Nel riquadro, Sandro Bottega (IStock)
L’imprenditore Sandro Bottega: «L’intesa Ue ci penalizza, invece lo Champagne è tutelato. Servono sgravi per far fronte allo stop delle spedizioni».
Da Verona scrutando il mercato. Potrebbe essere questo l’orizzonte di Sandro Bottega, mister Prosecco, ma anche uno dei distillatori più importanti d’Europa. Lunghissima tradizione di famiglia che ha dovuto assumere su di sé giovanissimo per la scomparsa del padre Aldo. Passione autentica per tutto ciò che è vino, ma anche una sorta di piacere alchemico nel far funzionare alambicchi e colonne. Da cui, ecco la novità, fa uscire tre whisky italiani, anzi meglio veneti. Vigne nei territori più vocati d’Italia e un’idea di italianità che porta nel mondo con i suoi wine bar ed esportando in 148 Paesi. Cerchiamo con lui di capire dove e come va il vino italiano.
Vinitaly partito, con quali prospettive per il vino italiano?
«Malgrado l’anno difficile non solo per il vino, ma per l’intera economia italiana ed europea, il Vinitaly 2026 parte con il consueto interesse da parte di consumatori e operatori. Le prospettive sono legate alla situazione internazionale, tuttavia il mondo del vino può incidere con una comunicazione mirata sulla valenza del prodotto come status symbol. Chi beve vino ha cultura e lo consuma in momenti unici».
Mentre quasi tutti vendono il Prosecco al miglior offerente lei punta a farlo esser un vino premium. È vincente?
«Con il progetto Prosecco Vintage Premium Collection mi sono prefisso di dimostrare concretamente che il Prosecco, se di qualità, non ha nulla da invidiare ai migliori Champagne. Le nostre annate premium sono caratterizzate da peculiarità uniche di questo vino spumante, che ha origine da uve coltivate in singoli vigneti nelle parcelle più vocate tra le Colline Patrimonio Unesco. L’affinamento in nuove autoclavi “orizzontali” e i lunghi tempi di fermentazione (fino a 12 mesi, laddove il Prosecco arriva normalmente a un mese circa) ci consentono di ottenere vini con espressioni organolettiche differenti (eleganza, complessità, varietà aromatica) a seconda delle singole annate e dei diversi cru. Insomma, una qualità al vertice nel mondo enologico e prezzi fino a 250 euro a bottiglia, per vini che non hanno nulla da invidiare ai diversi Metodo Classico e agli Champagne. Da un’attenta analisi comparativa è risultato inoltre che i costi di produzione del Prosecco, nelle zone ad elevata vocazione con colline dalle pendenze estreme, sono di ben tre volte più alti rispetto a quelli dei Metodo Classico e degli Champagne. Il Prosecco con queste caratteristiche diventa uno status symbol alla pari dello Champagne».
Tutti s’interrogano sul perché non si vende e non si beve più vino. È vero?
«Si bevono circa 30 miliardi di bottiglie di vino ogni anno e questo è un dato di fatto. Aggiungo che il trend dell’export del vino italiano è positivo in America Latina, Africa, India e in quasi tutta Europa. Un leggero calo dei consumi di circa 1% o 2% l’anno è strutturale nel corso degli ultimi 50 anni ed è legato al diverso tenore di vita. Il vino non è più un alimento energetico, ma un piacere che si abbina a quello per la buona tavola. Pertanto si bevono meno i vini di bassa qualità, mentre i vini premium sono in crescita. Il consumatore vuole sentirsi importante e quindi richiede più informazioni sul territorio di produzione, sulle caratteristiche del vino, sulle modalità di consumo. I giovani preferiscono l’informalità a pranzi o cene strutturate. I nuovi momenti di consumo coincidono con Happy hour o aperitivi “mangiati”, nel corso dei quali il vino ha trovato un suo spazio. Il successo delle bollicine rispetto ai vini fermi è motivato anche dal fatto che gli spumanti si prestano meglio ad essere consumati sul bancone o in piedi, in accompagnamento a finger food e a conversazioni più o meno effimere».
