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2019-06-23
Per fare geopolitica investiamo 61 miliardi
Oltre 61 miliardi di euro per fare geopolitica. A questa notevole cifra ammonta (nel 2018) lo stock di investimenti coperto di Sace, calcolato come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate, con un considerevole balzo in avanti (ben del 20,8%) rispetto all'anno precedente. Dentro quella somma, la parte del leone la fanno le garanzie (60,5 miliardi), mentre la quota restante (598 milioni) è costituita dal portafoglio crediti.
Scomponendo il portafoglio per aree geoeconomiche, emergono dati non scontati. Certo, l'Ue risulta prevedibilmente la prima area per esposizione (26,9%), ma è seguita a ruota da Medio Oriente e Nord Africa (26,5%, in crescita dal 24,1% del 2017), dalle Americhe (18,3%), dall'area cosiddetta dell'Europa emergente e dei Paesi Csi (16,1%, in salita dal 15,4%), poi dall'Africa Subsahariana (6,8%), e infine dall'Asia (5,3%).
La cosa interessante da notare è che, dal 2011 al 2018, quindi in un lasso di tempo tutto sommato contenuto, gli investimenti diretti italiani in Africa Subsahariana sono cresciuti da 13 a 23 miliardi (quasi un raddoppio) e quelli coperti da garanzie Sace nel frattempo sono addirittura quintuplicati.
Il che testimonia diverse cose: un percorso in crescita, una scommessa positiva anche in situazioni di rischio non piccolo, e soprattutto le opportunità via via maggiori che potrebbero dischiudersi se il sistema-paese facesse uno sforzo di accompagnamento ancora più consistente.
E allora mettiamo le cose in ordine. Sace-Simest è il polo dell'export e dell'internazionalizzazione del gruppo Cassa depositi e prestiti. Tocca a questo soggetto affiancare le imprese italiane nella loro proiezione internazionale e promuovere il made in Italy. Di più: in futuro, sarebbe auspicabile (a somiglianza di quanto fanno da decenni in modo incisivo e sistematico i nostri competitor: si pensi al caso emblematico della Francia) usare questa leva sempre più come un braccio geopolitico, come uno strumento di diplomazia commerciale, come un modo per irrobustire la presenza italiana in aree e teatri prioritariamente scelti, avendo in mente un disegno geostrategico organico. A ben vedere, starebbe proprio qui, nella riuscita di questo obiettivo, la migliore collaborazione possibile tra intrapresa privata e mano pubblica.
Nel rapporto sul 2018, Sace dà conto della sua attività, con numeri oggettivamente notevoli: nel triennio 2016-2018, sono state complessivamente mobilitate risorse per 71,8 miliardi (in crescita, peraltro: l'ultimo anno si è saliti a 28,6 miliardi, contro i 25,3 e i 17,9 dei due anni precedenti), con 21mila aziende servite (a cui sono cioè stati forniti strumenti assicurativo-finanziari), il 98% delle quali piccole e medie imprese. La logica è infatti quella di «mettere in filiera» imprese che altrimenti, per la loro dimensione contenuta, difficilmente potrebbero muoversi in autonomia in scenari troppo ampi e lontani, oppure quella di affiancare ad un grande contractor italiano una serie di subfornitori che - come nel caso precedente - da soli non riuscirebbero a entrare in partite troppo complesse.
Ma quali sono i Paesi emergenti su cui Sace ha puntato? Ecco alcune istantanee scattate nel report. In Brasile, Sace vede diversi «elementi di forza, dall'adeguato livello delle riserve valutarie a un debito estero contenuto in rapporto al Pil, oltre a un solido sistema finanziario». Quanto alla Russia, viene definita «un mercato di sbocco prioritario per l'export italiano, anche se deve compiere passi avanti nell'implementazione delle riforme strutturali e degli investimenti». Secondo Sace, migliora il business environment in India e Indonesia: «Pil a tassi del 5-7% e importanti piani di sviluppo infrastrutturale». Giudizio positivo anche sul Sudafrica: «Al di là di alcune incertezze elettorali, sembra possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Maggiori incognite per la Turchia: «La ripresa del paese sarà vincolata al mantenimento di una politica monetaria conservativa e a un'adeguata politica fiscale», scrive Sace. Mix di progressi e incognite per l'Argentina, «dove il governo sta pienamente rispettando il piano predisposto dal Fmi a fronte dei prestiti erogati per un totale di 56,3 miliardi di dollari». Ma all'orizzonte ci sono nuove elezioni a fine ottobre, e l'andamento dell'economia può essere un fattore decisivo per la riconferma del presidente Mauricio Macri (e, a cascata, anche per la sorte dell'accordo con il Fondo).
Sulla base di questo «check up» Paese per Paese, Sace formula quelle che chiama le sue «indicazioni per le imprese», con circa 20 Paesi suggeriti prioritariamente. E una raccomandazione (in fondo, è lo stesso principio che vale per i risparmi e gli investimenti privati): diversificare, non mettere tutte le uova in un solo paniere, costruire un mix equilibrato e bilanciato.
