2026-04-28
Torre dei Conti, il ricordo della vittima nella Giornata per la sicurezza sul lavoro
True
Nella Giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro, alla Torre dei Conti di Roma si è tenuta una commemorazione per Octav Stroici, l’operaio deceduto dopo ore di attesa sotto le macerie in seguito al crollo del 3 novembre 2025. «Noi siamo qui perché il sacrificio di Octav non sia vano», ha dichiarato a margine della cerimonia Natale Di Cola, segretario di CGIL Roma e Lazio. «Ci manca tantissimo e non lo dimenticheremo mai», ha detto alla stampa la figlia della vittima, Alina Stroici.
True
2026-04-28
La Brigata ebraica: «L’Anpi è antisemita». Il Pd si spacca ancora e non sa con chi stare
Ansa
Davide Romano invoca la legge Mancino per le frasi «Siete saponette» e «Hitler avrebbe dovuto finire il lavoro» dette dai manifestanti.
Lo strascico di polemiche dopo le manifestazioni del 25 aprile è una tradizione consolidata almeno quanto i cortei che ogni anno celebrano la liberazione dall’occupazione tedesca. A differenza di quanto avvenuto in passato, però, quest’anno le tensioni non riguardano la differenza di veduta tra lo schieramento progressista e quello di centrodestra, ma l’esplosione delle contraddizioni all’interno della sinistra.
A fare da detonatore sono stati gli incidenti che in varie città d’Italia hanno visto vittime i manifestanti che volevano sfilare con la bandiera ucraina e quello di Milano, dove la delegazione della Brigata ebraica è stata allontanata in malo modo dal corteo.
Che hanno portato, per la prima volta nella storia, a sentire parlare di una violazione della legge Mancino non nei confronti di qualche movimento neofascista, ma nei confronti dell’Associazione nazionale partigiani.
Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica, commentando quanto successo al corteo milanese il 25 aprile non ha usato mezzi termini. Per lui «frasi come “siete saponette mancate” o “Hitler ha fatto male a non finire il lavoro”, urlate contro la Brigata ebraica durante il corteo, non sono opinioni discutibili: sono violazioni della Legge Mancino». «A qualcuno», ha aggiunto, «non vanno bene le bandiere degli ebrei, non vanno bene quelle degli ucraini, non vanno bene quelle degli oppositori iraniani. C’è un problema serio e strutturale di intolleranza contro gli extracomunitari liberi e contro qualunque forma di democrazia e di resistenza al totalitarismo».
Poi l’affondo, che sembra quasi un’opa sulla gestione futura del 25 aprile: «L’intolleranza di parte del corteo non si combatte arretrando, ma andando avanti. Dobbiamo abituare il 25 aprile a ospitare le bandiere di tutti i 51 Paesi che componevano l’Alleanza che sconfisse il nazifascismo. Propongo che il corteo del 25 aprile venga ribaltato nei suoi contenuti: ogni anno, dal palco principale, dovrà parlare un rappresentante o un ambasciatore di uno dei Paesi Alleati. Non possiamo continuare a celebrare la Liberazione in modo autarchico e nazional-sovranista, ignorando che quella vittoria fu il frutto di un’alleanza internazionalista». Se non è un manifesto politico in piena regola poco ci manca.
La profondità della lacerazione a sinistra emerge anche dalle parole di Luciano Belli Paci, avvocato e figlio della senatrice a vita Liliana Segre, che dopo il corteo di sabato a Milano, in un’intervista a La Repubblica si è sfogato: «Sono un vecchio socialista, ma valuterò se rifare la tessera dell’Anpi, dove ero entrato nel 2016, quando era presidente Roberto Cenati, che aveva un modello inclusivo, plurale e grande cura per far considerare il 25 aprile una festa di tutti, oltre che una grande attenzione ai temi dell’antisemitismo, e per tenere dentro la comunità ebraica».
Per il figlio della Segre, «Pagliarulo (Gianfranco, presidente nazionale Anpi, ndr) e Minelli (Primo, presidente provinciale dell’Anpi di Milano, ndr) hanno ragione ad indignarsi quando il presidente della Comunità ebraica Meghnagi dice, calcando la mano, che loro sono antisemiti. Questo è un giudizio gravemente sbagliato, ma francamente non avere la solidarietà dall’Anpi per quello che è successo, mi sembra grave».