Il presidente dell’Uiv Frescobaldi ha esultato per il Mercosur, lei ha invece duramente protestato per l’accordo con l’Australia che sdogana il falso Prosecco. L’Ue sta penalizzando il vino?
«L’accordo con il Mercosur mi vede pienamente favorevole. Ho invece manifestato grandi perplessità riguardo all’accordo di libero scambio tra Ue e Australia che prevede una riduzione di dazi per i vini italiani, in cambio della possibilità per gli australiani di produrre e vendere Prosecco, prodotto appunto localmente. Inoltre, per 10 anni lo potranno esportare, non è chiaro se senza considerare che il marchio Prosecco è di proprietà esclusiva italiana e in particolare del consorzio. L’Italia sta dimostrando debolezza anche nei confronti della Francia, che non permette di produrre Champagne o Bordeaux in Australia. In caso di conferma dell’accordo si creerebbe inoltre un precedente con il rischio che anche altri Paesi possano avviare produzioni interne di Prosecco».
Restiamo dalle parti di Bruxelles. Lei e anche uno dei massimi distillatori italiani che ne pensa delle crociate anti alcol?
«Sono sempre partito dal presupposto che la moderazione rappresenti il corretto approccio al mondo del vino e dei distillati. Ho sempre invitato il consumatore a bere meno e a bere bene, in quanto la qualità si apprezza a piccole dosi. Detto questo è in corso una demonizzazione tout-court dell’alcol, che non fa distinzioni tra chi beve moderatamente e occasionalmente e chi cerca solo ed esclusivamente gli eccessi. La storia ci insegna che il proibizionismo ha raggiunto risultati opposti a quanto si prefissava. Non facciamo distinzioni di facciata tra alcol e vino, ma prendiamo in esame le diverse modalità di consumo, considerando che i superalcolici sono largamente utilizzati nei cocktail».
Il contesto economico di certo non aiuta chi fa vino o spiriti. Che cosa serve per sostenere questi comparti?
«Propongo innanzitutto di riconoscere il valore storico e culturale delle cantine e delle distillerie, che sono espressione dei territori e della tradizione ad essi collegata. Riguardo al sostegno, propongo di applicare alle nostre imprese adeguati sgravi fiscali per recuperare i danni per gli extra costi subiti e per la riduzione delle vendite dovute al blocco delle spedizioni negli ultimi due mesi. È impellente la riduzione del cuneo fiscale, non solo per una questione di equità, ma anche per incentivare le persone al lavoro».
Ha scommesso sul whisky italiano dopo aver rilanciato la grappa. C’è uno spazio di mercato?
«Abbiamo deciso di investire sul whisky, perché è un distillato che gode nel mondo di una grande popolarità e perché, come hanno dimostrato ottimamente i giapponesi, si presta ad essere interpretato, acquisendo le tipicità del territorio di produzione. Un investimento di 1,5 milioni di euro ha reso possibile l’apertura e l’avviamento di una nuova distilleria interamente dedicata. La sfida principale è stata dare una connotazione italiana al whisky. Va sottolineato che non abbiamo riconvertito gli alambicchi da distillazione della grappa, ma investito nell’acquisto di un apposito impianto, analogo a quelli che vengono impiegati per gli Scotch whisky. Una sfida ulteriore sta nel definire la categoria del “whisky italiano” che si caratterizzi per un proprio stile identitario, differenziandosi dallo Scotch whisky e da quello Made in Japan, oltreché dal whiskey irlandese e dal Bourbon americano. Il nuovo Whisky Alexander è un single malt che si caratterizza perché viene prodotto esclusivamente con malti inglesi e italiani e perché viene aggiunta acqua delle Alpi. L’affinamento in botti, che hanno precedentemente ospitato Brunello di Montalcino, Amarone o altri grandi vini rossi, regala al distillato una connotazione italiana».
