I coniugi Moretti, titolari del locale di Crans-Montana (Ansa)
Che cosa si può comprare con 33.000 euro? Probabilmente una Maserati usata, ma anche dei pannelli ignifughi e un impianto antincendio. Forse nella cifra ci sta anche un corso di sicurezza riservato ai dipendenti, affinché sappiano che cosa fare in caso di emergenza. Sì, più l’inchiesta sulla strage di Crans-Montana va avanti e più i dettagli dell’indagine - a dire il vero prevalentemente giornalistica e poco giudiziaria - ci fanno capire che siamo di fronte a una storia di ordinaria avidità. Durante il Covid, i coniugi Moretti ottennero un finanziamento di 75.000 euro. Ma quei soldi, invece di investirli nel loro locale per metterlo a norma con pannelli che non bruciassero alla prima scintilla e installando un impianto antincendio, li hanno usati per comprarsi una Maserati, intestandola alla società che gestiva Le Constellation.
Ovviamente di un’auto, per di più di lusso, non avevano bisogno. Anche perché nel garage della coppia c’erano già una Mercedes-Amg, una Bentley e una Porsche Cayenne. I due avevano, dunque, più vetture di quante ne potessero usare contemporaneamente, per giunta non proprio utilitarie. Tuttavia, decisero di concedersi un’altra auto lussuosa, suscitando anche l’interesse della Procura del Cantone che, tuttavia, dopo aver indagato, archiviò l’indagine ritenendo che la Maserati fosse l’auto di servizio di cui i coniugi Moretti avevano necessità per svolgere la loro attività di gestori di bar e ristoranti.
Con il senno di poi, però, quei 33.000 euro investiti per comprare una vettura sono la testimonianza della spregiudicatezza e dell’avidità dei due. Avevano i soldi per mettere in sicurezza il locale dove sono morti 40 ragazzi e altri 116 sono rimasti feriti e li hanno usati per comprarsi l’ennesima supercar. Erano ricchi, avevano immobili in una delle località sciistiche più prestigiose della Svizzera e altri, a quanto pare, ne avevano acquistati in Costa Azzurra. Avevano un parco vetture da far invidia a molti imprenditori. Ma non bastava. Volevano di più. Per dimostrare al mondo il proprio successo, per celebrare la propria ascesa sociale, dopo gli anni in cui lui aveva frequentato un milieu di malviventi e magnaccia, i Moretti volevano aggiungere un’altra fuoriserie alla loro scuderia. E così parte di quei 75.000 euro, ottenuti in prestito per far fronte all’emergenza Covid e alla chiusura dei loro locali, non sono serviti per ampliare le uscite di sicurezza e neppure per sostituire il materiale infiammabile di Le Constellation, ma per una Maserati.
Ora Jessica Moretti piange di fronte ai cronisti, chiedendo scusa fuori tempo massimo. Ma sarebbe stato sufficiente che, invece di pensare a ingrandire ancora di più Le Constellation allargando la veranda e restringendo magari le vie di fuga, avesse pensato a come rendere sicuro il locale. Invece, come capita a chi vuole guadagnare senza farsi troppi scrupoli, ha pensato solo a quanti altri soldi avrebbe incassato, correndo verso il baratro e trascinando con sé la vita di decine di ragazzi. Di questa tragedia dell’avidità resteranno le immagini di lei che fugge la notte della strage. Mentre dei minorenni morivano asfissiati o bruciati, la signora della notte di Crans scappava, secondo alcune testimonianze, con la cassa. C’è un filo rosso che lega la sciagura del Ponte Morandi a quella della Rsa di Milano, dove sei anziani morirono soffocati dal fumo e altri 80 rimasero intossicati, per poi arrivare a Crans. È spesso la motivazione economica a unire le catastrofi. Per dirla con Giorgio Bocca, «fare soldi per fare soldi, se esistono altre prospettive, scusate, non le ho viste». Ma la storia raccontata negli anni Sessanta sul Giorno dal grande giornalista riguardava la «strage» di librerie in un centro della provincia di Pavia, non la strage di minorenni in una località di lusso delle Alpi svizzere.
