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2026-01-12
Milano-Cortina 2026, tra cantieri e viaggio della fiamma è partito il conto alla rovescia
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Pecco Bagnaia porta la fiaccola olimpica Milano-Cortina 2026 presso piazza Castello a Torino (Ansa)
A 25 giorni dalla cerimonia di apertura dei Giochi invernali, l’Italia entra nella fase decisiva. Dai test dell’Arena di Santa Giulia al viaggio della fiamma olimpica da Torino a Milano, con protagonisti simbolici come Bagnaia e Allegri, passando per la corsa contro il tempo di Federica Brignone e l’annuncio dell’esibizione di Andrea Bocelli: strutture e organizzazione si preparano all’appuntamento del 6 febbraio.
Il tempo stringe. Mancano ormai poche settimane all’inizio delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e il grande evento entra nella sua fase più delicata: quella in cui le promesse devono trasformarsi in realtà operative, i cantieri in impianti funzionanti e le attese in risposte concrete. Il 6 febbraio, con la cerimonia inaugurale, l’Italia tornerà a ospitare i Giochi invernali a vent’anni dall’esperienza di Torino 2006, in una formula inedita che unisce metropoli e montagne, grandi città e territori alpini.
Il simbolo più evidente di questa rincorsa è senza dubbio l’Arena di Santa Giulia, a Milano, destinata a essere il fulcro del torneo olimpico di hockey su ghiaccio. Nel fine settimana appena trascorso l’impianto ha vissuto il suo primo vero battesimo, aprendo al pubblico per il test event con le Final Four di Coppa Italia e campionato IHL. Un appuntamento cruciale, non solo per verificare la tenuta del ghiaccio e delle strutture, ma anche per testare flussi, sicurezza, trasporti e gestione del pubblico.
L’esordio non è stato privo di intoppi. Una piccola crepa nel ghiaccio ha causato una breve interruzione durante una delle prime partite, episodio che ha immediatamente acceso il dibattito sui social e attirato l’attenzione dei media internazionali. Gli organizzatori, però, hanno spiegato che si tratta di situazioni normali su piste nuove e hanno sottolineato come il problema sia stato risolto in pochi minuti. Le gare successive si sono svolte senza ulteriori criticità, permettendo di archiviare il test come complessivamente positivo. L’Arena, va detto, non è ancora completamente ultimata. Restano da completare alcune parti delle tribune, rifinire spogliatoi e aree tecniche, sistemare impianti e cablaggi. Ma il cronoprogramma prevede la consegna definitiva entro fine gennaio, in tempo per i primi match olimpici. Il Comitato olimpico internazionale e Fondazione Milano-Cortina parlano di una struttura che ha superato la prova generale e che ha tutte le carte in regola per diventare una delle sedi simbolo dei Giochi. Durante l’Olimpiade potrà ospitare fino a 11.800 spettatori paganti, mentre dopo l’evento sarà riconvertita per grandi appuntamenti sportivi e musicali, a partire già dalla primavera.
Se Milano rappresenta il volto urbano dei Giochi, la montagna è il cuore sportivo ed emotivo dell’Olimpiade. E proprio sulle nevi di Cortina d’Ampezzo si concentrano in questi giorni molte delle attenzioni. In particolare su Federica Brignone, la campionessa azzurra che incarna meglio di chiunque altro le speranze italiane. Dopo il grave infortunio della scorsa primavera, la sciatrice valdostana sta seguendo una tabella di recupero rigorosa e prudente. Ha rinunciato al rientro immediato in Coppa del Mondo per allenarsi direttamente sulle piste olimpiche, con l’obiettivo di essere pronta almeno per una delle gare in programma. Lo staff federale e il fratello-allenatore procedono senza forzature, consapevoli che l’obiettivo non è solo esserci, ma esserci nelle migliori condizioni possibili. Le decisioni definitive arriveranno giorno per giorno, ma una certezza c’è: Brignone vuole giocarsi fino in fondo l’occasione della carriera, l’oro olimpico che ancora manca al suo palmarès.
