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2022-04-14
Il Papa non molla: sarà una Via crucis di pace
Ansa
Il Vaticano non arretra. Domani al Colosseo la tredicesima stazione della Via crucis del Papa avrà Irina, infermiera ucraina, e Albina, studentessa russa, una di fianco all’altra. Lo aveva fatto intuire ieri mattina il direttore di Avvenire: «Dove i russi e gli ucraini», si chiedeva Marco Tarquinio, «fratelli per storia e fede, e ora in feroce guerra perché il fratello ha aggredito il fratello, possono chiedere a Dio con una sola voce: “Liberaci dal male”?». Dove, se non sotto la croce e nella Via crucis? Le rimostranze twittate martedì dall’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash e, ancor di più, le durissime parole sull’opportunità della scelta dell’arcivescovo dei greco-cattolici di Kiev, Sviatoslav Shevchuk, vengono inchiodate da questa domanda.
Una posizione chiara quella della Santa Sede, rilanciata sul Manifesto dal gesuita più vicino a papa Bergoglio, padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà cattolica: «Il Papa vuole che questa sporca guerra finisca», ha scritto ieri, «per questo mette sotto la croce di Cristo e sotto le sue parole - “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” - due amiche che la guerra ha etichettato come nemiche: una carnefice e l’altra vittima». Ed è stato in serata lo stesso Spadaro al Tg3 a sgombrare il campo da ogni dubbio sulla presenza delle due donne: «È tutto confermato. Papa Francesco è un pastore, non un politico e agisce contro ogni speranza visibile. Per questo ha voluto due amiche, una russa e una ucraina. Porteranno la croce, scandalosamente insieme, e non diranno niente». E poi ha aggiunto: «Può essere scandaloso per alcuni ma questo è il Vangelo di Cristo».
Peraltro le due donne avevano raccontato all’Osservatore romano che la loro è un’amicizia vera, nata «all’interno del reparto di cure palliative». «Risolvere i problemi con la forza delle armi», dichiarava nel video del Campus biomedico di Roma la giovane russa Albina, «non è un modo da bravi politici, la forza dell’amore supererà tutto. Io sono russa e sono contro la guerra». Il Venerdì santo, alla Via crucis, ha dichiarato, invece, l’infermiera ucraina Irina, «sicuramente pregherò con tutto il mio cuore per la pace».
Difficile archiviare la scelta di mettere insieme queste due donne al Colosseo come un’inopportuna spettacolarizzazione. O peggio, come la scelta di un Papa che non si vuole schierare. Ieri, durante l’udienza generale, Bergoglio ha ribadito che «l’aggressione armata di questi giorni è un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua». E sempre ieri è stato pubblicato su Vaticannews un brano di Francesco che fa da introduzione al libro uscito oggi a firma dello stesso Pontefice, intitolato Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace (Solferino). «L’Ucraina è stata aggredita e invasa», scrive il Papa, ma «di fronte alle immagini strazianti che vediamo ogni giorno, di fronte al grido dei bambini e delle donne, non possiamo che urlare: “Fermatevi!”». La guerra è «un sacrilegio» e, chiosa il Papa, cresce «proprio attraverso la distruzione e se avessimo memoria, non spenderemmo decine, centinaia di miliardi per il riarmo, per dotarci di armamenti sempre più sofisticati, per accrescere il mercato e il traffico delle armi che finiscono per uccidere bambini, donne, vecchi».
«Sia ascoltato il messaggio del Pontefice (colui che costruisce ponti)», hanno scritto ieri in un comunicato i deputati di Alternativa popolare. «Comprendiamo la grave situazione del popolo ucraino e la difficoltà del governo di Kiev nel gestire in piena crisi i rapporti con Mosca, ma troviamo controproducente per il perseguimento della pace che lo stesso governo esorti il Papa a prendere posizioni che dividano due popoli».
