Caro direttore, i lettori del suo giornale hanno appreso ieri che io farei parte di «un esercito di saltimbanchi» che «fa numeri da circo» e che è intento a «svacanzare» a Cortina. Rispetto ai toni del passato queste espressioni che La Verità mi rivolge oggi sono quasi lusinghiere (ricorda come mi avete trattato per Open? O per Consip? O per altre indagini? Sono lieto di ricordarle che le vicende che mi riguardavano si sono chiuse tutte con assoluzioni o proscioglimenti), ma avverto tuttavia il bisogno di puntualizzare alcune cose. Per amore della verità e per il rispetto di chi vi legge.
Punto primo. Sono stato in vacanza, sì. Come sempre per le mie vacanze tutto è pagato con bonifico, tutto è tracciato, tutto è verificabile. Vado come tanti italiani, pago come quasi tutti i politici (qualcuno no, ma non è un mio problema), sto con la mia famiglia. Vado in vacanza in Italia, non in Albania o altrove. Ho letto il grido di dolore di Cecilia sui quotidiani del 2 gennaio e ho fatto una proposta alla premier: convocaci a Palazzo Chigi per coinvolgere anche l’opposizione nel lavoro del governo per liberare Cecilia. E nel momento in cui ci convochi sono pronto come tutti a interrompere le vacanze. E stare a Roma. Perché non è successo? Perché la premier non ha voluto incontrare le opposizioni.
Punto secondo. Perché abbiamo chiesto la convocazione dei leader dell’opposizione? Perché in vicende come questa l’opposizione ha il dovere di stare con il governo. Ma il governo ha specularmente il dovere di informare passo passo l’opposizione. Quando ero al governo, ho ricevuto almeno quattro volte i leader parlamentari dei partiti di maggioranza e di minoranza a Palazzo Chigi dando tutte le informazioni richieste su casi simili a quello di Cecilia Sala o in presenza di problemi geopolitici particolarmente acuti. Abbiamo chiesto a Giorgia Meloni di fare ciò che facevamo noi, niente di più, niente di meno. Ma la premier ha deciso di non riceverci. Ha tempo per incontrare tutti ma non i parlamentari. Ce ne eravamo già accorti in sede di discussione sul Bilancio, abbiamo avuto conferma l’altro ieri. Peccato.
Punto terzo. La disponibilità del sottosegretario Alfredo Mantovano a riferire al Copasir è il minimo sindacale ma è del tutto insufficiente ad affrontare la complessità del problema. Nei primi giorni dell’affaire Sala ha parlato sempre (e troppo) Antonio Tajani, autore di alcune frasi che definire infelici è riduttivo. La parte di relazioni diplomatiche con Iran e Usa è seguita dalla Farnesina o dai servizi? Se al vertice organizzato tre giorni fa a Palazzo Chigi c’era il ministro della Giustizia e non la direttrice del Dis perché si sceglie di riferire al Copasir e non alle commissioni parlamentari competenti? Davvero per la premier questa vicenda è una vicenda che riguarda solo le agenzie dell’intelligence per cui individua la sede del Copasir come luogo di confronto?
Punto quarto. L’opposizione non sta utilizzando il caso Cecilia Sala per attaccare il governo. Noi vogliamo portare a casa Cecilia Sala. Se volessimo attaccare il governo potremmo parlare di codice della strada dove le geniali intuizioni di Matteo Salvini fanno danno al settore del vino ma non aumentano la sicurezza. Se volessimo far polemica, potremmo parlare della casa della premier o dell’aumento del costo delle bollette. Invece parliamo di Sala perché ci piange il cuore pensare che una giovane donna sia costretta a dormire in un carcere tra i più terrificanti al mondo. Noi vogliamo riportare a casa una giornalista, una donna, un’italiana. Sono certo che Giorgia Meloni, giornalista, donna e italiana, non perderà ulteriore tempo e farà i necessari accordi con gli iraniani. Perché l’Italia non abbandona i propri cittadini nei guai all’estero. E il viaggio della premier in Florida dal presidente Trump è sicuramente un’ottima scelta, un segnale che fa ben sperare.
