*Magistrato di sorveglianza presso il Tribunale per i minorenni di Napoli
Sono in magistratura dal 1986 e la mia storia professionale, pur costellata da tante personali soddisfazioni e piena di entusiasmo, che ancora oggi mi anima, la potrei definire, con il titolo di una canzone del grande Fabrizio De Andrè, «Una storia sbagliata». Ma se tale è diventata non è per colpa mia, ma per le aberrazioni dell’attuale sistema correntizio.
Ho svolto inizialmente le funzioni di pretore mandamentale poi quelle di pretore penale e di giudice monocratico penale e da ultimo quelle di magistrato di sorveglianza, ruolo che svolgo attualmente presso un Tribunale per i minorenni.
Fin dal mio ingresso in magistratura, già durante il periodo di tirocinio come uditore giudiziario, capii di non avere alcun trasporto per l’attività associativa, per cui non mi iscrissi a nessuna corrente, limitandomi ad andare a votare per le elezioni dei membri dei Consigli giudiziari e del Csm solo quando venivo contattata da qualche collega amico che si era candidato e che stimavo professionalmente. Il mio era un voto ad personam e non dettato da ragioni di appartenenza correntizia.
La mia progressione in carriera si è svolta senza che io seguissi da vicino la mia pratica per le valutazioni di professionalità. La mia attività era caratterizzata da un clima di grande serenità nei rapporti con colleghi, personale amministrativo e avvocati. Quest’ultima circostanza, oltre alla mia elevata produttività, è stata sempre sottolineata e riconosciuta, nei loro pareri, da tutti i capi degli uffici ove ho lavorato.
Quando decisi di concorrere per un posto di presidente di un Tribunale di sorveglianza, molti colleghi mi manifestarono la loro perplessità, spiegandomi che già si sapeva che quel posto sarebbe stato assegnato a una collega del mio stesso ufficio, la quale vantava una lunga militanza in una delle correnti e aveva ricoperto ruoli importanti nell’Associazione nazionale magistrati.
La commissione del Csm competente mi propose con un voto, mentre la collega venne proposta con quattro e il successivo plenum, come era prevedibile, nominò la collega.
Da qui sono iniziate le mie molteplici vicissitudini perché, consapevole del fatto che i titoli della vincitrice fossero carenti e inferiori ai miei, proposi ricorso al Tar che mi diede ragione annullando la nomina della mia collega per violazione di legge. A fronte di ciò il Csm propose ricorso al Consiglio di Stato che confermò la decisione del Tar. Nonostante ciò il Csm riconfermò i voti dati in precedenza, dimostrando di ignorare completamente i rilievi mossi dai giudici amministrativi. A quel punto, prima che la pratica fosse trasmessa al plenum, revocai la mia domanda, consapevole di trovarmi a lottare con qualcosa più grande di me, semplice magistrato privo di appartenenza correntizia.
E quasi subito la presidente del Tribunale ove prestavo servizio, con la quale i rapporti fino a quel momento erano stati cordiali e collaborativi, mutò atteggiamento, così come una parte del collegio di cui facevo parte, pur essendo a tutti noto che ero affetta da una grave patologia.
Di volta in volta fui costretta a formulare osservazioni contro i suoi provvedimenti al Consiglio giudiziario che non poteva non accoglierle, e lo stesso Consiglio giudiziario investì della vicenda, che stava diventando quanto meno paradossale, sia la commissione Vigilanza che la commissione Pari opportunità. Fu proprio la commissione Vigilanza a convocare sia me che la presidente per avere delucidazioni, ma la presidente non si presentò. Evidentemente era certa che, alla vigilia della pensione, nulla le sarebbe potuto succedere sotto il profilo professionale e che le sarebbe stato perdonato qualsiasi sopruso.
Nel tentativo di porre un argine a queste ingiustizie, inviai al Consiglio giudiziario, già abbondantemente al corrente della situazione, un dettagliato esposto, nel quale elencavo tutti gli atti prevaricatori e persecutori da me subiti a opera della presidente e denunziavo il clima di isolamento che ero costretta a subire. Il Consiglio giudiziario ritenne, stante la gravità dei fatti da me denunziati, di inviare il mio esposto alla Procura della Repubblica di Roma che, ho appurato in seguito, dispose l’archiviazione de plano dello stesso con questa laconica motivazione: «Non ravvisabili fatti penalmente rilevanti».
Certamente le colleghe si erano schierate dalla parte della presidente, non solo per gli scontati e immediati benefici sul piano lavorativo, ma soprattutto perché avevano approfittato dell’occasione per tagliarmi fuori dalla corsa per il posto di presidente del Tribunale. Ero la più titolata ad ottenere quel posto e, benché non godessi di supporti correntizi, avevo, però, già stravinto un ricorso in sede amministrativa e le colleghe sapevano che ero disposta a presentarne un altro nel caso fossi stata nuovamente scavalcata illegittimamente. Rappresentavo, pertanto, una concorrente scomoda da far fuori in qualunque modo. L’operazione per loro fu semplice, tanto più che godevano del pieno appoggio della presidente in scadenza. Inviarono così un esposto al Csm molto generico nel quale si parlava di mie «filippiche» e di miei sfoghi, credo assolutamente legittimi, e si chiedeva il mio allontanamento al «fine di garantire il decoro dell’ufficio e del Tribunale di sorveglianza». La presidente con grande soddisfazione mi notificò l’esposto e in tutta fretta lo inviò al Csm.
