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- In campo etico, la facoltà di sottrarsi a pratiche incompatibili con le proprie convinzioni è un valore gigante, come con l’aborto. Per la dolce morte, però, non c’è un obbligo giuridico: viene eseguita su base volontaria.
- Il capo dell’Ordine regionale Francesco Noce: «Dal suicidio assistito all’eutanasia il passo è breve». Oggi l’intervento della Pontificia accademia sul rispetto della dignità della persona.
Lo speciale contiene due articoli.
«Non voglio tagliare la mia coscienza perché si adatti alla moda di quest’anno» (Lillian Hellman). La frase della scrittrice americana è decisiva nel dibattito sul fine vita perché mette al centro un tema immateriale ma potente che nessun legislatore può codificare, almeno in democrazia, almeno in Italia, almeno in presenza di una Costituzione inscalfibile: l’obiezione di coscienza.
Il diritto inviolabile contenuto nella Carta viene preso alla larga sia dai protocolli regionali che pretendono di sostituirsi al Parlamento (buon ultimo quello di Guido Bertolaso in Lombardia), sia dalle proposte di legge in arrivo in Aula. E viene addirittura demonizzato come retaggio medioevale dalle avanguardie del progressismo modaiolo dei diritti - ecco la coscienza come trench con le spalle a raglan -, che non vedono l’ora di imporre l’eutanasia come tendenza cool stile Olanda o Canada. Della serie, chi non si dà la buona morte è un perdente.
In campo etico l’obiezione di coscienza è un valore gigantesco. Ma senza una legge (che in Italia non c’è) resta un convitato di pietra. Metterlo sul tavolo come alternativa è semplicemente un modo qualunquista per forzare una scelta, per distinguere i buoni dai cattivi, per piegare la realtà agli interessi di parte. Solo una legge può prevedere un diritto al suicidio assistito e di conseguenza la presenza di qualcuno che provveda a garantirlo. Come accade per l’aborto, dove peraltro l’obiezione di coscienza è lecita.
Fino a quando non esisterà una legge dello Stato, ciò di cui si parla nei protocolli è semplice libertà di scelta, comportamento lecito ma che non costituisce un obbligo di garantire la prestazione. Perfino la Corte costituzionale, che ha dato la linea con due sentenze, non si è posta il problema dell’obiezione di coscienza. E non lo ha fatto perché, non esistendo un diritto esigibile, non esiste un dovere di garantire il servizio come un obbligo che potrebbe collidere con la coscienza personale. In assenza della norma proposta dal legislatore e votata dal parlamento, lo stigma morale per chi disubbidisce è solo il furbesco tentativo di creare un senso di colpa da Stato etico riguardo a libertà di scelta individuali previste sotto il profilo giuridico.
L’argomento è scivoloso e l’obiezione di coscienza una saponetta. Coloro che la invocano a pranzo e a cena a proposito dell’accoglienza diffusa dei migranti, della disobbedienza civile delle Flotille e delle Ultime generazioni in lotta, improvvisamente la derubricano a ostruzionismo quando si tratta di suicidio assistito. «Restiamo umani» ma a giorni alterni. Un distinguo curioso, da luna park del diritto: a sinistra si plaude alla forzatura di un blocco navale e alla latta di vernice contro un quadro di Van Gogh ma si addita come retrogrado il medico cattolico che, avendo firmato il giuramento di Ippocrate, si rifiuta di uccidere un altro essere umano. Siamo in pieno paradosso da Leo Longanesi: quando suona il campanello della coscienza alcuni fingono di non essere in casa.
Per questo il tema rimane laterale, sfumato sia nel dibattito, sia nei protocolli regionali. Se notate, è letteralmente bypassato da circonlocuzioni astruse («la non punibilità dell’operatore non consenziente»). È misurato dalla distanza fisica dell’infermiere rispetto al paziente che vuole farla finita. È labilmente garantito dal fatto che l’aspirante suicida dovrebbe ingerire da solo la pillola letale o premere da solo il pulsante finale. Ma il medico lo accompagna fin lì, l’operatore sanitario lo assiste, il tecnico prepara con freddezza e competenza la macchina infernale.