E anche dentro al Pd milanese le posizioni sono distanti. Ad esempio, in un post sui social Lorenzo Pacini, assessore del Municipio I, ha liquidato così, maiuscole comprese, le tensioni avvenute a margine del corteo: «La questione è semplice: se porti le bandiere di Israele, degli Usa, dello Scià di Persia, cartelli inneggianti a Trump, non gliene frega nulla a nessuno se sei ebreo, musulmano, buddhista o cattolico... Vieni contestato e cacciato dal corteo del 25 aprile». Contemporaneamente, sempre sui social, la presidente della commissione Pari opportunità della Città metropolitana di Milano Diana De Marchi, ha racconto di aver celebrato la ricorrenza in Ucraina: «Quest’anno per la prima volta non ero a Milano. Ho deciso di passare il mio 25 Aprile a Leopoli in rappresentanza di Città metropolitana di Milano Qui si vive la lotta per la libertà da conquistare ogni giorno. Un dolore profondo intrecciato nella quotidianità». Due posizioni diversissime, che parlano a fette di elettorato diverse e sostanzialmente inconciliabili tra loro.
Mentre la sinistra litiga, Ignazio La Russa rilancia sui social l’intervista al Corriere della Sera, rilasciata lo scorso 25 aprile, dall’ex presidente della Camera, Luciano Violante che torna sul suo celebre discorso del 9 maggio del 1996, quando in occasione del suo insediamento a Montecitorio spese parole per la riconciliazione tra vincitori e vinti e sulla necessità di comprendere le motivazioni di chi aveva combattuto dalla parte “sbagliata” durante la Guerra civile, dopo la caduta del fascismo. Nella card pubblicata dalla presidente del Senato si trovano l’immagine di Violante e il titolo del Corriere: «Ripenso ai ragazzi di Salò a 30 anni dal mio discorso: il nodo non è ancora sciolto». Per assurdo La Russa e Violante sono meno distanti dei vari pezzi della sinistra.
Continua a leggereRiduci
(Getty Images). Nel riquadro, Cole Tomas Allen
La cena con i corrispondenti della Casa Bianca non aveva ricevuto la più alta classificazione di sicurezza. L’aspirante killer, attivista di sinistra, aveva partecipato a una manifestazione «No Kings» contro il tycoon.
Sono ore frenetiche negli Stati Uniti: dopo gli spari alla cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca, la priorità è far luce sulle motivazioni dell’attentatore, ma anche valutare i protocolli di sicurezza. Cole Tomas Allen, l’autore della sparatoria all’hotel Hilton di Washington, è comparso ieri davanti al giudice federale Matthew Sharbaugh per la prima udienza sulle accuse penali. E non è escluso l’ergastolo: Sharbaugh ha annunciato che l’uomo è accusato di aver tentato di assassinare il presidente degli Stati Uniti. Allen è poi incriminato per i reati legati al possesso di armi.
Ma prima di apparire in tribunale, il suo ritratto è stato arricchito da ulteriori elementi. Stando a quanto riferito dai media americani, la sorella ha infatti ammesso al Secret service che il fratello aveva espresso il desiderio di fare «qualcosa» per far fronte ai problemi del mondo, con dichiarazioni estremiste e commenti politicamente radicali. Avrebbe anche aderito al The Wide Awakes, un gruppo di sinistra il cui nome richiama i manifestanti antischiavisti. A parlare, tramite una nota, è stato anche il gruppo di studenti liceali che avevano ricevuto lezioni private da Allen: «Siamo rimasti sconvolti. Stiamo collaborando pienamente con le forze dell’ordine». Le autorità stanno poi esaminando il messaggio di scuse che Allen avrebbe mandato ai familiari. Dopo che da Los Angeles è arrivato all’albergo che ospitava mezzo governo per l’evento, l’uomo avrebbe scritto: «Non mi aspetto il perdono, ma se avessi avuto un altro modo per arrivare così vicino, lo avrei preso». E ha anche aggiunto: «Sono un cittadino degli Stati Uniti. Ciò che fanno i miei rappresentanti si riflette su di me».
A intervenire sull’attentatore è stato anche il presidente americano, Donald Trump, nel programma 60 minutes della Cbs. Rispondendo alle domande della giornalista Norah O’Donnell, ha confermato che Allen «era un cristiano, poi si è radicalizzato ed è diventato anticristiano». E commentando il fatto che il presunto assalitore aveva preso parte a una protesta No Kings in California, il tycoon ha sentenziato: «Io non sono un re, se lo fossi non avrei a che fare con voi» riferendosi alla giornalista.
