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2022-06-05
Orda immigrata sul Garda: caos e molestie
«Le donne bianche qui non salgono». Accade in Italia, nel 2022, lo stesso Paese che una certa stampa ideologizzata ha descritto fino a qualche mese fa come come il Sudafrica dell’apartheid, l’Alabama dei linciaggi. Un posto, insomma, dove ai neri è impedito l’accesso dei vagoni del treno. Mentre nelle redazioni chic ci si raccontava questo Paese che non esisteva, nell’Italia realmente esistente sono sei adolescenti italiane a non poter entrare in un vagone, a essere accerchiate, palpate, insultate, trattate come pezzi di carne bianca.
Accade a margine della giornata di follia che ha sconvolto Peschiera del Garda, incantevole Comune in provincia di Verona, affacciato sul lago e vicinissimo al parco dei divertimenti Gardaland. Qui, il 2 giugno, circa 2.000 ragazzi (la stima è del sindaco di Peschiera, Orietta Gaiulli), per lo più di origine nordafricana, sono calati in branco per festeggiare a loro modo la Repubblica, dopo essersi messi d’accordo su Tik Tok. Urla, musica a tutto volume, atteggiamenti aggressivi, furti, risse, vandalismo, ubriachezza molesta. Nei video diffusi sui social, per lo più dagli stessi autori dei disordini, si vedono anche ragazzi ballare sopra alle automobili. L’orda ha preso di mira la spiaggia del lido Campanello di Castelnuovo e quella confinante dei Pioppi, nel territorio di Peschiera. L’effetto di tutto questo sulla sicurezza, sul turismo, sul commercio sono facilmente immaginabili.
Alla fine è dovuta intervenire la polizia in assetto antisommossa, dopo che una rissa, forse per il furto di un portafoglio, stava degenerando. Ma, nei filmati messi in Rete, persino l’intervento della celere con i manganelli sguainati pare oggetto di derisione da parte dei presenti, forti di un numero talmente imponente da suggerire una certa sicumera. «Il primo anno erano 200, quello dopo 500 e ieri 2.000», ha spiegato il giorno dopo il sindaco Gaiulli, che ha anche detto di aver avvisato i carabinieri dell’appuntamento sospetto già il 30 maggio. Dopo la giornata di violenze, schiamazzi e vandalismi, l’allegra compagnia si è riversata alla stazione, dove in molti, provenienti dalla Lombardia, hanno assaltato il primo treno disponibile in condizioni bestiali, senza alcun intervento delle autorità per evitare un esito già scritto.
A farne le spese, tra i tanti passeggeri ignari, sei amiche di 16 e 17 anni, quattro di Milano e due di Pavia, che, dopo aver passato la giornata a Gardaland, si sono trovate a bordo del treno regionale 2640 che da Peschiera del Garda arriva nel capoluogo lombardo. Il racconto è da film horror: «Eravamo circondate. Il caldo era asfissiante, alcune di noi sono svenute. Mentre cercavamo un controllore avanzando a fatica lungo i vagoni» è avvenuta l’aggressione sessuale. «Ridevano. Ci dicevano “le donne bianche qui non salgono”», hanno raccontato. Su Instagram è comparso il messaggio di una madre: «Mia figlia di 16 anni oggi si è recata a Gardaland con le sue amiche e salite sul treno per il rientro verso Milano sono state accerchiate, palpeggiate, molestate da alcuni soggetti. Non riuscivano a scendere dal treno perché ammassati. Sono riuscite a scendere a Desenzano del Garda, sotto shock, in lacrime e noi genitori siamo andati a recuperale. Ora mi chiedo, ma è possibile che ancora avvengano fatti del genere? Poi leggo di baby gang che si sono ritrovate oggi e provenienti tutte da Milano. Ma cosa aspettano ad intervenire prendendo seri provvedimenti, fino a che punto bisogna arrivare?». Le giovani hanno tutte sporto denuncia alla Polfer della stazione Centrale di Milano.
Al momento, per il complesso dei disordini, ci sarebbe qualche decina di identificati. Si tratta di giovanissimi, molti minorenni, arrivati sia dal Veneto che dalla Lombardia. Molti dei ragazzi coinvolti erano comunque privi di documenti. L’allarme, in riva al Garda, non è comunque scemato. Un nuovo possibile raduno era stato annunciato sui social per ieri, anche se forse il clamore dei fatti del 2 giugno ha portato a rimandare la nuova giornata di razzie. Il prefetto di Verona, Donato Cafagna, al termine del Comitato provinciale straordinario per l’ordine e le sicurezza pubblica, ha comunque annunciato un rafforzamento dei presidi di sicurezza, a cominciare dalla stazione ferroviaria di Peschiera del Garda. Per tutto il fine settimana è entrata in vigore l’ordinanza sindacale che vieta di portare in spiaggia alcolici, bottiglie di vetro e anche casse per ascoltare la musica. È stato inoltre richiesto, soprattutto alle forze di polizia lombarde, un filtraggio alle partenze, dalle stazioni di Milano, Bergamo e Brescia, a cui si dovrebbe aggiungere un controllo anti droga all’arrivo.
