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2022-06-05
Orda immigrata sul Garda: caos e molestie
«Le donne bianche qui non salgono». Accade in Italia, nel 2022, lo stesso Paese che una certa stampa ideologizzata ha descritto fino a qualche mese fa come come il Sudafrica dell’apartheid, l’Alabama dei linciaggi. Un posto, insomma, dove ai neri è impedito l’accesso dei vagoni del treno. Mentre nelle redazioni chic ci si raccontava questo Paese che non esisteva, nell’Italia realmente esistente sono sei adolescenti italiane a non poter entrare in un vagone, a essere accerchiate, palpate, insultate, trattate come pezzi di carne bianca.
Accade a margine della giornata di follia che ha sconvolto Peschiera del Garda, incantevole Comune in provincia di Verona, affacciato sul lago e vicinissimo al parco dei divertimenti Gardaland. Qui, il 2 giugno, circa 2.000 ragazzi (la stima è del sindaco di Peschiera, Orietta Gaiulli), per lo più di origine nordafricana, sono calati in branco per festeggiare a loro modo la Repubblica, dopo essersi messi d’accordo su Tik Tok. Urla, musica a tutto volume, atteggiamenti aggressivi, furti, risse, vandalismo, ubriachezza molesta. Nei video diffusi sui social, per lo più dagli stessi autori dei disordini, si vedono anche ragazzi ballare sopra alle automobili. L’orda ha preso di mira la spiaggia del lido Campanello di Castelnuovo e quella confinante dei Pioppi, nel territorio di Peschiera. L’effetto di tutto questo sulla sicurezza, sul turismo, sul commercio sono facilmente immaginabili.
Alla fine è dovuta intervenire la polizia in assetto antisommossa, dopo che una rissa, forse per il furto di un portafoglio, stava degenerando. Ma, nei filmati messi in Rete, persino l’intervento della celere con i manganelli sguainati pare oggetto di derisione da parte dei presenti, forti di un numero talmente imponente da suggerire una certa sicumera. «Il primo anno erano 200, quello dopo 500 e ieri 2.000», ha spiegato il giorno dopo il sindaco Gaiulli, che ha anche detto di aver avvisato i carabinieri dell’appuntamento sospetto già il 30 maggio. Dopo la giornata di violenze, schiamazzi e vandalismi, l’allegra compagnia si è riversata alla stazione, dove in molti, provenienti dalla Lombardia, hanno assaltato il primo treno disponibile in condizioni bestiali, senza alcun intervento delle autorità per evitare un esito già scritto.
A farne le spese, tra i tanti passeggeri ignari, sei amiche di 16 e 17 anni, quattro di Milano e due di Pavia, che, dopo aver passato la giornata a Gardaland, si sono trovate a bordo del treno regionale 2640 che da Peschiera del Garda arriva nel capoluogo lombardo. Il racconto è da film horror: «Eravamo circondate. Il caldo era asfissiante, alcune di noi sono svenute. Mentre cercavamo un controllore avanzando a fatica lungo i vagoni» è avvenuta l’aggressione sessuale. «Ridevano. Ci dicevano “le donne bianche qui non salgono”», hanno raccontato. Su Instagram è comparso il messaggio di una madre: «Mia figlia di 16 anni oggi si è recata a Gardaland con le sue amiche e salite sul treno per il rientro verso Milano sono state accerchiate, palpeggiate, molestate da alcuni soggetti. Non riuscivano a scendere dal treno perché ammassati. Sono riuscite a scendere a Desenzano del Garda, sotto shock, in lacrime e noi genitori siamo andati a recuperale. Ora mi chiedo, ma è possibile che ancora avvengano fatti del genere? Poi leggo di baby gang che si sono ritrovate oggi e provenienti tutte da Milano. Ma cosa aspettano ad intervenire prendendo seri provvedimenti, fino a che punto bisogna arrivare?». Le giovani hanno tutte sporto denuncia alla Polfer della stazione Centrale di Milano.
