, +20,8% rispetto all'anno precedente (calcolata come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate), il 6,8% riguarda l'Africa subsahariana (circa 3,6 miliardi) e il 26,5% il Medio Oriente e il Nord Africa.
Il Sudafrica, spiega il rapporto annuale di Sace, è il «primo mercato per l'export italiano nell'Africa subsahariana, al di là di alcune incertezze legate particolarmente alle elezioni interne possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Per il resto un segnale positivo c'è... più aumenta il rischio più crescono le risorse garantite.
D'altra parte l'instabilità dell'Africa è sotto gli occhi di tutti. In Libia mercoledì scorso è stato danneggiato un magazzino appartenente alla Mellitah oil & gas, la joint-venture tra la National oil corporation (Noc) ed Eni. Sono rimasti feriti tre lavoratori. Si tratta del primo attacco confermato su una risorsa petrolifera straniera da quando le forze guidate da Khalifa Haftar hanno iniziato la loro avanzata verso Tripoli.
«Stiamo assistendo alla distruzione delle strutture della società sotto i nostri occhi», ha detto il presidente di Noc Mustafa Sanalla dopo l'incidente. Ha rincarato la dose Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli. «Quando una fazione o l'altra arriva ad attaccare la risorsa strategica petrolifera di un Paese, vuol dire che la situazione non ha più controllo e questo può essere solo il primo passo, un avvertimento su eventuali attacchi a infrastrutture strategiche della produzione petrolifera in Libia». Marsiglia ha aggiunto: «Nonostante il conflitto in atto in Libia, anche per noi del settore è una notizia che non ci lascia indifferenti e ci costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia».
Scendendo lungo la costa, l'Italia si ritrova con diversi problemi anche in Kenya, dove Cmc, la cooperativa per le costruzioni di Ravenna, è sotto inchiesta della magistratura per presunte tangenti pagate per la costruzioni di tre dighe. Gli investigatori stanno vagliando anche la posizione di Sace, che ha accompagnato la società nelle operazioni.
Infine anche l'Algeria inizia a essere instabile. La vecchia Finmeccanica, sta cercando di svilupparsi nel Nord Africa anche grazie Leonard helicopteres Algerie (Lha), la joint venture annunciata il 25 marzo con il ministero della Difesa algerino. Il progetto è sopravvissuto alla caduta dell'ex premier Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile scorso. Alla fine di maggio il team di lavoro è stato completato. Il generale Mouloud Belhadi è stato nominato presidente della joint venture, mentre Benjamin Farina, già capo vendite di Agustawestland nella zona, sarà l'ad. Nel consiglio di amministrazione siede anche Tommaso Pani. Il problema però è sempre lo stesso. Riuscirà la joint venture a sopravvivere anche al nuovo corso governativo? O anche qui i francesi cercheranno di approfittarsene come hanno già fatto in Libia, con Total all'assalto dei giacimenti petroliferi da anni gestiti da Eni?
Alessandro Da Rold
Con l’attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni
Il polo Sace Simest, controllata di Cassa depositi e prestiti, non accompagna solo le nostre piccole e medie imprese nel mondo, ma le aiuta anche per recuperare crediti assicurando che gli affari vadano a buon fine. Di questo si occupa Sace Srv, specializzata nel recupero crediti, che, nel 2018 «con 32,5 milioni di crediti recuperati conferma il suo ruolo di sostegno di ultima istanza per le imprese italiane che operano nel mondo», ha spiegato l'amministratore delegato Alessandro Decio.
Per affrontare i Paesi di frontiera, come in Africa o in Asia dove è difficile operare in sicurezza, Sace offre soluzioni assicurativo finanziarie «che consentono agli esportatori di vendere i loro prodotti e servizi in tutta sicurezza a condizioni concorrenziali». Oltre a ricevere assistenza in tutte le fasi dell'operazione (dalla valutazione del cliente estero al successivo ed eventuale recupero dei crediti) le aziende che si affidano a Sace sono messa nelle condizioni di proporre ai propri clienti esteri pacchetti finanziari con dilazioni di pagamento più estese, a tutto vantaggio della loro competitività. Questo consente di rispondere alle esigenze delle imprese di ogni dimensione, sia per importi piccoli - attraverso prodotti standardizzati e accessibili online - sia per operazioni più complesse che prevedono la strutturazione di linee di credito a medio lungo termine con il coinvolgimento delle banche.
