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2023-06-04
L’Oms intasca 370 milioni per appaltare a Google la tecnocensura sanitaria
Tedros Adhanom Ghebreyesus (Ansa)
Google e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) hanno lavorato insieme «per fare avere le giuste informazioni alle persone quando ne avevano più bisogno», in epoca Covid. Adesso, «aumenteremo il nostro impatto sulla salute per miliardi di persone», dichiara l’azienda statunitense sviluppatrice dell’omonimo motore di ricerca, annunciando un accordo di collaborazione pluriennale con l’Oms «per continuare a fornire informazioni sanitarie credibili», rispondendo «a problemi di salute pubblica emergenti e futuri».
Prospettiva rassicurante? Niente affatto. Non bastano i finanziamenti dati, per fornire garanzie. Google fa sapere di aver donato all’Oms oltre 320 milioni di dollari in pubblicità tramite Ad Grants, il programma per le no profit che permette di creare delle campagne sulla rete di ricerca. Si tratta della donazione più grande, in assoluto, fornita dall’azienda informatica. E, sempre Google, annuncia di avere stanziato altri 50 milioni di dollari per il 2023, sempre «per sostenere l’Oms nel continuare il suo lavoro di grande impatto nella sanità pubblica». In nome della scienza o dando voce solo a quello che si vuole propagandare in via ufficiale, come quando si è sostenuto il vaccino quale unico rimedio, senza contraddittorio?
Basta guardare l’esito della strategia messa in atto con l’Oms, racchiusa nel dossier Il potere della collaborazione di fronte a la pandemia di Covid-19: Google e l’Organizzazione mondiale della sanità. Vi si legge che, dall’inizio dell’emergenza sanitaria internazionale, le persone che si sono affidate a Google «centinaia di milioni di volte al giorno, con domande relative alla salute», sarebbero state aiutate a trovare «prodotti di alta qualità, informazioni affidabili basate su dati pertinenti su dove vivevano, da fonti attendibili in risposta alle esigenze degli utenti». Hema Budaraju, direttore senior dell’impatto sociale della ricerca presso Google, ha sostenuto: «Non importa quello che stai cercando, la nostra mission è darvi informazioni tempestive, pertinenti». Peccato che nulla risulti dal motore di ricerca di Google in tema di studi che rivelino complicanze nelle campagne vaccinali e nell’utilizzo dei farmaci anti Covid a mRna, se non per classificarli come fake news.
Il metodo adottato, grazie al quale ogni opinione contraria al vaccino veniva esclusa dal motore di ricerca, è subito chiarito. Per quando riguarda Youtube, la piattaforma video di Google che nel 2021 ha registrato oltre 110 miliardi di visualizzazioni sulla salute, «l’obiettivo principale è stato la rimozione di disinformazione dannosa, promuovendo contemporaneamente contenuti da autorità sanitarie credibili». È proprio l’azienda a vantarsi di aver rimosso «oltre 1,5 milioni di video correlati alla pericolosa disinformazione del coronavirus, bufale e fake news», nei primi due anni della pandemia.
Nemmeno veniva lasciata agli utenti, la facoltà di scegliere che cosa leggere o come documentarsi perché da Internet spariva ogni riferimento estraneo al flusso informativo mainstream. Ma non basta, per il gigante della ricerca online, che afferma di voler continuare la collaborazione con l’Oms per «sostenere la trasformazione digitale in contesti con poche risorse», attraverso anche Open health stack, un programma lanciato a marzo per consentire agli sviluppatori di creare app relative alla salute di nuova generazione, con soluzioni già usate nell’Africa subsahariana, in India e nel Sud Est asiatico. App che seguirebbero le raccomandazioni dell’agenzia (come è accaduto in epoca Covid?) e che nascono avvalendosi di sviluppatori specializzati nel settore sanitario come Ona, Iprd Solutions, Argusoft, Intellisoft, cui saranno fornite «le giuste informazioni di cui hanno bisogno, decisioni basate sull’evidenza per i loro pazienti». Quale evidenza? Quella che epura i contraddittori nel mondo scientifico?
Il tutto, grazie a partnership con multinazionali come Samsung. Salute sì, forse, ma anche tanto business con la benedizione dell’Oms. Google dichiara pure l’obiettivo di «preparare le comunità per future minacce alla salute pubblica», rivelando una presunzione assoluta nel fornire strumenti adeguati, sempre d’intesa con l’Oms, «per un positivo impatto sulla vita delle persone», fa sapere la dottoressa Karen DeSalvo, responsabile sanitario dell’azienda informatica.
