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2022-12-06
Palladio e l’architettura industriale nel Veneto del Rinascimento
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«Acqua, Terra, Fuoco. L'architettura industriale nel Veneto del Rinascimento» il titolo preciso della mostra in corso nelle sale del fastoso Palazzo Barbarano (o Barbaran Da Porto, il più bel palazzo cittadino progettato da Andrea Palladio e l’unico di cui riuscì a concludere il cantiere) e Acqua, Terra, Fuoco gli elementi che ne sono il filo conduttore. Quegli elementi che, insieme alla Terra, secondo le teorie di Anassimene di Mileto prima e di Empedocle poi (ma anche Socrate e Aristotele si trovavano d’accordo…), danno origine ad ogni sostanza di cui è composta la materia.
E la «materia» rimanda subito al fare, produrre, creare. Verbi dall’ampia valenza, applicabili all'«Arte » o alle «Arti» intese come mestieri, il focus dell’esposizione vicentina, che inquadra l’arte (del Palladio, ma anche di Tiziano e di altri artisti del Rinascimento veneto) nel florido contesto economico del tempo, in quella «proto-industria» antenata dell’attuale, produttivo Nord Est italiano.
Senza nulla togliere al suo indiscutibile genio, se Palladio è riuscito a realizzare le sue meraviglie è anche perchè è stato parte di una storia in cui l’economia, anzi, «il miracolo economico » del XVI °secolo, ha avuto un ruolo fondamentale. Un’economia ricca ha fatto si che ricchi committenti investissero nell’arte, per avere lustro e dare lustro al loro territorio, entroterra produttivo della Serenissima Repubblica.
La mostra
Frutto di più di tre anni di studi e di ricerche, curata da Deborah Howard, professore emerito di Storia dell'archittetura del St. John's College di Cambridge, l’esposizione indaga lo straordinario sviluppo industriale che trasformò campagne e colline del Veneto in sede di efficientissime manifatture che non avevano pari nel mondo dell’epoca. Una sorta di potentissima Silicon Valley localizzata in aree periferiche, soprattutto ai piedi delle colline dell’alto vicentino e trevigiano: qui scorrevano le acque che offrivano la forza motrice, qui venivano trattate le materie prime che, plasmate con il fuoco e la stessa acqua, si trasformavano in prodotti innovativi, richiestissimi sui mercati di Venezia e di tutta Europa. Enorme fonte di ricchezza la seta (per ricordarne l’importanza, nel cortile del Palladio Museum è stato piantato un gelso). A fare la differenza, la capacità di innovazione, di mettere a punto e brevettare nuove tecnologie e, allo stesso tempo, di puntare su reti commerciali capillari.
Grazie al coinvolgente allestimento ideato dall’architetto e regista teatrale Andrea Bernard, chi visita la mostra si trova immerso in un affascinante e originale viaggio fra arte e « tecnologia rinascimentale», dove opere di Tiziano, Bassani e Bellotto si alternano a preziosi modelli antichi di meccanismi brevettati, mappe e documenti d’archivio, libri rari, oggetti d’uso prodotti dalle imprese venete del’500 (uno fra tutti, il rarissimo corsetto maschile in cuoio e seta di fine Cinquecento, noto come cuoietto), preziose croci liturgiche prodotte con l’argento delle miniere di Schio, armature e spade forgiate dagli artigiani di Belluno. Molto interessanti i nove filmati (realizzati per l’occasione dal film-maker Fausto Caliari ) che raccontano lo stato di altrettante «fabbriche» rinascimentali, alcune delle quali ancora oggi in funzione.
