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Con l’export di Gnl e greggio l’America tiene in riga gli alleati. Intanto stringe la morsa sulla Cina, che domina la filiera «verde».
Forse c’è del razionale nel reale. Forse Donald Trump non è un matto. Forse la sua condotta rientra in una più ampia strategia americana: ottenere il primato di superpotenza energetica fossile, contrappunto al controllo cinese delle filiere green. E così aumentare la pressione su Pechino, che vende all’Europa le tecnologie «pulite», ma continua a lavorare «sporco», con greggio, carbone e gas.
Mettiamo in fila alcuni fatti. Decine e decine di petroliere lasciano il Golfo Persico per dirigersi verso il Golfo del Messico, quello che l’inquilino della Casa Bianca, un po’ per megalomania e un po’ per suggellarne la nuova centralità, vuole ribattezzare Golfo d’America. Quelle imbarcazioni cercano negli Stati Uniti la materia prima che - almeno fino all’annuncio di ieri, sulla riapertura dello Stretto da parte dell’Iran - non potevano trasportare attraverso Hormuz. Intanto, gli Usa si avvicinano a un traguardo storico: sono quasi diventati esportatori netti di greggio. Non succedeva dai tempi della seconda guerra mondiale. E hanno già aumentato in modo esponenziale le consegne di gas liquefatto al Vecchio continente: nel 2025, la quantità di Gnl che ci hanno venduto è passata da 6,3 miliardi di piedi cubo al giorno a 10,3. Tra gli acquirenti principali, insieme alla Polonia, spicca l’Italia.
Adesso uniamo i puntini: il piano degli Stati Uniti è dominare l’offerta di fonti energetiche tradizionali, forzando il riallineamento dell’emisfero occidentale, rivendicato dalla dottrina Donroe di Trump. Sarebbe la tattica per bilanciare l’egemonia «verde» della Cina. A Washington, oro nero e oro azzurro; a Pechino, silicio, litio, rame, gallio, germanio, i materiali e le tecnologie cruciali per la svolta ecologista dell’Ue. Perché poi l’unica alternativa alla rotta atlantica è la Via della seta.
Ma la macchina produttiva del vorace Dragone è tutt’altro che ecosostenibile. E infatti, nel calcolo dell’amministrazione americana, l’interruzione dei flussi via Hormuz avrebbe dovuto danneggiare gli interessi del regime di Xi Jinping. Andrebbe nella stessa direzione l’intesa con l’Indonesia sullo Stretto di Malacca: Giacarta ha accordato più accesso operativo all’aviazione Usa, la quale consoliderebbe la propria sorveglianza su un corridoio in cui circola tra il 22 e il 29% del greggio smerciato via mare. È la logica trumpiana del «collo di bottiglia» (chokepoint), alla quale la Cina prova a sfuggire con dei sotterfugi: negoziando franchigie con gli iraniani, oppure sfruttando le flotte fantasma. L’assoggettamento del Venezuela è un tassello del puzzle: i prezzi del greggio di Caracas, in stretti rapporti con la Cina, sono saliti del 64% da quando è partita l’operazione Epic fury.
Ecco: la guerra temeraria di The Donald non si riduce a una valutazione scorretta sulle possibilità di resistenza degli ayatollah. Gli sbagli si vedono, per carità. E presenteranno il conto. Ma nell’azzardo c’era un disegno intelligente. Che mette la presidenza di Trump in una continuità con quella del predecessore più accentuata di quanto si possa immaginare.
L’esplosione dell’export di Gnl si era innescata con il conflitto per procura contro la Russia, cui aveva preparato il terreno Barack Obama dal 2014 e che è stato condotto dall’amministrazione Biden. Spezzare il legame tra l’Europa, in particolare la Germania, e la Russia - un vincolo suggellato dai gasdotti North Stream, sabotati a settembre 2022 - era un vecchio pallino statunitense. Forse risalente addirittura alla teoria del fondatore della geopolitica, l’inglese Halford Makinder, terrorizzato dalla prospettiva di una convergenza tra il colosso industriale tedesco e la profondità spaziale dell’«Heartland» euroasiatica. Ma al di là, o al di qua della competizione tra imperi, ci sono gli affari. E privare il Vecchio continente delle forniture russe a basso costo ha costretto i membri dell’Unione, mal diretti da Bruxelles, a rivolgersi altrove. All’America, innanzitutto: mentre Joe Biden varava l’Inflation reduction act, promettendo un incremento della quota di rinnovabili, riempiva noi di metano a prezzi maggiorati.
