La Corte dei Conti Ue smonta la strategia verde sui minerali critici dell’Europa. Donald Trump investe 12 miliardi nelle riserve strategiche.
L’atteso rapporto della Corte dei conti dell’Unione europea sulla strategia della Commissione per i materiali critici non delude le attese e rappresenta una sonora bocciatura dell’operato di Ursula von der Leyen. L’Ue rischia di restare a corto di materie prime per le energie da fonti rinnovabili, dice la Corte con sede in Lussemburgo nel comunicato stampa che accompagna il rapporto. Ottantadue pagine severissime nei contenuti.
In sintesi, la strategia Ue fa acqua da tutte le parti. La Corte fa una lunga serie di rilievi, a partire dal fatto che gli elenchi di materiali critici dell’Ue individuano sì le materie prime critiche (34), ma i dati, le proiezioni e la metodologia sottostanti presentano carenze. Nella strategia dell’Unione non vi è alcuna giustificazione del modo in cui sono stati stabiliti i valori-obiettivo di diversificazione, estrazione, trasformazione e riciclo proposti dalla Commissione. Non vi sono indicazioni su come o in che misura il conseguimento dei valori-obiettivo contribuisca agli obiettivi dell’Ue in materia di energie rinnovabili. Questa non è una novità: quando si parla degli interventi dell’Ue nell’industria ci sono i precedenti catastrofici del Green deal e dell’obbligo di auto elettrica dal 2035.
L’effetto dei finanziamenti erogati dall’Ue sull’approvvigionamento di materie prime critiche, poi, non è affatto chiaro. Si stanno mettendo soldi sì, ma non si sa bene come e dove.
Le informazioni sulle iniziative e sui progetti relativi alle materie prime critiche finanziate dall’Ue sono distribuite in maniera frammentata tra più direzioni generali della Commissione. La Corte ha riscontrato che non è possibile tracciare adeguatamente i risultati e anche che la Commissione non ha analizzato gli effetti delle iniziative sull’approvvigionamento dell’Ue. Perché? Perché il quadro finanziario pluriennale 2021-2027 non definisce le materie prime critiche come una priorità. Imperdonabile, considerato che la Cina sta costruendo posizioni strategiche sulle materie prime critiche e che gli Stati Uniti stanno lavorando alacremente sul dossier.
Ma non è tutto. Gli sforzi di diversificazione delle importazioni devono ancora produrre risultati tangibili, stabilito che l’Ue dipende quasi totalmente dall’estero per tali materiali (per dieci di questi la dipendenza è al 100%). I recenti accordi tra l’Ue e paesi come Cile, Messico, Nuova Zelanda e Regno Unito contengono capitoli specifici sulle materie prime, ma la Commissione non è in grado di dimostrare al momento che tali accordi di libero scambio abbiano contribuito ad aumentare l’approvvigionamento di materie prime critiche nell’Ue.
Ancora: ostacoli di natura finanziaria, giuridica e amministrativa intralciano i progressi nella produzione nazionale, le attività di esplorazione sono poco sviluppate e rischiose, il processo di trasformazione delle materie prime risente della mancanza di tecnologia e della diminuzione del numero di impianti in Ue.
Del resto, gli impianti di trattamento delle materie prime sono energivori e soprattutto inquinanti. I costi per minimizzare l’impronta ambientale di questi stabilimenti sono molto alti in Europa, ed è per questo che tali attività sono state delocalizzate in Cina, che dispone di ampie aree in cui nessuno si lamenta dell’impatto sull’ambiente. Ora però questa attività è strategica e l’Ue si trova scoperta. L’obiettivo del 40% di materiale trasformato in Ue è lontanissimo e l’autogol regolatorio della Ue sulle miniere è piuttosto clamoroso: la direttiva sulle acque e quella Natura 2000 allungano i tempi dei progetti minerari, richiedendo autorizzazioni ambientali stringenti. In media, ci vogliono 10-15 anni in Ue per far partire una miniera, con punte di 20 anni (e 30 anni in Svezia).