Anche in presenza di una legge, dentro una società pluralista come la nostra i diritti fondamentali dovranno essere garantiti. In tutti i Paesi dove l’eutanasia è pienamente in vigore viene riconosciuta la possibilità di rifiutarsi di aderire ai protocolli, anche se si sta facendo avanti una revisione del ruolo del medico. Con una tesi urticante: sarebbe contraddittorio consentire l’obiezione di coscienza in una libera attività professionale necessaria quale è quella sanitaria. «A nessuno è stato imposto di intraprendere la carriera medica». Un gelido «potevi pensarci prima» che interferisce con il libero arbitrio e tende a istituire un obbligo che confina con la violenza.
Dai tempi del servizio militare, chi obietta ha tutto il diritto di farlo (articoli 2, 19, 21 della Costituzione). E fino a quando non verrà promulgata una legge, il medico non potrà neppure essere chiamato obiettore, ma continuerà ad essere un libero professionista con una sensibilità individuale che non si piega davanti alla collezione ideologica «primavera-estate 2026». Consapevole del diritto di dire No e capace di comprendere nel senso più profondo le parole di Mario Melazzini, che convive con la Sla. «La vita è una questione di sguardi. Io non mi attacco ogni notte a un respiratore e a una pompa. Non perché sono un accanito sostenitore della vita, ma perché penso che la mia vita sia degna di essere vissuta».
Il grido dei medici in Veneto: «No alla legge sul fine vita. Noi salviamo, non uccidiamo»
Non serve una legge sul fine vita, l’Ordine dei medici del Veneto non vede la necessità di rinunciare alla «zona grigia» che permette una sorta di autoregolamentazione. «Dal suicidio assistito all’eutanasia, che in altri Paesi è consentita anche a persone sane, il passo è breve», avverte Francesco Noce, presidente regionale dell’ente che si occupa della difesa e della regolamentazione della professione medica. Nell’edizione locale del Corriere della Sera, Noce ha ricordato che per i camici bianchi «il richiamo alla vita è più forte di tutto, esistiamo per salvarla, non per toglierla». Oggi a Venezia, al Centro pastorale cardinal Urbani di Zelarino, si svolge il convegno «Frontiere della cura, confini dell’esistere: dialoghi sul fine vita tra etica, medicina e società». Interverrà anche monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia accademia per la vita e da poco nominato arcivescovo da papa Leone XIV, che approfondirà il tema dell’accompagnamento nel rispetto della dignità della persona.
In previsione del prossimo 3 giugno, quando in Senato prenderà il via la discussione sul disegno di legge in materia, in terra veneta medici, giuristi, esperti di bioetica fanno dunque il punto in uno spazio di riflessione interdisciplinare. «Riflettere sul fine vita significa ridefinire il valore che attribuiamo alla vita del cittadino e alla sua autodeterminazione», ha dichiarato Cristiano Samueli, vicepresidente dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri (Omceo) di Venezia.
Per poi precisare: «Esiste un momento in cui la guarigione non è più un obiettivo perseguibile: quando la medicina si ostina a voler “guarire l’inguaribile”, rischia di trasformarsi in un esercizio di potere sul corpo del paziente. È proprio questo il momento in cui deve emergere, con forza ancora maggiore, l’etica del prendersi cura o, per meglio dire, dell’accompagnamento. Riconoscere che la medicina può smettere di “guarire” senza mai smettere di ”prendersi cura” è la chiave per affrontare il fine vita con umanità e con una visione deontologicamente corretta».
Il Parlamento aveva approvato nel 2017 la legge sulle disposizioni anticipate di trattamento (Dat), ma la Consulta nel 2019 ritenne che non fosse sufficiente, invitando a legiferare sul suicidio medicalmente assistito. Il rischio del piano inclinato, ovvero che la legalizzazione possa aprire la strada all’eutanasia come soluzione a problemi di solitudine, malattia, disabilità intellettive, della vecchiaia, è quanto mai attuale e in ambito medico ci si interroga con preoccupazione.