E quali sono le destinazioni consigliate? In ordine sparso: Russia, Brasile, India, Indonesia e Vietnam «come mercati emergenti destinati a ricoprire crescente importanza nel prossimo futuro». E ancora, definite «fra le migliori destinazioni in termini di rischi-opportunità», Emirati Arabi Uniti, Qatar, Colombia, Repubblica Ceca e Cina. Ovviamente ci sono anche gli Usa. Seguono paesi definiti «a rischiosità medio-elevata»: si tratta di mercati «in cui non sono scontati elevati rendimenti ma che possono comunque regalare ottime soddisfazioni ai nostri esportatori». L'identikit di Sace conduce a Marocco, Senegal e Kenya. Questi, dunque, i consigli di Sace-Simest per l'anno in corso.
Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l’avanzata di altri Paesi
Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Sace e Simest hanno mobilitato, sempre lo scorso anno, 28 miliardi e però hanno garantito uno stock complessivo di circa 61 miliardi. La capacità delle nostre aziende di muoversi nei meandri del mondo è nota. Lo fanno però spesso in ordine sparso. Il che non è assolutamente un fattore negativo, perché evidenzia il grande dinamismo del made in Italy. La geopolitica è però un'altra cosa e necessita di sostegno e supporto. Cioè, garanzie assicurative pubbliche per ridurre l'effetto rischio sulla singola impresa. Che sia un colosso come l'Eni o un consorzio di Pmi. Nel gran marasma dei cambiamenti avviato dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, l'Africa rappresenta l'opportunità bollente che il nostro Paese dovrebbe gestire. Per questo servono sempre più pinze e guanti di protezione. Se non si mobilita il denaro non si fa geopolitica. Secondo recenti dati Ispi, tra il 2018 e il 2022 le dieci economie subsahariane saranno tra i primi 20 Paesi con crescita maggiore. Contribuiranno alla crescita africana i 60 miliardi di dollari promessi dalla Cina durante l'ultimo Summit sino-africano, a inizio settembre, i 4 miliardi promessi da Theresa May durante il suo recente viaggio in Africa e gli altri impegni sottoscritti da Francia, India, Stati Uniti e Corea. Nel baillame non bisogna confondere i flussi commerciali con gli stock di investimenti. La Cina dal 2009 è il primo partner dell'Africa subsahariana, ma gli investimenti non hanno superato i 40 miliardi. I Paesi che storicamente hanno investito in Africa presentano infatti volumi più alti: 57 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, 55 per il Regno Unito e 49 per la Francia. Tuttavia, mentre i flussi di investimenti degli Stati Uniti sono stati poco costanti, quelli cinesi hanno seguito un andamento opposto. La Francia è in leggero calo, mentre il nostro Paese pur rimanendo indietro è passato da 13 miliardi a 23. I dati di copertura forniti da Sace e Simest segnano un decollo della strategia versa l'area subsahariana. Se aggiungiamo anche la parte Nord, ovvero il Maghreb, la presenza italiana è in costante crescita dal punto di vista numerico, mentre sul tema dei flussi commerciali non riesce a prendere il volo. È chiaro che allargare il perimetro delle coperture di Sace sarebbe fondamentale per trovare una spinta geopolitica. Serve però un'idea di base chiara. La Francia sa dove vuole andare. E nemmeno possiamo paragonarci alla Cina o alla Germania. Ma se il governo volesse insistere a Sud del Mediterraneo avrebbe due soli strumenti. La diplomazia classica e il sostegno alle aziende private incanalandone però le forze e le capacità di penetrazione. In queste settimane si discute di nomine per il colosso Sace. Prima dell'estate si troverà una soluzione in modo da non bloccare garanzie su grosse partite di export, ma ciò che conta è capire se Sace resterà nel perimetro della controllata Cdp. Il binomio è fondamentale se si vuole spingere sulle garanzia pubbliche come accade in Francia e in Germania. Cdp ha il motore e la liquidità per creare il perimetro, Sace il know how. Un divorzio tra le due entità toglierebbe carburante al sistema Italia. Visti i numeri della crescita e dell'impegno soprattutto in Africa, per noi area strategica, sarebbe un vero peccato.
Claudio Antonelli
Germania: malattia e cura del nostro export
Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.
Il report Sace sul 2018 lo mette nero su bianco, sotto il titolo: "L'Italia più lenta dell'eurozona ma l'export resiste". Spiega il rapporto: "«Come si colloca l'Italia all'interno di un quadro così complesso? Complice il graduale rallentamento della crescita e dell'interscambio globale, l'Italia ha messo a segno una crescita modesta (+0,8%), al di sotto della performance europea (+1,8%). Sul risultato hanno inciso anche le difficoltà di alcuni paesi europei, in primis la Germania, la cui economia è strettamente interconnessa a quella italiana».
A ben vedere, si tratta della conferma della diagnosi avanzata dallo stesso ministro Giovanni Tria a inizio aprile: «La parte più produttiva dell'Italia è ferma. C'è un rallentamento della crescita in Ue, perché si è fermato il motore, la Germania», e allora «si è fermata anche la parte più produttiva dell'Italia, quella del manifatturiero che esporta». E ancora: «L'Italia da 10 anni cresce un punto percentuale in meno del resto d'Europa, significa che la nostra economia è allo 'zero' mentre la Germania riesce a rimanere allo 0,7-0,8%».
Una ragione di più per riflettere su un modello economico "export led", cioè trainato dalle esportazioni e molto legato alle vecchie locomotive europee. Se quelle tirano, anche gli altri vagoni viaggiano velocemente: ma se c'è la frenata in testa, anche il resto del convoglio soffre. Si tratta cioè di un modello che è particolarmente vulnerabile agli shock esterni.