Non più solo sul Covid: Ad Grants sarà usato per tematiche quali salute mentale, influenza, vaiolo delle scimmie, Ebola, con oltre 28 milioni di annunci di servizio pubblico in sei lingue. Quest’anno arriveranno altri 50 milioni di dollari per sostenere la versione gratuita di Google Ads, marketing digitale, grazie alla quale l’Oms metterà in contatto «il maggior numero possibile di persone con informazioni autorevoli».
Molti dubbi rimangono sull’effettiva autorevolezza dei contenuti forniti a così tanti utenti e sull’oscurazione, invece, di questioni scomode ma fondamentali di salute pubblica. Anche perché Andy Pattison, responsabile dei canali digitali dell’Organizzazione mondiale della sanità, sostiene che «il lavoro svolto durante la pandemia ci ha permesso di dare informazioni importanti a così tante persone che ne avevano bisogno, come altrimenti non avremmo potuto fare». Una trasformazione digitale, con gli approcci di censura scientifica che abbiamo drammaticamente sperimentato in tre anni di emergenza Covid, non fa sperare in molto di buono.
Seicento sbarchi in un giorno solo. Lampedusa torna sotto pressione
Dagli undici barconi approdati ieri a Lampedusa sono sbarcati in 600. L’hotspot di contrada Imbriacola, formalmente passato in gestione, da qualche giorno, alla Croce rossa, è al suo primo stress test. Anche perché si prevede un incremento delle partenze, complice il bel tempo. E gli ospiti sono già arrivati a quota 800. Prefettura di Agrigento e Viminale hanno già cominciato ad alleggerire la struttura, disponendo il trasferimento di almeno 200 persone verso i centri d’accoglienza.Intanto Badia Grande, la coop che ha gestito l’hotspot e che è stata sottoposta a ispezioni e contestazioni della prefettura (che ha poi risolto l’affidamento), ha cominciato a frignare: «Dall’1 marzo 2022, data di inizio della nostra gestione posta in essere con una telefonata della prefettura di Agrigento e con appena cinque ore di preavviso, a oggi si è registrato un transito di oltre 80.000 immigrati. Numeri importanti che hanno indotto il governo a proclamare lo stato di emergenza e ad affidare la gestione della struttura alla Croce rossa italiana».Ed ecco il tentativo di difesa: «In questi mesi la coop è stata accusata di incapacità nella gestione o, peggio, di voler speculare sulla vita dei migranti, senza voler considerare che, nei fatti, ha dovuto affrontare con mezzi ordinari una situazione straordinaria». Secondo la cooperativa, i funzionari del ministero dell’Interno, nei giorni scorsi, avrebbero fornito «una visione corretta e oggettiva dello stato delle cose, sottolineando come non si possa «giudicare l’operato di chi c’era prima, perché qualunque altro soggetto avrebbe vissuto le stesse difficoltà, a cominciare dalla difficoltà di approvvigionamento del cibo». E hanno scaricato le responsabilità sul «sovrannumero di ospiti rispetto alle previsioni». Ma, soprattutto, «sui ritardi nell’effettuare i trasferimenti».Infine, Badia Grande fa sapere che «la quasi totale attività manutentiva degli immobili e degli impianti, di proprietà demaniale, non è di competenza del gestore dei servizi d’accoglienza». Bagni insufficienti e problemi igienico-sanitari sarebbero derivati «da uno stress nell’uso della struttura». Si autoassolve, Badia Grande. Ma i primi giorni della gestione della Croce rossa sembrano aver già dimostrato che un cambio di passo sia possibile. Oltre agli sbarchi autonomi, però, anche ieri le Ong hanno continuato a traghettare migranti. Andrà a Civitavecchia la Humanity One della Sos Humanity, con i 30 tirati a bordo da un gommone, partito dalla Libia, che si è trovato in difficoltà in acque internazionali. Le due navi che, invece, hanno violato il regolamento voluto dal ministro Matteo Piantedosi, la Mare Go (36 passeggeri) e la Sea Eye 4 (49 passeggeri), entrambe tedesche, dovranno restare ferme in porto per venti giorni. La prima, l’altro giorno, si è rifiutata di raggiungere il porto di Trapani, indicato dal governo, mentre la seconda ha effettuato più di un salvataggio prima di procedere verso il porto assegnato, ovvero quello di Ortona. «Applicato il decreto Ong con il blocco delle navi e, alla prossima violazione, scatta il sequestro», ha commentato il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, che ha aggiunto: «Il governo non delega a imbarcazioni private che battono bandiera straniera, finanziate da Stati esteri, il controllo delle frontiere e il soccorso». Ma anche a Nord, per l’invasione dalla rotta balcanica, è andato in affanno il meccanismo d’identificazione a Gradisca d’Isonzo (Gorizia), con 140 migranti (alcuni sarebbero affetti da difterite) da fotosegnalare in coda al comando stazione dei carabinieri. E Antonio Nicolosi, segretario generale del sindacato Unarma, è sbottato: «Non ci sono protocolli sanitari e neppure un mediatore culturale. Strumenti e figure che, invece, sono a disposizione della polizia di Stato. Inoltre segnaliamo che di fotosegnalamenti ne vengono fatti al massimo tre al giorno e questi immigrati rimangono così a bivaccare per il paese prima di essere ricollocati nel Cara».