In quest'ultima tipologia di operazioni, Simest può intervenire a ulteriore supporto offrendo un contributo in conto interessi e rendendo il pacchetto finanziario finale ancora più competitivo. Basti pensare che nel corso del 2018 Sace ha mobilitato complessivamente 14 miliardi di euro (in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente, -7%) a sostegno dell'export italiano, di cui 9 miliardi in sinergia con Simest, che è intervenuta attraverso l'erogazione di un contributo in conto interessi.
Inoltre quest'ultima ha accolto contributi su credito fornitore a valere sul Fondo 295/73 pari a 265 milioni di euro (in lieve incremento rispetto al 2017, +2%). L'area dell'Unione europea rappresenta il 35,6% delle nuove operazioni di credito all'esportazione sostenute nel 2018. Si tratta di un mercato tradizionale per l'export italiano che, complici le operazioni nel settore crocieristico, ha fatto registrare una forte crescita rispetto allo scorso anno.
In aumento anche le operazioni in Medio Oriente e Nord Africa (che rappresentano il 30,5% delle risorse mobilitate) con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi a trainare l'intera area, nell'Europa emergente e nei Paesi Csi (17,9%) in particolare Serbia e Azerbaijan, e nell'Africa subsahariana (8,3%) in cui spiccano geografie di «frontiera» e poco esplorate come Kenya, Zambia e Ghana.
I settori che maggiormente hanno beneficiato delle garanzie Sace sono il crocieristico (39,2%), comparto in cui la controllata di Cdp interviene anche a sostegno dell'intera filiera di Pmi subfornitrici dei grandi cantieri navali, l'elettrico (le risorse mobilitate a sostegno dell'export di questo settore sono aumentate del 61% e rappresentano l'8,1% del totale) e le infrastrutture e costruzioni (8%). Se si guarda invece alla numerosità di esportazioni, il settore che ha maggiormente beneficiato di questa operatività è l'industria meccanica (34%), comparto d'eccellenza dell'export Made in italy che coinvolge soprattutto le Pmi.
E poi c'è l'ultima istanza. Tramite Sace srv le nostra aziende possono recuperare crediti nel mondo. Nel 2018 sono stati gestiti 25.000 mandati, servendo oltre 2.700 imprese e recuperando crediti in Italia e all'estero per 32,5 milioni di euro. I Paesi in cui si sono conseguiti i più importanti recuperi dell'anno sono: Turkmenistan, Italia e Dubai.
Alessandro Da Rold
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Dal 2011 a oggi la controllata di Cdp raddoppia il perimetro di attività, soprattutto nelle zone a rischio. Siamo sempre indietro rispetto a Francia e Germania, ma nel Maghreb e in Medioriente a dispetto della vulgata il sistema Italia cresce a piccoli passi.Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l'avanzata di altri Paesi. Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Germania: malattia e cura del nostro export. Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano. Nell'area subsahariana, gli investimenti delle aziende passano da 700 milioni a 3,5 miliardi. Le garanzie pubbliche sul Maghreb salgono dal 17 al 26% dell'esposizione. Strategia? Riprendere terreno in Libia e Algeria. Con l'attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni. Il gruppo controllato da Cassa depositi e prestiti affianca le aziende anche in caso di problemi nei pagamenti. Disponibili sia pacchetti online per piccole somme, sia piani su misura. Lo speciale comprende cinque articoli.Oltre 61 miliardi di euro per fare geopolitica. A questa notevole cifra ammonta (nel 2018) lo stock di investimenti coperto di Sace, calcolato come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate, con un considerevole balzo in avanti (ben del 20,8%) rispetto all'anno precedente. Dentro quella somma, la parte del leone la fanno le garanzie (60,5 miliardi), mentre la quota restante (598 milioni) è costituita dal portafoglio crediti. Scomponendo il portafoglio per aree geoeconomiche, emergono dati non scontati. Certo, l'Ue risulta prevedibilmente la prima area per esposizione (26,9%), ma è seguita a ruota da Medio Oriente e Nord Africa (26,5%, in crescita dal 24,1% del 