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2019-06-23
Per fare geopolitica investiamo 61 miliardi
Oltre 61 miliardi di euro per fare geopolitica. A questa notevole cifra ammonta (nel 2018) lo stock di investimenti coperto di Sace, calcolato come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate, con un considerevole balzo in avanti (ben del 20,8%) rispetto all'anno precedente. Dentro quella somma, la parte del leone la fanno le garanzie (60,5 miliardi), mentre la quota restante (598 milioni) è costituita dal portafoglio crediti.
Scomponendo il portafoglio per aree geoeconomiche, emergono dati non scontati. Certo, l'Ue risulta prevedibilmente la prima area per esposizione (26,9%), ma è seguita a ruota da Medio Oriente e Nord Africa (26,5%, in crescita dal 24,1% del 2017), dalle Americhe (18,3%), dall'area cosiddetta dell'Europa emergente e dei Paesi Csi (16,1%, in salita dal 15,4%), poi dall'Africa Subsahariana (6,8%), e infine dall'Asia (5,3%).
La cosa interessante da notare è che, dal 2011 al 2018, quindi in un lasso di tempo tutto sommato contenuto, gli investimenti diretti italiani in Africa Subsahariana sono cresciuti da 13 a 23 miliardi (quasi un raddoppio) e quelli coperti da garanzie Sace nel frattempo sono addirittura quintuplicati.
Il che testimonia diverse cose: un percorso in crescita, una scommessa positiva anche in situazioni di rischio non piccolo, e soprattutto le opportunità via via maggiori che potrebbero dischiudersi se il sistema-paese facesse uno sforzo di accompagnamento ancora più consistente.
E allora mettiamo le cose in ordine. Sace-Simest è il polo dell'export e dell'internazionalizzazione del gruppo Cassa depositi e prestiti. Tocca a questo soggetto affiancare le imprese italiane nella loro proiezione internazionale e promuovere il made in Italy. Di più: in futuro, sarebbe auspicabile (a somiglianza di quanto fanno da decenni in modo incisivo e sistematico i nostri competitor: si pensi al caso emblematico della Francia) usare questa leva sempre più come un braccio geopolitico, come uno strumento di diplomazia commerciale, come un modo per irrobustire la presenza italiana in aree e teatri prioritariamente scelti, avendo in mente un disegno geostrategico organico. A ben vedere, starebbe proprio qui, nella riuscita di questo obiettivo, la migliore collaborazione possibile tra intrapresa privata e mano pubblica.
Nel rapporto sul 2018, Sace dà conto della sua attività, con numeri oggettivamente notevoli: nel triennio 2016-2018, sono state complessivamente mobilitate risorse per 71,8 miliardi (in crescita, peraltro: l'ultimo anno si è saliti a 28,6 miliardi, contro i 25,3 e i 17,9 dei due anni precedenti), con 21mila aziende servite (a cui sono cioè stati forniti strumenti assicurativo-finanziari), il 98% delle quali piccole e medie imprese. La logica è infatti quella di «mettere in filiera» imprese che altrimenti, per la loro dimensione contenuta, difficilmente potrebbero muoversi in autonomia in scenari troppo ampi e lontani, oppure quella di affiancare ad un grande contractor italiano una serie di subfornitori che - come nel caso precedente - da soli non riuscirebbero a entrare in partite troppo complesse.
Ma quali sono i Paesi emergenti su cui Sace ha puntato? Ecco alcune istantanee scattate nel report. In Brasile, Sace vede diversi «elementi di forza, dall'adeguato livello delle riserve valutarie a un debito estero contenuto in rapporto al Pil, oltre a un solido sistema finanziario». Quanto alla Russia, viene definita «un mercato di sbocco prioritario per l'export italiano, anche se deve compiere passi avanti nell'implementazione delle riforme strutturali e degli investimenti». Secondo Sace, migliora il business environment in India e Indonesia: «Pil a tassi del 5-7% e importanti piani di sviluppo infrastrutturale». Giudizio positivo anche sul Sudafrica: «Al di là di alcune incertezze elettorali, sembra possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Maggiori incognite per la Turchia: «La ripresa del paese sarà vincolata al mantenimento di una politica monetaria conservativa e a un'adeguata politica fiscale», scrive Sace. Mix di progressi e incognite per l'Argentina, «dove il governo sta pienamente rispettando il piano predisposto dal Fmi a fronte dei prestiti erogati per un totale di 56,3 miliardi di dollari». Ma all'orizzonte ci sono nuove elezioni a fine ottobre, e l'andamento dell'economia può essere un fattore decisivo per la riconferma del presidente Mauricio Macri (e, a cascata, anche per la sorte dell'accordo con il Fondo).
Sulla base di questo «check up» Paese per Paese, Sace formula quelle che chiama le sue «indicazioni per le imprese», con circa 20 Paesi suggeriti prioritariamente. E una raccomandazione (in fondo, è lo stesso principio che vale per i risparmi e gli investimenti privati): diversificare, non mettere tutte le uova in un solo paniere, costruire un mix equilibrato e bilanciato.
E quali sono le destinazioni consigliate? In ordine sparso: Russia, Brasile, India, Indonesia e Vietnam «come mercati emergenti destinati a ricoprire crescente importanza nel prossimo futuro». E ancora, definite «fra le migliori destinazioni in termini di rischi-opportunità», Emirati Arabi Uniti, Qatar, Colombia, Repubblica Ceca e Cina. Ovviamente ci sono anche gli Usa. Seguono paesi definiti «a rischiosità medio-elevata»: si tratta di mercati «in cui non sono scontati elevati rendimenti ma che possono comunque regalare ottime soddisfazioni ai nostri esportatori». L'identikit di Sace conduce a Marocco, Senegal e Kenya. Questi, dunque, i consigli di Sace-Simest per l'anno in corso.
Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l’avanzata di altri Paesi
Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Sace e Simest hanno mobilitato, sempre lo scorso anno, 28 miliardi e però hanno garantito uno stock complessivo di circa 61 miliardi. La capacità delle nostre aziende di muoversi nei meandri del mondo è nota. Lo fanno però spesso in ordine sparso. Il che non è assolutamente un fattore negativo, perché evidenzia il grande dinamismo del made in Italy. La geopolitica è però un'altra cosa e necessita di sostegno e supporto. Cioè, garanzie assicurative pubbliche per ridurre l'effetto rischio sulla singola impresa. Che sia un colosso come l'Eni o un consorzio di Pmi. Nel gran marasma dei cambiamenti avviato dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, l'Africa rappresenta l'opportunità bollente che il nostro Paese dovrebbe gestire. Per questo servono sempre più pinze e guanti di protezione. Se non si mobilita il denaro non si fa geopolitica. Secondo recenti dati Ispi, tra il 2018 e il 2022 le dieci economie subsahariane saranno tra i primi 20 Paesi con crescita maggiore. Contribuiranno alla crescita africana i 60 miliardi di dollari promessi dalla Cina durante l'ultimo Summit sino-africano, a inizio settembre, i 4 miliardi promessi da Theresa May durante il suo recente viaggio in Africa e gli altri impegni sottoscritti da Francia, India, Stati Uniti e Corea. Nel baillame non bisogna confondere i flussi commerciali con gli stock di investimenti. La Cina dal 2009 è il primo partner dell'Africa subsahariana, ma gli investimenti non hanno superato i 40 miliardi. I Paesi che storicamente hanno investito in Africa presentano infatti volumi più alti: 57 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, 55 per il Regno Unito e 49 per la Francia. Tuttavia, mentre i flussi di investimenti degli Stati Uniti sono stati poco costanti, quelli cinesi hanno seguito un andamento opposto. La Francia è in leggero calo, mentre il nostro Paese pur rimanendo indietro è passato da 13 miliardi a 23. I dati di copertura forniti da Sace e Simest segnano un decollo della strategia versa l'area subsahariana. Se aggiungiamo anche la parte Nord, ovvero il Maghreb, la presenza italiana è in costante crescita dal punto di vista numerico, mentre sul tema dei flussi commerciali non riesce a prendere il volo. È chiaro che allargare il perimetro delle coperture di Sace sarebbe fondamentale per trovare una spinta geopolitica. Serve però un'idea di base chiara. La Francia sa dove vuole andare. E nemmeno possiamo paragonarci alla Cina o alla Germania. Ma se il governo volesse insistere a Sud del Mediterraneo avrebbe due soli strumenti. La diplomazia classica e il sostegno alle aziende private incanalandone però le forze e le capacità di penetrazione. In queste settimane si discute di nomine per il colosso Sace. Prima dell'estate si troverà una soluzione in modo da non bloccare garanzie su grosse partite di export, ma ciò che conta è capire se Sace resterà nel perimetro della controllata Cdp. Il binomio è fondamentale se si vuole spingere sulle garanzia pubbliche come accade in Francia e in Germania. Cdp ha il motore e la liquidità per creare il perimetro, Sace il know how. Un divorzio tra le due entità toglierebbe carburante al sistema Italia. Visti i numeri della crescita e dell'impegno soprattutto in Africa, per noi area strategica, sarebbe un vero peccato.
Claudio Antonelli
Germania: malattia e cura del nostro export
Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.
Il report Sace sul 2018 lo mette nero su bianco, sotto il titolo: "L'Italia più lenta dell'eurozona ma l'export resiste". Spiega il rapporto: "«Come si colloca l'Italia all'interno di un quadro così complesso? Complice il graduale rallentamento della crescita e dell'interscambio globale, l'Italia ha messo a segno una crescita modesta (+0,8%), al di sotto della performance europea (+1,8%). Sul risultato hanno inciso anche le difficoltà di alcuni paesi europei, in primis la Germania, la cui economia è strettamente interconnessa a quella italiana».
A ben vedere, si tratta della conferma della diagnosi avanzata dallo stesso ministro Giovanni Tria a inizio aprile: «La parte più produttiva dell'Italia è ferma. C'è un rallentamento della crescita in Ue, perché si è fermato il motore, la Germania», e allora «si è fermata anche la parte più produttiva dell'Italia, quella del manifatturiero che esporta». E ancora: «L'Italia da 10 anni cresce un punto percentuale in meno del resto d'Europa, significa che la nostra economia è allo 'zero' mentre la Germania riesce a rimanere allo 0,7-0,8%».
Una ragione di più per riflettere su un modello economico "export led", cioè trainato dalle esportazioni e molto legato alle vecchie locomotive europee. Se quelle tirano, anche gli altri vagoni viaggiano velocemente: ma se c'è la frenata in testa, anche il resto del convoglio soffre. Si tratta cioè di un modello che è particolarmente vulnerabile agli shock esterni.
Rimedi? Rilanciare la domanda e i consumi interni. Da questo punto di vista, la strada maestra è proprio uno choc fiscale, una frustata positiva che induca i cittadini a consumare di più, le imprese ad assumere e investire, alimentando il circuito economico nazionale. Se poi, su un altro piano, anche le esportazioni torneranno a tirare di più, tanto meglio.
Spiega ancora Sace, passando a un'analisi più dettagliata: "In questo contesto, ancora una volta, le esportazioni dei beni Made in Italy hanno apportato un contributo positivo alla nostra economia. Nella consapevolezza che la crescita straordinaria del 2017, quando l'export aveva segnato un + 7,6%, difficilmente si sarebbe ripetuta, le vendite dei nostri prodotti all'estero nel 2018 sono aumentate del 3% in valore, raggiungendo quota 463 miliardi di euro e confermando sostanzialmente i volumi. Dato ancora più rilevante, se si considera che per il nono anno consecutivo il nostro export risulta in crescita. A differenza del 2017, sono stati i paesi dell'Ue a sostenere le vendite, mentre la crescita nei mercati extra-Ue è stata contenuta. Tuttavia, al di là dei confini dei 28 paesi membri, spiccano significative eccezioni, quali India e Stati Uniti". Quindi, nonostante il rallentamento del veicolo tedesco, resta fondamentale per noi l'interscambio con gli altri paesi Ue.
