Nel riquadro la psicoterapeuta Sandra Sassaroli (iStock)
La psicoterapeuta Sandra Sassaroli: «Molti ragazzini mi ripetono: “Questo per me è troppo”. Ma noi siamo fatti per affrontare tutto. L’errore nasce dalla iperprotezione dei figli: dopo i 14 anni vanno lasciati in pace».
Se dovessimo indicare una parola rappresentativa della civiltà occidentale odierna probabilmente dovremmo scegliere il termine trauma. Viviamo in un tempo di minoranze che si dichiarano oppresse e che chiedono risarcimenti e compensazioni per i traumi subiti. È tendenza diffusa specie fra le giovani generazioni esibire i traumi quasi fossero una questione identitaria.
Non c’è Vip che non ami esibire le proprie ferite in interviste accorate. Il trauma è il nuovo feticcio d’Occidente. E le conseguenze sono evidenti: la fragilità si diffonde perché il trauma può diventare una prigione. Affrontarlo e superarlo tuttavia è possibile, come spiega Il trauma non è un destino (Vallardi), nuovo libro di Sandra Sassaroli.
Psichiatra e psicoterapeuta, Sassaroli ha fondato le scuole di psicoterapia Studi Cognitivi e il servizio inTherapy, è docente universitaria, ed è stata tra le prime a portare in Italia la terapia cognitivo-comportamentale. «Il trauma è la letteratura del Novecento, è tutto il cinema in cui troviamo eventi psicologici... I traumi sono tanti, c’è un trauma grave, un evento improvviso come un terremoto ad esempio. Sono a casa tranquilla a pranzo o a cena e improvvisamente mi cade la casa: ecco, questo è un trauma acuto e recente. Poi esistono tutti i traumi dell’attaccamento, che riguardano cioè la nostra storia evolutiva: quando c’è mancanza di cura, quando c’è minaccia, quando ci sono botte o gravi trascuratezze... Esistono eventi gravi nelle nostre vite, in fasi diverse, che ci lasciano qualcosa. Ci danneggiano nella nostra evoluzione e nelle nostre capacità di affrontare il mondo. Però è vero che oggi c’è un’esasperazione di questi aspetti, quindi ho voluto rimarcare il fatto che noi - essendo uomini e donne su questa terra da milioni di anni - siamo sempre stati adatti ad affrontare gli intoppi della nostra esistenza».
Perché altrimenti quello che mi sembra che stia avvenendo in questi anni, qualcuno ci ha anche scritto dei pamphlet un po’ urticanti, è che il trauma diventa poi come un enorme alibi: io non sono in grado di vivere pienamente perché sono traumatizzato e quindi mi nascondo dietro questo mio dolore o questa difficoltà che ho avuto in passato per giustificare tutta una serie di comportamenti discutibili.
«Infatti cerco di stabilire anche nel libro una differenza. Esistono dei problemi antichi che vale la pena di capire e approfondire, anche se c’è poca ricerca sul fatto che l’approfondimento in sé sia curativo. Però esistono anche dei gravissimi problemi che i nostri pazienti portano quando pensano troppo a sé stessi come traumatizzati. L’esito di questa quantità di pensiero è mancanza di desiderio e di competenza nell’affrontare la realtà. Sono traumatizzato, ma il problema può essere che ci penso troppo, continuamente, o che mi blocco e uso il trauma per non affrontare dei problemi che invece dovrei essere capace di affrontare».
Ma davvero ci sono traumi che possono essere affrontati e superati?
«Provo a fare degli esempi. Se ho un trauma, esistono delle tecniche per affrontare questi aspetti antichi della mia storia evolutiva. Questo è un pezzo della terapia, però non è l’unica terapia possibile. Invece, spesso, è la cosa che ci chiedono di più i pazienti».
Insomma insistono troppo sul trauma passato...
