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2023-06-04
L’Oms intasca 370 milioni per appaltare a Google la tecnocensura sanitaria
Tedros Adhanom Ghebreyesus (Ansa)
Google e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) hanno lavorato insieme «per fare avere le giuste informazioni alle persone quando ne avevano più bisogno», in epoca Covid. Adesso, «aumenteremo il nostro impatto sulla salute per miliardi di persone», dichiara l’azienda statunitense sviluppatrice dell’omonimo motore di ricerca, annunciando un accordo di collaborazione pluriennale con l’Oms «per continuare a fornire informazioni sanitarie credibili», rispondendo «a problemi di salute pubblica emergenti e futuri».
Prospettiva rassicurante? Niente affatto. Non bastano i finanziamenti dati, per fornire garanzie. Google fa sapere di aver donato all’Oms oltre 320 milioni di dollari in pubblicità tramite Ad Grants, il programma per le no profit che permette di creare delle campagne sulla rete di ricerca. Si tratta della donazione più grande, in assoluto, fornita dall’azienda informatica. E, sempre Google, annuncia di avere stanziato altri 50 milioni di dollari per il 2023, sempre «per sostenere l’Oms nel continuare il suo lavoro di grande impatto nella sanità pubblica». In nome della scienza o dando voce solo a quello che si vuole propagandare in via ufficiale, come quando si è sostenuto il vaccino quale unico rimedio, senza contraddittorio?
Basta guardare l’esito della strategia messa in atto con l’Oms, racchiusa nel dossier Il potere della collaborazione di fronte a la pandemia di Covid-19: Google e l’Organizzazione mondiale della sanità. Vi si legge che, dall’inizio dell’emergenza sanitaria internazionale, le persone che si sono affidate a Google «centinaia di milioni di volte al giorno, con domande relative alla salute», sarebbero state aiutate a trovare «prodotti di alta qualità, informazioni affidabili basate su dati pertinenti su dove vivevano, da fonti attendibili in risposta alle esigenze degli utenti». Hema Budaraju, direttore senior dell’impatto sociale della ricerca presso Google, ha sostenuto: «Non importa quello che stai cercando, la nostra mission è darvi informazioni tempestive, pertinenti». Peccato che nulla risulti dal motore di ricerca di Google in tema di studi che rivelino complicanze nelle campagne vaccinali e nell’utilizzo dei farmaci anti Covid a mRna, se non per classificarli come fake news.
Il metodo adottato, grazie al quale ogni opinione contraria al vaccino veniva esclusa dal motore di ricerca, è subito chiarito. Per quando riguarda Youtube, la piattaforma video di Google che nel 2021 ha registrato oltre 110 miliardi di visualizzazioni sulla salute, «l’obiettivo principale è stato la rimozione di disinformazione dannosa, promuovendo contemporaneamente contenuti da autorità sanitarie credibili». È proprio l’azienda a vantarsi di aver rimosso «oltre 1,5 milioni di video correlati alla pericolosa disinformazione del coronavirus, bufale e fake news», nei primi due anni della pandemia.
Nemmeno veniva lasciata agli utenti, la facoltà di scegliere che cosa leggere o come documentarsi perché da Internet spariva ogni riferimento estraneo al flusso informativo mainstream. Ma non basta, per il gigante della ricerca online, che afferma di voler continuare la collaborazione con l’Oms per «sostenere la trasformazione digitale in contesti con poche risorse», attraverso anche Open health stack, un programma lanciato a marzo per consentire agli sviluppatori di creare app relative alla salute di nuova generazione, con soluzioni già usate nell’Africa subsahariana, in India e nel Sud Est asiatico. App che seguirebbero le raccomandazioni dell’agenzia (come è accaduto in epoca Covid?) e che nascono avvalendosi di sviluppatori specializzati nel settore sanitario come Ona, Iprd Solutions, Argusoft, Intellisoft, cui saranno fornite «le giuste informazioni di cui hanno bisogno, decisioni basate sull’evidenza per i loro pazienti». Quale evidenza? Quella che epura i contraddittori nel mondo scientifico?