Dopodiché, la scommessa di Washington, che implica un orizzonte di lungo periodo, determina un effetto collaterale proprio su chi si trova alla Casa Bianca. Con la guerra in Ucraina, esattamente come con quella in Iran, i prezzi sono schizzati anche negli Stati Uniti. Anche lì i galloni di benzina costano di più. E nell’immediato, l’effetto inflattivo si paga alle urne. Senza contare che gli Usa, da soli, potrebbero non essere in grado di soddisfare sia le richieste estere sia il fabbisogno nazionale. Lo choc globale si ripercuote contro di loro. Non a caso, la Chevron sta raffinando e importando negli Stati Uniti parte del greggio del Venezuela, il cui prezzo è comunque aumentato meno del Wti texano. Le delusioni economiche penalizzarono Biden e le difficoltà di oggi minacciano il medio termine di Trump. Costui ha una grana ulteriore: il contraccolpo della guerra. Sleepy Joe ne ha portata avanti una senza sparare un colpo; il tycoon ci è dentro fino al collo e non è detto che ne uscirà da trionfatore. Il fattore tempo, il capitale più prezioso per ogni pianificatore, gioca a sfavore delle democrazie: Xi ha bisogno del consenso, sì, ma non deve farsi rieleggere dal popolo.
E l’Europa? È ridotta a terreno di conquista. Paziente, non agente. Subisce, non agisce. Fa gola alle fauci dei cinesi; gli americani ne danno per scontata la subordinazione. Mackinder insegnava: per governare l’Heartland, si deve possedere la sua appendice occidentale. La nostra intellighenzia, al massimo, partorisce le domeniche a piedi. Nel nuovo gioco delle grandi potenze, noi siamo solo pedine sullo scacchiere.
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Riduci
Donald Trump (Ansa)
Il tycoon abbassa i toni con il Santo Padre: «Non ho intenzione di litigare, deve capire che l’Iran ha ucciso più di 42.000 persone negli ultimi mesi. Questo è il mondo reale». Rancori verso l’Italia: «Non ci sarò per voi».
Donald Trump sta iniziando ad ammorbidire i toni con Leone XIV. «È molto semplice. Non ho nulla contro il Papa. Non ho intenzione di litigare con lui», ha detto il presidente americano, per poi aggiungere: «Il Papa può dire quello che vuole e io voglio che dica quello che vuole, ma posso non essere d’accordo».
«Il Papa deve capire che questo è il mondo reale. È un mondo brutto. Ma per quanto riguarda il Papa e il dire quello che vuole, può farlo. Sono sicuro che sia una brava persona. Non l’ho incontrato, ma non sono d’accordo con lui, se il pontefice a permettesse all’Iran di avere un’arma nucleare», ha proseguito, sottolineando di non ritenere «necessario» un incontro chiarificatore. «Deve capire che l’Iran ha ucciso più di 42.000 persone negli ultimi mesi, erano manifestanti totalmente disarmati», ha aggiunto.
Insomma, pur mantenendo dei distinguo e continuando a difendere la propria linea sulla guerra in Iran, Trump ha parzialmente cercato di smorzare le tensioni degli scorsi giorni con il pontefice. È del resto verosimile che il presidente americano abbia compreso l’alto rischio di un effetto boomerang per le sue dure critiche a Leone.