«Sì. Poi esistono persone che non imparano nelle loro famiglie a gestire le emozioni in un modo utile ed efficace. Questo accade se ho un genitore che tutte le volte che gli parlo urla e getta qualcosa contro il muro. O se il mio insegnante alle elementari perde ogni volta la pazienza e grida. Quando arriva un’emozione di dolore, di rabbia, di fastidio si può usarla meglio, esistono terapie efficaci per questo tipo di problemi. Ad esempio la Dbt (Dialectical Behavior Therapy), una terapia di gruppo efficace».
Altri tipi di problemi?
«Esistono come dicevo quelli che ci pensano troppo. Ininterrottamente penso che non valgo niente, che sono sfortunato. Oppure mi chiedo domani come farò ad affrontare la realtà, che non me la caverò... Questo è quello che si chiama pensiero ripetitivo, che è rimuginio-ruminazione, ed è un altro tipo di sofferenza mentale. Anche qui ci sono degli interventi efficaci, che sono stati messi a punto da studiosi soprattutto inglesi. Noi qui in Italia abbiamo applicato questi metodi sui disturbi dell’alimentazione. Quando abbiamo cominciato a studiare i disturbi dell’alimentazione non c’era neanche un articolo che sostenesse che i pazienti rimuginassero. E invece pochi rimuginano quanto le pazienti con un disturbo alimentare. Si tratta di applicare a diversi tipi di domande risposte adeguate dal punto di vista clinico».
Ma quale è la soglia di dolore che ciascuno di noi può ragionevolmente sopportare? La fissazione sul trauma a cui accennavamo - che è anche sociale, culturale - può darsi che ci renda incapaci di sopportare il dolore, la pressione, la fatica? Lo vediamo in molti casi di cronaca, specialmente riguardanti gli adolescenti, a cui sembra mancare la capacità di sopportare lo stress.
«Noi siamo fatti per affrontare tutto. Uno dei problemi dei nostri pazienti è che vengono dicendo: “È troppo per me. Ho già amato, non posso più soffrire come ho sofferto in quella circostanza...”. Ma non è così, noi siamo fatti per affrontare tutto, siamo in un mondo in trasformazione, siamo dei corpi, delle menti in trasformazione. Quindi non vedo soglie. Certo però possiamo imparare ad alzare la soglia. Vedo ad esempio, quando insegno all’università, dei ragazzini molto impauriti, che ripetono “è troppo, è troppo”. Passano il tempo a fare il bilancio delle loro prestazioni... Penso che questo sia il lato negativo degli studi sull’evoluzione dei bambini di John Bowlby (fondatore della teoria dell’attaccamento, ndr) fatti nel Novecento. I bambini prima non esistevano, nei quadri erano come i cani: cani e bambini sotto il tavolo. A un certo punto nasce la letteratura di Dickens, nasce l’attenzione ai bambini. E poi arriva la ricerca che dice: guardate che i bambini trattati male soffrono e diventeranno alunni sofferenti. Oggi molti pazienti mi raccontano di genitori iperprotettivi, e l’iperprotezione è la parte negativa di una importante attenzione ai bambini».
Prima i bambini non esistevano, come suggeriva lei. Sembra invece che oggi si tenda a restare sempre bambini. E questa iperprotezione sembra non faccia altro che caricare di ansia i ragazzini. Li rende, come diceva qualcuno negli Stati Uniti, snowflakes, fiocchi di neve. Cioè inadatti a rispondere ai mutamenti della vita, esseri fragili che vanno in tilt per poco.
«Sì, li iper proteggiamo, ne facciamo uno o due massimo: prima se ne facevano dieci, era molto diverso. Li rendiamo fragili, però poi abbiamo sempre la pretesa che siano i più bravi del mondo. Le racconto un caso. Una volta ho avuto un esordio psicotico di un ragazzino con un lieve ritardo mentale che i genitori stavano mandando a studiare all’estero. È difficile per un genitore capire che un figlio può essere fragile e che deve semplicemente lasciarlo vivere. Tutti noi ci aspettiamo che questi figli saranno più bravi di noi, esploreranno più di noi, gireranno il mondo, sapranno 18 lingue... E non ci rendiamo conto che nelle famiglie c’è sempre stato quello un po’ più fragile, che esplorava di meno e che veniva amato per ciò che era e anche accettato. Quindi da un lato c’è infragilimento, dall’altro ci sono le pretese. Troppo trauma, infragilimento, pretese».
