True
2022-04-14
Il Papa non molla: sarà una Via crucis di pace
Ansa
Il Vaticano non arretra. Domani al Colosseo la tredicesima stazione della Via crucis del Papa avrà Irina, infermiera ucraina, e Albina, studentessa russa, una di fianco all’altra. Lo aveva fatto intuire ieri mattina il direttore di Avvenire: «Dove i russi e gli ucraini», si chiedeva Marco Tarquinio, «fratelli per storia e fede, e ora in feroce guerra perché il fratello ha aggredito il fratello, possono chiedere a Dio con una sola voce: “Liberaci dal male”?». Dove, se non sotto la croce e nella Via crucis? Le rimostranze twittate martedì dall’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash e, ancor di più, le durissime parole sull’opportunità della scelta dell’arcivescovo dei greco-cattolici di Kiev, Sviatoslav Shevchuk, vengono inchiodate da questa domanda.
Una posizione chiara quella della Santa Sede, rilanciata sul Manifesto dal gesuita più vicino a papa Bergoglio, padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà cattolica: «Il Papa vuole che questa sporca guerra finisca», ha scritto ieri, «per questo mette sotto la croce di Cristo e sotto le sue parole - “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” - due amiche che la guerra ha etichettato come nemiche: una carnefice e l’altra vittima». Ed è stato in serata lo stesso Spadaro al Tg3 a sgombrare il campo da ogni dubbio sulla presenza delle due donne: «È tutto confermato. Papa Francesco è un pastore, non un politico e agisce contro ogni speranza visibile. Per questo ha voluto due amiche, una russa e una ucraina. Porteranno la croce, scandalosamente insieme, e non diranno niente». E poi ha aggiunto: «Può essere scandaloso per alcuni ma questo è il Vangelo di Cristo».
Peraltro le due donne avevano raccontato all’Osservatore romano che la loro è un’amicizia vera, nata «all’interno del reparto di cure palliative». «Risolvere i problemi con la forza delle armi», dichiarava nel video del Campus biomedico di Roma la giovane russa Albina, «non è un modo da bravi politici, la forza dell’amore supererà tutto. Io sono russa e sono contro la guerra». Il Venerdì santo, alla Via crucis, ha dichiarato, invece, l’infermiera ucraina Irina, «sicuramente pregherò con tutto il mio cuore per la pace».
Difficile archiviare la scelta di mettere insieme queste due donne al Colosseo come un’inopportuna spettacolarizzazione. O peggio, come la scelta di un Papa che non si vuole schierare. Ieri, durante l’udienza generale, Bergoglio ha ribadito che «l’aggressione armata di questi giorni è un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua». E sempre ieri è stato pubblicato su Vaticannews un brano di Francesco che fa da introduzione al libro uscito oggi a firma dello stesso Pontefice, intitolato Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace (Solferino). «L’Ucraina è stata aggredita e invasa», scrive il Papa, ma «di fronte alle immagini strazianti che vediamo ogni giorno, di fronte al grido dei bambini e delle donne, non possiamo che urlare: “Fermatevi!”». La guerra è «un sacrilegio» e, chiosa il Papa, cresce «proprio attraverso la distruzione e se avessimo memoria, non spenderemmo decine, centinaia di miliardi per il riarmo, per dotarci di armamenti sempre più sofisticati, per accrescere il mercato e il traffico delle armi che finiscono per uccidere bambini, donne, vecchi».
«Sia ascoltato il messaggio del Pontefice (colui che costruisce ponti)», hanno scritto ieri in un comunicato i deputati di Alternativa popolare. «Comprendiamo la grave situazione del popolo ucraino e la difficoltà del governo di Kiev nel gestire in piena crisi i rapporti con Mosca, ma troviamo controproducente per il perseguimento della pace che lo stesso governo esorti il Papa a prendere posizioni che dividano due popoli».
