Ansa
Il magistrato che ha tolto i figli alla famiglia del bosco parla di problemi relazionali dovuti alla mancata frequentazione della scuola. Eppure, l’insegnamento parentale è legale. E un piccolo allontanato dalla madre avrà molta più difficoltà a stringere legami sociali.
Nel diritto romano bona fide assumeva il significato di comportamento leale e onesto nell’esecuzione degli impegni e obblighi assunti. La buona fede, in senso meno grandioso, è invece lo stato psicologico di un soggetto che ha la convinzione di agire in maniera corretta e ignora di ledere i diritti altrui. La dottoressa Cecilia Angrisano è il magistrato che ha tolto i tre figli ai genitori del bosco, i genitori che hanno osato sottrarre i loro bambini alla follia del mondo contemporaneo. La dottoressa Angrisano è intervenuta in numerosi convegni a favore delle famiglie raffazzonate. Un convegno in cui è stata ospite d’onore parla di «genitorialità fuori dall’ordinario», vezzoso termine con cui si parla della violazione del diritto del bambino di vivere con l’uomo e la donna che lo hanno generato. Molto forte è il rapporto con il Cismai, associazione presente a Bibbiano e nella Bassa modenese, e ovunque si deportino i bambini verso le case famiglia: bambini deportati da un istante all’altro, senza neanche la possibilità di portare con sé un giocattolo.
Cecilia Angrisano spiega i motivi per cui ha fatto allontanare i tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, la famiglia anglo-australiana stabilitasi nei boschi di Palmoli, a Chieti. Sono questi: «La deprivazione del confronto fra pari in età da scuola elementare può avere effetti significativi sullo sviluppo del bambino, che si manifestano sia in ambito scolastico che non scolastico. In considerazione del pericolo per l’integrità fisica derivante dalla condizione abitativa, nonché dal rifiuto da parte dei genitori di consentire le verifiche e i trattamenti sanitari obbligatori per legge...». Evidentemente la dottoressa non conosce i sistemi motivazionali. I sistemi motivazionali interpersonali (Smi) costituiscono l’insieme di schemi comportamentali e neurobiologici che regolano le relazioni tra individui, orientando l’essere umano verso scopi fondamentali per la sopravvivenza e l’adattamento sociale. Questi sistemi comprendono, tra gli altri, l’attaccamento, la cooperazione, la competizione, la cura parentale e l’affiliazione al gruppo. Non tutti, però, rivestono la stessa importanza: sebbene ciascuno contribuisca al benessere psichico e alla coesione sociale, il sistema dell’attaccamento ha un ruolo primario e fondante, influenzando in modo profondo lo sviluppo della mente e la regolazione neuroendocrina.
Un bambino può vivere benissimo senza andare a scuola, ma se perde padre e madre si forma una ferita primaria, un trauma non risolvibile, come un’amputazione. È quello che stanno subendo i bambini del bosco: un’amputazione della loro anima, a cui si ribellano con la collera e le poche armi che hanno, il rifiuto di mangiare, il rifiuto di interagire con le degnissime persone dell’orfanotrofio di Stato dove sono stati rinchiusi, la cosiddetta casa famiglia. Dal loro punto di vista, queste persone che hanno infranto il loro attaccamento non possono che essere considerate aguzzini. L’attaccamento ha un sistema motivazionale complementare: l’accudimento, l’istinto materno, l’istinto di accudire. Levare i bambini a una madre è un crimine contro la sua umanità, contro la sua biologia, contro la natura e contro Dio. L’attaccamento, teorizzato inizialmente da John Bowlby e successivamente approfondito da Mary Ainsworth e altri autori, è il sistema motivazionale che spinge il bambino a cercare protezione e vicinanza nella madre, colei che ha portato la gravidanza, e nel padre, l’uomo che con la sua forza protegge la diade madre-bambino. Tale ricerca di sicurezza non è semplicemente un bisogno psicologico: coinvolge strutture cerebrali arcaiche, ormoni e neurotrasmettitori che modulano la percezione di sicurezza e stress. Quando il bambino sperimenta una relazione stabile e prevedibile con una madre responsiva e sensibile, si forma un modello interno sicuro, quello che le assistenti sociali e i giudici alle loro spalle massacrano e maciullano. A livello biologico, la relazione di attaccamento attiva il rilascio di ossitocina e regola l’equilibrio del cortisolo, riducendo l’iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. In questo modo, l’attaccamento costituisce la base biologica e psicologica della fiducia, della regolazione emotiva e della futura capacità di costruire legami sociali. Quando invece si verifica una deprivazione materna, assenza prolungata o carenza di cure sensibili, come accade nelle deportazioni eseguite dai servizi sociali, le conseguenze sono profonde e durature: sono un danno biologico.