«Il suicidio assistito trasgredisce quella regola che noi medici nell’arco dei secoli abbiamo sempre considerato inviolabile: guarire e palliare coloro che sono sofferenti ma mai dare o infliggere intenzionalmente la morte sia pure richiesta dal paziente», dichiarava a settembre 2019 Massimo Antonelli, ordinario di Anestesiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e presidente della Sezione O del ministero della Salute (che si occupa dell’attuazione dei principi per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore). Perché non ci fossero dubbi aggiungeva: «Il medico che assiste il suicidio mette a rischio l’integrità morale della sua stessa professione perché è come se si rifiutasse di aiutare il paziente nei suoi stadi più delicati».
Oggi a Venezia si cercherà di ridefinire i concetti di limite e di autonomia, «di trovare un equilibrio tra dovere terapeutico e rispetto della dignità del paziente, di esplorare le norme di legge sui trattamenti vitali e la terapia del dolore e quelle deontologiche a cui i medici si devono attenere», fanno sapere gli organizzatori. «Il dibattito è ancora aperto in seno alla categoria, che accoglie diverse sensibilità», ha spiegato Giovanni Leoni, vicepresidente Fnomceo e presidente dell’Ordine dei medici di Venezia. Ricordando che è compito sì, della categoria, «anche togliere sofferenze insopportabili, ricorrendo a farmaci, come la morfina, che in un organismo debilitato e ormai segnato da un exitus ineluttabile possono indurre arresto cardiaco», Leoni ha tenuto a precisare che però «è fattispecie ben diversa dal suicidio assistito, perché si cerca fino alla fine di curare il malato o di aiutarlo a non sentire dolore, con terapie palliative e senza accanimento terapeutico».
Che l’atto del dare la morte non sia un atto medico, quindi con possibili conseguenze sul piano disciplinare, l’aveva evidenziato Pierantonio Muzzetto, presidente Omceo Parma e presidente uscente della Consulta deontologica nazionale della Fnomceo, nell’incontro del novembre scorso organizzato dalla Diocesi di Parma. «Quel medico che partecipa all’atto suicidario sarà valutato», dichiarò. «Sarà valutato se egli si sia attenuto espressamente a quelle che sono le indicazioni della Corte. Non punibile perché la Corte lo ha stabilito, certo, ma ciò non toglie la possibilità di ascrivere e di controllare attentamente il suo operato, considerando la sua posizione come una posizione contraria al dettato deontologico disciplinare. Questo anche in mancanza della punibilità: dobbiamo tenere conto dell’atto in sé compiuto, contrario al Codice deontologico».
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Il governatore della Calabria auspica, col «Foglio», una Forza Italia più aperta sul tema dei diritti civili. Protesta pannelliana di Giachetti: si incatena per la Vigilanza Rai. Interviene la Meloni e lo accontenta.
Dio salvi il centrodestra dai «riformisti». Questa categoria dello spirito, che i cronisti politici utilizzano per individuare l’ala più moderata del Pd, ha una caratteristica: individua protagonisti dem che non hanno mai fatto una riforma.