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Omaggio alle vittime davanti al locale Le Constellation di Crans Montana (Ansa)
Nessuno può togliere ai gestori del locale e allo Stato la loro responsabilità. Ma non dimenticare il disastro vuol dire anche insegnare ai giovani come rimanere sempre lucidi. E come saper rinunciare a stordimenti e strumenti che appannano la realtà.
«Del senno di poi sono piene le fosse» è un vecchio proverbio tramandato dal Manzoni che spiega come siamo tutti bravi, dopo, a capire le cose, a intuire dove sono stati fatti gli sbagli, come si potevano evitare i disastri. La frase significa: quelli che sanno tutto «dopo» sono tanti, e con la loro inutile e tardiva scienza ci si possono riempire le fosse; ma ha anche un secondo significato, più sinistro e sottile: nelle fosse ci stanno i morti, perché essere incauti può uccidere. Bisogna pensare col senno di prima, non con quello di poi, o qualcuno lo pagherà con la vita, e altri piangeranno il vuoto atroce che è stato lasciato dalla loro morte. È un discorso di responsabilità.
I proprietari del locale di Crans-Montana sono responsabili al 100% di quanto è successo, la loro sete di guadagni ha causato morti e feriti: i morti sono tantissimi, i feriti sono feriti gravi. La responsabilità dello Stato elvetico che non ha fatto i controlli è del 100%. Qualcuno obietterà che il totale deve fare 100: se sono in due a essere responsabili, avranno il 50% di responsabilità a testa. Giusto in matematica, ma sbagliato: nella vita ognuno deve assumersi il 100% di responsabilità. Lo stesso succede nei genocidi: la responsabilità dello sterminio degli armeni, degli ebrei, dei tutsi è di coloro che hanno dato gli ordini (100%) e di tutti coloro che li hanno eseguiti. Ognuno è responsabile al 100%.
Uno Stato che non faccia i controlli, dando per scontato che i suoi cittadini si comportino bene, è irresponsabile. Ognuno deve assumersi tutte le responsabilità, la propria e quella degli altri: dare per scontato che gli altri possano anche non fare le cose giuste. Il 100% di responsabilità ce l’hanno gli adulti presenti quella dannata notte, ma anche nelle precedenti: i clienti maggiorenni, ma soprattutto i barman, i camerieri e il disk jockey. I camerieri, il barman e il disk jockey avrebbero dovuto rifiutarsi di lavorare in un locale pericoloso. «Io prendevo solo ordini», «dovevo guadagnarmi lo stipendio», sono frasi di deresponsabilizzazione.
La notte tra il 26 e 27 gennaio 2013 il rogo di una discoteca, Kiss, a Santa Maria in Brasile ha causato la morte di 245 persone, quasi tutte giovanissime. Si trattava di una festa con 2.000 universitari, c’era una band che suonava dal vivo, due dei suonatori con fuochi artificiali simili a quelli usati a Crans-Montana hanno dato fuoco al soffitto insonorizzato ma non ignifugo, esattamente come a Crans-Montana. I morti sono stati più del quintuplo di quelli della notte di Capodanno in terra elvetica. Non c’erano italiani nel rogo del Brasile, era un posto lontano, non lo abbiamo nemmeno memorizzato. Forse è sbagliato che non ce ne sia fregato niente, forse inevitabile. Visto che sul pianeta ci sono otto miliardi di persone e non possiamo avere il cuore spezzato per tutti i morti, ci limitiamo a quelli vicini, quelli che sono il nostro prossimo. Comunque non abbiamo memorizzato e non abbiamo imparato.