Il regolamento sulle materie prime critiche prevede che almeno il 25 % del consumo di materie prime strategiche dell’Ue provenga da fonti riciclate entro il 2030. Ma oggi sette dei ventisei materiali necessari alla transizione energetica hanno tassi di riciclo compresi tra l’1% e il 5%, mentre 10 di essi non sono riciclati affatto. Il riciclo per molti dei materiali non è economicamente giustificabile e richiederebbe sussidi.
Insomma, certifica la Corte, la Ue si è imbarcata nell’industria green senza preoccuparsi della disponibilità delle materie prime necessarie ed ora è in grave ritardo, un ritardo impossibile da recuperare. La Cina domina il settore e fa leva sulla propria posizione di quasi-monopolista in molti dei mercati delle materie prime, ad esempio imponendo restrizioni all’export di materie prime. L’Ue resta insomma ancora totalmente dipendente dall’estero per la propria politica industriale.
Intanto Donald Trump sta per lanciare una riserva strategica di minerali critici, con 12 miliardi di dollari di capitale, per proteggere i produttori dagli shock dell’offerta mentre gli Stati Uniti lavorano in tutto il mondo per ridurre la propria dipendenza dalla Cina per terre rare e altri materiali. L’iniziativa Project Vault convoglierà 1,67 miliardi di dollari di capitale privato e un prestito di 10 miliardi di dollari dalla Us Export-Import Bank, per l’acquisto e lo stoccaggio dei minerali per case automobilistiche e aziende tecnologiche. Domani a Washington si terrà il primo Critical Minerals Summit, convocato dal Segretario di stato Marco Rubio, con la presenza di circa 20 paesi tra cui l’Italia, per potenziare le catene di approvvigionamento non cinesi, sostenendo i prezzi e gli investimenti.
Differenza tra un governo politico, quello americano, che risponde democraticamente agli elettori, e un pugno di funzionari non eletti, quelli di Bruxelles, senza responsabilità politica e senza alcuna cognizione.
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La scoperta è avvenuta nel giugno 2025 nel corso di normali attività di controllo in mare condotte dalla Guardia di Finanza con l’uso di sofisticate strumentazioni che hanno segnalato un’anomalia sul fondale. Solo oggi la notizia dell'importantissimo ritrovamento è stata diffusa per proteggere il reperto.
Il rapporto di costante collaborazione tra la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto, il Reparto Operativo Aeronavale di Bari e la Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Gallipoli ha consentito, nel mese di giugno 2025, di individuati i resti di una grande imbarcazione di età romana che si è inabissata nelle acque del Mar Ionio.
La scoperta è avvenuta nel corso delle normali attività di controllo in mare condotte dalla Guardia di Finanza con l’uso delle più sofisticate strumentazioni di bordo, che hanno rilevato la presenza di un’anomalia sul fondale. Dopo le immersioni del personale specializzato del Corpo in forza al II° Nucleo Sommozzatori di Taranto assieme alla Soprintendenza hanno rivelato la presenza di un relitto di una grande nave oneraria di epoca tardo-imperiale con il suo carico di anfore.
L’esigenza di assicurare la tutela dell’importante reperto ha determinato la scelta di mantenere il massimo riserbo sul ritrovamento per scongiurare il rischio di saccheggio e per preservare il potenziale informativo custodito nel relitto, in attesa di mettere a punto la migliore strategia d’intervento. L’area, fin dal momento della scoperta, è stata sottoposta a costante monitoraggio da parte della Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Gallipoli.
La Soprintendenza si è subito attivata per il reperimento dei fondi necessari a pianificare ed eseguire gli interventi di documentazione, indagine archeologica e messa in sicurezza del relitto. La notizia, da poco apparsa sui quotidiani, relativa all’assegnazione delle risorse per 780.000 euro da parte del Consiglio Superiore dei Beni culturali e paesaggistici, a valere sui fondi della Legge 190/2014, ha di fatto anticipato la comunicazione dell’avvio dell’azione che vede coinvolte la Guardia di Finanza e la Soprintendenza per le operazioni di ricerca archeologica e di tutela del patrimonio sommerso.
