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2021-12-19
Omissioni, contraddizioni e bugie sui rischi dell’iniezione ai più piccoli
(Ansa)
Nella fascia di età 6-11 anni i decessi per Covid registrati dall’Istituto superiore di sanità, dall’inizio della pandemia, sono stati nove, quindi circa cinque in un anno. L’Iss scrive anche che tra tutti i morti di Covid, soltanto tre su cento erano persone con nessuna patologia. Considerando che i bimbi morti sono stati appunto 9, dal punto di vista statistico la percentuale dei bambini sani morti è superiore allo zero in maniera infinitesimale e questo dato collima con quello della Germania: da uno studio enorme su tutta la popolazione, in fase di pubblicazione ma svolto da autori di massimo prestigio, tra cui Anna-Lisa Sorg, epidemiologa pediatrica dell’Università di Monaco, risulta che nessun bambino tedesco sano tra i 5 e gli 11 anni è morto dall’inizio della pandemia. Quanto ai ricoveri in terapia intensiva, in Italia l’Iss ne registra 37 nella fascia di età 6-11, sempre dal febbraio 2020. Ciò significa circa 20 in un anno. Vuol dire, calcolando il totale della popolazione per quella fascia di età (3.194.351), che su tutti i bambini italiani dai 6 agli 11 anni sono finiti in intensiva lo 0,0006 per cento del totale, cioè 6 su un milione. I morti in un anno sono stati cinque, quindi 3 su un milione e si trattava di bambini già sofferenti di altre patologie.
Questi sono alcuni numeri che dovrebbero far riflettere, anche se sul sito dell’Agenzia italiana del farmaco, nella nota che autorizza e consiglia la vaccinazione pediatrica contro il Covid-19, si citano numeri diversi. Sono diversi non perché derivino da altre fonti, bensì perché Aifa omette di comunicare il campione di riferimento. Esempio concreto: Aifa scrive che 1,4 su 10.000 bambini finisce in terapia intensiva ma non specifica che i 10.000 non sono tutti i bambini, bensì soltanto i bambini contagiati, che in totale sono stati nella fascia 6-11 appena 251.221 dall’inizio della pandemia, quindi in un anno circa 150.000 su un totale di quasi tre milioni e 200.000 bambini. Non è la sola omissione. Aifa scrive che «lo studio registrato nella popolazione 5-11 anni ha mostrato un’efficacia nella riduzione delle infezioni sintomatiche da Sars-Cov-2 pari al 90,7% rispetto al placebo e che «per gli aspetti di sicurezza lo studio non ha evidenziato eventi avversi gravi correlati», ma non specifica che lo studio è stato fatto da Pzifer su un campione considerato assai ridotto. Non solo. Aifa non scrive ciò che invece scrive Ema, l’Agenzia europea della medicina e cioè: se è vero che dei 1.005 bambini vaccinati nessuno ha sviluppato Covid-19, soltanto 16 bambini su 978 che hanno ricevuto il placebo si è infettato.
Tali omissioni appaiono fuorvianti per valutare il rischio rispetto al beneficio. Aifa riporta che «i dati di farmacovigilanza relativi ai circa 3.300.000 bambini di 5-11 anni già vaccinati, prevalentemente con una dose, negli Stati Uniti, non evidenziano al momento nessun segnale di allerta in termini di sicurezza», ma anche qui non riferisce che si tratta di farmacovigilanza passiva (ovvero di dati assai sottostimati, secondo la letteratura scientifica, in una proporzione di almeno 1 a 100). Aifa ammette che il periodo di osservazione di riferimento è stato di breve durata (media 16 giorni), ma questa comunicazione è in un inciso. Eppure, lo stesso comitato per la sicurezza dell’Ema (Prac), valutando i dati aggiornati su miocarditi e pericarditi, riferisce sulla base di uno studio francese - che ha seguito i vaccinati solo per una settimana - e di uno studio norvegese - che li ha seguiti per 4 settimane - che può essere colpita da questi eventi fino a una persona su 10.000. Il Prac definisce tale rischio «molto raro» e però scrive che «i dati mostrano che l’aumento del rischio di miocardite dopo la vaccinazione è maggiore nei maschi più giovani e che sono stati osservati più spesso questi eventi dopo la seconda somministrazione». Ciò rende dunque insignificante il dato che riporta Aifa sui bambini americani vaccinati «prevalentemente», come è scritto, con la prima dose. Lo studio norvegese citato da Ema che ha seguito i vaccinati di età tra i 16 e 24 anni per 4 settimane ha trovato peraltro un eccesso, rispetto all’atteso, di 1,9 casi di miocardite ogni 10.000 vaccinati, cioè il doppio della media fatta da Ema.