Tutte azioni sensate, ma la cui efficacia tende inevitabilmente a sfumare man mano che ci si allontana temporalmente dal fatto mediatico. E comunque, a meno di militarizzare intere località di villeggiatura, le armi del contenimento sono sempre spuntate a fronte di certi numeri. Al di là della giornata di follia di Peschiera, resta l’impressione di una bomba banlieue in via di caricamento anche in Italia, dopo che in Francia e nel Nord Europa l’ordigno sociale è già esploso da tempo con i risultati che sappiamo. È quello che in molti, negli ultimi dieci anni, vedendo sbarcare sulle nostre coste centinaia di migliaia di giovani maschi spacciati per profughi, avevano previsto accadesse. Anziché affrontare il problema, si è preferito fare debunking sulle «teorie cospirazioniste di estrema destra». O denunciare le invasioni moleste, sì, ma del corpo degli Alpini.
Sbarchi continui sulle coste italiane mentre la Lamorgese cincischia
L’ennesimo sbarco dall’inizio dell’anno sulle coste calabresi porta a Roccella Jonica altri 66 stranieri e fa schizzare le statistiche a oltre 2.000 approdati. Ieri mattina la Guardia costiera ha intercettato il veliero a 30 miglia dalla costa. Il copione è sempre lo stesso. Quello della rotta turca. È il nono sbarco autonomo a Roccella negli ultimi 16 giorni. L’operazione è stata coordinata dalla sala operativa della Capitaneria di porto di Reggio Calabria. Dopo lo sbarco i passeggeri del veliero sono stati momentaneamente sistemati nella tensostruttura realizzata nei mesi scorsi e gestita dai volontari della Croce rossa e della Protezione civile, dopo le verifiche anti Covid. Nella tensostruttura ci sono ancora i 39 afgani arrivati mercoledì. Che dovrebbero essere in fase di trasferimento nei Cas calabresi. In totale la Calabria da gennaio si è ritrovata con 3.440 stranieri da piazzare tra i vari centri d’accoglienza, che già scoppiano. Molti si trovano nel Cara di Isola Capo Rizzuto, un centro che in passato, stando alle ricostruzioni della Procura antimafia di Catanzaro, era finito nelle mani delle cosche, che sarebbero riuscite a controllare una delle tante associazioni che in Calabria si occupano di accoglienza. Ma quello calabrese non è l’unico fronte caldo. A Lampedusa Guardia costiera e Guardia di finanza sembrano aver ripreso fiato dopo gli interventi in mare dei giorni scorsi. Mentre in Sardegna si indaga per individuare gli scafisti che hanno portato nei giorni scorsi sulla spiaggia di Pula 16 tunisini che si erano incamminati verso la statale e che sono stati intercettati dai carabinieri. Ieri, in località Comunione dei Pianeti, è stato recuperato il barchino di legno di 6 metri con motore da 40 cavalli e nove taniche di plastica da 20 litri vuote, utilizzato per raggiungere la costa. Il natante è stato sequestrato e affidato al responsabile del porto Cala Verde di Pula in custodia giudiziaria. Potrebbe presto far rotta verso l’Italia anche la
Sea-Watch 3, che con le ultime 99 persone tirate su l’altro giorno da un gommone e i 49 naufraghi che erano su un’imbarcazione di legno in difficoltà nel Mediterraneo, ora ha a bordo 223 passeggeri ed è ferma al largo di Zuara, in Libia. È partita per la sua dodicesima operazione anche la Mare Jonio che, dopo aver lasciato il porto di Mazara del Vallo venerdì pomeriggio, ieri era già al largo della Tunisia, diretta verso la zona Sar libica.
I numeri degli sbarchi preoccupano il leader della Lega, Matteo Salvini, che li ritiene «da allarme nazionale». E chiedendosi cosa stia facendo il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, ha aggiunto: «Fino a maggio sono sbarcati più di 20.000 clandestini. Rischia di essere un’estate drammatica, di morte, con oltre 100.000 arrivi». Il governo mette già le mani avanti: «Se continua questa crisi del grano che vede 20-30 milioni di tonnellate bloccate nei porti ucraini, avremo maggiori flussi migratori per tutta l’estate», ha annunciato ieri il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. È già chiaro che non si correrà ai ripari. D’altra parte, Lamorgese, che a Venezia, al vertice con i ministri dell’Interno dell’area mediterranea, ha riproposto la solita solfa del «Patto europeo su immigrazione e asilo». E dopo i vari nulla di fatto, parlando anche a nome di Cipro, Grecia, Malta e Spagna, Lamorgese ha detto di essere ancora convinta «che questo sia il metodo migliore per cercare soluzioni equilibrate tra responsabilità e necessaria solidarietà che gli altri membri sono chiamati a dimostrare». Ma che ormai da anni ignorano, beffando l’Italia.