Nel mondo cattolico però c’è chi vorrebbe relegare la posizione di Francesco sulla crisi ucraina alla voce «pacifismo». Il professor Pietro De Marco, intervenuto sul blog del vaticanista Sandro Magister, ha scritto che il Papa dovrebbe dare «un giudizio pubblico secondo giustizia» in merito alla guerra, aggiungendo che tutte le «terze vie» rispetto alle posizioni pro o contro l’invasione russa, si risolvono «in un giudizio scettico-ostile nei confronti della resistenza ucraina, dunque volenti o nolenti a favore di Putin in nome di uno «status quo» macroeuropeo (Unione europea più Russia come Comunità degli Stati indipendenti) sia pure valorizzato o idealizzato in prospettive diverse». Gli ha risposto il filosofo Massimo Borghesi, dicendo che vede «la discesa verso il baratro pilotata da falchi che escludono al momento ogni forma di negoziato». «Può realmente l’Ucraina armata dall’Occidente respingere del tutto l’armata russa?», chiede Borghesi. «Oppure questo porterà alla totale distruzione della sua nazione con il rischio del coinvolgimento europeo?».
E se il padre fondatore di Russia Ecumenica, don Sergio Mercanzin, dice all’Adnkronos, che «sarebbe il caso che il Vaticano facesse marcia indietro» sulla Via crucis, gli hanno risposto indirettamente dalle colonne dell’Osservatore romano uscito ieri due donne, Dina Franczeska Shabalina, quarantenne ucraina, e Julia Sineva, trentenne russa, appartenenti all’ordine francescano secolare. Loro una Via crucis insieme, ieri, l’hanno già fatta, organizzata da Franciscan internationalis. «Accettiamo il fatto di essere in una guerra ma non di vivere per la guerra», dichiara Dina. A cui fa eco Julia, che chiede a Dio «il perdono per questa guerra che ti crocifigge, la liberazione dalle menzogne e dalle ombre della morte» e per i popoli dell’Ucraina e della Russia, la pace.
«Allarme scisma» per 70 vescovi. Lettera appello alla Chiesa tedesca
Che la Chiesa sia immersa in una grave crisi di identità e che questa crisi epocale non giovi a nessuno - né ai cattolici, né ai laici, e neppure alle società e alla cultura - non lo crede solo La Verità, monsignor Carlo Maria Viganò e qualche anziano curiale, rimasto ai tempi di Benedetto XVI. No. Ormai questi dissensi tra cattolici diventano sempre più eclatanti, e sono tema di scontro tra gli stessi vescovi.
Il 2022 ha registrato in tal senso già due fatti inauditi e convergenti. Il 22 febbraio il presidente dei vescovi polacchi, monsignor Stanislaw Gadecki, ha scritto a monsignor Georg Bätzing, capo dei vescovi tedeschi. Per metterlo in guardia dal «cammino sinodale» intrapreso. Perché «si ha l’impressione che il Vangelo non sia sempre la base della riflessione». Secondo il metropolita di Poznam, il pericolo è quello di cedere alla «tentazione di modernizzare» la fede. Specie su questioni etiche e sessuali. Il 9 marzo una nuova lettera aperta è stata inviata da alcuni vescovi del Nord Europa ai loro confratelli germanici. Scrivevano gli scandinavi che «l’orientamento, il metodo e il contenuto del cammino sinodale della Chiesa in Germania ci riempiono di preoccupazione». E ciò per le aperture nei confronti dello «spirito del mondo», in rapporto alla fedeltà al Vangelo.
A molti pare di trovarsi in mezzo a un’escalation di tradimenti del cattolicesimo tedesco, da sempre avanguardia del progressismo ecclesiale. Il quale sembra volersi mettere, cinque secoli dopo la Riforma, sulle tracce di Martin Lutero. Fondando la religione sulla libera interpretazione della Bibbia, al di là della tradizione e dell’insegnamento dei Papi.