Il tutto, grazie a partnership con multinazionali come Samsung. Salute sì, forse, ma anche tanto business con la benedizione dell’Oms. Google dichiara pure l’obiettivo di «preparare le comunità per future minacce alla salute pubblica», rivelando una presunzione assoluta nel fornire strumenti adeguati, sempre d’intesa con l’Oms, «per un positivo impatto sulla vita delle persone», fa sapere la dottoressa Karen DeSalvo, responsabile sanitario dell’azienda informatica.
Non più solo sul Covid: Ad Grants sarà usato per tematiche quali salute mentale, influenza, vaiolo delle scimmie, Ebola, con oltre 28 milioni di annunci di servizio pubblico in sei lingue. Quest’anno arriveranno altri 50 milioni di dollari per sostenere la versione gratuita di Google Ads, marketing digitale, grazie alla quale l’Oms metterà in contatto «il maggior numero possibile di persone con informazioni autorevoli».
Molti dubbi rimangono sull’effettiva autorevolezza dei contenuti forniti a così tanti utenti e sull’oscurazione, invece, di questioni scomode ma fondamentali di salute pubblica. Anche perché Andy Pattison, responsabile dei canali digitali dell’Organizzazione mondiale della sanità, sostiene che «il lavoro svolto durante la pandemia ci ha permesso di dare informazioni importanti a così tante persone che ne avevano bisogno, come altrimenti non avremmo potuto fare». Una trasformazione digitale, con gli approcci di censura scientifica che abbiamo drammaticamente sperimentato in tre anni di emergenza Covid, non fa sperare in molto di buono.
Seicento sbarchi in un giorno solo. Lampedusa torna sotto pressione
Dagli undici barconi approdati ieri a Lampedusa sono sbarcati in 600. L’hotspot di contrada Imbriacola, formalmente passato in gestione, da qualche giorno, alla Croce rossa, è al suo primo stress test. Anche perché si prevede un incremento delle partenze, complice il bel tempo. E gli ospiti sono già arrivati a quota 800. Prefettura di Agrigento e Viminale hanno già cominciato ad alleggerire la struttura, disponendo il trasferimento di almeno 200 persone verso i centri d’accoglienza.Intanto Badia Grande, la coop che ha gestito l’hotspot e che è stata sottoposta a ispezioni e contestazioni della prefettura (che ha poi risolto l’affidamento), ha cominciato a frignare: «Dall’1 marzo 2022, data di inizio della nostra gestione posta in essere con una telefonata della prefettura di Agrigento e con appena cinque ore di preavviso, a oggi si è registrato un transito di oltre 80.000 immigrati. Numeri importanti che hanno indotto il governo a proclamare lo stato di emergenza e ad affidare la gestione della struttura alla Croce rossa italiana».Ed ecco il tentativo di difesa: «In questi mesi la coop è stata accusata di incapacità nella gestione o, peggio, di voler speculare sulla vita dei migranti, senza voler considerare che, nei fatti, ha dovuto affrontare con mezzi ordinari una situazione straordinaria». Secondo la cooperativa, i funzionari del ministero dell’Interno, nei giorni scorsi, avrebbero fornito «una visione corretta e oggettiva dello stato delle cose, sottolineando come non si possa «giudicare l’operato di chi c’era prima, perché qualunque altro soggetto avrebbe vissuto le stesse difficoltà, a cominciare dalla difficoltà di approvvigionamento del cibo». E hanno scaricato le responsabilità sul «sovrannumero di ospiti rispetto alle previsioni». Ma, soprattutto, «sui ritardi nell’effettuare i trasferimenti».Infine, Badia Grande fa sapere che «la quasi totale attività manutentiva degli immobili e degli impianti, di proprietà demaniale, non è di competenza del gestore dei servizi d’accoglienza». Bagni insufficienti e problemi igienico-sanitari sarebbero derivati «da uno stress nell’uso della struttura». Si autoassolve, Badia Grande. Ma i primi giorni della gestione della Croce rossa sembrano aver già dimostrato che un cambio di passo sia possibile. Oltre agli sbarchi autonomi, però, anche ieri le Ong hanno continuato a