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Il 2 giugno almeno 2.000 giovani, per lo più di origine magrebina, sono calati su Peschiera: vandalismi e violenze, celere costretta a intervenire. Al ritorno, aggressioni sessuali in treno. Sei ragazze minorenni in ostaggio: «Dicevano “qui le bianche non salgono”».Il ministro Luciana Lamorgese rilancia l’ennesimo, inutile «patto europeo». E Luigi Di Maio mette le mani avanti.Lo speciale contiene due articoli.«Le donne bianche qui non salgono». Accade in Italia, nel 2022, lo stesso Paese che una certa stampa ideologizzata ha descritto fino a qualche mese fa come come il Sudafrica dell’apartheid, l’Alabama dei linciaggi. Un posto, insomma, dove ai neri è impedito l’accesso dei vagoni del treno. Mentre nelle redazioni chic ci si raccontava questo Paese che non esisteva, nell’Italia realmente esistente sono sei adolescenti italiane a non poter entrare in un vagone, a essere accerchiate, palpate, insultate, trattate come pezzi di carne bianca.Accade a margine della giornata di follia che ha sconvolto Peschiera del Garda, incantevole Comune in provincia di Verona, affacciato sul lago e vicinissimo al parco dei divertimenti Gardaland. Qui, il 2 giugno, circa 2.000 ragazzi (la stima è del sindaco di Peschiera, Orietta Gaiulli), per lo più di origine nordafricana, sono calati in branco per festeggiare a loro modo la Repubblica, dopo essersi messi d’accordo su Tik Tok. Urla, musica a tutto volume, atteggiamenti aggressivi, furti, risse, vandalismo, ubriachezza molesta. Nei video diffusi sui social, per lo più dagli stessi autori dei disordini, si vedono anche ragazzi ballare sopra alle automobili. L’orda ha preso di mira la spiaggia del lido Campanello di Castelnuovo e quella confinante dei Pioppi, nel territorio di Peschiera. L’effetto di tutto questo sulla sicurezza, sul turismo, sul commercio sono facilmente immaginabili. Alla fine è dovuta intervenire la polizia in assetto antisommossa, dopo che una rissa, forse per il furto di un portafoglio, stava degenerando. Ma, nei filmati messi in Rete, persino l’intervento della celere con i manganelli sguainati pare oggetto di derisione da parte dei presenti, forti di un numero talmente imponente da suggerire una certa sicumera. «Il primo anno erano 200, quello dopo 500 e ieri 2.000», ha spiegato il giorno dopo il sindaco Gaiulli, che ha anche detto di aver avvisato i carabinieri dell’appuntamento sospetto già il 30 maggio. Dopo la giornata di violenze, schiamazzi e vandalismi, l’allegra compagnia si è riversata alla stazione, dove in molti, provenienti dalla Lombardia, hanno assaltato il primo treno disponibile in condizioni bestiali, senza alcun intervento delle autorità per evitare un esito già scritto. A farne le spese, tra i tanti passeggeri ignari, sei amiche di 16 e 17 anni, quattro di Milano e due di Pavia, che, dopo aver passato la giornata a Gardaland, si sono trovate a bordo del treno regionale 2640 che da Peschiera del Garda arriva nel capoluogo lombardo. Il racconto è da film horror: «Eravamo circondate. Il caldo era asfissiante, alcune di noi sono svenute. Mentre cercavamo un controllore avanzando a fatica lungo i vagoni» è avvenuta l’aggressione sessuale. «Ridevano. Ci dicevano “le donne bianche qui non salgono”», hanno raccontato. Su Instagram è comparso il messaggio di una madre: «Mia figlia di 16 anni oggi si è recata a Gardaland con le sue amiche e salite sul treno per il rientro verso Milano sono state accerchiate, palpeggiate, molestate da alcuni soggetti. Non riuscivano a scendere dal treno perché ammassati. Sono riuscite a scendere a Desenzano del Garda, sotto shock, in lacrime e noi genitori siamo andati a recuperale. Ora mi chiedo, ma è possibile che ancora avvengano fatti del genere? Poi leggo di baby gang che si sono ritrovate oggi e provenienti tutte da Milano. Ma cosa aspettano ad intervenire prendendo seri provvedimenti, fino a che punto bisogna arrivare?». Le giovani hanno tutte sporto denuncia alla Polfer della stazione Centrale di Milano. Al momento, per il complesso dei disordini, ci sarebbe qualche decina di identificati. Si tratta di giovanissimi, molti minorenni, arrivati sia dal Veneto che dalla Lombardia. Molti dei ragazzi coinvolti erano comunque privi di documenti. L’allarme, in riva al Garda, non è comunque scemato. Un nuovo possibile raduno era stato annunciato sui social per ieri, anche se forse il clamore dei fatti del 2 giugno ha portato a rimandare la nuova giornata di razzie. Il prefetto di Verona, Donato Cafagna, al termine del Comitato provinciale straordinario per l’ordine e le sicurezza pubblica, ha comunque annunciato un rafforzamento dei presidi di sicurezza, a cominciare dalla stazione ferroviaria di Peschiera del Garda. Per tutto il fine settimana è entrata in vigore l’ordinanza sindacale che vieta di portare in spiaggia alcolici, bottiglie di vetro e anche casse per ascoltare la musica. È stato inoltre richiesto, soprattutto alle forze di polizia lombarde, un filtraggio alle partenze, dalle stazioni di Milano, Bergamo e Brescia, a cui si dovrebbe aggiungere un controllo anti droga all’arrivo. Tutte azioni sensate, ma la cui efficacia tende inevitabilmente a sfumare