Una categoria dello spirito buona solo e soltanto a attaccare la parte più di sinistra dei dem, quella che fa riferimento alla segretaria Elly Schlein, e a vagheggiare scissioni e ribellioni. Ora, pericolosamente, ecco che anche in Forza Italia arrivano i riformisti: evidentemente la parola «liberali» non bastava più per ammantare con un tratto di nobiltà politica coloro i quali, per essere molto chiari, contestato la leadership di Antonio Tajani e condiscono la loro (legittima e sacrosanta) volontà di conquistare spazi e candidature proponendosi come alfieri di quella famosa svolta chiesta da Marina Berlusconi, alla quale naturalmente fanno riferimento pur sapendo che la stessa Marina Berlusconi non vuole essere tirata in ballo, o almeno così sostiene, in beghe di partito, ponendosi come una sorta di entità mistica da venerare ma non trascinare nelle tristi e polverose vicende della politica terrena. Abbiamo letto quindi con una certa apprensione, ieri, le parole affidate al Foglio (se parli col Foglio sei riformista in automatico) da uno degli esponenti dell’area «liberale» di Forza Italia: il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto. Il Foglio aveva assegnato un quattro in pagella in liberalismo a Occhiuto, per aver varato in Calabria un provvedimento che difende i titolari di licenze balneari dalla famigerata direttiva europea Bolkestein, che impone di mettere a gara le concessioni. Lui, in preda a comprensibile disperazione, ha difeso la sua scelta, e poi ha iniziato a concionare sui massimi sistemi: «La mia sensazione», ha detto Occhiuto, «è che molti giovani guardino al centrodestra come a una coalizione ingiallita, conservatrice proprio per quanto riguarda il tema dei diritti civili o questioni che toccano intimamente la libertà delle persone, come il fine vita. Ma un partito fondato da Silvio Berlusconi, grande innovatore, dovrebbe aiutare il centrodestra a rappresentarsi come coalizione capace di discutere davvero questi temi. Mi auguro che la posizione di Fi su questi temi non sia soltanto di testimonianza». E fin qui niente di nuovo: i proclami dei forzisti sulle questioni etiche non si contano, ma quando poi si va al voto tornano tutti allineati (a Fratelli d’Italia e Lega) e coperti (dalla necessità, naturalmente, di tenere unita la coalizione). Ma ecco la doccia fredda: «A me pare», riflette Occhiuto, «ci sia un ritardo di riformismo nel centrosinistra.E Fi, in questo senso, può essere utile al centrodestra, aggregando il voto di tanti riformisti che un tempo votavano a sinistra ma non voterebbero Elly Schlein. Noi siamo convintamente ancorati al centrodestra e puntiamo a rafforzarlo con un profilo più riformista. Rimarranno delusi quelli che, nel centrosinistra, pensano che FI possa essere funzionale a loro». Anche Marina Berlusconi, fa sponda l’intervistatrice, auspica un ritorno del partito nel solco originario liberale. «Sì», conferma Occhiuto, «è importante che il centrodestra torni a essere la coalizione liberale che Berlusconi ha fondato». Non bastavano i guai, per Forza Italia: ora il partito deve avere a che fare pure con una componente «riformista», nella quale, insieme a Occhiuto, si colloca anche la sottosegretaria ai Rapporti col Parlamento Matilde Siracusano, messinese, eletta nel 2022 in Piemonte dopo essere stata battuta nel suo collegio da Luigi Gallo, di Sud chiama Nord, la creatura politica di Cateno De Luca, e compagna di vita di Roberto Occhiuto, e il senatore Mario Occhiuto, fratello di Roberto. Nell’albo d’oro di Roberto Occhiuto non manca un incontro con Marina Berlusconi, adeguatamente pubblicizzato sui mass media. «Beh, diciamo che ho dato io una scossa...», si vantò Roberto Occhiuto mettendo la Z di Zorro sul cambio al vertice dei senatori di Fi, con Maurizio Gasparri sostituito, tra le urla di giubilo dei fautori del rinnovamento, con un volto nuovo della politica italiana, Stefania Craxi.
Di fronte a tali esempi di rinnovamento, registriamo con nostalgia la battaglia di Roberto Giachetti, deputato di Italia viva, che ieri si è ammanettato in Aula, a Montecitorio, annunciando lo sciopero della sete oltre a quello della fame, che portava avanti da 12 giorni per protestare contro lo stallo in Vigilanza Rai. Giorgia Meloni gli ha telefonato preoccupata per la sua salute, i capigruppo di maggioranza in Vigilanza Rai (pare su input della stessa Meloni) hanno dichiarato di essere disponibili a garantire il numero legale nella prossima seduta della Commissione, e così Giachetti ha interrotto la sua protesta pannelliana, annunciando che avrebbe iniziato a rifocillarsi ma restando leggero, un omogeneizzato, magari un brodino (quando se la sentirà di affondare la forchetta, suggeriamo una bella pizza fritta).
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Xi Jinping e Donald Trump (Ansa)
Editorialisti e politologi indignati perché Trump potrebbe mollare Taipei per accordarsi col Dragone. L’alternativa è rischiare un conflitto su larga scala. È più saggio negoziare facendo leva sui punti deboli dell’avversario. E restando fermi su Giappone e Corea.