Dall’episodio è stata tratta una miniserie televisiva, La notte che non passerà, trasmessa nel 2023 su Netflix. Camerieri, barman, disk jockey sono tutti responsabili. Hanno accettato di lavorare in un locale senza uscite di sicurezza con il maniglione antipanico, la scala troppo stretta. Che il tetto fosse infiammabile potevano forse non saperlo (nessuno di questi che guardi Netflix?), ma si poteva sempre chiedere: scusate, il soffitto e i muri sono ignifughi? Quindi dovevano pretendere che gli abbordabili e disponibili proprietari facessero delle ristrutturazioni carissime? Non diciamo idiozie. Bastava pretendere un’unica cosa che non costava nulla: che in quel locale non si usassero fuochi artificiali, perché il locale poteva essere inadeguato finché volete, ma senza i fuochi pirotecnici non sarebbe successo niente. Stesso discorso per il Brasile.
E qui si arriva all’ultimo 100% di responsabilità: il 100% di responsabilità l’hanno i produttori di fuochi artificiali e il 100% di responsabilità l’hanno gli Stati che non li vietano, tutti, sempre. Forse se volete (ma non è obbligatorio), potete fare un’eccezione per quelli ufficiali, fatti da esperti per Comuni o istituzioni, ma solo quelli. Tra l’altro l’Unione europea che ci ha imposto i tappi che non si staccano per risparmiare CO2, non ha ancora fatto mente locale sul fatto che i fuochi pirotecnici sono esplosivi? Se poi incendiano qualcosa, la CO2 aumenta ancora di più. Come ogni medico che ha fatto turni di guardia medica e pronto soccorso, odio con tutta l’anima i fuochi d’artificio: un odio viscerale, totale. Sono il paradigma dell’idiozia: occhi bruciati, dita amputate, persone uccise, i due roghi del Brasile e della Svizzera e poi innumerevoli altri.
Mi rivolgo ai genitori dei ragazzi morti, e di quelli che ora stanno combattendo per vivere. Molti di voi sono professionisti, imprenditori. Siete persone che si sanno muovere. Create un comitato, create qualcosa. Chiedete, anzi pretendete, per il dolore che avete dentro, per i vostri figli che non torneranno, la messa al bando immediata dei fuochi pirotecnici, tutti. Anche una modesta «stellina» può causare un incendio. Chiedete, pretendete, di entrare nelle scuole, tutte, e in nome dei vostri figli insegnate e pretendete che sia insegnata l’assunzione di responsabilità, il 100%: che ognuno, appena entrato in qualsiasi locale pubblico, verifichi la presenza delle uscite di sicurezza e pianti una grana se non ci sono, che ognuno abbia fatto esercitazioni antincendio oltre al massaggio cardiaco e alle tecniche di disostruzione che tutti devono saper fare. Entrate nelle scuole, parlate dei vostri figli. Dite che ognuno, sempre, deve assumersi il 100% di responsabilità su quello che sta succedendo. E per assumersi il 100% di responsabilità occorre essere lucidi. I vostri figli al momento della loro morte forse non lo erano, o forse non lo erano tutti, o forse non lo erano perfettamente. Lo si vede nei lunghissimi secondi in cui guardano il pericolo mortale e non capiscono. Ci sono forme di «divertimento» magnifiche, come la poesia, parlare con un amico di Dio e della morte, correre nel bosco, sciare in una giornata di sole, suonare uno strumento, fare l’amore con qualcuno che si ama, mettere al mondo un figlio. Pregare può diventare estasi, ma bisogna essere allenati. Anche per sciare e suonare bene ci vogliono pazienza e determinazione, cioè allenamento. Ci sono divertimenti pessimi, come la pornografia, che modifica tutti i neurotrasmettitori in maniera squallida e pericolosa. E poi c’è la discoteca, divertimento mediocre nel migliore dei casi.
