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2022-04-14
Il Papa non molla: sarà una Via crucis di pace
Ansa
Il Vaticano non arretra. Domani al Colosseo la tredicesima stazione della Via crucis del Papa avrà Irina, infermiera ucraina, e Albina, studentessa russa, una di fianco all’altra. Lo aveva fatto intuire ieri mattina il direttore di Avvenire: «Dove i russi e gli ucraini», si chiedeva Marco Tarquinio, «fratelli per storia e fede, e ora in feroce guerra perché il fratello ha aggredito il fratello, possono chiedere a Dio con una sola voce: “Liberaci dal male”?». Dove, se non sotto la croce e nella Via crucis? Le rimostranze twittate martedì dall’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash e, ancor di più, le durissime parole sull’opportunità della scelta dell’arcivescovo dei greco-cattolici di Kiev, Sviatoslav Shevchuk, vengono inchiodate da questa domanda.
Una posizione chiara quella della Santa Sede, rilanciata sul Manifesto dal gesuita più vicino a papa Bergoglio, padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà cattolica: «Il Papa vuole che questa sporca guerra finisca», ha scritto ieri, «per questo mette sotto la croce di Cristo e sotto le sue parole - “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” - due amiche che la guerra ha etichettato come nemiche: una carnefice e l’altra vittima». Ed è stato in serata lo stesso Spadaro al Tg3 a sgombrare il campo da ogni dubbio sulla presenza delle due donne: «È tutto confermato. Papa Francesco è un pastore, non un politico e agisce contro ogni speranza visibile. Per questo ha voluto due amiche, una russa e una ucraina. Porteranno la croce, scandalosamente insieme, e non diranno niente». E poi ha aggiunto: «Può essere scandaloso per alcuni ma questo è il Vangelo di Cristo».
Peraltro le due donne avevano raccontato all’Osservatore romano che la loro è un’amicizia vera, nata «all’interno del reparto di cure palliative». «Risolvere i problemi con la forza delle armi», dichiarava nel video del Campus biomedico di Roma la giovane russa Albina, «non è un modo da bravi politici, la forza dell’amore supererà tutto. Io sono russa e sono contro la guerra». Il Venerdì santo, alla Via crucis, ha dichiarato, invece, l’infermiera ucraina Irina, «sicuramente pregherò con tutto il mio cuore per la pace».
Difficile archiviare la scelta di mettere insieme queste due donne al Colosseo come un’inopportuna spettacolarizzazione. O peggio, come la scelta di un Papa che non si vuole schierare. Ieri, durante l’udienza generale, Bergoglio ha ribadito che «l’aggressione armata di questi giorni è un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua». E sempre ieri è stato pubblicato su Vaticannews un brano di Francesco che fa da introduzione al libro uscito oggi a firma dello stesso Pontefice, intitolato Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace (Solferino). «L’Ucraina è stata aggredita e invasa», scrive il Papa, ma «di fronte alle immagini strazianti che vediamo ogni giorno, di fronte al grido dei bambini e delle donne, non possiamo che urlare: “Fermatevi!”». La guerra è «un sacrilegio» e, chiosa il Papa, cresce «proprio attraverso la distruzione e se avessimo memoria, non spenderemmo decine, centinaia di miliardi per il riarmo, per dotarci di armamenti sempre più sofisticati, per accrescere il mercato e il traffico delle armi che finiscono per uccidere bambini, donne, vecchi».
«Sia ascoltato il messaggio del Pontefice (colui che costruisce ponti)», hanno scritto ieri in un comunicato i deputati di Alternativa popolare. «Comprendiamo la grave situazione del popolo ucraino e la difficoltà del governo di Kiev nel gestire in piena crisi i rapporti con Mosca, ma troviamo controproducente per il perseguimento della pace che lo stesso governo esorti il Papa a prendere posizioni che dividano due popoli».