Studi classici di René Spitz sui bambini cresciuti in istituti e le ricerche di Harry Harlow sui cuccioli di macaco hanno mostrato che la mancanza della figura della madre produce alterazioni nello sviluppo emotivo, cognitivo e fisiologico. Tali effetti includono difficoltà nella gestione dello stress, disturbi dell’umore, comportamenti disorganizzati e un’iperattivazione cronica dei sistemi di allarme fisiologico. A livello neurobiologico, la deprivazione materna compromette il corretto sviluppo dei circuiti dopaminergici e serotoninergici, riducendo la capacità di provare piacere e regolare l’affettività. Inoltre, l’assenza di un attaccamento sicuro in età precoce altera la struttura dell’amigdala, dell’ippocampo e della corteccia prefrontale, regioni cruciali nella regolazione delle emozioni e nel controllo dei comportamenti impulsivi.
L’importanza dell’attaccamento supera enormemente quella di altri sistemi motivazionali, come l’affiliazione al gruppo. Spezzare il legame di attaccamento per favorire, forse, l’affiliazione al gruppo è una follia. Quest’ultima, seppur importante per la sopravvivenza in società complesse, si costruisce su basi che presuppongono la sicurezza emotiva sviluppata attraverso l’attaccamento. In altre parole, l’individuo può investire in relazioni cooperative e vivere l’appartenenza al gruppo solo se la propria base affettiva primaria è solida. Senza un attaccamento sicuro, l’affiliazione rischia di diventare una ricerca ansiosa di approvazione o, al contrario, un ritiro difensivo dalle relazioni. Pertanto, l’affiliazione rappresenta un sistema derivato, secondario, che si attiva pienamente solo quando il sistema dell’attaccamento ha assicurato la regolazione emotiva e neuroendocrina di base. L’attaccamento, in sintesi, è il pilastro dei sistemi motivazionali interpersonali: regola gli ormoni dello stress, favorisce la maturazione cerebrale, modula la produzione di ossitocina e dopamina e sostiene la capacità di fidarsi dell’altro. La sua deprivazione, determina uno squilibrio profondo tra biologia e psiche, ostacolando la costruzione di relazioni sane e stabili.
La scuola italiana è una scuola pessima. Sono pessimi gli stabili che periodicamente crollano in testa agli alunni, il livello di apprendimento è pessimo, il livello di indottrinamento è spaventoso. Basti pensare che le scuole italiane hanno imposto mascherine dannose per due anni. Le nostre leggi garantiscono il diritto alla scuola parentale, ma molti giudici ritengono questo diritto sbagliato e deportano i bambini che fanno scuola parentale. Il caso della famiglia del bosco non è l’unico. È dal volto della madre che l’essere umano apprende la sicurezza e, attraverso di essa, la possibilità stessa di appartenere al mondo, quel volto che giudici e assistenti sociali vietano ai bambini deportati.
L’attaccamento è sacro. Chi lo infrange commette un crimine. Occorre una serie di leggi per impedire che giudici e assistenti sociali, tutte persone evidentemente prive degli strumenti culturali necessari a capire i danni della deportazione, magari in perfetta buona fede, distruggano la vita e il diritto alla normalità biologica di bambini e famiglie incolpevoli.
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Eugenia Roccella (Ansa)
Il ministro della Famiglia Eugenia Roccella: «Rifiutare il parere del Garante significa non gradire alcuna supervisione. Sui bimbi del bosco io invece mi fido di Terragni. Hanno diviso un focolare unito, in altri casi dicono che “basta l’amore”».
L’assistente sociale che prima diserta l’incontro con il Garante dell’infanzia, poi polemizza con lei tramite il suo legale. Poi la stessa assistente che denuncia gli avvocati dei Trevallion. Il caso della famiglia nel bosco sembra avere raggiunto un livello di conflittualità molto elevato, persino all’interno delle istituzioni.
Eugenia Roccella, ministro della Famiglia, non le sembra troppo?