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Patto tra l’Organizzazione guidata da Tedros Adhanom Ghebreyesus e il colosso delle Big tech per dare soltanto comunicazioni giudicate «credibili». Una stretta già vista in pandemia. La coop cacciata dall’hotspot frigna: «Fatto il massimo». Tensioni sulla rotta balcanica.Lo speciale contiene due articoli. Google e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) hanno lavorato insieme «per fare avere le giuste informazioni alle persone quando ne avevano più bisogno», in epoca Covid. Adesso, «aumenteremo il nostro impatto sulla salute per miliardi di persone», dichiara l’azienda statunitense sviluppatrice dell’omonimo motore di ricerca, annunciando un accordo di collaborazione pluriennale con l’Oms «per continuare a fornire informazioni sanitarie credibili», rispondendo «a problemi di salute pubblica emergenti e futuri».Prospettiva rassicurante? Niente affatto. Non bastano i finanziamenti dati, per fornire garanzie. Google fa sapere di aver donato all’Oms oltre 320 milioni di dollari in pubblicità tramite Ad Grants, il programma per le no profit che permette di creare delle campagne sulla rete di ricerca. Si tratta della donazione più grande, in assoluto, fornita dall’azienda informatica. E, sempre Google, annuncia di avere stanziato altri 50 milioni di dollari per il 2023, sempre «per sostenere l’Oms nel continuare il suo lavoro di grande impatto nella sanità pubblica». In nome della scienza o dando voce solo a quello che si vuole propagandare in via ufficiale, come quando si è sostenuto il vaccino quale unico rimedio, senza contraddittorio? Basta guardare l’esito della strategia messa in atto con l’Oms, racchiusa nel dossier Il potere della collaborazione di fronte a la pandemia di Covid-19: Google e l’Organizzazione mondiale della sanità. Vi si legge che, dall’inizio dell’emergenza sanitaria internazionale, le persone che si sono affidate a Google «centinaia di milioni di volte al giorno, con domande relative alla salute», sarebbero state aiutate a trovare «prodotti di alta qualità, informazioni affidabili basate su dati pertinenti su dove vivevano, da fonti attendibili in risposta alle esigenze degli utenti». Hema Budaraju, direttore senior dell’impatto sociale della ricerca presso Google, ha sostenuto: «Non importa quello che stai cercando, la nostra mission è darvi informazioni tempestive, pertinenti». Peccato che nulla risulti dal motore di ricerca di Google in tema di studi che rivelino complicanze nelle campagne vaccinali e nell’utilizzo dei farmaci anti Covid a mRna, se non per classificarli come fake news.Il metodo adottato, grazie al quale ogni opinione contraria al vaccino veniva esclusa dal motore di ricerca, è subito chiarito. Per quando riguarda Youtube, la piattaforma video di Google che nel 2021 ha registrato oltre 110 miliardi di visualizzazioni sulla salute, «l’obiettivo principale è stato la rimozione di disinformazione dannosa, promuovendo contemporaneamente contenuti da autorità sanitarie credibili». È proprio l’azienda a vantarsi di aver rimosso «oltre 1,5 milioni di video correlati alla pericolosa disinformazione del coronavirus, bufale e fake news», nei primi due anni della pandemia.Nemmeno veniva lasciata agli utenti, la facoltà di scegliere che cosa leggere o come documentarsi perché da Internet spariva ogni riferimento estraneo al flusso informativo mainstream. Ma non basta, per il gigante della ricerca online, che afferma di voler continuare la collaborazione con l’Oms per «sostenere la trasformazione digitale in contesti con poche risorse», attraverso anche Open health stack, un programma lanciato a marzo per consentire agli sviluppatori di creare app relative alla salute di nuova generazione, con soluzioni già usate nell’Africa subsahariana, in India e nel Sud Est