Mentre gli atleti si preparano, l’Olimpiade prende forma anche fuori dagli impianti grazie al viaggio della fiamma olimpica. Partita da Roma il 6 dicembre, la torcia sta attraversando l’Italia in un percorso di oltre 12.000 chilometri che tocca tutte le regioni. In questi giorni il fuoco olimpico è protagonista nel Nord, tra Piemonte e Lombardia, accompagnato da eventi, cerimonie e una partecipazione popolare significativa. Tra i tedofori figurano volti noti dello sport e della cultura italiana: da Giorgio Chiellini a Pecco Bagnaia, fino a Massimiliano Allegri. La fiamma entrerà a Milano il 5 febbraio e il giorno successivo illuminerà la città, passando anche da San Siro, prima di accendere il braciere durante la cerimonia inaugurale. Cerimonia che avrà un altro protagonista d’eccezione: Andrea Bocelli. Il tenore si esibirà il 6 febbraio, offrendo uno dei momenti più attesi dell’apertura dei Giochi. Una scelta che punta a valorizzare l’identità culturale italiana e a dare ai Giochi un respiro internazionale, unendo musica, sport e racconto simbolico del Paese ospitante. Accanto all’entusiasmo, cresce però anche l’attenzione sugli aspetti logistici e organizzativi. In diverse aree, soprattutto in Valtellina, sono già stati predisposti piani straordinari per la viabilità, con limitazioni temporanee ai mezzi pesanti durante il periodo olimpico. Misure pensate per garantire sicurezza e fluidità negli spostamenti di atleti, addetti ai lavori e spettatori, ma che inevitabilmente richiederanno adattamenti da parte dei territori coinvolti.
Milano-Cortina 2026 si avvicina così al momento decisivo. Le settimane che restano serviranno a limare gli ultimi dettagli, completare le opere e trasformare l’attesa in fiducia. Tra cantieri che si avviano alla conclusione, una fiamma che attraversa il Paese e campioni pronti a scrivere nuove pagine di storia, l’Olimpiade italiana entra finalmente nel vivo. Ora la parola passa ai fatti.
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Roy De Vita affronta il tema della sicurezza in Italia, il rapporto sempre più difficile tra cittadini e forze dell’ordine e i limiti della legittima difesa. Dal caso del carabiniere condannato per aver reagito a un’aggressione, alle differenze con il modello americano, fino a immigrazione, Trump e Venezuela.
Daniele Ruvinetti (Imagoeconomica)
L’analista di Med-or Daniele Ruvinetti: «Putin non accetterà mai l’invio di truppe europee a garanzia di una tregua. Si sono creati dei nuovi equilibri, Trump non interverrà in Ucraina».
«Ma Cina e Russia cosa stanno facendo? Dopo l’attacco americano in Venezuela e il caos che si è scatenato in Iran con Trump che sembra pronto a dettare le regole anche su Teheran, un po’ tutti si interrogano sul silenzio di Xi Jinping e Putin. Beh, io non credo a una tacita presa d’atto, io credo che stiamo assistendo a un rimescolamento delle sfere d’influenza globali e che dietro alle reticenze si nascondano strategie abbastanza chiare. Ecco in questo momento starei molto attento a non confondere la tattica e le schermaglie con la strategia di fondo».
Daniele Ruvinetti è Senior Advisor della Fondazione Med-or. Già in passato sulle colonne della Verità aveva parlato di un accordo tra Stati Uniti e Russia per non ostacolarsi. Una sorta di compromesso del non intervento. Un «laissez faire» americano in Ucraina, in cambio di un lasciapassare di Mosca in Venezuela. E al di là delle azioni di facciata o meramente economiche (ci sono state delle dichiarazioni e qualche azione apparentemente ostili) i fatti hanno confermato le previsioni. Ora, l’analista allarga il discorso alla Cina e alla possibilità che questo intesa possa estendersi a Pechino che chiede di avere le mani libere su Taiwan.
Ma partiamo dal principio.
Cosa vuol dire non confondere la strategia di fondo con la tattica?
«Vuol dire non lasciarsi trarre in inganno per esempio dal sequestro americano di navi ombra russe usate per aggirare le sanzioni occidentali sul petrolio. Parliamo di una questione che ha di certo una rilevanza economica, ma non centrale per i rapporti tra i due Stati. Del resto è chiaro che nell’azione di Trump a Caracas ci sia la volontà di tutelare gli interessi energetici e finanziari degli Stati Uniti».
