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2019-06-23
Per fare geopolitica investiamo 61 miliardi
Oltre 61 miliardi di euro per fare geopolitica. A questa notevole cifra ammonta (nel 2018) lo stock di investimenti coperto di Sace, calcolato come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate, con un considerevole balzo in avanti (ben del 20,8%) rispetto all'anno precedente. Dentro quella somma, la parte del leone la fanno le garanzie (60,5 miliardi), mentre la quota restante (598 milioni) è costituita dal portafoglio crediti.
Scomponendo il portafoglio per aree geoeconomiche, emergono dati non scontati. Certo, l'Ue risulta prevedibilmente la prima area per esposizione (26,9%), ma è seguita a ruota da Medio Oriente e Nord Africa (26,5%, in crescita dal 24,1% del 2017), dalle Americhe (18,3%), dall'area cosiddetta dell'Europa emergente e dei Paesi Csi (16,1%, in salita dal 15,4%), poi dall'Africa Subsahariana (6,8%), e infine dall'Asia (5,3%).
La cosa interessante da notare è che, dal 2011 al 2018, quindi in un lasso di tempo tutto sommato contenuto, gli investimenti diretti italiani in Africa Subsahariana sono cresciuti da 13 a 23 miliardi (quasi un raddoppio) e quelli coperti da garanzie Sace nel frattempo sono addirittura quintuplicati.
Il che testimonia diverse cose: un percorso in crescita, una scommessa positiva anche in situazioni di rischio non piccolo, e soprattutto le opportunità via via maggiori che potrebbero dischiudersi se il sistema-paese facesse uno sforzo di accompagnamento ancora più consistente.
E allora mettiamo le cose in ordine. Sace-Simest è il polo dell'export e dell'internazionalizzazione del gruppo Cassa depositi e prestiti. Tocca a questo soggetto affiancare le imprese italiane nella loro proiezione internazionale e promuovere il made in Italy. Di più: in futuro, sarebbe auspicabile (a somiglianza di quanto fanno da decenni in modo incisivo e sistematico i nostri competitor: si pensi al caso emblematico della Francia) usare questa leva sempre più come un braccio geopolitico, come uno strumento di diplomazia commerciale, come un modo per irrobustire la presenza italiana in aree e teatri prioritariamente scelti, avendo in mente un disegno geostrategico organico. A ben vedere, starebbe proprio qui, nella riuscita di questo obiettivo, la migliore collaborazione possibile tra intrapresa privata e mano pubblica.
Nel rapporto sul 2018, Sace dà conto della sua attività, con numeri oggettivamente notevoli: nel triennio 2016-2018, sono state complessivamente mobilitate risorse per 71,8 miliardi (in crescita, peraltro: l'ultimo anno si è saliti a 28,6 miliardi, contro i 25,3 e i 17,9 dei due anni precedenti), con 21mila aziende servite (a cui sono cioè stati forniti strumenti assicurativo-finanziari), il 98% delle quali piccole e medie imprese. La logica è infatti quella di «mettere in filiera» imprese che altrimenti, per la loro dimensione contenuta, difficilmente potrebbero muoversi in autonomia in scenari troppo ampi e lontani, oppure quella di affiancare ad un grande contractor italiano una serie di subfornitori che - come nel caso precedente - da soli non riuscirebbero a entrare in partite troppo complesse.
Ma quali sono i Paesi emergenti su cui Sace ha puntato? Ecco alcune istantanee scattate nel report. In Brasile, Sace vede diversi «elementi di forza, dall'adeguato livello delle riserve valutarie a un debito estero contenuto in rapporto al Pil, oltre a un solido sistema finanziario». Quanto alla Russia, viene definita «un mercato di sbocco prioritario per l'export italiano, anche se deve compiere passi avanti nell'implementazione delle riforme strutturali e degli investimenti». Secondo Sace, migliora il business environment in India e Indonesia: «Pil a tassi del 5-7% e importanti piani di sviluppo infrastrutturale». Giudizio positivo anche sul Sudafrica: «Al di là di alcune incertezze elettorali, sembra possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Maggiori incognite per la Turchia: «La ripresa del paese sarà vincolata al mantenimento di una politica monetaria conservativa e a un'adeguata politica fiscale», scrive Sace. Mix di progressi e incognite per l'Argentina, «dove il governo sta pienamente rispettando il piano predisposto dal Fmi a fronte dei prestiti erogati per un totale di 56,3 miliardi di dollari». Ma all'orizzonte ci sono nuove elezioni a fine ottobre, e l'andamento dell'economia può essere un fattore decisivo per la riconferma del presidente Mauricio Macri (e, a cascata, anche per la sorte dell'accordo con il Fondo).
Sulla base di questo «check up» Paese per Paese, Sace formula quelle che chiama le sue «indicazioni per le imprese», con circa 20 Paesi suggeriti prioritariamente. E una raccomandazione (in fondo, è lo stesso principio che vale per i risparmi e gli investimenti privati): diversificare, non mettere tutte le uova in un solo paniere, costruire un mix equilibrato e bilanciato.
E quali sono le destinazioni consigliate? In ordine sparso: Russia, Brasile, India, Indonesia e Vietnam «come mercati emergenti destinati a ricoprire crescente importanza nel prossimo futuro». E ancora, definite «fra le migliori destinazioni in termini di rischi-opportunità», Emirati Arabi Uniti, Qatar, Colombia, Repubblica Ceca e Cina. Ovviamente ci sono anche gli Usa. Seguono paesi definiti «a rischiosità medio-elevata»: si tratta di mercati «in cui non sono scontati elevati rendimenti ma che possono comunque regalare ottime soddisfazioni ai nostri esportatori». L'identikit di Sace conduce a Marocco, Senegal e Kenya. Questi, dunque, i consigli di Sace-Simest per l'anno in corso.
Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l’avanzata di altri Paesi
Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Sace e Simest hanno mobilitato, sempre lo scorso anno, 28 miliardi e però hanno garantito uno stock complessivo di circa 61 miliardi. La capacità delle nostre aziende di muoversi nei meandri del mondo è nota. Lo fanno però spesso in ordine sparso. Il che non è assolutamente un fattore negativo, perché evidenzia il grande dinamismo del made in Italy. La geopolitica è però un'altra cosa e necessita di sostegno e supporto. Cioè, garanzie assicurative pubbliche per ridurre l'effetto rischio sulla singola impresa. Che sia un colosso come l'Eni o un consorzio di Pmi. Nel gran marasma dei cambiamenti avviato dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, l'Africa rappresenta l'opportunità bollente che il nostro Paese dovrebbe gestire. Per questo servono sempre più pinze e guanti di protezione. Se non si mobilita il denaro non si fa geopolitica. Secondo recenti dati Ispi, tra il 2018 e il 2022 le dieci economie subsahariane saranno tra i primi 20 Paesi con crescita maggiore. Contribuiranno alla crescita africana i 60 miliardi di dollari promessi dalla Cina durante l'ultimo Summit sino-africano, a inizio settembre, i 4 miliardi promessi da Theresa May durante il suo recente viaggio in Africa e gli altri impegni sottoscritti da Francia, India, Stati Uniti e Corea. Nel baillame non bisogna confondere i flussi commerciali con gli stock di investimenti. La Cina dal 2009 è il primo partner dell'Africa subsahariana, ma gli investimenti non hanno superato i 40 miliardi. I Paesi che storicamente hanno investito in Africa presentano infatti volumi più alti: 57 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, 55 per il Regno Unito e 49 per la Francia. Tuttavia, mentre i flussi di investimenti degli Stati Uniti sono stati poco costanti, quelli cinesi hanno seguito un andamento opposto. La Francia è in leggero calo, mentre il nostro Paese pur rimanendo indietro è passato da 13 miliardi a 23. I dati di copertura forniti da Sace e Simest segnano un decollo della strategia versa l'area subsahariana. Se aggiungiamo anche la parte Nord, ovvero il Maghreb, la presenza italiana è in costante crescita dal punto di vista numerico, mentre sul tema dei flussi commerciali non riesce a prendere il volo. È chiaro che allargare il perimetro delle coperture di Sace sarebbe fondamentale per trovare una spinta geopolitica. Serve però un'idea di base chiara. La Francia sa dove vuole andare. E nemmeno possiamo paragonarci alla Cina o alla Germania. Ma se il governo volesse insistere a Sud del Mediterraneo avrebbe due soli strumenti. La diplomazia classica e il sostegno alle aziende private incanalandone però le forze e le capacità di penetrazione. In queste settimane si discute di nomine per il colosso Sace. Prima dell'estate si troverà una soluzione in modo da non bloccare garanzie su grosse partite di export, ma ciò che conta è capire se Sace resterà nel perimetro della controllata Cdp. Il binomio è fondamentale se si vuole spingere sulle garanzia pubbliche come accade in Francia e in Germania. Cdp ha il motore e la liquidità per creare il perimetro, Sace il know how. Un divorzio tra le due entità toglierebbe carburante al sistema Italia. Visti i numeri della crescita e dell'impegno soprattutto in Africa, per noi area strategica, sarebbe un vero peccato.
