Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel riquadro, Salvo De Luca (Ansa)
In commissione Antimafia il procuratore De Luca smonta la ricostruzione del pentito Lo Cicero avvalorata da due suoi colleghi: «Nulla di serio». L’amico che fece piangere il giudice eroe? «Per noi non era Lo Porto».
È stata una giornata singolare quella di ieri. Quasi straniante. Un procuratore della Repubblica ha parlato per due ore per smentire il contenuto di una trasmissione televisiva. Detta così potrebbe sembrare un’iniziativa da Corea del Nord. Ma in realtà il capo degli inquirenti di Caltanissetta, Salvo De Luca, in commissione Antimafia, è parso «parlare a nuora perché suocera intenda». E la suocera, in questo caso, sarebbero i colleghi e investigatori intervistati da Report: «Probabilmente anche noi magistrati a volte ci facciamo suggestionare dalla dalle telecamere. È una debolezza umana…», ha commentato l’audito.
In due ore fitte De Luca ha smontato la cosiddetta «pista nera» sulla strage di Capaci e ha demolito la «credibilità» (in generale) e l’«attendibilità» (nel particolare, sulle dichiarazioni fatte) di Alberto Lo Cicero, il sedicente uomo d’onore su cui si basavano le teorie di un coinvolgimento del leader di Avanguardia nazionale ed estremista di destra Stefano Delle Chiaie nell’attentato a Giovanni Falcone.
«Il collaboratore di giustizia è uno strumento fondamentale ma molto pericoloso se non gestito adeguatamente», è stato il monito del magistrato. Che ha aggiunto: «I principali disastri giudiziari sin qui registrati sono stati causati da un’inesperta o non adeguata trattazione dei collaboratori di giustizia. Mi riferisco al caso Tortora e al depistaggio a opera di Vincenzo Scarantino che molto probabilmente con una migliore gestione dei collaboratori si sarebbero potuti evitare».
Per la toga «la mancanza totale di credibilità» rende possibile un’analogia tra il pentito farlocco per eccellenza, Scarantino, e Lo Cicero, preso molto sul serio dalla trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci.
Nella puntata del 4 gennaio scorso Report ha mandato in onda stralci delle dichiarazioni rese da Lo Cicero nei suoi colloqui investigativi con l’ex pm Gianfranco Donadio. Ma per il procuratore quelle sarebbero quasi chiacchiere da bar, inutilizzabili processualmente e, soprattutto, non riscontrate.
Il procuratore ha ricordato che in una sentenza, divenuta irrevocabile, si leggeva che «Lo Cicero ha certamente mentito circa la sua qualifica di uomo d’onore e di Cosa nostra» e ciò minerebbe alla radice «la credibilità del collaboratore». Partendo da questo assunto, tutto quanto ha riferito, per De Luca, «diventa carta straccia».
In commissione Antimafia il magistrato ha riportato una delle affermazioni più rilevanti contenuta nelle audiocassette scovate da Report: «Nel mio andare e venire da casa mia a casa di Maria Romeo (la compagna, ndr), più volte ho visto un’autovettura blu di servizio come quelle che usate voi (parlava al magistrato, ndr) nei pressi del tunnel (il cunicolo dove è stato collocato l’esplosivo, ndr) dell’autostrada Capaci-Palermo dove è stato fatto l’attentato».
Il procuratore è particolarmente sarcastico: «Sembra quasi che Totò Riina o il boss Mariano Tullio Troia gli abbiano fatto un contratto di guardianìa del tunnel. Delle Chiaie è ai massimi livelli della destra eversiva. È un ideologo, è un capo. È un soggetto che parlava con Pinochet. Non è uno spiccia faccenda che sta lì a controllare il tunnel. […] A noi pare sinceramente che non abbia nessuna verosimiglianza. Ci mancavano solo, su questa autovettura blu, la bandierina di Avanguardia nazionale e quella dei servizi segreti, tanto per essere più riservati».