Con i Bottega wine bar porta l’immagine del vino e dell’Italia nel mondo partendo dagli aeroporti. È un investimento che vale la pena fare?
«Bottega Prosecco Bar è un concept ideato con la finalità di esaltare le eccellenze del nostro Paese e gratificare il palato del consumatore tipo. Nello specifico viene riproposta la filosofia del bacaro veneziano, ovvero di un’osteria informale, dove i cibi vengono presentati sia come “cicheti”, ovvero stuzzichini da consumare al bancone, sia come piatti più strutturati da servire ai tavoli. La maggior parte dei nostri Prosecco Bar si trovano all’interno dei principali aeroporti internazionali (Dubai, Venezia, Istanbul, Londra Stansted, Nizza, Birmingham, Praga, Abu Dhabi, Basilea, Budapest, Bologna) e rappresentano un eccellente veicolo di visibilità per l’immagine della nostra azienda e per quella del vino italiano. Dopo oltre 12 anni (il primo Prosecco Bar è stato aperto nel 2014 in Scandinavia sulla nave Cinderella del gruppo Viking) siamo pienamente soddisfatti».
Ha legato il vino al concetto di eccellenza italiana partendo da una sorta di modello veneto o ancor meglio dall’attrattore Venezia. Funziona?
«Il Veneto rappresenta il retroterra culturale della nostra azienda, pertanto attingo sempre a questi valori per presentare nel mondo l’azienda Bottega e i suoi prodotti. Questa regione è espressione dell’eccellenza italiana, che spiegata all’estero è declinata nelle sue molteplici declinazioni territoriali. Venezia è una vetrina straordinaria, conosciuta ovunque nel mondo. Alle atmosfere veneziane ho legato il packaging che mi ha consentito di valorizzare il Prosecco e le grappe. Dalle bottiglie dorate, che evocano i mosaici, a quelle in vetro soffiato, ideate per la grappa, che si rifanno all’arte del vetro di Murano».
La cucina italiana diventata patrimonio Unesco serve a vendere il resto?
«La cucina italiana, riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, è sicuramente una buona notizia per il mondo del vino e può contribuire ad attrarre turismo qualificato. È un forte valore aggiunto per l’immagine del nostro Paese, ma è necessario che i nostri ristoratori e i nostri brand ambassador in Italia e nel mondo salvaguardino comunque la qualità degli ingredienti impiegati. Vanno protette da una parte le denominazioni d’origine dei cibi italiani, che stanno alla base dei nostri piatti, e dall’altra l’originalità delle nostre ricette. La tradizione è parte integrante della nostra identità culinaria. Una pizza o un tiramisù preparati con ingredienti inadeguati o con ricette fantasiose sono un danno per la reputazione della nostra cucina».
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La rappresentanza del governo all'apertura di Vinitaly 2026 (Ansa)
- Aperta la kermesse chiave del settore a Verona. Tajani: puntiamo a 700 miliardi di export. Zoppas: 10 dal vino. Gesmundo (Coldiretti): bisogna però liberarsi da 2.000 pagine tra regolamenti, norme fiscali e disciplinari.
- Generali Italia è presente alla 58esima edizione della manifestazione, con la sua holding vitivinicola Leone Alato. Il ceo Fancel: «Soluzioni innovative per una crescita sostenibile».
Lo speciale contiene due articoli.