Innanzitutto, Trump aveva nettamente vinto il voto cattolico nel 2024, approfittando dell’impopolarità che i fedeli della Chiesa di Roma nutrivano nei confronti dell’amministrazione Biden: un’amministrazione che, oltre a portare avanti politiche ferreamente abortiste, aveva cercato di usare l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti e gli attivisti pro life. Al contempo, un recente sondaggio della Nbc ha sottolineato come Leone sia particolarmente popolare tra gli elettori americani. In tal senso, il presidente sa di aver bisogno del voto cattolico in vista delle Midterm di novembre. Non solo. Tale elettorato risulta fondamentale anche in previsione delle primarie presidenziali repubblicane del 2028: i principali probabili candidati, il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato, Marco Rubio, sono infatti entrambi cattolici. E cattolico è anche uno dei più papabili contendenti per la nomination presidenziale dem: il governatore della California, Gavin Newsom. In secondo luogo, Trump, polemizzando troppo ferocemente col Papa, rischia di rafforzare indirettamente quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti de facto sconfitti dal Conclave dell’anno scorso. Sotto il profilo geopolitico, l’elezione dello statunitense Robert Prevost è stata (anche) un modo per rallentare l’avvicinamento della Santa Sede a Pechino, portato avanti dal precedente pontificato.
In questo quadro, al di là dell’ammorbidimento dei toni, non è escluso che il Papa e il presidente possano riavvicinarsi grazie anche alle svolte diplomatiche in Medio Oriente. Non bisogna trascurare che, giovedì, la Casa Bianca è riuscita a mediare un cessate il fuoco in Libano e che, ieri, lo Stretto di Hormuz è stato riaperto. Non solo. Sempre ieri, Trump ha anche detto di aver «vietato» a Israele di bombardare il Paese dei cedri. Va da sé che questi fattori potrebbero adesso sbloccare il processo diplomatico sulla crisi iraniana: il che potrebbe portare a un riavvicinamento tra Trump e Leone. Del resto, una delle ragioni degli attriti tra loro era stato proprio il conflitto militare con la Repubblica islamica. Ricordiamo, sotto questo aspetto, che, l’anno scorso, l’attuale pontefice e il presidente americano avevano de facto giocato di sponda sulla diplomazia ucraina. Senza trascurare che Trump redarguì duramente Benjamin Netanyhau dopo il bombardamento israeliano della chiesa della Sacra famiglia a Gaza. Tutto questo, mentre l’amministrazione statunitense si era schierata con la Chiesa cattolica anche sul recente caso dell’accesso al Santo Sepolcro del cardinale Pierbattista Pizzaballa.
Tuttavia, se sembra propenso a una parziale di distensione con la Santa Sede, l’inquilino della Casa Bianca resta per il momento duro con gli alleati europei. «Ora che la situazione dello Stretto di Hormuz è finita, ho ricevuto una chiamata dalla Nato che mi chiedeva se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di stare alla larga, a meno che non vogliano solo caricare le loro navi di petrolio. Sono stati inutili quando servivano, una tigre di carta», ha dichiarato, ieri, su Truth. Sempre su Truth, il presidente americano ha inoltre rinfocolato la sua polemica con il governo italiano. «L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro», ha affermato, rilanciando un articolo del Guardian dedicato al recente caso Sigonella.
Se i rapporti tra Trump e Giorgia Meloni continuano a rivelarsi tesi, non si può neanche escludere che, prima o poi, due fattori possano favorire un riavvicinamento tra loro. Ricordiamo che la rottura è stata determinata da due cause: gli effetti economici della guerra in Iran e le critiche del presidente americano a Leone XIV. Ora, se il processo diplomatico tra Washington e Teheran dovesse davvero sbloccarsi e se veramente si registrasse una distensione tra Casa Bianca e Santa Sede, un tale mutamento di scenario potrebbe (forse) favorire un disgelo tra il presidente americano e l’inquilina di Palazzo Chigi. Certo, potrebbe non essere facile, ma neanche impossibile.
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Friedrich Merz, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Giorgia Meloni (Ansa)
Parigi e Londra guidano le danze del vertice. Starmer: «Agiremo a cessate il fuoco definitivo». Meloni: «Pure Roma è pronta a mandare navi, ma serve l’ok dell’Aula».
Mentre Donald Trump continua a polemizzare con gli alleati europei, al di qua dell’Atlantico si rafforza sempre di più l’asse tra Parigi e Londra, con il Vecchio continente che si muove di conseguenza.