Questi dunque i numeri sui rischi noti, che se confrontati con il rischio che hanno i bambini di morire di Covid parlano chiaro: almeno un vaccinato su 10.000 potrà avere una miocardite, ma i bambini morti di Covid nella fascia di età 5-11 sono stati 3 su un milione e nessuno di loro era un bambino sano. Non si conoscono poi i rischi a medio e a lungo termine, perché il vaccino è ancora in fase sperimentale, così come lo è quello già inoculato in massa agli adolescenti. Stiamo vedendo che i bugiardini vengono continuamente aggiornati con nuovi effetti collaterali e Moderna non viene più somministrato agli under 30 in Danimarca, Svezia, Germania e Francia, mentre da noi ancora viene fatto. Astrazeneca è stato vietato pure in Italia agli under 65, ma solo dopo che si sono verificati eventi fatali. Anche per gli adolescenti i numeri dei morti di Covid sono infimi e dunque su questo bisognerebbe ancora riflettere: l’Iss registra 8 decessi (dall’inizio della pandemia) tra i 12 e i 19 anni (meno di 5, dunque, in un anno) e sette decessi nella fascia 16-19 (quattro circa in un anno). Le statistiche ci dicono che anche in questo caso si trattava di ragazzi già malati. Complessivamente, nella fascia tra gli 0 e 19 anni, i morti di Covid, dall’inizio della pandemia, sono stati 35, tutti già malati. Nel 2019 sono morti di incidenti stradali 40 bambini ( presumibilmente sani) e nel quinquennio 2015- 2019 sono morti in media ogni anno ben 2.505 tra bambini e ragazzi tra gli 0 e i 19 anni, di cui 356 per cancro.
«I genitori sappiano che i trial su questi vaccini termineranno nel 2024 e questi prodotti non sono stati testati né per gli effetti cancerogeni né per quelli genotossici (alterazioni del genoma , potenzialmente gravi per le gravidanze, ndr)» sostiene Patrizia Gentilini, oncologa in pensione con una carriera ospedaliera lunga 35 anni. Ora fa parte di una commissione medico-scientifica indipendente insieme ai colleghi Paolo Bellavite, ematologo, Marco Cosentino, farmacologo, Giovanni Frajese, endocrinologo, Alberto Donzelli, già membro del Consiglio superiore di sanità ed Eugenio Serravalle, pediatra. La commissione ha chiesto un confronto basato sui dati scientifici con le nostre autorità sanitarie, invano. «Ci hanno ignorato e intanto il coordinatore del Cts, Franco Locatelli, ha affermato qualcosa che contraddice la stessa Ema: egli ha dichiarato che le miocarditi, dopo il vaccino, hanno solo forme lievi e reversibili quando invece Ema scrive che il decorso della miocardite e della pericardite dopo la vaccinazione non è diverso dalla miocardite o dalla pericardite nella popolazione generale», fa notare Alberto Donzelli, ricordando che anche quando si guarisce dalla miocardite, che è comunque un effetto avverso «grave», potenzialmente mortale, «le cellule cardiache non si rigenerano».
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In due anni di pandemia, i bambini italiani morti sono stati 9. I contagiati finiti in intensiva 6 su un milione. Nel magnificare la necessità della baby vaccinazione, Aifa glissa sul campione di riferimento, assai ridotto.Nella fascia di età 6-11 anni i decessi per Covid registrati dall’Istituto superiore di sanità, dall’inizio della pandemia, sono stati nove, quindi circa cinque in un anno. L’Iss scrive anche che tra tutti i morti di Covid, soltanto tre su cento erano persone con nessuna patologia. Considerando che i bimbi morti sono stati appunto 9, dal punto di vista statistico la percentuale dei bambini sani morti è superiore allo zero in maniera infinitesimale e questo dato collima con quello della Germania: da uno studio enorme su tutta la popolazione, in fase di pubblicazione ma svolto da autori di massimo prestigio, tra cui Anna-Lisa Sorg, epidemiologa pediatrica dell’Università di Monaco, risulta che nessun bambino tedesco sano tra i 5 e gli 11 anni è morto dall’inizio della pandemia. Quanto ai ricoveri in terapia intensiva, in Italia l’Iss ne registra 37 nella fascia di età 6-11, sempre dal febbraio 2020. Ciò significa circa 20 in un anno. Vuol dire, calcolando il totale della popolazione per quella fascia di età (3.194.351), che su tutti i bambini italiani dai 6 agli 11 anni sono finiti in intensiva lo 0,0006 per cento del totale, cioè 6 su un milione. I morti in un anno sono stati cinque, quindi 3 su un milione e si trattava di bambini già sofferenti di altre patologie. Questi sono alcuni numeri che dovrebbero far riflettere, anche