Ora che l’han fatto fuori, anche Renzi critica gli intrecci tra toghe e politici
Nel suo ultimo libro, il leader di Iv liquida lo scandalo delle correnti come il «segreto di Pulcinella», ma invoca addirittura modifiche costituzionali. Non doveva essere lui, da premier, a riformare questa Giustizia malata? A seguire il commento di Daniele Capezzone.

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, pubblichiamo un estratto dall’ultimo libro di Matteo Renzi, La mossa del cavallo (Marsilio), in libreria dal 4 giugno. È una riflessione sullo scandalo Csm, seguita dalla replica di Daniele Capezzone.

Nel 2019 una delicata operazione, tanto precisa e studiata nei minimi dettagli da poter essere definita chirurgica, ha reso possibile l’individuazione e la mappatura di un sistema di relazioni finalizzato nientemeno che a interferire nella scelta dei magistrati che compongono il Csm.

Una sapiente regia ha deciso che cosa far trapelare e che cosa lasciare inedito delle intercettazioni, peraltro raccolte e diffuse in modo illegittimo. La «scandalite» acuta, malattia dei nostri tempi, costringe il discorso pubblico e i titolisti dei giornali a ritoccare continuamente al ribasso il livello minimo della decenza, utilizzando termini roboanti ed esasperando i toni: non stupisce dunque che qualche intercettazione, finita a puntate nelle mani dei giornalisti giusti, sempre i soliti, e pubblicata come i feuilleton ottocenteschi, sia stata trasformata nel più grande scandalo dai tempi della P2, un vero e proprio tentativo di colpo di Stato, un’onta indelebile capace di minare per sempre la credibilità della magistratura.

Presentare – lo si è fatto a vari livelli – come una scoperta di oggi che le nomine del Csm siano frutto delle manovre delle correnti, delle cene romane, dei do ut des, quando questo metodo è inscritto nel Dna dell’organo di governo della magistratura sin dalla sua fondazione, è profondamente ipocrita. Per scegliere i capi delle Procure, i membri del Csm appartenenti a tutte le correnti, nessuna esclusa, hanno sempre percorso questa strada e continueranno finché le regole non verranno cambiate. Naturalmente si possono censurare comportamenti individuali se violano le norme, e non è nemmeno pensabile, se non nelle più utopiche idealizzazioni, che non si verifichino ipotesi di reato o atti contrari alla deontologia professionale. In sintesi, che le nomine del Csm siano frutto di accordi tra correnti è un segreto di Pulcinella. Mentre è previsto dalla Costituzione che il vicepresidente dello stesso Consiglio superiore sia espressione della politica e del Parlamento, e dunque di un dialogo tra politici e togati. Al lavoro nei gabinetti dei ministeri c’è sempre stato un numero cospicuo di magistrati, e il meccanismo delle porte girevoli tra politica e magistratura è da tempo ben funzionante. Nessun vicepresidente del Csm è stato scelto per concorso, ma sempre a seguito di complicate e faticose trattative. Non è cambiato nulla. Nonostante tutte le levate di scudi dei mesi scorsi, magistrati e politici continuano a interloquire sul Csm come è doveroso che sia. Almeno fintantoché non si modifichi la Costituzione o si riformi il Csm.


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