Nel mondo cattolico però c’è chi vorrebbe relegare la posizione di Francesco sulla crisi ucraina alla voce «pacifismo». Il professor Pietro De Marco, intervenuto sul blog del vaticanista Sandro Magister, ha scritto che il Papa dovrebbe dare «un giudizio pubblico secondo giustizia» in merito alla guerra, aggiungendo che tutte le «terze vie» rispetto alle posizioni pro o contro l’invasione russa, si risolvono «in un giudizio scettico-ostile nei confronti della resistenza ucraina, dunque volenti o nolenti a favore di Putin in nome di uno «status quo» macroeuropeo (Unione europea più Russia come Comunità degli Stati indipendenti) sia pure valorizzato o idealizzato in prospettive diverse». Gli ha risposto il filosofo Massimo Borghesi, dicendo che vede «la discesa verso il baratro pilotata da falchi che escludono al momento ogni forma di negoziato». «Può realmente l’Ucraina armata dall’Occidente respingere del tutto l’armata russa?», chiede Borghesi. «Oppure questo porterà alla totale distruzione della sua nazione con il rischio del coinvolgimento europeo?».
E se il padre fondatore di Russia Ecumenica, don Sergio Mercanzin, dice all’Adnkronos, che «sarebbe il caso che il Vaticano facesse marcia indietro» sulla Via crucis, gli hanno risposto indirettamente dalle colonne dell’Osservatore romano uscito ieri due donne, Dina Franczeska Shabalina, quarantenne ucraina, e Julia Sineva, trentenne russa, appartenenti all’ordine francescano secolare. Loro una Via crucis insieme, ieri, l’hanno già fatta, organizzata da Franciscan internationalis. «Accettiamo il fatto di essere in una guerra ma non di vivere per la guerra», dichiara Dina. A cui fa eco Julia, che chiede a Dio «il perdono per questa guerra che ti crocifigge, la liberazione dalle menzogne e dalle ombre della morte» e per i popoli dell’Ucraina e della Russia, la pace.
«Allarme scisma» per 70 vescovi. Lettera appello alla Chiesa tedesca
Che la Chiesa sia immersa in una grave crisi di identità e che questa crisi epocale non giovi a nessuno - né ai cattolici, né ai laici, e neppure alle società e alla cultura - non lo crede solo La Verità, monsignor Carlo Maria Viganò e qualche anziano curiale, rimasto ai tempi di Benedetto XVI. No. Ormai questi dissensi tra cattolici diventano sempre più eclatanti, e sono tema di scontro tra gli stessi vescovi.
Il 2022 ha registrato in tal senso già due fatti inauditi e convergenti. Il 22 febbraio il presidente dei vescovi polacchi, monsignor Stanislaw Gadecki, ha scritto a monsignor Georg Bätzing, capo dei vescovi tedeschi. Per metterlo in guardia dal «cammino sinodale» intrapreso. Perché «si ha l’impressione che il Vangelo non sia sempre la base della riflessione». Secondo il metropolita di Poznam, il pericolo è quello di cedere alla «tentazione di modernizzare» la fede. Specie su questioni etiche e sessuali. Il 9 marzo una nuova lettera aperta è stata inviata da alcuni vescovi del Nord Europa ai loro confratelli germanici. Scrivevano gli scandinavi che «l’orientamento, il metodo e il contenuto del cammino sinodale della Chiesa in Germania ci riempiono di preoccupazione». E ciò per le aperture nei confronti dello «spirito del mondo», in rapporto alla fedeltà al Vangelo.
A molti pare di trovarsi in mezzo a un’escalation di tradimenti del cattolicesimo tedesco, da sempre avanguardia del progressismo ecclesiale. Il quale sembra volersi mettere, cinque secoli dopo la Riforma, sulle tracce di Martin Lutero. Fondando la religione sulla libera interpretazione della Bibbia, al di là della tradizione e dell’insegnamento dei Papi.
