True
2023-07-23
Alla speronatrice l’Ong non basta più. «Ora sogno gli espropri climatici»
Carola Rackete (Ansa)
La sinistra europea e mondiale può finalmente guardare al futuro con il cuore pieno di speranza: Carola Rackete, paladina dei centri sociali, capitana tedesca della nave Ong Sea Watch 3, diventata famosa in Italia per aver ignorato, nel 2019, l’ordine del governo, e in particolare dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, di non attraccare a Lampedusa, annuncia la sua candidatura alle Elezioni europee del prossimo anno. «Mi candido all’Europarlamento con Die Linke (la sinistra tedesca, ndr)», dice la Rackete a Repubblica, «per difendere l’ambiente». Una minaccia, più che una promessa: ci toccherà sorbirci i sermoni della Rackete anche qui in Italia, statene certi, seppure la sua candidatura sarà affare tedesco. Die Linke è un partito di estrema sinistra che porta avanti idee come la patrimoniale. Le percentuali ottenute alle Europee da questa formazione sono in costante calo: 7,5% nel 2009, 7,4% nel 2014, 5,5% nel 2019. Per essere certi di continuare su questa strada (e con la pericolosa soglia di sbarramento del 4% sempre più prossima), la scelta di candidare la Rackete appare la migliore possibile.
Il punto principale del suo programma? «La giustizia climatica. Per questo», sottolinea la Rackete, «voglio far parte della Commissione ambiente, salute pubblica e sicurezza alimentare dell’Europarlamento». C’è da sudare freddo: Carola Rackete si imbarca sulla zattera dei catastrofisti del clima. «Se vogliamo fermare la crisi climatica», filosofeggia, «dobbiamo ritenere responsabili i responsabili. Mi spiego: le grandi compagnie di petrolio, gas e carbone che hanno causato la crisi climatica, devono essere socializzate. Come? Vanno presi i profitti che hanno fatto derubando la Terra e vanno distribuiti per finanziare la transizione ecologica».
Messa così sembra una buona idea, peccato che questa benedetta tassazione (in questo caso, esproprio) dei profitti delle grandi compagnie nessuno abbia mai capito come si possa attuare. E del resto, nessuno lo ha mai spiegato nel dettaglio. Siamo di fronte, in parole povere, al più sfrenato propagandismo. Viene da maledire i guasti agli impianti di irrigazione, quando leggiamo dove Carola Rackete ha constatato l’effetto più evidente della crisi climatica. Al Polo Nord? Nel Sahara? Macché: «Nel parco vicino alla casa dei miei genitori! Non è mai stato secco», sospira la Rackete, «perché è una zona della Germania dove non faceva mai troppo caldo. Ora l’erba è gialla per la siccità».
Alla candidata in pectore non è passato neanche per l’anticamera delle treccine che, magari, sarebbe bastato annaffiare regolarmente il parco per evitare la tragedia e, del resto, l’erba del vicino è sempre la più gialla. E così questa apocalittica visione ha convinto la Rackete che fosse giunto il momento di scendere in campo per difendere la galassia. In realtà, i sinistrati europei, e in particolare i Socialisti, alleati di Linke, possono considerarsi dei miracolati: il grande colpo di mercato (politicamente parlando) stava infatti per sfumare: «Fino allo scorso febbraio», rivela la Rackete, «quando mi ha contattato Die Linke, mai avrei pensato di candidarmi. Mi hanno proposto di farlo da indipendente. E io, sulle prime, ho rifiutato».
Per fortuna, però, Carola, dopo aver resistito stoicamente alle insistenti pressioni, ha ceduto: «Mi sono confrontata con alcuni amici dei movimenti a tutela dei diritti», racconta, «e con persone che non vivono in Europa ma subiscono le politiche decise a Bruxelles. Non sono rappresentati politicamente. In più, in Germania abbiamo il 14% degli adulti che non vota perché non ha il passaporto tedesco. Un vuoto di democrazia inaccettabile. Quindi, ho deciso di essere la loro voce». Il fatto che la Rackete abbia deciso di essere la voce dei tedeschi che non possono votare non è esattamente il modo migliore per cercare di prendere voti, ma cosa sono queste quisquilie di fronte alla passione civile della giovane (ex) capitana?
