Un testo d’intesa di circa due pagine, ribattezzato «Memorandum di Islamabad», ha posto fine alle ostilità tra Stati Uniti e Iran, aprendo però la strada a nuovi colloqui che dovrebbero proseguire nei prossimi 60 giorni. L’accordo prevede la sospensione immediata della guerra e l’interruzione delle operazioni militari sui fronti coinvolti. Restano però aperte diverse questioni centrali per il futuro negoziato, a partire dalle garanzie sul programma nucleare iraniano, dalle sanzioni internazionali e dagli equilibri regionali.
Dragamine e 500 uomini già in allerta da settimane per Aspides. Premier e Tajani confermano la volontà di contribuire dopo il via libera in Aula. L’Eliseo: «Fregate e portaerei dispiegabili in 48 ore». Merz più cauto.
C’è ancora incertezza sul regime che avrà lo stretto di Hormuz dopo l’accordo preliminare fra Usa e Iran. Se gli americani affermano che la navigazione sarà libera, gli iraniani ribattono che continueranno a imporre un pedaggio, sospeso solo nei 60 giorni che serviranno a raggiungere un’intesa definitiva. All’avvio del vertice G7 di Evian, in Francia, il presidente americano Donald Trump ha ostentato ottimismo: «Lo stretto sarà completamente aperto. Si sta facendo un po’ di caccia a un paio di mine, ma le navi stanno già muovendosi». La realtà è più complessa. Il cessate il fuoco rende possibile la preannunciata missione dei Paesi dell’Unione europea, che da settimane s’erano detti disposti a inviare navi militari nello Stretto per bonificarlo dalle mine e pattugliarne le acque. Ecco perché fin dalla mattinata di ieri il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha affermato che «la missione per Hormuz sarà al centro delle discussioni del G7».
Il suo presidente, Emmanuel Macron gli ha fatto eco candidando subito la Francia e l’alleata Gran Bretagna alla guida della missione internazionale, per la quale l’Eliseo può inviare in poco tempo la portaerei Charles De Gaulle, a propulsione nucleare: «La Francia e la Gran Bretagna sono pronte a prendere la testa di una missione nello Stretto di Hormuz, con il sostegno di Olanda e Italia. La portaerei Charles De Gaulle è pronta a essere schierata entro due o tre giorni insieme a fregate, appena ci sarà conferma dell’accordo». Lo ha ricordato allo stesso Trump, il quale gli ha ribattuto che «gli Usa non hanno bisogno di aiuto». Parigi e Londra, forse nostalgiche di avventure d’altri tempi, come la spedizione di Suez del 1956 contro l’Egitto, si propongono al vertice della missione, ma anche l’Italia è in prima fila.
La premier Giorgia Meloni ha garantito che «l’Italia è pronta a partecipare alla missione dopo il via libera del Parlamento». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato: «Faremo la nostra parte. L’Italia sarà protagonista di una nuova stagione di difesa della libertà di navigazione, così come stiamo facendo con la nostra Marina Militare nel Mar Rosso e con la missione Atalanta contro la pirateria. Così faremo, se ci sarà un accordo, anche a Hormuz. Abbiamo già inviato due dragamine di fatto aggregate alla missione Aspides, vediamo quando e come sarà possibile trasferirle verso Hormuz». Ha anticipato che mercoledì mattina affronterà la questione in una riunione alla Farnesina. Le due navi dragamine, o «cacciamine» italiane che possono portarsi a Hormuz in pochi giorni, sono la Crotone e la Rimini, unità della classe Gaeta operative da circa 30 anni, ma ancora valide. Lunghe 52 metri e dislocanti 720 tonnellate, hanno scafo in vetroresina, per eludere le spolette magnetiche delle mine, e individuano gli ordigni anzitutto valendosi di un sonar la cui portata arriva a 270 metri di profondità. Ma utilizzano anche droni subacquei Pluto Rpv (Remote Piloted Vehicle), mini-sommergibili telecomandati con telecamere che, oltre a trovare le mine spingendosi fino a 600 metri di profondità, sono anche in grado di farle brillare ponendo vicino a esse delle apposite cariche esplosive. Le navi dragamine imbarcano inoltre una squadra di sommozzatori che possono intervenire contro le mine fino a una profondità di 60 metri in casi in cui non è possibile usare i droni.