Quanto ai settori merceologici, per Sace "il traino è arrivato da farmaceutica, apparecchi elettronici, metalli, mezzi di trasporto e raffinati. L'export di beni della meccanica strumentale, principale settore dell'export italiano e per la domanda di coperture assicurative contro i rischi di mancato pagamento a medio-lungo termine, ha invece registrato un incremento di circa il 2%".
Daniele Capezzone
In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano
Non c'è solo la Libia. L'Africa sta diventando un problema per l'Italia e le sue aziende. Gli investimenti non sono a rischio solo tra Cirenaica e Tripolitania, ma in tutto il continente. La caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 ha contribuito a indebolirci un po' dappertutto, anche perché il rais era un punto di riferimento da Nord a Sud. Gheddafi era una figura centrale nella Lega Araba, aveva un rapporto molto stretto con Nelson Mandela e con diversi capi di Stato africani.
Gli altri nostri competitor, seppure all'interno dell'Unione europea, ne hanno approfittato, dalla Francia alla Germania. E questo nonostante negli ultimi anni l'impegno l'impegno economico delle aziende tricolore e le garanzie assicurative di Sace nel Continente nero siano quintuplicate. Basta confrontare il report 2011 con quello 2018 per rendersene conto. Se nel 2011, su uno stock di impegni di circa 34 miliardi Sace copriva l'1,8% per l'Africa subsahariana (circa 700 milioni) e il 17,7% per Medio Oriente e Nord Africa, sette anni dopo la cifra è cresciuta in modo esponenziale. Su un totale di 61,1 miliardi, +20,8% rispetto all'anno precedente (calcolata come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate), il 6,8% riguarda l'Africa subsahariana (circa 3,6 miliardi) e il 26,5% il Medio Oriente e il Nord Africa.
Il Sudafrica, spiega il rapporto annuale di Sace, è il «primo mercato per l'export italiano nell'Africa subsahariana, al di là di alcune incertezze legate particolarmente alle elezioni interne possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Per il resto un segnale positivo c'è... più aumenta il rischio più crescono le risorse garantite.
D'altra parte l'instabilità dell'Africa è sotto gli occhi di tutti. In Libia mercoledì scorso è stato danneggiato un magazzino appartenente alla Mellitah oil & gas, la joint-venture tra la National oil corporation (Noc) ed Eni. Sono rimasti feriti tre lavoratori. Si tratta del primo attacco confermato su una risorsa petrolifera straniera da quando le forze guidate da Khalifa Haftar hanno iniziato la loro avanzata verso Tripoli.
«Stiamo assistendo alla distruzione delle strutture della società sotto i nostri occhi», ha detto il presidente di Noc Mustafa Sanalla dopo l'incidente. Ha rincarato la dose Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli. «Quando una fazione o l'altra arriva ad attaccare la risorsa strategica petrolifera di un Paese, vuol dire che la situazione non ha più controllo e questo può essere solo il primo passo, un avvertimento su eventuali attacchi a infrastrutture strategiche della produzione petrolifera in Libia». Marsiglia ha aggiunto: «Nonostante il conflitto in atto in Libia, anche per noi del settore è una notizia che non ci lascia indifferenti e ci costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia».
Scendendo lungo la costa, l'Italia si ritrova con diversi problemi anche in Kenya, dove Cmc, la cooperativa per le costruzioni di Ravenna, è sotto inchiesta della magistratura per presunte tangenti pagate per la costruzioni di tre dighe. Gli investigatori stanno vagliando anche la posizione di Sace, che ha accompagnato la società nelle operazioni.
Infine anche l'Algeria inizia a essere instabile. La vecchia Finmeccanica, sta cercando di svilupparsi nel Nord Africa anche grazie Leonard helicopteres Algerie (Lha), la joint venture annunciata il 25 marzo con il ministero della Difesa algerino. Il progetto è sopravvissuto alla caduta dell'ex premier Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile scorso. Alla fine di maggio il team di lavoro è stato completato. Il generale Mouloud Belhadi è stato nominato presidente della joint venture, mentre Benjamin Farina, già capo vendite di Agustawestland nella zona, sarà l'ad. Nel consiglio di amministrazione siede anche Tommaso Pani. Il problema però è sempre lo stesso. Riuscirà la joint venture a sopravvivere anche al nuovo corso governativo? O anche qui i francesi cercheranno di approfittarsene come hanno già fatto in Libia, con Total all'assalto dei giacimenti petroliferi da anni gestiti da Eni?
Alessandro Da Rold
Con l’attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni
Il polo Sace Simest, controllata di Cassa depositi e prestiti, non accompagna solo le nostre piccole e medie imprese nel mondo, ma le aiuta anche per recuperare crediti assicurando che gli affari vadano a buon fine. Di questo si occupa Sace Srv, specializzata nel recupero crediti, che, nel 2018 «con 32,5 milioni di crediti recuperati conferma il suo ruolo di sostegno di ultima istanza per le imprese italiane che operano nel mondo», ha spiegato l'amministratore delegato Alessandro Decio.
Per affrontare i Paesi di frontiera, come in Africa o in Asia dove è difficile operare in sicurezza, Sace offre soluzioni assicurativo finanziarie «che consentono agli esportatori di vendere i loro prodotti e servizi in tutta sicurezza a condizioni concorrenziali». Oltre a ricevere assistenza in tutte le fasi dell'operazione (dalla valutazione del cliente estero al successivo ed eventuale recupero dei crediti) le aziende che si affidano a Sace sono messa nelle condizioni di proporre ai propri clienti esteri pacchetti finanziari con dilazioni di pagamento più estese, a tutto vantaggio della loro competitività. Questo consente di rispondere alle esigenze delle imprese di ogni dimensione, sia per importi piccoli - attraverso prodotti standardizzati e accessibili online - sia per operazioni più complesse che prevedono la strutturazione di linee di credito a medio lungo termine con il coinvolgimento delle banche.