se sul sito dell’Agenzia italiana del farmaco, nella nota che autorizza e consiglia la vaccinazione pediatrica contro il Covid-19, si citano numeri diversi. Sono diversi non perché derivino da altre fonti, bensì perché Aifa omette di comunicare il campione di riferimento. Esempio concreto: Aifa scrive che 1,4 su 10.000 bambini finisce in terapia intensiva ma non specifica che i 10.000 non sono tutti i bambini, bensì soltanto i bambini contagiati, che in totale sono stati nella fascia 6-11 appena 251.221 dall’inizio della pandemia, quindi in un anno circa 150.000 su un totale di quasi tre milioni e 200.000 bambini. Non è la sola omissione. Aifa scrive che «lo studio registrato nella popolazione 5-11 anni ha mostrato un’efficacia nella riduzione delle infezioni sintomatiche da Sars-Cov-2 pari al 90,7% rispetto al placebo e che «per gli aspetti di sicurezza lo studio non ha evidenziato eventi avversi gravi correlati», ma non specifica che lo studio è stato fatto da Pzifer su un campione considerato assai ridotto. Non solo. Aifa non scrive ciò che invece scrive Ema, l’Agenzia europea della medicina e cioè: se è vero che dei 1.005 bambini vaccinati nessuno ha sviluppato Covid-19, soltanto 16 bambini su 978 che hanno ricevuto il placebo si è infettato. Tali omissioni appaiono fuorvianti per valutare il rischio rispetto al beneficio. Aifa riporta che «i dati di farmacovigilanza relativi ai circa 3.300.000 bambini di 5-11 anni già vaccinati, prevalentemente con una dose, negli Stati Uniti, non evidenziano al momento nessun segnale di allerta in termini di sicurezza», ma anche qui non riferisce che si tratta di farmacovigilanza passiva (ovvero di dati assai sottostimati, secondo la letteratura scientifica, in una proporzione di almeno 1 a 100). Aifa ammette che il periodo di osservazione di riferimento è stato di breve durata (media 16 giorni), ma questa comunicazione è in un inciso. Eppure, lo stesso comitato per la sicurezza dell’Ema (Prac), valutando i dati aggiornati su miocarditi e pericarditi, riferisce sulla base di uno studio francese - che ha seguito i vaccinati solo per una settimana - e di uno studio norvegese - che li ha seguiti per 4 settimane - che può essere colpita da questi eventi fino a una persona su 10.000. Il Prac definisce tale rischio «molto raro» e però scrive che «i dati mostrano che l’aumento del rischio di miocardite dopo la vaccinazione è maggiore nei maschi più giovani e che sono stati osservati più spesso questi eventi dopo la seconda somministrazione». Ciò rende dunque insignificante il dato che riporta Aifa sui bambini americani vaccinati «prevalentemente», come è scritto, con la prima dose. Lo studio norvegese citato da Ema che ha seguito i vaccinati di età tra i 16 e 24 anni per 4 settimane ha trovato peraltro un eccesso, rispetto all’atteso, di 1,9 casi di miocardite ogni 10.000 vaccinati, cioè il doppio della media fatta da Ema. Questi dunque i numeri sui rischi noti, che se confrontati con il rischio che hanno i bambini di morire di Covid parlano chiaro: almeno un vaccinato su 10.000 potrà avere una miocardite, ma i bambini morti di Covid nella fascia di età 5-11 sono stati 3 su un milione e nessuno di loro era un bambino sano. Non si conoscono poi i rischi a medio e a lungo termine, perché il vaccino è ancora in fase sperimentale, così come lo è quello già inoculato in massa agli adolescenti. Stiamo vedendo che i bugiardini vengono continuamente aggiornati con nuovi effetti collaterali e Moderna non viene più somministrato agli under 30 in Danimarca, Svezia, Germania e Francia, mentre da noi ancora viene fatto. Astrazeneca è stato vietato pure in Italia agli under 65, ma solo dopo che si sono verificati eventi fatali. Anche per gli adolescenti i numeri dei morti di Covid sono infimi e dunque su questo bisognerebbe ancora riflettere: l’Iss registra 8 decessi (dall’inizio della pandemia) tra i 12 e i 19 anni (meno di 5, dunque, in un anno) e sette decessi nella fascia 16-19 (quattro circa in un anno). Le statistiche ci dicono che anche in questo caso si trattava di ragazzi già malati. Complessivamente, nella fascia tra gli 0 e 19 anni, i morti di Covid, dall’inizio della pandemia, sono stati 35, tutti già malati. Nel 2019 sono morti di incidenti stradali 40 bambini ( presumibilmente sani) e nel quinquennio 2015- 2019 sono morti in media ogni anno ben 2.505 tra bambini e ragazzi tra gli 0 e i 19 anni, di cui 356 per cancro.