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2022-06-05
Orda immigrata sul Garda: caos e molestie
«Le donne bianche qui non salgono». Accade in Italia, nel 2022, lo stesso Paese che una certa stampa ideologizzata ha descritto fino a qualche mese fa come come il Sudafrica dell’apartheid, l’Alabama dei linciaggi. Un posto, insomma, dove ai neri è impedito l’accesso dei vagoni del treno. Mentre nelle redazioni chic ci si raccontava questo Paese che non esisteva, nell’Italia realmente esistente sono sei adolescenti italiane a non poter entrare in un vagone, a essere accerchiate, palpate, insultate, trattate come pezzi di carne bianca.
Accade a margine della giornata di follia che ha sconvolto Peschiera del Garda, incantevole Comune in provincia di Verona, affacciato sul lago e vicinissimo al parco dei divertimenti Gardaland. Qui, il 2 giugno, circa 2.000 ragazzi (la stima è del sindaco di Peschiera, Orietta Gaiulli), per lo più di origine nordafricana, sono calati in branco per festeggiare a loro modo la Repubblica, dopo essersi messi d’accordo su Tik Tok. Urla, musica a tutto volume, atteggiamenti aggressivi, furti, risse, vandalismo, ubriachezza molesta. Nei video diffusi sui social, per lo più dagli stessi autori dei disordini, si vedono anche ragazzi ballare sopra alle automobili. L’orda ha preso di mira la spiaggia del lido Campanello di Castelnuovo e quella confinante dei Pioppi, nel territorio di Peschiera. L’effetto di tutto questo sulla sicurezza, sul turismo, sul commercio sono facilmente immaginabili.
Alla fine è dovuta intervenire la polizia in assetto antisommossa, dopo che una rissa, forse per il furto di un portafoglio, stava degenerando. Ma, nei filmati messi in Rete, persino l’intervento della celere con i manganelli sguainati pare oggetto di derisione da parte dei presenti, forti di un numero talmente imponente da suggerire una certa sicumera. «Il primo anno erano 200, quello dopo 500 e ieri 2.000», ha spiegato il giorno dopo il sindaco Gaiulli, che ha anche detto di aver avvisato i carabinieri dell’appuntamento sospetto già il 30 maggio. Dopo la giornata di violenze, schiamazzi e vandalismi, l’allegra compagnia si è riversata alla stazione, dove in molti, provenienti dalla Lombardia, hanno assaltato il primo treno disponibile in condizioni bestiali, senza alcun intervento delle autorità per evitare un esito già scritto.
A farne le spese, tra i tanti passeggeri ignari, sei amiche di 16 e 17 anni, quattro di Milano e due di Pavia, che, dopo aver passato la giornata a Gardaland, si sono trovate a bordo del treno regionale 2640 che da Peschiera del Garda arriva nel capoluogo lombardo. Il racconto è da film horror: «Eravamo circondate. Il caldo era asfissiante, alcune di noi sono svenute. Mentre cercavamo un controllore avanzando a fatica lungo i vagoni» è avvenuta l’aggressione sessuale. «Ridevano. Ci dicevano “le donne bianche qui non salgono”», hanno raccontato. Su Instagram è comparso il messaggio di una madre: «Mia figlia di 16 anni oggi si è recata a Gardaland con le sue amiche e salite sul treno per il rientro verso Milano sono state accerchiate, palpeggiate, molestate da alcuni soggetti. Non riuscivano a scendere dal treno perché ammassati. Sono riuscite a scendere a Desenzano del Garda, sotto shock, in lacrime e noi genitori siamo andati a recuperale. Ora mi chiedo, ma è possibile che ancora avvengano fatti del genere? Poi leggo di baby gang che si sono ritrovate oggi e provenienti tutte da Milano. Ma cosa aspettano ad intervenire prendendo seri provvedimenti, fino a che punto bisogna arrivare?». Le giovani hanno tutte sporto denuncia alla Polfer della stazione Centrale di Milano.