Punto quinto. Il senso di responsabilità delle opposizioni. Italia viva si sta comportando in modo molto rigoroso. Dopo che abbiamo appreso che Tajani aveva detto il falso sulle condizioni di detenzione di Cecilia abbiamo chiesto l’intervento della premier. Non strumentalizziamo la vicenda della Sala a differenza di quanto fatto in passato dalla stessa Meloni che ha costruito una narrazione potente contro di me sfruttando il caso marò. Meloni mi ha massacrato mediaticamente mentre cercavo di trovare una soluzione con l’India. E lei ricorderà che il problema non era nato sotto il mio governo, ma addirittura due governi prima. Noi siamo stati quelli che hanno risolto la vicenda riportando a casa - con una faticosissima trattativa - entrambi i nostri soldati. Eppure non c’è stato un giorno senza che la Meloni ci aggredisse verbalmente accusandoci di essere i responsabili della detenzione dei marò. Non farò a Giorgia quello che lei ha fatto a noi. Anche perché la vicenda Sala è straordinariamente più semplice della vicenda dei marò. E perché noi siamo i veri patrioti, quelli che mettono l’interesse nazionale avanti all’interesse del partito.
Per riportare a casa i nostri concittadini l’Italia fa di tutto. Sempre. Prima che la famiglia chiedesse il silenzio stampa avevo detto in una intervista al Foglio che è arrivato il momento di chiudere la partita con un accordo con Teheran. Direte: è ingiusto trattare con chi prende in ostaggio i nostri concittadini. Certo, è ingiusto. Ma non abbiamo alternative. Gli accordi si fanno con i cattivi, non con i buoni. Anche gli americani fanno così, quando un loro giornalista viene sequestrato. La vita di una giornalista italiana non vale meno di un giornalista americano.
L’opposizione è pronta a sostenere il governo facendo la propria parte. Ma la cosa strana di questa vicenda non è che il 2 gennaio qualcuno di noi sia stato a sciare. La cosa strana è che pur avendo dato la disponibilità non siamo ancora stati convocati, come invece accadeva sempre in passato a parti invertite. Peccato, un’occasione persa per l’Italia.
Quando il vicepresidente del Csm, cioè il capo dell’organo di autogoverno dei giudici, decide di rivolgersi alla magistratura non è come quando lo fa un cittadino qualsiasi. Ciò che avevo scritto su David Ermini lo trovate a pagina 94. Non ho cambiato una virgola. Non c’è nulla di diffamatorio, di falso, di tendenzioso: c’è scritta solo la verità. E la verità non si querela. E infatti la querela è stata annunciata via agenzia ma non è arrivata. Ovviamente. Aggiungo che al momento non solo non abbiamo ricevuto la querela di Ermini, ma nemmeno quella di nessun altro. Perché puoi non accettare la verità. Ma non la puoi smentire. Ciò che c’è scritto qui è vero. Punto.
Quella domenica, alle 18.43 mando un messaggio al cellulare di David Ermini, sempre lo stesso che avevo fin dai lontani anni della sua sconfitta elettorale a Figline e che ricordo a memoria. E gli scrivo: «Ci vediamo in tribunale, ti aspetto». Nient’altro. Non risponderà mai, ovviamente. Aggiungo per sicurezza la nota che ho inviato ai giornali. «Leggo che il vicepresidente del Csm intende denunciarmi per ciò che ho scritto ne Il Mostro. Non vedo l’ora di ricevere l’atto di citazione. Potrò dunque raccontare - libero da ogni forma di prudenza istituzionale - tutto ciò che in questi lunghi anni l’avvocato David Ermini ha detto, scritto e fatto. Egli è diventato vicepresidente del Csm grazie al metodo Palamara e io sono uno di quelli che può testimoniarlo. Le cene romane di Ermini - fin dalla scorsa legislatura - sono numerose e tutte verificabili e riscontrabili. La sua storia da candidato sindaco bocciato a Figline Valdarno, aspirante consigliere provinciale, poi da parlamentare e da candidato vicepresidente del Csm è ricca di aneddoti che sarà piacevole raccontare in sede civile. Quanto ai verbali ricevuti da Davigo e inspiegabilmente distrutti Ermini avrà modo di chiarire in sede giudiziaria il suo operato».
Non a caso quando il 7 luglio 2022 Ermini è interrogato come testimone nel processo Davigo i fatti vengono confermati: il vicepresidente del Csm ha ricevuto del materiale da Davigo. Si tratta di copie di atti processuali che Davigo presenta come riservati e che ha ricevuto da un collega. Davigo consegna a Ermini quei documenti ma il vicepresidente del Csm afferma che - una volta uscito Davigo dalla stanza - egli decide di distruggerli.
