Daniela Fumarola (Ansa)
- Ennesima frattura tra le sigle. Daniela Fumarola bastona Maurizio Landini: «Sosteniamo popolazioni che si ribellano a feroci dittatori».
- Approvata la risoluzione che blocca eventuali altre azioni militari del tycoon a Caracas. The Donald: «Una vergogna». Liberati diversi prigionieri: si spera per Alberto Trentini.
Lo speciale contiene due articoli
«Senza libertà sindacale non c’è giustizia sociale, e Maduro ha scientemente distrutto entrambe». Non c’è bisogno di essere uno scienziato della politica per dire quello che Daniela Fumarola, segretario della Cisl, ha avuto il coraggio di affermare ieri sul cambio di regime in Venezuela. Concetti ribaditi nei giorni scorsi anche da Pierpaolo Bombardieri, leader della Uil, per il quale «da anni la popolazione venezuelana subisce la sistematica violazione dei diritti civili, politici e sindacali perpetrata dalla dittatura di Maduro». Come sempre, fuori sincrono Maurizio Landini. Il segretario della Cgil ha occhi solo per l’intervento armato degli Stati Uniti a Caracas e sostiene che sono le violazioni del diritto internazionale a mettere a repentaglio i diritti civili. Quando li trovano, verrebbe da dire. Perché sotto lo scarpone chiodato dell’ex autista di Chavez di diritti ce n’erano ben pochi, soprattutto per i lavoratori.
Fumarola è uscita allo scoperto ieri, anche per non lasciare l’impressione che il sindacato italiano sia tutto sulle posizioni seminegazioniste della Cgil. In un’intervista al Foglio della famiglia Mainetti, il leader della Cisl ha messo le cose in chiaro: «Nel caso del Venezuela non esiste simmetria possibile tra chi ha sfregiato la democrazia, falsificato elezioni, calpestato sistematicamente diritti e chi, pur con metodi discutibili, ne denuncia il fallimento». Tradotto in parole semplici, Trump ha fatto un po’ alla Trumpmaniera, ma con l’arresto di Maduro ha messo fine a una dittatura sanguinaria. O almeno si spera. Fumarola ha poi proseguito il ragionamento alludendo al comunismo: «Credo che oggi stupisca soprattutto il radicalismo politico e sociale che continua a leggere il mondo con categorie superate o che ancora insegue miti condannati dalla storia. Basterebbe parlare con una qualsiasi famiglia venezuelana o cubana per capire che si tratta di una deriva anti occidentale più identitaria che solidale». E ha concluso che «in Venezuela, come in Iran e purtroppo in tanti altri regimi, il sindacato deve invece stringere le reti della solidarietà internazionale e promuovere processi di democratizzazione per sostenere popolazioni che si ribellano a feroci dittature […] la democrazia non e’ negoziabile, così come non lo sono i diritti civili, sociali e sindacali».
I sindacati italiani hanno anche patronati in Venezuela, come è logico che sia visto che in quel paese vivono e lavorano tanti connazionali, e quindi un’idea di come abbia vissuto la gente in questi anni di dittatura ce l’hanno sicuramente. Lunedì anche Bombardieri, capo della Uil, è stato attento a non salvare Maduro con la scusa della violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti. Da un lato, ha definito «inaccettabile la violenza dell’operazione militare statunitense» in Venezuela e ha sottolineato che «il sistema multilaterale che abbiamo costruito negli ultimi ottant’anni viene progressivamente smantellato in Ucraina, a Gaza e ora anche in Venezuela». Dall’altro, ha affermato che «il nostro pensiero e il nostro pieno appoggio vanno alla popolazione venezuelana che, da anni, subisce la sistematica violazione dei diritti civili, politici e sindacali perpetrata dalla dittatura» venezuelana. Quindi ha ricordato (forse anche al collega Landini) che «troppi sindacalisti sono stati vittime di violenze indicibili nelle prigioni del Venezuela, della negazione della libertà personale e della costrizione all’esilio».