L’11 aprile è stata pubblicata una nuova missiva. Ancor più autorevole e drastica, e sempre per denunciare i rischi di scisma dei tedeschi. Che potrebbero costituire a breve una nuova chiesa riformata, autonoma e separata da Roma. Un neocattolicesimo al passo con i tempi. I firmatari sono 70 vescovi del mondo, soprattutto americani e africani. L’unico italiano è il vescovo emerito di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca. Tra i prelati spiccano i nomi di quattro autorevoli cardinali: Francis Arinze (Onitsha, Nigeria) Raymond Burke (Saint Louis, Usa) Wilfred Napier (Durban, Sudafrica) George Pell (Sydney, Australia). Anche stavolta le parole usate sono ferme e incisive. Scrivono i 70 che «gli eventi in Germania ci costringono a esprimere la nostra crescente preoccupazione per la natura dell’intero processo del cammino sinodale tedesco». Così, seguendo il paolino «non conformatevi alla mentalità di questo mondo», hanno deciso di denunciare la «confusione che il cammino sinodale ha già causato e continua a causare». Alla Chiesa certo. Ma anche alla cultura, alla civiltà, alla stessa pace tra i popoli…
Le critiche teologiche sono sintetizzate in sette punti. Secondo loro, le aperture del Sinodo «minano: la credibilità dell’autorità della Chiesa, compresa quella di papa Francesco; l’antropologia cristiana e la morale sessuale; e l’attendibilità delle Scritture». In effetti, se qualunque sessualità è legittima salta tutto: in primis la famiglia biblica, monogamica ed eterosessuale. Gli stessi documenti sinodali sembrano ispirati non dalla Scrittura, «ma dall’analisi sociologica e dalle ideologie politiche contemporanee, incluse quelle del gender». In sintesi, «il cammino mostra più una sottomissione e obbedienza al mondo e alle sue ideologie, che a Gesù Cristo Signore e Salvatore».
Tutti possono capire che senza unità e coerenza il cristianesimo muore suicida, seppur ben assistito dal clero. Lasciando gli uomini privi di un immenso patrimonio etico, insostituibile nelle immani sfide del presente.
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Niente cambi di programma dopo le critiche a Jorge Bergoglio, domani una donna russa e una ucraina porteranno il Crocifisso. Il gesuita Antonio Spadaro: «Tutto confermato, è scandaloso come il Vangelo». E Francesco non cambia linea: «La guerra è tradimento blasfemo».«Allarme scisma» per 70 vescovi. Lettera appello alla Chiesa tedesca. I firmatari da ogni parte del mondo criticano il cammino sinodale: «Crea confusione».Lo speciale contiene due articoli.Il Vaticano non arretra. Domani al Colosseo la tredicesima stazione della Via crucis del Papa avrà Irina, infermiera ucraina, e Albina, studentessa russa, una di fianco all’altra. Lo aveva fatto intuire ieri mattina il direttore di Avvenire: «Dove i russi e gli ucraini», si chiedeva Marco Tarquinio, «fratelli per storia e fede, e ora in feroce guerra perché il fratello ha aggredito il fratello, possono chiedere a Dio con una sola voce: “Liberaci dal male”?». Dove, se non sotto la croce e nella Via crucis? Le rimostranze twittate martedì dall’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash e, ancor di più, le durissime parole sull’opportunità della scelta dell’arcivescovo dei greco-cattolici di Kiev, Sviatoslav Shevchuk, vengono inchiodate da questa domanda. Una posizione chiara quella della Santa Sede, rilanciata sul Manifesto dal gesuita più vicino a papa Bergoglio, padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà cattolica: «Il Papa vuole che questa sporca guerra finisca», ha scritto ieri, «per questo mette sotto la croce di Cristo e sotto le sue parole - “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” - due amiche che la guerra ha etichettato come nemiche: una carnefice e l’altra vittima». Ed è stato in serata