Così mi ritrovai, dalla sera alla mattina, sottoposta a una procedura di incompatibilità ambientale e a un procedimento disciplinare, con la sola consolazione di essere dalla parte del giusto.
Intanto il Consiglio giudiziario espresse, visto il mio profilo professionale ineccepibile, parere favorevole alla unanimità rispetto alla mia nomina a presidente del Tribunale.
Quando fui convocata dinanzi alla commissione del Csm, mi recai da sola, da illustre sconosciuta, laddove, in questi casi, la corrente è pronta ad assicurare il massimo supporto ai propri iscritti.
Agli atti erano state raccolte molte testimonianze che avvaloravano la mia irreprensibilità professionale e personale. Anche la presidente facente funzioni del Tribunale (la presidente, nel frattempo, era andata in pensione) aveva affermato che ero amata dal personale di cancelleria e dagli avvocati e che il collegio da me presieduto era quello più efficiente, ma che, però, rappresentavo per loro una «spada di Damocle» di cui liberarsi.
Alla fine, avendo perfettamente capito che non c’era alcuna volontà di sentire le mie ragioni, tutte supportate dagli atti da me depositati, non mi restò che far presente che non intendevo restare in quell’ufficio e ciò al fine di preservare la mia tranquillità professionale, oltre che la mia salute già compromessa, e anticipai che avrei chiesto il trasferimento presso una sede a me confacente. Cosa che feci a stretto giro, ottenendo quanto richiesto.
Ma non era finita. C’era il procedimento disciplinare da affrontare, in ordine al quale, chiusa la vicenda dell’incompatibilità ambientale, venni convocata da un sostituto procuratore generale, il quale doveva decidere se rinviarmi o meno, sempre per gli stessi fatti, alla sezione disciplinare del Csm. Chi mi convocò tenne a sottolinearmi che pecca di ingenuità quel magistrato che propone un ricorso amministrativo per ottenere l’annullamento di una nomina, anche quando sa di avere ragione. In una frase mi fece capire che me l’ero cercata, per cui ora dovevo accettarne le conseguenze. Naturalmente fu disposto il mio rinvio alla Sezione disciplinare del Csm che non poteva non assolvermi nonostante tutto e tutti.
Questo è quello che avviene quando qualcuno prova a scompaginare le regole del gioco: vengono calpestate le legittime aspettative delle persone e i capi degli uffici ritengono di poter adottare qualsiasi atto o provvedimento contro colui che non ha una rete di protezione.
E per noi magistrati la rete di protezione attualmente sono le correnti.
Ma qualcuno potrebbe obbiettare: ma perché non scegliere la strada di far parte di una di esse? La risposta è una sola per me: ho scelto il lavoro del magistrato, che per me è il lavoro più bello del mondo. Mi piace quello che faccio e mi gratifica farlo, le dinamiche correntizie personalmente, a prescindere dalle attuali degenerazioni, non mi hanno mai appassionata.
La terribile storia di cui sto pagando le conseguenze, anche fisiche, oltre ad aver frustato le mie legittime aspettative di carriera, ha privato il sistema giurisdizionale di un magistrato, che anche nell’eventuale espletamento di ruoli dirigenziali, avrebbe potuto contribuire a un miglior funzionamento di un ufficio giudiziario e, cosa assai grave, ha fatto vivere a me e alla mia famiglia momenti di angoscia e dolore per cui non saremo mai risarciti. Di certo, e questo non è di poca importanza per me, ne ha risentito la mia salute già cagionevole. A consolidarsi, di contro, è stato il mio spirito combattivo. Proprio questo spirito combattivo mi consente di andare avanti e di affrontare le insidie che ancora oggi sono costretta a fronteggiare. Quando si è magistrati liberi e competenti, ma che esercitano la propria funzione senza rete di protezione, si è esposti a ritorsioni che possono andare dal piccolo dispetto, fino al mobbing e al tentativo di coartare le tue decisioni.
Solo attraverso un sistema che favorisca e premi il reale merito si potranno avere dei buoni capi degli uffici e si potrà evitare che gli stessi, come in questo sistema spesso accade, possano usare mezzi subdoli o anche sfrontatamente palesi per minare l’indipendenza e l’autonomia di un giudice nell’esercizio delle sue funzioni, quando questo non gode di alcuna rete di protezione. Non si può pretendere che il singolo magistrato diventi un eroe capace di sostenere battaglie titaniche per difendere la propria autonomia e indipendenza. Siamo chiamati ad amministrare la giustizia con equilibrio e impegno, non a combattere per poterla amministrare correttamente. Si deve smantellare il sistema che ha creato questa insopportabile degenerazione, questa sì incostituzionale, e a tanto si potrà arrivare solo con una legge elettorale che preveda il sorteggio non temperato per i componenti dei nuovi Csm. Solo attraverso una tale riforma, già prevista nella legge sottoposta al referendum confermativo del 22 e del 23 marzo, si assicurerà ai magistrati una reale autonomia e ai cittadini una magistratura veramente libera da condizionamenti.