traghettare migranti. Andrà a Civitavecchia la Humanity One della Sos Humanity, con i 30 tirati a bordo da un gommone, partito dalla Libia, che si è trovato in difficoltà in acque internazionali. Le due navi che, invece, hanno violato il regolamento voluto dal ministro Matteo Piantedosi, la Mare Go (36 passeggeri) e la Sea Eye 4 (49 passeggeri), entrambe tedesche, dovranno restare ferme in porto per venti giorni. La prima, l’altro giorno, si è rifiutata di raggiungere il porto di Trapani, indicato dal governo, mentre la seconda ha effettuato più di un salvataggio prima di procedere verso il porto assegnato, ovvero quello di Ortona. «Applicato il decreto Ong con il blocco delle navi e, alla prossima violazione, scatta il sequestro», ha commentato il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, che ha aggiunto: «Il governo non delega a imbarcazioni private che battono bandiera straniera, finanziate da Stati esteri, il controllo delle frontiere e il soccorso». Ma anche a Nord, per l’invasione dalla rotta balcanica, è andato in affanno il meccanismo d’identificazione a Gradisca d’Isonzo (Gorizia), con 140 migranti (alcuni sarebbero affetti da difterite) da fotosegnalare in coda al comando stazione dei carabinieri. E Antonio Nicolosi, segretario generale del sindacato Unarma, è sbottato: «Non ci sono protocolli sanitari e neppure un mediatore culturale. Strumenti e figure che, invece, sono a disposizione della polizia di Stato. Inoltre segnaliamo che di fotosegnalamenti ne vengono fatti al massimo tre al giorno e questi immigrati rimangono così a bivaccare per il paese prima di essere ricollocati nel Cara».
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Patto tra l’Organizzazione guidata da Tedros Adhanom Ghebreyesus e il colosso delle Big tech per dare soltanto comunicazioni giudicate «credibili». Una stretta già vista in pandemia. La coop cacciata dall’hotspot frigna: «Fatto il massimo». Tensioni sulla rotta balcanica.Lo speciale contiene due articoli. Google e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) hanno lavorato insieme «per fare avere le giuste informazioni alle persone quando ne avevano più bisogno», in epoca Covid. Adesso, «aumenteremo il nostro impatto sulla salute per miliardi di persone», dichiara l’azienda statunitense sviluppatrice dell’omonimo motore di ricerca, annunciando un accordo di collaborazione pluriennale con l’Oms «per continuare a fornire informazioni sanitarie credibili», rispondendo «a problemi di salute pubblica emergenti e futuri».Prospettiva rassicurante? Niente affatto. Non bastano i finanziamenti dati, per fornire garanzie. Google fa sapere di aver donato all’Oms oltre 320 milioni di dollari in pubblicità tramite Ad Grants, il programma per le no profit che permette di creare delle campagne sulla rete di ricerca. Si tratta della donazione più grande, in assoluto, fornita dall’azienda informatica. E, sempre Google, annuncia di avere stanziato altri 50 milioni di dollari per il 2023, sempre «per sostenere l’Oms nel continuare il suo lavoro di grande impatto nella sanità pubblica». In nome della scienza o dando voce solo a quello che si vuole propagandare in via ufficiale, come quando si è sostenuto il vaccino quale unico rimedio, senza contraddittorio? Basta guardare l’esito della strategia messa in atto con l’Oms, racchiusa nel dossier Il potere della collaborazione di fronte a la pandemia di Covid-19: Google e l’Organizzazione mondiale della sanità. Vi si legge che, dall’inizio dell’emergenza sanitaria internazionale, le persone che si sono affidate a Google «centinaia di milioni di volte al giorno, con domande relative alla salute», sarebbero state aiutate a trovare «prodotti di alta qualità, informazioni affidabili basate su dati pertinenti su dove vivevano, da fonti attendibili in risposta alle esigenze degli utenti». Hema Budaraju, direttore senior dell’impatto sociale della ricerca presso Google, ha sostenuto: «Non importa quello