Claudio Antonelli
Germania: malattia e cura del nostro export
Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.
Il report Sace sul 2018 lo mette nero su bianco, sotto il titolo: "L'Italia più lenta dell'eurozona ma l'export resiste". Spiega il rapporto: "«Come si colloca l'Italia all'interno di un quadro così complesso? Complice il graduale rallentamento della crescita e dell'interscambio globale, l'Italia ha messo a segno una crescita modesta (+0,8%), al di sotto della performance europea (+1,8%). Sul risultato hanno inciso anche le difficoltà di alcuni paesi europei, in primis la Germania, la cui economia è strettamente interconnessa a quella italiana».
A ben vedere, si tratta della conferma della diagnosi avanzata dallo stesso ministro Giovanni Tria a inizio aprile: «La parte più produttiva dell'Italia è ferma. C'è un rallentamento della crescita in Ue, perché si è fermato il motore, la Germania», e allora «si è fermata anche la parte più produttiva dell'Italia, quella del manifatturiero che esporta». E ancora: «L'Italia da 10 anni cresce un punto percentuale in meno del resto d'Europa, significa che la nostra economia è allo 'zero' mentre la Germania riesce a rimanere allo 0,7-0,8%».
Una ragione di più per riflettere su un modello economico "export led", cioè trainato dalle esportazioni e molto legato alle vecchie locomotive europee. Se quelle tirano, anche gli altri vagoni viaggiano velocemente: ma se c'è la frenata in testa, anche il resto del convoglio soffre. Si tratta cioè di un modello che è particolarmente vulnerabile agli shock esterni.
Rimedi? Rilanciare la domanda e i consumi interni. Da questo punto di vista, la strada maestra è proprio uno choc fiscale, una frustata positiva che induca i cittadini a consumare di più, le imprese ad assumere e investire, alimentando il circuito economico nazionale. Se poi, su un altro piano, anche le esportazioni torneranno a tirare di più, tanto meglio.
Spiega ancora Sace, passando a un'analisi più dettagliata: "In questo contesto, ancora una volta, le esportazioni dei beni Made in Italy hanno apportato un contributo positivo alla nostra economia. Nella consapevolezza che la crescita straordinaria del 2017, quando l'export aveva segnato un + 7,6%, difficilmente si sarebbe ripetuta, le vendite dei nostri prodotti all'estero nel 2018 sono aumentate del 3% in valore, raggiungendo quota 463 miliardi di euro e confermando sostanzialmente i volumi. Dato ancora più rilevante, se si considera che per il nono anno consecutivo il nostro export risulta in crescita. A differenza del 2017, sono stati i paesi dell'Ue a sostenere le vendite, mentre la crescita nei mercati extra-Ue è stata contenuta. Tuttavia, al di là dei confini dei 28 paesi membri, spiccano significative eccezioni, quali India e Stati Uniti". Quindi, nonostante il rallentamento del veicolo tedesco, resta fondamentale per noi l'interscambio con gli altri paesi Ue.
Quanto ai settori merceologici, per Sace "il traino è arrivato da farmaceutica, apparecchi elettronici, metalli, mezzi di trasporto e raffinati. L'export di beni della meccanica strumentale, principale settore dell'export italiano e per la domanda di coperture assicurative contro i rischi di mancato pagamento a medio-lungo termine, ha invece registrato un incremento di circa il 2%".
Daniele Capezzone
In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano
Non c'è solo la Libia. L'Africa sta diventando un problema per l'Italia e le sue aziende. Gli investimenti non sono a rischio solo tra Cirenaica e Tripolitania, ma in tutto il continente. La caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 ha contribuito a indebolirci un po' dappertutto, anche perché il rais era un punto di riferimento da Nord a Sud. Gheddafi era una figura centrale nella Lega Araba, aveva un rapporto molto stretto con Nelson Mandela e con diversi capi di Stato africani.
Gli altri nostri competitor, seppure all'interno dell'Unione europea, ne hanno approfittato, dalla Francia alla Germania. E questo nonostante negli ultimi anni l'impegno l'impegno economico delle aziende tricolore e le garanzie assicurative di Sace nel Continente nero siano quintuplicate. Basta confrontare il report 2011 con quello 2018 per rendersene conto. Se nel 2011, su uno stock di impegni di circa 34 miliardi Sace copriva l'1,8% per l'Africa subsahariana (circa 700 milioni) e il 17,7% per Medio Oriente e Nord Africa, sette anni dopo la cifra è cresciuta in modo esponenziale. Su un totale di 61,1 miliardi, +20,8% rispetto all'anno precedente (calcolata come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate), il 6,8% riguarda l'Africa subsahariana (circa 3,6 miliardi) e il 26,5% il Medio Oriente e il Nord Africa.
Il Sudafrica, spiega il rapporto annuale di Sace, è il «primo mercato per l'export italiano nell'Africa subsahariana, al di là di alcune incertezze legate particolarmente alle elezioni interne possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Per il resto un segnale positivo c'è... più aumenta il rischio più crescono le risorse garantite.
D'altra parte l'instabilità dell'Africa è sotto gli occhi di tutti. In Libia mercoledì scorso è stato danneggiato un magazzino appartenente alla Mellitah oil & gas, la joint-venture tra la National oil corporation (Noc) ed Eni. Sono rimasti feriti tre lavoratori. Si tratta del primo attacco confermato su una risorsa petrolifera straniera da quando le forze guidate da Khalifa Haftar hanno iniziato la loro avanzata verso Tripoli.
«Stiamo assistendo alla distruzione delle strutture della società sotto i nostri occhi», ha detto il presidente di Noc Mustafa Sanalla dopo l'incidente. Ha rincarato la dose Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli. «Quando una fazione o l'altra arriva ad attaccare la risorsa strategica petrolifera di un Paese, vuol dire che la situazione non ha più controllo e questo può essere solo il primo passo, un avvertimento su eventuali attacchi a infrastrutture strategiche della produzione petrolifera in Libia». Marsiglia ha aggiunto: «Nonostante il conflitto in atto in Libia, anche per noi del settore è una notizia che non ci lascia indifferenti e ci costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia».
Scendendo lungo la costa, l'Italia si ritrova con diversi problemi anche in Kenya, dove Cmc, la cooperativa per le costruzioni di Ravenna, è sotto inchiesta della magistratura per presunte tangenti pagate per la costruzioni di tre dighe. Gli investigatori stanno vagliando anche la posizione di Sace, che ha accompagnato la società nelle operazioni.
Infine anche l'Algeria inizia a essere instabile. La vecchia Finmeccanica, sta cercando di svilupparsi nel Nord Africa anche grazie Leonard helicopteres Algerie (Lha), la joint venture annunciata il 25 marzo con il ministero della Difesa algerino. Il progetto è sopravvissuto alla caduta dell'ex premier Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile scorso. Alla fine di maggio il team di lavoro è stato completato. Il generale Mouloud Belhadi è stato nominato presidente della joint venture, mentre Benjamin Farina, già capo vendite di Agustawestland nella zona, sarà l'ad. Nel consiglio di amministrazione siede anche Tommaso Pani. Il problema però è sempre lo stesso. Riuscirà la joint venture a sopravvivere anche al nuovo corso governativo? O anche qui i francesi cercheranno di approfittarsene come hanno già fatto in Libia, con Total all'assalto dei giacimenti petroliferi da anni gestiti da Eni?
