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2021-12-19
Omissioni, contraddizioni e bugie sui rischi dell’iniezione ai più piccoli
(Ansa)
Nella fascia di età 6-11 anni i decessi per Covid registrati dall’Istituto superiore di sanità, dall’inizio della pandemia, sono stati nove, quindi circa cinque in un anno. L’Iss scrive anche che tra tutti i morti di Covid, soltanto tre su cento erano persone con nessuna patologia. Considerando che i bimbi morti sono stati appunto 9, dal punto di vista statistico la percentuale dei bambini sani morti è superiore allo zero in maniera infinitesimale e questo dato collima con quello della Germania: da uno studio enorme su tutta la popolazione, in fase di pubblicazione ma svolto da autori di massimo prestigio, tra cui Anna-Lisa Sorg, epidemiologa pediatrica dell’Università di Monaco, risulta che nessun bambino tedesco sano tra i 5 e gli 11 anni è morto dall’inizio della pandemia. Quanto ai ricoveri in terapia intensiva, in Italia l’Iss ne registra 37 nella fascia di età 6-11, sempre dal febbraio 2020. Ciò significa circa 20 in un anno. Vuol dire, calcolando il totale della popolazione per quella fascia di età (3.194.351), che su tutti i bambini italiani dai 6 agli 11 anni sono finiti in intensiva lo 0,0006 per cento del totale, cioè 6 su un milione. I morti in un anno sono stati cinque, quindi 3 su un milione e si trattava di bambini già sofferenti di altre patologie.
Questi sono alcuni numeri che dovrebbero far riflettere, anche se sul sito dell’Agenzia italiana del farmaco, nella nota che autorizza e consiglia la vaccinazione pediatrica contro il Covid-19, si citano numeri diversi. Sono diversi non perché derivino da altre fonti, bensì perché Aifa omette di comunicare il campione di riferimento. Esempio concreto: Aifa scrive che 1,4 su 10.000 bambini finisce in terapia intensiva ma non specifica che i 10.000 non sono tutti i bambini, bensì soltanto i bambini contagiati, che in totale sono stati nella fascia 6-11 appena 251.221 dall’inizio della pandemia, quindi in un anno circa 150.000 su un totale di quasi tre milioni e 200.000 bambini. Non è la sola omissione. Aifa scrive che «lo studio registrato nella popolazione 5-11 anni ha mostrato un’efficacia nella riduzione delle infezioni sintomatiche da Sars-Cov-2 pari al 90,7% rispetto al placebo e che «per gli aspetti di sicurezza lo studio non ha evidenziato eventi avversi gravi correlati», ma non specifica che lo studio è stato fatto da Pzifer su un campione considerato assai ridotto. Non solo. Aifa non scrive ciò che invece scrive Ema, l’Agenzia europea della medicina e cioè: se è vero che dei 1.005 bambini vaccinati nessuno ha sviluppato Covid-19, soltanto 16 bambini su 978 che hanno ricevuto il placebo si è infettato.
Tali omissioni appaiono fuorvianti per valutare il rischio rispetto al beneficio. Aifa riporta che «i dati di farmacovigilanza relativi ai circa 3.300.000 bambini di 5-11 anni già vaccinati, prevalentemente con una dose, negli Stati Uniti, non evidenziano al momento nessun segnale di allerta in termini di sicurezza», ma anche qui non riferisce che si tratta di farmacovigilanza passiva (ovvero di dati assai sottostimati, secondo la letteratura scientifica, in una proporzione di almeno 1 a 100). Aifa ammette che il periodo di osservazione di riferimento è stato di breve durata (media 16 giorni), ma questa comunicazione è in un inciso. Eppure, lo stesso comitato per la sicurezza dell’Ema (Prac), valutando i dati aggiornati su miocarditi e pericarditi, riferisce sulla base di uno studio francese - che ha seguito i vaccinati solo per una settimana - e di uno studio norvegese - che li ha seguiti per 4 settimane - che può essere colpita da questi eventi fino a una persona su 10.000. Il Prac definisce tale rischio «molto raro» e però scrive che «i dati mostrano che l’aumento del rischio di miocardite dopo la vaccinazione è maggiore nei maschi più giovani e che sono stati osservati più spesso questi eventi dopo la seconda somministrazione». Ciò rende dunque insignificante il dato che riporta Aifa sui bambini americani vaccinati «prevalentemente», come è scritto, con la prima dose. Lo studio norvegese citato da Ema che ha seguito i vaccinati di età tra i 16 e 24 anni per 4 settimane ha trovato peraltro un eccesso, rispetto all’atteso, di 1,9 casi di miocardite ogni 10.000 vaccinati, cioè il doppio della media fatta da Ema.