man mano che ci si allontana temporalmente dal fatto mediatico. E comunque, a meno di militarizzare intere località di villeggiatura, le armi del contenimento sono sempre spuntate a fronte di certi numeri. Al di là della giornata di follia di Peschiera, resta l’impressione di una bomba banlieue in via di caricamento anche in Italia, dopo che in Francia e nel Nord Europa l’ordigno sociale è già esploso da tempo con i risultati che sappiamo. È quello che in molti, negli ultimi dieci anni, vedendo sbarcare sulle nostre coste centinaia di migliaia di giovani maschi spacciati per profughi, avevano previsto accadesse. Anziché affrontare il problema, si è preferito fare debunking sulle «teorie cospirazioniste di estrema destra». O denunciare le invasioni moleste, sì, ma del corpo degli Alpini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/orda-immigrata-garda-caos-molestie-2657458189.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sbarchi-continui-sulle-coste-italiane-mentre-la-lamorgese-cincischia" data-post-id="2657458189" data-published-at="1654366897" data-use-pagination="False"> Sbarchi continui sulle coste italiane mentre la Lamorgese cincischia L’ennesimo sbarco dall’inizio dell’anno sulle coste calabresi porta a Roccella Jonica altri 66 stranieri e fa schizzare le statistiche a oltre 2.000 approdati. Ieri mattina la Guardia costiera ha intercettato il veliero a 30 miglia dalla costa. Il copione è sempre lo stesso. Quello della rotta turca. È il nono sbarco autonomo a Roccella negli ultimi 16 giorni. L’operazione è stata coordinata dalla sala operativa della Capitaneria di porto di Reggio Calabria. Dopo lo sbarco i passeggeri del veliero sono stati momentaneamente sistemati nella tensostruttura realizzata nei mesi scorsi e gestita dai volontari della Croce rossa e della Protezione civile, dopo le verifiche anti Covid. Nella tensostruttura ci sono ancora i 39 afgani arrivati mercoledì. Che dovrebbero essere in fase di trasferimento nei Cas calabresi. In totale la Calabria da gennaio si è ritrovata con 3.440 stranieri da piazzare tra i vari centri d’accoglienza, che già scoppiano. Molti si trovano nel Cara di Isola Capo Rizzuto, un centro che in passato, stando alle ricostruzioni della Procura antimafia di Catanzaro, era finito nelle mani delle cosche, che sarebbero riuscite a controllare una delle tante associazioni che in Calabria si occupano di accoglienza. Ma quello calabrese non è l’unico fronte caldo. A Lampedusa Guardia costiera e Guardia di finanza sembrano aver ripreso fiato dopo gli interventi in mare dei giorni scorsi. Mentre in Sardegna si indaga per individuare gli scafisti che hanno portato nei giorni scorsi sulla spiaggia di Pula 16 tunisini che si erano incamminati verso la statale e che sono stati intercettati dai carabinieri. Ieri, in località Comunione dei Pianeti, è stato recuperato il barchino di legno di 6 metri con motore da 40 cavalli e nove taniche di plastica da 20 litri vuote, utilizzato per raggiungere la costa. Il natante è stato sequestrato e affidato al responsabile del porto Cala Verde di Pula in custodia giudiziaria. Potrebbe presto far rotta verso l’Italia anche la Sea-Watch 3, che con le ultime 99 persone tirate su l’altro giorno da un gommone e i 49 naufraghi che erano su un’imbarcazione di legno in difficoltà nel Mediterraneo, ora ha a bordo 223 passeggeri ed è ferma al largo di Zuara, in Libia. È partita per la sua dodicesima operazione anche la Mare Jonio che, dopo aver lasciato il porto di Mazara del Vallo venerdì pomeriggio, ieri era già al largo della Tunisia, diretta verso la zona Sar libica. I numeri degli sbarchi preoccupano il leader della Lega, Matteo Salvini, che li ritiene «da allarme nazionale». E chiedendosi cosa stia facendo il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, ha aggiunto: «Fino a maggio sono sbarcati più di 20.000 clandestini. Rischia di essere un’estate drammatica, di morte, con oltre 100.000 arrivi». Il governo mette già le mani avanti: «Se continua questa crisi del grano che vede 20-30 milioni di tonnellate bloccate nei porti ucraini, avremo maggiori flussi migratori per tutta l’estate», ha annunciato ieri il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. È già chiaro che non si correrà ai ripari. D’altra parte, Lamorgese, che a Venezia, al vertice con i ministri dell’Interno dell’area mediterranea, ha riproposto la solita solfa del «Patto europeo su immigrazione e asilo». E dopo i vari nulla di fatto, parlando anche a nome di Cipro, Grecia, Malta e Spagna, Lamorgese ha detto di essere ancora convinta «che questo sia il metodo migliore per cercare soluzioni equilibrate tra responsabilità e necessaria solidarietà che gli altri membri sono chiamati a dimostrare». Ma che ormai da anni ignorano, beffando l’Italia.
Matteo Ricci (Ansa)
Coinvolti, tra gli altri, nelle nuove contestazioni, oltre a Ricci, Massimiliano Santini, all’epoca factotum del dem, Silvano Straccini, direttore della fondazione Pescheria, Massimiliano Amadori, ex capo di gabinetto di Ricci e suo stretto collaboratore anche a Bruxelles, la dirigente responsabile della struttura centralizzata appalti del Comune, Paola Nonni e il giornalista Marcello Ciamaglia.