Alessandro Da Rold
Con l’attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni
Il polo Sace Simest, controllata di Cassa depositi e prestiti, non accompagna solo le nostre piccole e medie imprese nel mondo, ma le aiuta anche per recuperare crediti assicurando che gli affari vadano a buon fine. Di questo si occupa Sace Srv, specializzata nel recupero crediti, che, nel 2018 «con 32,5 milioni di crediti recuperati conferma il suo ruolo di sostegno di ultima istanza per le imprese italiane che operano nel mondo», ha spiegato l'amministratore delegato Alessandro Decio.
Per affrontare i Paesi di frontiera, come in Africa o in Asia dove è difficile operare in sicurezza, Sace offre soluzioni assicurativo finanziarie «che consentono agli esportatori di vendere i loro prodotti e servizi in tutta sicurezza a condizioni concorrenziali». Oltre a ricevere assistenza in tutte le fasi dell'operazione (dalla valutazione del cliente estero al successivo ed eventuale recupero dei crediti) le aziende che si affidano a Sace sono messa nelle condizioni di proporre ai propri clienti esteri pacchetti finanziari con dilazioni di pagamento più estese, a tutto vantaggio della loro competitività. Questo consente di rispondere alle esigenze delle imprese di ogni dimensione, sia per importi piccoli - attraverso prodotti standardizzati e accessibili online - sia per operazioni più complesse che prevedono la strutturazione di linee di credito a medio lungo termine con il coinvolgimento delle banche.
In quest'ultima tipologia di operazioni, Simest può intervenire a ulteriore supporto offrendo un contributo in conto interessi e rendendo il pacchetto finanziario finale ancora più competitivo. Basti pensare che nel corso del 2018 Sace ha mobilitato complessivamente 14 miliardi di euro (in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente, -7%) a sostegno dell'export italiano, di cui 9 miliardi in sinergia con Simest, che è intervenuta attraverso l'erogazione di un contributo in conto interessi.
Inoltre quest'ultima ha accolto contributi su credito fornitore a valere sul Fondo 295/73 pari a 265 milioni di euro (in lieve incremento rispetto al 2017, +2%). L'area dell'Unione europea rappresenta il 35,6% delle nuove operazioni di credito all'esportazione sostenute nel 2018. Si tratta di un mercato tradizionale per l'export italiano che, complici le operazioni nel settore crocieristico, ha fatto registrare una forte crescita rispetto allo scorso anno.
In aumento anche le operazioni in Medio Oriente e Nord Africa (che rappresentano il 30,5% delle risorse mobilitate) con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi a trainare l'intera area, nell'Europa emergente e nei Paesi Csi (17,9%) in particolare Serbia e Azerbaijan, e nell'Africa subsahariana (8,3%) in cui spiccano geografie di «frontiera» e poco esplorate come Kenya, Zambia e Ghana.
I settori che maggiormente hanno beneficiato delle garanzie Sace sono il crocieristico (39,2%), comparto in cui la controllata di Cdp interviene anche a sostegno dell'intera filiera di Pmi subfornitrici dei grandi cantieri navali, l'elettrico (le risorse mobilitate a sostegno dell'export di questo settore sono aumentate del 61% e rappresentano l'8,1% del totale) e le infrastrutture e costruzioni (8%). Se si guarda invece alla numerosità di esportazioni, il settore che ha maggiormente beneficiato di questa operatività è l'industria meccanica (34%), comparto d'eccellenza dell'export Made in italy che coinvolge soprattutto le Pmi.
E poi c'è l'ultima istanza. Tramite Sace srv le nostra aziende possono recuperare crediti nel mondo. Nel 2018 sono stati gestiti 25.000 mandati, servendo oltre 2.700 imprese e recuperando crediti in Italia e all'estero per 32,5 milioni di euro. I Paesi in cui si sono conseguiti i più importanti recuperi dell'anno sono: Turkmenistan, Italia e Dubai.
Alessandro Da Rold
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Dal 2011 a oggi la controllata di Cdp raddoppia il perimetro di attività, soprattutto nelle zone a rischio. Siamo sempre indietro rispetto a Francia e Germania, ma nel Maghreb e in Medioriente a dispetto della vulgata il sistema Italia cresce a piccoli passi.Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l'avanzata di altri Paesi. Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Germania: malattia e cura del nostro export. Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano. Nell'area subsahariana, gli investimenti delle aziende passano da 700 milioni a 3,5 miliardi. Le garanzie pubbliche sul Maghreb salgono dal 17 al 26% dell'esposizione. Strategia? Riprendere terreno in Libia e Algeria. Con l'attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni. Il gruppo controllato da Cassa depositi e prestiti affianca le aziende anche in caso di problemi nei pagamenti. Disponibili sia pacchetti online per piccole somme, sia piani su misura. Lo speciale comprende cinque articoli.Oltre 61 miliardi di euro per fare geopolitica. A questa notevole cifra ammonta (nel 2018) lo stock di investimenti coperto di Sace, calcolato come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate, con un considerevole balzo in avanti (ben del 20,8%) rispetto all'anno precedente. Dentro quella somma, la parte del leone la fanno le garanzie (60,5 miliardi), mentre la quota restante (598 milioni) è costituita dal portafoglio crediti. Scomponendo il portafoglio per aree geoeconomiche, emergono dati non scontati. Certo, l'Ue risulta prevedibilmente la prima area per esposizione (26,9%), ma è seguita a ruota da Medio Oriente e Nord Africa (26,5%, in crescita dal 24,1% del 2017), dalle Americhe (18,3%), dall'area cosiddetta dell'Europa emergente e dei Paesi Csi (16,1%, in salita dal 15,4%), poi dall'Africa Subsahariana (6,8%), e infine dall'Asia (5,3%).La cosa interessante da notare è che, dal 2011 al 2018, quindi in un lasso di tempo tutto sommato contenuto, gli investimenti diretti italiani in Africa Subsahariana sono cresciuti da 13 a 23 miliardi (quasi un raddoppio) e quelli coperti da garanzie Sace nel frattempo sono addirittura quintuplicati. Il che testimonia diverse cose: un percorso in crescita, una scommessa positiva anche in situazioni di rischio non piccolo, e soprattutto le opportunità via via maggiori che potrebbero dischiudersi se il sistema-paese facesse uno sforzo di accompagnamento ancora più consistente.E allora mettiamo le cose in ordine. Sace-Simest è il polo dell'export e dell'internazionalizzazione del gruppo Cassa depositi e prestiti. Tocca a questo soggetto affiancare le imprese italiane nella loro proiezione internazionale e promuovere il made in Italy. Di più: in futuro, sarebbe auspicabile (a somiglianza di quanto fanno da decenni in modo incisivo e sistematico i nostri competitor: si pensi al caso emblematico della Francia) usare questa leva sempre più come un braccio geopolitico, come uno strumento di diplomazia commerciale, come un modo per irrobustire la presenza italiana in aree e teatri prioritariamente scelti, avendo in mente un disegno geostrategico organico. A ben vedere, starebbe proprio qui, nella riuscita di questo obiettivo, la migliore collaborazione possibile tra intrapresa privata e mano pubblica. Nel rapporto sul 2018, Sace dà conto della sua attività, con numeri oggettivamente notevoli: nel triennio 2016-2018, sono state complessivamente mobilitate risorse per 71,8 miliardi (in crescita, peraltro: l'ultimo anno si è saliti a 28,6 miliardi, contro i 25,3 e i 17,9 dei due anni precedenti), con 21mila aziende servite (a cui sono cioè stati forniti strumenti assicurativo-finanziari), il 98% delle quali piccole e medie imprese. La logica è infatti quella di «mettere in filiera» imprese che altrimenti, per la loro dimensione contenuta, difficilmente potrebbero muoversi in autonomia in scenari troppo ampi e lontani, oppure quella di affiancare ad un grande contractor italiano una serie di subfornitori che - come nel caso precedente - da soli non riuscirebbero a entrare in partite troppo complesse. Ma quali sono i Paesi emergenti su cui Sace ha puntato? Ecco alcune istantanee scattate nel report. In