che stai cercando, la nostra mission è darvi informazioni tempestive, pertinenti». Peccato che nulla risulti dal motore di ricerca di Google in tema di studi che rivelino complicanze nelle campagne vaccinali e nell’utilizzo dei farmaci anti Covid a mRna, se non per classificarli come fake news.Il metodo adottato, grazie al quale ogni opinione contraria al vaccino veniva esclusa dal motore di ricerca, è subito chiarito. Per quando riguarda Youtube, la piattaforma video di Google che nel 2021 ha registrato oltre 110 miliardi di visualizzazioni sulla salute, «l’obiettivo principale è stato la rimozione di disinformazione dannosa, promuovendo contemporaneamente contenuti da autorità sanitarie credibili». È proprio l’azienda a vantarsi di aver rimosso «oltre 1,5 milioni di video correlati alla pericolosa disinformazione del coronavirus, bufale e fake news», nei primi due anni della pandemia.Nemmeno veniva lasciata agli utenti, la facoltà di scegliere che cosa leggere o come documentarsi perché da Internet spariva ogni riferimento estraneo al flusso informativo mainstream. Ma non basta, per il gigante della ricerca online, che afferma di voler continuare la collaborazione con l’Oms per «sostenere la trasformazione digitale in contesti con poche risorse», attraverso anche Open health stack, un programma lanciato a marzo per consentire agli sviluppatori di creare app relative alla salute di nuova generazione, con soluzioni già usate nell’Africa subsahariana, in India e nel Sud Est asiatico. App che seguirebbero le raccomandazioni dell’agenzia (come è accaduto in epoca Covid?) e che nascono avvalendosi di sviluppatori specializzati nel settore sanitario come Ona, Iprd Solutions, Argusoft, Intellisoft, cui saranno fornite «le giuste informazioni di cui hanno bisogno, decisioni basate sull’evidenza per i loro pazienti». Quale evidenza? Quella che epura i contraddittori nel mondo scientifico? Il tutto, grazie a partnership con multinazionali come Samsung. Salute sì, forse, ma anche tanto business con la benedizione dell’Oms. Google dichiara pure l’obiettivo di «preparare le comunità per future minacce alla salute pubblica», rivelando una presunzione assoluta nel fornire strumenti adeguati, sempre d’intesa con l’Oms, «per un positivo impatto sulla vita delle persone», fa sapere la dottoressa Karen DeSalvo, responsabile sanitario dell’azienda informatica.Non più solo sul Covid: Ad Grants sarà usato per tematiche quali salute mentale, influenza, vaiolo delle scimmie, Ebola, con oltre 28 milioni di annunci di servizio pubblico in sei lingue. Quest’anno arriveranno altri 50 milioni di dollari per sostenere la versione gratuita di Google Ads, marketing digitale, grazie alla quale l’Oms metterà in contatto «il maggior numero possibile di persone con informazioni autorevoli».Molti dubbi rimangono sull’effettiva autorevolezza dei contenuti forniti a così tanti utenti e sull’oscurazione, invece, di questioni scomode ma fondamentali di salute pubblica. Anche perché Andy Pattison, responsabile dei canali digitali dell’Organizzazione mondiale della sanità, sostiene che «il lavoro svolto durante la pandemia ci ha permesso di dare informazioni importanti a così tante persone che ne avevano bisogno, come altrimenti non avremmo potuto fare». Una trasformazione digitale, con gli approcci di censura scientifica che abbiamo drammaticamente sperimentato in tre anni di emergenza Covid, non fa sperare in molto di buono.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oms-google-la-tecnocensura-sanitaria-2660888382.