Che scandalo: Trump fa affari, Trump sta al gioco di Xi, Trump molla gli alleati in Asia, Trump lascia sola l’Europa. Tutti salgono in cattedra per spiegare cos’è la trappola di Tucidide, evocata dal leader cinese: se una potenza emergente minaccia di scalzare la potenza egemone ma traballante, l’esito inevitabile è il conflitto. E allora? Che dovrebbe fare Trump, piuttosto che cercare un modus vivendi con l’avversario? Fargli la guerra santa? Morire per Taipei? Lui un’idea ce l’ha: «Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza», ha detto ieri, «e che gli Usa debbano percorrere 15.000 chilometri per andare in guerra». Avesse ragionato così con l’Iran...
Pure la destra critica The Donald: le frange radicali del mondo Maga gli rinfacciano che l’appeasement con Pechino sarebbe un tradimento dell’America first. È vero: il tycoon prometteva di risolvere gli scompensi provocati dall’irruzione del Dragone nel commercio mondiale, con il loro impatto sull’occupazione e i salari negli Usa. Ma nelle attuali condizioni, egli può ottenere più di un accordo che consenta a lui e alla nazione di «fare affari»? Ci ha messo del suo per complicarsi la vita: i dazi non hanno piegato la Cina, alla quale non saranno sfuggite le cattive prestazioni belliche degli statunitensi. Se però, oggi, il regime gusta la crisi del «complesso americano» (La Stampa), è anche perché, alle spalle, c’è un paio di decenni di clamorosi abbagli strategici dell’Occidente. A propiziare l’ingresso della «tigre» nel Wto, in nome dell’inarrestabile diffusione della democrazia liberale, fu Bill Clinton. Mica Trump.
Francis Fukuyama, altro protagonista di quegli anni di ubriacatura ottimistica, ormai teorico semipentito della «fine della Storia», su Repubblica si impunta sul principio: «A Trump», dice, «non importa sostenere le democrazie nel mondo». «In un “deal”», rincara la dose, sul quotidiano di Torino, Stefano Stefanini, «tutte le pedine intermedie sono poi spendibili, se il prezzo è giusto. Anche Taiwan. Anche Kiev». È la logica volgare del «fare affari», no?
La vera domanda, in realtà, è se chi illustra la trappola di Tucidide ne abbia colto le implicazioni. Per chiarirle, insieme all’ideatore della formula, il politologo Graham Allison, vale la pena citare la «tragedia delle grandi potenze», che è al centro del realismo offensivo di John Mearsheimer: la struttura del sistema internazionale e la competizione per l’egemonia regionale, secondo lo studioso, rendono la guerra l’esito più probabile. Di fronte a una prospettiva del genere, la versione alternativa al realismo politico, il realismo difensivo, confida che la strada del compromesso rimanga sempre percorribile. Occorre una sorta di autolimitazione, che preservi gli interessi principali di ogni parte in causa, allontanando lo spettro della lotta senza quartiere. E se la posta in ballo è tanto delicata, se l’effetto collaterale di un fallimento è tanto pernicioso, è logico che siano necessarie rinunce pesanti. Anche sul piano morale.
In un suo saggio recente, Charles Glaser, esponente di spicco di tale corrente, suggerisce esattamente questo agli Stati Uniti: arretrare (nel senso di attestarsi su una linea più sicura); difendersi; continuare a competere. Applicata alla regione dell’Indo-Pacifico, l’argomentazione dovrà scandalizzare le anime belle degli editorialisti: la prima vittima della pace potrebbe essere l’indipendenza di Taipei. «Combattere una guerra in Asia orientale per preservare la democrazia a Taiwan», scrive Glaser, «metterebbe la sicurezza ed eventualmente persino la sopravvivenza degli Usa in serio pericolo». «La migliore opzione degli Stati Uniti», che non significa quella perfetta, solo la più adeguata alla situazione, «è terminare il loro impegno nei confronti di Taiwan […], conservando invece i loro impegni di alleanza nei confronti di Giappone, Corea del Sud e Filippine». Significa che si può eliminare il fattore da cui nascerebbe un grave incidente, precisando, al contempo, che le «linee rosse» (Il Foglio) esistono a Washington come a Pechino.