Già, il parolaio modenese con la passione per la politica. Dopo il blitz degli Usa, Landini è sembrato poco connesso con i lavoratori e i sindacalisti del Venezuela. In una nota diramata sabato ha fatto sapere che «la Cgil condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro». Poi ha sottolineato che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale». Bene, bravo, bis. Quindi ha chiesto al governo guidato da Giorgia Meloni di muoversi per la condanna a livello internazionale dell’intervento Usa, fino a ottenere l’immediata convocazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Se un marziano leggesse queste parole del leader Cgil potrebbe anche credere che in Venezuela ci fossero la democrazia e il pieno rispetto dei diritti, compresi quelli sindacali. Purtroppo non è così e Landini lo sa da sempre. Per esempio, il 24 gennaio del 2019, il giorno della sua elezione a segretario della Cgil, un tweet infelice, che sembrava a favore di Maduro, fu rapidamente smentito. Landini riconobbe l’errore e precisò: «La Cgil non sarà mai con Maduro […] ed è sbagliato descriverla come amica di un dittatore sanguinario». E in conferenza stampa precisò: «Non abbiamo mai detto che la Cgil è con Maduro, abbiamo sempre detto che quel governo ha peggiorato le condizioni di quelle persone. Ma pensiamo anche che un intervento esterno sia una lesione alla democrazia che non va bene». Sei anni fa, Landini era un po’ più connesso di oggi. Il presidio sotto l’ambasciata Usa messo in piedi contro l’arresto di Maduro, che lui riteneva «un presidente eletto dal popolo», ha suscitato anche le proteste della comunità venezuelana in Italia. Con Soreilis Rojas, attivista e rifugiata politica in Italia, che straccerà la tessera della Cgil.
Lo sgambetto del Senato a Trump
L’apertura di un canale negoziale tra la compagnia petrolifera statale venezuelana Pdvsa e gli Stati Uniti introduce un nuovo elemento nei rapporti tra Caracas e Washington, in una fase segnata da forti tensioni politiche e istituzionali. L’annuncio è arrivato mercoledì attraverso una nota ufficiale dell’azienda venezuelana, che ha confermato l’avvio di colloqui per l’esportazione di greggio verso il mercato statunitense. Secondo Pdvsa, le trattative si collocano «nel perimetro delle relazioni commerciali già esistenti tra i due Paesi» e seguono schemi già adottati con altri partner internazionali. La società ha precisato che l’impianto dell’intesa ricalca accordi analoghi a quelli in vigore con compagnie come Chevron ed è strutturato come un’operazione di natura esclusivamente commerciale, fondata su criteri di legalità, trasparenza e vantaggio reciproco. La presa di posizione di Pdvsa è arrivata a poche ore dall’annuncio del presidente statunitense Donald Trump, che su Truth Social ha parlato di una fornitura compresa tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio venezuelano destinati ai porti americani. Il greggio, ha spiegato Trump, sarà venduto ai prezzi di mercato, mentre la gestione dei ricavi resterà sotto controllo statunitense, con la finalità dichiarata di garantirne l’utilizzo «a beneficio del popolo venezuelano e di quello americano». Il presidente ha inoltre affidato al segretario all’Energia Chris Wright il compito di avviare immediatamente l’attuazione del piano. In un ulteriore chiarimento, Trump ha aggiunto che i proventi dell’accordo saranno utilizzati esclusivamente per l’acquisto di beni prodotti negli Stati Uniti, tra cui derrate agricole, farmaci, dispositivi medici e attrezzature destinate al rafforzamento della rete elettrica e delle infrastrutture energetiche del Venezuela.
Nel frattempo, resta alta l’attenzione sulle cosiddette «flotte fantasma» impiegate per aggirare i regimi sanzionatori. In queste ore una petroliera sospettata di appartenere a una rete russa sta attraversando il Canale della Manica. Secondo Sky News, la nave era stata colpita da sanzioni nell’agosto 2024 e ha cambiato più volte nome e bandiera prima di salpare, il 30 dicembre, da una raffineria nei pressi di Smirne, in Turchia.
Un altro caso riguarda la petroliera Marinera che, come riportato dal The Guardian, sarebbe inserita nelle reti utilizzate da Russia, Iran e Venezuela per eludere le sanzioni occidentali. Al momento dell’intercettazione nell’Atlantico non trasportava greggio, un dettaglio che ha alimentato sospetti su possibili altri utilizzi. L’equipaggio, composto da 28 persone di diverse nazionalità, è stato giudicato atipico dagli analisti. Sul piano politico interno statunitense, l’operazione in Venezuela ha innescato forti polemiche in Congresso. Il Senato ha approvato una risoluzione per impedire a Trump di intraprendere ulteriori azioni militari contro Caracas senza l’autorizzazione del Congresso, infliggendo un colpo politico al presidente che ha subito attaccato i senatori repubblicani: «Si vergognino per voto contro sicurezza Usa». Il provvedimento passa ora alla Camera, dove l’iter appare decisamente più complesso.