asiatico. App che seguirebbero le raccomandazioni dell’agenzia (come è accaduto in epoca Covid?) e che nascono avvalendosi di sviluppatori specializzati nel settore sanitario come Ona, Iprd Solutions, Argusoft, Intellisoft, cui saranno fornite «le giuste informazioni di cui hanno bisogno, decisioni basate sull’evidenza per i loro pazienti». Quale evidenza? Quella che epura i contraddittori nel mondo scientifico? Il tutto, grazie a partnership con multinazionali come Samsung. Salute sì, forse, ma anche tanto business con la benedizione dell’Oms. Google dichiara pure l’obiettivo di «preparare le comunità per future minacce alla salute pubblica», rivelando una presunzione assoluta nel fornire strumenti adeguati, sempre d’intesa con l’Oms, «per un positivo impatto sulla vita delle persone», fa sapere la dottoressa Karen DeSalvo, responsabile sanitario dell’azienda informatica.Non più solo sul Covid: Ad Grants sarà usato per tematiche quali salute mentale, influenza, vaiolo delle scimmie, Ebola, con oltre 28 milioni di annunci di servizio pubblico in sei lingue. Quest’anno arriveranno altri 50 milioni di dollari per sostenere la versione gratuita di Google Ads, marketing digitale, grazie alla quale l’Oms metterà in contatto «il maggior numero possibile di persone con informazioni autorevoli».Molti dubbi rimangono sull’effettiva autorevolezza dei contenuti forniti a così tanti utenti e sull’oscurazione, invece, di questioni scomode ma fondamentali di salute pubblica. Anche perché Andy Pattison, responsabile dei canali digitali dell’Organizzazione mondiale della sanità, sostiene che «il lavoro svolto durante la pandemia ci ha permesso di dare informazioni importanti a così tante persone che ne avevano bisogno, come altrimenti non avremmo potuto fare». Una trasformazione digitale, con gli approcci di censura scientifica che abbiamo drammaticamente sperimentato in tre anni di emergenza Covid, non fa sperare in molto di buono.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oms-google-la-tecnocensura-sanitaria-2660888382.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="seicento-sbarchi-in-un-giorno-solo-lampedusa-torna-sotto-pressione" data-post-id="2660888382" data-published-at="1685860140" data-use-pagination="False"> Seicento sbarchi in un giorno solo. Lampedusa torna sotto pressione Dagli undici barconi approdati ieri a Lampedusa sono sbarcati in 600. L’hotspot di contrada Imbriacola, formalmente passato in gestione, da qualche giorno, alla Croce rossa, è al suo primo stress test. Anche perché si prevede un incremento delle partenze, complice il bel tempo. E gli ospiti sono già arrivati a quota 800. Prefettura di Agrigento e Viminale hanno già cominciato ad alleggerire la struttura, disponendo il trasferimento di almeno 200 persone verso i centri d’accoglienza.Intanto Badia Grande, la coop che ha gestito l’hotspot e che è stata sottoposta a ispezioni e contestazioni della prefettura (che ha poi risolto l’affidamento), ha cominciato a frignare: «Dall’1 marzo 2022, data di inizio della nostra gestione posta in essere con una telefonata della prefettura di Agrigento e con appena cinque ore di preavviso, a oggi si è registrato un transito di oltre 80.000 immigrati. Numeri importanti che hanno indotto il governo a proclamare lo stato di emergenza e ad affidare la gestione della struttura alla Croce rossa italiana».Ed ecco il tentativo di difesa: «In questi mesi la coop è stata accusata di incapacità nella gestione o, peggio, di voler speculare sulla vita dei migranti, senza voler considerare che, nei fatti, ha dovuto affrontare con mezzi ordinari una situazione straordinaria». Secondo la cooperativa, i funzionari del ministero dell’Interno, nei giorni scorsi, avrebbero fornito «una visione corretta e oggettiva dello stato delle cose, sottolineando come non