Rimedi? Rilanciare la domanda e i consumi interni. Da questo punto di vista, la strada maestra è proprio uno choc fiscale, una frustata positiva che induca i cittadini a consumare di più, le imprese ad assumere e investire, alimentando il circuito economico nazionale. Se poi, su un altro piano, anche le esportazioni torneranno a tirare di più, tanto meglio.
Spiega ancora Sace, passando a un'analisi più dettagliata: "In questo contesto, ancora una volta, le esportazioni dei beni Made in Italy hanno apportato un contributo positivo alla nostra economia. Nella consapevolezza che la crescita straordinaria del 2017, quando l'export aveva segnato un + 7,6%, difficilmente si sarebbe ripetuta, le vendite dei nostri prodotti all'estero nel 2018 sono aumentate del 3% in valore, raggiungendo quota 463 miliardi di euro e confermando sostanzialmente i volumi. Dato ancora più rilevante, se si considera che per il nono anno consecutivo il nostro export risulta in crescita. A differenza del 2017, sono stati i paesi dell'Ue a sostenere le vendite, mentre la crescita nei mercati extra-Ue è stata contenuta. Tuttavia, al di là dei confini dei 28 paesi membri, spiccano significative eccezioni, quali India e Stati Uniti". Quindi, nonostante il rallentamento del veicolo tedesco, resta fondamentale per noi l'interscambio con gli altri paesi Ue.
Quanto ai settori merceologici, per Sace "il traino è arrivato da farmaceutica, apparecchi elettronici, metalli, mezzi di trasporto e raffinati. L'export di beni della meccanica strumentale, principale settore dell'export italiano e per la domanda di coperture assicurative contro i rischi di mancato pagamento a medio-lungo termine, ha invece registrato un incremento di circa il 2%".
Daniele Capezzone
In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano
Non c'è solo la Libia. L'Africa sta diventando un problema per l'Italia e le sue aziende. Gli investimenti non sono a rischio solo tra Cirenaica e Tripolitania, ma in tutto il continente. La caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 ha contribuito a indebolirci un po' dappertutto, anche perché il rais era un punto di riferimento da Nord a Sud. Gheddafi era una figura centrale nella Lega Araba, aveva un rapporto molto stretto con Nelson Mandela e con diversi capi di Stato africani.
Gli altri nostri competitor, seppure all'interno dell'Unione europea, ne hanno approfittato, dalla Francia alla Germania. E questo nonostante negli ultimi anni l'impegno l'impegno economico delle aziende tricolore e le garanzie assicurative di Sace nel Continente nero siano quintuplicate. Basta confrontare il report 2011 con quello 2018 per rendersene conto. Se nel 2011, su uno stock di impegni di circa 34 miliardi Sace copriva l'1,8% per l'Africa subsahariana (circa 700 milioni) e il 17,7% per Medio Oriente e Nord Africa, sette anni dopo la cifra è cresciuta in modo esponenziale. Su un totale di 61,1 miliardi, +20,8% rispetto all'anno precedente (calcolata come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate), il 6,8% riguarda l'Africa subsahariana (circa 3,6 miliardi) e il 26,5% il Medio Oriente e il Nord Africa.
Il Sudafrica, spiega il rapporto annuale di Sace, è il «primo mercato per l'export italiano nell'Africa subsahariana, al di là di alcune incertezze legate particolarmente alle elezioni interne possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Per il resto un segnale positivo c'è... più aumenta il rischio più crescono le risorse garantite.
D'altra parte l'instabilità dell'Africa è sotto gli occhi di tutti. In Libia mercoledì scorso è stato danneggiato un magazzino appartenente alla Mellitah oil & gas, la joint-venture tra la National oil corporation (Noc) ed Eni. Sono rimasti feriti tre lavoratori. Si tratta del primo attacco confermato su una risorsa petrolifera straniera da quando le forze guidate da Khalifa Haftar hanno iniziato la loro avanzata verso Tripoli.
«Stiamo assistendo alla distruzione delle strutture della società sotto i nostri occhi», ha detto il presidente di Noc Mustafa Sanalla dopo l'incidente. Ha rincarato la dose Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli. «Quando una fazione o l'altra arriva ad attaccare la risorsa strategica petrolifera di un Paese, vuol dire che la situazione non ha più controllo e questo può essere solo il primo passo, un avvertimento su eventuali attacchi a infrastrutture strategiche della produzione petrolifera in Libia». Marsiglia ha aggiunto: «Nonostante il conflitto in atto in Libia, anche per noi del settore è una notizia che non ci lascia indifferenti e ci costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia».
Scendendo lungo la costa, l'Italia si ritrova con diversi problemi anche in Kenya, dove Cmc, la cooperativa per le costruzioni di Ravenna, è sotto inchiesta della magistratura per presunte tangenti pagate per la costruzioni di tre dighe. Gli investigatori stanno vagliando anche la posizione di Sace, che ha accompagnato la società nelle operazioni.
Infine anche l'Algeria inizia a essere instabile. La vecchia Finmeccanica, sta cercando di svilupparsi nel Nord Africa anche grazie Leonard helicopteres Algerie (Lha), la joint venture annunciata il 25 marzo con il ministero della Difesa algerino. Il progetto è sopravvissuto alla caduta dell'ex premier Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile scorso. Alla fine di maggio il team di lavoro è stato completato. Il generale Mouloud Belhadi è stato nominato presidente della joint venture, mentre Benjamin Farina, già capo vendite di Agustawestland nella zona, sarà l'ad. Nel consiglio di amministrazione siede anche Tommaso Pani. Il problema però è sempre lo stesso. Riuscirà la joint venture a sopravvivere anche al nuovo corso governativo? O anche qui i francesi cercheranno di approfittarsene come hanno già fatto in Libia, con Total all'assalto dei giacimenti petroliferi da anni gestiti da Eni?