Viene in mente una hit di Vasco Rossi: voglio cercare un senso a questo Vinitaly anche se questo Vinitaly un senso non ce l’ha. Nulla di nuovo nonostante la presenza di ben cinque ministri e domani, martedì, è attesa anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Inaugurazione ieri con il titolare degli Esteri Antonio Tajani che parla di Hormuz (dallo stretto com’è noto passano cisterne di vino!), del quadro globale instabile e della Farnesina ministero economico che punta a 700 miliardi di export per l’Italia. Poco più dell’1% sarebbe il vino. Tajani parla benissimo degli accordi Mercosur e con l’Australia a cui concediamo di spacciare finto Prosecco in giro per il mondo, così come abbiamo consentito all’Argentina d’importare dagli Usa il Parmesan e di rivendercelo. Non una parola sull’Europa vuole penalizzare il vino con le etichette allarmistiche. Ma Tajani è soddisfatto perché in America abbiamo ottenuto dazi al 15% sulle nostre bottiglie – gli Usa sono il nostro primo cliente: abbiamo perso il 9% che significa 180 milioni - e c’è chi sta peggio. Un clima da celebrazioni che contrasta col pessimismo e il senso di smarrimento delle aziende.
Vendere vino è una questione di egemonia culturale ed economica: i successi del vino sono legati alla cultura occidentale. I romani lo imposero con l’Impero, lo hanno fatto poi gli inglesi «inventori» commerciali di Bordeaux, dello Campagne e del Marsala. Ma per dirlo bisogna saperlo e avere il coraggio di ammettere che con due miliardi di musulmani, circa 1,5 miliardi di indiani che non si possono permettere il vino e un altro miliardo di cinesi che non sanno neppure cos’è il perimetro di mercato è strettino. Se poi ci facciamo la guerra in Europa con le etichette che equiparano il vino al veleno è fatta. Eppure Matteo Zoppas – presidente dell’Ice – la spara e la spera grossa: «Portiamo l’export del vino italiano a 10 miliardi, l’obiettivo è ambizioso, ma possibile». Detto per inciso quest’anno siamo passati da 8,1 a 7,8 miliardi lasciando per strada quasi il 4%. Tocca a Francesco Lollobrigida ministro dell’agricoltura dare un cenno di speranza ecumenico: «Lo disse papa Woytila: non abbiate paura». Lollobrigida ha fatto fare una mega-bottiglia di trenta metri con scritto dentro c’è l’Italia per dire che ogni bicchiere è testimonianza dei nostri valori. Ha rivendicato il riconoscimento Unesco della nostra cucina (sulla qualità però nessuno sorveglia) perché «senza vino non si mangia bene, il vino deve tornare a raccontarsi come prodotto centrale». Resta il fatto che mentre abbinare vino e Mozart, vino e tagliatelle è facile metterlo insieme con Sfera Ebbasta e con le orride polpette da fast food è più complicato.
Intanto il consumo pro capite in Italia è precipitato sotto i 28 litri e infatti nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri stoccati. Girando per i padiglioni sembra che domini il Principe di Salina: bisogna che tutto cambi perché tutti resti com’è. Solite degustazioni, stand ad effetto, ma di farne una questione di centralità economica e politica prima di tutto in Ue dove Ursula von der Leyen considera l’agricoltura una seccatura non si vede traccia. Tocca al ministro del turismo Gianmarco Mazzi ricordare che il vino «è storia millenaria e che dall’enoturismo viene un impulso». Il ministro del made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che le leve dalla crescita sono enoturismo e nuovi mercati (peccato che l’Ue tagli i soldi per la promozione) e che il Vinitaly è una «vetrina della resilienza e della competitività del made in Italy». Forse, verrebbe da dire. Anche se il presidente della Fiera di Verona Federico Bricolo (i veneti c’erano tutti dal neopresidente della Regione Alberto Stefani al presidente della Provincia e al Sindaco di Verona Flavio Massimo Pasini e Damiano Tommasi) ha fatto lo spot al suo Vinitaly «perché qui il sistema vino è tutto unito e noi siamo non solo Fiera, ma agenzia per l’export che guarda ai mercati emergenti». Ci sono 4400 aziende, felicissima la partecipazione dell’Armenia l’antica culla del vino, tra speranza e pessimismo.
