2021-06-24
Quando il Papa non sposa le sue idee la sinistra lo fa passare per un fesso
Finché parla di migranti Jorge Bergoglio viene celebrato dai media progressisti. Se si azzarda a difendere la libertà dei cristiani diventa un sovrano dimezzato, ostaggio della Curia. Michela Murgia ipotizza addirittura «trame nere».Sorge il dubbio che, nella tesa discussione riguardante il ddl Zan, vi sia in effetti una indebita ingerenza. No, non quella del Vaticano che dovrebbe - come qualcuno sostiene - evitare di immischiarsi negli affari di uno «Stato laico». Semmai, l'ingerenza è quella del sistema mediatico-culturale progressista che pare convinto di poter telecomandare il Papa. Il problema è annoso, e va riconosciuto che talvolta la sottile ambiguità gesuitica di Francesco lo abbia alimentato. Ma, in soldoni, il punto è sempre lo stesso: quando il Pontefice si esprime in modo gradito a sinistra (cioè in conformità a un pensiero minoritario ma dominante), è celebrato con tutti gli onori. Quando invece - come avvenuto rispetto al bavaglio arcobaleno - difende l'ortodossia, i valori e la libertà della Chiesa e dei cristiani, ecco che l'atteggiamento nei suoi confronti cambia radicalmente.Nel caso specifico, si assiste a una curiosa - benché non certo inedita - opera di mistificazione. La linea prevalente fra i commentatori e gli intellettuali «democratici» sembra essere la seguente: poiché la realtà non ci aggrada, non ci resta che negarla. Sfogliando i giornali e ascoltando le dotte analisi squadernate in televisione e sulla Rete, ci si trova di fronte alla descrizione di un Pontefice dimezzato, indebolito, financo raggirato.Ora, è molto difficile, se non impossibile, che Bergoglio non fosse a conoscenza della nota verbale consegnata all'ambasciata d'Italia dal segretario per i rapporti con gli Stati, l'arcivescovo Paul Gallagher. È presumibile, anzi, che il Papa quella nota l'abbia condivisa, approvata, voluta. Di più: raramente, negli ultimi anni, si è vista una tale unità d'intenti nella Chiesa. La Conferenza episcopale italiana e la Santa Sede si sono mosse in modo simmetrico, concordato (anche se il termine, in queste ore, suscita strani pruriti). Tuttavia, Repubblica ci informa che «La legge Zan divide il Vaticano» e ci spiega che l'azione diplomatica «ha provocato lo smarrimento di diversi prelati».Sulla Stampa, la nota vaticanista Michela Murgia - assurta a commentatrice di faccende ecclesiastiche in virtù di un discutibile libretto sulla Madonna pubblicato anni fa - si spinge perfino oltre, evocando le proverbiali «trame nere». «In questo caso», scrive arguta la Regina degli schwa, «il gioco non sembra essere il frutto di un'armonia tra la guida che deve ispirare e il custode che deve garantire. La percezione è che il ddl Zan sia solo l'ennesima arma della guerra che va consumandosi nelle stanze vaticane, dove c'è da mesi la corsa a chi più mette in imbarazzo papa Francesco allo scopo di delegittimarne l'autorevolezza esterna». Dunque i prelati sarebbero spaccati, Bergoglio sarebbe vittima di un complotto, la nota verbale avrebbe l'unico scopo di metterlo in imbarazzo, creando divisione nella casa del Signore.Nella vulgata progressista, il Pontefice è - solo e soltanto - l'uomo del «chi sono io per giudicare», quello che apre alle coppie Lgbt, che si batte contro l'omofobia e il razzismo, quello che tifa per i migranti. Se si discosta dalla linea che altri (da Eugenio Scalfari in giù) hanno tracciato per lui, significa che dietro c'è qualcosa di poco chiaro, una truffa, un inganno, una oscura macchinazione. No, non può essere stato Bergoglio ad approvare quel documento contro la mordacchia arcobaleno: devono aver approfittato della sua buona fede o di un momento di assenza. Gli hanno giocato un brutto tiro, dev'essere così!Certo, tutti gli osservatori hanno il diritto di commentare le mosse papali, specie quelle concernenti questioni politiche e non strettamente dottrinali. Ma un conto è commentare, un altro conto è tentare di svuotare di legittimità un atto soltanto perché non coincide con i propri desiderata. Senz'altro una parte della Chiesa ha sofferto l'ultima mossa della Santa Sede. Ma si tratta dell'avanguardia che, negli anni passati, ha premuto con fin troppa foga sull'acceleratore arcobaleno. Non è stata rinnegata, questo no, ma ridimensionata sì. E, comunque, si tratta pur sempre di un'avanguardia, che per definizione è minoritaria. Parliamo di personalità come padre Antonio Spadaro, che ha dolorosamente accusato il colpo, e ha reagito pubblicando sui social una canzone di Marco Mengoni, portabandiera Lgbt.Ma per uno Spadaro (o qualche Spadaro) che non apprezza, non si può arrivare a sostenere che il