Al momento, per il complesso dei disordini, ci sarebbe qualche decina di identificati. Si tratta di giovanissimi, molti minorenni, arrivati sia dal Veneto che dalla Lombardia. Molti dei ragazzi coinvolti erano comunque privi di documenti. L’allarme, in riva al Garda, non è comunque scemato. Un nuovo possibile raduno era stato annunciato sui social per ieri, anche se forse il clamore dei fatti del 2 giugno ha portato a rimandare la nuova giornata di razzie. Il prefetto di Verona, Donato Cafagna, al termine del Comitato provinciale straordinario per l’ordine e le sicurezza pubblica, ha comunque annunciato un rafforzamento dei presidi di sicurezza, a cominciare dalla stazione ferroviaria di Peschiera del Garda. Per tutto il fine settimana è entrata in vigore l’ordinanza sindacale che vieta di portare in spiaggia alcolici, bottiglie di vetro e anche casse per ascoltare la musica. È stato inoltre richiesto, soprattutto alle forze di polizia lombarde, un filtraggio alle partenze, dalle stazioni di Milano, Bergamo e Brescia, a cui si dovrebbe aggiungere un controllo anti droga all’arrivo.
Tutte azioni sensate, ma la cui efficacia tende inevitabilmente a sfumare man mano che ci si allontana temporalmente dal fatto mediatico. E comunque, a meno di militarizzare intere località di villeggiatura, le armi del contenimento sono sempre spuntate a fronte di certi numeri. Al di là della giornata di follia di Peschiera, resta l’impressione di una bomba banlieue in via di caricamento anche in Italia, dopo che in Francia e nel Nord Europa l’ordigno sociale è già esploso da tempo con i risultati che sappiamo. È quello che in molti, negli ultimi dieci anni, vedendo sbarcare sulle nostre coste centinaia di migliaia di giovani maschi spacciati per profughi, avevano previsto accadesse. Anziché affrontare il problema, si è preferito fare debunking sulle «teorie cospirazioniste di estrema destra». O denunciare le invasioni moleste, sì, ma del corpo degli Alpini.
Sbarchi continui sulle coste italiane mentre la Lamorgese cincischia
L’ennesimo sbarco dall’inizio dell’anno sulle coste calabresi porta a Roccella Jonica altri 66 stranieri e fa schizzare le statistiche a oltre 2.000 approdati. Ieri mattina la Guardia costiera ha intercettato il veliero a 30 miglia dalla costa. Il copione è sempre lo stesso. Quello della rotta turca. È il nono sbarco autonomo a Roccella negli ultimi 16 giorni. L’operazione è stata coordinata dalla sala operativa della Capitaneria di porto di Reggio Calabria. Dopo lo sbarco i passeggeri del veliero sono stati momentaneamente sistemati nella tensostruttura realizzata nei mesi scorsi e gestita dai volontari della Croce rossa e della Protezione civile, dopo le verifiche anti Covid. Nella tensostruttura ci sono ancora i 39 afgani arrivati mercoledì. Che dovrebbero essere in fase di trasferimento nei Cas calabresi. In totale la Calabria da gennaio si è ritrovata con 3.440 stranieri da piazzare tra i vari centri d’accoglienza, che già scoppiano. Molti si trovano nel Cara di Isola Capo Rizzuto, un centro che in passato, stando alle ricostruzioni della Procura antimafia di Catanzaro, era finito nelle mani delle cosche, che sarebbero riuscite a controllare una delle tante associazioni che in Calabria si occupano di accoglienza. Ma quello calabrese non è l’unico fronte caldo. A Lampedusa Guardia costiera e Guardia di finanza sembrano aver ripreso fiato dopo gli interventi in mare dei giorni scorsi. Mentre in Sardegna si indaga per individuare gli scafisti che hanno portato nei giorni scorsi sulla spiaggia di Pula 16 tunisini che si erano incamminati verso la statale e che sono stati intercettati dai carabinieri. Ieri, in località Comunione dei Pianeti, è stato recuperato il barchino di legno di 6 metri con motore da 40 cavalli e nove taniche di plastica da 20 litri vuote, utilizzato per raggiungere la costa. Il natante è stato sequestrato e affidato al responsabile del porto Cala Verde di Pula in custodia giudiziaria. Potrebbe presto far rotta verso l’Italia anche la
Sea-Watch 3, che con le ultime 99 persone tirate su l’altro giorno da un gommone e i 49 naufraghi che erano su un’imbarcazione di legno in difficoltà nel Mediterraneo, ora ha a bordo 223 passeggeri ed è ferma al largo di Zuara, in Libia. È partita per la sua dodicesima operazione anche la Mare Jonio che, dopo aver lasciato il porto di Mazara del Vallo venerdì pomeriggio, ieri era già al largo della Tunisia, diretta verso la zona Sar libica.