si possa «giudicare l’operato di chi c’era prima, perché qualunque altro soggetto avrebbe vissuto le stesse difficoltà, a cominciare dalla difficoltà di approvvigionamento del cibo». E hanno scaricato le responsabilità sul «sovrannumero di ospiti rispetto alle previsioni». Ma, soprattutto, «sui ritardi nell’effettuare i trasferimenti».Infine, Badia Grande fa sapere che «la quasi totale attività manutentiva degli immobili e degli impianti, di proprietà demaniale, non è di competenza del gestore dei servizi d’accoglienza». Bagni insufficienti e problemi igienico-sanitari sarebbero derivati «da uno stress nell’uso della struttura». Si autoassolve, Badia Grande. Ma i primi giorni della gestione della Croce rossa sembrano aver già dimostrato che un cambio di passo sia possibile. Oltre agli sbarchi autonomi, però, anche ieri le Ong hanno continuato a traghettare migranti. Andrà a Civitavecchia la Humanity One della Sos Humanity, con i 30 tirati a bordo da un gommone, partito dalla Libia, che si è trovato in difficoltà in acque internazionali. Le due navi che, invece, hanno violato il regolamento voluto dal ministro Matteo Piantedosi, la Mare Go (36 passeggeri) e la Sea Eye 4 (49 passeggeri), entrambe tedesche, dovranno restare ferme in porto per venti giorni. La prima, l’altro giorno, si è rifiutata di raggiungere il porto di Trapani, indicato dal governo, mentre la seconda ha effettuato più di un salvataggio prima di procedere verso il porto assegnato, ovvero quello di Ortona. «Applicato il decreto Ong con il blocco delle navi e, alla prossima violazione, scatta il sequestro», ha commentato il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, che ha aggiunto: «Il governo non delega a imbarcazioni private che battono bandiera straniera, finanziate da Stati esteri, il controllo delle frontiere e il soccorso». Ma anche a Nord, per l’invasione dalla rotta balcanica, è andato in affanno il meccanismo d’identificazione a Gradisca d’Isonzo (Gorizia), con 140 migranti (alcuni sarebbero affetti da difterite) da fotosegnalare in coda al comando stazione dei carabinieri. E Antonio Nicolosi, segretario generale del sindacato Unarma, è sbottato: «Non ci sono protocolli sanitari e neppure un mediatore culturale. Strumenti e figure che, invece, sono a disposizione della polizia di Stato. Inoltre segnaliamo che di fotosegnalamenti ne vengono fatti al massimo tre al giorno e questi immigrati rimangono così a bivaccare per il paese prima di essere ricollocati nel Cara».
Giorgia Meloni (Ansa)
Ma non c’è solo Emilio Gabriel Valdes Velazco, stupratore e omicida della diciannovenne. La lista di clandestini lasciati liberi di aggredire, derubare, violentare e uccidere è lunga e quasi sempre alle origini del crimine c’è l’inefficienza della macchina della giustizia. Lo dice sempre l’avvocato Basile: «In questi momenti si palesa tutta l’inadeguatezza del sistema giudiziario». Del resto, basta scorrere le pagine di cronaca, partendo dal caso Iris Setti, una pensionata di 61 anni che nell’agosto di due anni fa ebbe la sventura di attraversare il parco Nikolajewka a Rovereto per recarsi dall’anziana madre. Lì incontrò il suo assassino: un nigeriano senza fissa dimora, già noto per le scorribande e le molestie, che prima la picchiò, poi la violentò e infine la uccise. Doveva essere espulso oppure in carcere, ma la Procura aveva ritenuto che non ci fosse motivo di arrestarlo, nonostante le risse e le minacce. Dal Trentino alla Puglia, dove un marocchino irregolare, senza permesso di soggiorno e con precedenti, ha rapinato e assassinato una tabaccaia di 75 anni a Foggia. Aveva già una condanna ed era rinchiuso in un centro per il rimpatrio, ma nonostante il curriculum da delinquente un giudice aveva deciso di non convalidare il trattenimento e dunque è stato lasciato libero di uccidere.