L’impiego delle due dragamine, che portano ciascuna un equipaggio di circa 50 elementi, avverrebbe nel quadro di una squadra più ampia comprendente la nave Atlanta per l’appoggio logistico e due navi da scorta armata, il pattugliatore Raimondo Montecuccoli da 6.000 tonnellate e la fregata Luigi Rizzo da 6.900 tonnellate, unità armate con cannoni e missili antiaerei Aster. L’impegno totale di una missione italiana nel Golfo Persico potrebbe quindi arrivare a oltre 500 uomini dei vari equipaggi.
Di un impegno italiano a Hormuz ha parlato anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, in visita ieri a Washington, con il segretario alla Guerra Usa Pete Hegseth. Il capo del Pentagono la lodato il ruolo di Roma: «L’Italia è sempre più protagonista nella difesa europea e il ruolo della Meloni è decisivo». Più cauta sulla missione è parsa la Germania, dato che il cancelliere Friedrich Merz ha rimarcato che «collaboreremo con gli alleati non appena saranno soddisfatte le condizioni necessarie». Secondo esperti come il professor Gian Enzo Duci, docente in management marittimo all’Università di Genova sentito ieri dall’agenzia Ansa, «per una bonifica completa dalle mine possono occorrere dai tre ai sei mesi», anche se «ci sono due aree prossime all’Oman e prossime all’Iran in cui non ci sono mine e le navi riescono a transitare». Ma l’idea di una forza navale europea non piace a Teheran, il cui governo fa sapere alla Reuters: «Qualsiasi presenza di Paesi stranieri nello Stretto di Hormuz, sia per garantire la sicurezza della navigazione sia per operazioni di sminamento, è inaccettabile. È un pretesto per portare forze navali nello stretto e non sarà accettato».
Donald Trump (Getty Images)
Ogni conflitto è stupido: questo di più. L’ala militare del regime è cresciuta e non ci sono certezze sull’uranio. Nel frattempo, sono stati introdotti pedaggi che prima non c’erano. Nel mezzo, migliaia di civili sterminati.
C’è l’accordo, evviva. Debbiamo essere felici.
C’è la firma digitale, la guerra è finita, andate in pace e rendete grazie agli ayatollah. Quest’accordo ce l’hanno fatto talmente sospirare, l’hanno annunciato e smentito, preparato e seppellito, anticipato e cancellato tante di quelle volte, che ora non sembra vero di essere arrivati finalmente alla firma. E quindi fiato alle trombe Trumpetta, si festeggi la fine (pardon interruzione) delle ostilità e la riapertura di Hormuz. Ma. Scusate: ci è rimasto un «ma» di traverso. Perché il sollievo per il raggiunto accordo non riesce a toglierci dalla testa l’avversativa. E cioè: ma. Nel senso: ma per che cosa è stata fatta questa cavolo di una guerra?
Sia chiaro: a farla per abbattere il regime degli ayatollah. Ricordate? Tutti i nostri esperti da salotto ci illustravano, ad ogni talk show, l’inevitabile «regime change». Si fa il «regime change» di qui, si fa il «regime change» di là.
A sentirli sembrava più facile cambiare il regime iraniano che cambiare il loro vestito per il cocktail serale. Un po’ di missili, qualche effetto collaterale, una scuola che salta in aria (ma vorremo pure aiutare i giovani iraniani, no?) e il gioco è fatto: i Parenzo d’Italia gridavano a reti unificate che l’attacco era indispensabile per mettere fine all’orrenda dittatura islamica. La quale dittatura, però, purtroppamente, alla fine della guerra è ancora là. Più salda e feroce che prima.
Dunque la guerra non è servita a cambiare il regime iraniano, il quale anzi s’è stretto attorno ai pasdaran ancor più estremisti. E non è servita nemmeno ad aiutare i giovani manifestanti, che in effetti ora si guardano bene dal manifestare, e chissà quando potranno tornare a farlo. La guerra non è servita nemmeno a punire chi ha impiccato i contestatori perché anzi i boia di quei ragazzi appaiono oggi trionfanti come vincitori della guerra e salvatori della patria.
E allora a cosa è servito? A disinnescare l’incubo nucleare? A portare via l’uranio dalle mani degli ayatollah? Questa era l’altra grande arma dialettica sparata dai nostri bombardieri da talk show: non possiamo rischiare che un Paese non democratico arrivi ad avere la bomba atomica, ripetevano. E pazienza se la bomba atomica ce l’hanno pure la Cina, il Pakistan e la Corea del Nord che non sono proprio democratici. È l’Iran che non la deve avere, ci spiegavano. Israele sì, l’Iran no. Perché? Perché vuolsi così colà dove si puote e più non dimandare.