Brasile, Sace vede diversi «elementi di forza, dall'adeguato livello delle riserve valutarie a un debito estero contenuto in rapporto al Pil, oltre a un solido sistema finanziario». Quanto alla Russia, viene definita «un mercato di sbocco prioritario per l'export italiano, anche se deve compiere passi avanti nell'implementazione delle riforme strutturali e degli investimenti». Secondo Sace, migliora il business environment in India e Indonesia: «Pil a tassi del 5-7% e importanti piani di sviluppo infrastrutturale». Giudizio positivo anche sul Sudafrica: «Al di là di alcune incertezze elettorali, sembra possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Maggiori incognite per la Turchia: «La ripresa del paese sarà vincolata al mantenimento di una politica monetaria conservativa e a un'adeguata politica fiscale», scrive Sace. Mix di progressi e incognite per l'Argentina, «dove il governo sta pienamente rispettando il piano predisposto dal Fmi a fronte dei prestiti erogati per un totale di 56,3 miliardi di dollari». Ma all'orizzonte ci sono nuove elezioni a fine ottobre, e l'andamento dell'economia può essere un fattore decisivo per la riconferma del presidente Mauricio Macri (e, a cascata, anche per la sorte dell'accordo con il Fondo). Sulla base di questo «check up» Paese per Paese, Sace formula quelle che chiama le sue «indicazioni per le imprese», con circa 20 Paesi suggeriti prioritariamente. E una raccomandazione (in fondo, è lo stesso principio che vale per i risparmi e gli investimenti privati): diversificare, non mettere tutte le uova in un solo paniere, costruire un mix equilibrato e bilanciato. E quali sono le destinazioni consigliate? In ordine sparso: Russia, Brasile, India, Indonesia e Vietnam «come mercati emergenti destinati a ricoprire crescente importanza nel prossimo futuro». E ancora, definite «fra le migliori destinazioni in termini di rischi-opportunità», Emirati Arabi Uniti, Qatar, Colombia, Repubblica Ceca e Cina. Ovviamente ci sono anche gli Usa. Seguono paesi definiti «a rischiosità medio-elevata»: si tratta di mercati «in cui non sono scontati elevati rendimenti ma che possono comunque regalare ottime soddisfazioni ai nostri esportatori». L'identikit di Sace conduce a Marocco, Senegal e Kenya. Questi, dunque, i consigli di Sace-Simest per l'anno in corso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="strategie-e-garanzie-in-denaro-per-bilanciare-lavanzata-di-altri-paesi" data-post-id="2638951535" data-published-at="1772428511" data-use-pagination="False"> Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l’avanzata di altri Paesi Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Sace e Simest hanno mobilitato, sempre lo scorso anno, 28 miliardi e però hanno garantito uno stock complessivo di circa 61 miliardi. La capacità delle nostre aziende di muoversi nei meandri del mondo è nota. Lo fanno però spesso in ordine sparso. Il che non è assolutamente un fattore negativo, perché evidenzia il grande dinamismo del made in Italy. La geopolitica è però un'altra cosa e necessita di sostegno e supporto. Cioè, garanzie assicurative pubbliche per ridurre l'effetto rischio sulla singola impresa. Che sia un colosso come l'Eni o un consorzio di Pmi. Nel gran marasma dei cambiamenti avviato dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, l'Africa rappresenta l'opportunità bollente che il nostro Paese dovrebbe gestire. Per questo servono sempre più pinze e guanti di protezione. Se non si mobilita il denaro non si fa geopolitica. Secondo recenti dati Ispi, tra il 2018 e il 2022 le dieci economie subsahariane saranno tra i primi 20 Paesi con crescita maggiore. Contribuiranno alla crescita africana i 60 miliardi di dollari promessi dalla Cina durante l'ultimo Summit sino-africano, a inizio settembre, i 4 miliardi promessi da Theresa May durante il suo recente viaggio in Africa e gli altri impegni sottoscritti da Francia, India, Stati Uniti e Corea. Nel baillame non bisogna confondere i flussi commerciali con gli stock di investimenti. La Cina dal 2009 è il primo partner dell'Africa subsahariana, ma gli investimenti non hanno superato i 40 miliardi. I Paesi che storicamente hanno investito in Africa presentano infatti volumi più alti: 57 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, 55 per il Regno Unito e 49 per la Francia. Tuttavia, mentre i flussi di investimenti degli Stati Uniti sono stati poco costanti, quelli cinesi hanno seguito un andamento opposto. La Francia è in leggero calo, mentre il nostro Paese pur rimanendo indietro è passato da 13 miliardi a 23. I dati di copertura forniti da Sace e Simest segnano un decollo della strategia versa l'area subsahariana. Se aggiungiamo anche la parte Nord, ovvero il Maghreb, la presenza italiana è in costante crescita dal punto di vista numerico, mentre sul tema dei flussi commerciali non riesce a prendere il volo. È chiaro che allargare il perimetro delle coperture di Sace sarebbe fondamentale per trovare una spinta geopolitica. Serve però un'idea di base chiara. La Francia sa dove vuole andare. E nemmeno possiamo paragonarci alla Cina o alla Germania. Ma se il governo volesse insistere a Sud del Mediterraneo avrebbe due soli strumenti. La diplomazia classica e il sostegno alle aziende private incanalandone però le forze e le capacità di penetrazione. In queste settimane si discute di nomine per il colosso Sace. Prima dell'estate si troverà una soluzione in modo da non bloccare garanzie su grosse partite di export, ma ciò che conta è capire se Sace resterà nel perimetro della controllata Cdp. Il binomio è fondamentale se si vuole spingere sulle garanzia pubbliche come accade in Francia e in Germania. Cdp ha il motore e la liquidità per creare il perimetro, Sace il know how. Un divorzio tra le due entità toglierebbe carburante al sistema Italia. Visti i numeri della crescita e dell'impegno soprattutto in Africa, per noi area strategica, sarebbe un vero peccato. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="germania-malattia-e-cura-del-nostro-export" data-post-id="2638951535" data-published-at="1772428511" data-use-pagination="False"> Germania: malattia e cura del nostro export Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.Il report Sace sul 2018 lo mette nero su bianco, sotto il titolo: "L'Italia più lenta dell'eurozona ma l'export resiste". Spiega il rapporto: "«Come si colloca l'Italia all'interno di un quadro così complesso? Complice il graduale rallentamento della crescita e dell'interscambio globale, l'Italia ha messo a segno una crescita modesta (+0,8%), al di sotto della performance europea (+1,8%). Sul risultato hanno inciso anche le difficoltà di alcuni paesi europei, in primis la Germania, la cui economia è strettamente interconnessa a quella italiana». A ben vedere, si tratta della conferma della diagnosi avanzata dallo stesso ministro Giovanni Tria a inizio aprile: «La parte più produttiva dell'Italia è ferma. C'è un rallentamento della crescita in Ue, perché si è fermato il motore, la Germania», e allora «si è fermata anche la parte più produttiva dell'Italia, quella del manifatturiero che esporta». E ancora: «L'Italia da 10 anni cresce un punto percentuale in meno del resto d'Europa, significa che la nostra economia è allo 'zero' mentre la Germania riesce a rimanere allo 0,7-0,8%».Una ragione di più per riflettere su un modello economico "export led", cioè trainato dalle esportazioni e molto legato alle vecchie locomotive europee. Se quelle tirano, anche gli altri vagoni viaggiano velocemente: ma se c'è la frenata in testa, anche il resto del convoglio soffre. Si tratta cioè di un modello che è particolarmente vulnerabile agli shock esterni.Rimedi? Rilanciare la domanda e i consumi interni. Da questo punto di vista, la strada maestra è proprio uno choc fiscale, una frustata positiva che induca i cittadini a consumare di più, le imprese ad assumere e investire, alimentando il circuito economico nazionale. Se poi, su un altro piano, anche le esportazioni torneranno a tirare di più, tanto meglio.Spiega ancora Sace, passando a un'analisi più dettagliata: "In questo contesto, ancora una volta, le esportazioni dei beni Made in Italy hanno apportato un contributo positivo alla nostra economia. Nella consapevolezza che la crescita straordinaria del 2017, quando l'export aveva segnato un + 7,6%, difficilmente si sarebbe ripetuta, le vendite dei nostri prodotti all'estero nel 2018 sono aumentate del 3% in valore, raggiungendo quota 463 miliardi di euro e confermando sostanzialmente i volumi. Dato ancora più rilevante, se si considera che per il nono anno consecutivo il nostro export risulta in crescita. A differenza del 2017, sono stati i paesi dell'Ue a sostenere le vendite, mentre la crescita nei mercati extra-Ue è stata contenuta. Tuttavia, al di là dei confini dei 28 paesi membri, spiccano significative eccezioni, quali India e Stati Uniti". Quindi, nonostante il rallentamento del veicolo tedesco, resta fondamentale per noi l'interscambio con gli altri paesi Ue. Quanto ai settori merceologici, per Sace "il traino è arrivato da farmaceutica, apparecchi elettronici, metalli, mezzi di trasporto e raffinati. L'export di beni della meccanica strumentale, principale settore dell'export italiano e per la domanda di coperture assicurative contro i rischi di mancato pagamento a medio-lungo termine, ha invece registrato un incremento di circa il 2%". Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-7-anni-quintuplicate-le-risorse-destinate-al-continente-africano" data-post-id="2638951535" data-published-at="1772428511" data-use-pagination="False"> In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano Non c'è solo la Libia. L'Africa sta diventando un problema per l'Italia e le sue aziende. Gli investimenti non sono a rischio solo tra Cirenaica e Tripolitania, ma in tutto il continente. La caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 ha contribuito a indebolirci un po' dappertutto, anche perché il rais era un punto di riferimento da Nord a Sud. Gheddafi era una figura centrale nella Lega Araba, aveva un rapporto molto stretto con Nelson Mandela e con diversi capi di Stato africani. Gli altri nostri competitor, seppure all'interno dell'Unione europea, ne hanno approfittato, dalla Francia alla Germania. E questo nonostante negli ultimi anni l'impegno l'impegno economico delle aziende tricolore e le garanzie assicurative di Sace nel Continente nero siano quintuplicate. Basta confrontare il report 2011 con quello 2018 per rendersene conto. Se nel 2011, su uno stock di impegni di circa 34 miliardi Sace copriva l'1,8% per l'Africa subsahariana (circa 700 milioni) e il 17,7% per Medio Oriente e Nord Africa, sette anni dopo la cifra è cresciuta in modo esponenziale. Su un totale di 61,1 miliardi, +20,8% rispetto all'anno precedente (calcolata come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate), il 6,8% riguarda l'Africa subsahariana (circa 3,6 miliardi) e il 26,5% il Medio Oriente e il Nord Africa. Il Sudafrica, spiega il rapporto annuale di Sace, è il «primo mercato per l'export italiano nell'Africa subsahariana, al di là di alcune incertezze legate particolarmente alle elezioni interne possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Per il resto un segnale positivo c'è... più aumenta il rischio più crescono le risorse garantite. D'altra parte l'instabilità dell'Africa è sotto gli occhi di tutti. In Libia mercoledì scorso è stato danneggiato un magazzino appartenente alla Mellitah oil & gas, la joint-venture tra la National oil corporation (Noc) ed Eni. Sono rimasti feriti tre lavoratori. Si tratta del primo attacco confermato su una risorsa petrolifera straniera da quando le forze guidate da Khalifa Haftar hanno iniziato la loro avanzata verso Tripoli. «Stiamo assistendo alla distruzione delle strutture della società sotto i nostri occhi», ha detto il presidente di Noc Mustafa Sanalla dopo l'incidente. Ha rincarato la dose Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli. «Quando una fazione o l'altra arriva ad attaccare la risorsa strategica petrolifera di un Paese, vuol dire che la situazione non ha più controllo e questo può essere solo il primo passo, un avvertimento su eventuali attacchi a infrastrutture strategiche della produzione petrolifera in Libia». Marsiglia ha aggiunto: «Nonostante il conflitto in atto in Libia, anche per noi del settore è una notizia che non ci lascia indifferenti e ci costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia». Scendendo lungo la costa, l'Italia si ritrova con diversi problemi anche in Kenya, dove Cmc, la cooperativa per le costruzioni di Ravenna, è sotto inchiesta della magistratura per presunte tangenti pagate per la costruzioni di tre dighe. Gli investigatori stanno vagliando anche la posizione di Sace, che ha accompagnato la società nelle operazioni. Infine anche l'Algeria inizia a essere instabile. La vecchia Finmeccanica, sta cercando di svilupparsi nel Nord Africa anche grazie Leonard helicopteres Algerie (Lha), la joint venture annunciata il 25 marzo con il ministero della Difesa algerino. Il progetto è sopravvissuto alla caduta dell'ex premier Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile scorso. Alla fine di maggio il team di lavoro è stato completato. Il generale Mouloud Belhadi è stato nominato presidente della joint venture, mentre Benjamin Farina, già capo vendite di Agustawestland nella zona, sarà l'ad. Nel consiglio di amministrazione siede anche Tommaso Pani. Il problema però è sempre lo stesso. Riuscirà la joint venture a sopravvivere anche al nuovo corso governativo? O anche qui i francesi cercheranno di approfittarsene come hanno già fatto in Libia, con Total all'assalto dei giacimenti petroliferi da anni gestiti da Eni? Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-lattivita-di-recupero-crediti-riportati-nelle-casse-325-milioni" data-post-id="2638951535" data-published-at="1772428511" data-use-pagination="False"> Con l’attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni Il polo Sace Simest, controllata di Cassa depositi e prestiti, non accompagna solo le nostre piccole e medie imprese nel mondo, ma le aiuta anche per recuperare crediti assicurando che gli affari vadano a buon fine. Di questo si occupa Sace Srv, specializzata nel recupero crediti, che, nel 2018 «con 32,5 milioni di crediti recuperati conferma il suo ruolo di sostegno di ultima istanza per le imprese italiane che operano nel mondo», ha spiegato l'amministratore delegato Alessandro Decio. Per affrontare i Paesi di frontiera, come in Africa o in Asia dove è difficile operare in sicurezza, Sace offre soluzioni assicurativo finanziarie «che consentono agli esportatori di vendere i loro prodotti e servizi in tutta sicurezza a condizioni concorrenziali». Oltre a ricevere assistenza in tutte le fasi dell'operazione (dalla valutazione del cliente estero al successivo ed eventuale recupero dei crediti) le aziende che si affidano a Sace sono messa nelle condizioni di proporre ai propri clienti esteri pacchetti finanziari con dilazioni di pagamento più estese, a tutto vantaggio della loro competitività. Questo consente di rispondere alle esigenze delle imprese di ogni dimensione, sia per importi piccoli - attraverso prodotti standardizzati e accessibili online - sia per operazioni più complesse che prevedono la strutturazione di linee di credito a medio lungo termine con il coinvolgimento delle banche. In quest'ultima tipologia di operazioni, Simest può intervenire a ulteriore supporto offrendo un contributo in conto interessi e rendendo il pacchetto finanziario finale ancora più competitivo. Basti pensare che nel corso del 2018 Sace ha mobilitato complessivamente 14 miliardi di euro (in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente, -7%) a sostegno dell'export italiano, di cui 9 miliardi in sinergia con Simest, che è intervenuta attraverso l'erogazione di un contributo in conto interessi. Inoltre quest'ultima ha accolto contributi su credito fornitore a valere sul Fondo 295/73 pari a 265 milioni di euro (in lieve incremento rispetto al 2017, +2%). L'area dell'Unione europea rappresenta il 35,6% delle nuove operazioni di credito