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2023-10-06
Se si vota alla transizione forzata la Chiesa si farà del male da sola
Papa Francesco (Ansa)
C’è un passaggio insidioso, nell’esortazione apostolica Laudate Deum. Avalla una logica che potrebbe finire per ritorcersi contro la Chiesa stessa. Apre, con il pretesto della conversione ecologica, una breccia dalla quale, poi, rischiano di passare la teoria gender, l’ideologia antinatalista, la legittimazione dell’aborto.
Ci troviamo al capitolo 3, punto 35, del documento. Francesco ha appena ribadito l’importanza degli accordi multilaterali per azzerare le emissioni di CO2. E aggiunge: le organizzazioni mondiali «devono essere dotate di una reale autorità per “assicurare” la realizzazione di alcuni obiettivi irrinunciabili. Così si darebbe vita a un multilateralismo che non dipende dalle mutevoli circostanze politiche o dagli interessi di pochi e che abbia un’efficacia stabile». Dove voglia andare a parare, il Pontefice lo esplicita al capitolo 5, dedicato all’imminente Cop28 di Dubai. Egli invoca «una decisa accelerazione della transizione energetica, con impegni efficaci che possano essere monitorati in modo permanente». Pretende, cioè, che l’abbandono dei combustibili fossili sia propiziato da «forme vincolanti di transizione energetica».
Jorge Mario Bergoglio tenta di mitigare tale netta presa di posizione aggrappandosi al principio di sussidiarietà, da applicare «anche al rapporto globale-locale», o proponendo una «maggiore “democratizzazione” nella sfera globale». La conclusione delle sue considerazioni, tuttavia, può essere una soltanto: l’agenda green va imposta a prescindere dal consenso dei cittadini dei singoli Paesi. Ovvero, a prescindere dall’unica modalità di deliberazione democratica che, più o meno, funzioni. Cos’altro sono le «mutevoli circostanze politiche», se non il legittimo alternarsi delle maggioranze e la conseguente rimodulazione degli scopi del governo?
Attenzione: non è questione di difendere i vituperati sovranismi, rifiutando il nobile afflato alla cooperazione internazionale. Vivessimo in una società ancora cristiana, constateremmo che il successore di Pietro ha aggiunto, al tradizionale insieme dei valori non negoziabili, pure quello del cosiddetto «net zero». Discutibile, sì. Però sostanzialmente innocuo. Il fatto è che, in un’epoca in cui il nichilismo ha sorpassato persino l’ormai scontata secolarizzazione, la conseguenza più probabile del metodo suggerito dal Papa è un’altra: spalancare la porta alle derive antiumane della postmodernità.
Sì, perché come possono forzarci a guidare l’auto elettrica, a installare le pompe di calore e a non salire più su un aereo che brucia quintali di cherosene, le istituzioni multilaterali potrebbero parimenti scavalcare gli argini democratici a livello nazionale e imporci matrimoni «egualitari», adozioni gay, riconoscimento dei figli nati da maternità surrogata, controllo delle nascite, interruzioni di gravidanza come metodo contraccettivo, transessualità infantile e limitazioni della libertà d’espressione, stile «misgendering» canadese oppure legge Zan. È paranoia? Be’, sappiate che, nell’agenda 2030 dell’Onu per lo «sviluppo sostenibile», è compreso il diritto universale ai «servizi sanitari sessuali e riproduttivi, inclusi quelli destinati alla pianificazione familiare». Più precisamente, viene prescritta «l’integrazione della salute riproduttiva nei programmi e nelle strategie nazionali». Che ne direbbe, Bergoglio, se in virtù del principio degli «obiettivi irrinunciabili e vincolanti», le Nazioni Unite, o chi per loro, obbligassero gli Stati ad approvare leggi abortiste, oppure a liberalizzare il mercato dei bambini? A quei fini, non bastano già la Corte di giustizia Ue e la Corte europea dei diritti umani? La giurisprudenza creativa dei singoli tribunali? Mettiamo in pericolo la sacralità della vita, l’intangibilità dell’unione matrimoniale, l’unicità della famiglia, per avere in cambio pale eoliche e pannelli solari?