Per De Luca questa è una pista da cui non si può cavare «nulla di serio». Il «finto» collaboratore sarebbe stato smentito dalla sua stessa compagna, che non fa riferimento a incontri casuali, ma sostiene che l’ex fidanzato le avrebbe detto di avere partecipato insieme con Delle Chiaie a dei «sopralluoghi» a Capaci e che l’ex terrorista si sarebbe occupato direttamente della ricerca del tritolo. Ma, spiega De Luca, a Cosa nostra, per recuperare l’esplosivo, sarebbe bastato uno spiccia faccende. E soprattutto non avrebbe affiancato a Delle Chiaie uno come Lo Cicero, che la mafia aveva già cercato di eliminare.
De Luca un atto del gip Santi Bologna, che ha archiviato uno dei due filoni d’inchiesta sulla cosiddetta pista nera. Secondo il giudice «non vi è neanche la prova che Lo Cicero conoscesse Delle Chiaie».
Nel suo decreto Bologna afferma che «la tendenza al mendacio di Lo Cicero condiziona irreversibilmente la possibilità di valorizzare le sue dichiarazioni rispetto alle quali è improponibile pensare di poter estrarre con certezza […] elementi di verità».
Le sue «propalazioni» sarebbero utilizzabili solo nel caso in cui fossero «quasi accessorie».
De Luca sottolinea come il gip sia stato ancora più «caustico» sul contributo della Romeo e cita il decreto: «Il racconto della Romeo che consegna l’istantanea del capo dei capi, impegnato nel baciamano di un capo mandamento, Mariano Tullio Troia, in un contesto nel quale erano presenti una pluralità di persone affiliate all’organizzazione, appare davvero grottesco e degno di un’ambientazione cinematografica di un film di Ciprì e Maresco».
La coppia di collaboratori, insomma, sarebbe una fabbrica di «sciocchezze».
A giudizio di De Luca, Lo Cicero «non ha la più pallida idea della geografia, della terminologia e del “bon ton istituzionale” di Cosa Nostra». Uno «scassapagliari» (un ladruncolo) come lui non può avere parlato con Totò Riina, mentre la Romeo non era altro che una donna pronta a dare «notizie sempre più eclatanti» pur di entrare nel programma di protezione e ricongiungersi al compagno.
De Luca la ritiene totalmente inaffidabile e, ieri, ha cercato di smontare le sue dichiarazioni sul presunto incontro tra Borsellino e Lo Cicero, di cui negli audio l’ex autista non avrebbe mai parlato (altrimenti, secondo il procuratore, Report l’avrebbe mandato in onda).
In aula il procuratore ha riassunto la prima versione offerta dalla donna alla Procura generale di Palermo: prima delle stragi Lo Cicero, da lei accompagnato, sarebbe stato sentito da un magistrato palermitano. E nell’occasione Paolo Borsellino si sarebbe fermato a parlare per una decina di minuti con Lo Cicero. «Ma Alberto non mi ha mai riferito quello che ha detto al dottore Borsellino», ha dichiarato l’ex compagna in tribunale.
A questo punto De Luca sottolinea come, dopo pochi mesi, la versione della testimone, cambi radicalmente con Report. «È completamente stravolto il presunto incontro fra Borsellino e Lo Cicero», commenta.
L’interesse del magistrato non è per la trasmissione in sé, ma per l’incidenza che le dichiarazioni avrebbero «sul materiale probatorio». Infatti, la nuova ricostruzione sarebbe stata «in qualche misura confermata» anche davanti alla Procura di Caltanissetta.
La Romeo in tv ha parlato di un incontro segretissimo tra Lo Cicero e Borsellino in un Palazzo di giustizia deserto, un faccia a faccia non casuale che sarebbe durato cinque ore. All’uscita il «finto» collaboratore avrebbe confidato alla compagna di avere parlato con Borsellino dei «sopralluoghi» con Delle Chiaie.
Quella che era, inizialmente, una chiacchierata di pochi minuti, «diventa un colloquio formidabile che dura ore e ore in piena notte e del quale la Romeo viene a sapere il contenuto, tutto in buona parte riguardante Delle Chiaie».
Per il magistrato è, però, «molto più interessante» l’intervista rilasciata dall’ex procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi (oggi presidente del Centro studi Borsellino), ritenuto «attendibile al di sopra di ogni sospetto».
Gli inviati di Rai 3 gli hanno sottoposto una vecchia relazione di servizio a sua firma. Nella nota, ricorda Report, si apprende che Teresi avrebbe saputo da Lo Cicero che il boss Troia «poteva godere dell’amicizia e anche della contiguità dell’onorevole Lo Porto».