Infine, da Caracas è arrivato l’annuncio del presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez sulla liberazione di «un numero importante di detenuti venezuelani e stranieri», una decisione definita unilaterale e motivata dall’obiettivo di «favorire la pace». Tra i possibili rilasciati potrebbe figurare anche il cittadino italiano Alberto Trentini, detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024.
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Nuuk, capitale della Groenlandia (iStock)
Già nel 1985 gli inuit mollarono l’Unione: a Bruxelles non importò di perdere una terra strategica. Che, alla fine, l’America otterrà.
L’Europa ha scoperto la Groenlandia, ma ormai è decisamente tardi. Del resto che fosse un amore di ghiaccio gli inuit lo avevano messo nero su bianco con un referendum nell’85 che sancì l’uscita dalla Cee pur restando sorellastra del Regno di Danimarca, Paese Ue (non nell’euro) e Nato. A Bruxelles non si stracciarono le vesti: che volete che gliene importasse di quella isola gigantesca di ghiaccio; loro avevano altre mire, altre ambizioni.
A conti fatti, se la Groenlandia già si sente poco danese - tanto da aver messo le cose in chiaro negli ultimi decenni conquistando una maggiore autonomia - figurarsi europea. Certo, nemmeno si può dire che il «corteggiamento» americano abbia aperto una breccia ma gli abitanti hanno capito che stavolta non finirà come negli anni passati, quando dalla Casa Bianca allungarono gli occhi su quell’insediamento incardinato nel circolo polare artico. Questo sebbene per effetto di una legge entrata in vigore il 1° gennaio del 2026, i cittadini e le società straniere potranno acquistare proprietà o diritti di utilizzo del suolo groenlandese solo se sono stati residenti permanenti e hanno pagato tutte le tasse in Groenlandia negli ultimi due anni.
Dire «Artico» significa dire: 1,5.000 miliardi di metri cubi di gas; 83 miliardi di barili di petrolio non esplorato; giacimenti inestimabili di terre rare, cioè i minerali delle nuove frontiere industriali. Dire «Artico» significa inoltre fare i conti con uno dei più grossi bacini di acqua potabile, cioè l’oro blu. E infine dire «Artico» significa indicare la nuova rotta commerciale navale, il by-pass tra l’Atlantico e il Pacifico. Senza ovviamente considerare la grande piattaforma militare dove posizionare missili di lunga gittata come hanno fatto Russia e Cina dopo la recente intesa.
Dunque ora la Groenlandia - avamposto strategico - è un prezioso oggetto dei desideri: la Danimarca si è ricordata della sua «contea», un tempo colonia; l’Europa la considera politicamente «sua»; e l’America di Trump ha in mano un libretto degli assegni per farne un suo nuovo Stato. Mettiamola giù brutalmente: l’America se vuole la Groenlandia se la prenderà. Si tratta di capire le modalità: sarà un approccio hard o un approccio soft?
Dopo il discusso (ma anche discutibile) blitz in Venezuela, è chiaro che il gioco si è fatto assai duro. E la sfida è all’insegna della forza più che del diritto, anche se è spiacevole dirlo. L’Europa oggi paga la sua evanescenza politica e la presunzione di pensare che gli Stati sovrani fossero un reperto novecentesco e che il mercato fosse mappa e bussola nello stesso tempo per affrontare le sfide del nuovo secolo. Invece gli Stati sovrani ci sono eccome e si stanno affrontando per spartirsi diversamente il mondo nel nuovo secolo. Un secolo che sarà segnato in buona parte dalle sfide della digitalizzazione.