Il vertice dei «volenterosi di Hormuz» andato in scena ieri all’Eliseo, infatti, ha rivelato chi è che mena davvero le danze: sono Francia e Regno Unito, con Emmanuel Macron e Keir Starmer nella doppia veste di anfitrioni e registi dell’operazione navale che intende sorvegliare lo Stretto, che è notoriamente uno snodo cruciale e imprescindibile per il commercio energetico mondiale. L’obiettivo condiviso della «coalizione dei volenterosi», non a caso, è la riapertura della rotta e il ripristino della libertà di navigazione, in un contesto che continua a intrecciarsi con il più ampio negoziato Usa-Iran sul Medio Oriente.
A dettare la linea, come detto, sono stati sin da subito Macron e Starmer, ossia i promotori dell’iniziativa. «Il nostro scopo è la riapertura del canale di Hormuz nell’ambito della guerra che interessa la regione», ha spiegato Macron, sottolineando come «il blocco dello stretto avviato dall’Iran abbia conseguenze particolarmente gravi nel mondo intero». Il presidente francese ha parlato di un «messaggio di speranza» ma anche di «unità» della comunità internazionale, chiamata a garantire la sicurezza marittima in un passaggio da cui dipende una quota decisiva degli scambi energetici globali.
Sulla stessa linea Starmer, che ha posto l’accento sulla dimensione operativa della coalizione. «Accogliamo positivamente l’annuncio» iraniano sulla riapertura, «ma abbiamo bisogno di accertarci che questo accordo sia durevole e funzionale». Il premier britannico ha chiarito che «la missione che abbiamo predisposto è difensiva e segue il cessate il fuoco», ribadendo che «lo Stretto deve essere riaperto e senza pedaggi» perché «il mondo intero ha bisogno di una soluzione». Non solo sicurezza, dunque, ma anche stabilità economica: «Abbiamo bisogno di uno stretto totalmente aperto», ha aggiunto, «perché è così che possiamo mantenere i prezzi bassi ed evitare ulteriori danni».
A pesare nell’ambito del summit è stata anche la voce di Giorgia Meloni. Il premier italiano ha evidenziato l’urgenza di agire per risolvere una questione cruciale a livello mondiale: «La libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz è una questione assolutamente centrale per l’Italia, per l’Europa, per la comunità internazionale nel suo complesso. Si tratta di affermare un principio cardine del diritto internazionale». Un principio che ha anche un impatto diretto sull’economia globale: «Dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e gas naturale liquido, ma non solo: basti pensare ai fertilizzanti, da cui dipende la sicurezza alimentare di milioni di persone».
Il presidente del Consiglio ha inoltre collegato la riapertura dello Stretto al quadro negoziale più ampio: «Riaprire Hormuz significa costruire un elemento essenziale per qualsiasi soluzione del conflitto mediorientale», sottolineando che «la riapertura è parte di qualsiasi serio progetto di negoziato». Ma sul piano operativo la Meloni ha fissato paletti precisi: «L’Italia offre la sua disponibilità a mettere a disposizione proprie unità navali», ha detto, «chiaramente sulla base di una necessaria autorizzazione parlamentare per quelle che sono le nostre regole costituzionali». Un passaggio, questo, che introduce un elemento di cautela nell’allestimento della missione, in linea con una presenza che - ha precisato - potrà essere avviata «soltanto quando vi sarà una cessazione delle ostilità» e con «una postura esclusivamente difensiva».
La linea italiana, dopotutto, si sposa bene con quella tedesca. Anche Friedrich Merz, infatti, ha indicato condizioni stringenti per un eventuale coinvolgimento di Berlino, parlando della necessità di «una forte base giuridica», di un via libera «del Parlamento tedesco» e di «una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». La Germania, ha aggiunto il cancelliere, potrebbe contribuire in particolare alle operazioni di sminamento, uno degli aspetti tecnici più delicati per garantire la sicurezza della navigazione.