all'esportazione sostenute nel 2018. Si tratta di un mercato tradizionale per l'export italiano che, complici le operazioni nel settore crocieristico, ha fatto registrare una forte crescita rispetto allo scorso anno. In aumento anche le operazioni in Medio Oriente e Nord Africa (che rappresentano il 30,5% delle risorse mobilitate) con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi a trainare l'intera area, nell'Europa emergente e nei Paesi Csi (17,9%) in particolare Serbia e Azerbaijan, e nell'Africa subsahariana (8,3%) in cui spiccano geografie di «frontiera» e poco esplorate come Kenya, Zambia e Ghana. I settori che maggiormente hanno beneficiato delle garanzie Sace sono il crocieristico (39,2%), comparto in cui la controllata di Cdp interviene anche a sostegno dell'intera filiera di Pmi subfornitrici dei grandi cantieri navali, l'elettrico (le risorse mobilitate a sostegno dell'export di questo settore sono aumentate del 61% e rappresentano l'8,1% del totale) e le infrastrutture e costruzioni (8%). Se si guarda invece alla numerosità di esportazioni, il settore che ha maggiormente beneficiato di questa operatività è l'industria meccanica (34%), comparto d'eccellenza dell'export Made in italy che coinvolge soprattutto le Pmi. E poi c'è l'ultima istanza. Tramite Sace srv le nostra aziende possono recuperare crediti nel mondo. Nel 2018 sono stati gestiti 25.000 mandati, servendo oltre 2.700 imprese e recuperando crediti in Italia e all'estero per 32,5 milioni di euro. I Paesi in cui si sono conseguiti i più importanti recuperi dell'anno sono: Turkmenistan, Italia e Dubai. Alessandro Da Rold
Solvie Falzes
Proprio all’arte del benessere, che a tratti sconfina nella sensazione onirica, è consacrato questo albergo, ultimo nato nella famiglia dei Winklerhotels. Inaugurato lo scorso anno, ha aspetti rivoluzionari: la reception rompe un tabù e diventa contigua al garage che, per eleganza e cura, vi dialoga perfettamente. Falzes è famosa per trovarsi su un poggiolo molto soleggiato della Val Pusteria e tutto l’hotel è un inno alla luce che lo inonda dalle pareti di vetro affacciate sul giardino, dove i grandi specchi d’acqua delle piscine riflettono il cielo. «Il concept di design segue un’interpretazione dello spazio aperta e inondata di luce, caratterizzata da forme morbide ed ellittiche», spiegano Stefan Ghetta e Astrid Steinwandter, direttori creativi del progetto. La forma ellittica ricorrente accarezza la vista, l’ariosità rilassa. Anche il tempo si dilata: «Le lancette della colazione si spostano fino alle 11.30 per consentire di gestire liberamente il tempo; il pranzo è leggero con piatti e snack salutari che cambiano ogni giorno, le cene a base di prodotti locali e stagionali», spiega Julian Winkler. L’aperitivo, per chi lo desidera, si spoglia dell’alcool con formule e sciroppi esclusivi del creativo barman Gaborl.
Le 87 camere e suite, di cui 45 nuove suite, hanno nuance naturali come il biondo madreperlato del faggio, le tonalità dell’acqua e della terra, linee semplici ed ellittiche, arredi artigianali e vetrate che diventano pareti di luce. L’acqua è al centro del giardino di 5.000 mq con la infinity pool riscaldata (c’è anche un laghetto con piattaforma per lo yoga). Ma è anche a un passo dalle nuvole: immersi nella piscina al quinto piano, si ammira Falzes dall’alto con la chiesa linda di San Ciriaco, il campanile rosso così appuntito da sembrare una punta di matita che buca il cielo, gli alpeggi di velluto e i boschi.
L’area saune, ricca di trasparenze, comprende zone relax e saune di vario tipo, dove ogni giorno si eseguono tre gettate di vapore e un peeling con sale o zucchero nella sauna Vapor-experience. L’area ideale per famiglie è attorno alla piscina coperta, dove la sauna aromatica alle erbe evoca un tuffo nei prati altoatesini. Karin Reichegger, spa manager e insegnante di yoga, si è occupata personalmente della messa a punto di trattamenti esclusivi e olistici, come il Vegeto dynamic, una dolce mobilizzazione che mira al riequilibrio energetico. Per chi lo desidera, ci sono corsi di yoga e qi gong.
All’aperto il «bagno» nei boschi è un’esplorazione guidata in natura dove il tatto diventa protagonista. Numerose le escursioni organizzate dall’albergo in quota con guida, anche oltre i tre mila metri, e in bici. L’Hotel Solvie si trova a quindici minuti di shuttle (gratuito) da Plan de Corones, dove ricavato nell’ex stazione a monte a 2.275 metri, il museo Lumen racconta la storia e l’eroismo della fotografia di montagna. Il ristorante contiguo AlpiNN è una moderna stube di cristallo che nasce dal progetto Cook the mountain dello chef Norbert Niederkofler. Vicino si trova anche il Messner mountain museum Corones, dedicato all’alpinismo tradizionale, nell’architettura firmata da Zaha Hadid.
Dall’hotel in dieci minuti di shuttle si raggiunge Brunico, con i suoi negozi affacciati alle strade di pietra. Anche Falzes incanta, con il percorso di Landart costellato di opere; il sentiero «Le pietre raccontano» per scoprire la geologia locale; la passeggiata alla malga Haidenberg; il tour in bici lungo la Strada del Sole con sosta al laghetto balneabile d’Issengo. Oppure la visita all’azienda Bergalia, per conoscere il mondo degli oli essenziali alpini. La sera, rientrati, attendono bagni di calore e di acqua al cospetto del tramonto.
Informazioni: www.wrinklerhotels.com; www.suedtirol.info/it.
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Enrico Letta (Imagoeconomica)
«È diventato un tormentone nazionale, a me fa sorridere», confiderà il 3 maggio 2015 alla sempre puntuale Barbara Romano, oggi al Tg2, all’epoca a Libero (aggiungendo una macumba: «Vedremo nei prossimi anni a cosa porterà il solitario approccio leaderistico di Renzi», tiè).
Segretario del Pd per due anni, dal 2021 al 2023, giusto il tempo di consegnare Palazzo Chigi a Giorgia Meloni.
L’abatino Letta. Che da milanista su X ha bastonato Alessandro Bastoni dopo la sua «scemeggiata», la simulazione che ha portato all’espulsione dello juventino Pierre Kalulu. «Non va convocato in Nazionale» ha maramaldeggiato nel giorno di San Valentino.
2013. Da premier visita l’Irlanda. Al quotidiano Irish Times concede una chicca: «Che cosa si pensa di me nelle cancellerie europee? Che ho un paio di balls of steel», alla lettera: palle d’acciaio. Non l’avesse mai detto (come poi sosterrà)!
Fu immantinente azzannato da Renato Brunetta, capogruppo Pdl alla Camera, «Gli operai dell’Ilva gliele fonderebbero volentieri», e da Beppe Grillo, «Letta ballista d’acciaio».
Letta reagì su Twitter: «Ma Grillo non hai altro da fare? Segnalo che tutto lo steelgate è nato per traduzione idiomatica fatta dal giornalista». Traduco idiomaticamente a mia volta: la frase usata da Letta sarebbe stata «ritengono io abbia tirato fuori gli attributi», ma si sa come vanno le cose con le iene dattilografe, tanto più se straniere.
Non smentì invece Libero, cui regalò parole di apprezzamento per Silvio Berlusconi: «È uno sborone». Per la Treccani - che richiama la voce «Parole oscene» di Fabio Rossi nell’Enciclopedia dell’italiano, 2011 - il vocabolo «rimanda alla masturbazione, usato per stigmatizzare metaforicamente persone e comportamenti legati all’inettitudine e alla vanagloria», e vabbé.
«Sotti-letta». «Lettino». L’eterno revenant, il «redivivo» della poesia di Charles Baudelaire. Il politico che avrebbe voluto «essere come Dylan Dog: intelligente e molto corteggiato dalle donne».
Anche se a Chi di Alfonso Signorini alla vigilia delle politiche 2022 confesserà di aver coltivato due sogni: «Diventare un grande giocatore di basket negli Usa, mentre alla fine ho giocato solo a Pisa (sua città natale, ndr), e viaggiare per il mondo lavorando come fotografo del National Geographic».
«Letta il Minore». «Letta il Giovane». Per distinguerlo dallo zio, Gianni Letta, simbolo di quell’educato, equilibrato, civile - nonché spietato, alla bisogna - gattopardismo in salsa romana, per cui «tutto deve cambiare perché nulla cambi davvero», dal momento che «tra destra e sinistra alla fine vince sempre il centro (tavola)» (copyright by Dagospia).