L’11 aprile è stata pubblicata una nuova missiva. Ancor più autorevole e drastica, e sempre per denunciare i rischi di scisma dei tedeschi. Che potrebbero costituire a breve una nuova chiesa riformata, autonoma e separata da Roma. Un neocattolicesimo al passo con i tempi. I firmatari sono 70 vescovi del mondo, soprattutto americani e africani. L’unico italiano è il vescovo emerito di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca. Tra i prelati spiccano i nomi di quattro autorevoli cardinali: Francis Arinze (Onitsha, Nigeria) Raymond Burke (Saint Louis, Usa) Wilfred Napier (Durban, Sudafrica) George Pell (Sydney, Australia). Anche stavolta le parole usate sono ferme e incisive. Scrivono i 70 che «gli eventi in Germania ci costringono a esprimere la nostra crescente preoccupazione per la natura dell’intero processo del cammino sinodale tedesco». Così, seguendo il paolino «non conformatevi alla mentalità di questo mondo», hanno deciso di denunciare la «confusione che il cammino sinodale ha già causato e continua a causare». Alla Chiesa certo. Ma anche alla cultura, alla civiltà, alla stessa pace tra i popoli…
Le critiche teologiche sono sintetizzate in sette punti. Secondo loro, le aperture del Sinodo «minano: la credibilità dell’autorità della Chiesa, compresa quella di papa Francesco; l’antropologia cristiana e la morale sessuale; e l’attendibilità delle Scritture». In effetti, se qualunque sessualità è legittima salta tutto: in primis la famiglia biblica, monogamica ed eterosessuale. Gli stessi documenti sinodali sembrano ispirati non dalla Scrittura, «ma dall’analisi sociologica e dalle ideologie politiche contemporanee, incluse quelle del gender». In sintesi, «il cammino mostra più una sottomissione e obbedienza al mondo e alle sue ideologie, che a Gesù Cristo Signore e Salvatore».
Tutti possono capire che senza unità e coerenza il cristianesimo muore suicida, seppur ben assistito dal clero. Lasciando gli uomini privi di un immenso patrimonio etico, insostituibile nelle immani sfide del presente.
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Niente cambi di programma dopo le critiche a Jorge Bergoglio, domani una donna russa e una ucraina porteranno il Crocifisso. Il gesuita Antonio Spadaro: «Tutto confermato, è scandaloso come il Vangelo». E Francesco non cambia linea: «La guerra è tradimento blasfemo».«Allarme scisma» per 70 vescovi. Lettera appello alla Chiesa tedesca. I firmatari da ogni parte del mondo criticano il cammino sinodale: «Crea confusione».Lo speciale contiene due articoli.Il Vaticano non arretra. Domani al Colosseo la tredicesima stazione della Via crucis del Papa avrà Irina, infermiera ucraina, e Albina, studentessa russa, una di fianco all’altra. Lo aveva fatto intuire ieri mattina il direttore di Avvenire: «Dove i russi e gli ucraini», si chiedeva Marco Tarquinio, «fratelli per storia e fede, e ora in feroce guerra perché il fratello ha aggredito il fratello, possono chiedere a Dio con una sola voce: “Liberaci dal male”?». Dove, se non sotto la croce e nella Via crucis? Le rimostranze twittate martedì dall’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash e, ancor di più, le durissime parole sull’opportunità della scelta dell’arcivescovo dei greco-cattolici di Kiev, Sviatoslav Shevchuk, vengono inchiodate da questa domanda. Una posizione chiara quella della Santa Sede, rilanciata sul Manifesto dal gesuita più vicino a papa Bergoglio, padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà cattolica: «Il Papa vuole che questa sporca guerra finisca», ha scritto ieri, «per questo mette sotto la croce di Cristo e sotto le sue parole - “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” - due amiche che la guerra ha etichettato come nemiche: una carnefice e l’altra vittima». Ed è stato in serata lo stesso Spadaro al Tg3 a sgombrare il campo da ogni dubbio sulla presenza delle due donne: «È tutto confermato. Papa Francesco è un pastore, non un politico e agisce contro ogni speranza visibile. Per questo ha voluto due amiche, una russa e una