La Meloni ha poi insistito sulla dimensione europea dell’iniziativa. Il vertice di Parigi, ha spiegato l’inquilina di Palazzo Chigi, «dimostra come l’Europa sia pronta a fare la sua parte nel quadro della sicurezza internazionale insieme ai suoi partner», all’interno di «uno sforzo più ampio» che riguarda non solo il Medio Oriente, ma anche altri teatri di crisi. Un ruolo che, peraltro, si traduce anche in strumenti concreti: l’Unione, ha ricordato la Meloni, è già impegnata con missioni come Aspides, che «può rappresentare un’esperienza preziosa» per quanto si sta pianificando nello Stretto. Su questo punto sono intervenute anche Ursula von der Leyen, che ha sottolineato il contributo dell’Ue nella condivisione dei dati satellitari, e Kaja Kallas, la quale ha rimarcato che «Aspides è già operativa e può essere rapidamente potenziata».
Insomma, l’Europa anglofrancese si è mossa per difendere i suoi interessi vitali che passano per Hormuz. Anche se, va detto, è entrata in gioco solo in zona Cesarini. E non è detto che basti la solita manifestazione di buone intenzioni, dato che la vera partita si sta giocando altrove. Sullo sfondo rimane la questione italiana: andata in frantumi la relazione privilegiata con Trump, per Roma unirsi ai «volenterosi» significa di fatto riallinearsi pericolosamente a Bruxelles. E il rischio concreto è quello di ritrovarsi a intonare un grottesco e avvilente «più Europa».
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Riduci
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Teheran sblocca lo Stretto: «Finché regge la tregua tra Tel Aviv e Beirut». Poi avvisa gli States: «Liberate pure voi il transito o richiudiamo». Trump ringrazia e si professa ottimista. Verso un altro round in Pakistan.
La riapertura dello Stretto di Hormuz, annunciata ieri nel quadro della tregua in Libano e dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, segna un passaggio delicato in un contesto ancora carico di tensioni militari e diplomatiche. I fatti si sono susseguiti rapidamente, tra dichiarazioni ufficiali, smentite, minacce e aperture che restano, almeno per ora, parziali.
Il primo segnale arriva da Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, ha scritto su X: «In linea con la tregua in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione portuale e marittima della Repubblica islamica dell’Iran». Una riapertura, tuttavia, con condizioni precise. La televisione di Stato iraniana ha chiarito che «il transito di navi militari attraverso lo Stretto di Hormuz rimane vietato. Solo le navi civili possono transitare lungo le rotte designate, previa autorizzazione della Marina del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche». E ancora: «Le navi civili devono transitare esclusivamente lungo la rotta designata dall’Organizzazione portuale e marittima iraniana». Sul fronte opposto, gli Stati Uniti rivendicano il controllo della situazione.
Il presidente Donald Trump ha scritto su Truth: «Lo Stretto di Hormuz è completamente aperto, operativo e pronto per il pieno transito. Tuttavia, il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace esclusivamente nei confronti dell’Iran, finché la nostra transazione con l’Iran non sarà completata al 100%». Il tycoon ha anche risposto a modo suo al vertice dei volenterosi di Parigi: «Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta, ho ricevuto una telefonata dalla Nato in cui» gli alleati «mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno: una tigre di carta». In un altro passaggio, Trump ha aggiunto: «Gli Stati Uniti otterranno tutta la “polvere” nucleare creata dai nostri grandi bombardieri B2. Non ci sarà alcuno scambio di denaro in alcun modo, forma o maniera».
Il nodo centrale resta infatti il negoziato sul nucleare. Secondo fonti americane citate da Axios, Washington e Teheran avrebbero fatto progressi su un memorandum di tre pagine per porre fine alla guerra. Un alto funzionario iraniano ha smentito l’indiscrezione secondo cui Teheran starebbe trattando con Washington la consegna dell’uranio arricchito in cambio dello scongelamento di 20 miliardi di dollari di fondi bloccati. «L’annuncio di un’apertura temporanea dello Stretto di Hormuz e di un cessate il fuoco in Libano fanno parte dell’accordo», ha dichiarato la fonte alla testata qatariota Al-Araby Al-Jadeed, «ma l’annuncio di Trump di un accordo per la consegna dell’uranio arricchito è falso». Poi la stessa fonte ha aggiunto: «I negoziati continuano, ma non si intravede una soluzione chiara alla luce delle eccessive e illogiche richieste americane». In questo quadro si inserisce anche un nuovo avvertimento da Teheran. Secondo le agenzie Fars e Tasnim, vicine ai Pasdaran, « l’Iran è pronto a richiudere lo Stretto di Hormuz come ritorsione se gli Stati Uniti manterranno il blocco navale».