Questi dunque i numeri sui rischi noti, che se confrontati con il rischio che hanno i bambini di morire di Covid parlano chiaro: almeno un vaccinato su 10.000 potrà avere una miocardite, ma i bambini morti di Covid nella fascia di età 5-11 sono stati 3 su un milione e nessuno di loro era un bambino sano. Non si conoscono poi i rischi a medio e a lungo termine, perché il vaccino è ancora in fase sperimentale, così come lo è quello già inoculato in massa agli adolescenti. Stiamo vedendo che i bugiardini vengono continuamente aggiornati con nuovi effetti collaterali e Moderna non viene più somministrato agli under 30 in Danimarca, Svezia, Germania e Francia, mentre da noi ancora viene fatto. Astrazeneca è stato vietato pure in Italia agli under 65, ma solo dopo che si sono verificati eventi fatali. Anche per gli adolescenti i numeri dei morti di Covid sono infimi e dunque su questo bisognerebbe ancora riflettere: l’Iss registra 8 decessi (dall’inizio della pandemia) tra i 12 e i 19 anni (meno di 5, dunque, in un anno) e sette decessi nella fascia 16-19 (quattro circa in un anno). Le statistiche ci dicono che anche in questo caso si trattava di ragazzi già malati. Complessivamente, nella fascia tra gli 0 e 19 anni, i morti di Covid, dall’inizio della pandemia, sono stati 35, tutti già malati. Nel 2019 sono morti di incidenti stradali 40 bambini ( presumibilmente sani) e nel quinquennio 2015- 2019 sono morti in media ogni anno ben 2.505 tra bambini e ragazzi tra gli 0 e i 19 anni, di cui 356 per cancro.
«I genitori sappiano che i trial su questi vaccini termineranno nel 2024 e questi prodotti non sono stati testati né per gli effetti cancerogeni né per quelli genotossici (alterazioni del genoma , potenzialmente gravi per le gravidanze, ndr)» sostiene Patrizia Gentilini, oncologa in pensione con una carriera ospedaliera lunga 35 anni. Ora fa parte di una commissione medico-scientifica indipendente insieme ai colleghi Paolo Bellavite, ematologo, Marco Cosentino, farmacologo, Giovanni Frajese, endocrinologo, Alberto Donzelli, già membro del Consiglio superiore di sanità ed Eugenio Serravalle, pediatra. La commissione ha chiesto un confronto basato sui dati scientifici con le nostre autorità sanitarie, invano. «Ci hanno ignorato e intanto il coordinatore del Cts, Franco Locatelli, ha affermato qualcosa che contraddice la stessa Ema: egli ha dichiarato che le miocarditi, dopo il vaccino, hanno solo forme lievi e reversibili quando invece Ema scrive che il decorso della miocardite e della pericardite dopo la vaccinazione non è diverso dalla miocardite o dalla pericardite nella popolazione generale», fa notare Alberto Donzelli, ricordando che anche quando si guarisce dalla miocardite, che è comunque un effetto avverso «grave», potenzialmente mortale, «le cellule cardiache non si rigenerano».