Nel mondo cattolico però c’è chi vorrebbe relegare la posizione di Francesco sulla crisi ucraina alla voce «pacifismo». Il professor Pietro De Marco, intervenuto sul blog del vaticanista Sandro Magister, ha scritto che il Papa dovrebbe dare «un giudizio pubblico secondo giustizia» in merito alla guerra, aggiungendo che tutte le «terze vie» rispetto alle posizioni pro o contro l’invasione russa, si risolvono «in un giudizio scettico-ostile nei confronti della resistenza ucraina, dunque volenti o nolenti a favore di Putin in nome di uno «status quo» macroeuropeo (Unione europea più Russia come Comunità degli Stati indipendenti) sia pure valorizzato o idealizzato in prospettive diverse». Gli ha risposto il filosofo Massimo Borghesi, dicendo che vede «la discesa verso il baratro pilotata da falchi che escludono al momento ogni forma di negoziato». «Può realmente l’Ucraina armata dall’Occidente respingere del tutto l’armata russa?», chiede Borghesi. «Oppure questo porterà alla totale distruzione della sua nazione con il rischio del coinvolgimento europeo?».
E se il padre fondatore di Russia Ecumenica, don Sergio Mercanzin, dice all’Adnkronos, che «sarebbe il caso che il Vaticano facesse marcia indietro» sulla Via crucis, gli hanno risposto indirettamente dalle colonne dell’Osservatore romano uscito ieri due donne, Dina Franczeska Shabalina, quarantenne ucraina, e Julia Sineva, trentenne russa, appartenenti all’ordine francescano secolare. Loro una Via crucis insieme, ieri, l’hanno già fatta, organizzata da Franciscan internationalis. «Accettiamo il fatto di essere in una guerra ma non di vivere per la guerra», dichiara Dina. A cui fa eco Julia, che chiede a Dio «il perdono per questa guerra che ti crocifigge, la liberazione dalle menzogne e dalle ombre della morte» e per i popoli dell’Ucraina e della Russia, la pace.
«Allarme scisma» per 70 vescovi. Lettera appello alla Chiesa tedesca
Che la Chiesa sia immersa in una grave crisi di identità e che questa crisi epocale non giovi a nessuno - né ai cattolici, né ai laici, e neppure alle società e alla cultura - non lo crede solo La Verità, monsignor Carlo Maria Viganò e qualche anziano curiale, rimasto ai tempi di Benedetto XVI. No. Ormai questi dissensi tra cattolici diventano sempre più eclatanti, e sono tema di scontro tra gli stessi vescovi.
Il 2022 ha registrato in tal senso già due fatti inauditi e convergenti. Il 22 febbraio il presidente dei vescovi polacchi, monsignor Stanislaw Gadecki, ha scritto a monsignor Georg Bätzing, capo dei vescovi tedeschi. Per metterlo in guardia dal «cammino sinodale» intrapreso. Perché «si ha l’impressione che il Vangelo non sia sempre la base della riflessione». Secondo il metropolita di Poznam, il pericolo è quello di cedere alla «tentazione di modernizzare» la fede. Specie su questioni etiche e sessuali. Il 9 marzo una nuova lettera aperta è stata inviata da alcuni vescovi del Nord Europa ai loro confratelli germanici. Scrivevano gli scandinavi che «l’orientamento, il metodo e il contenuto del cammino sinodale della Chiesa in Germania ci riempiono di preoccupazione». E ciò per le aperture nei confronti dello «spirito del mondo», in rapporto alla fedeltà al Vangelo.
A molti pare di trovarsi in mezzo a un’escalation di tradimenti del cattolicesimo tedesco, da sempre avanguardia del progressismo ecclesiale. Il quale sembra volersi mettere, cinque secoli dopo la Riforma, sulle tracce di Martin Lutero. Fondando la religione sulla libera interpretazione della Bibbia, al di là della tradizione e dell’insegnamento dei Papi.