Una linea che si scontra con quella di Trump, deciso a mantenere la pressione finché non sarà raggiunto un accordo con la Repubblica islamica. Lo stesso Trump ha comunque precisato: «Non ci sarà alcuno scambio di denaro, in nessuna forma. Questo accordo non è in alcun modo subordinato alla questione libanese, ma gli Stati Uniti collaboreranno separatamente con il Libano e affronteranno la situazione di Hezbollah in modo appropriato». Sempre Trump ha rilanciato: «L’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz. Non sarà più usato come arma contro il mondo!». E ancora: «L’Iran, con l’aiuto degli Stati Uniti, ha rimosso o sta rimuovendo tutte le mine» per attaccare i media: «Il fallimentare New York Times, la Cnn che diffonde fake news e altri, semplicemente non sanno cosa fare… Perché non dicono semplicemente, al momento opportuno, “ottimo lavoro signor presidente”?». Sul dossier nucleare, Trump ha ribadito in più occasioni la propria linea. A NewsNation ha risposto «sì» alla domanda se l’Iran abbia accettato di smettere di arricchire uranio, aggiungendo: «Non mi sorprende nulla». In un’intervista a Bloomberg ha poi dichiarato: «Molti dei punti sono stati definiti. Procederà piuttosto rapidamente». E, alla domanda sulla durata della moratoria, ha chiarito: «Niente anni, illimitato». Poi ha spiegato a Reuters che gli Stati Uniti, in accordo con Teheran, entreranno in Iran «con calma» per recuperare l’uranio arricchito, utilizzando «grandi macchinari», ma gli iraniani hanno smentito questa eventualità.
Il quadro si intreccia con il fronte libanese. Trump ha scritto: «Gli Stati Uniti lavoreranno separatamente con il Libano e affronteranno la questione di Hezbollah in modo appropriato; Israele non bombarderà più il Libano: gli è proibito farlo dagli Stati Uniti». Il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, ha confermato: «Su richiesta del Presidente Trump abbiamo concordato un cessate il fuoco temporaneo in Libano». Ma ha avvertito: «Non abbiamo ancora finito, lo smantellamento di Hezbollah non avverrà dall’oggi al domani. La strada verso la pace è ancora lunga, ma l’abbiamo intrapresa. In una mano impugniamo l’arma, l’altra è tesa in segno di pace». Nonostante la tregua, le tensioni restano elevate. Hezbollah ha affermato che i suoi combattenti sono «pronti ad attaccare» qualora Israele violasse la tregua di dieci giorni entrata in vigore la notte precedente. Sul fronte americano, Donald Trump ha scritto su Truth: «Spero che Hezbollah si comporti bene durante questo importante periodo di tempo», riferendosi al cessate il fuoco fra Israele e Libano. Per Donald Trump l’intesa tra Stati Uniti e Iran «renderà Israele più sicuro», sottolineando che «Israele ne uscirà alla grande» al termine del conflitto. Trump ha inoltre chiesto lo stop ai raid israeliani in Libano nell’ambito del cessate il fuoco: «Israele deve fermarsi. Non possono continuare a far saltare in aria edifici. Non lo permetterò».
Infine, secondo il presidente, Teheran sarebbe pronta al dialogo: «Vogliono un incontro e un accordo». Un vertice potrebbe tenersi già nel fine settimana, secondo Axios domenica a Islamabad, con la possibilità di chiudere l’intesa «entro uno o due giorni». Trump ha infine ribadito che tra le parti «non ci sono punti di disaccordo». Speriamo sia davvero così.
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