Al momento, per il complesso dei disordini, ci sarebbe qualche decina di identificati. Si tratta di giovanissimi, molti minorenni, arrivati sia dal Veneto che dalla Lombardia. Molti dei ragazzi coinvolti erano comunque privi di documenti. L’allarme, in riva al Garda, non è comunque scemato. Un nuovo possibile raduno era stato annunciato sui social per ieri, anche se forse il clamore dei fatti del 2 giugno ha portato a rimandare la nuova giornata di razzie. Il prefetto di Verona, Donato Cafagna, al termine del Comitato provinciale straordinario per l’ordine e le sicurezza pubblica, ha comunque annunciato un rafforzamento dei presidi di sicurezza, a cominciare dalla stazione ferroviaria di Peschiera del Garda. Per tutto il fine settimana è entrata in vigore l’ordinanza sindacale che vieta di portare in spiaggia alcolici, bottiglie di vetro e anche casse per ascoltare la musica. È stato inoltre richiesto, soprattutto alle forze di polizia lombarde, un filtraggio alle partenze, dalle stazioni di Milano, Bergamo e Brescia, a cui si dovrebbe aggiungere un controllo anti droga all’arrivo.
Tutte azioni sensate, ma la cui efficacia tende inevitabilmente a sfumare man mano che ci si allontana temporalmente dal fatto mediatico. E comunque, a meno di militarizzare intere località di villeggiatura, le armi del contenimento sono sempre spuntate a fronte di certi numeri. Al di là della giornata di follia di Peschiera, resta l’impressione di una bomba banlieue in via di caricamento anche in Italia, dopo che in Francia e nel Nord Europa l’ordigno sociale è già esploso da tempo con i risultati che sappiamo. È quello che in molti, negli ultimi dieci anni, vedendo sbarcare sulle nostre coste centinaia di migliaia di giovani maschi spacciati per profughi, avevano previsto accadesse. Anziché affrontare il problema, si è preferito fare debunking sulle «teorie cospirazioniste di estrema destra». O denunciare le invasioni moleste, sì, ma del corpo degli Alpini.
Sbarchi continui sulle coste italiane mentre la Lamorgese cincischia
L’ennesimo sbarco dall’inizio dell’anno sulle coste calabresi porta a Roccella Jonica altri 66 stranieri e fa schizzare le statistiche a oltre 2.000 approdati. Ieri mattina la Guardia costiera ha intercettato il veliero a 30 miglia dalla costa. Il copione è sempre lo stesso. Quello della rotta turca. È il nono sbarco autonomo a Roccella negli ultimi 16 giorni. L’operazione è stata coordinata dalla sala operativa della Capitaneria di porto di Reggio Calabria. Dopo lo sbarco i passeggeri del veliero sono stati momentaneamente sistemati nella tensostruttura realizzata nei mesi scorsi e gestita dai volontari della Croce rossa e della Protezione civile, dopo le verifiche anti Covid. Nella tensostruttura ci sono ancora i 39 afgani arrivati mercoledì. Che dovrebbero essere in fase di trasferimento nei Cas calabresi. In totale la Calabria da gennaio si è ritrovata con 3.440 stranieri da piazzare tra i vari centri d’accoglienza, che già scoppiano. Molti si trovano nel Cara di Isola Capo Rizzuto, un centro che in passato, stando alle ricostruzioni della Procura antimafia di Catanzaro, era finito nelle mani delle cosche, che sarebbero riuscite a controllare una delle tante associazioni che in Calabria si occupano di accoglienza. Ma quello calabrese non è l’unico fronte caldo. A Lampedusa Guardia costiera e Guardia di finanza sembrano aver ripreso fiato dopo gli interventi in mare dei giorni scorsi. Mentre in Sardegna si indaga per individuare gli scafisti che hanno portato nei giorni scorsi sulla spiaggia di Pula 16 tunisini che si erano incamminati verso la statale e che sono stati intercettati dai carabinieri. Ieri, in località Comunione dei Pianeti, è stato recuperato il barchino di legno di 6 metri con motore da 40 cavalli e nove taniche di plastica da 20 litri vuote, utilizzato per raggiungere la costa. Il natante è stato sequestrato e affidato al responsabile del porto Cala Verde di Pula in custodia giudiziaria. Potrebbe presto far rotta verso l’Italia anche la
Sea-Watch 3, che con le ultime 99 persone tirate su l’altro giorno da un gommone e i 49 naufraghi che erano su un’imbarcazione di legno in difficoltà nel Mediterraneo, ora ha a bordo 223 passeggeri ed è ferma al largo di Zuara, in Libia. È partita per la sua dodicesima operazione anche la Mare Jonio che, dopo aver lasciato il porto di Mazara del Vallo venerdì pomeriggio, ieri era già al largo della Tunisia, diretta verso la zona Sar libica.