Qui non stiamo ragionando in termini astratti. Gli esiti del multilateralismo autoritario promosso dal Pontefice sarebbero tangibili e copiosi. Cari volontari cattolici, volete partecipare a un programma per la prevenzione dell’Aids in Africa? Benvenuti: ma niente prediche sui costumi sessuali ordinati, men che meno sulla castità. Altrove s’è deciso che bisogna distribuire preservativi. Spettabili organizzazioni antiabortiste, intendete piazzarvi fuori una clinica di Planned Parenthood e provare a convincere le ragazze a tenere il loro bambino? Scordatevelo: l’agenda 2030 proclama il diritto alla salute riproduttiva. Dottori, vi opponete alla somministrazione di bloccanti della pubertà a un baby trans? Vedetevela con l’Onu, la Cedu, o chicchessia. Pensate di aprire una scuola privata cattolica? Prego, l’iniziativa economica è libera; purché siate sempre «inclusivi». Non bandirete per caso i testi in cui si invitano i ragazzini a masturbarsi?
Dal Vangelo abbiamo imparato che esiste uno zelo santo: tipo quello di Cristo quando rovescia, indignato, i banchetti dei mercanti nel tempio. Ma è proprio Gesù a darci un suggerimento: «Siate prudenti come i serpenti». Soprattutto dinanzi al nuovo credo ambientalista. Quella lastricata di buone intenzioni non è mica la strada per il paradiso…
Tutti gli errori della «Laudate Deum»
Né nella enciclica Laudato si’ né nella esortazione apostolica Laudate Deum Francesco ha parlato ex cathedra, cosicché il dogma della infallibilità pontificia non è intaccato dalla pletora di errori contenuti in entrambi gli interventi. Vediamo quella della Laudate Deum.
1 «Ogni volta che la temperatura globale aumenta di mezzo grado, aumentano anche l’intensità e la frequenza di forti piogge in alcune aree, di gravi siccità in altre, di caldo estremo in alcune regioni e di forti nevicate in altre ancora». Questo è patentemente falso. Ci sarebbe da chiedersi cosa succederebbe ogni volta che la temperatura media globale diminuisse di mezzo grado: forse che qua diminuiscono intensità e frequenza di forti piogge e là aumentano le siccità; o che qua aumenta il caldo e là il freddo? Oppure le temperature possono diminuire senza che nulla succeda? Ma se fossero vere queste stravaganze, allora dovrebbe esserci una e una sola temperatura media globale ottimale. E qual è? Quella del 1850, verrebbe da dire. Ma perché proprio quella? Cosa avrebbe di speciale il 1850 rispetto al, che so, 1650, quando le temperature erano 2 gradi più basse?
2 «Quello cui stiamo assistendo ora è una insolita accelerazione del riscaldamento. Negli ultimi 50 anni la temperatura è aumentata a una velocità inedita, senza precedenti negli ultimi 2.000 anni». E oltre: «Non possiamo più dubitare che la ragione dell’insolita velocità di così pericolosi cambiamenti sia un fatto innegabile». La cosa non è indubitabile, ma semplicemente falsa. Negli ultimi 50 anni la temperatura è aumentata di mezzo grado, ma nei soli 30 anni dal 1690 al 1720 la temperatura aumentava di 1.5 gradi: quindi nulla di insolito. E non è vera neanche l’accelerazione, visto che negli anni 1940-80 vi fu non un riscaldamento più lento ma, addirittura, un rinfrescamento (e anche allora ci si allarmava), e gli anni 2000-2014 furono di «hiatus» climatico, cioè di interruzione del riscaldamento.
3 «Siccità e alluvioni, maremoti e inondazioni hanno in fondo la stessa origine: il riscaldamento globale». L’origine delle citate circostanze non può essere il riscaldamento globale. Significherebbe che senza riscaldamento globale esse non ci sarebbero, mentre ci sono sempre state: basta leggere la Bibbia. Inoltre, dal punto di vista del pianeta queste sono situazioni equivalenti, mentre possono non esserlo dal punto di vista dell’umanità. Essa, sì, avrebbe bisogno di acqua, neve, sole, ombra, vento, bonaccia a comando. Ma non possiamo comandare, né al pianeta né al Sole. Possiamo solo adattarci, e faremmo bene a farlo.