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="seicento-sbarchi-in-un-giorno-solo-lampedusa-torna-sotto-pressione" data-post-id="2660888382" data-published-at="1685860140" data-use-pagination="False"> Seicento sbarchi in un giorno solo. Lampedusa torna sotto pressione Dagli undici barconi approdati ieri a Lampedusa sono sbarcati in 600. L’hotspot di contrada Imbriacola, formalmente passato in gestione, da qualche giorno, alla Croce rossa, è al suo primo stress test. Anche perché si prevede un incremento delle partenze, complice il bel tempo. E gli ospiti sono già arrivati a quota 800. Prefettura di Agrigento e Viminale hanno già cominciato ad alleggerire la struttura, disponendo il trasferimento di almeno 200 persone verso i centri d’accoglienza.Intanto Badia Grande, la coop che ha gestito l’hotspot e che è stata sottoposta a ispezioni e contestazioni della prefettura (che ha poi risolto l’affidamento), ha cominciato a frignare: «Dall’1 marzo 2022, data di inizio della nostra gestione posta in essere con una telefonata della prefettura di Agrigento e con appena cinque ore di preavviso, a oggi si è registrato un transito di oltre 80.000 immigrati. Numeri importanti che hanno indotto il governo a proclamare lo stato di emergenza e ad affidare la gestione della struttura alla Croce rossa italiana».Ed ecco il tentativo di difesa: «In questi mesi la coop è stata accusata di incapacità nella gestione o, peggio, di voler speculare sulla vita dei migranti, senza voler considerare che, nei fatti, ha dovuto affrontare con mezzi ordinari una situazione straordinaria». Secondo la cooperativa, i funzionari del ministero dell’Interno, nei giorni scorsi, avrebbero fornito «una visione corretta e oggettiva dello stato delle cose, sottolineando come non si possa «giudicare l’operato di chi c’era prima, perché qualunque altro soggetto avrebbe vissuto le stesse difficoltà, a cominciare dalla difficoltà di approvvigionamento del cibo». E hanno scaricato le responsabilità sul «sovrannumero di ospiti rispetto alle previsioni». Ma, soprattutto, «sui ritardi nell’effettuare i trasferimenti».Infine, Badia Grande fa sapere che «la quasi totale attività manutentiva degli immobili e degli impianti, di proprietà demaniale, non è di competenza del gestore dei servizi d’accoglienza». Bagni insufficienti e problemi igienico-sanitari sarebbero derivati «da uno stress nell’uso della struttura». Si autoassolve, Badia Grande. Ma i primi giorni della gestione della Croce rossa sembrano aver già dimostrato che un cambio di passo sia possibile. Oltre agli sbarchi autonomi, però, anche ieri le Ong hanno continuato a traghettare migranti. Andrà a Civitavecchia la Humanity One della Sos Humanity, con i 30 tirati a bordo da un gommone, partito dalla Libia, che si è trovato in difficoltà in acque internazionali. Le due navi che, invece, hanno violato il regolamento voluto dal ministro Matteo Piantedosi, la Mare Go (36 passeggeri) e la Sea Eye 4 (49 passeggeri), entrambe tedesche, dovranno restare ferme in porto per venti giorni. La prima, l’altro giorno, si è rifiutata di raggiungere il porto di Trapani, indicato dal governo, mentre la seconda ha effettuato più di un salvataggio prima di procedere verso il porto assegnato, ovvero quello di Ortona. «Applicato il decreto Ong con il blocco delle navi e, alla prossima violazione, scatta il sequestro», ha commentato il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, che ha aggiunto: «Il governo non delega a imbarcazioni private che battono bandiera straniera, finanziate da Stati esteri, il controllo delle frontiere e il soccorso». Ma anche a Nord, per l’invasione dalla rotta balcanica, è andato in affanno il meccanismo d’identificazione a Gradisca d’Isonzo (Gorizia), con 140 migranti (alcuni sarebbero affetti da difterite) da fotosegnalare in coda al comando stazione dei carabinieri. E Antonio Nicolosi, segretario generale del sindacato Unarma, è sbottato: «Non ci sono protocolli sanitari e neppure un mediatore culturale. Strumenti e figure che, invece, sono a disposizione della polizia di Stato. Inoltre segnaliamo che di fotosegnalamenti ne vengono fatti al massimo tre al giorno e questi immigrati rimangono così a bivaccare per il paese prima di essere ricollocati nel Cara».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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