Passiamo all’Italia: Carola Rackete non sfugge alle domande sul nostro Paese. L’accordo tra la Commissione Ue e la Tunisia raggiunto grazie alla mediazione di Giorgia Meloni? «L’ennesimo errore. Sono contraria», avverte, «ad accordi fatti con governi non democratici per esternalizzare consapevolmente le violazioni dei diritti umani». Non si risparmia, la Rackete, che dedica un passaggio dell’intervista a Salvini, che ha commentato così la notizia: «Dallo speronamento delle motovedette all’Europarlamento è un attimo, evviva la democrazia». «Salvini», replica la Rackete, «deve fare pace con un fatto: i magistrati italiani hanno fatto cadere ogni accusa contro di me. È interessante, però, vedere che l’estrema destra italiana e quella tedesca hanno reagito allo stesso modo alla mia candidatura».
Ciliegina sulla torta del manifesto politico della Rackete, la lotta al pericolo fascista che incombe. «Vede il rischio», le viene chiesto da Repubblica, «di una deriva post-fascista in Europa? «Sì, chiaramente», risponde la Rackete, «è un problema comune che va affrontato creando un’alleanza antifascista in Europa». Al solo pensiero, l’erba del parco vicino alla casa dei genitori già riprende colore.
A Lampedusa c’è uno sbarco ogni ora
Mai così tanti. Secondo i dati aggiornati al 21 luglio scorso, i clandestini sbarcati sulle nostre coste da inizio anno sono 83.439 (dati ufficiali del ministero dell’Interno), senza considerare i poveracci che tentano di raggiungere l’Italia a piedi attraverso la rotta Balcanica. Perché c’è anche questa, infatti, la Lampedusa via terra. In quella in mezzo al mare, l’altra notte, sono arrivati 266 migranti. Tra loro anche donne incinte. E alle 13 di ieri il canale Twitter di AlarmPhone, la piattaforma nata per soccorrere i migranti in mare, lanciava l’allarme per «40 vite a rischio», in una «barca in difficoltà nella zona di ricerca e salvataggio di Malta». Sette i barchini l’altra notte soccorsi dalla guardia di finanza e dalla capitaneria di porto. Dalla mezzanotte di sabato fino al tardo pomeriggio del pomeriggio, sono state salvate 701 persone in totale, divise in 17 sbarchi.Mentre venerdì, sempre a Lampedusa, ci sono stati ben 28 approdi per un totale di altre 936 persone tratte in salvo. Sulla prima carretta agganciata durante la notte, c’erano nove tunisini, tra cui sette donne incinte e un disabile. Pare siano partiti da Chebba in Tunisia alle tre di notte di mercoledì scorso. Poi sulle altre carrette si andava da un minimo di 21 persone a un massimo di 49. L’hotspot è al collasso. Al momento in cui scriviamo, al centro della contrada Imbriacola ci sono 2.501 ospiti, di cui 760 sono in procinto di trasferimento verso il porto, dove saranno imbarcati sul traghetto Galaxy diretto a Porto Empedocle. Se si tiene conto che l’hotspot lampedusano può contenere 350 ospiti, si comprende bene la gravità del problema. L’altro ieri i migranti trasferiti sono stati 1.244.Ormai l’onda degli sbarchi è senza fine. Lunedì scorso quattro tunisini sono stati arrestati dalla squadra mobile di Agrigento perché avevano fatto ritorno a Lampedusa nonostante fossero destinatari di un ordine di espulsione o di un decreto di respingimento del questore. Uno aveva un decreto del 9 settembre scorso. Totalmente disatteso, tanto questo è il Paese dove puoi fare quello che ti pare, dove chiunque può entrare e chiunque può uscire. Gli altri tre erano stati espulsi. E ora sono ai domiciliari indovinate dove? Nell’hotspot di Lampedusa e nella tensostruttura di Porto Empedocle, naturalmente.Struttura, questa, che si appresta a diventare un nuovo hotspot e che sorgerà tra ottobre e novembre. Nei