Come lo Zio, anche il Nipote si è sempre saputo muovere con passo felpato, attraversando indenne i tanti scandali e scandaletti che hanno investito la politica in generale, e il centrosinistra in particolare, senza mai essere «avvisato», indagato o accusato di alcunché.
Anzi. Come divenne premier, perché non si inzigasse su potenziali conflitti d’interesse, polverizzò da un giorno all’altro VeDrò, il suo think tank che si dava appuntamento una volta l’anno per tre giorni in Trentino.
Il fatto è che del suo atto d’imperio Letta non avvisò alcuno: andò al microfono, intonò il de profundis, e tanti saluti a chi aveva già messo in piedi la nuova edizione, sempre con tanto entusiasmo e sempre con mezzi risicati (lo so per conoscenza diretta, visto che a VeDrò ho potuto ricordare l’assassinio del commissario Luigi Calabresi, il calvario giudiziario di Enzo Tortora, gli omicidi di Walter Tobagi e dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, e posso garantirlo senza tema di essere smentito: non si nuotava certo nell’oro).
Troncare. Sopire. Per risultare una presenza in fondo impalpabile. Il che gli ha consentito un cursus honorum impressionante.
Consigliere comunale Dc a Pisa nel 1990, a 24 anni (meglio di Pierfurby Casini, consigliere Dc a Bologna nel 1980, a 25 anni: la Dc è morta, ma alcuni Dc hanno saputo sopravvivere benissimo).
«Nel 1991, a 25 anni, mi sono ritrovato presidente dei giovani popolari d’Europa». E chi a quell’età non si è «ritrovato» ai vertici di un movimento internazionale?
«Nel 1993, nel passaggio dall’esecutivo di Giuliano Amato a quello di Carlo Azeglio Ciampi, a Beniamino Andreatta fu chiesto inaspettatamente di occuparsi degli Esteri, e siccome il suo entourage era “economico”, ed io ero l’unico ad aver fatto studi di Diritto delle Comunità, mi ritrovai (aridanga) suo segretario e principale collaboratore al governo», ipse dixit a Cesare Fiumi per Sette, il supplemento del Corriere (e sarà anche per questa improvvisa investitura che i suoi detrattori hanno fatto circolare un presunto giudizio di Andreatta: «Enrico è un animale a sangue freddo», una rasoiata, ma vai a sapere: magari era un elogio della sua imperturbabilità).
Nel 1997 vice - assieme a Dario Franceschini - di Franco Marini, segretario del Ppi, il Partito popolare.
Dal 1998 al 20021 ministro nei due governi consecutivi di Massimo D’Alema e poi nel secondo esecutivo Amato.
Quindi nel 2001 deputato (lo sarà fino al 2015, e poi di nuovo dal 2021 al 2024).
In corsa per le prime primarie del Pd, vinte il 14 ottobre 2007 da Walter Veltroni con il 75% dei voti, «i concorrenti raccattarono le briciole: Rosy Bindi il 14%, Letta il 10%, altri due lo zero e qualcosa» (Giampaolo Pansa, Tipi sinistri, Rizzoli, 2012).
Con il Pd, in verità, l’amore non è mai sbocciato.
L’avvento di Renzi al governo, infatti, è stato avallato dalla direzione del Pd che il 14 febbraio 2014 votò la proposta sul «cambio di passo» con un voto bulgaro: 136 sì, 16 no, 2 astenuti (e la benedizione non dichiarata del capo dello Stato Giorgio Napolitano: lo scatto in cui, al passaggio delle consegne, Letta allunga la mano destra guardando letteralmente dall’altra parte - se non schifato, come se - foto che i social hanno trasformato in meme, con Letta che consegna a Renzi non la campanella ma una pantegana, è rimasto celebre).
Come I duellanti di Joseph Conrad, da cui Stanley Kubrick trasse uno splendido film, i due continuano a beccarsi.
Renzi in Avanti, Feltrinelli 2017, scrive: «Il governo Letta era immobile, fu tutto il Pd a voler cambiare cavallo»?
Letta lo impiomba su Twitter: «Mi è tornata in mente una frase ascoltata tanto tempo fa: “Sono convinto che il silenzio esprima meglio il disgusto e mantenga meglio le distanze”».
Letta in Ho imparato, Il Mulino 2019, vede un filo rosso tra il vaffa di Grillo, la ruspa di Matteo Salvini e la rottamazione del Toscano del Grillo, «tutti e tre si sono serviti della distruzione dell’avversario per raggiungere il potere»?
Renzi lo fulmina: «Meschino, accecato dal rancore personale e dall’odio ideologico».
Dopo la defenestrazione dal governo e la successiva rinuncia al seggio in Parlamento, Letta ripara in Francia per dirigere dal 2015 al 2021 la Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi.
Nel 2016 si guadagna così anche la presidenza dell’Istituto Jacques Delors. E un posto nel consiglio di amministrazione di Abertis, colosso spagnolo delle infrastrutture e gestione autostradale.
Nel 2021 è richiamato in patria a gran voce come capo del Pd, da quegli stessi congiurati che lo avevano tradito nel 2014: «Nello stanco, ma pur sempre appassionato romanzo d’appendice che scorre parallelo alla tecnocrazia che governa, si staglia all’orizzonte del Pd la figura del Letta di Montecristo», così Filippo Ceccarelli su Repubblica.
Diventerà il nono leader del Pd masticato e digerito in sedici anni.
Ma non rimane a spasso: quando nel 2024 è nominato decano della Ie School of Politics, Economics and Global Affairs di Madrid, prestigioso istituto per la formazione di leader in innovazione e cambiamento, si dimette di nuovo dal Parlamento, perché va bene il senso dello Stato, ma lo stato del proprio curriculum viene prima.
Con la «tecnocrazia» Letta ha sempre mantenuto oculate e proficue relazioni.
Nel novembre 2011, quando Mario Monti subentra al Cavaliere «dimissionato» causa spread, un fotografo immortala il neo-premier con un biglietto in mano: «Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono! Enrico» (Letta in quel momento era vicesegretario del Pd di Pier Luigi Bersani).
Anche con Mario Draghi i rapporti sono idilliaci, tanto che lo scorso 12 febbraio erano insieme all’informale vertice Ue nel castello di Alden-Biesen in Belgio, dove in venti minuti a testa «i due ex premier italiani, esempi differenti di fallimento politico in patria, hanno ripetuto la predica sulla competitività europea la cui condizione è peggiorata, e si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio», così Roberto Ciccarelli sul manifesto del 13 febbraio.
Sì, Letta ha imparato.
A non uscire dal giro, sicuramente.
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Sal Da Vinci (Ansa)
Al 76º Festival di Sanremo la vittoria di Sal Da Vinci assume il valore di una svolta simbolica: il pubblico premia un racconto tradizionale di amore e famiglia, dove fedeltà e melodico battono fluidità e mainstream, smentendo critica e pronostici.
Delitto perfetto nazionalpopolare. A sorpresa, il successo di Sal Da Vinci al 76º Festival di Sanremo è una piccola grande rivoluzione copernicana. Il trionfo della famiglia tradizionale. La consacrazione dell’amore e della fedeltà coniugale. Nel posto che di solito celebra la fluidità, le famiglie arcobaleno, i nuovi diritti. Un verdetto inatteso, ma non per tutti. In un’intervista di oltre un mese fa, Antonio Ricci aveva detto che qualcuno gli aveva parlato di lui come vincitore «forse per bruciarlo». Sulla Verità, non più tardi di sabato, si era ipotizzato: «Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci». Uno smacco per la critica. Una smentita clamorosa, come quelle di certi sondaggi politici sulle elezioni che poi danno risultati inattesi. Anche stavolta il popolo smentisce le élite e i suoi analisti blasonati che, fin dal primo giorno, hanno contestato lo spartito di Carlo Conti, colpevole di aver chiamato Laura Pausini che non canta Bella ciao, e di aver invitato Andrea Pucci, comico di destra. Figurarsi: un conduttore che definisce il suo «un Festival cristiano e democratico»; un direttore artistico che ha accolto solo dieci donne tra i trenta cantanti in gara. Soprattutto, colpevole di rivolgersi agli italiani, alle famiglie più che ai single, senza ambizioni intellettuali e bandiere mainstream.