I numeri degli sbarchi preoccupano il leader della Lega, Matteo Salvini, che li ritiene «da allarme nazionale». E chiedendosi cosa stia facendo il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, ha aggiunto: «Fino a maggio sono sbarcati più di 20.000 clandestini. Rischia di essere un’estate drammatica, di morte, con oltre 100.000 arrivi». Il governo mette già le mani avanti: «Se continua questa crisi del grano che vede 20-30 milioni di tonnellate bloccate nei porti ucraini, avremo maggiori flussi migratori per tutta l’estate», ha annunciato ieri il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. È già chiaro che non si correrà ai ripari. D’altra parte, Lamorgese, che a Venezia, al vertice con i ministri dell’Interno dell’area mediterranea, ha riproposto la solita solfa del «Patto europeo su immigrazione e asilo». E dopo i vari nulla di fatto, parlando anche a nome di Cipro, Grecia, Malta e Spagna, Lamorgese ha detto di essere ancora convinta «che questo sia il metodo migliore per cercare soluzioni equilibrate tra responsabilità e necessaria solidarietà che gli altri membri sono chiamati a dimostrare». Ma che ormai da anni ignorano, beffando l’Italia.
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Il 2 giugno almeno 2.000 giovani, per lo più di origine magrebina, sono calati su Peschiera: vandalismi e violenze, celere costretta a intervenire. Al ritorno, aggressioni sessuali in treno. Sei ragazze minorenni in ostaggio: «Dicevano “qui le bianche non salgono”».Il ministro Luciana Lamorgese rilancia l’ennesimo, inutile «patto europeo». E Luigi Di Maio mette le mani avanti.Lo speciale contiene due articoli.«Le donne bianche qui non salgono». Accade in Italia, nel 2022, lo stesso Paese che una certa stampa ideologizzata ha descritto fino a qualche mese fa come come il Sudafrica dell’apartheid, l’Alabama dei linciaggi. Un posto, insomma, dove ai neri è impedito l’accesso dei vagoni del treno. Mentre nelle redazioni chic ci si raccontava questo Paese che non esisteva, nell’Italia realmente esistente sono sei adolescenti italiane a non poter entrare in un vagone, a essere accerchiate, palpate, insultate, trattate come pezzi di carne bianca.Accade a margine della giornata di follia che ha sconvolto Peschiera del Garda, incantevole Comune in provincia di Verona, affacciato sul lago e vicinissimo al parco dei divertimenti Gardaland. Qui, il 2 giugno, circa 2.000 ragazzi (la stima è del sindaco di Peschiera, Orietta Gaiulli), per lo più di origine nordafricana, sono calati in branco per festeggiare a loro modo la Repubblica, dopo essersi messi d’accordo su Tik Tok. Urla, musica a tutto volume, atteggiamenti aggressivi, furti, risse, vandalismo, ubriachezza molesta. Nei video diffusi sui social, per lo più dagli stessi autori dei disordini, si vedono anche ragazzi ballare sopra alle automobili. L’orda ha preso di mira la spiaggia del lido Campanello di Castelnuovo e quella confinante dei Pioppi, nel territorio di Peschiera. L’effetto di tutto questo sulla sicurezza, sul turismo, sul commercio sono facilmente immaginabili. Alla fine è dovuta intervenire la polizia in assetto antisommossa, dopo che una rissa, forse per il furto di un portafoglio, stava degenerando. Ma, nei filmati messi in Rete, persino l’intervento della celere con i manganelli sguainati pare oggetto di derisione da parte dei presenti, forti di un numero talmente imponente da suggerire una certa sicumera. «Il primo anno erano 200, quello dopo 