Alessandro Da Rold
Con l’attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni
Il polo Sace Simest, controllata di Cassa depositi e prestiti, non accompagna solo le nostre piccole e medie imprese nel mondo, ma le aiuta anche per recuperare crediti assicurando che gli affari vadano a buon fine. Di questo si occupa Sace Srv, specializzata nel recupero crediti, che, nel 2018 «con 32,5 milioni di crediti recuperati conferma il suo ruolo di sostegno di ultima istanza per le imprese italiane che operano nel mondo», ha spiegato l'amministratore delegato Alessandro Decio.
Per affrontare i Paesi di frontiera, come in Africa o in Asia dove è difficile operare in sicurezza, Sace offre soluzioni assicurativo finanziarie «che consentono agli esportatori di vendere i loro prodotti e servizi in tutta sicurezza a condizioni concorrenziali». Oltre a ricevere assistenza in tutte le fasi dell'operazione (dalla valutazione del cliente estero al successivo ed eventuale recupero dei crediti) le aziende che si affidano a Sace sono messa nelle condizioni di proporre ai propri clienti esteri pacchetti finanziari con dilazioni di pagamento più estese, a tutto vantaggio della loro competitività. Questo consente di rispondere alle esigenze delle imprese di ogni dimensione, sia per importi piccoli - attraverso prodotti standardizzati e accessibili online - sia per operazioni più complesse che prevedono la strutturazione di linee di credito a medio lungo termine con il coinvolgimento delle banche.
In quest'ultima tipologia di operazioni, Simest può intervenire a ulteriore supporto offrendo un contributo in conto interessi e rendendo il pacchetto finanziario finale ancora più competitivo. Basti pensare che nel corso del 2018 Sace ha mobilitato complessivamente 14 miliardi di euro (in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente, -7%) a sostegno dell'export italiano, di cui 9 miliardi in sinergia con Simest, che è intervenuta attraverso l'erogazione di un contributo in conto interessi.
Inoltre quest'ultima ha accolto contributi su credito fornitore a valere sul Fondo 295/73 pari a 265 milioni di euro (in lieve incremento rispetto al 2017, +2%). L'area dell'Unione europea rappresenta il 35,6% delle nuove operazioni di credito all'esportazione sostenute nel 2018. Si tratta di un mercato tradizionale per l'export italiano che, complici le operazioni nel settore crocieristico, ha fatto registrare una forte crescita rispetto allo scorso anno.
In aumento anche le operazioni in Medio Oriente e Nord Africa (che rappresentano il 30,5% delle risorse mobilitate) con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi a trainare l'intera area, nell'Europa emergente e nei Paesi Csi (17,9%) in particolare Serbia e Azerbaijan, e nell'Africa subsahariana (8,3%) in cui spiccano geografie di «frontiera» e poco esplorate come Kenya, Zambia e Ghana.
I settori che maggiormente hanno beneficiato delle garanzie Sace sono il crocieristico (39,2%), comparto in cui la controllata di Cdp interviene anche a sostegno dell'intera filiera di Pmi subfornitrici dei grandi cantieri navali, l'elettrico (le risorse mobilitate a sostegno dell'export di questo settore sono aumentate del 61% e rappresentano l'8,1% del totale) e le infrastrutture e costruzioni (8%). Se si guarda invece alla numerosità di esportazioni, il settore che ha maggiormente beneficiato di questa operatività è l'industria meccanica (34%), comparto d'eccellenza dell'export Made in italy che coinvolge soprattutto le Pmi.
E poi c'è l'ultima istanza. Tramite Sace srv le nostra aziende possono recuperare crediti nel mondo. Nel 2018 sono stati gestiti 25.000 mandati, servendo oltre 2.700 imprese e recuperando crediti in Italia e all'estero per 32,5 milioni di euro. I Paesi in cui si sono conseguiti i più importanti recuperi dell'anno sono: Turkmenistan, Italia e Dubai.