«Mi sembra che il livello di conflittualità non sia solo elevato, ma anche un po’ improprio. Il Garante nazionale è una figura - secondo le convenzioni internazionali - indipendente, che deve essere terza, e serve proprio a fare quello che la Garante Terragni sta facendo. Quindi ha sempre lo scopo di tutelare il migliore interesse del bambino. Deve fare controlli, verificare, dare il proprio parere. E non accettare il parere del Garante vuol dire non accettare alcun tipo di supervisione. Non dico di critica, ma di verifica con una figura che ha questo compito a livello istituzionale. Significa non accettare una verifica che è prevista dagli organismi internazionali, quindi mi sembra un po’ improprio. È come se il garante dei detenuti non fosse accolto quando va a visitare un carcere».
La garante ha detto che bisogna ragionare sulla preparazione degli assistenti sociali.
«Non è in discussione la preparazione individuale dei singoli operatori, caso mai il percorso più generale di preparazione. La Garante ha messo in discussione questo, si è chiesta se il percorso di preparazione degli assistenti sociali sia sufficientemente approfondito rispetto al ruolo delicatissimo che svolgono. Comunque nessuno, quando un Garante entra per le verifiche che sono di sua competenza, si lamenta. Ripeto: mi sembra un po’ improprio questo tentativo di conflitto con una figura di garanzia».
Se un servizio sociale entra in conflitto in questo modo, possiamo ancora fidarci del fatto che lavori per il bene della famiglia? Non sarebbe forse il caso di riflettere se cambiare persone? Altrimenti viene da pensare che alla base di tutta questa storia ci sia un’incomprensione umana.
«Direi che c’è stata perché aver allontanato prima il padre e poi la madre perché la si riteneva ostativa vuol dire che non si è riusciti a stabilire un rapporto di collaborazione con la famiglia. Ma lo scopo dell’intervento degli assistenti sociali non è separare i bambini dalla famiglia bensì cercare di ripristinare in famiglia il miglior rapporto possibile fra le diverse componenti allo scopo di tutelare i figli, i bambini. Da quello che dicono ora i servizi, sembra che per avere un buon rapporto con i bambini sia bastato allontanare la madre. Si dice che adesso non c’è più bisogno di cambiare la collocazione dei piccoli perché con loro si può stabilire un rapporto senza di lei. Mi chiedo: ma è questo l’obiettivo?».
Già, la scopo è questo?
«Lo scopo io credo che sia non aumentare o addirittura produrre un conflitto fra i genitori, perché anche questo c’è: è meglio il padre, è meglio la madre... Non è questo lo scopo dell’intervento esterno in una famiglia. Per altro in una famiglia in cui c’è amore. Quante volte abbiamo sentito dire che basta l’amore?».
In altre circostanze è una frase che viene ripetuta costantemente.
«Guardi, io sono convinta che l’amore non sia l’unica cosa che serva ai bambini e quindi è giusto che ci siano tutta una serie di garanzie per i minori. Però lo scopo finale dell’azione dei servizi è proprio cercare di fare in modo che la famiglia abbia il miglior rapporto possibile sul piano educativo e affettivo, che abbia la migliore competenza genitoriale da sola. I servizi servono come intervento di supporto, non come intervento sostitutivo. Questo deve essere in linea generale il modo di intervenire, secondo me, e non so se in questo caso tale sia obiettivo sia stato perseguito nel migliore dei modi. Io mi fido della Garante, della sua capacità di giudizio».
Stupisce in effetti quella che sembra una tendenza a separare. Risulta che i servizi abbiano incontrato il solo Nathan proprio nel giorno della visita della Garante. Poi dalla casa protetta si dice che, allontanata la madre, i rapporti con i bambini si sono ricomposti. Si ripete che la madre è ostile e invece il padre si mostra più malleabile e più dialogante...
«Come dicevo, questa era una famiglia in cui i rapporti erano forse discutibili dal punto di vista delle finalità educative, della scolarizzazione, della socializzazione, tutto quello che vogliamo. Però era sicuramente una famiglia armoniosa dal punto di vista affettivo. Due genitori che si volevano bene e che volevano bene ai propri figli. Ecco, secondo me bisognava partire da lì, non separare e mettere un po’ in conflitto soprattutto i genitori. Io spero che questo da parte dei genitori sia un po’ un gioco delle parti per riavere i figli. Però mi sembra che l’intervento sia molto discutibile. Insisto: si parte da una situazione affettivamente armoniosa e la si scombina pensando che questo possa avere effetti positivi sui figli. Io non credo che abbia effetti positivi, io non credo che allontanare la madre possa mai avere effetti positivi».