Lamberto Frescobaldi presidente dell’Uiv dice che la «scossa della crisi servirà a rivitalizzare la voglia d’intraprendere delle aziende» e la Confcooperative con Luca Rigotti insiste: se abbassiamo il tasso alcolico si conquista nuovo consumo. I dealcolati fanno moda, ma non fanno, per ora, fatturato. Una parola di verità la dice la Coldiretti. Volete rilanciare il vino? Toglieteci i lacci e i balzelli e finalmente si parla d’Europa. Significa come sottolinea Vincenzo Gesmundo di Coldiretti «liberare il vino da quasi duemila pagine tra regolamenti, norme fiscali e disciplinari: nessun comparto al mondo è così gravato dalla burocrazia». Semplificare vorrebbe dire: «togliere 1,6 miliardi di euro di costi nascosti che possono tornare direttamente nelle tasche delle imprese vitivinicole italiane». Il fatturato complessivo del vino italiano che resta comunque la prima voce dell’export agricolo, è di 14 miliardi. Buttarne via oltre il 12% in grida manzoniane pare da ubriachi.
«Pronti a tutelare le eccellenze»
Il cambiamento climatico e le problematiche che questo comporta per il settore agroalimentare dà sempre più centralità al ruolo svolto dalle soluzioni assicurative. Sono sempre più frequenti gli eventi estremi, siccità prolungate, alluvioni, grandine e ondate di calore che devastano l'agricoltura, causando perdite produttive significative e mettono a dura prova il settore. Solo nel 2025, l’Italia ha registrato quasi 380 eventi climatici estremi. Il comparto vitivinicolo, con 670.000 ettari coltivati e oltre 44 milioni di ettolitri prodotti nell’ultimo anno, è tra i settori più esposti. Di qui il rapporto stretto tra mondo del vino e quello assicurativo a protezione del comparto agroalimentare, che vale oltre il 15% del Pil Italiano, e avrà sempre più l’esigenza di poter contare su soluzioni in grado di salvaguardare aziende, territori e comunità. Un connubio ribadito dalla presenza di Generali Italia, alla 58a edizione di Vinitaly a Verona, la manifestazione internazionale di riferimento per il mondo enologico.
Diversi giorni di incontri, tavole rotonde, approfondimenti e dirette Youtube sono in calendario dallo stand di Generali e de Le Tenute del Leone Alato, la società vitivinicola della compagnia, presente nelle regioni a più alta vocazione produttiva del Paese. Occasioni di incontro e approfondimento anche in città, grazie a Vinitaly and the City e alla mostra L’Arte al Vinitaly.
«Come primo assicuratore del Paese - ha affermato Giancarlo Fancel, Country Manager & Ceo di Generali Italia e presidente del Gruppo Leone Alato - sentiamo la responsabilità di essere al fianco delle imprese con soluzioni innovative e con una visione di lungo periodo, capace di creare valore e proteggere il lavoro e i territori, integrando in modo concreto i principi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Grazie alla forza della Rete di Generali Italia e Cattolica, continueremo a supportare le eccellenze italiane in un percorso di crescita sostenibile e a fornire risposte concrete a comunità e imprese, contribuendo allo sviluppo del Paese».
Secondo dati Istat e dell’Unione europea, il nostro continente, a causa delle trasformazioni del clima e degli eventi collegati, potrebbe dover affrontare costi pari a 600 miliardi di euro fino al 2030.
Oltre all’impatto del cambiamento metereologico, saranno affrontati i temi della sostenibilità ambientale, dell’agricoltura rigenerativa, del turismo e dello sviluppo del territorio con una serie di incontri nel “Glass box” a due piani ospitato nel Padiglione Veneto, insieme a una serie di iniziative, tra cui le degustazioni delle bottiglie de “Le Tenute del Leone Alato” che vedranno coinvolti, oltre agli appassionati del buon vino, anche imprenditori, agenti, periti, agricoltori e studiosi di sostenibilità, clima e ambiente. Un racconto corale, con al centro esperti e manager della compagnia, che aiuterà a capire quali strade intraprendere per offrire risposte adeguate ad un mondo produttivo fondamentale per lo sviluppo dell’economia italiana.