Al centro del nuovo filone c’è una cena elettorale che si è svolta il 12 aprile 2024 e per cui sarebbero stati utilizzati fondi pubblici. La kermesse era collegata alla candidatura in Europa di Ricci ed era l’atto conclusivo della tournée di presentazione del suo libro «Pane e politica».
Ricci, nel filone principale dell’inchiesta, è accusato dalla Procura di Pesaro di corruzione per aver «richiesto formalmente sponsorizzazioni per conto del Comune a soggetti privati» e aver utilizzato due associazioni private per gestire quei denari a fini elettorali. In base all’ultimo capo d’accusa, parte del costo della cena secondo gli inquirenti sarebbe stato pagato con i soldi della Fondazione Pescheria, interamente partecipata dal Comune, previo accordo con il direttore Straccini.
A svelare l’inghippo era stato l’amministratore della società di catering a cui era stato affidato l’evento, Giustogusto. Il titolare, Marco Balducci, a noi aveva riferito che in cambio di uno sconto aveva ottenuto l’inserimento della sua ditta nell’elenco dei fornitori della fondazione, da cui aveva avuto poi un paio di incarichi. Straccini è accusato anche di falso per la firma di una determina collegata all’operazione. L’imprenditore ha confermato agli investigatori della Squadra mobile e della Guardia di finanza quanto già raccontato a noi.
Lo stesso Balducci aveva identificato come mediatore dell’operazione Ciamaglia. Quest’ultimo è stato, come si apprende da Facebook, «direttore ufficio stampa e comunicazione presso Comune di Pesaro» e prima presso la Provincia, sempre al fianco di Ricci.
L’ex sindaco, Santini, Amadori, Ciamaglia, insieme con la Nonni e un’altra dipendente comunale sono indagati anche perché sarebbero usciti dalle casse del Comune pure i pagamenti per il video-operatore coinvolto nella tournée «Pane e politica», ovvero negli incontri di Ricci con alcune famiglie italiane, il cui resoconto è stato raccolto nell’omonimo libro. La dirigente avrebbe gonfiato i pagamenti del film-maker per altri eventi, così da coprire anche le trasferte collegate al volume. Un impegno che non aveva a che fare con l’attività istituzionale del primo cittadino.
Per quanto riguarda l’inchiesta principale la Procura ha chiesto un’ulteriore proroga delle indagini.
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Le navi americane a Hormuz (US Navy)
È entrato in vigore alle 16 (ora italiana) di ieri il blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. La decisione, annunciata dal Comando centrale americano (Centcom), arriva dopo il fallimento dei colloqui tra Washington e Teheran e segna un’ulteriore escalation nella crisi.
A lanciare l’allarme è stata l’Autorità britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto), che ha segnalato restrizioni immediate all’accesso verso porti e acque costiere iraniane. Il provvedimento riguarda tutte le navi dirette da e verso infrastrutture iraniane, senza alcuna distinzione di bandiera. Alle imbarcazioni neutrali già presenti nei porti è stato concesso solo un breve periodo per lasciare l’area. Secondo il Centcom, qualsiasi nave che tenti di entrare o uscire dalla zona senza autorizzazione potrà essere intercettata e sequestrata. Le misure si estendono lungo tutta la costa iraniana, includendo terminal petroliferi e infrastrutture energetiche nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman e nel Mar arabico.
Il blocco dello Stretto di Hormuz è in vigore e più di 15 navi americane sono impegnate direttamente nell’operazione. Lo riporta il Wall Street Journal citando un funzionario statunitense, secondo il quale gli Stati Uniti possono contare nella regione su cacciatorpediniere lanciamissili e numerose unità navali capaci di impiegare elicotteri per operazioni di abbordaggio e controllo del traffico marittimo.
L’Ukmto ha precisato che il transito nello Stretto verso destinazioni non iraniane non risulta formalmente impedito. Tuttavia, le navi possono essere sottoposte a controlli e procedure d’ispezione. Alle compagnie è stato raccomandato di mantenere la massima allerta, monitorare gli avvisi ai naviganti e contattare la Us Navy sul canale 16. I primi dati indicano che alcune petroliere hanno attraversato lo Stretto senza collegamenti con porti iraniani, segno che il traffico non è del tutto fermo ma si muove in un contesto di forte incertezza. A conferma della volatilità della situazione, il presidente americano Donald Trump ha scritto su Truth che «34 navi sono passate attraverso lo Stretto di Hormuz ieri», definendolo «il numero più alto da quando è iniziata questa chiusura».
Sul piano diplomatico, il nodo nucleare resta il principale punto di scontro. Durante i negoziati del fine settimana, gli Stati Uniti hanno proposto all’Iran di congelare l’arricchimento dell’uranio per 20 anni, mentre Teheran ha controproposto un periodo molto più breve, «a una sola cifra». Il fallimento dei colloqui, guidati dal vicepresidente JD Vance, è stato attribuito proprio alla distanza su questo punto cruciale, anche se l’Iran ha negato la circostanza. Nonostante lo stallo, la Casa Bianca lascia intravedere spiragli. Il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato che «JD Vance ha fatto un buon lavoro nelle trattative», sottolineando che il vero nodo resta il nucleare. «L’altra parte ci ha chiamato e vuole un accordo. Siamo stati contattati questa mattina dalle persone giuste e vogliono lavorare a un’intesa», ha aggiunto senza citare esplicitamente l’Iran. Sul piano militare, tuttavia, la linea della Casa Bianca resta durissima. Trump ha ribadito che qualsiasi nave iraniana che tenterà di violare il blocco sarà «immediatamente eliminata», sostenendo che «la Marina iraniana giace sul fondo del mare, completamente annientata». Parole che accompagnano la minaccia di un’ulteriore escalation se Teheran non cambierà posizione.