Eppure si dice questo.
«Certo, è chiaro. Forse i bambini ora si sentono, come dire, senza le spalle coperte, e quindi probabilmente sono molto più disponibili. Ma pensiamo davvero che questo sia qualcosa che aumenta loro fiducia in sé stessi, la loro sicurezza, la sicurezza dell’amore genitoriale? Io credo che un bambino, quando viene separato dalla mamma, si senta sempre un po’ in colpa, c’è sempre questo retropensiero: in qualche modo è colpa mia, cosa ho fatto per essere separato dalla mamma? Questo è anche quello che dicono psicologi, neuropsichiatri, infantili eccetera. Penso dunque che ci voleva molta più delicatezza di intervento e più rispetto per il senso della famiglia e dei rapporti interfamiliari».
Forse serve un intervento più generale sul sistema minorile. Avete fatto passare una nuova legge che interviene proprio su questo. Saranno censiti i minori fuori famiglia, per cominciare.
«Sì, questo ovviamente non riguarda direttamente la famiglia nel bosco, ma adesso questa proposta di legge è stata approvata definitivamente al Senato. E questo è un passo importante perché dà alla politica, al governo, la possibilità di monitorare la situazione degli allontanamenti. Vorrei che il pubblico sapesse che non esistono dati a riguardo. Abbiamo dei macro dati, ma non sappiamo per esempio quante siano le richieste di allontanamento e quante siano state effettivamente adottate. E poi: quali sono i motivi per cui sono richiesti gli allontanamenti? Cioè: separazione conflittuale, violenza domestica, incapacità di svolgere il compito genitoriale? Ce ne possono essere mille. E ancora: quanti sono gli incontri protetti e con chi eventualmente sono svolti? Con un genitore, con entrambi i genitori? Quanto dura l’allontanamento a seconda delle diverse motivazioni? Si tutto questo abbiamo solo macro dati. E dati più precisi si possono avere soltanto interrogando di volta in volta i singoli tribunali. L’ultima volta una indagine di questo tipo è stata fatta nel 2018. E si è visto che in media gli allontanamenti erano 23 al giorno. La legge che abbiamo fatto ci darà strumenti importanti, si farà un osservatorio al Dipartimento della Famiglia e da lì si potrà intervenire sulle anomalie segnalate dai dati. Si potranno osservare e poi segnalare queste anomalie alle autorità competenti».
L’altro giorno Chiara Saraceno, autorevole sociologa, in un articolo sulla Stampa ha sostenuto che l’Italia rispetto ad altre nazioni ha meno allontanamenti.
«Ci sono dati su infanzia e adolescenza in altri Paesi che sono dati molto preoccupanti. Vorrei dire, anche alla professoressa Saraceno, che forse uno dei motivi per cui può darsi che noi abbiamo meno allontanamenti è proprio perché esiste quel tipo di famiglia che spesso la sinistra, compresa la professoressa Saraceno, ha criticato. C’è una famiglia avvolgente, una famiglia presente, una famiglia protettiva. La famiglia italiana ha perso molte delle sue caratteristiche nel tempo, però è rimasta una famiglia che ancora, per tanti versi, regge. E ha attenzione nei confronti dei propri figli, cosa che in altri Paesi avviene sempre meno. Altrove la tendenza è molto diversa, gli stili educativi sono molto diversi. In ogni caso, anche qui il numero degli allontanamenti è comunque troppo elevato. Può darsi che qui siano meno che in Inghilterra, ma a me sembrano comunque tantissimi. Per un minore, il migliore interesse è sempre quello di vivere nel suo ambiente affettivo, con il papà e la sua mamma, i suoi genitori. Io vorrei che gli interventi sulla famiglia fossero veramente a sostegno della famiglia, perché credo che davvero il miglior luogo per un bambino non possa che essere la famiglia. Ha scritto un bellissimo articolo Susanna Tamaro proprio sul fatto che la famiglia è il luogo in cui ognuno può sviluppare al meglio la propria personalità, anche quando ci sono disfunzionalità. E comunque lo scopo dei servizi è correggere queste disfunzionalità, non smembrare, separare, spacchettare e trasferire i bambini».
