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2026-02-21
Omicidi misteriosi intorno a Epstein. Riaperte le indagini sullo Zorro ranch
Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell (Ansa)
- La Procura del New Mexico esplorerà la pista dei cadaveri sepolti. Nel 2011 una morte inspiegabile nelle proprietà reali.
- Nei messaggi dell’imprenditore, riferimenti alle trombe degli angeli, pianta da lui coltivata che, se ingerita, ha potenti effetti sul sistema nervoso centrale, tanto da «eliminare il libero arbitrio». La notizia, accostata agli abusi sulle ragazzine, è inquietante.
- L’inchiesta non è più circoscritta all’abuso di ufficio. Mandelson va in bancarotta.
Lo speciale contiene tre articoli
C’è una parola che ricorre insistentemente e rende il caso Epstein, se possibile, ancora più scabroso: morte. È stato lo stesso Dipartimento della Giustizia statunitense a dichiarare che le scene di «morte e abusi fisici» sono state censurate nella pubblicazione dei file. Il ministero, per la verità, ha soltanto seguito il dettato dell’Epstein files transparency act, che oltre a ordinare la desecretazione dei documenti ha fissato anche i criteri in base a cui farlo. Se si è giunti a specificarne uno simile, ci deve essere stato un motivo. Tanto più che le foto del corpo di Jeffrey Epstein apparentemente senza vita, la mattina del 10 agosto 2019, sono state diffuse. Di morte si parla in un’altra email desecretata, in cui un ex dipendente dello Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, riferiva di due ragazze uccise dopo violenti abusi sessuali e seppellite fuori dalla proprietà. E la morte è stata protagonista, purtroppo, anche di un terribile episodio avvenuto nella proprietà della famiglia reale dove ieri è stato arrestato l’ex principe Andrea Windsor. Lì, nella tenuta di Sandringham, il giorno di capodanno del 2012 è stato ritrovato il cadavere di una ragazzina lettone di 17 anni.
Dell’inquietante racconto relativo allo Zorro Ranch si è già dato conto su queste pagine lo scorso 6 febbraio, quando quasi tutti i quotidiani ignoravano lo scandalo o cercavano di minimizzarlo riducendolo a poche notizie riguardanti soggetti il cui legame con Epstein era già arcinoto. Ora, però, nessuno può ignorarlo: non solo l’arresto di un reale britannico ha acceso ancora più i riflettori sul caso, ma perfino il procuratore generale del New Mexico «ha ordinato la riapertura dell’indagine penale sulle accuse di attività illegali presso lo Zorro Ranch di Jeffrey Epstein». «Sebbene l’indagine precedente dello Stato del New Mexico», si legge nel comunicato, «fosse stata chiusa nel 2019 su richiesta dell’Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Sud di New York, le rivelazioni contenute nei file Fbi precedentemente sigillati giustificano un ulteriore esame». Qualche giorno prima, il Parlamento del New Mexico aveva istituito all’unanimità una commissione d’inchiesta sulla stessa questione.
La storia è terribile e, se si rivelasse vera, renderebbe questo scandalo qualcosa di vicino a un inferno sulla terra. Un mittente anonimo il 21 novembre 2019 inviò a Eddy Aragon, noto conduttore radiofonico conservatore nel New Mexico, un’email presentandosi come ex dipendente dello Zorro. «Il materiale qui sotto è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di future cause legali contro di lui», si legge nel messaggio, che in basso elenca sette link a sette diversi video (tre «video di sesso con ragazza minorenne», due «threesome», una «confessione a Magam G», verosimilmente Ghislaine Maxwell, e «Ragazze della Bay Area tentativo di suicidio»). Poi, però, l’anonimo racconta la «cosa più sconvolgente»: due ragazze straniere morte per strangolamento durante sedute di sesso estremo e sepolte fuori dal ranch su ordine di «Jeffrey e di Madam G». Aragon non pagò, ma inoltrò l’email alle autorità: ora il Dipartimento di Giustizia del New Mexico ne ha chiesto la versione originale, cioè senza nomi oscurati.