Può essere che tutto questo dipenda, come sostiene qualcuno, dalla mancanza del padre simbolico? Cioè dal difficile rapporto che abbiamo oggi con il senso del limite? Il padre è colui che fissa limiti e confini. Imparare a rispettarli significa da una parte accettare che esistano impedimenti e difficoltà che dobbiamo imparare a affrontare. Dall’altra imparare che ci sono fragilità e limitazioni che dobbiamo accettare senza esagerare appunto con le pretese.
«Tutto questo non sta più avvenendo. Faccio un esempio. Mi capita un pranzo con dei giovani. A un certo punto tutti zitti perché sta parlando un bambino di cinque anni: “Scusate Luca voleva dire una cosa...”. Ma quando mai è avvenuto qualcosa di simile? Non ho ricordi, essendo io abbastanza anziana, di me che interrompevo una conversazione degli adulti. In ogni caso io non volevo neanche essere tragica, volevo soltanto indicare un fenomeno in evoluzione che ha punti di forza - cioè il fatto che questi bambini siano molto amati - ma anche limiti, confini. Questi bambini bisognerebbe guardarli di più invece di attaccare alla loro mente le nostre pretese».
Viene anche da dire: come può essere libero un figlio se lo si carica di tante aspettative?
«Appunto. Vedo dei genitori anziani, di ragazzi di 25 anni, che ancora li vogliono consigliare, guidare... Ciò che sostengo, in modo provocatorio, è che quando i nostri figli arrivano a 14 anni, quello che dovevamo fare con loro di buono l’abbiamo fatto. Da quel momento in poi dobbiamo essere delle amorose orecchie per ascoltarli se ci chiamano. Ma ora vedo delle pretese di educazione, di spinta, di investimento che secondo me diventano un ostacolo all’ascolto. Insomma i figli ogni tanto bisogna lasciarli un po’ in pace».
Sembra però che queste contraddizioni riguardino anche gli adulti. Oggi molti sostengono che da un lato siamo tutti molto fragili, dall’altro però esiste troppa competizione.
«Sinceramente io penso che si competa moltissimo in astratto. Cioè rimuginando, guardando il futuro pieni di dubbi... Forse è tutto molto più semplice».
Cioè?
«Mettiamo che io e lei stiamo guardando due giocatori di tennis. Guardiamo, guardiamo, immaginiamo, rimuginiamo... Poi però uno di noi dice: senti, andiamo a berci una birra. Li lasciamo giocare e ci tuffiamo nella realtà concreta. Pensare meno, pensare meglio. Impariamo a fare di più e a pensare di meno, no? Mettiamo le nostre mani nella realtà e facendo impariamo. In fondo se guardiamo anche i nostri piccoli percorsi professionali, spesso le scelte sono avvenute per caso, quando facevamo veramente le cose, non quando le immaginavamo grandiosamente».
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Abelardo de la Ispriella, soprannominato El Tigre, è in testa dopo il primo turno delle elezioni colombiane (Ansa)
Avanti Abelardo De la Espriella, arcinemico di narcos e Farc. Ballottaggio il 21 giugno. Il premier argentino Javier Milei già esulta.
Abelardo de la Espriella, soprannominato El Tigre, vola in testa al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia ottenendo il 43,7%. De la Espriella è un ammiratore di Donald Trump e si è candidato per il partito Defensores de la patria, una formazione molto di destra che non ha rappresentanti in Parlamento.
Al secondo posto, con il 40,9%, si è piazzato Ivan Cepeda del Patto storico, delfino del presidente uscente, Gustavo Petro, che si era impegnato molto per la campagna del suo erede, ma i disastri del suo governo, il primo di sinistra della storia colombiana, hanno pesato sul voto.