lo stesso Spadaro al Tg3 a sgombrare il campo da ogni dubbio sulla presenza delle due donne: «È tutto confermato. Papa Francesco è un pastore, non un politico e agisce contro ogni speranza visibile. Per questo ha voluto due amiche, una russa e una ucraina. Porteranno la croce, scandalosamente insieme, e non diranno niente». E poi ha aggiunto: «Può essere scandaloso per alcuni ma questo è il Vangelo di Cristo». Peraltro le due donne avevano raccontato all’Osservatore romano che la loro è un’amicizia vera, nata «all’interno del reparto di cure palliative». «Risolvere i problemi con la forza delle armi», dichiarava nel video del Campus biomedico di Roma la giovane russa Albina, «non è un modo da bravi politici, la forza dell’amore supererà tutto. Io sono russa e sono contro la guerra». Il Venerdì santo, alla Via crucis, ha dichiarato, invece, l’infermiera ucraina Irina, «sicuramente pregherò con tutto il mio cuore per la pace».Difficile archiviare la scelta di mettere insieme queste due donne al Colosseo come un’inopportuna spettacolarizzazione. O peggio, come la scelta di un Papa che non si vuole schierare. Ieri, durante l’udienza generale, Bergoglio ha ribadito che «l’aggressione armata di questi giorni è un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua». E sempre ieri è stato pubblicato su Vaticannews un brano di Francesco che fa da introduzione al libro uscito oggi a firma dello stesso Pontefice, intitolato Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace (Solferino). «L’Ucraina è stata aggredita e invasa», scrive il Papa, ma «di fronte alle immagini strazianti che vediamo ogni giorno, di fronte al grido dei bambini e delle donne, non possiamo che urlare: “Fermatevi!”». La guerra è «un sacrilegio» e, chiosa il Papa, cresce «proprio attraverso la distruzione e se avessimo memoria, non spenderemmo decine, centinaia di miliardi per il riarmo, per dotarci di armamenti sempre più sofisticati, per accrescere il mercato e il traffico delle armi che finiscono per uccidere bambini, donne, vecchi».«Sia ascoltato il messaggio del Pontefice (colui che costruisce ponti)», hanno scritto ieri in un comunicato i deputati di Alternativa popolare. «Comprendiamo la grave situazione del popolo ucraino e la difficoltà del governo di Kiev nel gestire in piena crisi i rapporti con Mosca, ma troviamo controproducente per il perseguimento della pace che lo stesso governo esorti il Papa a prendere posizioni che dividano due popoli».Nel mondo cattolico però c’è chi vorrebbe relegare la posizione di Francesco sulla crisi ucraina alla voce «pacifismo». Il professor Pietro De Marco, intervenuto sul blog del vaticanista Sandro Magister, ha scritto che il Papa dovrebbe dare «un giudizio pubblico secondo giustizia» in merito alla guerra, aggiungendo che tutte le «terze vie» rispetto alle posizioni pro o contro l’invasione russa, si risolvono «in un giudizio scettico-ostile nei confronti della resistenza ucraina, dunque volenti o nolenti a favore di Putin in nome di uno «status quo» macroeuropeo (Unione europea più Russia come Comunità degli Stati indipendenti) sia pure valorizzato o idealizzato in prospettive diverse». Gli ha risposto il filosofo Massimo Borghesi, dicendo che vede «la discesa verso il baratro pilotata da falchi che escludono al momento ogni forma di negoziato». «Può realmente l’Ucraina armata dall’Occidente respingere del tutto l’armata russa?», chiede Borghesi. «Oppure questo porterà alla totale distruzione della sua nazione con il rischio del coinvolgimento europeo?».E se il padre fondatore di Russia Ecumenica, don Sergio Mercanzin, dice all’Adnkronos, che «sarebbe il caso che il Vaticano facesse marcia indietro» sulla Via crucis, gli hanno risposto indirettamente dalle colonne dell’Osservatore romano uscito ieri due donne, Dina Franczeska Shabalina, quarantenne ucraina, e Julia Sineva, trentenne russa, appartenenti all’ordine francescano secolare. Loro una Via crucis insieme, ieri, l’hanno già fatta, organizzata da Franciscan internationalis. «Accettiamo il fatto di essere in una guerra ma non di vivere per la guerra», dichiara Dina. 