Ma c’è un’altra storia terribile di morte, rimasta irrisolta, che se questa fosse vera potrebbe destare ulteriori inquietudini. Tanto più che, come racconta l’articolo della pagina a fianco, pare che Epstein coltivasse un particolare tipo di pianta, le trombe degli angeli, la cui ingestione porta alla perdita della capacità di intendere e di volere (e potenzialmente alla morte). Come accennato sopra, il 1° gennaio 2012, all’interno della stessa tenuta di Sandringham di proprietà della famiglia reale dove ieri è stato prelevato l’ex principe Andrea, un uomo a spasso con il suo cane trovò il cadavere di una ragazzina. Era una zona boscosa, non lontana dalla residenza reale (circa tre miglia) ma accessibile a tutti. L’autopsia rivelò che la morte non fosse dovuta a cause naturali o a incidenti, e la polizia britannica aprì subito un’indagine per omicidio. Pochi giorni dopo identificarono la vittima: si trattava di Alisa Dmitrijeva, una ragazza lettone di 17 anni scomparsa da agosto del 2011. Sulla giovane mancavano evidenti segni di violenza, forse a causa della decomposizione avanzata (si ritiene fosse stata uccisa nel periodo della scomparsa). Il caso è rimasto irrisolto: due uomini lituani, Robertas Lukosius e Lauras Boiko, visti con lei l’ultima notte, furono arrestati e poi rilasciati per mancanza di prove.
Ad oggi, non sono mai state mosse accuse di omicidio contro Jeffrey Epstein, tanto meno contro Andrea Windsor. La suggestione tuttavia non può non venire: molte delle ragazze di cui si parla nei file provengono dall’Est Europa, Lettonia inclusa, considerato terreno di caccia per il reclutamento. Lo stesso ex primo ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che i file mostrano come Epstein utilizzasse l’aeroporto di Stansted per trasportare ragazze provenienti da Lettonia, Lituania e Russia. Considerato il valore che può dare alla vita umana un uomo come Jeffrey Epstein, condannato per la prima volta nel 2008 e poi arrestato nuovamente nel 2019 per traffico e abusi sessuali su minori, usati per altro per ricattare i potenti, c’è molto materiale su cui interrogarsi. D’altronde, egli stesso in una email del 2013 a Boris Nikolic (all’epoca direttore scientifico di Bill Gates alla Gates Foundation), sosteneva che l’affermazione secondo cui «ogni vita è uguale alle altre» fosse «ridicola» e «il peggio del cattolicesimo».
Su Andrea Windsor attendiamo le indagini, che per ora però non contemplano i reati sessuali, ma su quello di cui fosse capace Epstein, suo amico e assiduo frequentatore, è probabile si debba spostare la finestra delle possibilità.
Stordiva le vittime con il «soffio del diavolo»
Non solo ragazze. Non solo jet privati. Non solo ville ai Caraibi. Nei nuovi fascicoli sul caso Epstein compaiono anche delle piante. In una mail del 3 marzo 2014, Jeffrey Epstein scrive a una sua collaboratrice di chiedere informazioni sulle «mie piante a tromba nel vivaio». Un’espressione apparentemente innocua: forse il finanziere pedofilo aveva il pollice verde? Eppure quelle piante, note come «trombe degli angeli» per la loro caratteristica forma, hanno un soprannome assai meno poetico: soffio del diavolo.
Si tratta, infatti, di arbusti ornamentali appartenenti ai generi Brugmansia e Datura, caratterizzati da grandi fiori pendenti e da un profumo dolciastro. Dietro l’estetica esotica, però, si nasconde una chimica potente. Foglie e corolle contengono alcaloidi tropanici (tra cui scopolamina, atropina e iosciamina), cioè sostanze capaci di interferire con il sistema nervoso centrale. La scopolamina, in particolare, agisce bloccando specifici recettori cerebrali: in ambito medico, è utilizzata in dosi controllate contro la nausea o il mal d’auto. Ma, in quantità elevate, può provocare amnesia, disorientamento, perdita di controllo e stati di forte suggestionabilità. In diversi reportage internazionali, del resto, la scopolamina è stata più volte descritta come una sostanza in grado di rendere chi la assume estremamente vulnerabile, incapace di reagire alle minacce o addirittura di ricordare con precisione quanto accaduto (può anche provocare la morte). E c’è un altro elemento che alimenta i sospetti: risulta difficile da individuare attraverso i normali esami tossicologici, soprattutto a distanza di tempo.