Lo hanno ripetuto talmente tante volte che alla fine quasi quasi finivamo per crederci: vuoi vedere che la guerra serve a portare via il nucleare all’Iran?
Purtroppamente, neppure quello è vero. Il regime iraniano è rimasto lì, il nucleare pure. Nei prossimi sessanta giorni si discuterà cosa farne, ma l’ipotesi più realistica è che si ripeta l’accordo firmato nel 2015 da Obama, accordo per altro contestatissimo da Trump. Il quale Trump, però, alla fine probabilmente accetterà le stesse condizioni dell’accordo di Obama, e persino un po’ peggiori: in pratica l’uranio resta lì, solo che Teheran si impegna a sospendere l’arricchimento un tot di anni (venti chiedono gli uni, cinque rispondono gli altri, probabile che si chiuda a dieci, come al suk). In compenso gli iraniani si vedranno sbloccati tutti i loro fondi e non dovranno preoccuparsi di smilitarizzare gli hezbollah in Libano. Dunque cosa cambia? La riapertura dello stretto di Hormuz, ovvio. Che, per altro, era già apertissimo prima dell’inizio della guerra.
Dunque ripeto la domanda iniziale: a che cosa è servita questa diavolo di guerra? Se tutto va bene: a tornare alla situazione che c’era prima. Dico se tutto va bene perché gli iraniani già stanno dicendo che la riapertura dello stretto di Hormuz è solo per sessanta giorni, poi metteranno il pedaggio. Nel caso fosse vero abbiamo la risposta alla domanda: a che cosa è servita la guerra? Ad avere un pedaggio ad Hormuz che prima non c’era. Ma anche se non fosse così (speriamo) il risultato della guerra sarebbe comunque discutibile. Abbiamo seminato per cento giorni morte e distruzione, abbiamo arricchito i produttori di armi, abbiamo fatto aumentare il prezzo del petrolio mettendo in ginocchio l’economia e le famiglie, per che cosa? Per riaprire lo stretto di Hormuz che era già aperto. Per il resto, nulla di nuovo sul fronte iraniano.
Voi capite che i toni trionfalistici stridono un po’ sulla pelle, e anche un po’ sul portafoglio di chiunque guardi in faccia la realtà. Ci piacerebbe assai capire, infatti, il motivo per cui ci siamo infilati in questa follia più folle di tutte le altre, e forse anche il motivo per cui il governo italiano ci ha messo tanto a prenderne le distanze. Ma tant’è: così è andata. Ora vediamo solo quando scenderà il prezzo della benzina. Quando scoppiò la guerra, ricordate?, non fecero in tempo a partire i primi missili e già erano partiti i primi rialzi al distributore. Quando si tratta di far scendere il prezzo, invece, guarda caso il prezzo al distributore si muove con assai meno tempestività, e qualche volta non si muove neppure. E così alla fine resta l’impressione che questa guerra, come ogni altra guerra ma forse ancor di più delle altre, sia stata soltanto un inganno. Proprio come la felicità che ci buttano addosso in queste ore.
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Giorgia Meloni insieme alla premier giapponese Sanae Takaichi (Ansa)
Annunciate iniziative comuni nell’ambito del Piano Mattei e sullo Spazio. Poco dopo in Francia inizia il delicato summit. Subito il bilaterale tra Macron e Trump, che si prende la scena già prima di partire: «Se importi persone del Terzo mondo, lo diventi».
«Il mondo è cambiato profondamente dall’ultima volta che i leader si sono incontrati qui. È più frammentato. Più competitivo. Più incerto», osservava ieri su X la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, poche ore prima dell’inizio dei lavori del G7 a Évian-les-Bains.
Malgrado i propositi di compiere scelte che «invieranno un segnale chiaro sulla nostra volontà di agire, di cooperare e di difendere i principi che sono alla base della stabilità globale», enunciati dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, tra i protagonisti del summit non c’è unità di intenti e di interessi nell’elaborare risposte di fronte alle urgenti sfide globali. In un clima di forti tensioni, sia internazionali sia locali, dopo gli scontri scoppiati domenica a Ginevra fra manifestanti anti G7 e polizia, le questioni aperte sono tante, non solo belliche.