Generali Italia inoltre porta la cultura al Vinitaly. Grazie alla partnership con il ministero dell’Agricoltura e in collaborazione con il ministero della Cultura, verrà esposta una selezione di sculture a tema mitologico provenienti da Firenze. Dalla Galleria degli Uffizi sarà possibile ammirare il gruppo statuario Bacco e Satiro, quello di Bacco e Ampelo, la Ninfa con pantera e le statue di Bacco e di Hora, mentre da Palazzo Pitti una statua di Bacco di epoca romana. L'iniziativa rientra in Generali Valore Cultura, il progetto che da dieci anni sostiene l'arte e la cultura, per valorizzare le comunità e i territori e promuovere la bellezza che unisce il Paese.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 aprile con Carlo Cambi
Peter Magyar (Getty Images)
Affluenza ai massimi storici, segno che in Ungheria, a differenza di certa narrativa, la democrazia è ancora viva e vegeta. Bruxelles ha fatto pressioni per determinare l’esito del voto e l’opposizione ha saputo accreditarsi bene con la lobby europea.
Di sicuro, a dispetto della montagna di falsità raccontate in questi anni da media e politici, il popolo ungherese non ha perso dimestichezza nei riguardi della democrazia. Nel tardo pomeriggio di ieri, poco prima che le urne chiudessero, l’affluenza si era stabilizzata attorno al 77,8%, percentuale che qui in Italia possiamo solo sognarci e che in terra magiara non era così alta dal 1990, cioè dai primi vagiti democratici dopo la caduta del regime comunista.
E poi ovviamente c’è il dato più rilevante, ovvero l’esito (provvisorio al momento in cui andiamo in stampa) delle elezioni più combattute degli ultimi anni. Fidesz, il partito di Viktor Orbán, se la gioca fino all’ultimo con Tisza, la formazione guidata da Peter Magyar. Mentre chiudiamo il giornale i primi scrutini (29,1% dei voti esaminati) mostrano un vantaggio dell’opposizione per 132 seggi a 59, ma intanto c’è un’evidenza: per la prima volta dopo molto tempo Fidesz ha una concreta possibilità di perdere. Orbán suda e fatica dopo sedici anni col vento in poppa, tra gli scongiuri dei fanatici europeisti che in questi anni lo hanno dipinto come un mostro, un nuovo Hitler, l’incarnazione dell’incubo sovranista. Ancora ieri, alla vigilia del voto, gli allegri cantori del sistema - gente come Bernard-Henri Lévy - insistevano a parlare del voto in Ungheria come di uno spartiacque per la storia europea: lo scontro finale tra il Bene (ovviamente rappresentato da Bruxelles) e il mostro di Budapest.
Viene però da chiedersi: come mai, se Orbán era davvero un autocrate nemico della democrazia, un disonesto manipolatore, su queste elezioni c’è stata così tanta incertezza? Non dovrebbe un aspirante dittatore, uno che ha esercitato il potere assoluto per quasi un ventennio, preoccuparsi di impedire il corretto funzionamento delle procedure democratiche al fine di assicurarsi un successo scontato e schiacciante? E invece il presunto autocrate ha dovuto lottare e soffrire esattamente come il suo sfidante. A quanto pare non sono servite a levare di mezzo gli ostacoli nemmeno le onnipresenti «ingerenze russe» che ogni volta vengono evocate quando si sospetta che possa vincere un leader sgradito all’establishment liberal-europeista. In compenso, quello sì, sembra che abbiano funzionato e non poco le ingerenze vere e più feroci, cioè le pressioni fortissime esercitate da Bruxelles e dai suoi fedeli cani da guardia.