Dal Sud di nuovo al Nord, a Milano, dove un irregolare del Camerun con una spranga ha colpito tre volte alla testa un trentunenne incontrato per caso alla fermata dell’autobus. Ovviamente la risorsa africana aveva precedenti, ma nessuno si era preoccupato di metterlo dietro le sbarre. Sempre in Lombardia, a San Zenone al Lambro, un altro clandestino ha aggredito e stuprato una ragazza di 18 anni nei pressi della stazione del piccolo centro fra la provincia di Milano e quella di Lodi. L’elenco potrebbe continuare, ma quasi sempre le storie hanno per protagonisti stranieri che non dovrebbero trovarsi in Italia, e per i quali la magistratura ha reso impossibile l’espulsione, vuoi perché se n’è dimenticata, vuoi per l’applicazione di tutte le attenuanti possibili, come nel caso dell’assassino di Iris Setti.
Del resto, per capire quanto sia difficile rispedire a casa chi non ha titolo per restare in Italia lo dimostra anche il caso dei centri di rimpatrio in Albania. Costruiti per scoraggiare gli arrivi e incentivare le espulsioni, il Cpr di Gjader e l’hotspot di Shengjin sono stati da subito osteggiati dai giudici. Il trasferimento sulla costa adriatica di Tirana dovrebbe servire per impedire ai clandestini di aggirarsi nelle nostre strade e allo stesso tempo accelerare il rimpatrio. Ma nonostante molti dei migranti trasferiti in Albania avessero precedenti penali anche gravi, i magistrati hanno negato il trattenimento e hanno ordinato di riportarli in Italia. E, ovviamente, di lasciarli in libertà.
Ha ragione il premier a dire che nel 2026 intende mettere la sicurezza al primo posto, non contenta di come le cose vanno in Italia. E ha ragione Meloni a spiegare che molte decisioni sono vanificate dalla magistratura. Proprio per questo ritengo che la riforma Nordio non possa che essere l’inizio: una toga che lascia libero un assassino, uno stupratore o un rapinatore che tornano a uccidere, a stuprare o a rapinare non può continuare a fare il giudice: come un medico che sbaglia un intervento deve essere sospeso.
Ma già che ci sono, suggerisco un’altra misura. Dopo la condanna del vicebrigadiere Emanuele Marroccella a tre anni di carcere, e a pagare 125.000 euro per aver sparato e ucciso un bandito che aveva ferito un carabiniere suo collega, propongo di varare una norma che almeno impedisca di rivalersi economicamente sugli uomini delle forze dell’ordine. In fondo lo Stato non paga gli errori giudiziari dei magistrati, impedendo alle vittime di agire nei confronti di giudici e pm? E allora perché carabinieri e poliziotti devono pagare di tasca propria i parenti di un criminale? Gli uomini delle forze dell’ordine sono servitori dello Stato. Dunque, paghi lo Stato. Ma forse sarebbe anche giusto chiedersi se sia corretto risarcire le famiglie di chi ha volontariamente scelto di delinquere e rischiare la propria vita e quella degli altri.
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Partita a razzo la sottoscrizione lanciata dalla Verità per aiutare il vicebrigadiere, condannato a tre anni per aver difeso un collega ferito da un siriano irregolare. Nel primo giorno dell’iniziativa le donazioni in favore del carabiniere sfiorano quota 20.000 euro. La somma che sarà raccolta servirà al militare per pagare la provvisionale: 125.000 euro complessivi che, secondo il giudice, dovrà versare ai familiari del clandestino morto nel 2020, bloccato durante un furto a Roma.
Qui di seguito le coordinate per la donazione:
Conto corrente intestato a Sei SpA
Iban: IT 60 R 02008 01628 000107393460
Causale: AIUTIAMO IL CARABINIERE
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Imagoeconomica). Nel riquadro l'avvocato Paolo Gallinelli, legale che assiste il vicebrigadiere Emanuele Marroccella
Oltre a una condanna durissima, tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», rispetto alla richiesta del pm che aveva indicato due anni e sei mesi, il quarantaquattrenne carabiniere originario di Napoli deve versare alle parti civili una somma ingente, pari a sei anni di lavoro nell’Arma. Più il risarcimento (800.000 euro) che sarà chiesto nel processo civile
Avvocato Gallinelli, come sta reagendo il vice brigadiere?
«La sentenza è stata un colpo durissimo. Il sostegno dei colleghi e adesso questa iniziativa davvero “storica” da parte della Verità lo stanno aiutando. Non si aspettava certo una sottoscrizione, gli fa solo bene sapere che c’è ancora attenzione, rispetto per le forze dell’ordine».
Sperava in una condanna più lieve?