È penalmente rilevante questa condotta? Per quello che vale la mia opinione, penso di no.
È corretta? Secondo me no, avrebbe dovuto verbalizzare la consegna del materiale o non toccarlo proprio. Prenderlo e distruggerlo è una procedura inusuale. Ma al di là del processo Davigo, che non mi interessa perché per noi garantisti le sentenze vengono scritte dai giudici non dai media, dai social, dai pm o dagli ex pm diventati commentatori televisivi, quello che è chiaro è che i fatti da me riportati nel libro sono confermati, per filo e per segno.
Il 15 maggio Ermini dice alle agenzie che vuole querelarmi. Il 7 luglio in aula di tribunale, a Brescia, Ermini conferma al giudice il mio racconto. Perché qui ha il dovere di dire la verità.
Ermini non risponde al mio sms, non querela ma parla con i giornalisti amici. Solito stile di chi non ci mette la faccia ma affida il suo pensiero a ricostruzioni rigorosamente anonime.
La cronista giudiziaria di Repubblica supera se stessa e addirittura lo dipinge come una vittima del renzismo.
Sempre la stessa storia. Prima passano le giornate ad adularti, poi quando perdi potere fanno il salto in lungo per vedere chi prende le distanze più di tutti.
Quanti ne ho visti, fare ore di attesa fuori dalla mia stanza e ora sgolarsi per dire: «Renzi? E chi lo ha mai appoggiato?». Non è un tradimento, come sostiene qualcuno. Non esageriamo. Non è tradimento, ma un concetto più semplice: si definisce mediocrità.
Nella Divina Commedia la genialità di Dante si esercita anche attraverso il modo con il quale descrive gli ignavi. Io ho mille difetti ma le cose le dico in faccia, sempre. Anche a costo di farmi qualche nemico di troppo. Chi mi ha contestato quando ero potente ha tutto il mio rispetto. Chi mi ha adulato quando ero potente e ha preso le distanze quando sono tornato normale mi è semplicemente indifferente. Vergo una nota di replica per il pezzo di Repubblica: è un pezzo troppo sopra le righe per lasciargliela passare.
«Nell’articolo di Liana Milella riferito alla querela del vicepresidente Ermini nei confronti del senatore Renzi compaiono diverse imprecisioni. Non è vero che Ermini cadde in disgrazia agli occhi di Renzi, come dimostra il fatto che Ermini fu ricandidato alle politiche del 2018 in posizione super sicura. Se Ermini fosse caduto in disgrazia come avrebbero potuto i renziani candidarlo come vicepresidente del Csm? E la ricostruzione per la quale Ermini si era avvicinato alla corrente di Andrea Orlando è falsa, tanto è vero che lo stesso Orlando sosteneva un altro candidato di area Pd per il Csm come ben ricorda l’allora segretario reggente, Maurizio Martina. È vero invece che l’onorevole Ferranti, rientrata oggi in magistratura, sosteneva con forza la candidatura Ermini, suo frequente commensale in numerose cene romane.»
Potremmo aggiungere oggi, col senno del poi, che il salvataggio disciplinare della dottoressa Ferranti operato nel mese di giugno 2022 dal Csm guidato dal vicepresidente Ermini rappresenta una delle pagine più incredibili e contraddittorie di questo Csm. Ma de minimis non curat praetor e dunque torniamo alla nota predisposta per Repubblica.
«La ricostruzione di un Ermini scaricato dai renziani cozza contro la logica e la realtà. E la giornalista ignora che fino alla fine della leadership renziana nel Pd l’onorevole Ermini ha avuto incarichi diretti dal segretario come commissario straordinario del partito in alcune delicate zone del Paese. Sul fatto che Ermini abbia distrutto i documenti consegnatigli da Davigo si tratta di evidenza fattuale che nessuno può contestare. Il fatto che adesso Ermini definisca il materiale di Davigo irricevibile non giustifica il fatto che egli stesso abbia ammesso di averlo fisicamente ricevuto brevi manu e poi distrutto. Se davvero era irricevibile perché lo ha ricevuto anziché rifiutarsi di farlo?»
Poi ci penso. E mi dico che di Ermini e delle sue querele-non querele, come quella fatta a un giornalista de La Verità e poi ritirata durante il procedimento per le possibili implicazioni delle testimonianze processuali della difesa, abbiamo già discusso anche troppo.