«I genitori sappiano che i trial su questi vaccini termineranno nel 2024 e questi prodotti non sono stati testati né per gli effetti cancerogeni né per quelli genotossici (alterazioni del genoma , potenzialmente gravi per le gravidanze, ndr)» sostiene Patrizia Gentilini, oncologa in pensione con una carriera ospedaliera lunga 35 anni. Ora fa parte di una commissione medico-scientifica indipendente insieme ai colleghi Paolo Bellavite, ematologo, Marco Cosentino, farmacologo, Giovanni Frajese, endocrinologo, Alberto Donzelli, già membro del Consiglio superiore di sanità ed Eugenio Serravalle, pediatra. La commissione ha chiesto un confronto basato sui dati scientifici con le nostre autorità sanitarie, invano. «Ci hanno ignorato e intanto il coordinatore del Cts, Franco Locatelli, ha affermato qualcosa che contraddice la stessa Ema: egli ha dichiarato che le miocarditi, dopo il vaccino, hanno solo forme lievi e reversibili quando invece Ema scrive che il decorso della miocardite e della pericardite dopo la vaccinazione non è diverso dalla miocardite o dalla pericardite nella popolazione generale», fa notare Alberto Donzelli, ricordando che anche quando si guarisce dalla miocardite, che è comunque un effetto avverso «grave», potenzialmente mortale, «le cellule cardiache non si rigenerano».
«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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Il luogo della strage a Pawtucket, Rhode Island (Getty Images)
Intorno al 2020, Robert Dorgan, uomo cinquantenne, si sottopone a un intervento chirurgico per cambiare genere e “diventare” Roberta Esposito. Da lì iniziano i conflitti familiari, come racconta l’emittente locale WPRI-TV riferendosi ai documenti giudiziari.
Nei mesi successivi Dorgan si reca al dipartimento di polizia di North Providence per denunciare suo suocero per le minacce di «farlo assassinare da una gang di strada asiatica se non se ne fosse andato di casa». Dorgan ha dichiarato di aver vissuto in quella casa per sette anni ma di essere diventato un ospite sgradito dopo il cambio di genere. Inoltre, sul suocero sono rivolte le accuse – poi archiviate – di intimidazione dei testimoni e di intralcio al sistema giudiziario.
Nel frattempo, l’allora moglie di Dorgan, Rhonda Dorgan, ha presentato istanza di divorzio. Inizialmente la motivazione riguardava «l’intervento di riassegnazione di genere, i tratti narcisistici e i disturbi della personalità». Ma in un secondo momento, si è preferito rimuovere ogni puntualizzazione e fare un più generico riferimento a delle «differenze inconciliabili che hanno causato l'immediata rottura del matrimonio». Il divorzio viene formalizzato nel giugno 2021.
La furia di Dorgan non ha risparmiato neanche sua madre che viene accusata di aggressione e di una condotta «violenta, minacciosa e tumultuosa», come recitano i verbali della polizia. La vicenda è stata anche un ulteriore motivo di attrito con il suocero. Rivolgendosi alla polizia, Dorgan ha dichiarato: «mio suocero mi ha detto che se non avessi ritirato le accuse di aggressione contro mia madre, ci si sarebbero potute aspettare ulteriori ritorsioni e questo era un altro motivo per farmi uccidere».
Alla fine, però, ad uccidere è stato lo stesso Dorgan. Infatti, l'epilogo di questa lunga storia arriva con la strage di ieri. Un video diffuso sul web ritrae i 14 colpi di arma da fuoco sparati consecutivamente, i giocatori e le decine di spettatori che si danno alla fuga. Uno dei presenti ha provato a disarmare Dorgan che però era provvisto di una seconda arma da fuoco. Le due vittime sono il fratello del figlio di Dorgan e sua madre (non è chiaro se è la stessa donna del divorzio). I tre feriti sono altri due parenti e un amico di famiglia: tutti in pericolo di vita.
Al di là della lunga storia del carnefice, le premesse della strage erano rintracciabili anche sulla rete. Su X erano svariati i contenuti ripostati all’insegna dell’odio contro i critici dei trans, dell'antisemitismo e dei diritti Lgbt. In più, nei giorni precedenti Jesse Van Rootselaar, un diciottenne transgender, aveva ucciso la madre, il fratellastro e altre sei persone nella sua ex scuola a Tumbler Ridge, nella Columbia Britannica. Molti conservatori sottolineano la correlazione tra le persone trans e le sparatorie di massa fino a proporre la dismorfia di genere come condizione squalificante per il possesso di armi.
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