In quest'ultima tipologia di operazioni, Simest può intervenire a ulteriore supporto offrendo un contributo in conto interessi e rendendo il pacchetto finanziario finale ancora più competitivo. Basti pensare che nel corso del 2018 Sace ha mobilitato complessivamente 14 miliardi di euro (in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente, -7%) a sostegno dell'export italiano, di cui 9 miliardi in sinergia con Simest, che è intervenuta attraverso l'erogazione di un contributo in conto interessi.
Inoltre quest'ultima ha accolto contributi su credito fornitore a valere sul Fondo 295/73 pari a 265 milioni di euro (in lieve incremento rispetto al 2017, +2%). L'area dell'Unione europea rappresenta il 35,6% delle nuove operazioni di credito all'esportazione sostenute nel 2018. Si tratta di un mercato tradizionale per l'export italiano che, complici le operazioni nel settore crocieristico, ha fatto registrare una forte crescita rispetto allo scorso anno.
In aumento anche le operazioni in Medio Oriente e Nord Africa (che rappresentano il 30,5% delle risorse mobilitate) con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi a trainare l'intera area, nell'Europa emergente e nei Paesi Csi (17,9%) in particolare Serbia e Azerbaijan, e nell'Africa subsahariana (8,3%) in cui spiccano geografie di «frontiera» e poco esplorate come Kenya, Zambia e Ghana.
I settori che maggiormente hanno beneficiato delle garanzie Sace sono il crocieristico (39,2%), comparto in cui la controllata di Cdp interviene anche a sostegno dell'intera filiera di Pmi subfornitrici dei grandi cantieri navali, l'elettrico (le risorse mobilitate a sostegno dell'export di questo settore sono aumentate del 61% e rappresentano l'8,1% del totale) e le infrastrutture e costruzioni (8%). Se si guarda invece alla numerosità di esportazioni, il settore che ha maggiormente beneficiato di questa operatività è l'industria meccanica (34%), comparto d'eccellenza dell'export Made in italy che coinvolge soprattutto le Pmi.
E poi c'è l'ultima istanza. Tramite Sace srv le nostra aziende possono recuperare crediti nel mondo. Nel 2018 sono stati gestiti 25.000 mandati, servendo oltre 2.700 imprese e recuperando crediti in Italia e all'estero per 32,5 milioni di euro. I Paesi in cui si sono conseguiti i più importanti recuperi dell'anno sono: Turkmenistan, Italia e Dubai.
Alessandro Da Rold
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Dal 2011 a oggi la controllata di Cdp raddoppia il perimetro di attività, soprattutto nelle zone a rischio. Siamo sempre indietro rispetto a Francia e Germania, ma nel Maghreb e in Medioriente a dispetto della vulgata il sistema Italia cresce a piccoli passi.Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l'avanzata di altri Paesi. Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Germania: malattia e cura del nostro export. Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano. Nell'area subsahariana, gli investimenti delle aziende passano da 700 milioni a 3,5 miliardi. Le garanzie pubbliche sul Maghreb salgono dal 17 al 26% dell'esposizione. Strategia? Riprendere terreno in Libia e Algeria. Con l'attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni. Il gruppo controllato da Cassa depositi e prestiti affianca le aziende anche in caso di problemi nei pagamenti. Disponibili sia pacchetti online per piccole somme, sia piani su misura. Lo speciale comprende cinque articoli.Oltre 61 miliardi di euro per fare geopolitica. A questa notevole cifra ammonta (nel 2018) lo stock di investimenti coperto di Sace, calcolato come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate, con un considerevole balzo in avanti (ben del 20,8%) rispetto all'anno precedente. Dentro quella somma, la parte del leone la fanno le garanzie (60,5 miliardi), mentre la quota restante (598 milioni) è costituita dal portafoglio crediti. Scomponendo il portafoglio per aree geoeconomiche, emergono dati non scontati. Certo, l'Ue risulta prevedibilmente la prima area per esposizione (26,9%), ma è seguita a ruota da Medio Oriente e Nord Africa (26,5%, in crescita dal 24,1% del 2017), dalle Americhe (18,3%), dall'area cosiddetta dell'Europa emergente e dei Paesi Csi (16,1%, in salita dal 15,4%), poi dall'Africa Subsahariana (6,8%), e infine dall'Asia (5,3%).La cosa interessante da notare è che, dal 2011 al 2018, quindi in un lasso di tempo tutto sommato contenuto, gli investimenti diretti italiani in Africa Subsahariana sono cresciuti da 13 a 23 miliardi (quasi un raddoppio) e quelli coperti da garanzie Sace nel frattempo sono addirittura quintuplicati. Il che testimonia diverse cose: un percorso in crescita, una scommessa positiva anche in situazioni di rischio non piccolo, e soprattutto le opportunità via via maggiori che potrebbero dischiudersi se il sistema-paese facesse uno sforzo di accompagnamento ancora più consistente.E allora mettiamo le cose in ordine. Sace-Simest è il polo dell'export e dell'internazionalizzazione del gruppo Cassa depositi e prestiti. Tocca a questo soggetto affiancare le imprese italiane nella loro proiezione internazionale e promuovere il made in Italy. Di più: in futuro, sarebbe auspicabile (a somiglianza di quanto fanno da decenni in modo incisivo e sistematico i nostri competitor: si pensi al caso emblematico della Francia) usare questa leva sempre più come un braccio geopolitico, come uno strumento di diplomazia commerciale, come un modo per irrobustire la presenza italiana in aree e teatri prioritariamente scelti, avendo in mente un disegno geostrategico organico. A ben vedere, starebbe proprio qui, nella riuscita di questo obiettivo, la migliore collaborazione possibile tra intrapresa privata e mano pubblica. Nel rapporto sul 2018, Sace dà conto della sua attività, con numeri oggettivamente notevoli: nel triennio 2016-2018, sono state complessivamente mobilitate risorse per 71,8 miliardi (in crescita, peraltro: l'ultimo anno si è saliti a 28,6 miliardi, contro i 25,3 e i 17,9 dei due anni precedenti), con 21mila aziende servite (a cui sono cioè stati forniti strumenti assicurativo-finanziari), il 98% delle quali piccole e medie imprese. La logica è infatti quella di «mettere in filiera» imprese che altrimenti, per la loro dimensione contenuta, difficilmente potrebbero muoversi in autonomia in scenari troppo ampi e lontani, oppure quella di affiancare ad un grande contractor italiano una