Cepeda è un filosofo marxista, figlio di un leader comunista, ma viene ritenuto il rappresentante di un governo fallimentare. Il candidato del Patto storico ha dichiarato che non riconoscerà i risultati delle elezioni finché non saranno chiariti i dubbi e le contestazioni in diversi seggi. Al terzo posto si è classificata Paloma Valencia, candidata della cosiddetta destra tradizionale che fa ancora capo al vecchio presidente Alvaro Uribe, che si è fermata ad un misero 7%. La Valencia ha però già deciso di indirizzare i suoi elettori verso De la Espriella, fornendo quello che potrebbe essere lo scatto decisivo.
Il programma del leader dei Defensores de la patria prevede di abolire ogni tipo di processo di pace con narcotrafficanti e terroristi, puntando a bombardamenti aerei e guerra aperta al crimine colombiano. La nazione sudamericana, dopo l’accordo di pace del 2016 con le Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc), un gruppo terrorista marxista, ha visto crescere la violenza e l’insicurezza. De la Espriella è un avvocato penalista con doppia cittadinanza colombiana e italiana, ama l’opera lirica e ha vissuto a Firenze per un periodo, che definisce come uno dei più belli della sua vita. È un personaggio istrionico e debordante, che ha avuto un immediato successo nella società colombiana. De la Espriella è amico personale del presidente argentino Javier Milei, che ha dichiarato su X che questo risultato riflette il desiderio del popolo colombiano di libertà e progresso e la volontà di dire basta al fallimentare modello socialista, che ha causato tanti danni. Le congratulazioni sono arrivate anche dal leader del partito spagnolo Vox e dal senatore statunitense Bernie Moreno.
La Colombia sta attraversando uno dei momenti peggiori della sua travagliata storia e anche la campagna elettorale è stata costellata di episodi violenti. Nel 2025 era stato assassinato il candidato alla presidenza Miguel Uribe Turbay e ferito un senatore. Negli ultimi anni sono almeno 300 i leader di partiti e candidati rapiti o assassinati. In un Paese allo sbando, le promesse del candidato di sinistra, che voleva portare avanti il programma del presidente uscente, non hanno avuto grande presa. De la Espriella ha puntato su un progetto che non prevede il perdono di rivoluzionari che hanno soltanto cambiato nome, continuando a terrorizzare il popolo. Il modello è quello del presidente di El Salvador, Nayib Bukele, che ha strappato il Paese al controllo della criminalità. Il candidato dei Defensores de la patria, che è anche un imprenditore di successo, punta a liberalizzare il porto d’armi, costruire nuovi carceri a prova di evasione e non ha escluso di chiedere aiuto agli Stati Uniti con un intervento militare contro i narcotrafficanti, rinnovando il vecchio Plan Colombia.
Il modello socialista di riconciliazione ha fallito in Colombia così come in Perù e in Ecuador, dove presidenti di sinistra hanno visto la situazione peggiorare drasticamente. A Bogotà si tornerà al voto per il ballottaggio il 21 giugno e ora il grande favorito appare l’outsider Abelardo de la Espriella.
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Il fumettista Max Bunker, pseudonimo di Luciano Secchi, in una foto degli anni Settanta. Nel riquadro il figlio Riccardo
L’autore, figlio di Max Bunker: «Tornano il negozio di fiori, i pochi soldi, la critica sociale. La mia collaborazione col “nemico” Sergio Bonelli non fu mai un problema in famiglia».
Riccardo Secchi, il nuovo numero di Alan Ford, ora in edicola, è il primo da te sceneggiato dopo 680 consecutivi (probabilmente un record mondiale) scritti da tuo padre Luciano, alias Max Bunker, classe 1939. Perché il titolo dell’episodio è «Ritorno alle origini»?
«Era necessario indicare subito e in modo chiaro ai lettori la direzione che s’intende prendere con questa nuova fase del personaggio: si tornerà al nucleo iniziale del Gruppo TNT riportandolo progressivamente al negozio di fiori e alle tipiche condizioni di poca disponibilità economica. Ci saranno due storie per così dire di transizione, poi si procederà con una serie di avventure che intendono recuperare lo spirito dei primi tempi, critica sociale compresa, che ritengo sia una delle anime costitutive della serie».
Quando tuo padre ha mandato in edicola il primo numero di Alan Ford, disegnato da Magnus (nome d’arte di Roberto Raviola), era il maggio del 1969. Tu avevi sette anni.