Che male c’è? Invertiamo la domanda: che bene c’è? Nessuno. L’alcol su persone giovani è un danno, l’alcol al di sopra di piccole quantità è un danno ed è cancerogeno. Discoteca, alcol, musica ad altissimo volume con molte percussioni causano uno stato alterato di coscienza, una specie di super euforia che leva lucidità, e annulla ogni insicurezza. Si diventa tutti uno, una specie di rumorosa coscienza collettiva all’interno della quale la responsabilità annega. Da decenni dicono che è normale: gestori di discoteche e produttori di musica hanno creato questo falso mito della discoteca come irrinunciabile divertimento, lo hanno detto anche ai vostri figli, è normale vivere momenti in cui «non si capisce più niente». No, non è normale, non si è mai fatto. Manzoni non lo ha mai fatto, Mozart nemmeno. Non c’è niente di male, forse (non c’è niente di male a bere troppo alcol a 14 o 15 anni?), ma è sicuramente mediocre.
Entrate nelle scuole. In nome dei vostri figli, salvatene altri: fate bandire i fuochi d’artificio, insegnate come assumersi la responsabilità, come restare sempre lucidi, come combattere per la vita. Combattete questa battaglia. Che Dio vi benedica. Che il ricordo dei vostri figli sia una benedizione.
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La giornalista di Fuori dal coro a Monfalcone. Nel riquadro, i tre pachistani che si sono spacciati per minorenni
Inchiesta di «Fuori dal coro» su uno «scherzo» da oltre 58.000 euro a Monfalcone: tre pachistani clandestini (e adulti) si spacciano per dei ragazzini, scroccando ospitalità nel centro per under 18. Ma non sono gli unici.
Monfalcone si trova a pochi chilometri dal confine italo-sloveno e per questo è una delle prime città di approdo dei migranti della rotta balcanica. Qui ci sono centinaia di sentieri che attraversano il Carso e che i clandestini percorrono per entrare illegalmente nel nostro Paese.
Gli immigrati che arrivano così a Monfalcone vengono identificati dalle forze dell’ordine e, se non hanno i documenti, compilano un’autocertificazione nella quale dichiarano la loro età. Se si dicono minorenni, vengono affidati al centro d’accoglienza per minori non accompagnati della città, il Timavo, gestito dalla coop Duemilauno. Per il programma Fuori dal coro di Mario Giordano, nella puntata di ieri sera su Rete 4, sono stata proprio nella struttura Timavo perché ho scoperto che per sei mesi tre immigrati pakistani si sono finti minorenni. Ali Touheed ha dichiarato di avere 17 anni, in realtà ne ha 30. Rizwan Hassan diceva di essere minore, ma ha 26 anni. E per finire, Ali Sajid ha 22 anni. I tre pakistani hanno nascosto i loro documenti per sei lunghi mesi, fino a quando sono andati alla questura di Gorizia per fare richiesta di protezione internazionale. In quel momento, le forze dell’ordine hanno scoperto la truffa: i tre sono ultramaggiorenni e non hanno diritto di stare nella comunità per minori non accompagnati. Insomma, fingendosi diciassettenni, i pakistani hanno ottenuto accoglienza immediata, ma al Comune di Monfalcone le loro bugie sono costate oltre 58.000 euro (ogni minore «costa» 108 euro al giorno, ndr).
Così sono andata nella comunità Timavo per chiedere spiegazioni. La prima educatrice che incontro mi confessa che questo trucchetto è molto diffuso fra gli immigrati che arrivano illegalmente in Italia e che «capita spesso» nei centri d’accoglienza. Ma mi invita a rimanere così da poter parlare con altri educatori. Dopo qualche minuto, senza presentarsi arrivano a passo spedito verso di me un uomo e una donna. Presumibilmente una educatrice e un mediatore culturale. «Come avete fatto a non accorgervi», gli chiedo, «che questi tre immigrati non erano minorenni? In sei mesi lo Stato vi ha dato 58.000 euro e sono soldi dei cittadini italiani». L’educatrice apre la porta, mi dice di uscire e mette le mani sulla telecamera per non farsi riprendere. E mentre io continuo a fare domande, gli animi dei due si scaldano. Il mediatore culturale mi spinge verso la porta, l’educatrice copre l’obiettivo della telecamera.
