La presidente del Consiglio Giorgia Meloni all'Altare della Patria in occasione delle celebrazioni del 25 aprile, Roma, 25 aprile 2026 (Ansa)
Il premier vuol sforare le regole Ue per aiutare imprese e famiglie. In settimana Piano casa e decreto Lavoro, poi possibile voto sulla clausola nazionale. Intanto i tifosi dell’inciucio (pure Giavazzi e Bini Smaghi) gufano.
La richiesta del premier Giorgia Meloni a Bruxelles di sospendere il Patto di stabilità, ha rimesso in moto la grancassa degli avvoltoi che vorrebbero questo governo già al capolinea solo perché non è riuscito a centrare il traguardo del 3% del Pil. E questo nonostante la difficile congiuntura internazionale culminata con il conflitto che ha fatto decollare la bolletta energetica e imposto il taglio delle accise. Una situazione eccezionale che il governo finora ha gestito come poteva e che rischia però, prolungandosi, di stritolare il Paese e mandarlo in recessione.
Ma c’è chi prepara la strada, anche se al momento tra le righe di interviste critiche, a un governissimo, uno di quegli esecutivi di emergenza guidati da un outsider (da Monti a Draghi) di cui il Paese ha memoria fresca ma non ha affatto nostalgia. Ecco quindi che La Stampa affida un’intera pagina allo scenario cupo disegnato dall’economista Francesco Giavazzi, già consigliere chiave del governo Draghi. Il professore di Economia politica alla Bocconi prima boccia il taglio delle accise sui carburanti, poi promuove il No di Ursula von der Leyen alla richiesta di sospendere il Patto di stabilità. La sua tesi è «wait and see», ovvero aspettiamo ancora un mese prima di fare qualcosa. Nel frattempo l’economista sconsiglia una manovra di austerità che «ammazza la crescita». Allora che fare se il Patto di stabilità non va toccato? Intervenire sul potere d’acquisto, alzare i salari, far ripartire gli investimenti, suggerisce. Ma dove si prendono i soldi se le regole europee legano le mani del governo? Giavazzi completa il menu dei buoni consigli suggerendo di sganciare il costo del gas da quello dell’elettricità. Un’operazione che lui stesso definisce «complicata» poiché richiede l’intervento dell’Europa. Dulcis in fundo, si tirano in ballo le rinnovabili.
Tutte manovre che richiedono tempo mentre qui c’è un’emergenza da affrontare.
Al No alla sospensione del Patto di stabilità si unisce anche l’ex membro del board della Bce, Lorenzo Bini Smaghi, presidente della Société générale. «Il Patto è stato appena rivisto consentendo gradualità e flessibilità. Chiedere di cambiarlo rischia di far perdere credibilità a chi l’aveva sottoscritto», sentenzia su Repubblica, e sottolinea che la sospensione è prevista solo «in caso di grave recessione e non siamo in queste condizioni». Anzi, avverte: «Un’espansione fiscale prematura può stimolare la domanda e far ripartire l’inflazione, spingendo la Bce ad alzare i tassi e di conseguenza l’onere sul debito».
Critiche a pioggia al governo e un punto fermo: giù le mani dal Patto di stabilità. Nessuno però dice come gestire l’emergenza della crisi energetica aggravata da due situazioni: il Superbonus che per il 2026 pesa ancora 40 miliardi, che diventano 20 miliardi nel 2027 e la restituzione del prestito europeo del Recovery Fund. Per il triennio 2026-2028 il Mef prevede un costo di interessi pari a circa 10 miliardi di euro (2,8 miliardi nel 2026 e 3,4 miliardi per ciascuno degli altri due anni). Non briciole.
Agli assalti degli economisti sulla presunta inerzia di Palazzo Chigi, il governo con Giorgia Meloni in prima linea risponderà a breve con il decreto Lavoro e il Piano Casa. Con il primo si introducono misure a sostegno dell’occupazione e del potere d’acquisto, per combattere il caro-vita e rafforzare le tutele del lavoro, con l’altro si affronta l’emergenza abitativa creando le condizioni per aumentare l’offerta a canoni sostenibili. La strategia non finisce qui. Giovedì prossimo è prevista la discussione e il voto in Aula, alla Camera, sulla risoluzione relativa al Documento di finanza pubblica. La risoluzione di maggioranza impegna il governo a trasmettere alle Camere un documento strutturato contenente due sezioni: l’evoluzione della situazione economica internazionale e le previsioni macroeconomiche nazionali, inclusi gli obiettivi di finanza pubblica. Probabile si voti una risoluzione che chiede al governo di accelerare sullo scostamento di bilancio. Insomma, è probabile che ci siano nel frattempo interlocuzioni con la Commissione europea per avere una maggiore flessibilità. Il nuovo Patto di stabilità prevede la clausola di salvaguardia nazionale che consente di deviare temporaneamente dall’iter di riduzione del deficit e del debito e quindi di spendere di più, quando si verificano situazioni particolari.