Finanziari?
«Certo. Centrale è il petrolio, ci mancherebbe, ma la Casa Bianca ha anche la necessità di dare delle garanzie ai grandi fondi Usa, vedi Blackrock, che hanno in pancia una buona parte del debito pubblico venezuelano».
Di che cifre parliamo?
«Il debito complessivo sfiora i 200 miliardi di dollari. Circa la metà è nella mani americane, mentre l’altra metà appartiene a Cina e Russia».
E qui torniamo al punto. Come mai Pechino e Mosca, dichiarazioni di facciata a parte, non hanno mosso un dito?
«Vero. Ma è altrettanto vero che ci siamo trovati di fronte a un’azione lampo. Le cui conseguenze si dispiegheranno nel tempo. E in futuro vedremo come, sia sul petrolio che sul debito, le tre grandi potenze sapranno trovare soluzioni per non rompere i loro equilibri. Ecco, appunto: questa è la strategia di base alla quale bisogna guardare. Le grandi sfere di influenza sono chiare (Russia sull’Ucraina, Stati Uniti in Sudamerica e Cina su Taiwan), poi sulle singole situazioni possiamo aspettarci piccoli o grandi scossoni che alla fine non cambieranno gli impegni di fondo».
In tutto questo come si spiega il possibile attacco americano in Groenlandia?
«Detto che non siamo ancora nell’ottica di un attacco, tuttavia le pressioni si spiegano con la visione di cui sopra. La Groenlandia è importante perché rappresenta uno snodo dal punto di vista delle rotte commerciali e per la presenza delle terre rare che sono appetite anche da Cina e Russia. Sempre di più i conflitti futuri avranno come obiettivo quello di assicurarsi i materiali strategici per l’intelligenza artificiale. Detto questo, non credo che Trump arrivi ad usare la forza, ma si cercheranno accordi di altro genere. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di un Paese Nato».
Eppure anche le ultime dichiarazioni che arrivano da Washington non sono per nulla rassicuranti.
«Non penso che trovare un punto di equilibrio sarà semplice, come per esempio sta succedendo in Venezuela, ma sarei molto sorpreso se anche la contesa per la grande isola dovesse portare a una nuova guerra. Sarebbe molto rischioso».
L’equilibrio di cui parla appare abbastanza fragile.
«Secondo me è molto più solido di quello che appare. Poi certo le situazioni sono fluide. Pensi solo a quello che è successo qualche giorno fa con i volenterosi riuniti a Parigi».
Cioè?
«Tutte le ricostruzioni iniziali davano gli Stati Uniti pronti a dare una forte garanzia di intervento nel caso ci fosse stata una violazione di eventuali accordi di pace da parte di Putin. Ebbene, nella stesura finale del comunicato relativo a quell’incontro, l’impegno americano è evaporato, scomparso, come se non se ne fosse mai parlato. Guardi, ci sono delle posizioni diverse anche nella squadra di Trump, non è un segreto per nessuno che il segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza Marco Rubio non sia propriamente un filo-russo, ma poi quando si va al dunque la logica della nuova divisione delle sfere di influenze resiste. Alla resa dei conti le ingerenze degli Stati Uniti sul conflitto a Kiev sono insignificanti».
Sembra che adesso Zelensky stia giocando la carta di un accordo di libero scambio con Trump da sottoscrivere a Davos. In questo modo spera di ottenere solide garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti.
«L’ennesimo tentativo di portare la Casa Bianca dalla propria parte che non credo avrà grandi risultati. Io resto molto scettico sulla possibilità di una pace a breve in Ucraina. Mi sembra ci siano due scogli quasi insormontabili al momento».
Ci spieghi.
«Da una parte il futuro del Donbass che nessuna delle due parti è disposto a cedere. Dall’altra le garanzie che Kiev chiede all’Europa, che Francia e Regno Unito, per esempio, si dicono disposte a concedere, e che Mosca non accetterà mai».
Parla delle truppe di Macron o Starmer sul campo?
«Esattamemnte».
Lei pensa che Putin non darà mai il via libera a un compromesso del genere?
«Mai».