Anche questo intervento di recupero, come quello condotto nelle acque di Ugento nello scorso mese di luglio, si inserisce perfettamente nello spirito della recente sottoscrizione del Protocollo di intesa relativo ai rapporti di collaborazione tra Ministero della cultura e la Guardia di Finanza a partire dal 2025 tra il Ministro della cultura Alessandro Giuli e il Comandante Generale Andrea De Gennaro.
Grazie alla proficua collaborazione tra la Soprintendenza e il Reparto Operativo Aeronavale di Bari della Guardia di Finanza che metterà a disposizione i mezzi navali della Sezione operativa navale di Gallipoli e le professionalità subacquee e con la Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo di Taranto, prossimamente inizieranno le attività di ricognizione sistematica e documentazione del relitto con le più moderne metodologie di indagine. Le attività saranno propedeutiche alla pianificazione dell'intervento di scavo archeologico subacqueo per il corretto recupero del carico e per le delicate attività conservative da eseguire sui reperti e sui resti dell’imbarcazione antica, in linea con i principi della convenzione Unesco per la Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo.
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Peter Mandelson (Ansa)
Tra i primi a cadere dopo l’ultima tranche di desecretazioni del dipartimento di Giustizia Usa c’è Lord Peter Mandelson, vicinissimo a Tony Blair e allora «ministro» a Bruxelles. La Lega replica alle accuse su Steve Bannon: «Mai ricevuti fondi, ci difenderemo in ogni sede».
Ed è solo l’inizio. Il rilascio massivo da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DoJ) di 3,5 milioni di file, 2.000 video e 180.000 foto sul caso Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori, sta scatenando un terremoto a livello globale, non soltanto negli Usa ma anche nel Regno Unito, dove ieri lord Peter Mandelson, settantaduenne ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti, si è dimesso dal partito laburista, di cui è stato una figura chiave negli ultimi decenni, dopo che per la stesa vicenda si era dovuto dimettere, l’anno scorso, da ambasciatore.
Mandelson è stato nuovamente travolto dalle rivelazioni a scoppio ritardato (il termine del DoJ per pubblicare i files era scaduto il 19 dicembre) sulle strette frequentazioni di un tempo con il faccendiere-pedofilo, grande finanziatore del partito democratico, morto suicida in carcere nel 2019. Sui giornali inglesi di ieri campeggiava la foto di Mandelson in mutande accanto a una donna nella residenza parigina di Epstein, ma sono le rivelazioni sugli affari tra i due a essergli costati la carriera. Ci sono infatti le prove che il faccendiere abbia consegnato denaro a Lord Mandelson e al suo partner, Reinaldo Avila da Silva. Gli estratti conto bancari presenti nei file di Epstein e rilasciati dal DoJ indicano che dal 2003 al 2004 il finanziere ha versato 75.000 dollari (54.750 sterline) a Mandelson e il suo compagno ha percepito da Epstein 10.000 sterline per un corso di osteopatia.
Non è tutto: nei file desecretati ci sono anche le prove che Mandelson nel 2009 abbia dato suggerimenti a Epstein su come la banca d’investimento JP Morgan avrebbe potuto fare pressioni sul governo - di cui Mandelson faceva parte - perché modificasse una legge che introduceva una supertassa sui bonus dei banchieri: semplice, «minacciando velatamente» l’allora ministro delle finanze Alistair Darling. L’ambasciatore uscente, insomma, non era un comprimario: ai tempi della condanna di Epstein nel 2008 gli ha scritto incoraggiandolo a «combattere» e chiamandolo allusivamente «best pal», migliore amico. «Queste email mostrano una relazione più ampia e profonda fra Mandelson ed Epstein di quanto non sapessimo al tempo della sua nomina», ha scritto il Foreign Office ieri, ma il premier laburista Keir Starmer ha tentato inopinatamente di difendere Mandelson in Parlamento fino all’ultimo.