«Francamente non ho ricordi particolari riguardo all’uscita di Alan Ford, ero ancora molto piccolo e di certo non è un fumetto per bambini. L’ho recuperato qualche anno dopo, diciamo da adolescente, ma quando uscì per me era un altro fumetto scritto da mio padre, da mettere insieme a quelli che aveva già creato: Maschera Nera, Kriminal, Satanik… Che comunque mi erano proibiti. Diciamo che allora non ero un lettore dei fumetti scritti da Max Bunker».
Il quale, però, ne produceva a getto continuo.
«Andava in redazione tutti i giorni ma ho comunque l’immagine di lui a casa che scrive con la sua Olivetti rossa mentre ascolta musica con la cuffia: principalmente Burt Bacharach, Elvis Presley e Frankie Laine».
È stato tuo padre a chiederti di raccogliere il suo testimone o ti sei proposto tu?
«È stato mio padre, io non ci pensavo proprio».
Le storie da te scritte avranno la sua supervisione?
«Quando Max Bunker mi ha chiesto se volevo occuparmi di Alan Ford mi sono preso qualche giorno di riflessione. Poi gli ho sottoposto l’idea dei due numeri “di passaggio” per riportare i personaggi al loro stato originario, con i relativi soggetti. Ho scritto anche qualche spunto di eventuali storie future e fortunatamente è andato tutto bene. Mio padre ha letto la prima sceneggiatura e l’ha approvata, dopodiché non ha più voluto visionare niente dicendo che preferisce leggere gli albi quando saranno stampati. Quindi sì, sono totalmente libero nei temi delle storie e nelle modalità di raccontarle. Ciò che leggerete è esattamente quello che ritengo debba essere Alan Ford oggi, il che significa che non ci sono scusanti».
Sul finire degli anni Settanta, nel programma di Rai 2 SuperGulp! Fumetti in Tv, andava in onda addirittura una versione «animata» di Alan Ford.
«La vedevo, certamente, come tutti i miei compagni di classe. Però più di Alan mi piaceva Nick Carter di Bonvi, con l’indimenticabile nemico Stanislao Moulinsky!».
Ma Alan Ford lo hai letto sempre?
«Come dicevo, ho iniziato a leggerlo da ragazzino recuperando le prime annate e poi proseguendo con continuità, specie lavorando in redazione e seguendone la realizzazione. Quando ho iniziato la carriera di sceneggiatore ho diradato un po’, ma qualche numero all’anno l’ho sempre letto».
Da chi è formato lo staff grafico di Alan Ford attualmente?
«In ordine alfabetico, ci sono Luka Bonardi, Alfredo Boschini, Luca Esposito e Daniele Tomasi, a cui va il merito di avere garantito negli ultimi anni continuità a una testata con una caratterizzazione grafica così particolare. Tuttavia stiamo testando anche nuovi disegnatori e, se tutto va bene, già entro l’anno potremmo vedere su Alan anche qualche mano nuova».
Il modello stilistico sarà sempre Magnus?
«Il riferimento base non può che essere Magnus, diciamo quello dei primi cinquanta numeri. Non è mai stato facile trovare disegnatori per Alan, Magnus è stato un disegnatore unico e irripetibile, ma la storia della testata va molto oltre i famigerati primi 75 numeri, quelli firmati Magnus & Bunker, che per alcuni sono l’unico vero Alan Ford. Ritengo che non sia così, ci sono stati periodi di grande qualità anche con altri disegnatori».
Qual è oggi la composizione del pubblico di Alan Ford?
«Di base c’è una fascia di lettori storici e molto fedeli, uno zoccolo duro come si dice, ma mi sono arrivati feedback anche da lettori decisamente più giovani che hanno conosciuto Alan molti anni dopo la sua uscita e per vie diverse. Vedremo se il nuovo corso riuscirà a intercettare altro pubblico».
Preferenze tra i personaggi del Gruppo Tnt?
