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La Casa Bianca annuncia il coinvolgimento di Londra, Keir Starmer nega. A Roma si attende un mandato internazionale dell’Onu.
La richiesta di Donald Trump di inviare navi cacciamine nella zona dello Stretto di Hormuz non verrà accettata dall’Italia. È quanto apprende La Verità da fonti di primo piano. Trump ha affermato che gli Usa invieranno nella zona «navi cacciamine altamente sofisticate insieme al Regno Unito e a un paio di altri Paesi».
Il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha smentito: «Il Regno Unito», ha detto Starmer, «non sostiene il blocco navale dello Stretto di Hormuz annunciato dal presidente americano». Starmer ha aggiunto che in settimana, insieme al presidente francese, Emmanuel Macron, riunirà «un vertice dei leader di decine di altri Paesi per salvaguardare la navigazione una volta terminato il conflitto». È la stessa posizione del governo italiano: a quanto apprendiamo, non ci sarà nessun intervento di navi militari nell’area di guerra fino a quando non ci sarà un cessate il fuoco accettato e «timbrato» da tutte le parti in causa e comunque non senza un mandato internazionale, ad esempio dell’Onu. Immaginate una nave cacciamine italiana che si trovasse nello Stretto di Hormuz mentre la tregua si interrompe e ricominciano le ostilità: che succederebbe? Troppo rischiosa la situazione per aderire alla richiesta del tycoon.
Una richiesta arrivata non certamente a caso: le navi cacciamine, quelle specializzate nella ricerca e nell’esplosione in sicurezza delle mine che gli iraniani hanno disseminato nello Stretto, sono una risorsa di cui dispongono poche nazioni, come la stessa Gran Bretagna e i Paesi Bassi. L’Italia è considerata un’eccellenza mondiale in questo settore; i cacciamine di progettazione italiana (Intermarine) sono stati esportati o prodotti su licenza in tutto il mondo, inclusi gli Stati Uniti.
Sono otto i cacciamine della Marina militare italiana in servizio e pronti nel caso si decidesse il loro impiego. Si tratta dei cacciamine della Classe Gaeta, spesso definiti come «Lerici 2ª serie»: sono stati sottoposti a importanti lavori di ammodernamento per restare tecnologicamente competitivi. Si trovano a Gaeta, Termoli, Alghero, Numana, Crotone, Viareggio, Chioggia e Rimini: il tempo di trasferimento verso Hormuz è valutato in circa 30 giorni. Individuare e far brillare in sicurezza le mine navali è una delle operazioni più complesse che ha di fronte una forza armata, mentre produrle e disseminarle è semplicissimo: costano poco e possono essere lanciate da un aereo o da una nave. L’impatto sul transito delle navi è massiccio: il rischio di essere colpiti è alto, e inoltre le compagnie assicurative tendono, ovviamente, a non stipulare contratti con gli armatori, le cui navi devono attraversare tratti di mare minati.
Le mine non sono solo quelle galleggianti: ce ne sono alcune, di ultima generazione, che vengono adagiate sui fondali, pronte a riemergere quando i sensori captano una nave in avvicinamento. Per quel che riguarda Hormuz, poi, c’è un fattore che complica ancora di più la situazione: che sia vero o no, l’Iran sostiene di non conoscere più l’esatta posizione delle mine che ha sparso in mare. I cacciamine utilizzano dei sonar per scansionare i fondali e le acque: quando si è in presenza di una sospetta mina, si cala in mare un’apparecchiatura che conferma l’identificazione oppure scopre che è in presenza di un residuato bellico. Se si accerta che si tratta di una mina, viene posizionata accanto a essa una piccola carica di esplosivo che la fa esplodere dopo che la cacciamine si è allontanata a distanza di sicurezza. Ovviamente questo genere di navi è progettato in modo tale da non essere individuato dai sensori delle mine: quelle italiane della classe Gaeta sono state realizzate impiegando un particolare tipo di vetroresina denominata Fibre reinforced plastics, che coniuga due caratteristiche fondamentali: un’assoluta amagneticità e un’elevata resistenza anti choc. La classe «Lerici» dispone di un completo sistema di apparecchiature specifiche fra le quali sistema integrato di navigazione e tracciamento; apparati di radio-navigazione; ecogoniometro cacciamine a profondità variabile; sistema automatico per l’identificazione e distruzione di mine. L’evoluzione è la classe «Gaeta»: oltre alle dimensioni maggiori, rispetto alla «Lerici» può contare sul potenziamento dell’apparato motore, l’installazione di un autopilota per il mantenimento automatico della rotta designata e l’adeguamento del sistema di combattimento. I palombari della Marina militare italiana che operano a bordo dei cacciamine sono specialisti del Gruppo operativo subacquei. La necessità di mantenere una marcata silenziosità in immersione, una bassa segnatura magnetica e la lunga autonomia necessarie a intervenire sulle moderne mine subacquee, hanno reso necessario l’impiego di particolari autorespiratori a miscela iperossigenata per poter compiere le operazioni subacquee. Si tratta di autorespiratori a circuito semichiuso, cioè a parziale ricircolo del gas espirato.