Nei documenti di Epstein recentemente desecretati, compare anche un’altra email, datata gennaio 2015, inoltrata alla casella del finanziere pedofilo, che rimanda a un articolo dedicato proprio alla scopolamina, definita come «una droga capace di eliminare il libero arbitrio». Formula un po’ sensazionalistica, certo. Ma che oggi, riletta alla luce del curriculum criminale di Epstein, condannato per reati sessuali e accusato di aver orchestrato una rete di sfruttamento di minori, fa venire la pelle d’oca.
Allo stato attuale, non vi sono prove che Epstein abbia effettivamente utilizzato questa sostanza per stordire le sue vittime. Tuttavia, il fatto che nelle sue comunicazioni compaiano riferimenti diretti alle «trombe degli angeli» e agli effetti della scopolamina aggiunge un tassello agghiacciante a una storia già segnata da accuse di manipolazione, coercizione e ricatto. Nel contesto di una vicenda in cui giovani ragazze sono state adescate, isolate e rese vulnerabili, ogni riferimento a sostanze capaci di alterare memoria e volontà non può che sollevare parecchi interrogativi.
Ma non è tutto. I documenti desecretati rivelano anche altro: denaro, molto denaro. Pochi giorni prima dell’arresto del finanziere pedofilo del luglio 2019, come riportato da Reuters, furono trasferiti - su indicazione di Epstein - quasi 28 milioni di dollari per l’acquisto di un palazzo a Marrakesh, in Marocco. I bonifici passarono attraverso conti aperti presso il colosso finanziario Charles Schwab, che solo nell’aprile di quell’anno aveva attivato tre nuovi conti per società riconducibili al finanziere. Dopo l’arresto di Epstein, fu presentata alle autorità una segnalazione di operazione sospetta. L’acquisto del palazzo non andò poi in porto, ma la tempistica dei trasferimenti e la mole delle somme movimentate hanno riacceso i riflettori sul ruolo degli intermediari finanziari che continuarono a operare con Epstein fino agli ultimi giorni prima del carcere.
Ieri gli eredi di Epstein hanno raggiunto un accordo preliminare fino a 35 milioni di dollari per chiudere una class action intentata da alcuni sopravvissuti alla sua rete di sfruttamento. Si tratta dell’ennesimo capitolo di una lunga battaglia legale: negli anni scorsi, il fondo di risarcimento istituito dagli eredi aveva già erogato circa 121 milioni di dollari alle vittime, ai quali si erano aggiunti ulteriori 49 milioni di dollari in altri accordi transattivi. Cifre che danno la misura di una struttura economica imponente, gestita attraverso trust e fiduciari, e di responsabilità che vanno oltre la sola figura del finanziere.
Nel frattempo, è tornato a far parlare di sé Les Wexner, l’ex ad di Victoria’s Secret che, per anni, affidò a Epstein la gestione del proprio patrimonio. Citato più volte nei file desecretati, l’Fbi lo ha indicato come possibile «co-cospiratore» di Epstein, senza che ciò si sia mai tradotto in un’incriminazione formale. Ebbene, il miliardario è stato ascoltato in Ohio in un’audizione che ha fatto molto scalpore. Durante la deposizione, il suo avvocato lo ha interrotto, tra le risate, per sussurrargli all’orecchio: «Ti ammazzo se rispondi a un’altra domanda con più di cinque parole». Peccato solo che il microfono fosse aperto: il video del siparietto è diventato subito virale.
La polizia sente la scorta di Andrea. Al vaglio pure il traffico di minori
Le indagini Andrea Mountbatten-Windsor continuano, dopo che giovedì il fratello di re Carlo III è stato arrestato per 12 ore e poi rilasciato. A quanto pare, accanto alle accuse per abuso di ufficio, le autorità avrebbero iniziato a indagare l’ex principe anche per traffico di minori.