Naturalmente, ciò presuppone che Trump, a parte «fare affari», voglia tenere in piedi certe alleanze tradizionali che costano, ma sono segno della capacità americana di proiettare influenza. E, dunque, esercitano funzioni deterrenti sulle ambizioni cinesi. D’altro canto, l’indignazione per il distacco da Taipei trascura che Xi gode, sì, di tanti vantaggi, però sconta altrettanti elementi di debolezza. L’Armada di The Donald non ha offerto una prova memorabile in Iran. Ma il Dragone, militarmente, è ancora indietro. E sui chip, benché lo neghi, l’expertise a stelle e strisce gli serve. L’ex sottosegretario Onu, Kim Won-soo, lo ha spiegato al Corriere: la leadership cinese preferirebbe un’annessione pacifica di Taiwan. «Non può permettersi di impegnarsi in una guerra lunga e potenzialmente dolorosa». Anziché combattere, gli Usa possono «fare affari» sfruttando le loro leve. A differenza dell’Ue, che gli affari li lascia fare a Pechino, offrendosi sul piatto d’argento.
Il destino delle relazioni tra i due blocchi, almeno nell’immediato, difficilmente poggerà su qualcosa di meglio di una dinamica frenante. Un’ambiguità che scoraggi imprese sconsiderate della Cina. Un katéchon che rallenti l’ascesa della potenza emergente e, magari, il tracollo di quella declinante. Nessun automatismo, nel bene e nel male, può considerarsi dato. Il futuro dell’umanità si decide sul filo degli equilibri precari indicati da Massimo Cacciari: la riscoperta del senso del limite, anzitutto spaziale; ergo, la volontà politica di trovare un accomodamento, piuttosto che inseguire la chimera dello Stato mondiale, che si espande all’infinito. «Il progresso», deve riconoscere Fukuyama, «incontra ostacoli importanti». Toh: la fine della Storia può attendere.
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Donald Trump (Ansa)
- Teheran ha consentito il transito a una trentina di navi. Araghchi: «Garantiremo la sicurezza del commercio nello Stretto». Trump però non esclude altri blitz: «La pazienza sta per finire». E il prezzo del petrolio sale.
- Putin in Cina il 20. Raid fa strage a Kiev. Attaccata pure una raffineria russa. Zelensky: «Ora siamo legittimati a colpire siti energetici e militari». Scambiati oltre 400 prigionieri.
Lo speciale contiene due articoli.
Il confronto tra Stati Uniti e Iran continua a oscillare tra aperture diplomatiche, minacce militari e tensioni crescenti sul controllo dello Stretto di Hormuz, mentre il fragile cessate il fuoco in Medio Oriente resta appeso a equilibri sempre più precari. Nelle ultime ore Teheran ha ricevuto ufficialmente la risposta americana alla proposta avanzata nell’ambito dei negoziati sul nucleare. Secondo Al Jazeera, che cita fonti iraniane, Washington avrebbe «respinto completamente» le condizioni poste dalla Repubblica islamica per riaprire il dialogo.