serie di subfornitori che - come nel caso precedente - da soli non riuscirebbero a entrare in partite troppo complesse. Ma quali sono i Paesi emergenti su cui Sace ha puntato? Ecco alcune istantanee scattate nel report. In Brasile, Sace vede diversi «elementi di forza, dall'adeguato livello delle riserve valutarie a un debito estero contenuto in rapporto al Pil, oltre a un solido sistema finanziario». Quanto alla Russia, viene definita «un mercato di sbocco prioritario per l'export italiano, anche se deve compiere passi avanti nell'implementazione delle riforme strutturali e degli investimenti». Secondo Sace, migliora il business environment in India e Indonesia: «Pil a tassi del 5-7% e importanti piani di sviluppo infrastrutturale». Giudizio positivo anche sul Sudafrica: «Al di là di alcune incertezze elettorali, sembra possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Maggiori incognite per la Turchia: «La ripresa del paese sarà vincolata al mantenimento di una politica monetaria conservativa e a un'adeguata politica fiscale», scrive Sace. Mix di progressi e incognite per l'Argentina, «dove il governo sta pienamente rispettando il piano predisposto dal Fmi a fronte dei prestiti erogati per un totale di 56,3 miliardi di dollari». Ma all'orizzonte ci sono nuove elezioni a fine ottobre, e l'andamento dell'economia può essere un fattore decisivo per la riconferma del presidente Mauricio Macri (e, a cascata, anche per la sorte dell'accordo con il Fondo). Sulla base di questo «check up» Paese per Paese, Sace formula quelle che chiama le sue «indicazioni per le imprese», con circa 20 Paesi suggeriti prioritariamente. E una raccomandazione (in fondo, è lo stesso principio che vale per i risparmi e gli investimenti privati): diversificare, non mettere tutte le uova in un solo paniere, costruire un mix equilibrato e bilanciato. E quali sono le destinazioni consigliate? In ordine sparso: Russia, Brasile, India, Indonesia e Vietnam «come mercati emergenti destinati a ricoprire crescente importanza nel prossimo futuro». E ancora, definite «fra le migliori destinazioni in termini di rischi-opportunità», Emirati Arabi Uniti, Qatar, Colombia, Repubblica Ceca e Cina. Ovviamente ci sono anche gli Usa. Seguono paesi definiti «a rischiosità medio-elevata»: si tratta di mercati «in cui non sono scontati elevati rendimenti ma che possono comunque regalare ottime soddisfazioni ai nostri esportatori». L'identikit di Sace conduce a Marocco, Senegal e Kenya. Questi, dunque, i consigli di Sace-Simest per l'anno in corso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="strategie-e-garanzie-in-denaro-per-bilanciare-lavanzata-di-altri-paesi" data-post-id="2638951535" data-published-at="1781979251" data-use-pagination="False"> Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l’avanzata di altri Paesi Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Sace e Simest hanno mobilitato, sempre lo scorso anno, 28 miliardi e però hanno garantito uno stock complessivo di circa 61 miliardi. La capacità delle nostre aziende di muoversi nei meandri del mondo è nota. Lo fanno però spesso in ordine sparso. Il che non è assolutamente un fattore negativo, perché evidenzia il grande dinamismo del made in Italy. La geopolitica è però un'altra cosa e necessita di sostegno e supporto. Cioè, garanzie assicurative pubbliche per ridurre l'effetto rischio sulla singola impresa. Che sia un colosso come l'Eni o un consorzio di Pmi. Nel gran marasma dei cambiamenti avviato dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, l'Africa rappresenta l'opportunità bollente che il nostro Paese dovrebbe gestire. Per questo servono sempre più pinze e guanti di protezione. Se non si mobilita il denaro non si fa geopolitica. Secondo recenti dati Ispi, tra il 2018 e il 2022 le dieci economie subsahariane saranno tra i primi 20 Paesi con crescita maggiore. Contribuiranno alla crescita africana i 60 miliardi di dollari promessi dalla Cina durante l'ultimo Summit sino-africano, a inizio settembre, i 4 miliardi promessi da Theresa May durante il suo recente viaggio in Africa e gli altri impegni sottoscritti da Francia, India, Stati Uniti e Corea. Nel baillame non bisogna confondere i flussi commerciali con gli stock di investimenti. La Cina dal 2009 è il primo partner dell'Africa subsahariana, ma gli investimenti non hanno superato i 40 miliardi. I Paesi che storicamente hanno investito in Africa presentano infatti volumi più alti: 57 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, 55 per il Regno Unito e 49 per la Francia. Tuttavia, mentre i flussi di investimenti degli Stati Uniti sono stati poco costanti, quelli cinesi hanno seguito un andamento opposto. La Francia è in leggero calo, mentre il nostro Paese pur rimanendo indietro è passato da 13 miliardi a 23. I dati di copertura forniti da Sace e Simest segnano un decollo della strategia versa l'area subsahariana. Se aggiungiamo anche la parte Nord, ovvero il Maghreb, la presenza italiana è in costante crescita dal punto di vista numerico, mentre sul tema dei flussi commerciali non riesce a prendere il volo. È chiaro che allargare il perimetro delle coperture di Sace sarebbe fondamentale per trovare una spinta geopolitica. Serve però un'idea di base chiara. La Francia sa dove vuole andare. E nemmeno possiamo paragonarci alla Cina o alla Germania. Ma se il governo volesse insistere a Sud del Mediterraneo avrebbe due soli strumenti. La diplomazia classica e il sostegno alle aziende private incanalandone però le forze e le capacità di penetrazione. In queste settimane si discute di nomine per il colosso Sace. Prima dell'estate si troverà una soluzione in modo da non bloccare garanzie su grosse partite di export, ma ciò che conta è capire se Sace resterà nel perimetro della controllata Cdp. Il binomio è fondamentale se si vuole spingere sulle garanzia pubbliche come accade in Francia e in Germania. Cdp ha il motore e la liquidità per creare il perimetro, Sace il know how. Un divorzio tra le due entità toglierebbe carburante al sistema Italia. Visti i numeri della crescita e dell'impegno soprattutto in Africa, per noi area strategica, sarebbe un vero peccato. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="germania-malattia-e-cura-del-nostro-export" data-post-id="2638951535" data-published-at="1781979251" data-use-pagination="False"> Germania: malattia e cura del nostro export Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.Il report Sace sul 2018 lo mette nero su bianco, sotto il titolo: "L'Italia più lenta dell'eurozona ma l'export resiste". Spiega il rapporto: "«Come si colloca l'Italia all'interno di un quadro così complesso? Complice il graduale rallentamento della crescita e dell'interscambio globale, l'Italia ha messo a segno una crescita modesta (+0,8%), al di sotto della performance europea (+1,8%). Sul risultato hanno inciso anche le difficoltà di alcuni paesi europei, in primis la Germania, la cui economia è strettamente interconnessa a quella italiana». A ben vedere, si tratta della conferma della diagnosi avanzata dallo stesso ministro Giovanni Tria a inizio aprile: «La parte più produttiva dell'Italia è ferma. C'è un rallentamento della crescita in Ue, perché si è fermato il motore, la Germania», e allora «si è fermata anche la parte più produttiva dell'Italia, quella del manifatturiero che esporta». E ancora: «L'Italia da 10 anni cresce un punto percentuale in meno del resto d'Europa, significa che la nostra economia è allo 'zero' mentre la Germania riesce a rimanere allo 0,7-0,8%».Una ragione di più per riflettere su un modello economico "export led", cioè trainato dalle esportazioni e molto legato alle vecchie locomotive europee. Se quelle tirano, anche gli altri vagoni viaggiano velocemente: ma se c'è la frenata in testa, anche il resto del convoglio soffre. Si tratta cioè di un modello che è particolarmente vulnerabile agli shock esterni.Rimedi? Rilanciare la domanda e i consumi interni. Da questo punto di vista, la strada maestra è proprio uno choc fiscale, una frustata positiva che induca i cittadini a consumare di più, le imprese ad assumere e investire, alimentando il circuito economico nazionale. Se poi, su un altro piano, anche le esportazioni torneranno a tirare di più, tanto meglio.Spiega ancora Sace, passando a un'analisi più dettagliata: "In questo contesto, ancora una volta, le esportazioni dei beni Made in Italy hanno apportato un contributo positivo alla nostra economia. Nella consapevolezza che la crescita straordinaria del 2017, quando l'export aveva segnato un + 7,6%, difficilmente si sarebbe ripetuta, le vendite dei nostri prodotti all'estero nel 2018 sono aumentate del 3% in valore, raggiungendo quota 463 miliardi di euro e confermando sostanzialmente i volumi. Dato ancora più rilevante, se si considera che per il nono anno consecutivo il nostro export risulta in crescita. A differenza del 2017, sono stati i paesi dell'Ue a sostenere le vendite, mentre la crescita nei mercati extra-Ue è stata contenuta. Tuttavia, al di là dei confini dei 28 paesi membri, spiccano significative eccezioni, quali India e Stati Uniti". Quindi, nonostante il rallentamento del veicolo tedesco, resta fondamentale per noi l'interscambio con gli altri paesi Ue. Quanto ai settori merceologici, per Sace "il traino è arrivato da farmaceutica, apparecchi elettronici, metalli, mezzi di trasporto e raffinati. L'export di beni della meccanica strumentale, principale settore dell'export italiano e per la domanda di coperture assicurative contro i rischi di mancato pagamento a medio-lungo termine, ha invece registrato un incremento di circa il 2%". Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-7-anni-quintuplicate-le-risorse-destinate-al-continente-africano" data-post-id="2638951535" data-published-at="1781979251" data-use-pagination="False"> In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano Non c'è solo la Libia. L'Africa sta diventando un problema per l'Italia e le sue aziende. Gli investimenti non sono a rischio solo tra Cirenaica e Tripolitania, ma in tutto il continente. La caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 ha contribuito a indebolirci un po' dappertutto, anche perché il rais era un punto di riferimento da Nord a Sud. Gheddafi era una figura centrale nella Lega Araba, aveva un rapporto molto stretto con Nelson Mandela e con diversi capi di Stato africani. Gli altri nostri competitor, seppure all'interno dell'Unione europea, ne hanno approfittato, dalla Francia alla Germania. E questo nonostante negli ultimi anni l'impegno l'impegno economico delle aziende tricolore e le garanzie assicurative di Sace nel Continente nero siano quintuplicate. Basta confrontare il report 2011 con quello 2018 per rendersene conto. Se nel 2011, su uno stock di impegni di circa 34 miliardi Sace copriva l'1,8% per l'Africa subsahariana (circa 700 milioni) e il 17,7% per Medio Oriente e Nord Africa, sette anni dopo la cifra è cresciuta in modo esponenziale. Su un totale di 61,1 miliardi, +20,8% rispetto all'anno precedente (calcolata come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate), il 6,8% riguarda l'Africa subsahariana (circa 3,6 miliardi) e il 26,5% il Medio Oriente e il Nord Africa. Il Sudafrica, spiega il rapporto annuale di Sace, è il «primo mercato per l'export italiano nell'Africa subsahariana, al di là di alcune incertezze legate particolarmente alle elezioni interne possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Per il resto un segnale positivo c'è... più aumenta il rischio più crescono le risorse garantite. D'altra parte l'instabilità dell'Africa è sotto gli occhi di tutti. In Libia mercoledì scorso è stato danneggiato un magazzino appartenente alla Mellitah oil & gas, la joint-venture tra la National oil corporation (Noc) ed Eni. Sono rimasti feriti tre lavoratori. Si tratta del primo attacco confermato su una risorsa petrolifera straniera da quando le forze guidate da Khalifa Haftar hanno iniziato la loro avanzata verso Tripoli. «Stiamo assistendo alla distruzione delle strutture della società sotto i nostri occhi», ha detto il presidente di Noc Mustafa Sanalla dopo l'incidente. Ha rincarato la dose Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli. «Quando una fazione o l'altra arriva ad attaccare la risorsa strategica petrolifera di un Paese, vuol dire che la situazione non ha più controllo e questo può essere solo il primo passo, un avvertimento su eventuali attacchi a infrastrutture strategiche della produzione petrolifera in Libia». Marsiglia ha aggiunto: «Nonostante il conflitto in atto in Libia, anche per noi del settore è una notizia che non ci lascia indifferenti e ci costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia». Scendendo lungo la costa, l'Italia si ritrova con