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(Arma dei Carabinieri)
L'indagine dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro su 300 lavoratori del food delivery, molti dei quali studenti universitari in stato di necessità economica. Pagati la metà di quanto previsto dal Ccnl e senza previdenza, rischiavano sulle strade per consegnare il più possibile.
Un sistema di sfruttamento organizzato nel settore del food delivery è stato scoperto a Messina al termine di un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica e condotta dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro (NIL) di Messina, con il supporto del Nucleo Operativo del Gruppo per la Tutela del Lavoro di Palermo.
Al termine delle investigazioni è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti dell’amministratore unico e di tre collaboratori di una società messinese operante nel settore delle consegne a domicilio. Gli indagati devono rispondere del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, aggravato dal numero dei lavoratori coinvolti, oltre che di diverse violazioni della normativa in materia di sicurezza sul lavoro e della responsabilità amministrativa degli enti.
Secondo quanto emerso dalle indagini, la società avrebbe organizzato un sistema che traeva profitto dallo stato di bisogno di numerosi giovani del territorio, in particolare studenti universitari. I rider, costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare le consegne, venivano pagati con compensi molto inferiori ai minimi previsti dal contratto collettivo nazionale del settore trasporti e logistica, con paghe a cottimo comprese tra 2,40 e 2,99 euro per consegna.
Gli investigatori parlano di un vero e proprio «caporalato digitale». La gestione dei rider avveniva infatti attraverso una piattaforma informatica proprietaria che assegnava gli ordini e monitorava le prestazioni dei lavoratori. A questo sistema si affiancava l’uso di chat WhatsApp tramite le quali i responsabili impartivano istruzioni operative e controllavano costantemente l’attività dei fattorini in bici.
Per evitare tempi di inattività tra una consegna e l’altra, i rider erano obbligati a comunicare la propria disponibilità inviando la parola «libero» sull'applicazione e aggiornandola con frequenza costante. I responsabili aziendali monitoravano l’esecuzione delle consegne e, in caso di ritardi, intervenivano telefonicamente imponendo ritmi di lavoro più serrati. I lavoratori, di fatto, non avevano la possibilità di rifiutare un ordine: eventuali rifiuti dovevano essere giustificati e potevano comportare richiami o l’esclusione dalle successive assegnazioni.
Nel corso degli accertamenti sono emerse anche gravi carenze sul fronte della sicurezza sul lavoro. I rider non avrebbero ricevuto una formazione adeguata sui rischi connessi all’attività né sarebbero stati sottoposti alle previste visite mediche. Per queste violazioni i Carabinieri del NIL hanno irrogato sanzioni amministrative per oltre 66 mila euro.
Parallelamente sono state avviate le procedure per il recupero di contributi previdenziali e assistenziali non versati per circa 696 mila euro. Secondo gli investigatori, la società monitorava costantemente i compensi percepiti da circa 300 rider, evitando che superassero la soglia annua dei 5.000 euro, limite che consente di mantenere formalmente il regime della prestazione occasionale ed evitare il versamento dei contributi.
Le indagini hanno inoltre accertato che, dopo aver appreso dell’esistenza delle investigazioni, gli indagati avrebbero tentato di cancellare dati dal database aziendale e di modificare alcuni documenti interni nel tentativo di occultare le prove e ridurre gli importi registrati.
La società, attualmente in fase di liquidazione, è stata diffidata alla regolarizzazione dei rapporti di lavoro e all’adozione di modelli organizzativi idonei a prevenire nuovi episodi di sfruttamento.
L’operazione si inserisce in una più ampia strategia nazionale di contrasto al cosiddetto caporalato digitale, avviata dal Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro per vigilare sulle condizioni di lavoro nel settore della gig economy. Le indagini hanno inoltre evidenziato differenze tra le modalità di sfruttamento riscontrate nel Nord Italia, dove il controllo dei rider avviene attraverso piattaforme tecnologiche particolarmente avanzate, e quelle emerse a Messina, dove il coordinamento dei lavoratori avveniva anche tramite strumenti più semplici, come le chat su WhatsApp.
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Simonetta Matone (Ansa)
Simonetta Matone leghista, ex magistrato: «Le correnti sono sempre prevalse, per questo il sorteggio fa paura. Vassalli diceva a noi collaboratori: al mio Codice manca un tassello, la separazione delle carriere. E la sinistra concordava».