Nelle ultime ore la cornice non riguarda solo gli scandali sessuali ma anche bancarotte finanziarie e un’ondata di indignazione. In particolare, emerge un filo rosso che lega Jeffrey Epstein all’ex principe Andrea Mountbatten-Windsor e all’ex vicepremier laburista Peter Mandelson. Dopo l’arresto di giovedì, ieri la Thames Valley Police ha continuato le perquisizioni nella residenza del reale; è emerso un sondaggio di YouGov secondo cui l’82% dei britannici chiede la sua esclusione dalla linea della successione al trono; la società di consulenza di Mandelson ha annunciato la bancarotta e licenziamenti di massa.
Peter Mandelson è stato un ex ministro laburista, vicepremier tra il 2009 e il 2010 e poi ambasciatore britannico negli Usa. Lo scorso anno, però, è stato rimosso dal suo incarico per i legami con Epstein: su di lui ora pende l’accusa di aver passato al finanziere statunitense informazioni di rilevanza istituzionale. Tradotto: indagini per abuso d’ufficio, dimissioni dal Partito laburista e rinuncia al suo seggio a vita alla Camera dei Lord. Ieri è emerso il colpo di coda dello scandalo con la dichiarazione di bancarotta della sua società di consulenza, Global Counsel. Molti clienti, tra cui Barclays, Tesco e Klarna, hanno annullato i loro contratti e la maggior parte degli 80 dipendenti è stata licenziata.
Lo scandalo lega Mandelson e Andrea in modo tutt’altro che casuale e non solo perché le accuse riguardano entrambe l’abuso d’ufficio. Secondo il Telegraph, infatti, l’ex vicepremier avrebbe aiutato la nomina dell’ex principe a Rappresentante speciale del Regno Unito per il Commercio contro la volontà dell’attuale Re. Era il 2001 e l’allora principe Carlo considerava suo fratello inadatto al ruolo dato che, secondo quanto riporta il tabloid britannico, «aveva la reputazione di sfruttare il suo status per viaggiare per il mondo, giocare a golf oltre ad essere considerato un playboy impenitente». La regina Elisabetta II, però, respinse l’obiezione e consentì al figlio prediletto di ricoprire l’incarico.
Non sorprende allora la posizione della famiglia reale, con re Carlo in testa, subito dopo l’arresto del fratello mercoledì scorso: «La questione deve essere indagata nel modo appropriato dalle autorità competente. In questo hanno il nostro pieno e sincero sostegno».
Le indagini della polizia, intanto, proseguono. Le perquisizioni della Royal Lodge (l’ex residenza di Andrea a Windsor, Berkshire) sono previste fino a lunedì (quelle nella residenza della tenuta di Sandringham, dove vive ora, sono state dichiarate concluse). L’ipotesi da cui sono partiti gli investigatori è che Andrea abbia condiviso materiale riservato con Epstein nel periodo in cui era inviato speciale per il commercio. In più, nelle ultime ore la polizia sta indagando anche su presunti abusi di minori sempre in relazione a Epstein. In questo senso, Scotland Yard ha interrogato anche agenti della scorta di sicurezza dell’ex principe per verificare se ci siano elementi rilevanti per le indagini. È in corso anche la collaborazione con le controparti negli Stati Uniti per stabilire se gli aeroporti di Londra siano stati utilizzati per «favorire la tratta di esseri umani e lo sfruttamento sessuale».
Le ripercussioni cadono anche in ambito familiare. Secondo i tabloid, l’ex moglie, Sarah Ferguson, e le due figlie «sono sotto shock» e si prevede la chiusura di sei aziende nei prossimi dieci giorni. Secondo alcune indiscrezioni solo gli Emirati Arabi Uniti potrebbero evitare la bancarotta, soprattutto considerando le allusioni di una e-mail che vedeva l’ex moglie percepire un sostegno finanziario da parte di Epstein. Chiude il cerchio l’opinione pubblica. Secondo YouGov, l’82% dei britannici ritiene che l’ex principe debba essere rimosso dalla linea di successione. E per una volta la politica non si discosta: secondo la Bbc, il governo sta valutando una legge in tal senso.