La proposta iraniana prevedeva cinque richieste considerate essenziali da Teheran: la fine della guerra su tutti i fronti regionali, la revoca totale delle sanzioni economiche, lo sblocco dei beni congelati all’estero, il risarcimento per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. A margine della riunione dei ministri degli Esteri dei Brics a New Delhi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato gli Stati Uniti di inviare «messaggi contraddittori» che starebbero complicando i negoziati. Il capo della diplomazia iraniana ha ribadito che Teheran non sarebbe responsabile delle tensioni nello Stretto di Hormuz e che l’Iran si starebbe semplicemente «difendendo» dagli attacchi americani e israeliani. Sul dossier nucleare, Araghchi ha ammesso l’esistenza di uno stallo sul tema delle scorte di uranio arricchito, definendo la questione «molto complessa». Il ministro ha però confermato l’apertura a discutere con la Russia il possibile trasferimento dell’uranio iraniano a Mosca dopo un confronto con Vladimir Putin. Lo stesso Araghchi ha poi dichiarato che Teheran considera ancora aperto lo Stretto di Hormuz per i «Paesi amici», precisando però che tutte le navi devono coordinare il transito con le forze armate iraniane. «Lo Stretto di Hormuz, per quanto ci riguarda, non è chiuso, soprattutto per i Paesi amici», ha affermato il ministro, aggiungendo che le restrizioni riguarderebbero esclusivamente i «nemici» della Repubblica islamica. Nel frattempo la televisione di Stato iraniana ha riferito che «un numero maggiore di navi può ora attraversare lo Stretto di Hormuz con il coordinamento delle forze navali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica». Secondo l’emittente, oltre 30 navi sarebbero state autorizzate al transito nelle ultime 24 ore, mentre l’agenzia Tasnim ha parlato anche del passaggio di «diverse navi cinesi». La televisione iraniana ha sostenuto che queste autorizzazioni dimostrerebbero come molti Paesi abbiano accettato i nuovi protocolli giuridici imposti dall’Iran e dalle Guardie Rivoluzionarie per il transito nello Stretto di Hormuz. Araghchi ha inoltre ribadito, in un messaggio pubblicato su X dopo l’incontro con il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, che l’Iran continuerà a svolgere il suo «dovere storico» di garantire la sicurezza della rotta marittima. Il ministro ha definito Teheran «un partner affidabile delle nazioni amiche» assicurando che gli scambi commerciali saranno protetti. Il ministro iraniano ha accusato gli Emirati Arabi Uniti di aver ostacolato la dichiarazione finale dei Brics a causa dei loro rapporti con Israele. Araghchi ha aggiunto che il processo di mediazione avviato dal Pakistan non è fallito, ma sta incontrando delle difficoltà. Intanto cresce il ruolo diplomatico della Cina: dopo l’incontro con Xi Jinping, Donald Trump ha affermato che Washington e Pechino condividono l’obiettivo di riaprire lo Stretto di Hormuz e impedire all’Iran di ottenere l’arma nucleare. Nonostante i contatti diplomatici, il presidente americano ha nuovamente minacciato possibili azioni militari contro l’Iran, sostenendo che la sua pazienza «si sta esaurendo» e che gli Stati Uniti potrebbero «tornare a fare pulizie». Trump ha sostenuto che le forze americane abbiano «spazzato via» le capacità militari iraniane, parlando della distruzione dell’85 per cento della produzione missilistica di Teheran. Il presidente americano ha inoltre attaccato duramente i giornalisti che hanno messo in dubbio i risultati dell’offensiva americana, definendoli «traditori». Le tensioni nello Stretto stanno avendo effetti immediati anche sui mercati energetici. I prezzi del petrolio sono tornati a salire dopo le dichiarazioni di Trump e dello stesso Araghchi, che hanno ridotto le speranze di un accordo capace di fermare attacchi e sequestri di navi nell’area. I futures sul Brent sono saliti del 2,3 per cento a 108,1 dollari al barile, mentre il Wti ha guadagnato il 2,5 per cento raggiungendo i 103,7 dollari. Sul fronte israeliano, Benjamin Netanyahu ha ribadito che la guerra non terminerà finché il materiale nucleare sensibile iraniano non sarà rimosso dal Paese. Un alto funzionario israeliano ha dichiarato a Channel 12 che Tel Aviv si sta preparando all’imminente ripresa della guerra contro l’Iran. «Ci stiamo preparando a giorni o settimane di combattimenti e attendiamo la decisione finale di Trump». Intanto il governo israeliano ha annunciato azioni legali contro il New York Times per un editoriale del giornalista Nicholas Kristof sui presunti abusi contro detenuti palestinesi, definito da Netanyahu e dal ministro Gideon Sa’ar «una delle menzogne più distorte mai pubblicate contro Israele». In Cisgiordania cresce la tensione dopo le ennesime dichiarazioni incendiarie del ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, che ha rilanciato l’ipotesi di un’annessione permanente dei territori palestinesi. Sul piano regionale, il New York Times sostiene che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti avrebbero colpito obiettivi iraniani durante il conflitto, anche se Riad e Abu Dhabi non hanno confermato. Nel frattempo la Francia ha annunciato l’invio della portaerei Charles de Gaulle nel Mar Arabico per operazioni difensive legate alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.