2017), dalle Americhe (18,3%), dall'area cosiddetta dell'Europa emergente e dei Paesi Csi (16,1%, in salita dal 15,4%), poi dall'Africa Subsahariana (6,8%), e infine dall'Asia (5,3%).La cosa interessante da notare è che, dal 2011 al 2018, quindi in un lasso di tempo tutto sommato contenuto, gli investimenti diretti italiani in Africa Subsahariana sono cresciuti da 13 a 23 miliardi (quasi un raddoppio) e quelli coperti da garanzie Sace nel frattempo sono addirittura quintuplicati. Il che testimonia diverse cose: un percorso in crescita, una scommessa positiva anche in situazioni di rischio non piccolo, e soprattutto le opportunità via via maggiori che potrebbero dischiudersi se il sistema-paese facesse uno sforzo di accompagnamento ancora più consistente.E allora mettiamo le cose in ordine. Sace-Simest è il polo dell'export e dell'internazionalizzazione del gruppo Cassa depositi e prestiti. Tocca a questo soggetto affiancare le imprese italiane nella loro proiezione internazionale e promuovere il made in Italy. Di più: in futuro, sarebbe auspicabile (a somiglianza di quanto fanno da decenni in modo incisivo e sistematico i nostri competitor: si pensi al caso emblematico della Francia) usare questa leva sempre più come un braccio geopolitico, come uno strumento di diplomazia commerciale, come un modo per irrobustire la presenza italiana in aree e teatri prioritariamente scelti, avendo in mente un disegno geostrategico organico. A ben vedere, starebbe proprio qui, nella riuscita di questo obiettivo, la migliore collaborazione possibile tra intrapresa privata e mano pubblica. Nel rapporto sul 2018, Sace dà conto della sua attività, con numeri oggettivamente notevoli: nel triennio 2016-2018, sono state complessivamente mobilitate risorse per 71,8 miliardi (in crescita, peraltro: l'ultimo anno si è saliti a 28,6 miliardi, contro i 25,3 e i 17,9 dei due anni precedenti), con 21mila aziende servite (a cui sono cioè stati forniti strumenti assicurativo-finanziari), il 98% delle quali piccole e medie imprese. La logica è infatti quella di «mettere in filiera» imprese che altrimenti, per la loro dimensione contenuta, difficilmente potrebbero muoversi in autonomia in scenari troppo ampi e lontani, oppure quella di affiancare ad un grande contractor italiano una serie di subfornitori che - come nel caso precedente - da soli non riuscirebbero a entrare in partite troppo complesse. Ma quali sono i Paesi emergenti su cui Sace ha puntato? Ecco alcune istantanee scattate nel report. In Brasile, Sace vede diversi «elementi di forza, dall'adeguato livello delle riserve valutarie a un debito estero contenuto in rapporto al Pil, oltre a un solido sistema finanziario». Quanto alla Russia, viene definita «un mercato di sbocco prioritario per l'export italiano, anche se deve compiere passi avanti nell'implementazione delle riforme strutturali e degli investimenti». Secondo Sace, migliora il business environment in India e Indonesia: «Pil a tassi del 5-7% e importanti piani di sviluppo infrastrutturale». Giudizio positivo anche sul Sudafrica: «Al di là di alcune incertezze elettorali, sembra possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Maggiori incognite per la Turchia: «La ripresa del paese sarà vincolata al mantenimento di una politica monetaria conservativa e a un'adeguata politica fiscale», scrive Sace. Mix di progressi e incognite per l'Argentina, «dove il governo sta pienamente rispettando il piano predisposto dal Fmi a fronte dei prestiti erogati per un totale di 56,3 miliardi di dollari». Ma all'orizzonte ci sono nuove elezioni a fine ottobre, e l'andamento dell'economia può essere un fattore decisivo per la riconferma del presidente Mauricio Macri (e, a cascata, anche per la sorte dell'accordo con il Fondo). Sulla base di questo «check up» Paese per Paese, Sace formula quelle che chiama le sue «indicazioni per le imprese», con circa 20 Paesi suggeriti prioritariamente. E una raccomandazione (in fondo, è lo stesso principio che vale per i risparmi e gli investimenti privati): diversificare, non mettere tutte le uova in un solo paniere, costruire un