Il che vuol dire uno sforamento al massimo fino all’1,5% su più anni. Ballano circa 30 miliardi su più anni, non noccioline. Tutto però va concordato con Bruxelles. Altra opzione sulla quale si tenterà di lavorare e su cui il presidente Emmanuel Macron ha fatto da apripista, è di ritardare la restituzione del Recovery Fund. «Sarebbe stupido» ha detto, considerando la scarsità attuale di risorse. Intanto il tempo corre: c’è il tema urgente di rinnovare il taglio delle accise e il Mef lavora alle coperture.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Non conosco Andrea Ninzoli, segretario lombardo dei ragazzi di Forza Italia, tuttavia mi ha colpito una sua intervista in occasione delle manifestazioni del 25 aprile. Conversando con il cronista dell’Huffington Post, il capo dei giovani azzurri non ha escluso l’appoggio del suo partito a un governo di sinistra nel caso in cui il risultato delle prossime elezioni politiche fosse incerto e il Pd, pur avendo la maggioranza, non avesse i numeri per governare. L’apertura a una collaborazione con il partito di Schlein, per quanto proveniente da un giovane dirigente regionale, ha indotto Marcello Sorgi, cronista esperto di cose parlamentari, a scrivere che Forza Italia volge lo sguardo a sinistra.
«Le sue parole», ha spiegato sulla Stampa l’ex direttore del Tg1 «costituiscono sicuramente un indizio di cosa si sta muovendo nella pancia di Forza Italia, e del possibile obiettivo di Marina e Pier Silvio». A sostegno della tesi, Sorgi ricorda che già nell’aprile del 2013 fu lo stesso Silvio Berlusconi ad appoggiare Enrico Letta, consentendogli di trovare la maggioranza che era mancata a Pier Luigi Bersani. E sempre il Cavaliere siglò, mesi dopo, il patto del Nazareno con Matteo Renzi. Insomma, la collaborazione con la sinistra non sarebbe un’eccezione.
Non so quale peso abbia all’interno del partito l’opinione di Andrea Ninzoli e nemmeno sono a conoscenza degli obiettivi dei fratelli Berlusconi, ma avendo a lungo frequentato Silvio Berlusconi posso testimoniare due cose. Primo: è ovviamente vero che il fondatore di Forza Italia a un certo punto valutò la collaborazione con il Pd. Non solo appoggiò il governo Letta, ma quando Renzi gli sottopose il patto del Nazareno (un accordo scritto su un pezzo di carta con inchiostro rosso), il Cavaliere pensò che mettendo insieme il Pdl e il Pd, lui e Renzi avrebbero avuto la maggioranza per governare. Ad Arcore mi disegnò anche uno schema, che escludeva quelli che considerava i partiti più radicali, vale a dire la sinistra estrema e la Lega (all’epoca Fdi contava poco). Il progetto naufragò per una serie di fattori e il primo fu la scelta del presidente della Repubblica nella persona di Sergio Mattarella invece che di Giuliano Amato. In breve, l’alleanza andò in frantumi e non se ne parlò più, anche perché poi di lì a poco Renzi sarebbe caduto sul referendum costituzionale e inoltre cambiarono gli equilibri.
Infatti, riguardando i numeri delle elezioni del 2013, confrontandole con quelle del 2018, ci si rende conto di una cosa. Tredici anni fa, pur in presenza del partito di Mario Monti e del Movimento 5 stelle, il Pd prese il 25,4% e il Pdl il 21,6. Insieme dunque rappresentavano quasi la metà degli elettori. Mentre la Lega era al 4,1% e Fdi al 2, Sel, il partito di Vendola e compagni, stava al 3,2%. Però già nel 2018 i numeri erano radicalmente cambiati: il Pd al 18,7, la Lega al 17,37, Forza Italia al 14, Fdi al 4 e i 5 stelle al 32,6. Un terremoto otto anni fa ha dunque mutato lo scenario politico, rendendo impossibile un governo basato sulla collaborazione tra democratici e azzurri. Vi chiedete perché ponga l’attenzione su ciò che è accaduto in passato? Io credo che il governo Monti prima (sostenuto dalla sinistra e dal partito del Cavaliere) e quello di Letta poi (anche in questo caso, della coalizione di larghe intese fece parte Forza Italia) siano stati pagati a caro prezzo sia dal Partito democratico che da quello moderato. Gli italiani sono favorevoli a un sistema bipolare e non amano le ammucchiate. Prova ne sia che anche il governo Draghi è costato molto a chi lo ha sostenuto e il solo partito a trarne beneficio è stato Fratelli d’Italia, che dal 4% delle precedenti elezioni è passato al 26%, con un incremento di oltre sei milioni di voti. Il Pd è rimasto dov’era, Forza Italia è passata dal 14 all’8%, la Lega dal 17,4 all’8,8 e i 5 stelle dal 32,7 al 15,4. Insomma, la coalizione del cosiddetto governo di unità nazionale (o del presidente) è stata punita. Che cosa voglio dire? Che le alleanze contro natura non piacciono agli italiani e che chi mette insieme gli opposti in nome della governabilità, senza restituire la parola agli elettori, viene punito.
