
«Mi piacerebbe essere Papa», «sarei la mia prima scelta», «nessuno lo farebbe meglio di me». Donald Trump ci aveva scherzato su alcuni giorni fa e la risata era riuscito a strapparla. Gli si poteva concedere la battuta che, indulgendo ai tratti narcisistici tipici del personaggio, schivava la domanda dei giornalisti sul suo candidato ideale al soglio pontificio. Adesso, però, il presidente tycoon - troppo tycoon e troppo poco presidente - dall’ironia è scivolato nel pessimo gusto. Sui suoi social, persino sulle pagine ufficiali della Casa Bianca, ormai riconvertite a fabbrica di «meme», ieri è comparso un fotomontaggio realizzato con l’intelligenza artificiale, in cui The Donald era ritratto in abiti papali: talare bianca, mitra con ricami dorati, crocifisso al collo, dito alzato. Solo l’indice, anziché l’indice e il medio tesi della classica possa benedicente. Sviste dei cervelloni elettronici ancora inesperti.
Anche tanti utenti del Web non hanno gradito l’irriverenza: «Inopportuno», «disturbante», hanno commentato sotto al post. E meno male che Trump, non cattolico ma in fase mistica dopo lo scampato attentato, avendo archiviato le vecchie ruggini con Jorge Mario Bergoglio, aveva voluto essere presente ai funerali di Francesco, per rispetto dei cattolici che lo avevano votato. È vero: lo zoccolo duro dei fedeli statunitensi, spesso più tradizionalisti dei confratelli europei, non si era trovato in gran sintonia con il Papa anti-yankee. Ma ridicolizzare il papato è un altro paio di maniche. È una specie peculiare di cafonata: la trumpata.
Va bene, la comunicazione politica è cambiata. Va bene, i rappresentanti delle istituzioni hanno abbandonato il proverbiale aplomb. Il punto è che Trump non solo è un capo di Stato, ma è il capo dello Stato più potente, ricco e influente del pianeta; un pelo di prudenza, di classe, di decoro, non guasterebbero. Gli si perdona lo stile sboccacciato; anzi, gli si riconosce di aver dato voce, proprio grazie alla schietta aggressività, ai vinti della globalizzazione. Dissacrare il capo della Chiesa, tuttavia, è eccessivo anche per uno che della sfrontatezza ha fatto un marchio. C’era bisogno di dare in pasto alla Rete un’altra porzione di egomania, mentre i fedeli seppelliscono un pontefice e affidano le loro speranze all’imminente conclave?
Non è la prima volta che il tycoon, su Internet, rilancia contenuti che è un eufemismo definire pacchiani. A febbraio, su Truth, aveva pubblicato un video, sempre generato con l’Ia, della Striscia di Gaza allestita a mo’ di riviera, con resort di lusso, ville con piscina, feste in spiaggia e yacht ormeggiati. Almeno, leggendo tra le righe della macabra sceneggiata, si poteva scorgere il nocciolo del progetto degli Usa per il futuro assetto del Medio Oriente. Invece il senso dell’operazione di ieri, a parte la goliardia villana e l’autocompiacimento infantile, sfugge. La sortita di papa Donald I si è risolta in un clamoroso autogol. Uno scivolone che potrebbe complicare le manovre dell’amministrazione, fin qui più discreta di Emmanuel Macron nei confronti dei porporati francesi, per trasmettere i propri desiderata agli americani che voteranno nella Cappella Sistina.
Dopodiché, bisogna ammettere che se Trump si sente autorizzato a spernacchiare il Romano pontefice, un po’ di colpa ricade sui Romani pontefici. Ad esempio, portare il sofferente Francesco, pochi giorni prima che morisse, dentro la Basilica di San Pietro conciato come un nonnino in casa di riposo, col poncho a righe, i calzoni scuri, senza veste bianca né zucchetto, ha contribuito simbolicamente a privare di solennità e dignità la figura del Papa. Un Papa umano, troppo umano.
Bergoglio si è impegnato a fondo nel tentativo di rendere il successore di Pietro, agli occhi della gente, un tizio qualunque. L’argentino era di sicuro in buona fede, però i risultati dell’ideologia «semplicista» rischiano di essere disastrosi. Certo, la sua non è stata un’invenzione unica. Il processo è stato il corrispettivo curiale della trivializzazione delle istituzioni, di cui Trump stesso rappresenta l’estremo approdo. E Francesco non è il solo ad aver battuto questa strada. Se Giovanni Paolo II, giustamente, rifiutò la cerimonia d’incoronazione con la tiara, dissociandosi dalla rivendicazione di una sua anacronistica sovranità temporale, diversi osservatori, anche tradizionalisti, hanno rimproverato a Benedetto XVI di aver dato l’impressione, con le sue dimissioni, che quello del Papa fosse una sorta di incarico a tempo. Una funzione simile a quella di un premier o dell’amministratore delegato di un’azienda. Ecco: il paradosso è che la relativizzazione del pontificato, dal rifiuto dell’arroganza del potere politico, abbia condotto all’oscuramento dell’autorità spirituale del Papa, che finisce trascinato allo stesso livello di un leader qualunque. Non è un caso se la Chiesa viene dipinta alla stregua di un parlamento, con la contesa tra conservatori e progressisti e la corte spietata al voto dei «centristi». Eppure, «cattolico» doveva significare «universale»…
La formula del «Chi sono io per giudicare», più che un atto di umiltà, è risuonata come una tana libera tutti. Così diventa davvero difficile convincere individui pieni di sé che, per fare bene da Papa, bisogna prima imparare a fare il sacrestano. Mica il presidente degli Stati Uniti.