4 «Le emissioni pro capite dei Paesi più ricchi sono molto superiori a quelle dei più poveri. Un cambiamento diffuso dello stile di vita irresponsabile legato al modello occidentale avrebbe un impatto significativo». La prima frase è vera, anche se, a essere precisi, la ragione per cui l’abitante ricco è tale, è proprio perché emette di più. La seconda frase, invece, contiene un grave errore di aritmetica: se il problema è il clima che cambia a causa delle emissioni, ridurre quelle dei Paesi che pro capite emettono di più potrebbe ben non avere alcun effetto, se la popolazione totale di questi Paesi è minoritaria. E lo è. Per esempio, le emissioni della Ue incidono per l’8%, cosicché anche l’azzeramento delle emissioni della ricchissima Ue avrebbe effetto nullo sul clima.
5 «La coincidenza di questi fenomeni climatici globali con la crescita accelerata delle emissioni di gas serra non può essere nascosta». Qui ci sono due errori. Uno: la correlazione tra due fatti non significa che uno causa l’altro. Due: alla crescita delle emissioni non sempre si è avuta una crescita delle temperature (non negli anni 1940-1980 e 2000-2014).
6 «La stragrande maggioranza degli studiosi del clima sostiene questa correlazione e solo una minima percentuale di essi tenta di negare tale evidenza». Questo non è un argomento. È necessaria concordanza tra fatti e non concordanza tra uomini per sostenere che una congettura è vera.
7 «L’evoluzione delle temperature medie della superficie non può essere spiegata senza l’effetto dell’aumento dei gas serra». Non è vero: come si spiega l’evoluzione delle temperature del passato?
8 «Gli Emirati Arabi Uniti ospiteranno la prossima Conferenza delle Parti (Cop28). È un Paese che ha investito molto nelle energie rinnovabili. Non possiamo rinunciare a sognare che la Cop28 porti a una decisa accelerazione della transizione energetica». Le rinnovabili contribuiscono all’energia di quel Paese per l’1%, il nucleare per il 4% e i combustibili fossili per il 95%. Auspicare che, dopo 27 Cop fallite, abbia successo la prossima Cop che si celebrerà lì, è un grosso azzardo.
Papa Francesco, però, conclude: «Evitare l’aumento di un decimo di grado della temperatura globale potrebbe già essere sufficiente per risparmiare sofferenze a molte persone». Strano che non gli sovvenga il dubbio che una umanità esposta a variazioni di temperature che nello stesso luogo possono essere di diverse decine di gradi e che tra poli ed equatore sono di 100 gradi, possa aver un qualche beneficio dal controllo delle temperature «di un decimo di grado» e che forse imbracarsi in questo insano e improbabile controllo possa essere, invece, la causa di sofferenze per molte persone.
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Il Papa chiede che le decisioni degli organismi mondiali diventino «vincolanti», a prescindere dalla volontà dei cittadini. Ma se lo sono sull’agenda verde, possono esserlo anche sull’ideologia gender o sull’aborto.Cataclismi causati da mezzo grado in più di temperatura, confusione sulle emissioni pro capite, equivoci sulla scienza fatta a maggioranza: il testo della «Laudate Deum» è tecnicamente inesatto.Lo speciale contiene due articoli.C’è un passaggio insidioso, nell’esortazione apostolica Laudate Deum. Avalla una logica che potrebbe finire per ritorcersi contro la Chiesa stessa. Apre, con il pretesto della conversione ecologica, una breccia dalla quale, poi, rischiano di passare la teoria gender, l’ideologia antinatalista, la legittimazione dell’aborto. Ci troviamo al capitolo 3, punto 35, del documento. Francesco ha appena ribadito l’importanza degli accordi multilaterali per azzerare le emissioni di CO2. E aggiunge: le organizzazioni mondiali «devono essere dotate di una reale autorità per “assicurare” la realizzazione di alcuni obiettivi irrinunciabili. Così si darebbe vita a un multilateralismo che non dipende dalle mutevoli circostanze politiche o dagli interessi di pochi e che abbia un’efficacia stabile». Dove voglia andare a parare, il Pontefice lo esplicita al capitolo 5, dedicato all’imminente Cop28 di Dubai. Egli invoca «una decisa accelerazione della transizione energetica, con impegni efficaci che possano essere monitorati in modo permanente». Pretende, cioè, che l’abbandono dei combustibili fossili sia propiziato da «forme vincolanti di transizione energetica». Jorge Mario Bergoglio tenta di mitigare tale