Teresi, con i cronisti, conferma e non esclude di averne parlato con Borsellino.
Per De Luca sono dichiarazioni tardive perché l’ex collega su questi argomenti è stato sentito molte volte, anche a Caltanissetta, dove gli sarebbe stata mostrata la nota. Per il procuratore l’attuale «deduzione», arrivata a 30 anni di distanza, avrebbe scarso peso.
E soprattutto De Luca non crede che Teresi abbia davvero condiviso con Borsellino questa informazione.
L’inquirente ricorda come i colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa abbiano ricordato di avere visto piangere Borsellino perché «era stato tradito da un amico».
Poteva essere Lo Porto quell’amico? Per De Luca no. Il motivo è semplice. L’ex giudice «non era un uomo di ghiaccio», «sentiva le passioni» e, quindi, se Teresi lo avesse informato dei presunti rapporti di Lo Porto con la mafia avrebbe avuto una reazione «indimenticabile».
«Teresi potrebbe non ricordare un normale colloquio di lavoro […] ma se avesse detto a Borsellino: “Guarda che il tuo amico Guido Lo Porto, frequenta Mariano Tullio Troia”, è ragionevole presumere che Borsellino una reazione l'avrebbe avuta. E questo sarebbe stato un fatto indimenticabile».
De Luca è tranciante: «E, invece, Teresi non ricorda manco di avergli parlato. Da ciò si trae non la prova, ma un elemento, un indizio abbastanza valido del fatto che probabilmente l’amico traditore non fosse Lo Porto». La conclusione, sconsolata, è questa: «Rimane purtroppo il mistero dell’identità dell'amico che aveva tradito Borsellino e quello che dice Teresi non ci aiuta a risolverlo».
Ma a colpire ancora di più De Luca è l’intervista di Donadio, il pm che, come detto, nel 2007 ha interrogato Lo Cicero e la Romeo nell’ambito di colloqui investigativi che non si sono tradotti in procedimenti giudiziari. Con Report, Donadio ha affermato: «Lo Cicero, dal mio punto di vista, incontrò Borsellino».
Il procuratore nisseno definisce tali dichiarazioni «un po’ strane» («potenza delle telecamere» ironizza) e ricorda come, mentre Lo Cicero era «moribondo», né Donadio, né l’ex procuratore di Palermo Piero Grasso ritennero di dover fare «un atto di impulso», indirizzato alla Procura competente, sulle dichiarazioni della Romeo e del collaboratore di giustizia in fin di vita. «Significa che hanno ritenuto che non c'era trippa per gatti. Altrimenti sarebbe assolutamente incomprensibile».
De Luca appare quasi infastidito: «Donadio non ha motivato tale convincimento, a meno che non si tratti di un dogma di fede, di un assioma o di metafisica o di palla di vetro. L'unica fonte è Maria Romeo, che, in modo ufficiale, Donadio ha detto che non costituiva materiale sufficiente, neanche per fare un atto di impulso».
A Caltanissetta, però, va detto, resta aperto uno dei due fascicoli d’inchiesta sulla cosiddetta pista nera. La gip Graziella Luparello, a dicembre, ha respinto per la seconda volta la richiesta di archiviazione avanzata da De Luca e dai suoi pm. Dunque, la parola fine di questo romanzo nero non è ancora stata scritta.
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La Casa Bianca vuole «nazionalizzare» il processo elettorale, ma gli Stati democratici fanno muro. Intanto il caso Epstein aleggia e il progetto-casa di Donald Trump si arena al Congresso.
Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro: «La reclusione nel Paese d’origine di chi commette reati è possibile solo con il consenso del reo. Il ricorso del detenuto contro il provvedimento del giudice non dovrebbe più sospendere gli allontanamenti. Serve più durezza».
«Grazie all’operazione verità, fatta dalla Verità. Sono quotidianamente assediato da richieste di provvedimenti svuotacarceri, sul presupposto che saremmo un sistema carcerocentrico. Se abbiamo circa 60.000 detenuti e 144.822 persone “in area penale esterna”, vuol dire che sono più quelli fuori che dentro».