Diciamolo una volta per tutte: la consigliatura Csm che va dal 2018 al 2022 è stata in assoluto la più scandalosa della storia repubblicana. Quando nel 2019 si prova a decapitare due correnti lo si fa con un’inchiesta imbarazzante il cui simbolo è un trojan, vale a dire uno strumento di intercettazione pervasivo perché costante e onnipresente.
Aver cercato di dire che il solo Luca Lotti, tra i politici, parlasse coi magistrati è una barzelletta che non fa ridere. Posso fare un elenco di almeno venti nomi di politici di primo piano, attualmente in vista, che hanno cercato di mettere il naso, senza riuscirvi, nella partita Csm 2018. E vi sono nelle mosse di molti deputati e senatori gli appetiti per la prossima designazione del nuovo Csm 2022. Chi vi dice che la politica deve restare fuori vi prende in giro. La Costituzione prevede che la politica sia decisiva nella scelta del Csm. E da che Roma è Roma le decisioni si prendono spesso – per me troppo spesso – nelle tavole di commensali dove – parlando di magistratura – giudici e politici dialogano su tutto, da sempre. Questa idea che uno solo fosse il manigoldo che metteva il naso nelle vicende politiche non sta in piedi.
E ancora più grave è il tentativo di far passare Luca Palamara e Cosimo Ferri come i soli responsabili di un sistema, che io giudico sbagliato e che volevo cambiare, ma che va avanti da anni: il sistema delle correnti.
All’hotel Champagne, luogo degli incontri tra Palamara, Ferri, Lotti e tanti altri, andavano personaggi di ogni colore politico. Non vi stupirà sapere che all’hotel Champagne si era recato anche il professore amico di Conte e indicato dai Cinque Stelle tra i laici del Csm che ambiva al ruolo di vicepresidente Csm e che pertanto – dopo un’autorevole raccomandazione giornalistica – si recava in processione da Cosimo Ferri nelle sale dello Champagne. Ironia della sorte, sarà proprio lui a presiedere il disciplinare contro Ferri.
Ah, se il trojan lo avessero messo a quelli delle altre correnti o ai collaboratori dell’allora ministro Bonafede, la storia del Csm sarebbe andata diversamente. E del resto quando i magistrati di Brescia chiedono all’ex procuratore di Milano Greco e al procuratore generale della Cassazione Salvi se gentilmente possono consegnare i telefonini per verificare alcuni tabulati del passato – è il gennaio del 2022 – entrambi rispondono all’unisono che purtroppo hanno smarrito i cellulari e dunque non hanno più la memoria telefonica. Dunque il procuratore generale della Cassazione può sostenere credibilmente (si fa per dire) di aver smarrito il telefono, gli amici di Renzi se lo vedono sequestrato per mesi. La differenza è che il trojan lo mettono solo a Palamara, senza alcuna ragione di urgenza, non con l’obiettivo di cristallizzare una presunta corruzione risalente ad anni prima ma con il desiderio di far saltare la candidatura alla procura di Roma di Marcello Viola che Palamara, Ferri e altri sostenevano più o meno apertamente.
C’è un simbolo su cui si potrebbe fare una serie televisiva e questo simbolo è il trojan intermittente. Per far fuori Palamara si inventano un’ipotesi di reato assurda. Nei giorni della scelta del Pm di Roma attivano il trojan e registrano non atti di corruzione per i quali il trojan era stato autorizzato ma le riunioni di alcune componenti del Csm che si incontrano per discutere di incarichi e spartirsi i posti. Un metodo poco elegante e per me da cancellare ma assolutamente legittimo e soprattutto lo stesso che si era sempre usato in passato.
Se il giudizio etico può essere di disgusto o quello politico può essere di condanna la cosa squallida della quale nessuno parla è che il trojan funziona in modo intermittente. A volte sì, a volte no. Registra alcune riunioni e altre no. Cattura e registra i momenti in cui Palamara fa sesso ma non cattura i momenti in cui Palamara parla con Pignatone. Vi sembra naturale? O anche in questa circostanza crediamo nel caso? Sono sempre e solo tutte dannatissime coincidenze? E soprattutto vi sembra normale che un trojan, strumento che serve a registrare ogni istante della vita dell’indagato, possa funzionare a volte sì, a volte no come le frecce delle auto nelle barzellette sui carabinieri?