L’11 aprile è stata pubblicata una nuova missiva. Ancor più autorevole e drastica, e sempre per denunciare i rischi di scisma dei tedeschi. Che potrebbero costituire a breve una nuova chiesa riformata, autonoma e separata da Roma. Un neocattolicesimo al passo con i tempi. I firmatari sono 70 vescovi del mondo, soprattutto americani e africani. L’unico italiano è il vescovo emerito di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca. Tra i prelati spiccano i nomi di quattro autorevoli cardinali: Francis Arinze (Onitsha, Nigeria) Raymond Burke (Saint Louis, Usa) Wilfred Napier (Durban, Sudafrica) George Pell (Sydney, Australia). Anche stavolta le parole usate sono ferme e incisive. Scrivono i 70 che «gli eventi in Germania ci costringono a esprimere la nostra crescente preoccupazione per la natura dell’intero processo del cammino sinodale tedesco». Così, seguendo il paolino «non conformatevi alla mentalità di questo mondo», hanno deciso di denunciare la «confusione che il cammino sinodale ha già causato e continua a causare». Alla Chiesa certo. Ma anche alla cultura, alla civiltà, alla stessa pace tra i popoli…
Le critiche teologiche sono sintetizzate in sette punti. Secondo loro, le aperture del Sinodo «minano: la credibilità dell’autorità della Chiesa, compresa quella di papa Francesco; l’antropologia cristiana e la morale sessuale; e l’attendibilità delle Scritture». In effetti, se qualunque sessualità è legittima salta tutto: in primis la famiglia biblica, monogamica ed eterosessuale. Gli stessi documenti sinodali sembrano ispirati non dalla Scrittura, «ma dall’analisi sociologica e dalle ideologie politiche contemporanee, incluse quelle del gender». In sintesi, «il cammino mostra più una sottomissione e obbedienza al mondo e alle sue ideologie, che a Gesù Cristo Signore e Salvatore».
Tutti possono capire che senza unità e coerenza il cristianesimo muore suicida, seppur ben assistito dal clero. Lasciando gli uomini privi di un immenso patrimonio etico, insostituibile nelle immani sfide del presente.
Continua a leggereRiduci
Niente cambi di programma dopo le critiche a Jorge Bergoglio, domani una donna russa e una ucraina porteranno il Crocifisso. Il gesuita Antonio Spadaro: «Tutto confermato, è scandaloso come il Vangelo». E Francesco non cambia linea: «La guerra è tradimento blasfemo».«Allarme scisma» per 70 vescovi. Lettera appello alla Chiesa tedesca. I firmatari da ogni parte del mondo criticano il cammino sinodale: «Crea confusione».Lo speciale contiene due articoli.Il Vaticano non arretra. Domani al Colosseo la tredicesima stazione della Via crucis del Papa avrà Irina, infermiera ucraina, e Albina, studentessa russa, una di fianco all’altra. Lo aveva fatto intuire ieri mattina il direttore di Avvenire: «Dove i russi e gli ucraini», si chiedeva Marco Tarquinio, «fratelli per storia e fede, e ora in feroce guerra perché il fratello ha aggredito il fratello, possono chiedere a Dio con una sola voce: “Liberaci dal male”?». Dove, se non sotto la croce e nella Via crucis? Le rimostranze twittate martedì dall’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash e, ancor di più, le durissime parole sull’opportunità della scelta dell’arcivescovo dei greco-cattolici di Kiev, Sviatoslav Shevchuk, vengono inchiodate da questa domanda. Una posizione chiara quella della Santa Sede, rilanciata sul Manifesto dal gesuita più vicino a papa Bergoglio, padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà cattolica: «Il Papa vuole che questa sporca guerra finisca», ha scritto ieri, «per questo mette sotto la croce di Cristo e sotto le sue parole - “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” - due amiche che la guerra ha etichettato come nemiche: una carnefice e l’altra vittima». Ed è stato in serata lo stesso Spadaro al Tg3 a sgombrare il campo da ogni dubbio sulla presenza delle due donne: «È tutto confermato. Papa Francesco è un pastore, non un politico e agisce contro ogni speranza visibile. Per questo ha voluto due amiche, una russa e una ucraina. Porteranno la croce, scandalosamente insieme, e non diranno niente». E