Quindi non c’è via d’uscita?
«Al momento non ne vedo di percorribili».
Intanto i terreni di scontro si moltiplicano. L’ultimo è in Iran dove però le contraddizioni sembrano essere esplose internamente.
«In apparenza è così. Ma oggettivamente viene difficile pensare che quello che sta succedendo non sia figlio del rimescolamento delle sfere di influenza».
In che senso?
«Nel senso che se non ci fosse stato questo clima di cambiamento di un ordine che bene o male si era cristallizzato, non ci sarebbero stati i tentativi di rimuovere il regime ai quali stiamo assistendo».
E anche a Teheran, Trump vuol dettare le regole del gioco.
«Non lo so. Anche a Teheran ognuno fa il suo gioco, ma mi viene difficile pensare che Cina e Russia non faranno sentire in qualche modo la loro voce. Vero che qui l’asse Trump-Netanyahu resta portante e che per esempio la carta Reza Pahlavi, il figlio dello scià deposto dalla rivoluzione del 1979, resta molto attraente, ma la partita è solo all’inizio e tutta da giocare».
Abbiamo quasi finito l’intervista e non abbiamo detto una parola sull’Europa. E sul non ruolo che sta giocando nello scacchiere internazionale.
«È evidente che in questa partita di spartizione delle sfere di influenza non riesce ad incidere. Il rischio di restare isolati è concreto anche perché Bruxelles non ha la stessa forza e la stessa velocità e capacità decisionale di Stati uniti, Russia e Cina. L’Europa si trova davanti a un bivio o risorge o si relega all’irrilevanza».
E cosa succederà?
«Esiste ancora la possibilità di rivedere dei meccanismi e di creare i presupposti per un’Europa dei popoli che metta gli interessi dei cittadini come priorità. Su questo, l’Italia può giocare un ruolo: come governo più stabile d’Europa, l’esecutivo italiano ha le capacità e probabilmente la visione per guidare certe dinamiche. Ma se devo essere sincero se l’Europa non agisce subito è ben più concreto il rischio che questo diventi un Continente completamente dipendente dal punto di vista energetico, tecnologico e militare dalle altre tre grandi potenze di cui sopra. Serve una presa di coscienza e la capacità di tradurla rapidamente in decisioni politiche».
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Stefano Parisi (Imagoeconomica)
L’imprenditore che ha fondato il think tank Setteottobre: «La durezza con cui Delrio è stato isolato per la sua proposta contro l’antisemitismo dimostra che la leadership del Pd parteggia per chi vuol cancellare Israele».
Economista di gran vaglia, liberale di formazione e di militanza, Stefano Parisi è stato non solo un civil servant di altissimo livello - da capo dipartimento di Palazzo Chigi per gli affari economici a direttore generale del Comune di Milano – ma anche un ponte tra «palazzo» e impresa da direttore generale di Confindustria per poi farsi egli medesimo impegnato in politica sempre nel centrodestra, sempre con una vocazione liberale. Poi è tornato agli antichi amori: fare impresa. Dopo la strage che Hamas ha compiuto su inermi cittadini ebrei nell’autunno del 2023, ha sentito il dovere di metterci impegno e faccia. Ha fondato con altri il «Setteottobre» di cui è presidente che è un think tank e manifesto contro l’antisemitismo, un luogo di riflessione e proposta democratica, un segno operante di solidarietà con gli ebrei. Lo abbiano raggiunto mentre è a Tel Aviv per discutere dei rigurgiti antiebraici che sono anche una mobilitazione, a volte molto violenta, contro l’Occidente e i suoi valori.
Come state combattendo la rimozione del 7 ottobre?
« Assistiamo a un fenomeno ancora più grave della rimozione dell’orrore del 7 ottobre, è il tentativo di comparare la reazione di Israele alla strage perpetrata da Hamas all’Olocausto degli ebrei. Tra pochi giorni è il 27 gennaio, il Giorno della Memoria dello sterminio nazista, e i pro Pal stanno organizzando per quella ricorrenza una vergognosa strumentalizzazione della propaganda dell’islam radicale. Quel giorno non possiamo tollerare da parte delle istituzioni una retorica sulla memoria senza che vengano ricordate le vittime degli stupri, delle mutilazioni, dei corpi bruciati, e delle torture inferte agli ostaggi del 7 ottobre. Rom Braslavsky e Liliana Segre sono superstiti dello stesso orrore e dello stesso odio. Non possiamo più tollerare la finta pietà verso gli ebrei sterminati dal nazismo e l’indignazione verso gli ebrei che combattono per non essere sterminati».