ucraina. Porteranno la croce, scandalosamente insieme, e non diranno niente». E poi ha aggiunto: «Può essere scandaloso per alcuni ma questo è il Vangelo di Cristo». Peraltro le due donne avevano raccontato all’Osservatore romano che la loro è un’amicizia vera, nata «all’interno del reparto di cure palliative». «Risolvere i problemi con la forza delle armi», dichiarava nel video del Campus biomedico di Roma la giovane russa Albina, «non è un modo da bravi politici, la forza dell’amore supererà tutto. Io sono russa e sono contro la guerra». Il Venerdì santo, alla Via crucis, ha dichiarato, invece, l’infermiera ucraina Irina, «sicuramente pregherò con tutto il mio cuore per la pace».Difficile archiviare la scelta di mettere insieme queste due donne al Colosseo come un’inopportuna spettacolarizzazione. O peggio, come la scelta di un Papa che non si vuole schierare. Ieri, durante l’udienza generale, Bergoglio ha ribadito che «l’aggressione armata di questi giorni è un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua». E sempre ieri è stato pubblicato su Vaticannews un brano di Francesco che fa da introduzione al libro uscito oggi a firma dello stesso Pontefice, intitolato Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace (Solferino). «L’Ucraina è stata aggredita e invasa», scrive il Papa, ma «di fronte alle immagini strazianti che vediamo ogni giorno, di fronte al grido dei bambini e delle donne, non possiamo che urlare: “Fermatevi!”». La guerra è «un sacrilegio» e, chiosa il Papa, cresce «proprio attraverso la distruzione e se avessimo memoria, non spenderemmo decine, centinaia di miliardi per il riarmo, per dotarci di armamenti sempre più sofisticati, per accrescere il mercato e il traffico delle armi che finiscono per uccidere bambini, donne, vecchi».«Sia ascoltato il messaggio del Pontefice (colui che costruisce ponti)», hanno scritto ieri in un comunicato i deputati di Alternativa popolare. «Comprendiamo la grave situazione del popolo ucraino e la difficoltà del governo di Kiev nel gestire in piena crisi i rapporti con Mosca, ma troviamo controproducente per il perseguimento della pace che lo stesso governo esorti il Papa a prendere posizioni che dividano due popoli».Nel mondo cattolico però c’è chi vorrebbe relegare la posizione di Francesco sulla crisi ucraina alla voce «pacifismo». Il professor Pietro De Marco, intervenuto sul blog del vaticanista Sandro Magister, ha scritto che il Papa dovrebbe dare «un giudizio pubblico secondo giustizia» in merito alla guerra, aggiungendo che tutte le «terze vie» rispetto alle posizioni pro o contro l’invasione russa, si risolvono «in un giudizio scettico-ostile nei confronti della resistenza ucraina, dunque volenti o nolenti a favore di Putin in nome di uno «status quo» macroeuropeo (Unione europea più Russia come Comunità degli Stati indipendenti) sia pure valorizzato o idealizzato in prospettive diverse». Gli ha risposto il filosofo Massimo Borghesi, dicendo che vede «la discesa verso il baratro pilotata da falchi che escludono al momento ogni forma di negoziato». «Può realmente l’Ucraina armata dall’Occidente respingere del tutto l’armata russa?», chiede Borghesi. «Oppure questo porterà alla totale distruzione della sua nazione con il rischio del coinvolgimento europeo?».E se il padre fondatore di Russia Ecumenica, don Sergio Mercanzin, dice all’Adnkronos, che «sarebbe il caso che il Vaticano facesse marcia indietro» sulla Via crucis, gli hanno risposto indirettamente dalle colonne dell’Osservatore romano uscito ieri due donne, Dina Franczeska Shabalina, quarantenne ucraina, e Julia Sineva, trentenne russa, appartenenti all’ordine francescano secolare. Loro una Via crucis insieme, ieri, l’hanno già fatta, organizzata da Franciscan internationalis. «Accettiamo il fatto di essere in una guerra ma non di vivere per la guerra», dichiara Dina. A cui fa eco Julia, che chiede a Dio «il perdono per questa guerra che ti crocifigge, la liberazione dalle menzogne e dalle ombre della morte» e per i popoli dell’Ucraina e della Russia, la pace. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-non-molla-viacrucis-pace-2657152528.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="allarme-scisma-per-70-vescovi-lettera-appello-alla-chiesa-tedesca" data-post-id="2657152528" data-published-at="1649898326" data-use-pagination="False"> «Allarme scisma» per 70 vescovi. Lettera appello alla Chiesa tedesca Che la Chiesa sia immersa in una grave crisi di identità e che questa crisi epocale non giovi a nessuno - né ai cattolici, né ai laici, e neppure alle società e alla cultura - non lo crede solo La Verità, monsignor Carlo Maria Viganò e qualche anziano curiale, rimasto ai tempi di Benedetto XVI. No. Ormai questi dissensi tra cattolici diventano sempre più eclatanti, e sono tema di scontro tra gli stessi vescovi. Il 2022 ha registrato in tal senso già due fatti inauditi e convergenti. Il 22 febbraio il presidente dei vescovi polacchi, monsignor Stanislaw Gadecki, ha scritto a monsignor Georg Bätzing, capo dei vescovi tedeschi. Per metterlo in guardia dal «cammino sinodale» intrapreso. Perché «si ha l’impressione che il Vangelo non sia sempre la base della riflessione». Secondo il metropolita di Poznam, il pericolo è quello di cedere alla «tentazione di modernizzare» la fede. Specie su questioni etiche e sessuali. Il 9 marzo una nuova lettera aperta è stata inviata da alcuni vescovi del Nord Europa ai loro confratelli germanici. Scrivevano gli scandinavi che «l’orientamento, il metodo e il contenuto del cammino sinodale della Chiesa in Germania ci riempiono di preoccupazione». E ciò per le aperture nei confronti dello «spirito del mondo», in rapporto alla fedeltà al Vangelo. A molti pare di trovarsi in mezzo a un’escalation di tradimenti del cattolicesimo tedesco, da sempre avanguardia del progressismo ecclesiale. Il quale sembra volersi mettere, cinque secoli dopo la Riforma, sulle tracce di Martin Lutero. Fondando la religione sulla libera interpretazione della Bibbia, al di là della tradizione e dell’insegnamento dei Papi. L’11 aprile è stata pubblicata una nuova missiva. Ancor più autorevole e drastica, e sempre per denunciare i rischi di scisma dei tedeschi. Che potrebbero costituire a breve una nuova chiesa riformata, autonoma e separata da Roma. Un neocattolicesimo al passo con i tempi. I firmatari sono 70 vescovi del mondo, soprattutto americani e africani. L’unico italiano è il vescovo emerito di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca. Tra i prelati spiccano i nomi di quattro autorevoli cardinali: Francis Arinze (Onitsha, Nigeria) Raymond Burke (Saint Louis, Usa) Wilfred Napier (Durban, Sudafrica) George Pell (Sydney, Australia). Anche stavolta le parole usate sono ferme e incisive. Scrivono i 70 che «gli eventi in Germania ci costringono a esprimere la nostra crescente preoccupazione per la natura dell’intero processo del cammino sinodale tedesco». Così, seguendo il paolino «non conformatevi alla mentalità di questo mondo», hanno deciso di denunciare la «confusione che il cammino sinodale ha già causato e continua a causare». Alla Chiesa certo. Ma anche alla cultura, alla civiltà, alla stessa pace tra i popoli… Le critiche teologiche sono sintetizzate in sette punti. Secondo loro, le aperture del Sinodo «minano: la credibilità dell’autorità della Chiesa, compresa quella di papa Francesco; l’antropologia cristiana e la morale sessuale; e l’attendibilità delle Scritture». In effetti, se qualunque sessualità è legittima salta tutto: in primis la famiglia biblica, monogamica ed eterosessuale. Gli stessi documenti sinodali sembrano ispirati non dalla Scrittura, «ma dall’analisi sociologica e dalle ideologie politiche contemporanee, incluse quelle del gender». In sintesi, «il cammino mostra più una sottomissione e obbedienza al mondo e alle sue ideologie, che a Gesù Cristo Signore e Salvatore». Tutti possono capire che senza unità e coerenza il cristianesimo muore suicida, seppur ben assistito dal clero. Lasciando gli uomini privi di un immenso patrimonio etico, insostituibile nelle immani sfide del presente.