moduli abitativi potranno essere «temporaneamente» ospitate 200-250 persone e a circa 150 metri di distanza saranno collocate delle tende dove potranno essere accolti gli extracomunitari che arrivano da Lampedusa o quelli che sbarcano direttamente in città. Tuttavia, non si mira a farla diventare un punto di ammasso di migranti - ma ormai dovrebbero saperlo che in ogni punto in cui arrivano, si creano ammassi - ma si vuole rendere l’area un sito per velocizzare le procedure di identificazione. Il punto di approdo più vicino rimane Lampedusa anche se sono anni che scoppia. Ormai c’è uno sbarco ogni ora.«La situazione è disastrosa», dice alla Verità Rosario Costanza segretario di Forza Italia Lampedusa, «si rischia la rivolta sociale. Gli immigrati escono dall’hotspot e delinquono in giro per l’isola che trabocca di turisti per la stagione estiva. L’ambulatorio ormai è impegnato per gli immigrati. Da mesi chiedo la presenza qui del presidente del Consiglio, per solidarietà ai lampedusani che offrono il loro territorio per un problema europeo. Ma niente. Non mi risponde. Il 26 luglio passano le Frecce Tricolore. Bellissimo certo, ma non abbiamo bisogno solo di questo».
Continua a leggereRiduci
Carola Rackete si candida per la sinistra tedesca di Linke alle elezioni europee. Così affida a «Repubblica» il manifesto politico, trasformandosi da capitano a giustiziere: «Voglio socializzare le aziende energetiche». Venerdì si sono registrati 28 approdi, ieri nel tardo pomeriggio ce n’erano già stati 17. L’isola è di nuovo sotto pressione. E da inizio anno sono arrivati 84.000 clandestini. Lo speciale contiene due articoli. La sinistra europea e mondiale può finalmente guardare al futuro con il cuore pieno di speranza: Carola Rackete, paladina dei centri sociali, capitana tedesca della nave Ong Sea Watch 3, diventata famosa in Italia per aver ignorato, nel 2019, l’ordine del governo, e in particolare dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, di non attraccare a Lampedusa, annuncia la sua candidatura alle Elezioni europee del prossimo anno. «Mi candido all’Europarlamento con Die Linke (la sinistra tedesca, ndr)», dice la Rackete a Repubblica, «per difendere l’ambiente». Una minaccia, più che una promessa: ci toccherà sorbirci i sermoni della Rackete anche qui in Italia, statene certi, seppure la sua candidatura sarà affare tedesco. Die Linke è un partito di estrema sinistra che porta avanti idee come la patrimoniale. Le percentuali ottenute alle Europee da questa formazione sono in costante calo: 7,5% nel 2009, 7,4% nel 2014, 5,5% nel 2019. Per essere certi di continuare su questa strada (e con la pericolosa soglia di sbarramento del 4% sempre più prossima), la scelta di candidare la Rackete appare la migliore possibile. Il punto principale del suo programma? «La giustizia climatica. Per questo», sottolinea la Rackete, «voglio far parte della Commissione ambiente, salute pubblica e sicurezza alimentare dell’Europarlamento». C’è da sudare freddo: Carola Rackete si imbarca sulla zattera dei catastrofisti del clima. «Se vogliamo fermare la crisi climatica», filosofeggia, «dobbiamo ritenere responsabili i responsabili. Mi spiego: le grandi compagnie di petrolio, gas e carbone che hanno causato la crisi climatica, devono essere socializzate. Come? Vanno presi i profitti che hanno fatto derubando la Terra e vanno distribuiti per finanziare la transizione ecologica».Messa così sembra una buona idea, peccato che questa benedetta tassazione (in questo caso, esproprio) dei profitti delle grandi compagnie nessuno abbia mai capito come si possa attuare. E del resto, nessuno lo ha mai