Il capo dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez, ha espresso forte preoccupazione per la situazione dei marittimi bloccati nell’area dello Stretto di Hormuz, ribadendo la necessità di garantire la libertà di navigazione. «Migliaia di uomini restano a bordo di navi nel Golfo Persico, esposti a rischi elevati e a un forte stress psicologico», ha dichiarato poco prima dell’avvio del blocco navale statunitense.
Sul fronte internazionale, Israele ha espresso sostegno alla decisione americana, mentre la Cina ha invitato a garantire la libertà di navigazione. Anche la Russia ha avvertito di possibili effetti negativi sui mercati energetici. Dall’Unione europea arriva un appello alla sicurezza marittima. «Quanto sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz rappresenta il segnale più chiaro a favore di una forte coalizione internazionale», ha dichiarato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ribadendo che l’Ue respingerà qualsiasi limitazione alla libera navigazione.
Il quadro resta estremamente fragile. Secondo quanto riportato dal Canale 12 israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ritiene che il cessate il fuoco con l’Iran possa essere messo in discussione «in brevissimo tempo» dopo il fallimento dei negoziati. Di parere contrario il premier pakistano, Shehbaz Sharif, che ha affermato che la tregua tra Stati Uniti e Iran «regge» e che sono in corso sforzi diplomatici per superare le divergenze emerse, nonostante il fallimento dei negoziati svoltisi a Islamabad nel fine settimana.
Roma chiama l’Ue sul caro energia però Ursula fa solo chiacchiere
Nel pieno dell’emergenza energetica, Bruxelles prende tempo. Il massimo dell’azione della Commissione europea è annunciare una serie di proposte legislative che saranno presentate a maggio. Il 22 aprile verranno invece date delle raccomandazioni agli Stati membri a consumare e viaggiare meno, a spingere sulle tecnologie pulite, a intervenire sulle tasse sull’elettricità e sugli oneri di sistema. È questo l’esito della riunione del Collegio dei Commissari che ancora una volta certifica l’irrilevanza dell’Europa. Dall’inizio del conflitto iraniano la spesa della Ue per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 22 miliardi, ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sottolineando che i prezzi dell’energia erano già balzati in cima all’agenda politica della Ue a causa dei timori per il calo della competitività rispetto a Cina e Stati Uniti. Ma se l’analisi non fa una piega, la ricetta per gestire la crisi non è proporzionata alla gravità del momento. «A maggio presenteremo proposte legislative per intervenire sulle tasse sull'elettricità e gli oneri di rete. L’obiettivo è quello di implementare misure strutturali per abbassare i prezzi dell’energia e dare sollievo a cittadini e imprese», ha annunciato la presidente. Il piano prevede che l’energia elettrica sia tassata in modo più favorevole rispetto ai combustibili fossili. Il piano della Commissione verrà presentato ai leader al prossimo Consiglio informale, la prossima settimana a Cipro, e ci sarà una comunicazione nel mercoledì precedente» (il 22 aprile). Von der Leyen ha spiegato che si punta a intervenire su tre aspetti. Il coordinamento tra Paesi negli interventi, anche riguardo alle scorte di gas e di petrolio e sulle misure di contenimento dei rincari, che «devono essere mirate ai gruppi vulnerabili, rapide, immediate e temporanee». Secondo, un «quadro temporaneo» che assicuri più flessibilità alle regole sugli aiuti di Stato. E, terzo elemento, e forse il più problematico: «Come possiamo ridurre la domanda».
La dipendenza della Ue dalle importazioni dei combustibili fossili la rende vulnerabile e le misure dovrebbero attutire l’impatto e promuovere l’adozione di tecnologie pulite. Di tasse e oneri di rete si era discusso al Consiglio europeo dello scorso febbraio ma anche allora nessuna decisione. In ballo c’era anche la proposta di modifica dell’impianto Ets (il sistema di acquisto di quote di Co2), che prevede l’interruzione dell’eliminazione delle quote gratuite e l'aumento di quelle immesse nel mercato di certificati. Ma stando alle parole di ieri della presidente dell’esecutivo Ue, il cantiere è ancora aperto: «Siamo sulla buona strada per presentare la revisione completa del sistema Ets, come annunciato, a luglio», ha detto. Nessun ripensamento sulla decarbonizzazione. «L’unico modo duraturo per uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili», ha ribadito Von der Leyen, «è spostare la generazione di elettricità verso le energie rinnovabili e il nucleare, e poi, naturalmente, elettrificando l’economia il più rapidamente possibile».