È il motivo per cui si cercano le terre degli altri onde conquistarle in un nuovo colonialismo digitale (che fa il paio con il nuovo feudalesimo digitale, dove i Nuovi Padroni controllano le nostre vite). Una conquista che avviene o con la spada (la Russia in Ucraina, l’America in Venezuela) o con la moneta (la Cina sui mercati europei; l’America accordandosi con gli emiri del Golfo). La Groenlandia potrebbe rientrare più nella conquista per via economica che per via militare: non è un caso che Trump, per bocca di Rubio, parli di acquisto come fu per la Louisiana e per l’Alaska. La conquista di Nuun avverrà per via commerciale, con intese di prelazione di utilizzo delle ricchezze in loco, e poi guidando una secessione dalla Danimarca, presupposto di un nuovo accordo bilaterale così che gli americani potranno accaparrarsi al più presto le ricchezze di terre rare, di tutti gli altri minerali fondamentali per le nuove frontiere digitali, e di mettere mano alle riserve di petrolio e di gas. Per la sola ricchezza mineraria in Groenlandia, si dice che l’America ridurrebbe di parecchio il gap con la Cina, attualmente monopolista delle terre rare emerse.
C’è poi il capitolo delle nuove rotte artiche: lo scongelamento dei ghiacci aprirà nuovi collegamenti, con valenza sia commerciale che militare. C’è infine la logistica per le infrastrutture di raccolta dati di tutto ciò che dal cielo i satelliti inviano e che dai fondali degli oceani i cavi trasmettono. Per farla breve la Groenlandia non è più il pourparler del primo mandato di Trump; stavolta The Donald vuole chiudere. E non si farà minimamente scrupolo a puntare contro l’Europa se da Bruxelles o da altre cancellerie qualcuno tenterà di opporre resistenza. Il match globale con la Cina e con la Russia è arrivato a una intensità tale che, nell’ottica della Casa Bianca, non c’è spazio per i dibattiti filosofici. È tornato il tempo di Marte: è per questo che la Venere Europa è fuori gara.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’avviso del ministro in vista dei 23 miliardi di esborsi, in parte legati al prestito Safe. «Ma la spesa sociale non verrà toccata». Il nuovo indebitamento andrà votato in Aula. Lega e M5s ribollono. Il Pd tace imbarazzato.
C’è una regola di ferro che governa i Paesi che hanno adottato l’euro: i conti pubblici vanno tenuti sotto controllo, il debito va domato, il limite del 3% fra deficit di bilancio e Pil non deve essere superato. A meno che non serva per acquistare un cannone. In quel caso, miracolo: le regole diventano elastiche, le eccezioni fioriscono come margherite a primavera e lo scostamento di bilancio (che significa aumentare il debito che poi peserà sul deficit) da peccato mortale, si trasforma in atto di responsabilità atlantica.
La fotografia è questa: il 31 dicembre il governo italiano ha varato una manovra prudente, poco espansiva, quasi monacale, per rientrare nei sacri parametri europei. Tirare la cinghia era doveroso. Il deficit doveva scendere sotto il 3%. Missione compiuta anche se il verdetto finale si conoscerà a marzo. Applausi sommessi. Poi, improvvisamente, la sveglia della geopolitica: bisogna riarmarsi. E per riarmarsi servono soldi. Tanti. Subito e a debito. Così la stessa Unione che predica rigore apre la porta agli europrestiti per la difesa: 14,9 miliardi per l’Italia, una cifra che fino a ieri sarebbe stata giudicata incompatibile con qualsiasi disciplina di bilancio. Oggi invece no. Oggi è «necessaria», «strategica», «inevitabile». L’importante è che siano armi. Non corsie d’ospedale, non asili nido, non salari. Armi. A spiegare il perimetro della nuova magia contabile è il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che in Parlamento chiarisce: niente spese in bilancio, ma se ci saranno - e ci saranno - servirà uno scostamento di bilancio, da far approvare alle Camere, dopo la conferma che si tratta di spese «esterne al Patto di stabilità». Tradotto: non toccano il 3%, perché Bruxelles fa finta di non vederle. Il ministro si affretta anche a mettere le mani avanti: sanità, scuola, welfare non saranno toccati. Nessun ospedale chiuderà per colpa di un carro armato, nessuna pensione verrà sacrificata sull’altare della Nato. È la formula rituale di ogni manovra impopolare: state tranquilli, non pagherete voi. Pagherà il debito. Cioè voi, ma più avanti.