«Gli squilibri globali sono un tema centrale di questo vertice», ha dichiarato Von der Leyen. Con un riferimento esplicito a Pechino: «Se guardiamo al 2025, questo anno verrà ricordato come quello in cui, per la prima volta in assoluto, tutti gli Stati membri hanno registrato un deficit commerciale con la Cina». Per la Ue si parla di 360 miliardi di euro. «Naturalmente questo non è sostenibile», ha commentato la presidente, ribadendo la strategia Ue del derisking che si concentra sulla mitigazione dei rischi e sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, allo scopo di ridurre l’esposizione verso un singolo mercato.
Nella località termale dell’Alta Savoia, incastonata tra le montagne da un lato e il lago di Ginevra e il confine svizzero dall’altro, fino al 17 giugno Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito discuteranno assieme all’Unione europea di Medio Oriente, di Ucraina, di squilibri economici globali, di dazi, di partenariati e solidarietà internazionali ma anche di intelligenza artificiale. La presidenza francese ha inoltre invitato i leader di diversi Paesi quali India, Brasile, Egitto Qatar e Emirati Arabi Uniti a partecipare ad alcune sessioni di lavoro.
Tra imponenti misure di sicurezza, il vertice ha preso il via nella serata di lunedì, dopo l’arrivo all’Evian Resort (che comprende l’hotel a 5 stelle Le Royal, dove alloggeranno i leader e le loro delegazioni) dei big internazionali che hanno preso parte a una cena di lavoro dal tema: «Affrontare insieme le grandi sfide internazionali». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato l’ultimo ad arrivare a Ginevra, poco dopo la premier Giorgia Meloni accompagnata dalla figlia Ginevra. Alla bimba, il presidente della Confederazione svizzera, Guy Parmelin, ha regalato una confezione da 80 matite Caran d’Ache. Dall’aeroporto tutti i leader hanno proseguito il viaggio in elicottero, verso la vicina città francese.
L’ospite più atteso era ovviamente il neo ottantenne Donald Trump. Prima di atterrare in Svizzera lunedì pomeriggio con l’Air Force One, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario al Tesoro Scott Bessent, aveva lanciato sul suo social Truth l’ennesima provocazione. «Purtroppo, se importi persone dai Paesi del Terzo mondo, diventi rapidamente un Paese del Terzo mondo; e non c’è nulla che tu possa fare al riguardo», ha scritto il presidente.
Il primo incontro l’ha avuto con Emmanuel Macron, che aveva dichiarato di volere «una discussione rispettosa ma ferma» con l’inquilino della Casa Bianca, il quale, prima del vertice, aveva minacciato di imporre dazi del 100% sul vino francese se Parigi non avesse abolito la tassa sui servizi digitali. Al termine del bilaterale, Trump ha annunciato che, ora che la situazione in Medio Oriente si è calmata, si concentrerà «sulla guerra in Ucraina».
Prima del vertice, a Roma si è svolto il bilaterale tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la premier giapponese Sanae Takaichi. Sostenere gli investimenti reciproci, aprire i rispettivi mercati, far crescere l’interscambio è l’obiettivo che si danno i due Paesi. Tra le nuove iniziative annunciate, un dialogo bilaterale strutturato per costruire sinergie tra il piano Mattei italiano e la Tokyo International Conference on African Developoment (Ticad), che promuove le relazioni con i governi in Africa.
Così pure una collaborazione sull’Artico,«che è uno chiaramente dei quadranti strategici del presente e del futuro», ha sottolineato Meloni; la cooperazione spaziale e altre sinergie. Per il 2027 è prevista una nuova riunione dell’Italy Japan Business Group. Takaichi si è augurata che il progetto del ponte sullo stretto di Messina «possa realizzarsi al più presto», facendo leva «su know-how ed esperienze del Giappone».
Il premier nipponico «è una leader pragmatica e concreta, convinta come me che Italia e Giappone siano alleati strategici», ha dichiarato Meloni. «Con Sanae ci siamo incontrate a gennaio a Tokyo e abbiamo fissato insieme degli obiettivi concreti che vogliamo raggiungere e, siccome siamo due donne a capo delle loro nazioni, li abbiamo raggiunti in pochi mesi».
E c’è anche chi preme perché sia finalizzato l’Accordo pandemico dell’Oms adottato un anno fa. In una lettera aperta congiunta, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, e il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva hanno esortato i leader del G7 a finalizzare il trattato sulle pandemie. «L’umanità ha promesso di non affrontare mai più una sfida simile impreparata», ripetendo l’ennesimo allarme: «Un virus lasciato libero di diffondersi in un luogo finirà per raggiungere tutti».
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