«Il vice brigadiere era convinto che sarebbe stato assolto perché il fatto non costituisce reato in quanto commesso nell’uso legittimo delle armi. È stata la nostra linea difensiva, non era configurabile l’articolo 55 del codice penale, il cosiddetto eccesso colposo».
Invece nemmeno le attenuanti generiche gli sono state riconosciute.
«Marroccella è distrutto. Già era stata dura per lui prendere atto che il colpo sparato aveva ucciso Badawi. Ha fatto mesi di terapia, fornita dall’Arma perché potesse tornare al suo lavoro con più serenità. Mai è stato sospeso, nemmeno dopo l’accaduto del 2020. Sempre operativo sul campo, vent’anni di servizio nel radiomobile di Roma. Un carabiniere modello».
È stata «una condanna che ha fatto piangere me e la mia famiglia» ha detto il vice brigadiere al ministro della Difesa Guido Crosetto, che l’ha chiamato invitandolo a «continuare a credere nello Stato e nella giustizia nei prossimi gradi di giudizio e non sentirti mai solo». Intanto, da servitore dello Stato il carabiniere si è ritrovato a essere pregiudicato.
«Si era preoccupato della tutela degli altri. Marroccella aveva intimato “alt carabinieri”, non aveva il colpo in canna. Dopo aver visto la reazione, l’aggressione violenta al collega Grasso, ha avuto paura che scavalcando il cancello per fuggire il siriano avrebbe colpito anche i carabinieri che erano fuori. Ha percepito l’estrema pericolosità del soggetto, pensava che fosse armato di coltello, solo dopo si è saputo che era un grosso cacciavite che comunque ha rischiato di perforare il polmone del Grasso».
I rilievi, le relazioni dei Ris hanno dimostrato che il carabiniere aveva sparato dall’alto verso il basso puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto.
«Infatti, ma in quel momento il Badawi si è abbassato per prendere lo slancio e saltare il cancello e il proiettile l’ha colpito ad altezza busto, piegato verso il basso».
Nella situazione contingente, il carabiniere poteva muoversi diversamente?
«Gli appartenenti alle forze dell’ordine hanno l’obbligo di intervenire, la scriminante dell’uso legittimo delle armi a favore del pubblico ufficiale non è un privilegio: devono tutelare i cittadini».
Il giudice gli ha attribuito l’eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, oltre ogni ragionevole dubbio.
«Per noi avvocati della difesa, il dubbio doveva esserci per le relazioni dei Ris e perché le telecamere di sorveglianza non sono riuscite a riprendere il Badawi nel momento in cui veniva colpito, mentre se fosse stato in posizione eretta lo si sarebbe visto. Certezza non c’era dell’eccesso colposo, eppure è stato condannato un appartenente alle forze dell’ordine che ha l’obbligo di intervenire nell’adempimento del dovere».
Il carabiniere è sempre stato presente in tribunale?
«Sì, per tutte le dodici udienze, con colleghi e superiori. C’era anche la moglie, ultimamente. È stata una via crucis questo processo, per l’intera famiglia. Le parti civili volevano che fosse imputato addirittura di omicidio volontario, oltre a chiedere una provvisionale astronomica - 200.000 euro -per ciascun familiare. Ridotta poi dal giudice a 15.000 euro per ogni figlio la moglie del Badawi, a 5.000 euro per ciascuno dei suoi fratelli».
Come riferisce Carmine Caforio segretario generale Usmia, l’Unione sindacale militare interforze associati, il vice brigadiere ha detto: «Le parole del ministro Crosetto mi danno la forza per affrontare con più serenità i futuri gradi di giudizio e continuare a credere in ciò che ho giurato il giorno in cui, con orgoglio e onore, ho indossato per la prima volta l’uniforme dei carabinieri». Intanto voi preparate l’appello?
«Certo. Non si trattò né di legittima difesa né di eccesso colposo, ma di uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale che non ha scelta: deve intervenire».
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Getty Images
A Zahedan, nel Sud-Est dell’Iran, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui dimostranti e sparato gas lacrimogeni per disperdere la folla riunita dopo la preghiera del venerdì. Immagini di agenti della polizia che sparano sui civili circolano su Internet. Anche a Yazd vi sono stati scontri tra la folla e la polizia nella notte. Secondo l’organizzazione norvegese Iran Human Rights i morti sarebbero ora 45, tra cui otto minorenni. I media statali parlano di 21 morti, tra cui diversi membri delle forze di sicurezza.