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, interviene sul tema sollevato dal direttore Maurizio Belpietro nell’editoriale di ieri. Uno su cinque di coloro che usufruiscono di misure alternative alla detenzione è straniero. Ci sono 30.279 immigrati, condannati per reati anche reiterati, che restano in circolazione. Liberi di tornare a delinquere come spesso capita. Spedirli in galera sembra un’impresa quasi impossibile e, se ci sono stati, non si conoscono i provvedimenti di revoca delle pene alternative.
Sottosegretario, possibile che non ci sia una soluzione?
«La questione va affrontata soprattutto per i 50.000 stranieri con problemi di giustizia nel nostro Paese: oltre 30.000 in area esterna e 20.000 nelle carceri. Problema ancora più inquietante nel Nord Italia, dove maggiore è la presenza di immigrati. Basti pensare che nella casa circondariale Bozza di Bologna ci sono 377 detenuti italiani e 493 stranieri; al San Vittore di Milano gli italiani sono 318 e ben 621 gli stranieri».
E rispedire nei Paesi d’origine chi ha commesso reati in Italia?
«Le misure possibili sono due. La detenzione nel Paese d’origine di chi commette reati, che prevede però il consenso da parte del detenuto. Può essere d’accordo a scontare la pena ” casa sua”, dove magari ha famiglia, ma non è una strada che offre molte adesioni. Difficilmente chi ha assaggiato la civiltà delle nostre galere decide di tornare in Nord Africa o da dove proveniva».
Non credo che si dimezzerebbe il gran numero di stranieri condannati, che circolano per le nostre strade.
«Bisogna fare accordi. La scorsa settimana abbiamo siglato un trattato bilaterale con la Tunisia che si è resa disponibile, sempre previo consenso del detenuto, all’esecuzione penale presso il Paese d’origine. E stiamo spiegando questa opportunità ai detenuti, nella loro lingua. L’altra misura prevista è l’espulsione».
Ecco, appunto, perché non si ricorre più spesso all’allontanamento dello straniero che delinque?
«L’espulsione deve sempre passare da un provvedimento giudiziale, siamo riusciti ad aumentarne il numero del 20% da quando si è insediato questo governo e del 10% dal 2024 al 2025. C’è una difficoltà esecutiva che stiamo cercando di risolvere, perché gli Stati africani fanno resistenza legale a queste misure. Per loro non sono gravose, in quanto le persone espulse arriverebbero libere, ma invocano problemi di sicurezza. Vogliono il passaporto di chi intendiamo espellere, quando il più delle volte gli immigrati ne sono privi; vogliono essere certi che sia un loro connazionale, avanzano una richiesta molto formale di documentazione. Stiamo lavorando per ammorbidire le procedure».
Quindi, trovando i giusti accordi, l’espulsione è la strada più percorribile?
«Sicuramente. E bisognerebbe far sì che il ricorso del detenuto contro il provvedimento del giudice non sospenda più la misura dell’espulsione, come oggi avviene».
Intanto, come si mette un freno alle aggressioni degli «adulti in area penale esterna», che risultano fuori controllo?
«A fronte della violazione di talune prescrizioni in misura alternativa alla detenzione, bisognerebbe intervenire con più durezza. Ma non compete alla politica».
Lei non lo dice ma è evidente, deve essere la magistratura agire diversamente.
«Sono scelte di un altro potere. Certo, io non da sottosegretario ma da cittadino a volte mi chiedo perché persone che, pur beneficiando di una misura di grande magnanimità e generosità che è quella alternativa alla detenzione, violino le prescrizioni e non finiscano in carcere. La qualificazione giuridica del reato, la meritevolezza della misura alternativa sono fatti interpretativi. Ritengo che i provvedimenti dei giudici debbano essere eseguiti e rispettati, ma possono essere discussi».
Si riferisce a qualche provvedimento recente?
«Sono stranito di vivere in una nazione dove chi prende a martellate un poliziotto non viene imputato di tentato omicidio e beneficia immediatamente di una misura alternativa alla carcerazione preventiva. Non conosco il fascicolo processuale del vicebrigadiere condannato a tre anni per “eccesso colposo nell’uso legittimo di armi”, ma non ho visto altrettanta magnanimità».
Nemmeno le attenuanti generiche gli sono state concesse.