«Alan Ford è una serie corale, e forse più che i singoli elementi a funzionare davvero è la loro interazione. Non posso nascondere però una simpatia per il Conte Oliver, uomo dalle mille risorse, e per lo stesso Alan, che i primi anni esprimeva sempre un’ingenuità istintiva che si contrapponeva alla violenta furbizia e spregiudicatezza del mondo intorno a lui».
E in generale tra i personaggi ideati da tuo padre quali ti piacciono?
«Max Bunker ha creato diversi personaggi divenuti storici. Escludendo Alan Ford, quello che ritengo ancora uno dei più moderni è Satanik, uscito nel 1964. È un personaggio che coglie la trasformazione del femminile di quel periodo storico, accelerata dal boom economico, e la ripropone in chiave nera ed erotica, con riferimenti all’horror e all’occultismo. È stata la capostipite di tutte le eroine sexy e secondo me la sua influenza è arrivata fino a Dylan Dog».
Qualità che apprezzi in tuo padre come scrittore di fumetti?
«Ha portato concetti moderni nella scrittura per il fumetto. Il primo grande successo fu Kriminal, nel 1964, che nasceva dall’esperienza di Diabolik di due anni prima, ma subito si è posto oltre estremizzando il sesso e la violenza, con tanto di numeri sequestrati e denunce. Già allora si vedeva una narrazione più asciutta, veloce, incisiva e meno didascalica di quella classica da fumetto. L’acme è proprio Alan Ford, un fumetto che non ha precedenti e neppure epigoni: corale, declinato in tanti generi e con una precisa visione antropologica ed esistenziale. È un progetto molto sofisticato, me ne sono accorto meglio studiandolo e smontandone delle storie per cercare di penetrare ancora di più all’interno della serie».
Tuo padre è un uomo dalla forte personalità, oltre a essere un autore acclamato da decenni: questo non ti ha mai scoraggiato dall’intraprendere la sua stessa carriera? Non hai avvertito il peso del confronto?
«La descrizione che fai di mio padre si attaglia a tutti gli editori importanti che ho conosciuto. C’è molta retorica in questo senso. E comunque no, non ho mai pensato al confronto: sentivo di avere delle storie da raccontare, cosa che ho cercato di fare al mio meglio. Direi che sono stato fortunato, dato che ho potuto farlo con i maggiori editori».
Bunker ha più volte dichiarato di stimare Gian Luigi Bonelli, il creatore di Tex, ma di non avere una grande opinione del figlio Sergio, ideatore di Zagor e di Mister No e, soprattutto, editore di enorme successo: come reagì quando tu iniziasti a collaborare proprio con la Bonelli?
«La rivalità tra Bonelli e mio padre non mi ha mai interessato e l’ho sempre lasciata a loro. Se proprio devo dire qualcosa al riguardo direi che all’origine c’è probabilmente il fatto che hanno un carattere in realtà molto simile. Sergio Bonelli rimane comunque l’editore che mi ha permesso di provare a scrivere fumetti professionalmente, cosa che sono riuscito a fare grazie ad Antonio Serra, editor di Nathan Never, che ha creduto in me prima che ci credessi io. Per quanto riguarda il fatto di lavorare per il “nemico” Bonelli, mio padre non mi ha mai detto nulla. C’è tanta letteratura anche intorno alla “terribile” figura di Max Bunker…».
Insomma la prese bene?
«Quando ho deciso di dedicarmi alla scrittura ho lasciato la redazione e mi sono dato da fare per trovare delle valide collaborazioni. Ovviamente mio padre non c’entrava nulla con le mie scelte, a partire da quella verso Sergio Bonelli. Secondo me la mia collaborazione imbarazzava di più lui, Bonelli intendo».
Il futuro del fumetto in Italia?
«Non sono pessimista sul fumetto in sé. L’Italia è un Paese in cui si sono letti sempre molti fumetti e si continua a farlo. In certi ambiti come manga, graphic novel, libreria, festival, credo abbia anche guadagnato spazio e riconoscimento. Però è entrato in crisi il modello che aveva sostenuto il fumetto popolare italiano: l’edicola, la serialità economica, l’incontro casuale con il lettore. Alan Ford nasceva dentro quel sistema. Oggi la sfida è trovare nuovi canali senza perdere quella forza popolare: la capacità di arrivare a lettori diversi, non solo agli appassionati già formati».