Ricordo un interessante articolo del professore Giovanni Orsina che tempo fa spiegava proprio questo fenomeno. Impedire di tornare al voto, quando il risultato non è chiaro, non è sempre la migliore soluzione, perché può dare luogo al fenomeno di crescente insoddisfazione popolare. Lo dico in vista di possibili alchimie politiche. Occhio, perché gli esempi finora ci dimostrano che mettere insieme chi dovrebbe essere avversario non sempre funziona. E inventarsi categorie nuove, come certi centrini da tavola per assecondare la teoria andreottiana dei due forni, è un esperimento che può finire male.
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Donald Trump dopo l'attentato (Ansa)
Araghchi parla con Arabia Saudita, Qatar e Francia. Poi, dopo una tappa in Oman, torna a Islamabad. L’Iran però rinfaccia ai mediatori di fare troppo gli interessi degli Usa. Il tycoon ai nemici: «Se vogliono, ci chiamino».
La crisi nello Stretto di Hormuz resta il baricentro dello scontro tra pressione militare e diplomazia, mentre i tentativi di mediazione si moltiplicano senza produrre, almeno per ora, una svolta concreta. Nelle ultime ore si sono susseguiti contatti politici, missioni diplomatiche e operazioni navali che delineano un quadro sempre più complesso e instabile, segnato da un evidente iper attivismo diplomatico da parte di Teheran.
Il nodo della riapertura dello stretto è stato al centro del colloquio telefonico di domenica tra il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Downing Street ha parlato di «urgente necessità di ripristinare la navigazione», evidenziando le gravi ripercussioni sull’economia globale e sul costo della vita. Londra ha inoltre ribadito l’impegno condiviso con la Francia per garantire la libertà di transito in uno dei corridoi energetici più strategici al mondo. Sul fronte iraniano, la linea politica resta rigida. Il presidente Masoud Pezeshkian ha chiarito che Teheran «non entrerà in negoziati sotto pressioni, minacce o assedio», denunciando «continue violazioni e comportamenti coercitivi» da parte degli Stati Uniti. Una posizione ribadita dopo il colloquio telefonico con il premier pakistano Shehbaz Sharif, uno dei principali mediatori della crisi.
Proprio il Pakistan continua a rappresentare il fulcro della mediazione. In questo contesto si inserisce l’intensa attività del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, protagonista di una fitta sequenza di missioni e contatti. Dopo una prima visita a Islamabad e una successiva tappa a Muscat, dove ha incontrato il sultano dell’Oman Haitham bin Tariq per discutere della de-escalation, Araghchi è tornato nella capitale pakistana per un nuovo ciclo di colloqui con le autorità locali. Secondo fonti pakistane, l’obiettivo era quello di proseguire le consultazioni con i mediatori per arrivare a una soluzione del conflitto, mentre è stato escluso l’arrivo di una delegazione statunitense.