poi ha aggiunto: «Può essere scandaloso per alcuni ma questo è il Vangelo di Cristo». Peraltro le due donne avevano raccontato all’Osservatore romano che la loro è un’amicizia vera, nata «all’interno del reparto di cure palliative». «Risolvere i problemi con la forza delle armi», dichiarava nel video del Campus biomedico di Roma la giovane russa Albina, «non è un modo da bravi politici, la forza dell’amore supererà tutto. Io sono russa e sono contro la guerra». Il Venerdì santo, alla Via crucis, ha dichiarato, invece, l’infermiera ucraina Irina, «sicuramente pregherò con tutto il mio cuore per la pace».Difficile archiviare la scelta di mettere insieme queste due donne al Colosseo come un’inopportuna spettacolarizzazione. O peggio, come la scelta di un Papa che non si vuole schierare. Ieri, durante l’udienza generale, Bergoglio ha ribadito che «l’aggressione armata di questi giorni è un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua». E sempre ieri è stato pubblicato su Vaticannews un brano di Francesco che fa da introduzione al libro uscito oggi a firma dello stesso Pontefice, intitolato Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace (Solferino). «L’Ucraina è stata aggredita e invasa», scrive il Papa, ma «di fronte alle immagini strazianti che vediamo ogni giorno, di fronte al grido dei bambini e delle donne, non possiamo che urlare: “Fermatevi!”». La guerra è «un sacrilegio» e, chiosa il Papa, cresce «proprio attraverso la distruzione e se avessimo memoria, non spenderemmo decine, centinaia di miliardi per il riarmo, per dotarci di armamenti sempre più sofisticati, per accrescere il mercato e il traffico delle armi che finiscono per uccidere bambini, donne, vecchi».«Sia ascoltato il messaggio del Pontefice (colui che costruisce ponti)», hanno scritto ieri in un comunicato i deputati di Alternativa popolare. «Comprendiamo la grave situazione del popolo ucraino e la difficoltà del governo di Kiev nel gestire in piena crisi i rapporti con Mosca, ma troviamo controproducente per il perseguimento della pace che lo stesso governo esorti il Papa a prendere posizioni che dividano due popoli».Nel mondo cattolico però c’è chi vorrebbe relegare la posizione di Francesco sulla crisi ucraina alla voce «pacifismo». Il professor Pietro De Marco, intervenuto sul blog del vaticanista Sandro Magister, ha scritto che il Papa dovrebbe dare «un giudizio pubblico secondo giustizia» in merito alla guerra, aggiungendo che tutte le «terze vie» rispetto alle posizioni pro o contro l’invasione russa, si risolvono «in un giudizio scettico-ostile nei confronti della resistenza ucraina, dunque volenti o nolenti a favore di Putin in nome di uno «status quo» macroeuropeo (Unione europea più Russia come Comunità degli Stati indipendenti) sia pure valorizzato o idealizzato in prospettive diverse». Gli ha risposto il filosofo Massimo Borghesi, dicendo che vede «la discesa verso il baratro pilotata da falchi che escludono al momento ogni forma di negoziato». «Può realmente l’Ucraina armata dall’Occidente respingere del tutto l’armata russa?», chiede Borghesi. «Oppure questo porterà alla totale distruzione della sua nazione con il rischio del coinvolgimento europeo?».E se il padre fondatore di Russia Ecumenica, don Sergio Mercanzin, dice all’Adnkronos, che «sarebbe il caso che il Vaticano facesse marcia indietro» sulla Via crucis, gli hanno risposto indirettamente dalle colonne dell’Osservatore romano uscito ieri due donne, Dina Franczeska Shabalina, quarantenne ucraina, e Julia Sineva, trentenne russa, appartenenti all’ordine francescano secolare. Loro una Via crucis insieme, ieri, l’hanno già fatta, organizzata da Franciscan internationalis. «Accettiamo il fatto di essere in una guerra ma non di vivere per la guerra», dichiara Dina. A cui fa eco Julia, che chiede a Dio «il perdono per questa guerra che ti crocifigge, la liberazione dalle menzogne e dalle ombre della morte» e per i popoli dell’Ucraina e della Russia, la pace. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-non-molla-viacrucis-pace-2657152528.