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Studenti in un corridoio scolastico (iStock)
I prof di Parma picchiati dai maranza dicono di voler «seguire una logica educativa e non sanzionatoria». Questo è un messaggio chiaro a tutti gli «italiani di seconda generazione»: la vostra prepotenza resterà sempre impunita. È la logica della sottomissione.
Parma, Italia. Non un sobborgo dimenticato del mondo. Non una favela latinoamericana. Parma. Due professori richiamano un ragazzo, che prendendo a calci una lattina sta danneggiando la carrozzeria di un’auto. Una scena che apparteneva, un tempo, alla normalità educativa di qualsiasi Paese civile.
E invece no. Il ragazzo è islamico, di origine nordafricana. I due professori sono kafir, ossia infedeli, esseri inferiori. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori. I nordafricani considerano doppiamente gli europei esseri inferiori, non solo in quanto infedeli, ma in quanto schiavi. Lo studioso Davis ha quantificato in circa un milione di europei per secolo il totale degli schiavi cristiani rapiti dai saraceni e portati a morire. La vita media di uno schiavo era 7 anni. I palazzi del Marocco sono tutti stati costruiti da schiavi cristiani.
Ad aprile a Massa Giacomo Bongiorni si è permesso di riprendere un gruppo di «giovani» non meglio identificati, cioè di origine nordafricana, che si stavano divertendo a danneggiare una saracinesca, ed è stato picchiato a morte davanti al figlio undicenne. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un kafir che si sia permesso di non essere dhimmi osando addirittura redarguire due padroni, deve essere rimesso in riga. Minacce. Violenza. Aggressione. Un professore colpito con una cintura sulla schiena davanti a decine di persone che filmano, ridono, osservano come si guarda una pubblica giusta punizione di uno sprovveduto. Questo è l’onore nell’islam, che i kafir irrispettosi vengano puniti. Nessuno interviene, nessuno sente il bisogno di difendere l’insegnante, nemmeno qualcuno degli altri kafir, perché paralizzati dal terrore di essere giudicati razzisti o, peggio, poco inclusivi. Una società corrotta dai fiumi di denaro in arrivo dai Paesi del petrolio ha creato questa stolida anestesia. Le punizioni che colpiscono chi tenta di reagire, disapprovazione, grane giudiziarie, vendette di altri maranza, hanno paralizzato tutti.
Il punto più squisitamente dhimmi della vicenda arriva dopo. La scuola decide di non denunciare. E la motivazione meriterebbe di essere incorniciata nei manuali di psicopatologia collettiva: «Seguire una logica educativa e non sanzionatoria». L’educazione è altresì senso dell’onore: mai due contro uno, si può colpire solo per difendersi. L’onore è che chi ha commesso un crimine sia sanzionato. La mancanza di sanzione è disonore e dhimmitudine. Non esiste alcuna possibilità educativa senza sanzione perché, non sanzionando, si sono tutti inchinati all’islam riconoscendone la superiorità e il diritto di punizione degli irrispettosi, loro. Veramente noi paghiamo uno stipendio a professori che scrivono boiate di questo calibro? Non esistono più aggressori: esistono «fragilità». Non esistono più violenze: esistono «percorsi problematici». Non esistono più responsabilità individuali: esistono «contesti». La motivazione i è quella che meriterebbe di essere incorniciata nei manuali: «Come essere un bravo kafir (infedele) e soprattutto un bravo dhimmi (kafir sottomesso)». I due professori non solo hanno giudiziosamente appreso la lezione, siamo certi, ma in questo modo l’hanno impartita anche al resto dell’Italia.