L’iper attivismo diplomatico iraniano si è manifestato anche attraverso una rete parallela di contatti regionali e internazionali. Prima di rientrare a Islamabad, Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, discutendo degli sviluppi del cessate il fuoco e delle difficoltà nella sua attuazione, oltre agli sforzi di Teheran per ridurre le tensioni. In parallelo, il capo della diplomazia iraniana ha parlato con il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, sottolineando «l’importanza del ruolo costruttivo» dei Paesi europei, e con l’omologo saudita Faisal bin Farhan, aggiornandolo sulle iniziative per fermare la guerra. Secondo quanto riportato dall’agenzia Fars, l’Iran ha inoltre trasmesso agli Stati Uniti, tramite i mediatori pakistani, un messaggio chiaro sulle proprie «linee rosse», che comprendono il dossier nucleare e il controllo dello Stretto di Hormuz. Comunicazioni che, secondo fonti vicine ai Pasdaran, non rientrano in un negoziato formale ma servono a delimitare i margini della trattativa. Dopo questo nuovo passaggio a Islamabad, Araghchi ha lasciato il Pakistan diretto a Mosca. Secondo l’agenzia Irna, la missione in Russia prevede un incontro con il presidente Vladimir Putin. Una mossa che conferma la strategia iraniana di moltiplicare i tavoli diplomatici, coinvolgendo attori globali e regionali in una partita sempre più ampia. In serata, però, il portavoce del Comitato di sicurezza nazionale iraniano, Ebrahim Rezaei, ha scritto su X: «Il Pakistan è un buon vicino e un buon amico» dell’Iran, «ma non è un mediatore adatto per i negoziati e manca della credibilità necessaria per mediare», in quanto «tiene sempre in considerazione gli interessi di Trump». Sul terreno, la pressione militare non si allenta. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha confermato l’intercettazione nel Mar Arabico di una nave della «flotta ombra» iraniana, costretta a invertire la rotta sotto scorta dopo l’intervento di un elicottero partito dal cacciatorpediniere Uss Pinckney.
Teheran continua a usare lo Stretto di Hormuz come leva strategica. Il vicepresidente del Parlamento iraniano Ali Nikzad ha dichiarato che lo stretto «non tornerà alle condizioni precedenti» al conflitto, definendo questa linea una direttiva della guida suprema.
All’inizio della guerra con l’Iran, Israele ha schierato l’Iron Dome negli Emirati Arabi Uniti, intercettando missili iraniani e rafforzando la cooperazione militare tra i due Paesi.
In questo scenario si inseriscono anche le dichiarazioni di Donald Trump, che ha rivendicato una posizione di forza ma ha lasciato aperta la porta al dialogo. «La guerra finirà presto e saremo vincitori», ha detto a Fox News, aggiungendo che gli iraniani «possono venire o chiamarci» grazie a «linee sicure e affidabili». Il presidente ha inoltre affermato che la Cina «potrebbe aiutare l’Iran, ma non molto», invitando Pechino a fare di più per la fine della guerra. Trump ha infine avvertito che il sistema petrolifero iraniano potrebbe «esplodere» in caso di ulteriori interruzioni e che gli Stati Uniti «prenderanno le polveri nucleari dell’Iran» come parte di un eventuale accordo. A complicare ulteriormente il quadro resta l’incertezza interna iraniana. A Mashhad è stato svelato un murale dedicato ai leader assassinati della Repubblica islamica, tra i quali compare anche la guida suprema Mojtaba Khamenei, riaccendendo i dubbi sulla reale catena di comando.
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Un'immagine tratta dal profilo LinkedIn di Cole Thomas Allen, il 31enne arrestato per l'aggressione armata avvenuta nella notte a Washington durante la cena dei corrispondenti, in presenza di Donald Trump, 26 aprile 2026 (Ansa)
Un uomo armato cerca di raggiungere i membri dell’amministrazione, ma viene neutralizzato. Di sé scriveva: «Sono un assassino amichevole».
Quella che doveva essere la prima partecipazione di Donald Trump alla cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca si è interrotta già all’antipasto. Diversi spari, sentiti all’esterno della sala dell’Hotel Hilton a Washington, hanno scatenato il panico tra i 2.600 giornalisti presenti, mentre i vertici dell’amministrazione americana venivano messi al sicuro.
È l’ennesimo tentato attentato ai danni del tycoon, con il presunto aggressore finito in manette, ma c’è perfino qualcuno, come lo scrittore Don Winslow, che pensa sia stata tutta una messa in scena. Il 20 aprile aveva infatti scritto su X: «Questa settimana prevedo alcune stronzate serie dall’amministrazione Trump per distrarre dai fallimenti in quasi ogni singolo dipartimento di cui sono a capo. Aspettatevi che l’Fbi venga coinvolta in qualche modo». Qualche ora dopo il tentato attacco, Winslow ha ricondiviso il post, aggiungendo: «Guardate il mio tweet di sei giorni fa».
Riavvolgendo il nastro, poco dopo le 20.30 di sabato, il mentalista Oz Pearlman stava intrattenendo Trump e la first lady Melania mentre erano seduti al tavolo sul palco, quando si sono sentiti alcuni colpi di arma da fuoco provenienti dal piano sopra alla sala. I video mostrano i servizi segreti che portano in salvo prima il vicepresidente americano, JD Vance, mentre Trump, prima di essere portato via, è circondato dalla scorta del Secret service. Nella sala i giornalisti, in smoking e abiti da sera, appaiono confusi: c’è chi si nasconde sotto i tavoli e le sedie, chi riprende la scena con i cellulari e chi continua a mangiare, mentre altri agenti armati fanno il loro ingresso nella stanza.