Come giudica l’atteggiamento dei partiti italiani di fronte alle crescenti minacce verso gli ebrei sovente confuso con un acritico appoggio ai pro Pal?
«L’antisemitismo è sempre esistito in Italia, ma nascosto sotto la cenere della retorica antifascista. Poi la falsa accusa di genocidio elevata verso Israele dopo il 7 ottobre ha liberato quell’antisemitismo che oggi è esploso, tollerato, giustificato e coltivato. I partiti della sinistra italiana, che si dichiarano antifascisti, grazie a questa gigantesca menzogna collettiva, hanno riscritto la storia del Novecento pur di rincorrere le piazze guidate dalla propaganda dell’islam radicale».
Graziano Delrio nel Pd è stato contestato per la sua proposta di legge sull’antisemitismo. Che sostegno siete disposti a dare a questa iniziativa?
«Graziano Delrio ha dimostrato che i valori storici della sinistra non sono sepolti sotto l’odio antisemita. Propone misure nel campo della formazione, dei poteri di Agcom per contrastare l’odio razziale sulle piattaforme social e ha proposto che la definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance, ndr), già adottata dal governo italiano, sia legge dello Stato. Un partito di sinistra dovrebbe essere in prima linea ad approvare una simile norma, ma la durezza con la quale lui è stato isolato fa capire che l’attuale leadership del Pd vuole difendere coloro che accusano gli italiani ebrei delle azioni del governo di Gerusalemme a meno che non facciano abiura del loro Paese, vuole difendere coloro che nelle piazze urlano slogan per cancellare lo Stato di Israele e cacciare gli ebrei dalla loro terra. Questa è la sinistra antisemita».
Anche nelle cosiddette forze sociali si fa strada un antisemitismo legato alla confidenza con i sedicenti movimenti pro Pal. Penso all’Anpi che assimila Hamas alla lotta partigiana, penso alla Cgil che invita a boicottare Israele. Che si può fare per mutare questa «narrazione»?
«Certo, bisogna parlare alle persone che hanno partecipato in buona fede alle manifestazioni pro Pal, a quelle che sono iscritte al sindacato per difendere il loro salario, a coloro che credono nei valori della lotta partigiana, ai tanti che lottano per i diritti delle donne e degli omosessuali, per fare loro aprire gli occhi: avete dato soldi per i palestinesi e sono andati a finanziare i terroristi, avete fatto sciopero perdendo un giorno di salario e siete stati strumentalizzati per la carriera politica del vostro leader, avete partecipato alle manifestazioni del 25 aprile e non c’erano più le bandiere italiane, ma quelle dei palestinesi, partecipate al Gay Pride ma i vostri compagni hanno urlato slogan per cancellare Israele e instaurare uno Stato islamico dove le donne vengono sottomesse e gli omosessuali giustiziati».
L’arresto di Hannoun e la rete pro Hamas fa emergere che in Italia esiste una radicata base di appoggio ad Hamas. La preoccupa e crede che esista ancora una sorta di lodo Moro?
«Finalmente si fa luce sulla vera natura dei movimenti che hanno promosso e organizzato le manifestazioni pro Pal, che hanno finanziato la Flottilla (è nota anche la rete di finanziamenti di questa enorme azione di propaganda di Hamas), e dei loro legami con la politica e le istituzioni italiane. Ma è una rete che si estende in tutta Europa. Non vedo però nessuna accondiscendenza da parte del governo italiano come ai tempi di Moro e Andreotti. Anzi l’azione di contrasto è molto determinata. L’unica “falla” istituzionale è, semmai, in alcuni settori della magistratura, si pensi alle dichiarazioni recenti del Procuratore nazionale antimafia, agli appelli di Magistratura Democratica al boicottaggio delle aziende che hanno rapporti con Israele e alla reiterata inazione verso gli innumerevoli fenomeni di istigazione all’odio impuniti, nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale. Servirebbe un forte e leale coordinamento tra le forze dell’ordine, i servizi di intelligence e la magistratura per sradicare l’eversione del radicalismo islamico».