Vaticano sia lacerato. Anche perché, se pure ci fosse una spaccatura tanto ampia e tanto profonda, beh, allora bisognerebbe renderne conto ogni volta. Anche quando Bergoglio attacca i sovranisti o invita all'accoglienza dei clandestini. In quei casi, però, il dissenso non è mai contemplato, nemmeno quando è forte. Se si tratta di ddl Zan, invece, il dissenso (pur ridotto) merita i titoloni. Tradotto: se il Papa vira a sinistra, tutto bene; se le sue azioni compiacciono la destra, si salvi chi può.C'è persino, in questa messe di contorcimenti ideologici, chi tenta una disperata difesa di Bergoglio in quanto santino progressista, e cioè il professor Alberto Melloni. Il quale, sempre tramite Repubblica - di fatto contraddicendo la Murgia e vari altri, compreso il direttore di Repubblica - prova a sostenere che la nota verbale sia, in realtà, un'astutissima mossa utile a fermare le destre. Un modo per sbarrare «preventivamente la strada al protagonismo di quei vescovi che fossero stati tentati dall'uso politico dei sacramenti, come stanno facendo i vescovi americani con Joe Biden». Capito? L'azione diplomatica vaticana sembra dar ragione ai conservatori, ma solo perché in realtà vuole arginarli e ghettizzarli. Non è un complotto dunque, ma un autocomplotto bergogliano.Come sopra: quando la realtà non è gradevole, non resta che negarla ostinatamente.
(Totaleu)
Lo ha detto l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Paolo Inselvini alla sessione plenaria di Strasburgo.
Giornata cruciale per le relazioni economiche tra Italia e Arabia Saudita. Nel quadro del Forum Imprenditoriale Italia–Arabia Saudita, che oggi riunisce a Riyad istituzioni e imprese dei due Paesi, Cassa depositi e prestiti (Cdp), Simest e la Camera di commercio italo-araba (Jiacc) hanno firmato un Memorandum of Understanding volto a rafforzare la cooperazione industriale e commerciale con il mondo arabo. Contestualmente, Simest ha inaugurato la sua nuova antenna nella capitale saudita, alla presenza del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’accordo tra Cdp, Simest e Jiacc – sottoscritto alla presenza di Tajani e del ministro degli Investimenti saudita Khalid A. Al Falih – punta a costruire un canale stabile di collaborazione tra imprese italiane e aziende dei Paesi arabi, con particolare attenzione alle opportunità offerte dal mercato saudita. L’obiettivo è facilitare l’accesso delle aziende italiane ai mega-programmi legati alla Vision 2030 e promuovere partnership industriali e commerciali ad alto valore aggiunto.
Il Memorandum prevede iniziative congiunte in quattro aree chiave: business matching, attività di informazione e orientamento ai mercati arabi, eventi e missioni dedicate, e supporto ai processi di internazionalizzazione. «Questo accordo consolida l’impegno di Simest nel supportare l’espansione delle Pmi italiane in un’area strategica e in forte crescita», ha commentato il presidente di Simest, Vittorio De Pedys, sottolineando come la collaborazione con Cdp e Jiacc permetterà di offrire accompagnamento, informazione e strumenti finanziari mirati.
Parallelamente, sempre a Riyad, si è svolta la cerimonia di apertura del nuovo presidio SIMEST, inaugurato dal ministro Tajani insieme al presidente De Pedys e all’amministratore delegato Regina Corradini D’Arienzo. L’antenna nasce per fornire assistenza diretta alle imprese italiane impegnate nei percorsi di ingresso e consolidamento in uno dei mercati più dinamici al mondo, in un Medio Oriente considerato sempre più strategico per la crescita internazionale dell’Italia.
L’Arabia Saudita, al centro di una fase di profonda trasformazione economica, ospita già numerose aziende italiane attive in settori quali infrastrutture, automotive, trasporti sostenibili, edilizia, farmaceutico-medicale, alta tecnologia, agritech, cultura e sport. «L’apertura dell’antenna di Riyad rappresenta un passo decisivo nel rafforzamento della nostra presenza a fianco delle imprese italiane, con un’attenzione particolare alle Pmi», ha dichiarato Corradini D’Arienzo. Un presidio che, ha aggiunto, opererà in stretto coordinamento con la Farnesina, Cdp, Sace, Ice, la Camera di Commercio, Confindustria e l’Ambasciata italiana, con l’obiettivo di facilitare investimenti e cogliere le opportunità offerte dall’economia saudita, anche in settori in cui la filiera italiana sta affrontando difficoltà, come la moda.
Le due iniziative – il Memorandum e l’apertura dell’antenna – rafforzano dunque la presenza del Sistema Italia in una delle aree più strategiche del panorama globale, con l’ambizione di trasformare le opportunità della Vision 2030 in collaborazioni concrete per le imprese italiane.
Continua a leggereRiduci