Accanto a questo c’è il tema dei due pesi e delle due misure. Pubblico ludibrio per Palamara e Ferri. E invece tutti zitti su Legnini ed Ermini, vicepresidenti del Csm nominati dall’accordo tra la politica e le correnti. Legnini non faceva una cena ogni tanto, come i commensali dell’hotel Champagne. Le cene romane cui partecipava Legnini – e con lui molti altri esponenti della politica e della magistratura ancora con rilevanti cariche istituzionali – erano almeno un paio alla settimana.
A me non la raccontano. Le cene erano perfettamente legali e legittime. Ma erano legali e legittime anche le cene di Ferri e Palamara. E quando vedo Legnini che oggi pontifica nel ruolo di commissario per la ricostruzione mi domando perché a Palamara spetti l’onta della radiazione e a Legnini gli onori di uno degli incarichi più delicati del Paese, peraltro dopo la sconfitta alle regionali dell’Abruzzo.
Su David Ermini fatico a trovare le parole. Sono responsabile della sua carriera politica. E l’ho visto prendere le distanze alla velocità della luce da un metodo – quello dell’accordo tra Palamara e Ferri, con Lotti come suo interlocutore politico – che era lo stesso metodo per il quale lui era stato votato di misura vicepresidente del Csm. Tra un mediocre e un cattivo bisognerebbe sempre preferire il cattivo: almeno il cattivo ogni tanto si riposa.
David Ermini passerà alla storia come il vicepresidente del Csm che riceve un membro del Csm, uno dei più autorevoli e visibili peraltro, Piercamillo Davigo, e brucia o distrugge il materiale ufficiale, proveniente dalla procura di Milano, che Davigo gli consegna, comprovante l’esistenza di una loggia segreta che avrebbe impattato sulla vita delle istituzioni.
Sorvolo sul gesto di distruggere dei verbali, che è una cosa che avevo visto fare solo nelle primarie del Pd campano. Non apro il capitolo Davigo, che pure sarebbe il simbolo di un sistema, per le sue intemerate uscite contro di me quando ero premier, per i suoi continui attacchi in tv a La7, dei quali prima o poi dovrà rispondere in un’aula di tribunale, per l’arroganza con la quale si è rivolto ad altri soggetti istituzionali. Dico solo che anche Davigo parlava con la politica, eccome.
Nel 2020, l’anno dopo lo scandalo hotel Champagne, mentre sto chiedendo le dimissioni di Bonafede perché il capo del Dap da lui nominato ha consentito di scarcerare alcuni boss mafiosi, Davigo si incontra riservatamente con un senatore, allora grillino, Nicola Morra, e gli mostra (qualcuno dice che gli consegna ma non è provato) dei documenti. Tutto questo accade nel sottoscala del Csm con un comportamento quantomeno singolare per due membri delle istituzioni.
Mi limito a questo. Se davvero quei verbali costituiscono la prova di un reato, il fatto che David Ermini, esponente più importante dell’organo di autogoverno della magistratura, distrugga il corpo del reato dovrebbe indignare almeno qualche studente di giurisprudenza. Luca Lotti – suo grande sponsor – è a processo per molto meno. Ma nella logica due pesi e due misure: Ermini è il buono, Lotti il cattivo. Chi decide cosa in questo Paese? Ma soprattutto chi paga per gli errori quando tra i membri del Csm è finito persino un accusatore di Enzo Tortora? E ancora come mai da tutto il caos dell’hotel Champagne – nato per bloccare la candidatura di Viola alla prestigiosa procura di Roma – siamo arrivati tre anni dopo alla vittoria di Viola per la prestigiosa procura di Milano? Se non c’era nulla di personale contro Viola, magistrato degnissimo e allievo di Paolo Borsellino, perché tutto questo clamoroso scandalo? Solo per cercare di far fuori Palamara, Ferri e Lotti? Prima o poi qualcuno scriverà la storia di questi anni e perché si è fatto di tutto per cambiare la maggioranza del Csm che era uscita dalle urne. Prima o poi qualcuno avrà il coraggio di raccontare le chat, le cene, le vere vicende dei membri del Csm. E si smetterà di ballare il valzer dell’ipocrisia, avendo finalmente il coraggio di cambiare la legge. E soprattutto di cambiare lo stile e i comportamenti di magistrati e politici.