spiegato nel dettaglio. Siamo di fronte, in parole povere, al più sfrenato propagandismo. Viene da maledire i guasti agli impianti di irrigazione, quando leggiamo dove Carola Rackete ha constatato l’effetto più evidente della crisi climatica. Al Polo Nord? Nel Sahara? Macché: «Nel parco vicino alla casa dei miei genitori! Non è mai stato secco», sospira la Rackete, «perché è una zona della Germania dove non faceva mai troppo caldo. Ora l’erba è gialla per la siccità».Alla candidata in pectore non è passato neanche per l’anticamera delle treccine che, magari, sarebbe bastato annaffiare regolarmente il parco per evitare la tragedia e, del resto, l’erba del vicino è sempre la più gialla. E così questa apocalittica visione ha convinto la Rackete che fosse giunto il momento di scendere in campo per difendere la galassia. In realtà, i sinistrati europei, e in particolare i Socialisti, alleati di Linke, possono considerarsi dei miracolati: il grande colpo di mercato (politicamente parlando) stava infatti per sfumare: «Fino allo scorso febbraio», rivela la Rackete, «quando mi ha contattato Die Linke, mai avrei pensato di candidarmi. Mi hanno proposto di farlo da indipendente. E io, sulle prime, ho rifiutato».Per fortuna, però, Carola, dopo aver resistito stoicamente alle insistenti pressioni, ha ceduto: «Mi sono confrontata con alcuni amici dei movimenti a tutela dei diritti», racconta, «e con persone che non vivono in Europa ma subiscono le politiche decise a Bruxelles. Non sono rappresentati politicamente. In più, in Germania abbiamo il 14% degli adulti che non vota perché non ha il passaporto tedesco. Un vuoto di democrazia inaccettabile. Quindi, ho deciso di essere la loro voce». Il fatto che la Rackete abbia deciso di essere la voce dei tedeschi che non possono votare non è esattamente il modo migliore per cercare di prendere voti, ma cosa sono queste quisquilie di fronte alla passione civile della giovane (ex) capitana? Passiamo all’Italia: Carola Rackete non sfugge alle domande sul nostro Paese. L’accordo tra la Commissione Ue e la Tunisia raggiunto grazie alla mediazione di Giorgia Meloni? «L’ennesimo errore. Sono contraria», avverte, «ad accordi fatti con governi non democratici per esternalizzare consapevolmente le violazioni dei diritti umani». Non si risparmia, la Rackete, che dedica un passaggio dell’intervista a Salvini, che ha commentato così la notizia: «Dallo speronamento delle motovedette all’Europarlamento è un attimo, evviva la democrazia». «Salvini», replica la Rackete, «deve fare pace con un fatto: i magistrati italiani hanno fatto cadere ogni accusa contro di me. È interessante, però, vedere che l’estrema destra italiana e quella tedesca hanno reagito allo stesso modo alla mia candidatura».Ciliegina sulla torta del manifesto politico della Rackete, la lotta al pericolo fascista che incombe. «Vede il rischio», le viene chiesto da Repubblica, «di una deriva post-fascista in Europa? «Sì, chiaramente», risponde la Rackete, «è un problema comune che va affrontato creando un’alleanza antifascista in Europa». Al solo pensiero, l’erba del parco vicino alla casa dei genitori già riprende colore.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-sogno-gli-espropri-climatici-2662326053.