Perché il punto che nessuno ama ricordare è semplice e fastidioso: lo scostamento di bilancio costa. Ogni miliardo in più di debito significa più interessi, più spesa futura, più margini compressi domani. Il debito non distingue tra un missile e una scuola: presenta il conto comunque. Solo che il missile non cura nessuno.
Giorgetti invoca clausole di flessibilità, deroghe, salvaguardie, uscite dalla procedura per disavanzo eccessivo. Tutto molto ordinato, tutto molto europeo. Si aspetta marzo, si aspettano le stime Istat, si aspetta il giudizio di Bruxelles. Nel frattempo, però, l’impegno è già scritto: aumentare gradualmente la spesa per difesa e sicurezza di circa 23 miliardi. Un sentiero già tracciato, anche se la mappa verrà consegnata più avanti.
E qui cominciano i mal di pancia. Perché se a Bruxelles il riarmo è una fede, a Roma non tutti seguono il rito. La Lega, per esempio, storce il naso. Claudio Borghi, che la manovra ha contribuito a scriverla, dice chiaro e tondo che a loro non piace. Se proprio bisogna sfruttare le deroghe europee, che siano per la sicurezza interna, per le forze dell’ordine, non per «mandare militari al fronte». È il tentativo di distinguere tra sicurezza e guerra, tra ciò che porta voti e ciò che porta solo spese. «Da qui a dire se voteremo o meno uno scostamento ce ne passa».
Dall’altra parte c’è il Movimento 5 stelle, che invece non ha dubbi. «Lo scostamento per le armi è pura follia», dice Stefano Patuanelli. E non è solo una posizione ideologica: è un’accusa politica. Dove prenderete i soldi per aumentare di oltre 23 miliardi le spese militari nei prossimi tre anni? La risposta del governo, secondo i pentastellati, è un esercizio di fumo istituzionale: si rinvia a marzo, all’Istat, alle clausole, all’europrestito che si chiama Safe, alle flessibilità. Ma intanto si ipotecano risorse enormi senza dire come verranno trovate.
E poi c’è il silenzio più rumoroso di tutti: quello del Partito democratico. Nessuna barricata, nessuna protesta, nessuna opposizione tonante. Imbarazzo. Perché votare contro una richiesta che arriva dall’Unione europea è complicato, quando sei parte integrante della maggioranza dell’Europarlamento che ha votato Ursula von der Leyen. Criticare il riarmo significa criticare Bruxelles. E criticare Bruxelles, per il Pd, è come mettere in dubbio le proprie radici.
Così il partito che si infiamma per ogni decimale di deficit quando si parla di bonus o welfare, oggi abbassa la voce quando il deficit serve a comprare armi. Coerenza europea, la chiamano.
Alla fine il paradosso è tutto qui: l’Italia ha fatto una manovra restrittiva per rassicurare l’Europa. Ora l’Europa le chiede di fare più debito. Ma solo per la guerra. Il rigore è selettivo, l’austerità è a geometria variabile, la flessibilità è armata.
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Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
Friedrich Merz: «Per la missione serve il consenso di Mosca». Che minaccia: «Le truppe saranno un obiettivo».
Che le truppe occidentali in Ucraina fossero aria fritta, lo si era intuito. La novità è che, a trarre vantaggio dalla messinscena dei volenterosi - con Emmanuel Macron che pontifica di autonomia strategica europea, mentre Keir Starmer, previo consenso del Parlamento, non ci metterebbe più di 7.500 soldati britannici per 60.000 chilometri quadrati di territorio da sorvegliare - potrebbe essere una potenza in tutti i sensi levantina, abituata a tenere i piedi in due scarpe e a condurre la sua partita con disinvolto cinismo: la Turchia di Recep Tayyip Erdogan.