500 e ieri 2.000», ha spiegato il giorno dopo il sindaco Gaiulli, che ha anche detto di aver avvisato i carabinieri dell’appuntamento sospetto già il 30 maggio. Dopo la giornata di violenze, schiamazzi e vandalismi, l’allegra compagnia si è riversata alla stazione, dove in molti, provenienti dalla Lombardia, hanno assaltato il primo treno disponibile in condizioni bestiali, senza alcun intervento delle autorità per evitare un esito già scritto. A farne le spese, tra i tanti passeggeri ignari, sei amiche di 16 e 17 anni, quattro di Milano e due di Pavia, che, dopo aver passato la giornata a Gardaland, si sono trovate a bordo del treno regionale 2640 che da Peschiera del Garda arriva nel capoluogo lombardo. Il racconto è da film horror: «Eravamo circondate. Il caldo era asfissiante, alcune di noi sono svenute. Mentre cercavamo un controllore avanzando a fatica lungo i vagoni» è avvenuta l’aggressione sessuale. «Ridevano. Ci dicevano “le donne bianche qui non salgono”», hanno raccontato. Su Instagram è comparso il messaggio di una madre: «Mia figlia di 16 anni oggi si è recata a Gardaland con le sue amiche e salite sul treno per il rientro verso Milano sono state accerchiate, palpeggiate, molestate da alcuni soggetti. Non riuscivano a scendere dal treno perché ammassati. Sono riuscite a scendere a Desenzano del Garda, sotto shock, in lacrime e noi genitori siamo andati a recuperale. Ora mi chiedo, ma è possibile che ancora avvengano fatti del genere? Poi leggo di baby gang che si sono ritrovate oggi e provenienti tutte da Milano. Ma cosa aspettano ad intervenire prendendo seri provvedimenti, fino a che punto bisogna arrivare?». Le giovani hanno tutte sporto denuncia alla Polfer della stazione Centrale di Milano. Al momento, per il complesso dei disordini, ci sarebbe qualche decina di identificati. Si tratta di giovanissimi, molti minorenni, arrivati sia dal Veneto che dalla Lombardia. Molti dei ragazzi coinvolti erano comunque privi di documenti. L’allarme, in riva al Garda, non è comunque scemato. Un nuovo possibile raduno era stato annunciato sui social per ieri, anche se forse il clamore dei fatti del 2 giugno ha portato a rimandare la nuova giornata di razzie. Il prefetto di Verona, Donato Cafagna, al termine del Comitato provinciale straordinario per l’ordine e le sicurezza pubblica, ha comunque annunciato un rafforzamento dei presidi di sicurezza, a cominciare dalla stazione ferroviaria di Peschiera del Garda. Per tutto il fine settimana è entrata in vigore l’ordinanza sindacale che vieta di portare in spiaggia alcolici, bottiglie di vetro e anche casse per ascoltare la musica. È stato inoltre richiesto, soprattutto alle forze di polizia lombarde, un filtraggio alle partenze, dalle stazioni di Milano, Bergamo e Brescia, a cui si dovrebbe aggiungere un controllo anti droga all’arrivo. Tutte azioni sensate, ma la cui efficacia tende inevitabilmente a sfumare man mano che ci si allontana temporalmente dal fatto mediatico. E comunque, a meno di militarizzare intere località di villeggiatura, le armi del contenimento sono sempre spuntate a fronte di certi numeri. Al di là della giornata di follia di Peschiera, resta l’impressione di una bomba banlieue in via di caricamento anche in Italia, dopo che in Francia e nel Nord Europa l’ordigno sociale è già esploso da tempo con i risultati che sappiamo. È quello che in molti, negli ultimi dieci anni, vedendo sbarcare sulle nostre coste centinaia di migliaia di giovani maschi spacciati per profughi, avevano previsto accadesse. Anziché affrontare il problema, si è preferito fare debunking sulle «teorie cospirazioniste di estrema destra». 