«Al di là dell’esito, una cosa è certa: queste elezioni si sono svolte sotto fortissime pressioni esterne, soprattutto da parte della Ue e dell’establishment politico-mediatico mainstream», ci dice Thomas Fazi, saggista e attento analista della situazione ungherese. «Da settimane si montava un nuovo Russiagate - presunte interferenze russe prive di qualsiasi prova concreta - con un doppio obiettivo: avvantaggiare l’opposizione o, in caso di vittoria di Orbán, dichiararne invalido il risultato, esattamente come avvenuto in Romania poco più di un anno fa. Particolarmente grave è stato il rilascio di intercettazioni tra il ministro degli Esteri ungherese e il suo omologo russo Lavrov: intercettazioni che non rivelano nulla di scandaloso, se non il fatto - questo sì sconcertante - che qualche servizio di intelligence occidentale stesse spiando il governo Orbán. A ciò si aggiunge il sabotaggio ucraino dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo in Ungheria: un clamoroso tentativo di destabilizzazione pre-elettorale avvenuto quanto meno con il beneplacito di Bruxelles. Nel complesso», conclude Fazi, «questa elezione conferma una tendenza ormai difficilmente negabile: tenere elezioni davvero libere in Europa è diventato pressoché impossibile, e la responsabilità principale è di Bruxelles».
Per altro, urge ricordare che tutte le tirate sulla democrazia che deve ritornare a Budapest e sulla necessità di svolte liberali fingono di ignorare un dato di fatto. E cioè che Tisza è riuscita a mettere in difficoltà Orbán - operazione in cui tutte le forze di sinistra hanno fallito - proprio perché non è un partito progressista. In pratica Magyar è un Orbán rivisitato che ha saputo accreditarsi molto bene presso la lobby Ue. Il punto, in fondo, è soltanto questo: la disponibilità o meno dell’Ungheria a obbedire ai diktat europei. Orbán ha rappresentato la spina nel fianco di Bruxelles, il leader che continua a rivendicare la sua indipendenza e non cede a una mega macchina costruita per opprimere. Come ha giustamente notato Richard Schenk, direttore dell’Osservatorio sulle interferenze democratiche presso l’Mcc di Bruxelles, chi pensa senza Orbán l’Ungheria si trasformerebbe in una sorta di eden liberale sbaglia di grosso (o mente sapendo di mentire). «Magyar è riuscito a smembrare il sistema politico ungherese e a concentrare quasi tutta l’opposizione attorno a sé, ma il paese è oggi molto più polarizzato di quanto non lo fosse qualche anno fa», sostiene l’analista. A suo dire, anche qualora dovesse trionfare, Magyar è destinato a «affrontare enormi difficoltà di governo. Metà del paese considererebbe la sua vittoria come il risultato di una costante pressione esterna, di una campagna internazionale e di un intervento politico da parte di Bruxelles». Beh, in effetti non è che sia andata poi molto diversamente: contro Fidesz l’Ue ha utilizzato tutte le proprie risorse, specialmente quelle più sgradevoli. Per questo fa bene, di nuovo, Richard Schenk a sostenere che il caso ungherese sia un monito per tutta l’Europa. «Se l’Unione europea iniziasse a considerare illegittimi i governi democraticamente eletti semplicemente perché non condividono la linea politica dominante a Bruxelles, allora il problema non sarebbe più Viktor Orbán. Il problema sarebbe il funzionamento stesso dell’Unione», dice Schenk. «Una volta che diventa accettabile mettere in discussione i risultati elettorali, congelare i fondi, ridurre il pluralismo digitale o isolare un governo dalle istituzioni europee, tale precedente può essere utilizzato domani contro qualsiasi altro Stato membro. E allora la questione non sarà più chi vince le elezioni, ma chi decide se quel risultato può essere accettato».
Del resto sappiamo benissimo quale sia il copione già scritto: vittoria di Magyar uguale liberazione e felicità per Budapest; vittoria di Orbán uguale brogli e democrazia in pericolo. In Ungheria, dicono queste elezioni, la democrazia c’è eccome. Ma per l’Ue una democrazia è buona solo se obbedisce. E non è certo qualcosa per cui gioire.
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