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In due anni di pandemia, i bambini italiani morti sono stati 9. I contagiati finiti in intensiva 6 su un milione. Nel magnificare la necessità della baby vaccinazione, Aifa glissa sul campione di riferimento, assai ridotto.Nella fascia di età 6-11 anni i decessi per Covid registrati dall’Istituto superiore di sanità, dall’inizio della pandemia, sono stati nove, quindi circa cinque in un anno. L’Iss scrive anche che tra tutti i morti di Covid, soltanto tre su cento erano persone con nessuna patologia. Considerando che i bimbi morti sono stati appunto 9, dal punto di vista statistico la percentuale dei bambini sani morti è superiore allo zero in maniera infinitesimale e questo dato collima con quello della Germania: da uno studio enorme su tutta la popolazione, in fase di pubblicazione ma svolto da autori di massimo prestigio, tra cui Anna-Lisa Sorg, epidemiologa pediatrica dell’Università di Monaco, risulta che nessun bambino tedesco sano tra i 5 e gli 11 anni è morto dall’inizio della pandemia. Quanto ai ricoveri in terapia intensiva, in Italia l’Iss ne registra 37 nella fascia di età 6-11, sempre dal febbraio 2020. Ciò significa circa 20 in un anno. Vuol dire, calcolando il totale della popolazione per quella fascia di età (3.194.351), che su tutti i bambini italiani dai 6 agli 11 anni sono finiti in intensiva lo 0,0006 per cento del totale, cioè 6 su un milione. I morti in un anno sono stati cinque, quindi 3 su un milione e si trattava di bambini già sofferenti di altre patologie. Questi sono alcuni numeri che dovrebbero far riflettere, anche se sul sito dell’Agenzia italiana del farmaco, nella nota che autorizza e consiglia la vaccinazione pediatrica contro il Covid-19, si citano numeri diversi. Sono diversi non perché derivino da altre fonti, bensì perché Aifa omette di comunicare il campione di riferimento. Esempio concreto: Aifa scrive che 1,4 su 10.000 bambini finisce in terapia intensiva ma non specifica che i 10.000 non sono tutti i bambini, bensì soltanto i bambini contagiati, che in totale sono stati nella fascia 6-11 appena 251.221 dall’inizio della pandemia, quindi in un anno circa 150.000 su un totale di quasi tre milioni e 200.000 bambini. Non è la sola omissione. Aifa scrive che «lo studio registrato nella popolazione 5-11 anni ha mostrato un’efficacia nella riduzione delle infezioni sintomatiche da Sars-Cov-2 pari al 90,7% rispetto al placebo e che «per gli aspetti di sicurezza lo studio non ha evidenziato eventi avversi gravi correlati», ma non specifica che lo studio è stato fatto da Pzifer su un campione considerato assai ridotto. Non solo. Aifa non scrive ciò che invece scrive Ema, l’Agenzia europea della medicina e cioè: se è vero che dei 1.005 bambini vaccinati nessuno ha sviluppato Covid-19, soltanto 16 bambini su 978 che hanno ricevuto il placebo si è infettato. Tali omissioni appaiono fuorvianti per valutare il rischio rispetto al beneficio. Aifa riporta che «i dati di farmacovigilanza relativi ai circa 3.300.000 bambini di 5-11 anni già vaccinati, prevalentemente con una dose, negli Stati Uniti, non evidenziano al momento nessun segnale di allerta in termini di sicurezza», ma anche qui non riferisce che si tratta di farmacovigilanza passiva (ovvero di dati assai sottostimati, secondo la letteratura scientifica, in una proporzione di almeno 1 a 100). Aifa ammette che il periodo di osservazione di riferimento è stato di breve durata (media 16 giorni), ma questa comunicazione è in un inciso. Eppure, lo stesso comitato per la sicurezza dell’Ema (Prac), valutando i dati aggiornati su miocarditi e pericarditi, riferisce sulla base di uno studio francese - che ha seguito i vaccinati solo per una settimana - e di uno studio norvegese - che li ha seguiti per 4 settimane - che può essere colpita da questi eventi fino a una persona su 10.000. Il Prac definisce tale rischio «molto raro» e però scrive che «i dati mostrano che l’aumento del rischio di miocardite dopo la vaccinazione è maggiore nei maschi più giovani e che sono stati osservati più spesso questi eventi dopo la seconda somministrazione». Ciò rende dunque insignificante il dato che riporta Aifa sui bambini americani