Riesco a divincolarmi e a riprendere tutta la scena. Poi gli faccio notare che per legge, se loro hanno dubbi circa l’età dei minori che ospitano, devono comunicarlo alle autorità competenti, in modo da rendere possibili le visite mediche che permettono di capire più precisamente quanti anni ha la persona. «Ma voi non lo avete fatto», preciso, «e avete preso i soldi». Sentendo queste parole, il mediatore culturale dà in escandescenze, mi mette le mani addosso e mi spinge fuori dal centro d’accoglienza.
Ma per capire se questa pratica di fingersi minori per aggirare la legge italiana è diffusa fra gli immigrati, sono andata in alcuni centri d’accoglienza per under 18 non accompagnati in provincia di Udine. In tutte le strutture in cui sono stata, ho detto di aver incontrato alcuni clandestini che mi hanno spiegato di essere minorenni, ma non in possesso di documenti. «Cosa devono fare?», chiedo. Grazie a una telecamera nascosta ho filmato tutte le risposte che ho ricevuto. Nel primo centro d’accoglienza, due educatori mi spiegano che i carabinieri identificano gli immigrati e «se si dichiarano minorenni, così vengono trattati». «Ci sono un sacco di leggi», continuano, «che tutelano i minori. E loro (i clandestini, ndr) lo sanno. Se dicono di avere 17 anni, i carabinieri lo scrivono e nessuno può rimandarli a casa». Allora domando: «Ma se non sono veramente minori, che succede? Gli fanno delle visite?». «Se loro dicono che sono minorenni, i carabinieri lo prendono per vero», rispondono, «non fanno le visite. I carabinieri non hanno tempo di fare indagini sull’età. Si dichiarano minori? Il giorno stesso sono accolti».
Incredula della facilità con la quale si può aggirare la legge, mi sposto in un’altra struttura per minori. Ma purtroppo anche questa educatrice mi conferma che «i migranti fanno questo giochetto di dichiararsi minori anche quando non lo sono». «Poi», continua, «dovrebbe essere la questura a fare i controlli in merito all’età, ma non lo fa perché costa troppo». Ma non solo. La donna mi spiega che quando gli immigrati entrano in Italia e sono maggiorenni che vogliono spacciarsi per minorenni, «o buttano i documenti o li nascondono» in modo tale da «poter dichiarare di avere 17 anni, questo è il sistema».
Cambio centro d’accoglienza, ma il registro - purtroppo - è sempre lo stesso. «Dichiararsi minorenni», sostiene l’educatrice, «significa avere tutto assicurato. Loro fanno conto, quando vengono qui, di risultare minorenni. Molti sono stati respinti in Francia, Spagna e Belgio e poi, fingendosi minori, entrano in Italia». E noi li accogliamo, sapendo che ci ingannano. Perché nessuno fa qualcosa?
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Tombe regali di Petra, in Giordania (iStock)
A Betania è stata consacrata la chiesa del Battesimo dove c’era un campo minato. E Salt è per l’Unesco «città della tolleranza».
L’acqua è l’Archè, ovvero il Principio. La sostanza da cui tutto trae origine, sosteneva il filosofo Talete. L’Alfa e l’Omega della vita. Il Fonte battesimale di Betania oggi è parte del Regno Hascemita di Giordania. Proprio lì Gesù di Nazareth ha voluto essere battezzato: «Nel punto più basso del pianeta ma il più vicino al Cielo». In una landa desolata lungo le rive del fiume Giordano, quel deserto dove lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, si posò al suolo.