Piazze piene per i pro Pal e per Maduro, ma niente per i morti in Ucraina o in appoggio alla rivolta iraniana. Sotto la cenere cova un mai sopito spirito antioccidentale?
«Sicuramente è lo spirito antioccidentale, l’ostilità verso gli Stati Uniti, l’odio verso noi stessi che ha radici profonde in una parte della nostra opinione pubblica e, soprattutto, dell’élite. Pensiamo quanto poco spazio danno oggi i giornali a questo straordinario movimento di popolo che sta rovesciando il regime in Iran. Lì ci sono milioni di persone che scendono in piazza, rischiando la vita contro un regime sanguinario, e i giornali danno mezza pagina mentre hanno dato pagine e pagine alle flottille e ai nostri figli di papà pro Pal che, senza rischiare nulla e spesso aggredendo e ferendo i nostri poliziotti, glorificano quello che il regime iraniano ha fatto, mentre i loro coetanei israeliani combattono e, a volte, perdono la vita per sconfiggere quello stesso regime, circondati dall’odio dell’Occidente».
Esiste un pericolo di islamizzazione forzata e strisciante in Italia e in Europa attraverso il diffondersi delle moschee e l’immigrazione? Bisogna proibire il velo e chiedere che i sermoni degli imam si facciano in italiano?
«Non credo sia necessario vietare il velo, dobbiamo difendere la libertà religiosa, dobbiamo solo non sottomettere i nostri valori a religioni che non tollerano la libertà religiosa. I simboli del cristianesimo non hanno mai offeso la millenaria presenza ebraica nel nostro Paese e non possiamo tollerare questa sottomissione strisciante per cui annulliamo la nostra identità per non “offendere” quella islamica. Dobbiamo soprattutto uscire dall’ambiguità verso l’islam radicale. I Fratelli musulmani sono messi al bando in molti Paesi musulmani, qui sono protetti, difesi, e corteggiati i loro voti. Dobbiamo controllarne i flussi finanziari, le attività eversive, che stanno penetrando le università, lo sport, lo sviluppo urbano, le associazioni di “beneficenza”. Si, dobbiamo controllare l’attività degli imam».
Lei ora si trova a Tel Aviv. Com’è la situazione anche guardando alla Palestina? È vero che c’è un’opposizione fortissima contro Netanyahu? Ed è vero che è aumentata la Aliya cioè la diaspora degli ebrei europei verso Israele?
«Israele è una democrazia viva, il senso della patria è fortissimo. I giovani, dopo la scuola, fanno tre anni di militare (due le donne) e vanno a combattere e anche a morire per difendere il loro Paese e continuano a farlo fino a 40 anni. Quasi tutti gli israeliani (se si escludono molti Haredim e molti arabi) hanno dato una parte della loro vita al Paese. Si sentono “azionisti” del loro Paese e partecipano attivamente alla vita politica. Le scelte del governo incidono sulla loro pelle. Ma l’opposizione a Netanyahu non ha nulla a che vedere con le accuse al governo di Gerusalemme che fa la nostra sinistra. Nessuna accusa di genocidio, l’opzione militare contro Hamas e contro il terrorismo sarebbe stata la stessa anche se al governo ci fosse un leader dell’opposizione. La critica al governo riguarda altri temi come la legge che vorrebbe varare sull’esonero dal militare dei giovani ortodossi che studiano nelle Yeshivà, mentre i loro coetanei vanno a combattere e a morire. O come la commissione di inchiesta per definire le responsabilità del 7 ottobre che l’opposizione vorrebbe indipendente, ma che il governo vuole composta da politici. Sì, nonostante la guerra e il terrorismo, per gli ebrei della diaspora Israele continua a essere il Paese più sicuro. Qui gli ebrei possono vivere senza paura, e anche il dolore per i propri morti è un dolore collettivo, di popolo, mentre in Europa, gli ebrei devono vivere la loro sofferenza, chiusi nelle loro piccole comunità».
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