I pasdaran della Sala stampa cercavano polemiche a tutti i costi. Tipo l’invito alla supermodella russa Irina Shayk, citata nei file di Epstein, per mandare un messaggio conciliante a Putin. Secondo gli editorialisti dei giornaloni invece era un Festival mediocre, senza guizzi, uno show della medietà. Il tutto trovava conferma nel calo degli ascolti. Che, in realtà, è da ridimensionare considerando la concorrenza delle partite di Champions League e la controprogrammazione di Mediaset e La7. E, tutt’altro che irrilevante, la messa in onda rispetto al 2025 due settimane più tardi, quando la platea è ridotta di circa due milioni. E la finale ha pur sempre totalizzato il 68,6% di share e 10,7 milioni di telespettatori.
Quanto alle canzoni anche quelle erano brutte, i cantanti sconosciuti, i fenomeni latitavano. Stavolta, chissà perché, nessuno chiedeva innovazione. E pazienza per la varietà dei generi, dal country al jazz al melodico, sottolineata dal direttore artistico. La critica si baloccava tra Ditonellapiaga, Serena Brancale ed Ermal Meta. Masini e Fedez no, perché il primo è ritenuto di destra e il secondo antipatico, tanto più che in L’acqua è più profonda di come sembra da sopra (Mondadori) ha saldato un po’ di conti con l’ambiente. Così le firme musicali gliel’hanno fatta pagare. Per il resto, smacco anche nella serata delle cover, quando, con Ditonellapiaga, Tony Pitony, nemico pubblico numero uno, metteva in scena un piccolo gioiello swing, tra Broadway e il Quartetto Cetra.
Intanto, Sal Da Vinci era sempre lì. A ogni esibizione l’Ariston s’infiammava. Lui cantava d’impeto, una pioggia di sentimenti tradizionali. Il giorno del matrimonio, il giuramento di fedeltà… E il pubblico in piedi, donne soprattutto, a tributargli lunghi applausi. Saranno napoletani, si pensava. Per sempre sì restava ai primi posti delle classifiche, ma nessuno ci credeva. Invece. «È la vittoria di un popolo e la vittoria di tutti quelli che hanno perseverato nel seguire un sogno», ha raccontato Sal Da Vinci dopo aver realizzato che è tutto vero. «Faccio questo mestiere da quando avevo sette anni e l’ho continuato con perseveranza tra cadute e salite ripide. Non è stato facile, ma è una vittoria di tutti quelli che vengono dal basso come me». Battuto di poco al Televoto da Sayf, il vincitore ha fatto il pieno nelle giurie di stampa, radio, tv e Web, dov’è folta la rappresentanza napoletana. E dove, come detto, non si è voluto premiare Male necessario di Fedez e Masini. Da Vinci andrà anche all’Eurovision, ha confermato agli scettici che sui social già contestano che ci si presenti con «questa roba qui»: «Portare la musica italiana fuori dal nostro Paese è un grande motivo di orgoglio», sottolinea indomito. In tanti masticano amaro.
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La morte di un bambino innocente di due anni è il segno inequivocabile che nel mondo c’è il male, il mistero del male: mysterium iniquitatis. Ma come da sempre insegna la tradizione cattolica, ci sono due tipi di male: il male fisico, che non dipende dall’uomo (come nel caso di un tumore inguaribile o nel caso di un terremoto che distrugge case e fa morire le persone) e il male morale, cioè quello che, diversamente dal primo, dipende dall’azione dell’uomo e si chiama appunto morale perché dietro a quel male c’è una colpa. Questo è il caso della morte del piccolo Domenico.
Domenico era un angelo venuto dal cielo che a due anni, sulla terra, ha incontrato quelli che la teologia chiama gli angeli decaduti: dei diavoli, delle persone che compiono il male e che hanno colpa di quel male e lo compiono perché non fanno il loro dovere. Ora quell’angelo in cielo prega per la mamma, per il papà e per i due fratelli che soffrono le pene dell’inferno per il male compiuto dagli uomini che dovevano salvare la vita di Domenico.
Ha detto bene la mamma: «Ho affidato la vita di mio figlio ai medici, e loro mi hanno tradito». È vero. Perché oltre a tradire la deontologia professionale hanno tradito la fiducia di una mamma che affidava loro il frutto del suo amore. Una mamma che durante tutte le fasi che hanno portato alla morte di Domenico aveva avuto l’intuizione, che solo una mamma può avere, che il suo angelo, in quei momenti, era nelle mani di coloro che non stavano facendo quello che avrebbero dovuto fare e che si rifiutavano anche di parlare, perché non sapevano cosa dire se non delle menzogne. In quei giorni terribili che hanno preceduto la morte del bambino, mamma Patrizia mi ha fatto venire in mente la Madonna ai piedi della Croce: una donna straziata dal dolore che vede la morte del Figlio che non ha compiuto alcun male, ma che è frutto del male compiuto dagli uomini.
C’è una frase molto celebre di Sant’Agostino che dice così: «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per le cose così come sono, il coraggio per cambiarle». Mamma Patrizia ha ampiamente dimostrato di avere tutte e due queste caratteristiche: lo sdegno che, però, dimostra con dignità - al contrario dei responsabili della morte di suo figlio, che non hanno neanche sentito il bisogno di scrivere una lettera alla famiglia o di incontrarla anche semplicemente per un gesto di umanità; e il coraggio di voler cambiare le cose, tanto da voler dar vita a una fondazione intitolata a Domenico e che si occupi di tutto ciò che non ha funzionato in questa vicenda: delle malefatte, dell’incompetenza inaccettabile, della disumanità dei comportamenti di fronte dei genitori distrutti.
Questo giornale, nel suo piccolo, vuole collaborare perché si è fatta giustizia e, almeno, come ha detto il figlio di Patrizia, il fratellino di Domenico, «gli sia fatta pagare» a chi ha sbagliato. Occorre che giustizia sia fatta in fretta perché si deve evitare che coloro che hanno fatto il male provino a nascondere ciò che deve essere conosciuto, provino a occultare quello che va visto, provino a concordare tra di loro una versione falsa e menzognera di quello che è successo.
Dopo la morte di Domenico sono accaduti fatti gravi: sta scoppiando una guerra, e di questi fatti ne accadranno di nuovi e di grande rilievo. Questo è un motivo in più per non attenuare l’attenzione, non spegnere i fari su questa vicenda favorendo, così, coloro che vorrebbero oscurarli perché ne va della loro vita e della loro professione: un processo giusto dovrà far luce sulle loro colpe.
La morte colpevole di un bimbo innocente non ha valenza inferiore a nessun altro fatto che possa accadere nel mondo. Non ha dignità minore tale da distogliere la tensione e concentrarla solo su altro. Questa mamma e questa famiglia debbono continuare a essere seguite, a essere aiutate, a essere incoraggiate perché la vicenda, le indagini e il processo non rappresentino un ulteriore via Crucis. Noi della Verità chiediamo giustizia per il piccolo Domenico. E non smetteremo di farlo. Per quanto mi riguarda non smetterò di farlo all’interno delle mie trasmissioni perché l’ho promesso alla mamma e gliel’ho promesso semplicemente perché lo ritengo un dovere.
Mi permetto di scrivere ancora una cosa, perché mamma Patrizia è una donna di fede. Il piccolo Domenico è dall’eternità che è scritto nel Libro della vita: la sua giornata è stata breve, troppo breve, inspiegabilmente breve, ma ora in quel Libro della vita vivrà eternamente, custodito dal Dio della vita che ascolterà le preghiere per il suo babbo, per la sua mamma, per i suoi fratellini. Questo non toglie nulla alla sofferenza e alla tragedia di questa famiglia, ma ci fa pensare al piccolo Domenico circondato da angeli buoni in una dimensione di eterna beatitudine. Lo pensiamo che gioca con gli altri bambini morti immaturamente e anche loro presenti nel Grande Libro della memoria di Dio.
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