Che il Pd fosse diventato il partito politico delle classi sociali più ricche e privilegiate è un dato di fatto ormai da anni. Dell’idea che stava alla base della sua fondazione, ovvero quella di un partito federativo della sinistra di Walter Veltroni, oggi, dopo quasi 20 anni, non ce n’è più la benché minima traccia. Ma l’aspetto ancor più bizzarro di un partito che ha perso del tutto la sua identità di vicinanza al popolo è un altro. Ebbene, come rivela Open.online, diretto da Franco Bechis, sotto la segreteria di Elly Schlein, il Pd ha fatto il pieno di soldi, talmente tanti che se esistesse davvero quella patrimoniale, che Elly sogna per punire i ricchi (cioè quelli che gli danno il voto), toccherebbe pagarla anche al Pd.
Il bilancio pubblicato adesso, infatti, è il migliore della storia del Pd dal 2007 a oggi, raggiungendo un utile record (che nei bilanci dei partiti si chiama «avanzo di amministrazione») di 3.624.321 euro, «dopo aver effettuato ammortamenti, svalutazioni e accantonamenti per un importo di 1.202.524 euro». Esattamente come farebbe un buon manager per far quadrare i conti della sua azienda. E, infatti, anche il Pd non è né più e né meno come un’impresa di capitali e Schlein il suo ceo. Nessuno dalla fondazione del Partito democratico ha mai ottenuto vette così alte. Un risultato raggiunto con l’aumento delle entrate (la maggior parte deriva dal 2 per mille Irpef). Nel 2022 il Pd incassava dal 2 per mille 7.346 milioni di euro, nel 2025 ha incamerato 10.570 milioni di euro. In caduta le contribuzioni dei parlamentari, che nel 2022 ammontavano a 3.590 milioni di euro e nel 2025 si sono fermate a 2.138 milioni di euro.
È vero che c’è stata una diminuzione dei parlamentari pd (erano in 130 nella scorsa legislatura, ora sono 106), ma la verità è un’altra: i dem, pur portando a casa uno stipendio di circa 15.000 euro, hanno il braccino corto e tendono a tenersi tutto per sé. Il tesoriere del Pd, Michele Fina, conosce bene quel braccino corto, col quale ha a che fare ogni anno. Fina segnala che la voce dei «crediti verso parlamentari si è ridotta di 47.514 euro rispetto all’anno precedente, in quanto è proseguita l’azione di recupero delle somme dovute dagli eletti». In media gli eletti versano al partito 18.000 euro l’anno (tipo Dario Franceschini, Piero Fassino, Laura Boldrini e Francesco Boccia). La Schlein, forse per dare il buon esempio, si tassa un po’ di più: 20.000 euro. Marco Furfaro e Giuseppe Provenzano versano 21.000 euro. Il record di generosità è di Chiara Gribaudo: 33.000 euro. I parlamentari europei versano molto meno: Giorgio Gori gira al partito 14.000 euro; Lucia Annunziata 12.500 euro; Nicola Zingaretti 11.000; Matteo Ricci 8.000 euro; Pina Picierno 7.000 euro; la virostar Andrea Crisanti appena 5.000 euro.
Per arrivare a questi numeri, Schlein ha anche tagliato spese e personale incentivandolo all'esodo. Nel 2025 si è verificata la risoluzione consensuale di nove rapporti di lavoro dipendenti. Entro la fine del 2026 il Pd favorirà un’altra fuoriuscita di dipendenti e conseguente riduzione dell’organico. Al 31 dicembre 2025, l’organico del personale dipendente del Pd era composto da 91 lavoratori subordinati e da otto collaboratori. Prima di Schlein, al 31 dicembre 2022, c’erano 119 lavoratori subordinati (28 in più) e tre collaboratori (cinque in meno). La scure colpisce anche i giornalisti: erano 18, sono scesi a 16.
Forse più brava come amministratore delegato che come segretario politico, la Schlein ha incassato nel 2025 13.658 milioni di euro. Basti pensare che quando Enrico Letta lasciò il partito nelle mani di Elly, a inizio 2023, il Pd aveva entrate per 12.190 milioni di euro. Oggi siamo a 1.468 milioni di euro in più. Nel 2022 il bilancio del Pd si era chiuso con un guadagno di 572.000 euro. Schlein lo ha migliorato aumentandolo di 3.052 milioni di euro, una crescita del 533%.
Ma non è tutto oro quello che luccica. La straordinaria performance della manager Elly rischia di scontrarsi con la triste realtà da lei stessa voluta: lo spettro di quella patrimoniale bramata dal campo largo.