I numeri degli sbarchi preoccupano il leader della Lega, Matteo Salvini, che li ritiene «da allarme nazionale». E chiedendosi cosa stia facendo il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, ha aggiunto: «Fino a maggio sono sbarcati più di 20.000 clandestini. Rischia di essere un’estate drammatica, di morte, con oltre 100.000 arrivi». Il governo mette già le mani avanti: «Se continua questa crisi del grano che vede 20-30 milioni di tonnellate bloccate nei porti ucraini, avremo maggiori flussi migratori per tutta l’estate», ha annunciato ieri il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. È già chiaro che non si correrà ai ripari. D’altra parte, Lamorgese, che a Venezia, al vertice con i ministri dell’Interno dell’area mediterranea, ha riproposto la solita solfa del «Patto europeo su immigrazione e asilo». E dopo i vari nulla di fatto, parlando anche a nome di Cipro, Grecia, Malta e Spagna, Lamorgese ha detto di essere ancora convinta «che questo sia il metodo migliore per cercare soluzioni equilibrate tra responsabilità e necessaria solidarietà che gli altri membri sono chiamati a dimostrare». Ma che ormai da anni ignorano, beffando l’Italia.
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Il 2 giugno almeno 2.000 giovani, per lo più di origine magrebina, sono calati su Peschiera: vandalismi e violenze, celere costretta a intervenire. Al ritorno, aggressioni sessuali in treno. Sei ragazze minorenni in ostaggio: «Dicevano “qui le bianche non salgono”».Il ministro Luciana Lamorgese rilancia l’ennesimo, inutile «patto europeo». E Luigi Di Maio mette le mani avanti.Lo speciale contiene due articoli.«Le donne bianche qui non salgono». Accade in Italia, nel 2022, lo stesso Paese che una certa stampa ideologizzata ha descritto fino a qualche mese fa come come il Sudafrica dell’apartheid, l’Alabama dei linciaggi. Un posto, insomma, dove ai neri è impedito l’accesso dei vagoni del treno. Mentre nelle redazioni chic ci si raccontava questo Paese che non esisteva, nell’Italia realmente esistente sono sei adolescenti italiane a non poter entrare in un vagone, a essere accerchiate, palpate, insultate, trattate come pezzi di carne bianca.Accade a margine della giornata di follia che ha sconvolto Peschiera del Garda, incantevole Comune in provincia di Verona, affacciato sul lago e vicinissimo al parco dei divertimenti Gardaland. Qui, il 2 giugno, circa 2.000 ragazzi (la stima è del sindaco di Peschiera, Orietta Gaiulli), per lo più di origine nordafricana, sono calati in branco per festeggiare a loro modo la Repubblica, dopo essersi messi d’accordo su Tik Tok. Urla, musica a tutto volume, atteggiamenti aggressivi, furti, risse, vandalismo, ubriachezza molesta. Nei video diffusi sui social, per lo più dagli stessi autori dei disordini, si vedono anche ragazzi ballare sopra alle automobili. L’orda ha preso di mira la spiaggia del lido Campanello di Castelnuovo e quella confinante dei Pioppi, nel territorio di Peschiera. L’effetto di tutto questo sulla sicurezza, sul turismo, sul commercio sono facilmente immaginabili. Alla fine è dovuta intervenire la polizia in assetto antisommossa, dopo che una rissa, forse per il furto di un portafoglio, stava degenerando. Ma, nei filmati messi in Rete, persino l’intervento della celere con i manganelli sguainati pare oggetto di derisione da parte dei presenti, forti di un numero talmente imponente da suggerire una certa sicumera. «Il primo anno erano 200, quello dopo 500 e ieri 2.000», ha spiegato il giorno dopo il sindaco Gaiulli, che ha anche detto di aver avvisato i carabinieri dell’appuntamento sospetto già il 30 maggio. Dopo la giornata di violenze, schiamazzi e vandalismi, l’allegra compagnia si è riversata alla stazione, dove in molti, provenienti dalla Lombardia, hanno assaltato il primo treno disponibile in condizioni bestiali, senza alcun intervento delle autorità per evitare un esito già scritto. A farne le spese, tra i tanti passeggeri ignari, sei amiche di 16 e 17 anni, quattro di Milano e due di Pavia, che, dopo aver passato la giornata a Gardaland, si sono trovate a bordo del treno regionale 2640 che da Peschiera del Garda arriva nel capoluogo lombardo. Il racconto è da film horror: «Eravamo circondate. Il caldo era asfissiante, alcune di noi sono svenute. Mentre cercavamo un controllore avanzando a fatica lungo i vagoni» è avvenuta l’aggressione sessuale. «Ridevano. Ci dicevano “le donne bianche qui non salgono”», hanno raccontato. Su Instagram è comparso il messaggio di una madre: «Mia figlia di 16 anni oggi si è recata a Gardaland con le