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Matteo Ricci (Ansa)
L’inchiesta si allarga: nel mirino il meccanismo svelato dagli scoop della «Verità».
Lo scoop della Verità, pubblicato lo scorso 25 luglio, sulle cene elettorali dell’ex sindaco Pd di Pesaro, Matteo Ricci, ha portato a una nuova contestazione di peculato e falso, per sette indagati nell’inchiesta per corruzione che ha scosso la politica marchigiana.
Coinvolti, tra gli altri, nelle nuove contestazioni, oltre a Ricci, Massimiliano Santini, all’epoca factotum del dem, Silvano Straccini, direttore della fondazione Pescheria, Massimiliano Amadori, ex capo di gabinetto di Ricci e suo stretto collaboratore anche a Bruxelles, la dirigente responsabile della struttura centralizzata appalti del Comune, Paola Nonni e il giornalista Marcello Ciamaglia.
Al centro del nuovo filone c’è una cena elettorale che si è svolta il 12 aprile 2024 e per cui sarebbero stati utilizzati fondi pubblici. La kermesse era collegata alla candidatura in Europa di Ricci ed era l’atto conclusivo della tournée di presentazione del suo libro «Pane e politica».
Ricci, nel filone principale dell’inchiesta, è accusato dalla Procura di Pesaro di corruzione per aver «richiesto formalmente sponsorizzazioni per conto del Comune a soggetti privati» e aver utilizzato due associazioni private per gestire quei denari a fini elettorali. In base all’ultimo capo d’accusa, parte del costo della cena secondo gli inquirenti sarebbe stato pagato con i soldi della Fondazione Pescheria, interamente partecipata dal Comune, previo accordo con il direttore Straccini.
A svelare l’inghippo era stato l’amministratore della società di catering a cui era stato affidato l’evento, Giustogusto. Il titolare, Marco Balducci, a noi aveva riferito che in cambio di uno sconto aveva ottenuto l’inserimento della sua ditta nell’elenco dei fornitori della fondazione, da cui aveva avuto poi un paio di incarichi. Straccini è accusato anche di falso per la firma di una determina collegata all’operazione. L’imprenditore ha confermato agli investigatori della Squadra mobile e della Guardia di finanza quanto già raccontato a noi.
Lo stesso Balducci aveva identificato come mediatore dell’operazione Ciamaglia. Quest’ultimo è stato, come si apprende da Facebook, «direttore ufficio stampa e comunicazione presso Comune di Pesaro» e prima presso la Provincia, sempre al fianco di Ricci.
L’ex sindaco, Santini, Amadori, Ciamaglia, insieme con la Nonni e un’altra dipendente comunale sono indagati anche perché sarebbero usciti dalle casse del Comune pure i pagamenti per il video-operatore coinvolto nella tournée «Pane e politica», ovvero negli incontri di Ricci con alcune famiglie italiane, il cui resoconto è stato raccolto nell’omonimo libro. La dirigente avrebbe gonfiato i pagamenti del film-maker per altri eventi, così da coprire anche le trasferte collegate al volume. Un impegno che non aveva a che fare con l’attività istituzionale del primo cittadino.
Per quanto riguarda l’inchiesta principale la Procura ha chiesto un’ulteriore proroga delle indagini.
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