Ieri, un comunicato del ministero della Difesa di Ankara informava che il Paese è pronto «all’invio di una forza militare in Ucraina, una volta che sarà definita un’intesa per un cessate il fuoco». Si tratta sempre di aspettare una tregua che, al momento, non sembra tanto vicina, benché Steve Witkoff e Jared Kushner, a Parigi, abbiano visto anche il negoziatore russo, Kirill Dmitriev. I turchi, comunque, si sono detti «disponibili ad assumere la leadership nella stabilizzazione e pacificazione del Mar Nero. Obiettivi per i quali rimane centrale il trattato di Montreux, che regola il passaggio delle navi dagli stretti del Bosforo e dei Dardanelli». La convenzione, risalente al 1936, attribuiva all’ex impero ottomano prerogative speciali: la facoltà di limitare il transito delle imbarcazioni commerciali in caso di pericolo per la nazione, oltre al diritto di essere informato in anticipo del movimento di unità belliche. All’epoca, l’accordo venne sottoscritto dall’Unione sovietica - e la Russia lo ha ereditato. Ma se uno degli scopi della guerra nel Donbass, della presa di Mariupol sul Mar d’Azov, dell’occupazione della penisola di Crimea e del tentativo di annettere Odessa, è assicurare a Mosca un presidio sul Mar Nero e, quindi, uno sbocco sul Mediterraneo, dal canto suo Ankara, da sempre in rapporti ambivalenti con il vicino, intende ribadire il proprio primato su quei corridoi strategici. La mente corre alla guerra di Crimea del 1853-1856, quando Francia, Gran Bretagna, Regno di Sardegna e gli stessi ottomani arrestarono l’espansione dello zar verso il Mare Nostrum. Trascorrono i secoli, cambiano i leader e i sistemi politici, eppure il risiko internazionale si gioca attorno alle solite poste. Ed è proprio nel Mar Nero che, ieri, una petroliera, battente bandiera di Palau e diretta in Russia, ha subito l’attacco di un drone, rendendo necessario il soccorso della guardia costiera turca.
Per un Sultano che scende in campo, c’è un cancelliere che se ne tira fuori. Friedrich Merz, già subito dopo il vertice del 6 gennaio, aveva frenato sull’ipotesi di una partecipazione tedesca alla missione anglofrancese. Ieri, visti i paletti della sua Cdu e le titubanze degli alleati di governo della Spd, secondo cui è «prematuro» discutere di contingenti al fronte, ha messo la pietra tombale sull’iniziativa. «L’ordine delle azioni» per il dispiegamento della forza nazionale, ha spiegato Merz, «dev’essere il seguente: prima un cessate il fuoco, poi garanzie di sicurezza per l’Ucraina, poi un accordo di pace a lungo termine con la Russia. E tutto questo è impossibile senza il consenso della Russia, dal quale, a quanto pare, siamo ancora piuttosto lontani». Il numero uno della Germania ci ha anche tenuto a ridimensionare la grandeur transalpina: «Stiamo parlando di garanzie di sicurezza che arriveranno solo dopo la tregua», ha appunto precisato. E pure quando si smetterà di sparare, ha aggiunto Merz, non potrà agire da solo: «Servirà una decisione del governo e poi un’approvazione del Parlamento». La democrazia funziona così. Anche in Spagna, dove Pedro Sánchez, ieri, ha comunicato di essere favorevole all’invio di uomini sia in Ucraina sia in Medio Oriente. Il giorno prima, però, Madrid aveva richiesto un coinvolgimento dell’Onu, che sarebbe improbabile: nel Consiglio di Sicurezza siede, con potere di veto, la Russia stessa. Sarebbe per lo più simbolico il contributo della Lituania: si vocifera di alcune centinaia di soldati e niente più.
Mosca non condivide affatto l’idea di ritrovarsi gli occidentali a un passo dalla linea di contatto con gli ucraini. La creazione di basi militari in Ucraina, ha specificato ieri la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, sarà considerata alla stregua di un «intervento straniero» e di una «minaccia diretta». Di conseguenza, gli uomini eventualmente inviati nell’area diventeranno «obiettivi legittimi». La Zakharova ha accusato Kiev e l’Europa di aver dato vita a un «vero asse della guerra».
Volodymyr Zelensky, preoccupato per un possibile massiccio attacco nemico in nottata, ha assicurato che il testo con le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti sta per essere consegnato a Donald Trump. L’Ue ha aggiunto che «l’impegno degli Usa», finora restii a firmare alcunché, «c’è e si tratta di un cambiamento davvero significativo rispetto al passato». Non si sa se davvero gli americani fornirebbero assistenza logistica e di intelligence al contingente in Ucraina, né quanto a lungo offrirebbero assistenza in caso di nuovo attacco, in virtù della clausola stile articolo 5 Nato, suggerita dall’Italia: Trump aveva proposto 15 anni, Zelensky sperava di strapparne 50. Alla fiera dell’Est.
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