Simonetta Matone, deputata della Lega, lei è tra i sei firmatari della richiesta di referendum.
«Quarantun anni passati in magistratura, di cui dieci con incarichi governativi. Credo di avere una visione complessiva della giustizia».
Nonché vessillifera del partito nell’aspro dibattito odierno.
«Almeno due incontri al giorno, in tutta Italia. Anche adesso sono in viaggio verso Mantova. Anzi, mi faccia spostare nel vagone ristorante. Detesto quelli che urlano al telefono davanti a mezzo scompartimento».
Ha lasciato la toga cinque anni fa per darsi alla politica.
«L’hanno fatto in pochissimi».
È stata iscritta in passato a qualsivoglia corrente?
«Mai».
Era un volto televisivo straordinariamente noto. A Porta a porta, quando si parlava di delittacci o ragazzini, lei non mancava. Avranno insistito.
«Ho sempre avuto una totale refrattarietà. Il mio ragionamento è stato: se devo fare politica, mi iscrivo direttamente a un partito».
Infatti.
«Capii che quel sistema non faceva per me mentre ero in servizio al tribunale di Lecco. Presentai domanda per venire a Roma come magistrato di sorveglianza. Quando venne accettata, cominciarono a telefonarmi».
Chi?
«Il rappresentante di Magistratura democratica mi disse: “Simonetta, ce l’abbiamo fatta”. Poi si congratulò quello di Unità per la costituzione: “Simonetta, ce l’abbiamo fatta”. Infine arrivò la chiamata di Magistratura indipendente: “Simonetta, ce l’abbiamo fatta”».
Cercavano di prendersi il merito?
«Erano gli anni del terrorismo. Non si sgomitava per un ruolo come quello. C’erano tre posti liberi e una sola domanda: la mia».
Cos’ha visto nella sua lunga carriera?
«Le dico cosa non ho mai visto: venire nominati per merito negli incarichi direttivi. Sono sempre prevalsi gli accordi di corrente».
Anche lei pensa di aver subito qualche torto?
«Il Csm rifiutò di inserire nel mio fascicolo le note di qualifica vergate da Giuliano Vassalli».
Fu ministro della Giustizia dal 1987 al 1991.
«E io ero a capo della sua segreteria. Lui scrisse: “Donna dotata di eccezionale vivacità intellettuale e non comuni doti di comando e organizzative”».
Lusinghiero.
«Quel giudizio segnò involontariamente la mia condanna a morte».
Addirittura.
«Il Csm sostenne che il parere, nonostante gli elogi, conteneva elementi che non attenevano alla professionalità. Fu una vendetta postuma contro chi aveva lavorato con il più grande giurista del secolo scorso».
Nonché padre putativo di questa riforma?
«Il suo codice ha introdotto il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio. Vassalli lo definiva un segno di civiltà, ma a noi collaboratori ripeteva che mancava un tassello: la separazione delle carriere. Era indispensabile anche allora, ma non si riuscì a fare per l’opposizione della magistratura».
La sinistra era favorevole?
«Intonava un coro di sì».
Lei ha letto in parlamento una dichiarazione di Giovanni Falcone.
«Usò un’espressione bellissima: disse che arbitro e giocatore non potevano stare nella stessa squadra».
L’ha conosciuto?
«Proprio mentre ero magistrato di sorveglianza, un suo detenuto si arrampicò su un albero a Rebibbia. Non voleva scendere. Diceva che doveva essere liberato perché erano scaduti i termini di custodia cautelare. Chiamai Falcone: “Guarda, c’ho questo qui su un albero…”. Mi disse: “Ha ragione”. E visto che era un gran garantista, lo fece liberare».
Hanno tentato di arruolarlo tra i contrari.
«Le sparano grosse, tanto nessuno verifica niente».
Lo ha fatto pure Nicola Gratteri.
«Non voglio attribuirgli piani malefici. Confido nella superficialità delle fonti».
Il procuratore di Napoli annuncia che, a urne chiuse, potrebbe regolare i conti con qualche giornalista.
«Nel centrodestra c’eravamo dati una regola: doveva essere un dibattito civile. Si è trasformato in una lotta nel fango. E non certo per nostra volontà».
Gli avversari provocano?