Avanti tutta con l’elettrificazione «della nostra economia, delle nostre operazioni industriali, del modo in cui riscaldiamo le nostre case, della nostra mobilità». E annuncia la presentazione prima dell’estate di «un nuovo ambizioso obiettivo sull’elettrificazione». La presidente incoraggia gli Stati membri «a fare un uso migliore» dei finanziamenti Ue disponibili, come quelli dei fondi di coesione. «I soldi ci sono. Potete investirli nelle reti, nello stoccaggio, nelle batterie». Il quadro si completa con investimenti nei piccoli reattori modulari.
Ma mentre Bruxelles prende tempo i singoli governi procedono in ordine sparso. Dall’inizio della guerra con l’Iran, 22 Stati membri dell’Ue hanno introdotto oltre 120 misure non coordinate, per un costo superiore a 9 miliardi di euro (10,5 miliardi di dollari), al fine di attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, secondo un rapporto dell’Istituto Jacques Delors.
Manca quindi un coordinamento centrale per la gestione dell’emergenza. Lo ha evidenziato, tra le righe, anche il nostro ministero dell’Economia. Il viceministro, Maurizio Leo, ha sottolineato gli «sforzi notevoli» fatti dal governo per il taglio delle accise, che avrà la copertura fino a fine mese. «È chiaro che poi si dovrà pensare anche a livello europeo a degli interventi per venire incontro a tutte quelle che sono le esigenze del mondo produttivo, pensando agli autotrasportatori». Questi continuano a reclamare il credito d’imposta promesso al settore all’inizio della crisi in Medio Oriente nel consiglio dei ministri del 19 marzo scorso. A quasi un mese di distanza manca ancora il decreto attuativo. Un intervento in tale senso è appeso alle decisioni Bruxelles sul regime degli aiuti di Stato. Intanto gli autotrasportatori siciliani sono entrati in sciopero dalla mezzanotte di ieri sera per 5 giorni, bloccando i rifornimenti alla grande distribuzione dell’isola. Ed è solo l’inizio. Nelle riunioni che si sono svolte nel fine settimana, nell’ambito dell’iniziativa Unatras con assemblee convocate in cento piazze italiane, l’intera categoria nazionale è orientata verso il blocco dei servizi di trasporto su strada. Venerdì prossimo il Comitato esecutivo nazionale di Unatras potrebbe pronunciarsi sul blocco nazionale.
Teheran insorge: «Atto di pirateria, gli statunitensi se ne pentiranno»
«Siamo pronti ad affrontare qualsiasi scenario e le forze armate sono già in stato di massima allerta», ha tuonato il ministro della Difesa iraniano, il generale, Seyyed Majid ibn Reza, «qualsiasi atto di aggressione o provocazione del nemico riceverà una risposta dura e decisiva». La reazione di Teheran alle mosse statunitensi è stata subito estremamente aggressiva, come a voler mostrare i muscoli anche a tutte le nazioni coinvolte. Il blocco navale voluto da Donald Trump, dopo il fallimento del meeting di Islamabad, è stato definito dai Guardiani della rivoluzione come un atto di pirateria marittima e un’azione illegale. Le forze armate degli ayatollah hanno minacciato tutti i porti dell’area, arrivando a dire che nessun porto nel Golfo Persico o nel mar d’Oman sarà più al sicuro. La televisione nazionale Press tv ha dato ampio risalto alle reazione dei rappresentanti della Repubblica islamica come il tenente colonnello Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando unificato Khatam al-Anbiya, che ha detto che le navi affiliate al nemico non hanno e non avranno il diritto di attraversare lo Stretto di Hormuz, mentre le altre navi avranno il permesso di transito, ma soltanto nel rispetto delle normative delle Forze armate. Un messaggio chiaro che lascia intendere che l’Iran non permetterà agli Stati Uniti di decidere chi può attraversare questo vitale passaggio.
Lo scontro verbale ha coinvolto anche il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, che ha affermato che tutte le minacce contro le infrastrutture del suo Paese rappresentano un chiaro segno della debolezza del nemico, questo in riposta a Donald Trump che aveva fatto riferimento alle infrastrutture energetiche della nazione asiatica come un obiettivo.
La lista dei dignitari iraniani che hanno risposto a Trump si allunga ora dopo ora e sono come sempre i pasdaran a prendere le posizioni più nette. Esamil Qaani, comandante della Forza Quds, reparto speciale responsabile delle operazioni al di fuori dell’Iran, ha gridato in un comizio che gli Stati Uniti lasceranno la regione senza aver ottenuto nulla e ha poi rimarcato che sia Washington che Tel Aviv dovrebbero ricordarsi di aver abbandonato lo Yemen, senza aver mai raggiunto gli obiettivi prefissati. Il generale, che ha rapporti diretti e personali con gli Huthi, ha velatamente minacciato la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, la strettoia che porta al mar Rosso e poi al canale di Suez. Da qui passano circa 6 milioni di barili di petrolio al giorno, che sommati agli oltre 20 di Hormuz, metterebbero l’Europa davanti a una crisi senza precedenti. Qaani è l’uomo che la Guida suprema Ali Khamenei aveva incaricato di coordinare quella che veniva chiamata asse della resistenza ed è lui che può far scendere in campo gli Huthi aprendo definitivamente anche il fronte del mar Rosso. Sempre a proposito delle conseguenze economiche, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf , ha avvertito gli americani su X: «Godetevi i prezzi attuali della benzina. Presto vi mancheranno i 4-5 dollari al gallone».