La Procura del New Mexico esplorerà la pista dei cadaveri sepolti. Nel 2011 una morte inspiegabile nelle proprietà reali.Nei messaggi dell’imprenditore, riferimenti alle trombe degli angeli, pianta da lui coltivata che, se ingerita, ha potenti effetti sul sistema nervoso centrale, tanto da «eliminare il libero arbitrio». La notizia, accostata agli abusi sulle ragazzine, è inquietante.L’inchiesta non è più circoscritta all’abuso di ufficio. Mandelson va in bancarotta.Lo speciale contiene tre articoliC’è una parola che ricorre insistentemente e rende il caso Epstein, se possibile, ancora più scabroso: morte. È stato lo stesso Dipartimento della Giustizia statunitense a dichiarare che le scene di «morte e abusi fisici» sono state censurate nella pubblicazione dei file. Il ministero, per la verità, ha soltanto seguito il dettato dell’Epstein files transparency act, che oltre a ordinare la desecretazione dei documenti ha fissato anche i criteri in base a cui farlo. Se si è giunti a specificarne uno simile, ci deve essere stato un motivo. Tanto più che le foto del corpo di Jeffrey Epstein apparentemente senza vita, la mattina del 10 agosto 2019, sono state diffuse. Di morte si parla in un’altra email desecretata, in cui un ex dipendente dello Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, riferiva di due ragazze uccise dopo violenti abusi sessuali e seppellite fuori dalla proprietà. E la morte è stata protagonista, purtroppo, anche di un terribile episodio avvenuto nella proprietà della famiglia reale dove ieri è stato arrestato l’ex principe Andrea Windsor. Lì, nella tenuta di Sandringham, il giorno di capodanno del 2012 è stato ritrovato il cadavere di una ragazzina lettone di 17 anni. Dell’inquietante racconto relativo allo Zorro Ranch si è già dato conto su queste pagine lo scorso 6 febbraio, quando quasi tutti i quotidiani ignoravano lo scandalo o cercavano di minimizzarlo riducendolo a poche notizie riguardanti soggetti il cui legame con Epstein era già arcinoto. Ora, però, nessuno può ignorarlo: non solo l’arresto di un reale britannico ha acceso ancora più i riflettori sul caso, ma perfino il procuratore generale del New Mexico «ha ordinato la riapertura dell’indagine penale sulle accuse di attività illegali presso lo Zorro Ranch di Jeffrey Epstein». «Sebbene l’indagine precedente dello Stato del New Mexico», si legge nel comunicato, «fosse stata chiusa nel 2019 su richiesta dell’Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Sud di New York, le rivelazioni contenute nei file Fbi precedentemente sigillati giustificano un ulteriore esame». Qualche giorno prima, il Parlamento del New Mexico aveva istituito all’unanimità una commissione d’inchiesta sulla stessa questione. La storia è terribile e, se si rivelasse vera, renderebbe questo scandalo qualcosa di vicino a un inferno sulla terra. Un mittente anonimo il 21 novembre 2019 inviò a Eddy Aragon, noto conduttore radiofonico conservatore nel New Mexico, un’email presentandosi come ex dipendente dello Zorro. «Il materiale qui sotto è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di future cause legali contro di lui», si legge nel messaggio, che in basso elenca sette link a sette diversi video (tre «video di sesso con ragazza minorenne», due «threesome», una «confessione a Magam G», verosimilmente Ghislaine Maxwell, e «Ragazze della Bay Area tentativo di suicidio»). Poi, però, l’anonimo racconta la «cosa più sconvolgente»: due ragazze straniere morte per strangolamento durante sedute di sesso estremo e sepolte fuori dal ranch su ordine di «Jeffrey e di Madam G». Aragon non pagò, ma inoltrò l’email alle autorità: ora il Dipartimento di Giustizia del New Mexico ne ha chiesto la versione originale, cioè senza nomi oscurati. Ma c’è un’altra storia terribile di morte, rimasta irrisolta, che se questa fosse vera potrebbe destare ulteriori inquietudini. Tanto più che, come racconta