mix equilibrato e bilanciato. E quali sono le destinazioni consigliate? In ordine sparso: Russia, Brasile, India, Indonesia e Vietnam «come mercati emergenti destinati a ricoprire crescente importanza nel prossimo futuro». E ancora, definite «fra le migliori destinazioni in termini di rischi-opportunità», Emirati Arabi Uniti, Qatar, Colombia, Repubblica Ceca e Cina. Ovviamente ci sono anche gli Usa. Seguono paesi definiti «a rischiosità medio-elevata»: si tratta di mercati «in cui non sono scontati elevati rendimenti ma che possono comunque regalare ottime soddisfazioni ai nostri esportatori». L'identikit di Sace conduce a Marocco, Senegal e Kenya. Questi, dunque, i consigli di Sace-Simest per l'anno in corso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="strategie-e-garanzie-in-denaro-per-bilanciare-lavanzata-di-altri-paesi" data-post-id="2638951535" data-published-at="1779441610" data-use-pagination="False"> Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l’avanzata di altri Paesi Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Sace e Simest hanno mobilitato, sempre lo scorso anno, 28 miliardi e però hanno garantito uno stock complessivo di circa 61 miliardi. La capacità delle nostre aziende di muoversi nei meandri del mondo è nota. Lo fanno però spesso in ordine sparso. Il che non è assolutamente un fattore negativo, perché evidenzia il grande dinamismo del made in Italy. La geopolitica è però un'altra cosa e necessita di sostegno e supporto. Cioè, garanzie assicurative pubbliche per ridurre l'effetto rischio sulla singola impresa. Che sia un colosso come l'Eni o un consorzio di Pmi. Nel gran marasma dei cambiamenti avviato dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, l'Africa rappresenta l'opportunità bollente che il nostro Paese dovrebbe gestire. Per questo servono sempre più pinze e guanti di protezione. Se non si mobilita il denaro non si fa geopolitica. Secondo recenti dati Ispi, tra il 2018 e il 2022 le dieci economie subsahariane saranno tra i primi 20 Paesi con crescita maggiore. Contribuiranno alla crescita africana i 60 miliardi di dollari promessi dalla Cina durante l'ultimo Summit sino-africano, a inizio settembre, i 4 miliardi promessi da Theresa May durante il suo recente viaggio in Africa e gli altri impegni sottoscritti da Francia, India, Stati Uniti e Corea. Nel baillame non bisogna confondere i flussi commerciali con gli stock di investimenti. La Cina dal 2009 è il primo partner dell'Africa subsahariana, ma gli investimenti non hanno superato i 40 miliardi. I Paesi che storicamente hanno investito in Africa presentano infatti volumi più alti: 57 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, 55 per il Regno Unito e 49 per la Francia. Tuttavia, mentre i flussi di investimenti degli Stati Uniti sono stati poco costanti, quelli cinesi hanno seguito un andamento opposto. La Francia è in leggero calo, mentre il nostro Paese pur rimanendo indietro è passato da 13 miliardi a 23. I dati di copertura forniti da Sace e Simest segnano un decollo della strategia versa l'area subsahariana. Se aggiungiamo anche la parte Nord, ovvero il Maghreb, la presenza italiana è in costante crescita dal punto di vista numerico, mentre sul tema dei flussi commerciali non riesce a prendere il volo. È chiaro che allargare il perimetro delle coperture di Sace sarebbe fondamentale per trovare una spinta geopolitica. Serve però un'idea di base chiara. La Francia sa dove vuole andare. E nemmeno possiamo paragonarci alla Cina o alla Germania. Ma se il governo volesse insistere a Sud del Mediterraneo avrebbe due soli strumenti. La diplomazia classica e il sostegno alle aziende private incanalandone però le forze e le capacità di penetrazione. In queste settimane si discute di nomine per il colosso Sace. Prima dell'estate si troverà una soluzione in modo da non bloccare garanzie su grosse partite di export, ma ciò che conta è capire se Sace resterà nel perimetro della controllata Cdp. Il binomio è fondamentale se si vuole spingere sulle garanzia pubbliche come accade in Francia e in Germania. Cdp ha il motore e la liquidità per creare il perimetro, Sace il know how. Un divorzio tra le due entità toglierebbe carburante al sistema Italia. Visti i numeri della crescita e dell'impegno soprattutto in Africa, per noi area strategica, sarebbe un vero peccato. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="germania-malattia-e-cura-del-nostro-export" data-post-id="2638951535" data-published-at="1779441610" data-use-pagination="False"> Germania: malattia e cura del nostro export Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.Il report Sace sul 2018 lo mette nero su bianco, sotto il titolo: "L'Italia più lenta dell'eurozona ma l'export resiste". Spiega il rapporto: "«Come si colloca l'Italia all'interno di un quadro così complesso? Complice il graduale rallentamento della crescita e dell'interscambio globale, l'Italia ha messo a segno una crescita modesta (+0,8%), al di sotto della performance europea (+1,8%). Sul risultato hanno inciso anche le difficoltà di alcuni paesi europei, in primis la Germania, la cui economia è strettamente interconnessa a quella italiana». A ben vedere, si tratta della conferma della diagnosi avanzata dallo stesso ministro Giovanni Tria a inizio aprile: «La parte più produttiva dell'Italia è ferma. C'è un rallentamento della crescita in Ue, perché si è fermato il motore, la Germania», e allora «si è fermata anche la parte più produttiva dell'Italia, quella del manifatturiero che esporta». E ancora: «L'Italia da 10 anni cresce un punto percentuale in meno del resto d'Europa, significa che la nostra economia è allo 'zero' mentre la Germania riesce a rimanere allo 0,7-0,8%».Una ragione di più per riflettere su un modello economico "export led", cioè trainato dalle esportazioni e molto legato alle vecchie locomotive europee. Se quelle tirano, anche gli altri vagoni viaggiano velocemente: ma se c'è la frenata in testa, anche il resto del convoglio soffre. Si tratta cioè di un modello che è particolarmente vulnerabile agli shock esterni.Rimedi? Rilanciare la domanda e i consumi interni. Da questo punto di vista, la strada maestra è proprio uno choc fiscale, una frustata positiva che induca i cittadini a consumare di più, le imprese ad assumere e investire, alimentando il circuito economico nazionale. Se poi, su un altro piano, anche le esportazioni torneranno a tirare di più, tanto meglio.Spiega ancora Sace, passando a un'analisi più dettagliata: "In questo contesto, ancora una volta, le esportazioni dei beni Made in Italy hanno apportato un contributo positivo alla nostra economia. Nella consapevolezza che la crescita straordinaria del 2017, quando l'export aveva segnato un + 7,6%, difficilmente si sarebbe ripetuta, le vendite dei nostri prodotti all'estero nel 2018 sono aumentate del 3% in valore, raggiungendo quota 463 miliardi di euro e confermando sostanzialmente i volumi. Dato ancora più rilevante, se si considera che per il nono anno consecutivo il nostro export risulta in crescita. A differenza del 2017, sono stati i paesi dell'Ue a sostenere le vendite, mentre la crescita nei mercati extra-Ue è stata contenuta. Tuttavia, al di là dei confini dei 28 paesi membri, spiccano significative eccezioni, quali India e Stati Uniti". Quindi, nonostante il rallentamento del veicolo tedesco, resta fondamentale per noi l'interscambio con gli altri paesi Ue. Quanto ai settori merceologici, per Sace "il traino è arrivato da farmaceutica, apparecchi elettronici, metalli, mezzi di trasporto e raffinati. L'export di beni della meccanica strumentale, principale settore dell'export italiano e per la domanda di coperture assicurative contro i rischi di mancato pagamento a medio-lungo termine, ha invece registrato un incremento di circa il 2%". Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-7-anni-quintuplicate-le-risorse-destinate-al-continente-africano" data-post-id="2638951535" data-published-at="1779441610" data-use-pagination="False"> In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano Non c'è solo la Libia. L'Africa sta diventando un problema per l'Italia e le sue aziende. Gli investimenti non sono a rischio solo tra Cirenaica e Tripolitania, ma in tutto il continente. La caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 ha contribuito a indebolirci un po' dappertutto, anche perché il rais era un punto di riferimento da Nord a Sud. Gheddafi era una figura centrale nella Lega Araba, aveva un rapporto molto stretto con Nelson Mandela e con diversi capi di Stato africani. Gli altri nostri competitor, seppure all'interno dell'Unione europea, ne hanno approfittato, dalla Francia alla Germania. E questo nonostante negli ultimi anni l'impegno l'impegno economico delle aziende tricolore e le garanzie assicurative di Sace nel Continente nero siano quintuplicate. Basta confrontare il report 2011 con quello 2018 per rendersene conto. Se nel 2011, su uno stock di impegni di circa 34 miliardi Sace copriva l'1,8% per l'Africa subsahariana (circa 700 milioni) e il 17,7% per Medio Oriente e Nord Africa, sette anni dopo la cifra è cresciuta in modo esponenziale. Su un totale di 61,1 miliardi, +20,8% rispetto all'anno precedente (calcolata come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate), il 6,8% riguarda l'Africa subsahariana (circa 3,6 miliardi) e il 26,5% il Medio Oriente e il Nord Africa. Il Sudafrica, spiega il rapporto annuale di Sace, è il «primo mercato per l'export italiano nell'Africa subsahariana, al di là di alcune incertezze legate particolarmente alle elezioni interne possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Per il resto un segnale positivo c'è... più aumenta il rischio più crescono le risorse garantite. D'altra parte l'instabilità dell'Africa è sotto gli occhi di tutti. In Libia mercoledì scorso è stato danneggiato un magazzino appartenente alla Mellitah oil & gas, la joint-venture tra la National oil corporation (Noc) ed Eni. Sono rimasti feriti tre lavoratori. Si tratta del primo attacco confermato su una risorsa petrolifera straniera da quando le forze guidate da Khalifa Haftar hanno iniziato la loro avanzata verso Tripoli. «Stiamo assistendo alla distruzione delle strutture della società sotto i nostri occhi», ha detto il presidente di Noc Mustafa Sanalla dopo l'incidente. Ha rincarato la dose Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli. «Quando una fazione o l'altra arriva ad attaccare la risorsa strategica petrolifera di un Paese, vuol dire che la situazione non ha più controllo e questo può essere solo il primo passo, un avvertimento su eventuali attacchi a infrastrutture strategiche della produzione petrolifera in Libia». Marsiglia ha aggiunto: «Nonostante il conflitto in atto in Libia, anche per noi del settore è una notizia che non ci lascia indifferenti e ci costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia». Scendendo lungo la costa, l'Italia si ritrova con diversi problemi anche in Kenya, dove Cmc, la cooperativa per le costruzioni di Ravenna, è sotto inchiesta della magistratura per presunte tangenti pagate per la costruzioni di tre dighe. Gli investigatori stanno vagliando anche la posizione di Sace, che ha accompagnato la società nelle operazioni. Infine anche l'Algeria inizia a essere instabile. La vecchia Finmeccanica, sta cercando di svilupparsi nel Nord Africa anche grazie Leonard helicopteres Algerie (Lha), la joint venture annunciata il 25 marzo con il ministero della Difesa algerino. Il progetto è sopravvissuto alla caduta dell'ex premier Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile scorso. Alla fine di maggio il team di lavoro è stato completato. Il generale Mouloud Belhadi è stato nominato presidente della joint venture, mentre Benjamin Farina, già capo vendite di Agustawestland nella zona, sarà l'ad. Nel consiglio di amministrazione siede anche Tommaso Pani. Il problema però è sempre lo stesso. Riuscirà la joint venture a sopravvivere anche al nuovo corso governativo? O anche qui i francesi cercheranno di approfittarsene come hanno già fatto in Libia, con Total all'assalto dei giacimenti petroliferi da anni gestiti da Eni? Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-lattivita-di-recupero-crediti-riportati-nelle-casse-325-milioni" data-post-id="2638951535" data-published-at="1779441610" data-use-pagination="False"> Con l’attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni Il polo Sace Simest, controllata di Cassa depositi e prestiti, non accompagna solo le nostre piccole e medie imprese nel mondo, ma le aiuta anche per recuperare crediti assicurando che gli affari vadano a buon fine. Di questo si occupa Sace Srv, specializzata nel recupero crediti, che, nel 2018 «con 32,5 milioni di crediti recuperati conferma il suo ruolo di sostegno di ultima istanza per le imprese italiane che operano nel mondo», ha spiegato l'amministratore delegato Alessandro Decio. Per affrontare i Paesi di frontiera, come in Africa o in Asia dove è difficile operare in sicurezza, Sace offre soluzioni assicurativo finanziarie «che consentono agli esportatori di vendere i loro prodotti e servizi in tutta sicurezza a condizioni concorrenziali». Oltre a ricevere assistenza in tutte le fasi dell'operazione (dalla valutazione del cliente estero al successivo ed eventuale recupero dei crediti) le aziende che si affidano a Sace sono messa nelle condizioni di proporre ai propri clienti esteri pacchetti finanziari con dilazioni di pagamento più estese, a tutto vantaggio della loro competitività. Questo consente di rispondere alle esigenze delle imprese di ogni dimensione, sia per importi piccoli - attraverso prodotti standardizzati e accessibili online - sia per operazioni più complesse che prevedono la strutturazione di linee di credito a medio lungo termine con il coinvolgimento delle banche. In quest'ultima tipologia di operazioni, Simest può intervenire a ulteriore supporto offrendo un contributo in conto interessi e rendendo il pacchetto finanziario finale ancora più competitivo. Basti pensare che nel corso del 2018 Sace ha mobilitato complessivamente 14 miliardi di euro (in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente, -7%) a sostegno dell'export italiano, di cui 9 miliardi in sinergia con Simest, che è intervenuta attraverso l'erogazione di un contributo in conto interessi. Inoltre quest'ultima ha accolto contributi su credito fornitore a valere sul Fondo 295/73 pari a 265 milioni di euro (in lieve incremento rispetto al 2017, +2%). L'area dell'Unione europea rappresenta il 35,6% delle nuove operazioni di credito all'esportazione sostenute nel 2018. Si tratta di un mercato tradizionale per l'export italiano che, complici le operazioni nel settore crocieristico, ha fatto registrare una forte crescita rispetto allo scorso anno. In aumento anche le operazioni in Medio Oriente e Nord Africa (che rappresentano il 30,5% delle risorse mobilitate) con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi a trainare l'intera area, nell'Europa emergente e nei Paesi Csi (17,9%) in particolare Serbia e Azerbaijan, e nell'Africa subsahariana (8,3%) in cui spiccano geografie di «frontiera» e poco esplorate come Kenya, Zambia e Ghana. I settori che maggiormente hanno beneficiato delle garanzie Sace sono il crocieristico (39,2%), comparto in cui la controllata di Cdp interviene anche a sostegno dell'intera filiera di Pmi subfornitrici dei grandi cantieri navali, l'elettrico (le risorse mobilitate a sostegno dell'export di questo settore sono aumentate del 61% e rappresentano l'8,1% del totale) e le infrastrutture e costruzioni (8%). Se si guarda invece alla numerosità di esportazioni, il settore che ha maggiormente beneficiato di questa operatività è l'industria meccanica (34%), comparto d'eccellenza dell'export Made in italy che coinvolge soprattutto le Pmi. E poi c'è l'ultima istanza. Tramite Sace srv le nostra aziende possono recuperare crediti nel mondo. Nel 2018 sono stati gestiti 25.000 mandati, servendo oltre 2.700 imprese e recuperando crediti in Italia e all'estero per 32,5 milioni di euro. I Paesi in cui si sono conseguiti i più importanti recuperi dell'anno sono: Turkmenistan, Italia e Dubai. Alessandro Da Rold
Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
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Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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