Come ha dichiarato Lino Dainese, presidente del CISA Andrea Palladio/Palladio Museum «La mostra racconta il passato, ma con lo sguardo al presente e al domani. Ci parla dell’antica alleanza che nel Veneto del Rinascimento legò economia, arte e cultura: l’imprenditoria prosperava grazie all’innovazione, e chiese a Palladio di darle un volto architettonico, altrettanto visionario e rivolto al futuro»
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Sino al 12 marzo 2023, al Palladio Museum di Vicenza una mostra dal taglio innovativo e particolare racconta, attraverso una raccolta di quadri, oggetti, filmati e installazioni, il miracolo economico nel Veneto del Cinquecento e le capacità imprenditoriali degli stessi committenti del Palladio.«Acqua, Terra, Fuoco. L'architettura industriale nel Veneto del Rinascimento» il titolo preciso della mostra in corso nelle sale del fastoso Palazzo Barbarano (o Barbaran Da Porto, il più bel palazzo cittadino progettato da Andrea Palladio e l’unico di cui riuscì a concludere il cantiere) e Acqua, Terra, Fuoco gli elementi che ne sono il filo conduttore. Quegli elementi che, insieme alla Terra, secondo le teorie di Anassimene di Mileto prima e di Empedocle poi (ma anche Socrate e Aristotele si trovavano d’accordo…), danno origine ad ogni sostanza di cui è composta la materia. E la «materia» rimanda subito al fare, produrre, creare. Verbi dall’ampia valenza, applicabili all'«Arte » o alle «Arti» intese come mestieri, il focus dell’esposizione vicentina, che inquadra l’arte (del Palladio, ma anche di Tiziano e di altri artisti del Rinascimento veneto) nel florido contesto economico del tempo, in quella «proto-industria» antenata dell’attuale, produttivo Nord Est italiano. Senza nulla togliere al suo indiscutibile genio, se Palladio è riuscito a realizzare le sue meraviglie è anche perchè è stato parte di una storia in cui l’economia, anzi, «il miracolo economico » del XVI °secolo, ha avuto un ruolo fondamentale. Un’economia ricca ha fatto si che ricchi committenti investissero nell’arte, per avere lustro e dare lustro al loro territorio, entroterra produttivo della Serenissima Repubblica.La mostraFrutto di più di tre anni di studi e di ricerche, curata da Deborah Howard, professore emerito di Storia dell'archittetura del St. John's College di Cambridge, l’esposizione indaga lo straordinario sviluppo industriale che trasformò campagne e colline del Veneto in sede di efficientissime manifatture che non avevano pari nel mondo dell’epoca. Una sorta di potentissima Silicon Valley localizzata in aree periferiche, soprattutto ai piedi delle colline dell’alto vicentino e trevigiano: qui scorrevano le acque che offrivano la forza motrice, qui venivano trattate le materie prime che, plasmate con il fuoco e la stessa acqua, si trasformavano in prodotti innovativi, richiestissimi sui mercati di Venezia e di tutta Europa. Enorme fonte di ricchezza la seta (per ricordarne l’importanza, nel cortile del Palladio Museum è stato piantato un gelso). A fare la differenza, la capacità di innovazione, di mettere a punto e brevettare nuove tecnologie e, allo stesso tempo, di puntare su reti commerciali capillari. Grazie al coinvolgente allestimento ideato dall’architetto e regista teatrale Andrea Bernard, chi visita la mostra si trova immerso in un affascinante e originale viaggio fra arte e « tecnologia rinascimentale», dove opere di Tiziano, Bassani e Bellotto si alternano a preziosi modelli antichi di meccanismi brevettati, mappe e documenti d’archivio, libri rari, oggetti d’uso prodotti dalle imprese venete del’500 (uno fra tutti, il rarissimo corsetto maschile in cuoio e seta di fine Cinquecento, noto come cuoietto), preziose croci liturgiche prodotte con l’argento delle miniere di Schio, armature e spade forgiate dagli artigiani di Belluno. Molto interessanti i nove filmati (realizzati per l’occasione dal film-maker Fausto Caliari ) che raccontano lo stato di altrettante «fabbriche» rinascimentali, alcune delle quali ancora oggi in funzione.Come ha dichiarato Lino Dainese, presidente del CISA Andrea Palladio/Palladio Museum «La mostra racconta il passato, ma con lo sguardo al presente e al domani. Ci parla dell’antica alleanza che nel Veneto del Rinascimento legò economia, arte e cultura: l’imprenditoria prosperava grazie all’innovazione, e chiese a Palladio di darle un volto architettonico, altrettanto visionario e rivolto al futuro»
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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