Alessandro Da Rold
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Dal 2011 a oggi la controllata di Cdp raddoppia il perimetro di attività, soprattutto nelle zone a rischio. Siamo sempre indietro rispetto a Francia e Germania, ma nel Maghreb e in Medioriente a dispetto della vulgata il sistema Italia cresce a piccoli passi.Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l'avanzata di altri Paesi. Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Germania: malattia e cura del nostro export. Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano. Nell'area subsahariana, gli investimenti delle aziende passano da 700 milioni a 3,5 miliardi. Le garanzie pubbliche sul Maghreb salgono dal 17 al 26% dell'esposizione. Strategia? Riprendere terreno in Libia e Algeria. Con l'attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni. Il gruppo controllato da Cassa depositi e prestiti affianca le aziende anche in caso di problemi nei pagamenti. Disponibili sia pacchetti online per piccole somme, sia piani su misura. Lo speciale comprende cinque articoli.Oltre 61 miliardi di euro per fare geopolitica. A questa notevole cifra ammonta (nel 2018) lo stock di investimenti coperto di Sace, calcolato come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate, con un considerevole balzo in avanti (ben del 20,8%) rispetto all'anno precedente. Dentro quella somma, la parte del leone la fanno le garanzie (60,5 miliardi), mentre la quota restante (598 milioni) è costituita dal portafoglio crediti. Scomponendo il portafoglio per aree geoeconomiche, emergono dati non scontati. Certo, l'Ue risulta prevedibilmente la prima area per esposizione (26,9%), ma è seguita a ruota da Medio Oriente e Nord Africa (26,5%, in crescita dal 24,1% del 2017), dalle Americhe (18,3%), dall'area cosiddetta dell'Europa emergente e dei Paesi Csi (16,1%, in salita dal 15,4%), poi dall'Africa Subsahariana (6,8%), e infine dall'Asia (5,3%).La cosa interessante da notare è che, dal 2011 al 2018, quindi in un lasso di tempo tutto sommato contenuto, gli investimenti diretti italiani in Africa Subsahariana sono cresciuti da 13 a 23 miliardi (quasi un raddoppio) e quelli coperti da garanzie Sace nel frattempo sono addirittura quintuplicati. Il che testimonia diverse cose: un percorso in crescita, una scommessa positiva anche in situazioni di rischio non piccolo, e soprattutto le opportunità via via maggiori che potrebbero dischiudersi se il sistema-paese facesse uno sforzo di accompagnamento ancora più consistente.E allora mettiamo le cose in ordine. Sace-Simest è il polo dell'export e dell'internazionalizzazione del gruppo Cassa depositi e prestiti. Tocca a questo soggetto affiancare le imprese italiane nella loro proiezione internazionale e promuovere il made in Italy. Di più: in futuro, sarebbe auspicabile (a somiglianza di quanto fanno da decenni in modo incisivo e sistematico i nostri competitor: si pensi al caso emblematico della Francia) usare questa leva sempre più come un braccio geopolitico, come uno strumento di diplomazia commerciale, come un modo per irrobustire la presenza italiana in aree e teatri prioritariamente scelti, avendo in mente un disegno geostrategico organico. A ben vedere, starebbe proprio qui, nella riuscita di questo obiettivo, la migliore collaborazione possibile tra intrapresa privata e mano pubblica. Nel rapporto sul 2018, Sace dà conto della sua attività, con numeri oggettivamente notevoli: nel triennio 2016-2018, sono state complessivamente mobilitate risorse per 71,8 miliardi (in crescita, peraltro: l'ultimo anno si è saliti a 28,6 miliardi, contro i 25,3 e i 17,9 dei due anni precedenti), con 21mila aziende servite (a cui sono cioè stati forniti strumenti assicurativo-finanziari), il 98% delle quali piccole e medie imprese. La logica è infatti quella di «mettere in filiera» imprese che altrimenti, per la loro dimensione contenuta, difficilmente potrebbero muoversi in autonomia in scenari troppo ampi e lontani, oppure quella di affiancare ad un grande contractor italiano una serie di subfornitori che - come nel caso precedente - da soli non riuscirebbero a entrare in partite troppo complesse. Ma quali sono i Paesi emergenti su cui Sace ha puntato? Ecco alcune istantanee scattate nel report. In Brasile, Sace vede diversi «elementi di forza, dall'adeguato livello delle riserve valutarie a un debito estero contenuto in rapporto al Pil, oltre a un solido sistema finanziario». Quanto alla Russia, viene definita «un mercato di sbocco prioritario per l'export italiano, anche se deve compiere passi avanti nell'implementazione delle riforme strutturali e degli investimenti». Secondo Sace, migliora il business environment in India e Indonesia: «Pil a tassi del 5-7% e importanti piani di sviluppo infrastrutturale». Giudizio positivo anche sul Sudafrica: «Al di là di alcune incertezze elettorali, sembra possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Maggiori incognite per la Turchia: «La ripresa del paese sarà vincolata al mantenimento di una politica monetaria conservativa e a un'adeguata politica fiscale», scrive Sace. Mix di progressi e incognite per l'Argentina, «dove il governo sta pienamente rispettando il piano predisposto dal Fmi a fronte dei prestiti erogati per un totale di 56,3 miliardi di dollari». Ma all'orizzonte ci sono nuove elezioni a fine ottobre, e l'andamento dell'economia può essere un fattore decisivo per la riconferma del presidente Mauricio Macri (e, a cascata, anche per la sorte dell'accordo con il Fondo). Sulla base di questo «check up» Paese per Paese, Sace formula quelle che chiama le sue «indicazioni per le imprese», con circa 20 Paesi suggeriti