netta presa di posizione aggrappandosi al principio di sussidiarietà, da applicare «anche al rapporto globale-locale», o proponendo una «maggiore “democratizzazione” nella sfera globale». La conclusione delle sue considerazioni, tuttavia, può essere una soltanto: l’agenda green va imposta a prescindere dal consenso dei cittadini dei singoli Paesi. Ovvero, a prescindere dall’unica modalità di deliberazione democratica che, più o meno, funzioni. Cos’altro sono le «mutevoli circostanze politiche», se non il legittimo alternarsi delle maggioranze e la conseguente rimodulazione degli scopi del governo? Attenzione: non è questione di difendere i vituperati sovranismi, rifiutando il nobile afflato alla cooperazione internazionale. Vivessimo in una società ancora cristiana, constateremmo che il successore di Pietro ha aggiunto, al tradizionale insieme dei valori non negoziabili, pure quello del cosiddetto «net zero». Discutibile, sì. Però sostanzialmente innocuo. Il fatto è che, in un’epoca in cui il nichilismo ha sorpassato persino l’ormai scontata secolarizzazione, la conseguenza più probabile del metodo suggerito dal Papa è un’altra: spalancare la porta alle derive antiumane della postmodernità. Sì, perché come possono forzarci a guidare l’auto elettrica, a installare le pompe di calore e a non salire più su un aereo che brucia quintali di cherosene, le istituzioni multilaterali potrebbero parimenti scavalcare gli argini democratici a livello nazionale e imporci matrimoni «egualitari», adozioni gay, riconoscimento dei figli nati da maternità surrogata, controllo delle nascite, interruzioni di gravidanza come metodo contraccettivo, transessualità infantile e limitazioni della libertà d’espressione, stile «misgendering» canadese oppure legge Zan. È paranoia? Be’, sappiate che, nell’agenda 2030 dell’Onu per lo «sviluppo sostenibile», è compreso il diritto universale ai «servizi sanitari sessuali e riproduttivi, inclusi quelli destinati alla pianificazione familiare». Più precisamente, viene prescritta «l’integrazione della salute riproduttiva nei programmi e nelle strategie nazionali». Che ne direbbe, Bergoglio, se in virtù del principio degli «obiettivi irrinunciabili e vincolanti», le Nazioni Unite, o chi per loro, obbligassero gli Stati ad approvare leggi abortiste, oppure a liberalizzare il mercato dei bambini? A quei fini, non bastano già la Corte di giustizia Ue e la Corte europea dei diritti umani? La giurisprudenza creativa dei singoli tribunali? Mettiamo in pericolo la sacralità della vita, l’intangibilità dell’unione matrimoniale, l’unicità della famiglia, per avere in cambio pale eoliche e pannelli solari? Qui non stiamo ragionando in termini astratti. Gli esiti del multilateralismo autoritario promosso dal Pontefice sarebbero tangibili e copiosi. Cari volontari cattolici, volete partecipare a un programma per la prevenzione dell’Aids in Africa? Benvenuti: ma niente prediche sui costumi sessuali ordinati, men che meno sulla castità. Altrove s’è deciso che bisogna distribuire preservativi. Spettabili organizzazioni antiabortiste, intendete piazzarvi fuori una clinica di Planned Parenthood e provare a convincere le ragazze a tenere il loro bambino? Scordatevelo: l’agenda 2030 proclama il diritto alla salute riproduttiva. Dottori, vi opponete alla somministrazione di bloccanti della pubertà a un baby trans? Vedetevela con l’Onu, la Cedu, o chicchessia. Pensate di aprire una scuola privata cattolica? Prego, l’iniziativa economica è libera; purché siate sempre «inclusivi». Non bandirete per caso i testi in cui si invitano i ragazzini a masturbarsi?Dal Vangelo abbiamo imparato che esiste uno zelo santo: tipo quello di Cristo quando rovescia, indignato, i banchetti dei mercanti nel tempio. Ma è proprio Gesù a darci un suggerimento: «Siate prudenti come i serpenti». Soprattutto dinanzi al nuovo credo ambientalista. 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Questo è patentemente falso. Ci sarebbe da chiedersi cosa succederebbe ogni volta che la temperatura media globale diminuisse di mezzo grado: forse che qua diminuiscono intensità e frequenza di forti piogge e là aumentano le siccità; o che qua aumenta il caldo e là il freddo? Oppure le temperature possono diminuire senza che nulla succeda? Ma se fossero vere queste stravaganze, allora dovrebbe esserci una e una sola temperatura media globale ottimale. E qual è? Quella del 1850, verrebbe da dire. Ma perché proprio quella? Cosa avrebbe di speciale il 1850 rispetto al, che so, 1650, quando le temperature erano 2 gradi più basse? 