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-lampedusa-ce-uno-sbarco-ogni-ora" data-post-id="2662326053" data-published-at="1690056467" data-use-pagination="False"> A Lampedusa c’è uno sbarco ogni ora Mai così tanti. Secondo i dati aggiornati al 21 luglio scorso, i clandestini sbarcati sulle nostre coste da inizio anno sono 83.439 (dati ufficiali del ministero dell’Interno), senza considerare i poveracci che tentano di raggiungere l’Italia a piedi attraverso la rotta Balcanica. Perché c’è anche questa, infatti, la Lampedusa via terra. In quella in mezzo al mare, l’altra notte, sono arrivati 266 migranti. Tra loro anche donne incinte. E alle 13 di ieri il canale Twitter di AlarmPhone, la piattaforma nata per soccorrere i migranti in mare, lanciava l’allarme per «40 vite a rischio», in una «barca in difficoltà nella zona di ricerca e salvataggio di Malta». Sette i barchini l’altra notte soccorsi dalla guardia di finanza e dalla capitaneria di porto. Dalla mezzanotte di sabato fino al tardo pomeriggio del pomeriggio, sono state salvate 701 persone in totale, divise in 17 sbarchi.Mentre venerdì, sempre a Lampedusa, ci sono stati ben 28 approdi per un totale di altre 936 persone tratte in salvo. Sulla prima carretta agganciata durante la notte, c’erano nove tunisini, tra cui sette donne incinte e un disabile. Pare siano partiti da Chebba in Tunisia alle tre di notte di mercoledì scorso. Poi sulle altre carrette si andava da un minimo di 21 persone a un massimo di 49. L’hotspot è al collasso. Al momento in cui scriviamo, al centro della contrada Imbriacola ci sono 2.501 ospiti, di cui 760 sono in procinto di trasferimento verso il porto, dove saranno imbarcati sul traghetto Galaxy diretto a Porto Empedocle. Se si tiene conto che l’hotspot lampedusano può contenere 350 ospiti, si comprende bene la gravità del problema. L’altro ieri i migranti trasferiti sono stati 1.244.Ormai l’onda degli sbarchi è senza fine. Lunedì scorso quattro tunisini sono stati arrestati dalla squadra mobile di Agrigento perché avevano fatto ritorno a Lampedusa nonostante fossero destinatari di un ordine di espulsione o di un decreto di respingimento del questore. Uno aveva un decreto del 9 settembre scorso. Totalmente disatteso, tanto questo è il Paese dove puoi fare quello che ti pare, dove chiunque può entrare e chiunque può uscire. Gli altri tre erano stati espulsi. E ora sono ai domiciliari indovinate dove? Nell’hotspot di Lampedusa e nella tensostruttura di Porto Empedocle, naturalmente.Struttura, questa, che si appresta a diventare un nuovo hotspot e che sorgerà tra ottobre e novembre. Nei moduli abitativi potranno essere «temporaneamente» ospitate 200-250 persone e a circa 150 metri di distanza saranno collocate delle tende dove potranno essere accolti gli extracomunitari che arrivano da Lampedusa o quelli che sbarcano direttamente in città. Tuttavia, non si mira a farla diventare un punto di ammasso di migranti - ma ormai dovrebbero saperlo che in ogni punto in cui arrivano, si creano ammassi - ma si vuole rendere l’area un sito per velocizzare le procedure di identificazione. Il punto di approdo più vicino rimane Lampedusa anche se sono anni che scoppia. Ormai c’è uno sbarco ogni ora.«La situazione è disastrosa», dice alla Verità Rosario Costanza segretario di Forza Italia Lampedusa, «si rischia la rivolta sociale. Gli immigrati escono dall’hotspot e delinquono in giro per l’isola che trabocca di turisti per la stagione estiva. L’ambulatorio ormai è impegnato per gli immigrati. Da mesi chiedo la presenza qui del presidente del Consiglio, per solidarietà ai lampedusani che offrono il loro territorio per un problema europeo. Ma niente. Non mi risponde. Il 26 luglio passano le Frecce Tricolore. Bellissimo certo, ma non abbiamo bisogno solo di questo».
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
Continua a leggereRiduci
Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
Continua a leggereRiduci
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
Continua a leggereRiduci