prioritariamente. E una raccomandazione (in fondo, è lo stesso principio che vale per i risparmi e gli investimenti privati): diversificare, non mettere tutte le uova in un solo paniere, costruire un mix equilibrato e bilanciato. E quali sono le destinazioni consigliate? In ordine sparso: Russia, Brasile, India, Indonesia e Vietnam «come mercati emergenti destinati a ricoprire crescente importanza nel prossimo futuro». E ancora, definite «fra le migliori destinazioni in termini di rischi-opportunità», Emirati Arabi Uniti, Qatar, Colombia, Repubblica Ceca e Cina. Ovviamente ci sono anche gli Usa. Seguono paesi definiti «a rischiosità medio-elevata»: si tratta di mercati «in cui non sono scontati elevati rendimenti ma che possono comunque regalare ottime soddisfazioni ai nostri esportatori». L'identikit di Sace conduce a Marocco, Senegal e Kenya. Questi, dunque, i consigli di Sace-Simest per l'anno in corso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="strategie-e-garanzie-in-denaro-per-bilanciare-lavanzata-di-altri-paesi" data-post-id="2638951535" data-published-at="1778867895" data-use-pagination="False"> Strategie e garanzie in denaro per bilanciare l’avanzata di altri Paesi Dei circa 46 miliardi di euro che il sistema Paese ha investito all'estero solo una parte ricade sotto le ali della protezione pubblica. Sace e Simest hanno mobilitato, sempre lo scorso anno, 28 miliardi e però hanno garantito uno stock complessivo di circa 61 miliardi. La capacità delle nostre aziende di muoversi nei meandri del mondo è nota. Lo fanno però spesso in ordine sparso. Il che non è assolutamente un fattore negativo, perché evidenzia il grande dinamismo del made in Italy. La geopolitica è però un'altra cosa e necessita di sostegno e supporto. Cioè, garanzie assicurative pubbliche per ridurre l'effetto rischio sulla singola impresa. Che sia un colosso come l'Eni o un consorzio di Pmi. Nel gran marasma dei cambiamenti avviato dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, l'Africa rappresenta l'opportunità bollente che il nostro Paese dovrebbe gestire. Per questo servono sempre più pinze e guanti di protezione. Se non si mobilita il denaro non si fa geopolitica. Secondo recenti dati Ispi, tra il 2018 e il 2022 le dieci economie subsahariane saranno tra i primi 20 Paesi con crescita maggiore. Contribuiranno alla crescita africana i 60 miliardi di dollari promessi dalla Cina durante l'ultimo Summit sino-africano, a inizio settembre, i 4 miliardi promessi da Theresa May durante il suo recente viaggio in Africa e gli altri impegni sottoscritti da Francia, India, Stati Uniti e Corea. Nel baillame non bisogna confondere i flussi commerciali con gli stock di investimenti. La Cina dal 2009 è il primo partner dell'Africa subsahariana, ma gli investimenti non hanno superato i 40 miliardi. I Paesi che storicamente hanno investito in Africa presentano infatti volumi più alti: 57 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, 55 per il Regno Unito e 49 per la Francia. Tuttavia, mentre i flussi di investimenti degli Stati Uniti sono stati poco costanti, quelli cinesi hanno seguito un andamento opposto. La Francia è in leggero calo, mentre il nostro Paese pur rimanendo indietro è passato da 13 miliardi a 23. I dati di copertura forniti da Sace e Simest segnano un decollo della strategia versa l'area subsahariana. Se aggiungiamo anche la parte Nord, ovvero il Maghreb, la presenza italiana è in costante crescita dal punto di vista numerico, mentre sul tema dei flussi commerciali non riesce a prendere il volo. È chiaro che allargare il perimetro delle coperture di Sace sarebbe fondamentale per trovare una spinta geopolitica. Serve però un'idea di base chiara. La Francia sa dove vuole andare. E nemmeno possiamo paragonarci alla Cina o alla Germania. Ma se il governo volesse insistere a Sud del Mediterraneo avrebbe due soli strumenti. La diplomazia classica e il sostegno alle aziende private incanalandone però le forze e le capacità di penetrazione. In queste settimane si discute di nomine per il colosso Sace. Prima dell'estate si troverà una soluzione in modo da non bloccare garanzie su grosse partite di export, ma ciò che conta è capire se Sace resterà nel perimetro della controllata Cdp. Il binomio è fondamentale se si vuole spingere sulle garanzia pubbliche come accade in Francia e in Germania. Cdp ha il motore e la liquidità per creare il perimetro, Sace il know how. Un divorzio tra le due entità toglierebbe carburante al sistema Italia. Visti i numeri della crescita e dell'impegno soprattutto in Africa, per noi area strategica, sarebbe un vero peccato. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="germania-malattia-e-cura-del-nostro-export" data-post-id="2638951535" data-published-at="1778867895" data-use-pagination="False"> Germania: malattia e cura del nostro export Un passaggio significativo nel rapporto annuale Sace è quello legato al rapporto tra economia italiana ed economia tedesca. Legame tante volte letto – dagli eurolirici ortodossi – in termini positivi, ma che stavolta si mostra anche nel suo aspetto negativo: la frenata tedesca come causa del conseguente rallentamento italiano.Il report Sace sul 2018 lo mette nero su bianco, sotto il titolo: "L'Italia più lenta dell'eurozona ma l'export resiste". Spiega il rapporto: "«Come si colloca l'Italia all'interno di un quadro così complesso? Complice il graduale rallentamento della crescita e dell'interscambio globale, l'Italia ha messo a segno una crescita modesta (+0,8%), al di sotto della performance europea (+1,8%). Sul risultato hanno inciso anche le difficoltà di alcuni paesi europei, in primis la Germania, la cui economia