Friedrich Merz, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Giorgia Meloni (Ansa)
Il vertice dei «volenterosi di Hormuz» andato in scena ieri all’Eliseo, infatti, ha rivelato chi è che mena davvero le danze: sono Francia e Regno Unito, con Emmanuel Macron e Keir Starmer nella doppia veste di anfitrioni e registi dell’operazione navale che intende sorvegliare lo Stretto, che è notoriamente uno snodo cruciale e imprescindibile per il commercio energetico mondiale. L’obiettivo condiviso della «coalizione dei volenterosi», non a caso, è la riapertura della rotta e il ripristino della libertà di navigazione, in un contesto che continua a intrecciarsi con il più ampio negoziato Usa-Iran sul Medio Oriente.
A dettare la linea, come detto, sono stati sin da subito Macron e Starmer, ossia i promotori dell’iniziativa. «Il nostro scopo è la riapertura del canale di Hormuz nell’ambito della guerra che interessa la regione», ha spiegato Macron, sottolineando come «il blocco dello stretto avviato dall’Iran abbia conseguenze particolarmente gravi nel mondo intero». Il presidente francese ha parlato di un «messaggio di speranza» ma anche di «unità» della comunità internazionale, chiamata a garantire la sicurezza marittima in un passaggio da cui dipende una quota decisiva degli scambi energetici globali.
Sulla stessa linea Starmer, che ha posto l’accento sulla dimensione operativa della coalizione. «Accogliamo positivamente l’annuncio» iraniano sulla riapertura, «ma abbiamo bisogno di accertarci che questo accordo sia durevole e funzionale». Il premier britannico ha chiarito che «la missione che abbiamo predisposto è difensiva e segue il cessate il fuoco», ribadendo che «lo Stretto deve essere riaperto e senza pedaggi» perché «il mondo intero ha bisogno di una soluzione». Non solo sicurezza, dunque, ma anche stabilità economica: «Abbiamo bisogno di uno stretto totalmente aperto», ha aggiunto, «perché è così che possiamo mantenere i prezzi bassi ed evitare ulteriori danni».
A pesare nell’ambito del summit è stata anche la voce di Giorgia Meloni. Il premier italiano ha evidenziato l’urgenza di agire per risolvere una questione cruciale a livello mondiale: «La libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz è una questione assolutamente centrale per l’Italia, per l’Europa, per la comunità internazionale nel suo complesso. Si tratta di affermare un principio cardine del diritto internazionale». Un principio che ha anche un impatto diretto sull’economia globale: «Dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e gas naturale liquido, ma non solo: basti pensare ai fertilizzanti, da cui dipende la sicurezza alimentare di milioni di persone».
Il presidente del Consiglio ha inoltre collegato la riapertura dello Stretto al quadro negoziale più ampio: «Riaprire Hormuz significa costruire un elemento essenziale per qualsiasi soluzione del conflitto mediorientale», sottolineando che «la riapertura è parte di qualsiasi serio progetto di negoziato». Ma sul piano operativo la Meloni ha fissato paletti precisi: «L’Italia offre la sua disponibilità a mettere a disposizione proprie unità navali», ha detto, «chiaramente sulla base di una necessaria autorizzazione parlamentare per quelle che sono le nostre regole costituzionali». Un passaggio, questo, che introduce un elemento di cautela nell’allestimento della missione, in linea con una presenza che - ha precisato - potrà essere avviata «soltanto quando vi sarà una cessazione delle ostilità» e con «una postura esclusivamente difensiva».