l’articolo della pagina a fianco, pare che Epstein coltivasse un particolare tipo di pianta, le trombe degli angeli, la cui ingestione porta alla perdita della capacità di intendere e di volere (e potenzialmente alla morte). Come accennato sopra, il 1° gennaio 2012, all’interno della stessa tenuta di Sandringham di proprietà della famiglia reale dove ieri è stato prelevato l’ex principe Andrea, un uomo a spasso con il suo cane trovò il cadavere di una ragazzina. Era una zona boscosa, non lontana dalla residenza reale (circa tre miglia) ma accessibile a tutti. L’autopsia rivelò che la morte non fosse dovuta a cause naturali o a incidenti, e la polizia britannica aprì subito un’indagine per omicidio. Pochi giorni dopo identificarono la vittima: si trattava di Alisa Dmitrijeva, una ragazza lettone di 17 anni scomparsa da agosto del 2011. Sulla giovane mancavano evidenti segni di violenza, forse a causa della decomposizione avanzata (si ritiene fosse stata uccisa nel periodo della scomparsa). Il caso è rimasto irrisolto: due uomini lituani, Robertas Lukosius e Lauras Boiko, visti con lei l’ultima notte, furono arrestati e poi rilasciati per mancanza di prove. Ad oggi, non sono mai state mosse accuse di omicidio contro Jeffrey Epstein, tanto meno contro Andrea Windsor. La suggestione tuttavia non può non venire: molte delle ragazze di cui si parla nei file provengono dall’Est Europa, Lettonia inclusa, considerato terreno di caccia per il reclutamento. Lo stesso ex primo ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che i file mostrano come Epstein utilizzasse l’aeroporto di Stansted per trasportare ragazze provenienti da Lettonia, Lituania e Russia. Considerato il valore che può dare alla vita umana un uomo come Jeffrey Epstein, condannato per la prima volta nel 2008 e poi arrestato nuovamente nel 2019 per traffico e abusi sessuali su minori, usati per altro per ricattare i potenti, c’è molto materiale su cui interrogarsi. D’altronde, egli stesso in una email del 2013 a Boris Nikolic (all’epoca direttore scientifico di Bill Gates alla Gates Foundation), sosteneva che l’affermazione secondo cui «ogni vita è uguale alle altre» fosse «ridicola» e «il peggio del cattolicesimo». 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Un’espressione apparentemente innocua: forse il finanziere pedofilo aveva il pollice verde? Eppure quelle piante, note come «trombe degli angeli» per la loro caratteristica forma, hanno un soprannome assai meno poetico: soffio del diavolo.Si tratta, infatti, di arbusti ornamentali appartenenti ai generi Brugmansia e Datura, caratterizzati da grandi fiori pendenti e da un profumo dolciastro. Dietro l’estetica esotica, però, si nasconde una chimica potente. Foglie e corolle contengono alcaloidi tropanici (tra cui scopolamina, atropina e iosciamina), cioè sostanze capaci di interferire con il sistema nervoso centrale. La scopolamina, in particolare, agisce bloccando specifici recettori cerebrali: in ambito medico, è utilizzata in dosi controllate contro la nausea o il mal d’auto. Ma, in quantità elevate, può provocare amnesia, disorientamento, perdita di controllo e stati di forte suggestionabilità. In diversi reportage internazionali, del resto, la scopolamina è stata più volte descritta come una sostanza in grado di rendere chi la assume estremamente vulnerabile, incapace di reagire alle minacce o addirittura di ricordare con precisione quanto accaduto (può anche provocare la morte). E c’è un altro elemento che alimenta i sospetti: risulta difficile da individuare attraverso i normali esami tossicologici, soprattutto a distanza di tempo.Nei documenti di Epstein recentemente desecretati, compare anche un’altra email, datata gennaio 2015, inoltrata alla casella del finanziere pedofilo, che rimanda a un articolo dedicato proprio alla scopolamina, definita come «una droga capace di eliminare il libero arbitrio». Formula un po’ sensazionalistica, certo. Ma che oggi, riletta alla luce del curriculum criminale di Epstein, condannato per reati sessuali e accusato di aver orchestrato una rete di sfruttamento di minori, fa venire la pelle d’oca.Allo stato attuale, non vi sono prove che Epstein abbia effettivamente utilizzato questa sostanza per stordire le sue vittime. Tuttavia, il fatto che nelle sue comunicazioni compaiano riferimenti diretti alle «trombe degli angeli» e agli effetti della scopolamina aggiunge un tassello agghiacciante a una storia già segnata da accuse di manipolazione, coercizione e ricatto. Nel contesto di una vicenda in cui giovani ragazze sono state adescate, isolate e rese vulnerabili, ogni riferimento a sostanze capaci di alterare memoria e volontà non può che sollevare parecchi interrogativi.Ma non è tutto. I documenti desecretati rivelano anche altro: denaro, molto denaro. Pochi giorni prima dell’arresto del finanziere pedofilo del luglio 2019, come riportato da Reuters, furono trasferiti - su indicazione di Epstein - quasi 28 milioni di dollari per l’acquisto di un palazzo a Marrakesh, in Marocco. I bonifici passarono attraverso conti aperti presso il colosso finanziario Charles Schwab, che solo nell’aprile di quell’anno aveva attivato tre nuovi conti per società riconducibili al finanziere. Dopo l’arresto di Epstein, fu presentata alle autorità una segnalazione di operazione sospetta. L’acquisto del palazzo non andò poi in porto, ma la tempistica dei trasferimenti e la mole delle somme movimentate hanno riacceso i riflettori sul ruolo degli intermediari finanziari che continuarono a operare con Epstein fino agli ultimi giorni prima del carcere.Ieri gli eredi di Epstein hanno raggiunto un accordo preliminare fino a 35 milioni di dollari per chiudere una class action intentata da alcuni sopravvissuti alla sua rete di sfruttamento. Si tratta dell’ennesimo capitolo di una lunga battaglia legale: negli anni scorsi, il fondo di risarcimento istituito dagli eredi aveva già erogato circa 121 milioni di dollari alle vittime, ai quali si erano aggiunti ulteriori 49 milioni di dollari in altri accordi transattivi. Cifre che danno la misura di una struttura economica imponente, gestita attraverso trust e fiduciari, e di responsabilità che vanno oltre la sola figura del finanziere.Nel frattempo, è tornato a far parlare di sé Les Wexner, l’ex ad di Victoria’s Secret che, per anni, affidò a Epstein la gestione del proprio patrimonio. Citato più volte nei file desecretati, l’Fbi lo ha indicato come possibile «co-cospiratore» di Epstein, senza che ciò si sia mai tradotto in un’incriminazione formale. Ebbene, il miliardario è stato ascoltato in Ohio in un’audizione che ha fatto molto scalpore. Durante la deposizione, il suo avvocato lo ha interrotto, tra le risate, per sussurrargli all’orecchio: «Ti ammazzo se rispondi a un’altra domanda con più di cinque parole». Peccato solo che il microfono fosse aperto: il video del siparietto è diventato subito virale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/omicidi-misteriosi-intorno-a-epstein-riaperte-le-indagini-sullo-zorro-ranch-2675289824.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-polizia-sente-la-scorta-di-andrea-al-vaglio-pure-il-traffico-di-minori" data-post-id="2675289824" data-published-at="1771624742" data-use-pagination="False"> La polizia sente la scorta di Andrea. Al vaglio pure il traffico di minori Le indagini Andrea Mountbatten-Windsor continuano, dopo che giovedì il fratello di re Carlo III è stato arrestato per 12 ore e poi rilasciato. A quanto pare, accanto alle accuse per abuso di ufficio, le autorità avrebbero iniziato a indagare l’ex principe anche per traffico di minori. Nelle ultime ore la cornice non riguarda solo gli scandali sessuali ma anche bancarotte finanziarie e un’ondata di indignazione. In particolare, emerge un filo rosso che lega Jeffrey Epstein all’ex principe Andrea