diversi problemi anche in Kenya, dove Cmc, la cooperativa per le costruzioni di Ravenna, è sotto inchiesta della magistratura per presunte tangenti pagate per la costruzioni di tre dighe. Gli investigatori stanno vagliando anche la posizione di Sace, che ha accompagnato la società nelle operazioni. Infine anche l'Algeria inizia a essere instabile. La vecchia Finmeccanica, sta cercando di svilupparsi nel Nord Africa anche grazie Leonard helicopteres Algerie (Lha), la joint venture annunciata il 25 marzo con il ministero della Difesa algerino. Il progetto è sopravvissuto alla caduta dell'ex premier Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile scorso. Alla fine di maggio il team di lavoro è stato completato. Il generale Mouloud Belhadi è stato nominato presidente della joint venture, mentre Benjamin Farina, già capo vendite di Agustawestland nella zona, sarà l'ad. Nel consiglio di amministrazione siede anche Tommaso Pani. Il problema però è sempre lo stesso. Riuscirà la joint venture a sopravvivere anche al nuovo corso governativo? O anche qui i francesi cercheranno di approfittarsene come hanno già fatto in Libia, con Total all'assalto dei giacimenti petroliferi da anni gestiti da Eni? Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-lattivita-di-recupero-crediti-riportati-nelle-casse-325-milioni" data-post-id="2638951535" data-published-at="1781979251" data-use-pagination="False"> Con l’attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni Il polo Sace Simest, controllata di Cassa depositi e prestiti, non accompagna solo le nostre piccole e medie imprese nel mondo, ma le aiuta anche per recuperare crediti assicurando che gli affari vadano a buon fine. Di questo si occupa Sace Srv, specializzata nel recupero crediti, che, nel 2018 «con 32,5 milioni di crediti recuperati conferma il suo ruolo di sostegno di ultima istanza per le imprese italiane che operano nel mondo», ha spiegato l'amministratore delegato Alessandro Decio. Per affrontare i Paesi di frontiera, come in Africa o in Asia dove è difficile operare in sicurezza, Sace offre soluzioni assicurativo finanziarie «che consentono agli esportatori di vendere i loro prodotti e servizi in tutta sicurezza a condizioni concorrenziali». Oltre a ricevere assistenza in tutte le fasi dell'operazione (dalla valutazione del cliente estero al successivo ed eventuale recupero dei crediti) le aziende che si affidano a Sace sono messa nelle condizioni di proporre ai propri clienti esteri pacchetti finanziari con dilazioni di pagamento più estese, a tutto vantaggio della loro competitività. Questo consente di rispondere alle esigenze delle imprese di ogni dimensione, sia per importi piccoli - attraverso prodotti standardizzati e accessibili online - sia per operazioni più complesse che prevedono la strutturazione di linee di credito a medio lungo termine con il coinvolgimento delle banche. In quest'ultima tipologia di operazioni, Simest può intervenire a ulteriore supporto offrendo un contributo in conto interessi e rendendo il pacchetto finanziario finale ancora più competitivo. Basti pensare che nel corso del 2018 Sace ha mobilitato complessivamente 14 miliardi di euro (in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente, -7%) a sostegno dell'export italiano, di cui 9 miliardi in sinergia con Simest, che è intervenuta attraverso l'erogazione di un contributo in conto interessi. Inoltre quest'ultima ha accolto contributi su credito fornitore a valere sul Fondo 295/73 pari a 265 milioni di euro (in lieve incremento rispetto al 2017, +2%). L'area dell'Unione europea rappresenta il 35,6% delle nuove operazioni di credito all'esportazione sostenute nel 2018. Si tratta di un mercato tradizionale per l'export italiano che, complici le operazioni nel settore crocieristico, ha fatto registrare una forte crescita rispetto allo scorso anno. In aumento anche le operazioni in Medio Oriente e Nord Africa (che rappresentano il 30,5% delle risorse mobilitate) con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi a trainare l'intera area, nell'Europa emergente e nei Paesi Csi (17,9%) in particolare Serbia e Azerbaijan, e nell'Africa subsahariana (8,3%) in cui spiccano geografie di «frontiera» e poco esplorate come Kenya, Zambia e Ghana. I settori che maggiormente hanno beneficiato delle garanzie Sace sono il crocieristico (39,2%), comparto in cui la controllata di Cdp interviene anche a sostegno dell'intera filiera di Pmi subfornitrici dei grandi cantieri navali, l'elettrico (le risorse mobilitate a sostegno dell'export di questo settore sono aumentate del 61% e rappresentano l'8,1% del totale) e le infrastrutture e costruzioni (8%). Se si guarda invece alla numerosità di esportazioni, il settore che ha maggiormente beneficiato di questa operatività è l'industria meccanica (34%), comparto d'eccellenza dell'export Made in italy che coinvolge soprattutto le Pmi. E poi c'è l'ultima istanza. Tramite Sace srv le nostra aziende possono recuperare crediti nel mondo. Nel 2018 sono stati gestiti 25.000 mandati, servendo oltre 2.700 imprese e recuperando crediti in Italia e all'estero per 32,5 milioni di euro. I Paesi in cui si sono conseguiti i più importanti recuperi dell'anno sono: Turkmenistan, Italia e Dubai. Alessandro Da Rold
Nel riquadro, lo stilista Brett Johnson
Settantacinque appuntamenti, tra cui 16 sfilate fisiche, 6 eventi digitali, 44 presentazioni, 2 presentazioni su appuntamento e 7 eventi speciali. Un programma ricco che testimonia la vitalità del settore e la capacità di Milano di attrarre brand affermati e nuove realtà creative. Questi i numeri della fashion week (19/23 giugno) dedicata all’abbigliamento da uomo. In calendario anche Brett Johnson, stilista americano specializzato nel lusso maschile di alta gamma. Ha lanciato il suo marchio durante la settimana della moda di New York nel 2013-2014 e successivamente ha trasferito il centro operativo a Milano, dove oggi ha showroom e uffici. Dietro a ogni sua collezione c’è molto di più: una visione della qualità fondata sull’artigianalità italiana, sul valore della permanenza e sulla volontà di costruire una nuova eredità culturale nel panorama internazionale dell’ultra-lusso. In questa conversazione, Brett Johnson racconta la sua idea di stile, il rapporto con il made in Italy e l’ambizione di creare una maison capace di lasciare un segno nella storia della moda contemporanea.