vaccinati «prevalentemente», come è scritto, con la prima dose. Lo studio norvegese citato da Ema che ha seguito i vaccinati di età tra i 16 e 24 anni per 4 settimane ha trovato peraltro un eccesso, rispetto all’atteso, di 1,9 casi di miocardite ogni 10.000 vaccinati, cioè il doppio della media fatta da Ema. Questi dunque i numeri sui rischi noti, che se confrontati con il rischio che hanno i bambini di morire di Covid parlano chiaro: almeno un vaccinato su 10.000 potrà avere una miocardite, ma i bambini morti di Covid nella fascia di età 5-11 sono stati 3 su un milione e nessuno di loro era un bambino sano. Non si conoscono poi i rischi a medio e a lungo termine, perché il vaccino è ancora in fase sperimentale, così come lo è quello già inoculato in massa agli adolescenti. Stiamo vedendo che i bugiardini vengono continuamente aggiornati con nuovi effetti collaterali e Moderna non viene più somministrato agli under 30 in Danimarca, Svezia, Germania e Francia, mentre da noi ancora viene fatto. Astrazeneca è stato vietato pure in Italia agli under 65, ma solo dopo che si sono verificati eventi fatali. Anche per gli adolescenti i numeri dei morti di Covid sono infimi e dunque su questo bisognerebbe ancora riflettere: l’Iss registra 8 decessi (dall’inizio della pandemia) tra i 12 e i 19 anni (meno di 5, dunque, in un anno) e sette decessi nella fascia 16-19 (quattro circa in un anno). Le statistiche ci dicono che anche in questo caso si trattava di ragazzi già malati. Complessivamente, nella fascia tra gli 0 e 19 anni, i morti di Covid, dall’inizio della pandemia, sono stati 35, tutti già malati. Nel 2019 sono morti di incidenti stradali 40 bambini ( presumibilmente sani) e nel quinquennio 2015- 2019 sono morti in media ogni anno ben 2.505 tra bambini e ragazzi tra gli 0 e i 19 anni, di cui 356 per cancro.«I genitori sappiano che i trial su questi vaccini termineranno nel 2024 e questi prodotti non sono stati testati né per gli effetti cancerogeni né per quelli genotossici (alterazioni del genoma , potenzialmente gravi per le gravidanze, ndr)» sostiene Patrizia Gentilini, oncologa in pensione con una carriera ospedaliera lunga 35 anni. Ora fa parte di una commissione medico-scientifica indipendente insieme ai colleghi Paolo Bellavite, ematologo, Marco Cosentino, farmacologo, Giovanni Frajese, endocrinologo, Alberto Donzelli, già membro del Consiglio superiore di sanità ed Eugenio Serravalle, pediatra. La commissione ha chiesto un confronto basato sui dati scientifici con le nostre autorità sanitarie, invano. «Ci hanno ignorato e intanto il coordinatore del Cts, Franco Locatelli, ha affermato qualcosa che contraddice la stessa Ema: egli ha dichiarato che le miocarditi, dopo il vaccino, hanno solo forme lievi e reversibili quando invece Ema scrive che il decorso della miocardite e della pericardite dopo la vaccinazione non è diverso dalla miocardite o dalla pericardite nella popolazione generale», fa notare Alberto Donzelli, ricordando che anche quando si guarisce dalla miocardite, che è comunque un effetto avverso «grave», potenzialmente mortale, «le cellule cardiache non si rigenerano».
Ecco #DimmiLaVerità del 4 marzo 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché la guerra in Iran potrebbe durare a lungo.
Il Kazakistan è una landa sconfinata fra le ultime propaggini dell’Europa e l’immensa steppa asiatica che occupa la parte centrale di questa nazione. Nonostante i 2,7 milioni di chilometri quadrati che ne compongono la superficie, il Kazakistan ha appena di 19 milioni di abitanti, concentrati soprattutto in alcune aree specifiche come nella capitale Astana. Questo poco conosciuto gigante euro-asiatico è stato un serbatoio energetico dell’Unione Sovietica che vi ha impiantato sconfinate coltivazioni agricole. Mosca stabilì qui quello che veniva chiamato cosmodromo, esattamente a Bajkonur che è la più antica e grande base di lancio al mondo, tuttora gestita dalla Russia tramite un contratto d’affitto. Da Bajkonur è stato lanciato il primo satellite, il famoso Sputnik, e da qui è partito Jury Gagarin primo uomo arrivato nello spazio e sempre a Bajkonur è stato sviluppato e lanciato l'unico volo del Buran, lo space shuttle sovietico, nel 1988.
