«Oto Melara e Fincantieri garanzia della supremazia navale italiana»
Giulio Sapelli: «Tocca al governo decidere se sacrificare asset strategici e in cambio di cosa».

L’ipotesi di cedere Oto Melara e Wass, controllate da Leonardo, a un consorzio tedesco con partecipazione francese, sta creando scompiglio anche nella politica. Numerose prese di posizione, dal sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè, fino a esponenti bipartisan del territorio ligure, sembrano rivolgersi al governo perché intervenga in direzione contraria. Non è infatti un segreto che esiste un interesse anche in Italia. A farsi avanti è stata Fincantieri guidata da Giuseppe Bono. Dalle indiscrezioni a separare le due offerte di sarebbero diverse centinaia di milioni di euro. Ma soprattutto una opposta visione strategica e geopolitica.

Entrambe in capo a Palazzo Chigi e non certo alle aziende controllate da Mef e da Cdp. Sul tema interviene Giulio Sapelli che da anni monitora i rapporti di forza dell’industria della Difesa. «Oto Melara con le attività navali di superficie e con i siluri garantisce elevate capacità di elettronica di puntamento. Darla a Fincantieri significa rafforzare entrambe», spiega Sapelli aggiungendo che è il caso di fare il punto sugli obiettivi futuri. Da un lato c’è l’interesse prevalente all’interno dell’Europa e quello interno alla Nato che spingono per rafforzare gruppi e consorzi Ue. Ma «l’interesse prevalente chiede al tempo stesso di rafforzare i gruppi nazionali. E in questo caso l’effetto sarebbe quello di conferire in Fincantieri tecnologia d’avanguardia che risponde anche alla necessità di rafforzare la Marina tricolore e metterla in una condizione di autonomia e di potenza a livello mediterraneo». Tra le righe, il messaggio di Sapelli coinvolge la Francia. Il rischio di cedere la controllata di Leonardo a un consorzio franco tedesco sarebbe quello di mandare a morire una tecnologia che invece può garantirci posizioni di rilievo dentro la Nato.

«Se c’è un tema di fondi e di investimenti», prosegue Sapelli, «basterebbe chiamare a raccolta Cassa depositi e prestiti ed effettuare un aumento di capitale. Bisognerebbe evitare che Leonardo imbocchi una strada che possa essere penalizzante per il Paese e per sé stessa». Il riferimento è all’immagine di incertezza che deriva dalle divergenze di pensiero. Una incertezza che si riflette sia sui mercati che nelle diplomazie internazionali. «Per non parlare dell’effetto boomerang di uno stop legato al golden power», conclude Sapelli. «L’obiettivo del sistema Paese in un momento come questo è rafforzare entrambe i colossi nazionali».

Al di là delle frizioni che da mesi contraddistinguono i rapporti del management, spetta a Palazzo Chigi aprire o chiudere immediatamente le danze. Nel primo caso, vorrebbe dire che siamo di fronte a una partita ben più ampia e quindi l’Italia è disposta a sacrificare asset e gioielli in cambio di altri importanti vantaggi. Nel secondo caso, cioè se l’uscita dal comparto dei sistemi di Difesa a puntamento non significasse una vera contropartita di nessun altra componente industriale, il governo dovrebbe tagliare subito la testa al toro e privilegiare l’interesse nazionale. Alla base dei due ragionamenti ci sono esempi concreti. Parteciperemo al programma del carro europeo? Se sì e non lo si vuole fare da spettatori bisogna entrare nel progetto anche industrialmente. Se al contrario si vuole rafforzare la Marina, bisogna capire in quali progetti il Paese si voglia affacciare sia a livello locale (Mediterraneo) che internazionale (Pacifico?).

In ogni caso si tratta di temi prettamente politici. Tanto più se si trattasse di far investire a Cassa depositi e prestiti qualche centinaio di milioni.

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