La linea italiana, dopotutto, si sposa bene con quella tedesca. Anche Friedrich Merz, infatti, ha indicato condizioni stringenti per un eventuale coinvolgimento di Berlino, parlando della necessità di «una forte base giuridica», di un via libera «del Parlamento tedesco» e di «una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». La Germania, ha aggiunto il cancelliere, potrebbe contribuire in particolare alle operazioni di sminamento, uno degli aspetti tecnici più delicati per garantire la sicurezza della navigazione.
La Meloni ha poi insistito sulla dimensione europea dell’iniziativa. Il vertice di Parigi, ha spiegato l’inquilina di Palazzo Chigi, «dimostra come l’Europa sia pronta a fare la sua parte nel quadro della sicurezza internazionale insieme ai suoi partner», all’interno di «uno sforzo più ampio» che riguarda non solo il Medio Oriente, ma anche altri teatri di crisi. Un ruolo che, peraltro, si traduce anche in strumenti concreti: l’Unione, ha ricordato la Meloni, è già impegnata con missioni come Aspides, che «può rappresentare un’esperienza preziosa» per quanto si sta pianificando nello Stretto. Su questo punto sono intervenute anche Ursula von der Leyen, che ha sottolineato il contributo dell’Ue nella condivisione dei dati satellitari, e Kaja Kallas, la quale ha rimarcato che «Aspides è già operativa e può essere rapidamente potenziata».
Insomma, l’Europa anglofrancese si è mossa per difendere i suoi interessi vitali che passano per Hormuz. Anche se, va detto, è entrata in gioco solo in zona Cesarini. E non è detto che basti la solita manifestazione di buone intenzioni, dato che la vera partita si sta giocando altrove. Sullo sfondo rimane la questione italiana: andata in frantumi la relazione privilegiata con Trump, per Roma unirsi ai «volenterosi» significa di fatto riallinearsi pericolosamente a Bruxelles. E il rischio concreto è quello di ritrovarsi a intonare un grottesco e avvilente «più Europa».
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Ansa
Il primo segnale arriva da Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, ha scritto su X: «In linea con la tregua in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione portuale e marittima della Repubblica islamica dell’Iran». Una riapertura, tuttavia, con condizioni precise. La televisione di Stato iraniana ha chiarito che «il transito di navi militari attraverso lo Stretto di Hormuz rimane vietato. Solo le navi civili possono transitare lungo le rotte designate, previa autorizzazione della Marina del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche». E ancora: «Le navi civili devono transitare esclusivamente lungo la rotta designata dall’Organizzazione portuale e marittima iraniana». Sul fronte opposto, gli Stati Uniti rivendicano il controllo della situazione.
Il presidente Donald Trump ha scritto su Truth: «Lo Stretto di Hormuz è completamente aperto, operativo e pronto per il pieno transito. Tuttavia, il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace esclusivamente nei confronti dell’Iran, finché la nostra transazione con l’Iran non sarà completata al 100%». Il tycoon ha anche risposto a modo suo al vertice dei volenterosi di Parigi: «Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta, ho ricevuto una telefonata dalla Nato in cui» gli alleati «mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno: una tigre di carta». In un altro passaggio, Trump ha aggiunto: «Gli Stati Uniti otterranno tutta la “polvere” nucleare creata dai nostri grandi bombardieri B2. Non ci sarà alcuno scambio di denaro in alcun modo, forma o maniera».
Il nodo centrale resta infatti il negoziato sul nucleare. Secondo fonti americane citate da Axios, Washington e Teheran avrebbero fatto progressi su un memorandum di tre pagine per porre fine alla guerra. Un alto funzionario iraniano ha smentito l’indiscrezione secondo cui Teheran starebbe trattando con Washington la consegna dell’uranio arricchito in cambio dello scongelamento di 20 miliardi di dollari di fondi bloccati. «L’annuncio di un’apertura temporanea dello Stretto di Hormuz e di un cessate il fuoco in Libano fanno parte dell’accordo», ha dichiarato la fonte alla testata qatariota Al-Araby Al-Jadeed, «ma l’annuncio di Trump di un accordo per la consegna dell’uranio arricchito è falso». Poi la stessa fonte ha aggiunto: «I negoziati continuano, ma non si intravede una soluzione chiara alla luce delle eccessive e illogiche richieste americane». In questo quadro si inserisce anche un nuovo avvertimento da Teheran. Secondo le agenzie Fars e Tasnim, vicine ai Pasdaran, « l’Iran è pronto a richiudere lo Stretto di Hormuz come ritorsione se gli Stati Uniti manterranno il blocco navale».