Ma il moderno Kazakistan ha saputo reinventarsi, diventando un attore cardine in un’area complicata come l’Asia centrale. Senza rinunciare agli storici rapporti con la Russia, Astana ha aperto alla Cina, fortemente interessate alle risorse energetiche dell’area e anche all’Europa con una serie di accordi commerciali. Oggi Astana rappresenta la più importante economia della regione con un Pil che nel 2023 ha raggiunto i 260 miliardi di dollari, nel 1991, data della sua indipendenza dall’Unione Sovietica, era di appena 11 miliardi. Come detto la sua crescita è trainata dai giacimenti di petrolio, gas e uranio, il greggio è particolarmente abbondante nel paese che occupa la dodicesima posizione nel mondo per riserve petrolifere, un fatto che aumentato il suo peso anche in funzione di sostituzione di gas e petrolio proveniente dalla Russia. Il ministro degli Esteri di Astana si è dimostrato un campione di equilibrismo, anche nella guerra fra Russia ed Ucraina, condannando le azioni di Mosca, ma senza chiudere i rapporti economici e politici. Basta vedere che dall’inizio del conflitto l’interscambio fra le due nazioni è cresciuto superando i 20 miliardi di dollari nel primo semestre del 2024, approfittando del crollo delle relazioni commerciali con l’Europa ed inserendosi con una certa abilità.
Ma è il commercio con Pechino che dal 2022 è sempre raddoppiato passando da 24 miliardi a 41 fino a raggiungere i 60 miliardi di interscambio. La Cina è proprietaria di importanti quote di giacimenti di gas e petrolio in Kazakhistan ed ha costruito un oleodotto che trasporta 20 milioni di tonnellate di petrolio ogni anno in direzione del comparto industriale cinese. Storicamente Astana è anche un grande produttore agricolo e Pechino nel 2023 ha acquistato 3,5 milioni di tonnellate di derrate alimentari, investendo anche nell’ammodernamento delle vetuste infrastrutture agricole kazake. La grande repubblica euroasiatica nel 2025 è crescita del 5%, migliorando il 3,4% del 2024, con un’inflazione sotto controllo, nonostante la debolezza degli scambi del tenge, la moneta locale. Il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev ha lodato più volte pubblicamente la stabilità dei «Cinque dell’Asia centrale», paesi prosperi e in costante sviluppo che stanno diventando sempre più influenti. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan stanno intensificando le loro relazioni segnando l’inizio di un nuovo periodo per lo sviluppo della regione nei prossimi cinque anni. Il presidente Tokayev ha definito l’area come un unico spazio geopolitico e spirituale, che avrebbe conservato la propria unicità nel corso della creazione e del crollo di vari imperi. «Tutti e cinque siamo stati in grado di modernizzare le istituzioni e le infrastrutture con una crescita economica costante. Oggi i nostri rapporti hanno acquisito contenuto concreto e sono saliti al livello di una profonda partnership e alleanza strategica. Soprattutto, i cinque Paesi hanno adottato una strategia prudente nelle relazioni di politica estera che ha aperto la strada alla loro piena partecipazione ai processi globali. Dal 2018 al 2024, l’interscambio commerciale è passato da 5,7 miliardi di dollari a dodici miliardi con un piano d’azione per la cooperazione industriale. Abbiamo sei obiettivi: dal mantenimento della pace alla cooperazione economica, dalla sicurezza idrica ed alimentare al lavoro con le nuove generazioni, per finire dobbiamo migliorare la nostra immagine e rivendicando i fondamenti di un’identità nazionale e regionale». Un grande progetto per un’area in crescita, che ha già lanciato la sua sfida al resto del mondo.
Dalla Crimea ai gulag del Kazakistan: l'olocausto degli italiani
Famiglie italiane erano presenti in Crimea fin dai tempi delle Repubbliche marinare di Genova e Venezia. Provenienti in maggioranza dalla prima, si erano stabilite nelle colonie di Caffa e Sebastopoli, dove avevano fondato una florida base commerciale sulle acque del Mar Nero. La loro presenza durò dal 1266 al 1475, anno della conquista ottomana. Dopo la metà dell’Ottocento, un nuovo flusso di italiani si stabilì in Crimea, in particolare proveniente dalla Puglia. Il motivo dell’emigrazione era dovuto alle prospettive che la vendita a buon prezzo di appezzamenti di terreno da parte dello Zar offriva ai contadini italiani, che si stabilirono quasi tutti nella cittadina di Kerç. La comunità italiana di Crimea fiorì all’alba del XX secolo, con l’istituzione di scuole, circoli e di una chiesa cattolica. I piccoli proprietari agricoli e i commercianti avevano raggiunto un buon livello di benessere, arrivando a rappresentare tra l’1,2 e il 2% della popolazione locale già negli ultimi anni dell’Ottocento.