Nonostante Trump abbia sin da subito elogiato il lavoro «eccellente» del Secret service, è inevitabile che la sicurezza sia finita sotto la lente dell’amministrazione americana. Stando a quanto rivelato dal Washington Post, la cena di gala non era stata designata con la più alta classificazione di sicurezza. Il quotidiano scrive: «Quando così tanti funzionari si riuniscono in un unico luogo per funzioni ufficiali, il segretario della sicurezza interna di solito mette il Secret service a capo del coordinamento di tutta la sicurezza tramite una designazione formale nota come Evento nazionale di sicurezza speciale». Ma questa non sarebbe stata la considerazione ricevuta.
E pare quindi che il Secret service dovesse sorvegliare solo la sala dell’evento e il suo perimetro e non l’intero hotel. Non stupisce quindi che il capo di gabinetto della Casa Bianca, Susie Wiles, si riunirà all’inizio di questa settimana con gli alti funzionari del Dipartimento e del Secret service per rivedere i protocolli di sicurezza relativi agli eventi presidenziali. Nella riunione, l’amministrazione valuterà che cosa ha funzionato durante la sparatoria, senza escludere ulteriori misure per rafforzare la sicurezza. Nel frattempo, il capo dell’Fbi, Kash Patel, ha dichiarato alla trasmissione Fox and Friends che quanto successo «deve essere analizzato fino in fondo» insieme al dipartimento per la Sicurezza interna e al Secret service visto che l’episodio «ha quasi causato la morte di decine di persone, se non fosse stato per la rapida reazione degli agenti».
Peraltro, anche il presunto attentatore, che era nell’hotel Hilton già da venerdì, aveva sollevato le falle della sicurezza nel suo manifesto: «Che cosa diavolo sta facendo il Secret service? Mi aspettavo telecamere di sorveglianza ovunque, camere d’albergo sotto controllo, agenti armati ogni tre metri, metal detector a non finire e invece non c’era niente. Il livello di incompetenza è assurdo». Trump, rispondendo alle domande di O’Donnell, ha sottolineato che in realtà è stato Allen a essere «piuttosto incompetente» dato che è stato «catturato». E continuando a difendere l’operato del Secret service, ha fatto una sorta di mea culpa sostenendo di aver rallentato il lavoro degli agenti: «Quello che è successo in parte è stata colpa mia. Volevo vedere cosa stava succedendo. Ero circondato da persone fantastiche, e probabilmente li ho fatti agire un po’ più lentamente».
Ciò che invece ha fatto andare Trump su tutte le furie è stata la lettura da parte della giornalista di un passo del manifesto, in cui l’assalitore scrive di «non essere più disposto a permettere a un pedofilo, stupratore e traditore di macchiarmi le mani con i suoi crimini». Il tycoon ha quindi insultato O’Donnell: «Non sono uno stupratore, non sono un pedofilo, sono associato a cose che non hanno a che fare con me, dovresti vergognarti, non avresti dovuto leggere queste frasi». E se il presidente americano ha accusato la stampa di essere «praticamente un tutt’uno» con i dem, dall’altra parte, la first lady, Melania Trump si è scagliata contro il comico Jimmy Kimmel, sostenendo che «la sua retorica violenta e di odio punta a dividere il Paese». Il presentatore dell’Abc l’aveva apostrofata come «una vedova in attesa». A sostenere Melania è stato poi il tycoon: «Jimmy Kimmel dovrebbe essere immediatamente licenziato».
Continua a leggereRiduci
La grazia è un atto di clemenza individuale concesso dal presidente della Repubblica previsto dall’articolo 87 della Costituzione italiana. Il procedimento prevede però un’istruttoria svolta dal ministro della Giustizia che raccoglie pareri, documentazione e valutazioni prima di sottoporre la proposta al Quirinale.
Nel caso di Nicole Minetti, la grazia è stata concessa per consentirle di assistere all’estero un minore gravemente malato, in ragione di motivazioni umanitarie. Il provvedimento, firmato il 18 febbraio scorso, ha estinto le condanne residue per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Nelle ultime ore, tuttavia, il Quirinale ha chiesto al ministero della Giustizia ulteriori verifiche su alcuni elementi contenuti nella domanda di clemenza, dopo dubbi emersi sulla documentazione presentata.