2 «Quello cui stiamo assistendo ora è una insolita accelerazione del riscaldamento. Negli ultimi 50 anni la temperatura è aumentata a una velocità inedita, senza precedenti negli ultimi 2.000 anni». E oltre: «Non possiamo più dubitare che la ragione dell’insolita velocità di così pericolosi cambiamenti sia un fatto innegabile». La cosa non è indubitabile, ma semplicemente falsa. Negli ultimi 50 anni la temperatura è aumentata di mezzo grado, ma nei soli 30 anni dal 1690 al 1720 la temperatura aumentava di 1.5 gradi: quindi nulla di insolito. E non è vera neanche l’accelerazione, visto che negli anni 1940-80 vi fu non un riscaldamento più lento ma, addirittura, un rinfrescamento (e anche allora ci si allarmava), e gli anni 2000-2014 furono di «hiatus» climatico, cioè di interruzione del riscaldamento. 3 «Siccità e alluvioni, maremoti e inondazioni hanno in fondo la stessa origine: il riscaldamento globale». L’origine delle citate circostanze non può essere il riscaldamento globale. Significherebbe che senza riscaldamento globale esse non ci sarebbero, mentre ci sono sempre state: basta leggere la Bibbia. Inoltre, dal punto di vista del pianeta queste sono situazioni equivalenti, mentre possono non esserlo dal punto di vista dell’umanità. Essa, sì, avrebbe bisogno di acqua, neve, sole, ombra, vento, bonaccia a comando. Ma non possiamo comandare, né al pianeta né al Sole. Possiamo solo adattarci, e faremmo bene a farlo. 4 «Le emissioni pro capite dei Paesi più ricchi sono molto superiori a quelle dei più poveri. Un cambiamento diffuso dello stile di vita irresponsabile legato al modello occidentale avrebbe un impatto significativo». La prima frase è vera, anche se, a essere precisi, la ragione per cui l’abitante ricco è tale, è proprio perché emette di più. La seconda frase, invece, contiene un grave errore di aritmetica: se il problema è il clima che cambia a causa delle emissioni, ridurre quelle dei Paesi che pro capite emettono di più potrebbe ben non avere alcun effetto, se la popolazione totale di questi Paesi è minoritaria. E lo è. Per esempio, le emissioni della Ue incidono per l’8%, cosicché anche l’azzeramento delle emissioni della ricchissima Ue avrebbe effetto nullo sul clima. 5 «La coincidenza di questi fenomeni climatici globali con la crescita accelerata delle emissioni di gas serra non può essere nascosta». Qui ci sono due errori. Uno: la correlazione tra due fatti non significa che uno causa l’altro. Due: alla crescita delle emissioni non sempre si è avuta una crescita delle temperature (non negli anni 1940-1980 e 2000-2014). 6 «La stragrande maggioranza degli studiosi del clima sostiene questa correlazione e solo una minima percentuale di essi tenta di negare tale evidenza». Questo non è un argomento. È necessaria concordanza tra fatti e non concordanza tra uomini per sostenere che una congettura è vera. 7 «L’evoluzione delle temperature medie della superficie non può essere spiegata senza l’effetto dell’aumento dei gas serra». Non è vero: come si spiega l’evoluzione delle temperature del passato? 8 «Gli Emirati Arabi Uniti ospiteranno la prossima Conferenza delle Parti (Cop28). È un Paese che ha investito molto nelle energie rinnovabili. Non possiamo rinunciare a sognare che la Cop28 porti a una decisa accelerazione della transizione energetica». Le rinnovabili contribuiscono all’energia di quel Paese per l’1%, il nucleare per il 4% e i combustibili fossili per il 95%. Auspicare che, dopo 27 Cop fallite, abbia successo la prossima Cop che si celebrerà lì, è un grosso azzardo. Papa Francesco, però, conclude: «Evitare l’aumento di un decimo di grado della temperatura globale potrebbe già essere sufficiente per risparmiare sofferenze a molte persone». Strano che non gli sovvenga il dubbio che una umanità esposta a variazioni di temperature che nello stesso luogo possono essere di diverse decine di gradi e che tra poli ed equatore sono di 100 gradi, possa aver un qualche beneficio dal controllo delle temperature «di un decimo di grado» e che forse imbracarsi in questo insano e improbabile controllo possa essere, invece, la causa di sofferenze per molte persone.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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