Anche in Francia «seguire una logica educativa e non sanzionatoria» ha fatto scuola: gli insegnanti francesi sono campioni di «dhimmitudine». È all’ordine del giorno subire aggressioni, sputi, insulti, derisione quando loro, kafir, osano dare un ordine a un islamico. Quando l’insegnante Samuel Paty è stato decapitato da uno studente rattristato da una sua lezione su Maometto, i suoi colleghi si sono precipitati a spiegare che, be’, certo, la decapitazione è un po’ forte, ma non bisogna provocare… «Seguire una logica educativa e non sanzionatoria» è una frase che racconta il crollo morale di un’intera classe dirigente meglio di qualsiasi trattato sociologico. Qui si parla di un’istituzione che, dopo essere stata aggredita, rinuncia perfino ad affermare il principio basilare secondo cui chi usa violenza deve risponderne. In fondo i nordafricani di prima generazione, e successive, vengono considerati individui non in grado di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Inoltre fanno parte di un gruppo etnico che salda i conti in maniera atroce. Questo impasto di disprezzo e paura genera un comportamento ignobile, letteralmente ignobile, che manca di ogni nobiltà. Il professore che oserà, una volta aggredito, denunciare, grazie all’episodio di Parma potrà essere accusato di cattiveria, razzismo e poca inclusione. Dopo Parma l’impunità è d’obbligo. Il messaggio che arriva ai nuovi italiani è: nessun limite. nessuna conseguenza reale. I dhimmi hanno capito. Abbiamo costruito una società in cui l’adulto ha paura del minore, soprattutto se di italianità recente, il professore ha paura dello studente, soprattutto se islamico, il dirigente scolastico ha paura delle famiglie, sempre, persino di quelle realmente italiane, e lo Stato ha paura di chiamare le cose con il loro nome. È paralisi morale.
Lo scrittore francese Laurent Obertone, nel saggio purtroppo non tradotto in italiano La France Orange mécanique, descrive una Francia in cui la violenza quotidiana viene progressivamente normalizzata da media, politica e istituzioni. Le violenze aumentano di anno in anno. Sono a carico di immigrati di prima, seconda, terza, quarta e quinta generazione: un islamico nato in Francia da genitori, nonni e perché no, anche bisnonni nati in Francia resta un islamico, una persona che per volontà divina deve prevalere sui kafir e sottometterli alla «dhimmitudine». Per questo suona sorprendente leggere che «gli inquirenti sono a caccia dei responsabili della morte del 22enne a Milano», l’ultimo cristiano accoltellato da maranza cioè da islamici. I responsabili materiali saranno individuati, ma esistono anche responsabilità morali, culturali e politiche che da anni vengono negate. Sono responsabili coloro che trasformano ogni violenza in un alibi sociologico; chi giustifica aggressioni e degrado sostenendo che il criminale sia sempre «vittima del sistema»; chi preferisce accusare un presunto clima d’odio invece di riconoscere il fallimento di un modello che ha reso interi quartieri insicuri per i cittadini onesti. Sono responsabili quei professori che tacciono dopo essere stati aggrediti dai maranza per paura di apparire intolleranti; quei commentatori che invitano a «non strumentalizzare» anche davanti all’ennesima donna colpita in strada; quei sindaci che amministrano città sempre più violente mentre dedicano più energie alla retorica ideologica che alla sicurezza reale. Ma qui torna la lezione di San Tommaso: una comunità che rinuncia alla giustizia in nome dell’ideologia prepara il proprio disfacimento. Il comportamento dei professori di Parma è anticristiano.
E quindi? Impariamo a combattere, a combattere fisicamente. Alla modica somma di 80 euro su internet si compra un giubbotto anti accoltellamento. Portarlo sempre rinforza la muscolatura, come portare la corazza dei cavalieri di Malta o degli Ussari alati di Polonia. E soprattutto come i guerrieri di Poitiers, di Lepanto, di Vienna, impariamo a portare su di noi una croce e impariamo a pregare. Il cristianesimo ordina di evangelizzare i maranza, e nessun cristianesimo ordina di subirne le violenze. Meglio morire combattendo che vivere da dhimmi. Meglio essere Samuel Paty che scrivere boiate come «seguire una logica educativa e non sanzionatoria». Non abbiamo vinto a Poitiers, Lepanto e Vienna per diventare un Paese di kafir e dhimmi.
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