sue amiche e salite sul treno per il rientro verso Milano sono state accerchiate, palpeggiate, molestate da alcuni soggetti. Non riuscivano a scendere dal treno perché ammassati. Sono riuscite a scendere a Desenzano del Garda, sotto shock, in lacrime e noi genitori siamo andati a recuperale. Ora mi chiedo, ma è possibile che ancora avvengano fatti del genere? Poi leggo di baby gang che si sono ritrovate oggi e provenienti tutte da Milano. Ma cosa aspettano ad intervenire prendendo seri provvedimenti, fino a che punto bisogna arrivare?». Le giovani hanno tutte sporto denuncia alla Polfer della stazione Centrale di Milano. Al momento, per il complesso dei disordini, ci sarebbe qualche decina di identificati. Si tratta di giovanissimi, molti minorenni, arrivati sia dal Veneto che dalla Lombardia. Molti dei ragazzi coinvolti erano comunque privi di documenti. L’allarme, in riva al Garda, non è comunque scemato. Un nuovo possibile raduno era stato annunciato sui social per ieri, anche se forse il clamore dei fatti del 2 giugno ha portato a rimandare la nuova giornata di razzie. Il prefetto di Verona, Donato Cafagna, al termine del Comitato provinciale straordinario per l’ordine e le sicurezza pubblica, ha comunque annunciato un rafforzamento dei presidi di sicurezza, a cominciare dalla stazione ferroviaria di Peschiera del Garda. Per tutto il fine settimana è entrata in vigore l’ordinanza sindacale che vieta di portare in spiaggia alcolici, bottiglie di vetro e anche casse per ascoltare la musica. È stato inoltre richiesto, soprattutto alle forze di polizia lombarde, un filtraggio alle partenze, dalle stazioni di Milano, Bergamo e Brescia, a cui si dovrebbe aggiungere un controllo anti droga all’arrivo. Tutte azioni sensate, ma la cui efficacia tende inevitabilmente a sfumare man mano che ci si allontana temporalmente dal fatto mediatico. E comunque, a meno di militarizzare intere località di villeggiatura, le armi del contenimento sono sempre spuntate a fronte di certi numeri. Al di là della giornata di follia di Peschiera, resta l’impressione di una bomba banlieue in via di caricamento anche in Italia, dopo che in Francia e nel Nord Europa l’ordigno sociale è già esploso da tempo con i risultati che sappiamo. È quello che in molti, negli ultimi dieci anni, vedendo sbarcare sulle nostre coste centinaia di migliaia di giovani maschi spacciati per profughi, avevano previsto accadesse. Anziché affrontare il problema, si è preferito fare debunking sulle «teorie cospirazioniste di estrema destra». 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Dopo lo sbarco i passeggeri del veliero sono stati momentaneamente sistemati nella tensostruttura realizzata nei mesi scorsi e gestita dai volontari della Croce rossa e della Protezione civile, dopo le verifiche anti Covid. Nella tensostruttura ci sono ancora i 39 afgani arrivati mercoledì. Che dovrebbero essere in fase di trasferimento nei Cas calabresi. In totale la Calabria da gennaio si è ritrovata con 3.440 stranieri da piazzare tra i vari centri d’accoglienza, che già scoppiano. Molti si trovano nel Cara di Isola Capo Rizzuto, un centro che in passato, stando alle ricostruzioni della Procura antimafia di Catanzaro, era finito nelle mani delle cosche, che sarebbero riuscite a controllare una delle tante associazioni che in Calabria si occupano di accoglienza. Ma quello calabrese non è l’unico fronte caldo. A Lampedusa Guardia costiera e Guardia di finanza sembrano aver ripreso fiato dopo gli interventi in mare dei giorni scorsi. Mentre in Sardegna si indaga per individuare gli scafisti che hanno portato nei giorni scorsi sulla spiaggia di Pula 16 tunisini che si erano incamminati verso la statale e che sono stati intercettati dai carabinieri. Ieri, in località Comunione dei Pianeti, è stato recuperato il barchino di legno di 6 metri con motore da 40 cavalli e nove taniche di plastica da 20 litri vuote, utilizzato per raggiungere la costa. Il natante è stato sequestrato e affidato al responsabile del porto Cala Verde di Pula in custodia giudiziaria. Potrebbe presto far rotta verso l’Italia anche la Sea-Watch 3, che con le ultime 99 persone tirate su l’altro giorno da un gommone e i 49 naufraghi che erano su un’imbarcazione di legno in difficoltà nel Mediterraneo, ora ha a bordo 223 passeggeri ed è ferma al largo di Zuara, in Libia. È partita per la sua dodicesima operazione anche la Mare Jonio che, dopo aver lasciato il porto di Mazara del Vallo venerdì pomeriggio, ieri era già al largo della Tunisia, diretta verso la zona Sar libica. I numeri degli sbarchi