«Che in Italia non si negano a nessuno. A un carabiniere sì? Così come sono stranito che persone che sono già state giudicate per altri reati, pur violando determinate prescrizioni continuino a godere di questi privilegi alternativi. Devono tornare in carcere. Ritengo che i giudici debbano essere inamovibili, indipendenti ma non insindacabili: solo gli ayatollah rivendicano l’insindacabilità. Il premier Giorgia Meloni l’ha detto chiaramente, dobbiamo tutti lavorare per la sicurezza. Noi ci stiamo provando, però ognuno deve fare la sua parte».
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Matteo Piantedosi (Ansa)
L’Eurocamera approva le modifiche alle norme sulle procedure d’asilo. Nell’elenco pure Bangladesh, Marocco e Tunisia. Piantedosi: «Successo del nostro governo».
Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: sono i sette Stati che l’Unione europea ha designato come «Paesi d’origine sicuri», secondo la relazione dell’eurodeputato di Fdi, Alessandro Ciriani per la creazione di un elenco Ue. Lista approvata ieri, insieme agli hub per migranti, dal Parlamento Ue con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni. Chi proviene da questi Paesi e chiede asilo in uno Stato membro vedrà la propria domanda esaminata secondo una procedura accelerata, potrà essere detenuto in appositi centri di trattenimento ed espulso con più facilità e rapidità.
Anche i Paesi candidati all’adesione all’Ue saranno presunti sicuri. Per quanto riguarda gli hub in Paesi terzi, le nuove norme consentono agli Stati Ue di concludere accordi per l’esame delle domande in loco. L’ok definitivo alla revisione del regolamento Ue è arrivato dalla maggioranza sostenuta dal Ppe e dalle destre con la conferma del modello Italia, tra esternalizzazione e cooperazione con gli Stati di transito per scardinare il business dei trafficanti di uomini. Tutto mentre il Consiglio dei ministri, previsto per oggi, si prepara a varare il nuovo pacchetto immigrazione, anticipato dal ministro Matteo Piantedosi. «L’approvazione dei due regolamenti europei relativi alla lista e al concetto di Paese terzo sicuro è un grande successo del governo italiano che ha saputo con determinazione e convinzione far valere le proprie posizioni in materia di migrazione in Europa» ha affermato il titolare del Viminale. Secondo Piantedosi, «il concetto di “Paese terzo sicuro” introduce criteri più chiari che consentiranno agli Stati di valutare l’inammissibilità della domanda di asilo, qualora il richiedente abbia transitato in un Paese terzo sicuro nel quale avrebbe potuto ottenere una protezione effettiva. Finalmente la svolta chiesta dall’Italia in materia di immigrazione c’è stata».
«C’è stata una maggioranza di centrodestra, nettamente, contro il tentativo della sinistra di bloccare questo importante provvedimento a difesa dei confini europei. Finalmente i richiedenti asilo che a cui verrà rigettata la domanda di asilo potranno essere rimpatriati subito. Non dovremo più attendere, non ci sarà più nel frattempo il provvedimento di sospensiva del procedimento. Addirittura, potranno sostare negli hub nei Paesi terzi, per esempio in Albania, in attesa del giudizio definitivo» ha dichiarato l’eurodeputata della Lega, Susanna Ceccardi.
«Anche oggi la sinistra, che chiede sempre maggior sicurezza, si è distinta per fare il contrario. Ha votato contro questo provvedimento, che è un provvedimento per la sicurezza dei nostri cittadini» ha aggiunto l’eurodeputata Anna Maria Cisint.
L’eurodeputata Isabella Tovaglieri ha sottolineato il risparmio economico: «Tutti quei ricorsi ovviamente strumentali che venivano promossi, poiché durante la pendenza del ricorso il rimpatrio era sospeso, erano tutti frutto di un gratuito patrocinio, che però gratuito non era perché il patrocinio è a carico dello Stato, quindi era pagato dai cittadini italiani. Oggi, grazie al fatto che la sospensiva non esiste più ma il rimpatrio è immediato, la mole di ricorsi calerà drasticamente e i tribunali non saranno più ingolfati».
Prevedibile l’immediata sollevazione di 39 Ong che hanno lanciato un appello per escludere la Tunisia dall’elenco perché «Stato autoritario e non sicuro».
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