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No. Ormai questi dissensi tra cattolici diventano sempre più eclatanti, e sono tema di scontro tra gli stessi vescovi. Il 2022 ha registrato in tal senso già due fatti inauditi e convergenti. Il 22 febbraio il presidente dei vescovi polacchi, monsignor Stanislaw Gadecki, ha scritto a monsignor Georg Bätzing, capo dei vescovi tedeschi. Per metterlo in guardia dal «cammino sinodale» intrapreso. Perché «si ha l’impressione che il Vangelo non sia sempre la base della riflessione». Secondo il metropolita di Poznam, il pericolo è quello di cedere alla «tentazione di modernizzare» la fede. Specie su questioni etiche e sessuali. Il 9 marzo una nuova lettera aperta è stata inviata da alcuni vescovi del Nord Europa ai loro confratelli germanici. Scrivevano gli scandinavi che «l’orientamento, il metodo e il contenuto del cammino sinodale della Chiesa in Germania ci riempiono di preoccupazione». E ciò per le aperture nei confronti dello «spirito del mondo», in rapporto alla fedeltà al Vangelo. A molti pare di trovarsi in mezzo a un’escalation di tradimenti del cattolicesimo tedesco, da sempre avanguardia del progressismo ecclesiale. Il quale sembra volersi mettere, cinque secoli dopo la Riforma, sulle tracce di Martin Lutero. Fondando la religione sulla libera interpretazione della Bibbia, al di là della tradizione e dell’insegnamento dei Papi. L’11 aprile è stata pubblicata una nuova missiva. Ancor più autorevole e drastica, e sempre per denunciare i rischi di scisma dei tedeschi. Che potrebbero costituire a breve una nuova chiesa riformata, autonoma e separata da Roma. Un neocattolicesimo al passo con i tempi. I firmatari sono 70 vescovi del mondo, soprattutto americani e africani. L’unico italiano è il vescovo emerito di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca. Tra i prelati spiccano i nomi di quattro autorevoli cardinali: Francis Arinze (Onitsha, Nigeria) Raymond Burke (Saint Louis, Usa) Wilfred Napier (Durban, Sudafrica) George Pell (Sydney, Australia). Anche stavolta le parole usate sono ferme e incisive. Scrivono i 70 che «gli eventi in Germania ci costringono a esprimere la nostra crescente preoccupazione per la natura dell’intero processo del cammino sinodale tedesco». Così, seguendo il paolino «non conformatevi alla mentalità di questo mondo», hanno deciso di denunciare la «confusione che il cammino sinodale ha già causato e continua a causare». Alla Chiesa certo. Ma anche alla cultura, alla civiltà, alla stessa pace tra i popoli… Le critiche teologiche sono sintetizzate in sette punti. Secondo loro, le aperture del Sinodo «minano: la credibilità dell’autorità della Chiesa, compresa quella di papa Francesco; l’antropologia cristiana e la morale sessuale; e l’attendibilità delle Scritture». In effetti, se qualunque sessualità è legittima salta tutto: in primis la famiglia biblica, monogamica ed eterosessuale. Gli stessi documenti sinodali sembrano ispirati non dalla Scrittura, «ma dall’analisi sociologica e dalle ideologie politiche contemporanee, incluse quelle del gender». In sintesi, «il cammino mostra più una sottomissione e obbedienza al mondo e alle sue ideologie, che a Gesù Cristo Signore e Salvatore». Tutti possono capire che senza unità e coerenza il cristianesimo muore suicida, seppur ben assistito dal clero. Lasciando gli uomini privi di un immenso patrimonio etico, insostituibile nelle immani sfide del presente.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.