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="allarme-scisma-per-70-vescovi-lettera-appello-alla-chiesa-tedesca" data-post-id="2657152528" data-published-at="1649898326" data-use-pagination="False"> «Allarme scisma» per 70 vescovi. Lettera appello alla Chiesa tedesca Che la Chiesa sia immersa in una grave crisi di identità e che questa crisi epocale non giovi a nessuno - né ai cattolici, né ai laici, e neppure alle società e alla cultura - non lo crede solo La Verità, monsignor Carlo Maria Viganò e qualche anziano curiale, rimasto ai tempi di Benedetto XVI. No. Ormai questi dissensi tra cattolici diventano sempre più eclatanti, e sono tema di scontro tra gli stessi vescovi. Il 2022 ha registrato in tal senso già due fatti inauditi e convergenti. Il 22 febbraio il presidente dei vescovi polacchi, monsignor Stanislaw Gadecki, ha scritto a monsignor Georg Bätzing, capo dei vescovi tedeschi. Per metterlo in guardia dal «cammino sinodale» intrapreso. Perché «si ha l’impressione che il Vangelo non sia sempre la base della riflessione». Secondo il metropolita di Poznam, il pericolo è quello di cedere alla «tentazione di modernizzare» la fede. Specie su questioni etiche e sessuali. Il 9 marzo una nuova lettera aperta è stata inviata da alcuni vescovi del Nord Europa ai loro confratelli germanici. Scrivevano gli scandinavi che «l’orientamento, il metodo e il contenuto del cammino sinodale della Chiesa in Germania ci riempiono di preoccupazione». E ciò per le aperture nei confronti dello «spirito del mondo», in rapporto alla fedeltà al Vangelo. A molti pare di trovarsi in mezzo a un’escalation di tradimenti del cattolicesimo tedesco, da sempre avanguardia del progressismo ecclesiale. Il quale sembra volersi mettere, cinque secoli dopo la Riforma, sulle tracce di Martin Lutero. Fondando la religione sulla libera interpretazione della Bibbia, al di là della tradizione e dell’insegnamento dei Papi. L’11 aprile è stata pubblicata una nuova missiva. Ancor più autorevole e drastica, e sempre per denunciare i rischi di scisma dei tedeschi. Che potrebbero costituire a breve una nuova chiesa riformata, autonoma e separata da Roma. Un neocattolicesimo al passo con i tempi. I firmatari sono 70 vescovi del mondo, soprattutto americani e africani. L’unico italiano è il vescovo emerito di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca. Tra i prelati spiccano i nomi di quattro autorevoli cardinali: Francis Arinze (Onitsha, Nigeria) Raymond Burke (Saint Louis, Usa) Wilfred Napier (Durban, Sudafrica) George Pell (Sydney, Australia). Anche stavolta le parole usate sono ferme e incisive. Scrivono i 70 che «gli eventi in Germania ci costringono a esprimere la nostra crescente preoccupazione per la natura dell’intero processo del cammino sinodale tedesco». Così, seguendo il paolino «non conformatevi alla mentalità di questo mondo», hanno deciso di denunciare la «confusione che il cammino sinodale ha già causato e continua a causare». Alla Chiesa certo. Ma anche alla cultura, alla civiltà, alla stessa pace tra i popoli… Le critiche teologiche sono sintetizzate in sette punti. Secondo loro, le aperture del Sinodo «minano: la credibilità dell’autorità della Chiesa, compresa quella di papa Francesco; l’antropologia cristiana e la morale sessuale; e l’attendibilità delle Scritture». In effetti, se qualunque sessualità è legittima salta tutto: in primis la famiglia biblica, monogamica ed eterosessuale. Gli stessi documenti sinodali sembrano ispirati non dalla Scrittura, «ma dall’analisi sociologica e dalle ideologie politiche contemporanee, incluse quelle del gender». In sintesi, «il cammino mostra più una sottomissione e obbedienza al mondo e alle sue ideologie, che a Gesù Cristo Signore e Salvatore». Tutti possono capire che senza unità e coerenza il cristianesimo muore suicida, seppur ben assistito dal clero. Lasciando gli uomini privi di un immenso patrimonio etico, insostituibile nelle immani sfide del presente.
content.jwplatform.com
Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
Continua a leggereRiduci
«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
Continua a leggereRiduci