Una linea che si scontra con quella di Trump, deciso a mantenere la pressione finché non sarà raggiunto un accordo con la Repubblica islamica. Lo stesso Trump ha comunque precisato: «Non ci sarà alcuno scambio di denaro, in nessuna forma. Questo accordo non è in alcun modo subordinato alla questione libanese, ma gli Stati Uniti collaboreranno separatamente con il Libano e affronteranno la situazione di Hezbollah in modo appropriato». Sempre Trump ha rilanciato: «L’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz. Non sarà più usato come arma contro il mondo!». E ancora: «L’Iran, con l’aiuto degli Stati Uniti, ha rimosso o sta rimuovendo tutte le mine» per attaccare i media: «Il fallimentare New York Times, la Cnn che diffonde fake news e altri, semplicemente non sanno cosa fare… Perché non dicono semplicemente, al momento opportuno, “ottimo lavoro signor presidente”?». Sul dossier nucleare, Trump ha ribadito in più occasioni la propria linea. A NewsNation ha risposto «sì» alla domanda se l’Iran abbia accettato di smettere di arricchire uranio, aggiungendo: «Non mi sorprende nulla». In un’intervista a Bloomberg ha poi dichiarato: «Molti dei punti sono stati definiti. Procederà piuttosto rapidamente». E, alla domanda sulla durata della moratoria, ha chiarito: «Niente anni, illimitato». Poi ha spiegato a Reuters che gli Stati Uniti, in accordo con Teheran, entreranno in Iran «con calma» per recuperare l’uranio arricchito, utilizzando «grandi macchinari», ma gli iraniani hanno smentito questa eventualità.
Il quadro si intreccia con il fronte libanese. Trump ha scritto: «Gli Stati Uniti lavoreranno separatamente con il Libano e affronteranno la questione di Hezbollah in modo appropriato; Israele non bombarderà più il Libano: gli è proibito farlo dagli Stati Uniti». Il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, ha confermato: «Su richiesta del Presidente Trump abbiamo concordato un cessate il fuoco temporaneo in Libano». Ma ha avvertito: «Non abbiamo ancora finito, lo smantellamento di Hezbollah non avverrà dall’oggi al domani. La strada verso la pace è ancora lunga, ma l’abbiamo intrapresa. In una mano impugniamo l’arma, l’altra è tesa in segno di pace». Nonostante la tregua, le tensioni restano elevate. Hezbollah ha affermato che i suoi combattenti sono «pronti ad attaccare» qualora Israele violasse la tregua di dieci giorni entrata in vigore la notte precedente. Sul fronte americano, Donald Trump ha scritto su Truth: «Spero che Hezbollah si comporti bene durante questo importante periodo di tempo», riferendosi al cessate il fuoco fra Israele e Libano. Per Donald Trump l’intesa tra Stati Uniti e Iran «renderà Israele più sicuro», sottolineando che «Israele ne uscirà alla grande» al termine del conflitto. Trump ha inoltre chiesto lo stop ai raid israeliani in Libano nell’ambito del cessate il fuoco: «Israele deve fermarsi. Non possono continuare a far saltare in aria edifici. Non lo permetterò».
Infine, secondo il presidente, Teheran sarebbe pronta al dialogo: «Vogliono un incontro e un accordo». Un vertice potrebbe tenersi già nel fine settimana, secondo Axios domenica a Islamabad, con la possibilità di chiudere l’intesa «entro uno o due giorni». Trump ha infine ribadito che tra le parti «non ci sono punti di disaccordo». Speriamo sia davvero così.
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