è strettamente interconnessa a quella italiana». A ben vedere, si tratta della conferma della diagnosi avanzata dallo stesso ministro Giovanni Tria a inizio aprile: «La parte più produttiva dell'Italia è ferma. C'è un rallentamento della crescita in Ue, perché si è fermato il motore, la Germania», e allora «si è fermata anche la parte più produttiva dell'Italia, quella del manifatturiero che esporta». E ancora: «L'Italia da 10 anni cresce un punto percentuale in meno del resto d'Europa, significa che la nostra economia è allo 'zero' mentre la Germania riesce a rimanere allo 0,7-0,8%».Una ragione di più per riflettere su un modello economico "export led", cioè trainato dalle esportazioni e molto legato alle vecchie locomotive europee. Se quelle tirano, anche gli altri vagoni viaggiano velocemente: ma se c'è la frenata in testa, anche il resto del convoglio soffre. Si tratta cioè di un modello che è particolarmente vulnerabile agli shock esterni.Rimedi? Rilanciare la domanda e i consumi interni. Da questo punto di vista, la strada maestra è proprio uno choc fiscale, una frustata positiva che induca i cittadini a consumare di più, le imprese ad assumere e investire, alimentando il circuito economico nazionale. Se poi, su un altro piano, anche le esportazioni torneranno a tirare di più, tanto meglio.Spiega ancora Sace, passando a un'analisi più dettagliata: "In questo contesto, ancora una volta, le esportazioni dei beni Made in Italy hanno apportato un contributo positivo alla nostra economia. Nella consapevolezza che la crescita straordinaria del 2017, quando l'export aveva segnato un + 7,6%, difficilmente si sarebbe ripetuta, le vendite dei nostri prodotti all'estero nel 2018 sono aumentate del 3% in valore, raggiungendo quota 463 miliardi di euro e confermando sostanzialmente i volumi. Dato ancora più rilevante, se si considera che per il nono anno consecutivo il nostro export risulta in crescita. A differenza del 2017, sono stati i paesi dell'Ue a sostenere le vendite, mentre la crescita nei mercati extra-Ue è stata contenuta. Tuttavia, al di là dei confini dei 28 paesi membri, spiccano significative eccezioni, quali India e Stati Uniti". Quindi, nonostante il rallentamento del veicolo tedesco, resta fondamentale per noi l'interscambio con gli altri paesi Ue. Quanto ai settori merceologici, per Sace "il traino è arrivato da farmaceutica, apparecchi elettronici, metalli, mezzi di trasporto e raffinati. L'export di beni della meccanica strumentale, principale settore dell'export italiano e per la domanda di coperture assicurative contro i rischi di mancato pagamento a medio-lungo termine, ha invece registrato un incremento di circa il 2%". Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="in-7-anni-quintuplicate-le-risorse-destinate-al-continente-africano" data-post-id="2638951535" data-published-at="1778867895" data-use-pagination="False"> In 7 anni quintuplicate le risorse destinate al continente africano Non c'è solo la Libia. L'Africa sta diventando un problema per l'Italia e le sue aziende. Gli investimenti non sono a rischio solo tra Cirenaica e Tripolitania, ma in tutto il continente. La caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 ha contribuito a indebolirci un po' dappertutto, anche perché il rais era un punto di riferimento da Nord a Sud. Gheddafi era una figura centrale nella Lega Araba, aveva un rapporto molto stretto con Nelson Mandela e con diversi capi di Stato africani. Gli altri nostri competitor, seppure all'interno dell'Unione europea, ne hanno approfittato, dalla Francia alla Germania. E questo nonostante negli ultimi anni l'impegno l'impegno economico delle aziende tricolore e le garanzie assicurative di Sace nel Continente nero siano quintuplicate. Basta confrontare il report 2011 con quello 2018 per rendersene conto. Se nel 2011, su uno stock di impegni di circa 34 miliardi Sace copriva l'1,8% per l'Africa subsahariana (circa 700 milioni) e il 17,7% per Medio Oriente e Nord Africa, sette anni dopo la cifra è cresciuta in modo esponenziale. Su un totale di 61,1 miliardi, +20,8% rispetto all'anno precedente (calcolata come somma dei crediti e delle garanzie perfezionate), il 6,8% riguarda l'Africa subsahariana (circa 3,6 miliardi) e il 26,5% il Medio Oriente e il Nord Africa. Il Sudafrica, spiega il rapporto annuale di Sace, è il «primo mercato per l'export italiano nell'Africa subsahariana, al di là di alcune incertezze legate particolarmente alle elezioni interne possedere una struttura adeguata a fronteggiare i rischi esterni». Per il resto un segnale positivo c'è... più aumenta il rischio più crescono le risorse garantite. D'altra parte l'instabilità dell'Africa è sotto gli occhi di tutti. In Libia mercoledì scorso è stato danneggiato un magazzino appartenente alla Mellitah oil & gas, la joint-venture tra la National oil corporation (Noc) ed Eni. Sono rimasti feriti tre lavoratori. Si tratta del primo attacco confermato su una risorsa petrolifera straniera da quando le forze guidate da Khalifa Haftar hanno iniziato la loro avanzata verso Tripoli. «Stiamo assistendo alla distruzione delle strutture della società sotto i nostri occhi», ha detto il presidente di Noc Mustafa Sanalla dopo l'incidente. Ha rincarato la dose Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli. «Quando una fazione o l'altra arriva ad attaccare la risorsa strategica petrolifera di un Paese, vuol dire che la situazione non ha più controllo e questo può essere solo il primo passo, un avvertimento su eventuali attacchi a infrastrutture strategiche della produzione petrolifera in Libia». Marsiglia ha aggiunto: «Nonostante il conflitto in atto in Libia, anche per