Il muro contro muro non ha però precluso completamente la via della trattativa e i mediatori di Pakistan, Egitto e Turchia continueranno i colloqui con gli Stati Uniti e l’Iran anche nei prossimi giorni. «Non siamo ancora in una situazione di stallo totale», ha dichiarato Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad, «Il mio governo è convinto che abbiamo assistito soltanto al primo round dei colloqui e il Pakistan farà ancora la sua parte. Il primo ministro Shehbaz Sharif si trova in Arabia Saudita su invito del principe Mohammed bin Salman e insieme lavoreranno per la tregua».
Meno intransigente e più possibilista il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, presente agli Islamabd Talks e uomo dal lungo passato diplomatico. «Le richieste degli Stati Uniti sono state massimaliste e con cambiamenti di posizione continui», ha spiegato il responsabile della politica estera iraniana, «Washington era partito con grande sfiducia nei nostri confronti, ma l’Iran è stato costruttivo e paziente».
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John Elkann (Imagoeconomica)
La notizia, nell’aria da gennaio, quando era emerso che, nel dicembre 2025, il gip aveva disposto l’imputazione coatta, adesso è ufficiale. Una nuova richiesta di rinvio a giudizio è stata inoltrata dalla procura di Torino nei giorni scorsi nei confronti di John Elkann e del commercialista Gianluca Ferrero in uno dei filoni dell’inchiesta sulla residenza italiana di Marella Caracciolo, la vedova di Gianni Agnelli - nonno di Elkann - morta nel 2019. Come detto, l’iniziativa dei pm della Procura del capoluogo piemontese è stata dettata dal diniego del Tribunale alla richiesta di archiviazione, una decisione che aveva poi fatto saltare la proposta di Elkann di accedere alla messa alla prova in un altro procedimento, anche in virtù del versamento di 183 milioni di euro all’Erario e di Ferrero di patteggiare una pena pecuniaria.
E proprio quest’ultimo fascicolo sarà quindi riunito a quello sull’altro filone, già arrivato alla fase dell’udienza preliminare, che si è aperta oggi ed è stata subito aggiornata al 22 giugno. Nel faldone entreranno anche gli atti relativi a un terzo dossier, che riguarda il ruolo del notaio Remo Morone su presunte irregolarità nell’iscrizione alla Camera di commercio di Torino degli assetti della Dicembre la «cassaforte» che controlla tutte le società del gruppo della famiglia. Il procedimento, la prossima estate, tornerà dunque a essere unificato dopo aver preso tre strade diverse. I reati contestati a vario titolo agli indagati sono truffa aggravata ai danni dello Stato ed evasione fiscale fraudolenta.
In buona sostanza, l’inchiesta fino a ieri si basava su due procedimenti, intrecciati ma distinti (che ora saranno riuniti). In un filone, infatti, il gip Antonio Borretta a dicembre scorso aveva ordinato ai pm torinesi, il sostituto Marco Gianoglio insieme ai colleghi Mario Bendoni e Giulia Marchetti, di formulare l’imputazione nei confronti di John per due dei sei capi originariamente contestati. Imputazione coatta in quanto si tratta di ipotesi di reato - legate alle dichiarazioni dei redditi 2018 e 2019 presentate dopo la morte di Donna Marella - sulle quali i pm a loro volta avevano già chiesto l’archiviazione. Nell’altro procedimento, invece, a febbraio scorso il gip Giovanna Di Maria aveva respinto l’istanza di «messa alla prova» per Elkann, rimandando gli atti ai pm. Ma anche qui la procura aveva dato il suo parere favorevole alla sospensione del procedimento a seguito del versamento di circa 183 milioni all’Agenzia delle Entrate. L’indagine nasce da un esposto presentato da Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato e madre di Elkann, impegnata da anni in una causa civile sulla ridefinizione dell’eredità familiare.
Nel settembre dell’anno scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa un miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, sulla base si «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione». Anche ieri, come è sempre avvenuto in tutte le fasi della vicenda, i legali del presidente di Stellantis hanno ostentato tranquillità: «La richiesta di rinvio a giudizio di cui si è avuta notizia oggi è solo un passaggio procedurale assolutamente atteso per permettere la ricomposizione di un procedimento che ha avuto una genesi unitaria. Ribadiamo che il nostro interesse è difendere nel merito una persona del tutto estranea ai fatti contestati». Ma recentemente la difesa di Elkann aveva incassato una sconfitta, quando la Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso contro l’imputazione coatta disposta da Borretta, dando il via libera alla richiesta di rinvio a giudizio.
Quasi contestualmente, un altro giudice Tribunale di Torino, Giovanna Di Maria aveva respinto si la richiesta di messa alla prova avanzata dai legali di Elkann (che avevano proposto lo svolgimento di attività di tutoraggio in una scuola salesiana di Torino), che la richiesta di patteggiamento per Gian Luca Ferrero, che prevedeva la commutazione della pena detentiva in una sanzione pecuniaria di 73.000 euro.
A meno di sorprese durante l’udienza preliminare quindi, la vicenda giudiziaria legata alla contesa familiare sull’eredità dell’Avvocato e della moglie, sfocerà in un processo pubblico.
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