Putin da Xi la prossima settimana
Il massiccio attacco russo su Kiev, in cui hanno perso la vita 24 persone, tra cui tre bambini, potrebbe ritardare gli sforzi diplomatici per raggiungere la fine della guerra in Ucraina. Questo timore è stato palesato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Mentre si trovava a bordo dell’Air Force One, ha dichiarato ai giornalisti: «È una guerra che vorremmo vedere conclusa. Fino a ieri sera (giovedì, ndr) sembrava andare bene, ma ieri sera (giovedì, ndr) gli ucraini hanno subito un duro colpo». Pur rassicurando che «la fine della guerra ci sarà», ha aggiunto che quanto successo «è un peccato».
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha già annunciato su X che le reazioni ucraine «contro l’industria petrolifera russa, la produzione militare e i responsabili diretti di crimini di guerra sono pienamente giustificate». Una risposta è già arrivata: i droni ucraini hanno colpito una raffineria russa nella regione di Ryazan. L’ultimo bilancio parla di almeno quattro morti e 12 feriti.
A Kiev, intanto, nel giorno di lutto nazionale, con le bandiere ucraine a mezz’asta, Zelensky si è recato sul posto dell’attacco, commentando che «i russi hanno demolito un’intera sezione dell’edificio con il loro missile». Dopo il raid su Kiev, Mosca ha sferrato un attacco anche contro un impianto industriale a Zaporizhzhia, uccidendo una persona e ferendone altre tre.
Oltre alle infrastrutture civili, secondo l’intelligence ucraina, la Russia starebbe pianificando di prendere di mira l’ufficio e la residenza del presidente ucraino. A renderlo noto è stato lo stesso Zelensky su X dopo la riunione con i vertici militari e dell’intelligence. «Gli esperti del Servizio di intelligence militare del ministero della Difesa hanno ottenuto documenti che testimoniano la preparazione da parte dei russi di nuovi attacchi missilistici e con droni contro i centri decisionali», ha scritto. Zelensky ha inoltre affermato: «Sappiamo che ci sono stati ulteriori contatti tra i russi e Alexander Lukashenko per convincerlo a partecipare alle nuove operazioni aggressive russe. La Russia sta valutando piani operativi in direzione Sud e Nord del territorio bielorusso». Tutto tace invece in merito all’arresto dell’ex capo dell’Ufficio presidenziale, Andrii Yermak: l’Alta corte anticorruzione ucraina ha disposto la custodia cautelare, fissando la cauzione a 3,18 milioni di dollari.
Spostandoci sul fronte, le forze armate ucraine hanno ripreso il controllo di Odradne, nella regione di Kharkiv; Mosca ha invece annunciato di aver conquistato i villaggi di Chaikovka e di Charivnoye. Nel frattempo, alcuni soldati ucraini e russi sono rientrati in patria. Ieri è stata infatti anche la giornata dello scambio di 205 prigionieri per parte nel contesto dell’accordo sul cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti all’inizio di maggio.
La più solida certezza rimane la tensione tra l’Europa e la Russia. Al Consiglio d’Europa, la Commissione europea, a nome dell’Ue, ha aderito all’accordo per istituire il tribunale speciale per i crimini russi contro l’Ucraina. Nella fase successiva andranno però definiti i costi e alcuni Paesi, Italia inclusa, dovranno ratificare il trattato in Parlamento. Dall’altra parte, il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, ha ribadito di «non riuscire a prendere sul serio» le dichiarazioni dei Paesi europei in merito al voler aprire un dialogo con la Russia. Chi viene presa sul serio è sempre Pechino: il 20 maggio, quindi pochi giorni dopo il viaggio di Trump, il presidente russo Vladimir Putin arriverà in Cina.
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