preoccupano il leader della Lega, Matteo Salvini, che li ritiene «da allarme nazionale». E chiedendosi cosa stia facendo il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, ha aggiunto: «Fino a maggio sono sbarcati più di 20.000 clandestini. Rischia di essere un’estate drammatica, di morte, con oltre 100.000 arrivi». Il governo mette già le mani avanti: «Se continua questa crisi del grano che vede 20-30 milioni di tonnellate bloccate nei porti ucraini, avremo maggiori flussi migratori per tutta l’estate», ha annunciato ieri il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. È già chiaro che non si correrà ai ripari. D’altra parte, Lamorgese, che a Venezia, al vertice con i ministri dell’Interno dell’area mediterranea, ha riproposto la solita solfa del «Patto europeo su immigrazione e asilo». E dopo i vari nulla di fatto, parlando anche a nome di Cipro, Grecia, Malta e Spagna, Lamorgese ha detto di essere ancora convinta «che questo sia il metodo migliore per cercare soluzioni equilibrate tra responsabilità e necessaria solidarietà che gli altri membri sono chiamati a dimostrare». Ma che ormai da anni ignorano, beffando l’Italia.
Firmati nella Capitale due protocolli tra Iapb Italia, Uici e Fispic per rafforzare il legame tra sport, prevenzione visiva e inclusione sociale. Previsti percorsi comuni di classificazione degli atleti, formazione medica ed eventi sul territorio.
Lo sport come strumento di inclusione, riabilitazione e autonomia per le persone con disabilità visiva. È questo il filo conduttore dei due protocolli d’intesa firmati a Roma tra la Fondazione sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia Ets), la Federazione italiana sport paralimpici ipovedenti e ciechi (Fispic) e l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici).
La firma è avvenuta negli uffici del ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e punta a rafforzare il rapporto tra prevenzione visiva, attività sportiva e partecipazione sociale.L’intesa tra Iapb Italia e Fispic mira in particolare a unire competenze cliniche e sportive, con un’attenzione specifica alla classificazione visiva degli atleti paralimpici, passaggio necessario per garantire condizioni di partecipazione eque nelle competizioni. Un ruolo centrale sarà svolto dal Polo Nazionale di Ipovisione della Fondazione Iapb Italia, centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità ospitato al Policlinico Universitario A. Gemelli, che si occuperà delle visite di classificazione e delle valutazioni diagnostiche e funzionali degli atleti.
L’accordo prevede anche programmi comuni di formazione per il personale medico e la creazione di un centro studi dedicato al rapporto tra sport e riabilitazione visiva. Parallelamente, il protocollo sottoscritto tra Uici e Fispic punta a rafforzare la collaborazione sul territorio e sul piano associativo per favorire la diffusione dello sport tra le persone cieche e ipovedenti. Tra gli obiettivi previsti ci sono la nascita di una Commissione Paritetica nazionale permanente, l’organizzazione di almeno un grande evento sportivo ogni anno e iniziative di sensibilizzazione pubblica. Ampio spazio sarà riservato anche alla formazione di istruttori e praticanti, oltre alla promozione di percorsi condivisi per rendere più accessibile la pratica sportiva. In questo senso, sarà determinante la rete territoriale delle sezioni Uici presenti nelle province italiane.
«Questo accordo rappresenta un esempio concreto di come la riabilitazione visiva e il benessere sociale promosso tramite lo sport debbano procedere insieme», ha dichiarato Mario Barbuto, sottolineando il valore dello sport come strumento di autonomia, socializzazione e crescita personale. Sulla stessa linea anche il presidente della Fispic Silverio Alviti, secondo cui la collaborazione con Uici e Iapb Italia consentirà sia di rafforzare il ruolo inclusivo dello sport, sia di uniformare le procedure di classificazione visiva degli atleti secondo gli standard internazionali.
Con la firma dei protocolli, le tre realtà coinvolte confermano così l’impegno comune nel promuovere politiche integrate dedicate alla salute, all’inclusione sociale e allo sviluppo dello sport paralimpico.
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Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
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(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
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Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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