Quando il presunto attentatore è stato bloccato, a seguito di una sparatoria che avrebbe ferito un agente, è stato lo stesso presidente americano a comunicarlo su Truth, per poi fornire ulteriori dettagli ai giornalisti dalla sala stampa della Casa Bianca. All’hotel Hilton, infatti, una volta ristabilita la calma, la corrispondente per la Casa Bianca della Cbs, Weijia Jiang, ha annunciato ai reporter: «Il presidente avrà una conferenza stampa alla Casa Bianca tra 30 minuti». Interrotta dalle risate, ha aggiunto: «Non è uno scherzo». Il tycoon, ancora in smoking, ha poi dichiarato che il presunto attentatore è «un lupo solitario» che «voleva uccidere». Poco dopo è stata resa nota la sua identità: si tratterebbe di Cole Tomas Allen, un trentunenne originario di Torrance in California che, pochi minuti prima di agire, ha inviato un manifesto anti Trump ai membri della sua famiglia definendosi un «amichevole assassino federale». «Porgere l’altra guancia quando qualcun altro è oppresso non è un comportamento cristiano, è complicità nei crimini dell’oppressore», si legge nel testo del messaggio. Avrebbe avuto con sé un fucile a canna liscia, una pistola e alcuni coltelli. Con le falle della sicurezza che tornano al centro del dibattito, sembrerebbe che l’uomo avesse prenotato una camera proprio nell’hotel dell’evento, riuscendo così a eludere i primi controlli. Stando al suo profilo di LinkedIn sarebbe un insegnante, un «ingegnere meccanico e informatico per titoli di studio» e «sviluppatore di videogiochi indipendente per esperienza». Sui suoi canali social sarebbe stata pubblicata «una retorica anti Trump e anti cristiana». E alcune note trovate nella sua camera d’albergo confermerebbero quanto era già trapelato: i bersagli sarebbero stati i funzionari dell’amministrazione americana. L’uomo, stando a quanto riferito dal vicedirettore del Secret Service, Matthew Quinn, voleva «generare una tragedia nazionale». Oggi lo attende la Corte distrettuale federale. Secondo la procuratrice del Distretto di Columbia, Jeanine Pirro, sarà incriminato per aver per aver utilizzato un’arma da fuoco durante un crimine violento e per aver aggredito un agente federale. Ma non si escludono ulteriori accuse.
Tornando alla conferenza stampa, per il tycoon, apparso sereno, quanto accaduto è incredibilmente stato l’occasione per confermare l’importanza della futura sala da ballo della Casa Bianca: «Questo episodio non si sarebbe mai verificato con la sala da ballo, classificata come “top secret militare”, attualmente in costruzione». Eppure, ha difeso strenuamente l’operato dei Secret service all’Hotel, pur ammettendo che non erano a conoscenza «di eventuali minacce».
Uno dei testimoni forse più diretti dell’attentato è il giornalista della Cnn Wolf Blitzer. Ha spiegato quanto ha visto all’emittente americana: era appena uscito dal bagno, situato al piano superiore alla sala, quando si è trovato a pochi passi da Cole Tomas Allen che aveva «un'arma molto, molto seria». «All'improvviso ho sentito questi fortissimi colpi di arma da fuoco proprio vicino a me. Un attimo dopo, un agente di polizia mi ha buttato a terra e mi è saltato addosso». Ha poi precisato: «Ho visto l'uomo armato a terra dopo che aveva iniziato a sparare. Gli agenti di polizia lo hanno gettato a terra, ma lui continuava a sparare. E sentivo gli spari. Mi sono chiesto se avrebbe sparato anche a me. È stato un momento terribile, davvero spaventoso per me». Gli agenti hanno poi portato Blitzer nel bagno degli uomini, dove avevano trovato riparo altri 15 uomini.
Parole di solidarietà verso il presidente americano sono arrivate da diversi leader mondiali, tra cui il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «Desidero esprimere la mia piena solidarietà e più sincera vicinanza al presidente Trump, alla First Lady Melania, al vicepresidente Vance e a tutti i presenti. Nessun odio politico può trovare spazio nelle nostre democrazie». Dello stesso tenore sono state le parole del presidente francese, Emmanuel Macron, del premier britannico, Keir Starmer, della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
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