La Costiera Amalfitana è stata la principale fonte d’ispirazione per la Primavera-estate 2027. Quali emozioni o immagini desiderava tradurre in questa collezione?
«La Costiera ha qualcosa di magnetico, un luogo sospeso tra mare e roccia, dove la luce scolpisce le superfici, i colori si fondono con il paesaggio e il tempo sembra seguire un ritmo diverso. Ho voluto evocare la naturale eleganza del territorio sia attraverso i colori sia i materiali e le costruzioni. Ho scelto per questo il bianco della calce, le sfumature minerali della sabbia, l’acquamarina del mare, il verde salvia della vegetazione costiera. Ho voluto utilizzare lini superfini, cotoni mercerizzati, blend di seta e cotone, suede impalpabili e pelli ultraleggere, molto confortevoli. Anche il tailoring segue questa filosofia: le forme sono leggere, le strutture morbide e rilassate. Giacche destrutturate, pantaloni fluidi, bermuda sartoriali, overshit. Questa collezione racchiude un equilibrio perfetto tra eleganza disinvolta, artigianalità ed energia vibrante».
Nelle sue collezioni il concetto di «lusso silenzioso» emerge con grande forza. Come definirebbe oggi il vero lusso in un’epoca dominata dalla velocità e dall’ostentazione?
«Credo che oggi il vero lusso sia avere il tempo e la libertà di fare le cose nel modo giusto. Quando acquisti qualcosa, dovresti sapere che è stato prodotto con cura, con materiali straordinari e da artigiani capaci di valorizzare i capi. Questo, per me, è il lusso. In un mondo che corre sempre più veloce e premia l’ostentazione, penso che le persone sentano il bisogno di qualcosa di più autentico. Un abito non dovrebbe gridare per essere notato: dovrebbe parlare attraverso la sua costruzione, il comfort e il modo in cui ti fa sentire quando lo indossi. Il lusso è anche correttezza. È offrire il miglior prodotto possibile, realizzato con rispetto per chi lo crea e a un prezzo che rifletta il suo vero valore. Non mi interessa il lusso come simbolo di status. Mi interessa creare capi destinati a durare».
Lei lavora esclusivamente con manifatture d’eccellenza in Toscana e Umbria. Che cosa ha imparato dagli artigiani italiani e in che modo questa esperienza ha influenzato la sua visione creativa?
«Gli artigiani italiani mi hanno insegnato prima di tutto il rispetto. Rispetto per il materiale, per il tempo necessario a realizzare qualcosa bene e per un sapere che si tramanda da generazioni. Quando ho iniziato, non avevo una formazione tradizionale nella moda: ho imparato osservando, facendo domande e lavorando ogni giorno al loro fianco. È stata un’esperienza che ha cambiato completamente il mio modo di pensare il design. Oggi, quando sviluppo una collezione, non parto solo da un’idea estetica, ma da ciò che una manifattura è realmente in grado di esprimere al massimo livello. Credo che il miglior design nasca proprio da questo dialogo continuo tra creatività e artigianalità. L’Italia mi ha insegnato che l’eccellenza non è mai il risultato di una scorciatoia. È disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli. Lavorare con le manifatture in Toscana e in Umbria significa confrontarsi ogni giorno con persone che fanno questo mestiere da tutta la vita e che hanno un livello di competenza incredibile. Il mio ruolo è valorizzare quel patrimonio di conoscenze e trasformarlo in qualcosa di contemporaneo».
La ricerca delle materie prime è un elemento centrale del suo lavoro. Quando seleziona una pelle o un tessuto, quali caratteristiche cerca per capire se quel materiale è davvero straordinario?
«La prima cosa che cerco è il carattere. Un materiale straordinario non deve solo essere bello da vedere, deve trasmettere qualcosa già al primo contatto. Mi interessa la mano del tessuto, il modo in cui cade sul corpo, come reagisce al movimento e, soprattutto, come evolve nel tempo. Mi interessa capire se possiede un’autenticità che il cliente percepirà anche tra dieci anni. I materiali migliori hanno una qualità quasi silenziosa. Dietro una pelle o un tessuto ci sono persone, competenze e decenni di esperienza. Non acquisto semplicemente una materia prima: scelgo di lavorare con aziende che condividono i miei stessi valori. Se un materiale è eccellente ma nasce da una filiera che non rispetta le persone o il territorio, per me perde immediatamente gran parte del suo valore. La qualità non può essere separata dall’integrità».
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Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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