Mountbatten-Windsor e all’ex vicepremier laburista Peter Mandelson. Dopo l’arresto di giovedì, ieri la Thames Valley Police ha continuato le perquisizioni nella residenza del reale; è emerso un sondaggio di YouGov secondo cui l’82% dei britannici chiede la sua esclusione dalla linea della successione al trono; la società di consulenza di Mandelson ha annunciato la bancarotta e licenziamenti di massa.Peter Mandelson è stato un ex ministro laburista, vicepremier tra il 2009 e il 2010 e poi ambasciatore britannico negli Usa. Lo scorso anno, però, è stato rimosso dal suo incarico per i legami con Epstein: su di lui ora pende l’accusa di aver passato al finanziere statunitense informazioni di rilevanza istituzionale. Tradotto: indagini per abuso d’ufficio, dimissioni dal Partito laburista e rinuncia al suo seggio a vita alla Camera dei Lord. Ieri è emerso il colpo di coda dello scandalo con la dichiarazione di bancarotta della sua società di consulenza, Global Counsel. Molti clienti, tra cui Barclays, Tesco e Klarna, hanno annullato i loro contratti e la maggior parte degli 80 dipendenti è stata licenziata.Lo scandalo lega Mandelson e Andrea in modo tutt’altro che casuale e non solo perché le accuse riguardano entrambe l’abuso d’ufficio. Secondo il Telegraph, infatti, l’ex vicepremier avrebbe aiutato la nomina dell’ex principe a Rappresentante speciale del Regno Unito per il Commercio contro la volontà dell’attuale Re. Era il 2001 e l’allora principe Carlo considerava suo fratello inadatto al ruolo dato che, secondo quanto riporta il tabloid britannico, «aveva la reputazione di sfruttare il suo status per viaggiare per il mondo, giocare a golf oltre ad essere considerato un playboy impenitente». La regina Elisabetta II, però, respinse l’obiezione e consentì al figlio prediletto di ricoprire l’incarico.Non sorprende allora la posizione della famiglia reale, con re Carlo in testa, subito dopo l’arresto del fratello mercoledì scorso: «La questione deve essere indagata nel modo appropriato dalle autorità competente. In questo hanno il nostro pieno e sincero sostegno».Le indagini della polizia, intanto, proseguono. Le perquisizioni della Royal Lodge (l’ex residenza di Andrea a Windsor, Berkshire) sono previste fino a lunedì (quelle nella residenza della tenuta di Sandringham, dove vive ora, sono state dichiarate concluse). L’ipotesi da cui sono partiti gli investigatori è che Andrea abbia condiviso materiale riservato con Epstein nel periodo in cui era inviato speciale per il commercio. In più, nelle ultime ore la polizia sta indagando anche su presunti abusi di minori sempre in relazione a Epstein. In questo senso, Scotland Yard ha interrogato anche agenti della scorta di sicurezza dell’ex principe per verificare se ci siano elementi rilevanti per le indagini. È in corso anche la collaborazione con le controparti negli Stati Uniti per stabilire se gli aeroporti di Londra siano stati utilizzati per «favorire la tratta di esseri umani e lo sfruttamento sessuale».Le ripercussioni cadono anche in ambito familiare. Secondo i tabloid, l’ex moglie, Sarah Ferguson, e le due figlie «sono sotto shock» e si prevede la chiusura di sei aziende nei prossimi dieci giorni. Secondo alcune indiscrezioni solo gli Emirati Arabi Uniti potrebbero evitare la bancarotta, soprattutto considerando le allusioni di una e-mail che vedeva l’ex moglie percepire un sostegno finanziario da parte di Epstein. Chiude il cerchio l’opinione pubblica. Secondo YouGov, l’82% dei britannici ritiene che l’ex principe debba essere rimosso dalla linea di successione. E per una volta la politica non si discosta: secondo la Bbc, il governo sta valutando una legge in tal senso.
Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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Getty Images
Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
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