I primi problemi per gli italiani di Crimea giunsero con l’avvento del bolscevismo e con l’arrivo di comunisti italiani fuoriusciti. A Kerç questi ultimi, al servizio delle autorità sovietiche, ebbero il compito di «rieducare» i compatrioti e di forzarli ad aderire alla collettivizzazione forzata delle terre, esercitando progressivamente un potere repressivo e di controllo sugli italiani di Crimea. A Kerç nacque il kholkoz «Sacco e Vanzetti» dove i fuoriusciti del PCI vigilavano sempre di più sulle inclinazioni politiche dei connazionali. L’avvento di Stalin fece precipitare la situazione. Gli italiani furono inquadrati come spie fasciste anche senza alcuna prova. Durante gli anni Trenta furono numerosi gli arresti tra la comunità italiana da parte dell’Nkvd (la polizia segreta sovietica) e molti dei sospettati scomparvero dopo la deportazione, quasi sempre fucilati senza processo.
La guerra, culminata con l’«Operazione Barbarossa» fece precipitare la comunità italiana nel baratro, segnando l’inizio dell’olocausto per lunghi decenni dimenticato. La deportazione sistematica delle famiglie italiane ebbe una data d’inizio, il 29 gennaio 1942 e una destinazione: i gulag del Kazakistan. Arrestati nelle loro abitazioni, gli italiani ebbero solo due ore per preparare poche masserizie e montare sui carri bestiame, che per molti di loro furono già una tomba. Il lunghissimo tragitto verso le steppe gelate fu compiuto per ferrovia e per nave. Anche la navigazione fu spesso causa di morte, oltre che per le condizioni drammatiche dei prigionieri nelle stive, anche per gli attacchi degli aerei tedeschi che almeno in un caso accertato causarono l’affondamento dell’imbarcazione dove erano stipati gli italiani. Quasi la metà dei deportati morì durante la lunga marcia della morte, soprattutto i vecchi e molti bambini. Molti altri furono vinti dal freddo estremo (circa -40°C), dalla malnutrizione e dalle malattie. I cadaveri scaricati dai vagoni ferroviari venivano abbandonati nelle stazioni dove i treni della morte sostavano al gelo per fare passare tutti gli altri convogli. Gli italiani sopravvissuti arrivarono in Kazakistan dopo circa due mesi e furono destinati a campi di lavoro forzato in particolare nel gulag del distretto minerario di Karaganda e in quello di Atbasar, cittadina a Nordovest di Astana, la capitale. Qui le condizioni di vita erano proibitive e il freddo e la malnutrizione costante completarono lo sterminio degli italiani di Crimea. Le baracche erano catapecchie di paglia e sterco di cavallo, spesso senza letti e senza ogni tipo di fonte di riscaldamento. Dei circa 2.000 cittadini deportati, solo 78 ritornarono a Kerç poco dopo la guerra. Pochi altri sopravvissuti rimasero in Kazakhistan, non avendo la possibilità di ritornare alle zone di origine, e di fatto nascondendo le proprie origini per il timore di ritorsioni e violenze anche molto dopo la fine della guerra. La successiva divisione del mondo in due blocchi contrapposti pose un’ulteriore barriera di silenzio sull’olocausto degli italiani. Solo dopo il crollo dell’Urss vi furono alcuni riconoscimenti e riabilitazioni di vittime delle quali spesso non si conosceva neppure il luogo di sepoltura, verosimilmente localizzato nelle tante fosse comuni che il Terrore staliniano e la guerra avevano istituito. Oggi gli italiani di Crimea sono circa 500, rappresentati dal presidente dell’associazione Cerkio Giulia Giacchetti Boico che per anni ha lottato per la riabilitazione delle vittime italiane delle deportazioni sovietiche. Solo nel 2015, quando la Crimea era già stata annessa alla Federazione Russa, Vladimir Putin riconobbe lo status di «deportati speciali» della minoranza etnica italiana dopo un incontro informale con l’ex premier Silvio Berlusconi.
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Lo ha dichiarato il Presidente di Coldiretti Ettore Prandini, intervenendo sul tema dei fertilizzanti e delle risorse Ue per la Politica agricola comune, durante il Forum alimentare globale Farm Europe 2026.
Nell'analisi del direttore, Maurizio Belpietro, emerge una realtà cruda: la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran non è un conflitto "lontano". È una scossa sismica che minaccia di travolgere l'economia europea, già provata dal conflitto in Ucraina.