Il leader supremo del Paese, l’imam Sayyid Ali Khamenei, ieri ha utilizzato ampiamente il social di Elon Musk, X, per diffondere una serie di messaggi minacciosi nei confronti degli Stati Uniti e dei manifestanti. «I nostri nemici non conoscono l’Iran. In passato, gli Stati Uniti hanno fallito a causa della loro pianificazione errata. Anche oggi, i loro piani sbagliati li porteranno al fallimento», si legge in un post. E poi, in un altro: «Oggi la nazione iraniana è ancora più equipaggiata e armata di quel giorno (prima della rivoluzione, ndr). Sia la nostra forza spirituale sia le nostre armi convenzionali non possono essere paragonate a quelle che avevamo prima». E ancora: «Tutti dovrebbero sapere che la Repubblica islamica dell’Iran, fondata con il sacrificio di diverse centinaia di migliaia di persone onorevoli, non si tirerà indietro di fronte a coloro che causano distruzione».
Il leader in esilio del People’s Mojahedin organization of Iran, Maryam Rajavi, molto coccolata in Europa, ha espresso il suo sostegno alle manifestazioni. L’Europa ha alzato timidamente il capino e ha detto qualcosa per bocca della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che in un videomessaggio ha elogiato «una generazione che vuole liberarsi dal giogo dell’oppressione» e ha dichiarato che «l’Europa li ascolta».
A Metsola ha risposto a muso duro l’ambasciata iraniana su X, ancora una volta: «Respingiamo inequivocabilmente le dichiarazioni interventiste dei deputati al Parlamento europeo, inclusa il presidente, sugli affari interni dell’Iran. La loro ipocrisia e il loro approccio basato su doppi standard nei confronti di diritti e principi sono disgustosi». Dopo aver frenato nei giorni scorsi su un intervento militare americano a sostegno dei manifestanti, ieri l’erede dello scià Reza Pahlavi, ancora su X, ha lanciato un drammatico appello a Donald Trump: «Signor presidente, questo è un appello urgente e immediato alla sua attenzione, al suo sostegno e alla sua azione», dice Pahlavi nel suo post, «Ho chiamato la gente in piazza per lottare per la propria libertà e per sopraffare le forze di sicurezza con la forza dei numeri. Ieri sera ci sono riusciti. La sua minaccia a questo regime criminale ha anche tenuto a bada i suoi delinquenti. Ma il tempo è prezioso. La gente tornerà in piazza tra un’ora. Le chiedo aiuto. Lei ha dimostrato di essere un uomo di pace e di parola. Ti prego, sia pronto a intervenire per aiutare il popolo iraniano». Il sessantaquattrenne figlio del deposto scià Mohammad Reza Pahlavi vive negli Stati Uniti, è sostenuto dall’opposizione iraniana in esilio e ha molti estimatori anche all’interno del paese.
Durante le manifestazioni di questi giorni si sono viste molte bandiere dell’Iran risalenti a prima della rivoluzione del 1979 e cori sono stati indirizzati verso l’erede dello scià. Tuttavia, né i giovani né le scarse strutture politiche di opposizione esistenti in Iran lo vedono come possibile soluzione alla crisi del regime. Pahlavi si presenta, però, come possibile leader di un governo di transizione nel caso di una caduta della Repubblica islamica. Nei mesi scorsi ha reso pubblico un piano per la ricostruzione economica dell’Iran dopo la caduta del regime, delineando uno stato liberale e democratico aperto all’Occidente.
Il suo entourage ha fatto sapere che martedì prossimo Pahlavi sarà a Mar-a-Lago per un evento privato ma, al momento, non è fissato un appuntamento con Donald Trump.
Il quale, dal canto suo, ha confermato un’altra volta di essere pronto a intervenire in Iran. Si sprecano in queste ore le operazioni di guerra psicologica sui social, tra voci di attacchi congiunti di Usa e Israele, infiltrazioni del servizio segreto israeliano, il Mossad, tra i manifestanti e paventati, improbabili, attacchi preventivi degli iraniani su Israele. Da giorni ormai si susseguono voci incontrollate (e incontrollabili) di preparativi per un clamoroso abbandono del Paese da parte dei vertici del regime di Teheran. La situazione può, in effetti, precipitare da un momento all’altro. Potremmo essere molti vicini all’epilogo di un regime oscurantista e repressivo, ossessionato, come ha scritto Azar Nafisi, dal «potenziale sovversivo di una ciocca di capelli».
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