«Non entrano mai nel merito. Fanno solo fumisterie. Pur di non vedere passare la riforma, sarebbero disposti a tutto. Franceschini, che da quelle parti è una delle poche menti pensanti, ha ammesso il loro timore: se vince il Sì, temono di non riuscire a governare per altri vent’anni».
Anche tra voi ci sono state vivacità.
«Non mi pare. Ho sempre visto dibattiti civili centrati sui fatti. A sinistra invece ripetono: “Vogliono sottoporre il pubblico ministero all’esecutivo”. Dove? Come? Quando? Mi piacerebbe rindossare la toga per interrogare Elly Schlein: “Scusi segretaria, mi indichi il punto in cui è scritto”».
Quasi tutte le toghe e molti professoroni sostengono il teorema.
«Durante un dibattito televisivo me l’ha ripetuto pure un insigne costituzionalista. E io: “A quale passaggio si riferisce?”. Sa cosa mi ha risposto? “Non c’è, ma è nelle vostre intenzioni”».
In un fuori onda, lei però s’è sfogata: alcune frasi di Nordio non avrebbero giovato alla causa.
«Sono stata fraintesa. Mi riferivo solo a certe affermazioni sul Csm, forse poco opportune. La forma, certe volte, diventa sostanza. Peraltro, io sono un’ammiratrice del ministro. Lo stimo moltissimo. Nutro per lui sincero affetto».
L’ultima polemica è sul suo capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi: ha definito certi pm «un plotone d’esecuzione».
«Va ascoltata tutta l’intervista. Si riferiva a una piccola parte dei magistrati. La stragrande maggioranza sono persone perbene».
I sondaggi, prima del silenzio elettorale, non sembravano esaltanti.
«Io non vivo nel sopramondo, ma tra la gente normale. E percepisco l’esatto contrario. La fioraia mi scrive: “Per sempre sì”. Il garagista mi dice: “A Simonè, semo dalla vostra parte”. Sono circondata da favorevolissimi. Anche chi non segue la politica, ha capito».
Cosa temono i magistrati?
«La separazione delle carriere non importa a nessuno».
Allora?
«Sono terrorizzati dal sorteggio: stravolgerebbe gli equilibri».
Lo considerano inaccettabile.
«Ma come? Va bene per nominare i giudici popolari di una Corte d’assise, che può infliggere l’ergastolo. Va benissimo per scegliere i tre magistrati del tribunale dei ministri, che può mettere in stato di accusa il presidente del Consiglio. È eccellente per definire i membri della Consulta, che può giudicare il presidente della Repubblica. Quando però si parla di trasferimenti, diventa un attentato alla Costituzione».
Perché?
«Il sorteggio scardina ogni accordo. Ma non esistono magistrati di serie A e di serie B. Se vince il Sì, dovranno rassegnarsi alla scelta casuale tra persone che hanno vinto il concorso. Non certo dei passanti».
Scenario a voi favorevole: vince il Sì. E poi?
«La gente comune avrà una certezza: chi deciderà le loro sorti verrà scelto per competenza e non per amichettismo».
Obiettano: nessun vantaggio per i cittadini.
«Non dovranno avere più paura, invece. Non ci sarà bisogno di fare la solita domanda agli avvocati: “Da che parte sta il mio magistrato?”. Adesso l’inaudito è diventato normalità: tutti sono ormai convinti che giudici e pm vengano influenzati dalle loro idee politiche».
Confida in meno errori?
«Penso, per esempio, a David Rossi. Sono vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sua morte. Mi inquieta sapere che la scena del crimine è stata alterata dai pubblici ministeri: non solo nessuno li ha censurati, ma hanno pure fatto carriera. È come il caso Tortora: i responsabili di quello scempio giudiziario sono stati promossi».
Si avvicina la verità anche per il delitto di Garlasco?
«Ci sono stata un paio di giorni fa, per un dibattito pubblico sul referendum».
Scelta casuale?
«Penso proprio di no».
Alberto Stasi è colpevole?
«In questi diciassette anni, per il buon nome della giustizia italiana, l’ho sempre sperato».
Davvero?
«Non so se è innocente. So però che, con due sentenze di assoluzione piena e una richiesta del procuratore generale di rigetto del ricorso, andava assolto. Invece, è stato condannato».
E se fosse innocente?
«Credo nella ricerca del colpevole. Non di un colpevole qualunque».
Quindi?
«Sarebbe una tragedia».
Un altro caso Tortora?
«Peggio».
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