Terra benedetta, un luogo che cattura l’anima.
Al-Maghtas - in arabo «immersione» - è la «Betania oltre il Giordano» narrata dai Vangeli.
Per secoli fu tappa del pellegrinaggio cristiano che si snoda da Gerusalemme lungo il fiume fino al monte Nebo. Una depressione poco distante dal Mar Morto che i geologi indicano come il posto più basso della Terra, 400 metri sotto il livello del mare.
Tuttavia solo negli anni Novanta il Fonte fu definitivamente identificato dagli archeologi - tra cui il francescano padre Michele Piccirillo - come il luogo dove Giovanni Il Battista visse e dove l’Uomo di Nazareth fu battezzato. In un’epoca in cui non esistevano confini e chiunque poteva passare liberamente da una riva all’altra.
La popolazione giordana è per il 97% musulmana ma il turismo religioso è considerato prioritario per l’economia del Paese. Chiese e moschee godono delle stesse agevolazioni fiscali. E proprio a Betania è stata recentemente consacrata la chiesa cattolica del Battesimo alla presenza dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, e del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme. Realizzata là dove c’era un campo minato, è in grado di accogliere fino a 1.200 pellegrini.
«Vogliamo costruire ponti di amicizia e di pace» afferma il direttore del Sito del Battesimo, l’armeno Rustom Mkhjian, che da vent’anni dedica ogni sua energia a questo luogo. «I cristiani sono una parte piccola ma essenziale della popolazione giordana. Il nostro è un Paese che vuol essere messaggero di armonia e di pace».
Il Regno Hashemita di Giordania, attualmente governato da Re Abdullah II, è oggi uno Stato sicuro dove la convivenza pacifica tra cristiani e musulmani è normalità. Un Paese stabile che ha imboccato senza tentennamenti la strada della modernità in una zona del mondo tutt’altro che tranquilla. «La Giordania è un paese sicuro e non è mai stato coinvolto nei conflitti regionali» spiega Abdelrazzaq Arabiyat, direttore generale del Jordan Tourism Board. «Ci teniamo a sottolinearlo con forza per rassicurare i visitatori italiani ed invitarli a visitare i siti del nostro patrimonio culturale».
Per cogliere concretamente le dimensioni di una convivenza finalmente possibile è interessante recarsi anche a As Salt, a Nord Ovest di Amman, dove c’è il sepolcro del biblico Giobbe. L’Unesco l’ha premiata «città della tolleranza e di ospitalità urbana». Arroccata su una collina è un arruffato mix di botteghe, locali e caffè dove si fuma ancora il narghilè e dove gli uomini trascorrono le ore giocando a «mancala» con delle strane pedine di legno. E le donne, al bazar, impastano il pane e lo cuociono davanti agli avventori.
E poi si parte alla ricerca della città perduta.
Petra è un altro luogo magico che è difficile descrivere a parole. Per la seconda volta dopo Betania l’emozione toglie il fiato.
Ignoto invece è il motivo per cui poi la città un certo momento fu completamente dimenticata e nessuno ne sentì più parlare. Fino al 1812, quando un esploratore svizzero, Johann Ludwig Burckhard, pare travestito da arabo errante, vi si fece condurre.
Oltre il palazzo de il Tesoro si cammina tra centinaia di tombe scavate nella roccia rossastra, bassorilievi, templi, colonnati, i resti di una chiesa bizantina ed un grande teatro romano capace di accogliere 7.000 persone.
Ma la Giordania è soprattutto deserto, un affascinante, arido mondo di pietra rossa che già Lawrence d’Arabia descrisse e che oggi offre al turista campi tendati ben mimetizzati nel paesaggio. Al Wadi Rum Bubble Luxotel si dorme all’interno di «bolle» ad aria compressa con il soffitto trasparente. Mentre le stelle stanno a guardare. Info: www.visitjordan.com; www.jordanpass.jo.
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