Nel grande calderone delle email che circolano all’impazzata sui social ce n’è anche una che riguarda l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, e il leader della Lega Matteo Salvini: «Sono concentrato a raccogliere fondi per Le Pen e Salvini in modo che possano candidarsi con liste complete», aveva scritto Bannon a Epstein nella primavera del 2019 ma, come noto, la Lega non ha avuto alcuna sovvenzione. «La Lega non ha mai chiesto né percepito finanziamenti», ha reso noto ieri il partito, «siamo di fronte a gravi millanterie, un’operazione che ricorda tristemente la campagna di fango sui presunti sostegni economici russi (anche in quel caso mai chiesti e mai ricevuti, con assalti mediatici e vicende giudiziarie finite nel nulla). La Lega si difenderà in ogni sede in caso di insinuazioni o accostamenti con personaggi disgustosi». «Fatemi capire», ha puntato il dito il senatore leghista Claudio Borghi, membro del Copasir, «quelli dei partiti che davvero ricevevano soldi da Soros per fare con successo una rete globalista pro immigrati oggi si indignano perché, cosa nota a tutti, Bannon tentò senza successo di fare una rete sovranista anti immigrazione (e non ha mai pagato nulla)?».
Il più acceso sostenitore della pubblicazione degli Epstein files resta comunque Elon Musk: il patron di Tesla, Starlink e X sta pubblicando sul suo account diverse email che coinvolgono personaggi pubblici a cominciare da Bill Gates. In un messaggio, Epstein accusa il fondatore di Microsoft di aver contratto una malattia venerea dopo aver intrattenuto rapporti con escort russe. Le mail, che compromettono definitivamente la sua immagine pubblica, non sono del resto una novità: è stata la stessa moglie di Gates, Melinda (a cui il magnate avrebbe addirittura somministrato medicine di nascosto), ad aver dichiarato pubblicamente di aver chiesto il divorzio dal marito dopo aver saputo dei suoi rapporti con Epstein e dei numerosi tradimenti.
Anche Musk aveva scritto a Epstein chiedendogli se nella sua isola ci fossero feste ma, ha ribadito l’imprenditore, «nessuno ha insistito più di me affinché i file venissero resi pubblici, ho avuto pochissima corrispondenza con Epstein e ho rifiutato ripetuti inviti, ma ero ben consapevole che alcune email avrebbero potuto essere male interpretate e usate dai detrattori per infangare il mio nome. Non mi interessa, ciò che mi interessa è che si cerchi di perseguire coloro che hanno commesso gravi crimini, soprattutto lo sfruttamento atroce di ragazze minorenni». E mentre la Camera americana si prepara a votare domani sull’accusa di oltraggio al Congresso per Bill e Hillary Clinton, che potrebbe portare l’ex coppia presidenziale in carcere fino a 12 mesi per essersi rifiutata di testimoniare sul caso, l’ultimo, ma non meno importante, a dire la sua sulla vicenda Epstein è stato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha annunciato querela contro il presentatore dei Grammy Awards, Trevor Noah, per aver scherzato sulla sua frequentazione sull’isola degli orrori: «Non ci sono mai stato», assicura. «Tieniti pronto, Noah, mi divertirò con te», ha avvertito il presidente. Mai quanto si sono divertiti i detrattori di Asia Argento a leggere, in una email mandata da Woody Allen a Epstein, che l’attrice è stata definita dal cineasta «feccia».
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Elly Schlein (Ansa). Nel riquadro, J. R. R. Tolkien
I dem hanno sempre appiccicato l’etichetta di «fascista» al grande scrittore di fantasy solo perché caro ai conservatori. Ora, invece, lo considerano un «ostaggio» da liberare.