noi del settore è una notizia che non ci lascia indifferenti e ci costringe a questo punto a bloccare qualsiasi tipo di operazione in Libia». Scendendo lungo la costa, l'Italia si ritrova con diversi problemi anche in Kenya, dove Cmc, la cooperativa per le costruzioni di Ravenna, è sotto inchiesta della magistratura per presunte tangenti pagate per la costruzioni di tre dighe. Gli investigatori stanno vagliando anche la posizione di Sace, che ha accompagnato la società nelle operazioni. Infine anche l'Algeria inizia a essere instabile. La vecchia Finmeccanica, sta cercando di svilupparsi nel Nord Africa anche grazie Leonard helicopteres Algerie (Lha), la joint venture annunciata il 25 marzo con il ministero della Difesa algerino. Il progetto è sopravvissuto alla caduta dell'ex premier Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile scorso. Alla fine di maggio il team di lavoro è stato completato. Il generale Mouloud Belhadi è stato nominato presidente della joint venture, mentre Benjamin Farina, già capo vendite di Agustawestland nella zona, sarà l'ad. Nel consiglio di amministrazione siede anche Tommaso Pani. Il problema però è sempre lo stesso. Riuscirà la joint venture a sopravvivere anche al nuovo corso governativo? O anche qui i francesi cercheranno di approfittarsene come hanno già fatto in Libia, con Total all'assalto dei giacimenti petroliferi da anni gestiti da Eni? Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fare-geopolitica-investiamo-61-miliardi-2638951535.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-lattivita-di-recupero-crediti-riportati-nelle-casse-325-milioni" data-post-id="2638951535" data-published-at="1778867895" data-use-pagination="False"> Con l’attività di recupero crediti riportati nelle casse 32,5 milioni Il polo Sace Simest, controllata di Cassa depositi e prestiti, non accompagna solo le nostre piccole e medie imprese nel mondo, ma le aiuta anche per recuperare crediti assicurando che gli affari vadano a buon fine. Di questo si occupa Sace Srv, specializzata nel recupero crediti, che, nel 2018 «con 32,5 milioni di crediti recuperati conferma il suo ruolo di sostegno di ultima istanza per le imprese italiane che operano nel mondo», ha spiegato l'amministratore delegato Alessandro Decio. Per affrontare i Paesi di frontiera, come in Africa o in Asia dove è difficile operare in sicurezza, Sace offre soluzioni assicurativo finanziarie «che consentono agli esportatori di vendere i loro prodotti e servizi in tutta sicurezza a condizioni concorrenziali». Oltre a ricevere assistenza in tutte le fasi dell'operazione (dalla valutazione del cliente estero al successivo ed eventuale recupero dei crediti) le aziende che si affidano a Sace sono messa nelle condizioni di proporre ai propri clienti esteri pacchetti finanziari con dilazioni di pagamento più estese, a tutto vantaggio della loro competitività. Questo consente di rispondere alle esigenze delle imprese di ogni dimensione, sia per importi piccoli - attraverso prodotti standardizzati e accessibili online - sia per operazioni più complesse che prevedono la strutturazione di linee di credito a medio lungo termine con il coinvolgimento delle banche. In quest'ultima tipologia di operazioni, Simest può intervenire a ulteriore supporto offrendo un contributo in conto interessi e rendendo il pacchetto finanziario finale ancora più competitivo. Basti pensare che nel corso del 2018 Sace ha mobilitato complessivamente 14 miliardi di euro (in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente, -7%) a sostegno dell'export italiano, di cui 9 miliardi in sinergia con Simest, che è intervenuta attraverso l'erogazione di un contributo in conto interessi. Inoltre quest'ultima ha accolto contributi su credito fornitore a valere sul Fondo 295/73 pari a 265 milioni di euro (in lieve incremento rispetto al 2017, +2%). L'area dell'Unione europea rappresenta il 35,6% delle nuove operazioni di credito all'esportazione sostenute nel 2018. Si tratta di un mercato tradizionale per l'export italiano che, complici le operazioni nel settore crocieristico, ha fatto registrare una forte crescita rispetto allo scorso anno. In aumento anche le operazioni in Medio Oriente e Nord Africa (che rappresentano il 30,5% delle risorse mobilitate) con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi a trainare l'intera area, nell'Europa emergente e nei Paesi Csi (17,9%) in particolare Serbia e Azerbaijan, e nell'Africa subsahariana (8,3%) in cui spiccano geografie di «frontiera» e poco esplorate come Kenya, Zambia e Ghana. I settori che maggiormente hanno beneficiato delle garanzie Sace sono il crocieristico (39,2%), comparto in cui la controllata di Cdp interviene anche a sostegno dell'intera filiera di Pmi subfornitrici dei grandi cantieri navali, l'elettrico (le risorse mobilitate a sostegno dell'export di questo settore sono aumentate del 61% e rappresentano l'8,1% del totale) e le infrastrutture e costruzioni (8%). Se si guarda invece alla numerosità di esportazioni, il settore che ha maggiormente beneficiato di questa operatività è l'industria meccanica (34%), comparto d'eccellenza dell'export Made in italy che coinvolge soprattutto le Pmi. E poi c'è l'ultima istanza. Tramite Sace srv le nostra aziende possono recuperare crediti nel mondo. Nel 2018 sono stati gestiti 25.000 mandati, servendo oltre 2.700 imprese e recuperando crediti in Italia e all'estero per 32,5 milioni di euro. I Paesi in cui si sono conseguiti i più importanti recuperi dell'anno sono: Turkmenistan, Italia e Dubai. Alessandro Da Rold
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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