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Dopo lo sbarco i passeggeri del veliero sono stati momentaneamente sistemati nella tensostruttura realizzata nei mesi scorsi e gestita dai volontari della Croce rossa e della Protezione civile, dopo le verifiche anti Covid. Nella tensostruttura ci sono ancora i 39 afgani arrivati mercoledì. Che dovrebbero essere in fase di trasferimento nei Cas calabresi. In totale la Calabria da gennaio si è ritrovata con 3.440 stranieri da piazzare tra i vari centri d’accoglienza, che già scoppiano. Molti si trovano nel Cara di Isola Capo Rizzuto, un centro che in passato, stando alle ricostruzioni della Procura antimafia di Catanzaro, era finito nelle mani delle cosche, che sarebbero riuscite a controllare una delle tante associazioni che in Calabria si occupano di accoglienza. Ma quello calabrese non è l’unico fronte caldo. A Lampedusa Guardia costiera e Guardia di finanza sembrano aver ripreso fiato dopo gli interventi in mare dei giorni scorsi. Mentre in Sardegna si indaga per individuare gli scafisti che hanno portato nei giorni scorsi sulla spiaggia di Pula 16 tunisini che si erano incamminati verso la statale e che sono stati intercettati dai carabinieri. Ieri, in località Comunione dei Pianeti, è stato recuperato il barchino di legno di 6 metri con motore da 40 cavalli e nove taniche di plastica da 20 litri vuote, utilizzato per raggiungere la costa. Il natante è stato sequestrato e affidato al responsabile del porto Cala Verde di Pula in custodia giudiziaria. Potrebbe presto far rotta verso l’Italia anche la Sea-Watch 3, che con le ultime 99 persone tirate su l’altro giorno da un gommone e i 49 naufraghi che erano su un’imbarcazione di legno in difficoltà nel Mediterraneo, ora ha a bordo 223 passeggeri ed è ferma al largo di Zuara, in Libia. È partita per la sua dodicesima operazione anche la Mare Jonio che, dopo aver lasciato il porto di Mazara del Vallo venerdì pomeriggio, ieri era già al largo della Tunisia, diretta verso la zona Sar libica. I numeri degli sbarchi preoccupano il leader della Lega, Matteo Salvini, che li ritiene «da allarme nazionale». E chiedendosi cosa stia facendo il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, ha aggiunto: «Fino a maggio sono sbarcati più di 20.000 clandestini. Rischia di essere un’estate drammatica, di morte, con oltre 100.000 arrivi». Il governo mette già le mani avanti: «Se continua questa crisi del grano che vede 20-30 milioni di tonnellate bloccate nei porti ucraini, avremo maggiori flussi migratori per tutta l’estate», ha annunciato ieri il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. È già chiaro che non si correrà ai ripari. D’altra parte, Lamorgese, che a Venezia, al vertice con i ministri dell’Interno dell’area mediterranea, ha riproposto la solita solfa del «Patto europeo su immigrazione e asilo». E dopo i vari nulla di fatto, parlando anche a nome di Cipro, Grecia, Malta e Spagna, Lamorgese ha detto di essere ancora convinta «che questo sia il metodo migliore per cercare soluzioni equilibrate tra responsabilità e necessaria solidarietà che gli altri membri sono chiamati a dimostrare». Ma che ormai da anni ignorano, beffando l’Italia.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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