Pasolini no, perché era un fior di comunista. Ma anche Tolkien no, perché lo dice Chiara Valerio. Ma insomma, si può sapere un cristiano di destra che cosa dovrebbe avere l’autorizzazione di poter leggere senza sentir borbottare i vigili urbani del pensiero?
È lecito chiederselo dopo che, dal palco della Fondazione Feltrinelli, chiudendo la due giorni promossa dal Pd, «Un’altra storia. L’alternativa nel mondo che cambia», Elly Schlein ha pensato bene di tentare il numero: «Dobbiamo riprenderci Tolkien», ha scandito, citando espressamente Chiara Valerio che nel 2016 aveva curato un numero di Nuovi argomenti dedicato alla «misericordia di Tolkien», ospitando, tra gli altri, l’intervento di Michela Murgia. Ma ricordiamo anche l’operazione ben più insidiosa portata avanti negli ultimi anni dal collettivo Wu Ming, piena di intrighi e lobbismi per portarsi a casa lo scalpo dello scrittore britannico.
Difficile decidere da dove iniziare. Forse dall’idea di voler guidare un partito «a vocazione maggioritaria», come si diceva una volta da quelle parti, avendo come spin doctor Chiara Valerio, ovvero la figura sul cui profilo è stata coniata l’espressione «amichettismo», il commissario politico che sorveglia soddisfatto le fosse comuni culturali sul cui orlo avviene la resa dei conti decostruttiva perenne contro l’uomo comune. Ma che ora vuole convincerci che Frodo e Bilbo Baggins fossero invece iscritti al collettivo queer di quartiere. Se questa è l’idea geniale per costruire «l’alternativa nel mondo che cambia», auguri.
Ovviamente la Valerio e la Schlein sono libere di leggere e apprezzare qualunque autore, possibilmente riconoscendo tale diritto anche a parti invertite, senza la sindrome del giulemanismo: giù le mani da Pasolini, giù le mani da Gramsci etc. Insomma, quel che è tuo è mio, quel che è mio è mio, secondo le migliori tradizioni della casa. Ognuno può leggere quel che vuole e non è detto che un Tolkien «visto da sinistra» non porti spunti originali alla comprensione della sua opera. L’importante è mantenere un minimo di onestà intellettuale.
Il fatto stesso di dover giustificare che un autore conservatore e cattolico sia apprezzato da lettori conservatori e cattolici la dice lunga sull’assurdità della querelle. Che si basa su una marchiana falsificazione delle ragioni dell’avversario: basta dire che la destra ha voluto «fascistizzare» o, perché no, «nazificare» Tolkien e il gioco è fatto. Che l’autore del Silmarillion odiasse il nazismo è noto (si sorvola molto più spesso sulla sua avversione per il comunismo), quindi: scacco matto, camerati. Ma ovviamente questa ricostruzione è popolata di pupazzi di paglia, poiché di un Tolkien fascista, nazista, razzista hanno parlato sempre e solo i progressisti, nel tentativo di confutare i propri stessi fantasmi. La stessa avventura dei famosi Campi Hobbit invariabilmente citati, resta avvolta in un equivoco voluto: a quei giovani di destra, Tolkien serviva proprio per mandare in soffitta l’immaginario nostalgico, non per far indossare al britannico l’uniforme da Ss.
E andrebbe anche ricordato come quei ragazzi non dovettero strappare Tolkien proprio dalle mani di nessuno: immersa nei dogmi del realismo socialista, la cultura ufficiale degli anni Sessanta schifava il fantasy così come, su altri fronti, aveva schifato Nietzsche. Sarebbero passati solo pochi anni e quelle bocciature, quelle censure, quei blocchi sarebbero stati cancellati come dissidenti sulle vecchie foto sovietiche. Partiva la riscrittura della storia: quel bigottismo anti culturale non era mai esistito, era una leggenda, una diceria. Loro avevano sempre letto Tolkien e Nietzsche. E ora devono «ri-prenderselo», perché era roba loro, e gli abusivi sono gli altri, quelli che lo avevano raccattato nella pattumiera.
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