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Sono ospitati in 4.836 strutture residenziali. Il costo medio per ragazzo è di 150 euro al giorno, 1,3 miliardi l’anno a carico dello Stato. Marina Terragni, Garante per l’infanzia: «Dare queste risorse direttamente ai genitori. Gli allontanamenti tornino a essere eccezionali».
C’è voluto un documento ufficiale dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, diretta da Marina Terragni, per mettere finalmente un punto sulla vicenda della famiglia nel bosco e, più in generale, sui dolorosi allontanamenti dalle famiglie di bambini e ragazzi che, secondo gli ultimi dati del Ministero del lavoro, hanno raggiunto l’incredibile numero di 25.000, escludendo dal conteggio i minori stranieri non accompagnati.
«I casi recenti, come quello della famiglia nel bosco, hanno riportato al centro dell’attenzione la questione dei prelevamenti di bambini», ha dichiarato la Garante presentando il documento ieri a Roma, «allo stesso tempo ci arrivano segnalazioni di vicende ancora più problematiche nelle quali i minorenni sono esposti a gravi rischi. Per questo motivo ho pensato fosse necessario fare chiarezza, con riferimento a normative e sentenze che ci consentano un più chiaro orientamento in materia», ha spiegato Terragni.
Il dato che balza agli occhi leggendo numeri e riferimenti legislativi elencati nel documento del Garante per l’Infanzia è che, nel caso della «famiglia nel bosco» e di chissà quante altre, la misura di allontanamento di un minore dalla famiglia non è disposta come «eccezionale, da adottare solo in situazioni di grave pericolo», come prevede l’articolo 403 del Codice civile, che infatti dispone il prelevamento forzoso «esclusivamente quando è necessario proteggere i bambini in stato di abbandono morale o materiale, da un pregiudizio grave o da rischi imminenti per la salute. Tutt’altro: «Nella pratica, l’allontanamento avviene anche nell’ambito di conflitti tra genitori, in contrasto con il diritto del minore a crescere nella propria famiglia, diritto riconosciuto dalla Costituzione e dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza», ha osservato Terragni. Quello della famiglia Trevallion, dove i bambini sono stati strappati ai genitori da quasi 100 giorni senza che sia stata ancora effettuata la perizia psicologica alla coppia, richiesta dal tribunale, non è dunque un caso isolato. Né sono un caso isolato, purtroppo, le modalità traumatiche di distacco dalla famiglia anglo-australiana, anche queste non previste dalla legge: non spetta infatti alle forze dell’ordine intervenire nei prelevamenti, come invece è accaduto, fatti salvi i casi di assoluta emergenza riconducibili all’articolo 403 del Codice civile. Non solo: «Qualora il minore opponga resistenza al trasferimento, l’operazione deve essere immediatamente sospesa e la situazione riferita al giudice che ha disposto il provvedimento». I figli Travallion sono «distrutti dall’ansia», ha riferito il padre, ma a quanto pare non è importato a nessuno.
Un altro diritto fondamentale calpestato è quello dell’ascolto diretto del minore da parte del giudice: l’eventuale omissione, ha sottolineato l’Autorità garante, «richiederebbe motivazioni specifiche». Insomma, il maldestro e disorganizzato ricorso alle strutture di accoglienza dovrebbe essere l’extrema ratio ma è diventata ormai la norma: i bambini per alcuni tribunali appartengono allo Stato, che ne può disporre come vuole.
I numeri forniti dal Garante sui minori coinvolti e su costi per lo Stato sono impressionanti: nel 2024 circa 25 mila minori sono stati ricollocati, mentre 16 mila circa sono stati quelli affidati a una famiglia. «Il costo medio di 150 euro al giorno per minore pesa sulla spesa pubblica per oltre 1,3 miliardi l’anno: risorse che potrebbero sostenere direttamente le famiglie, evitando separazioni non necessarie e ulteriori traumi per i bambini» ha rilevato Terragni.
La famiglia Trevallion docet: il comune di Palmoli ha speso finora 15.000 euro per la loro permanenza in casa famiglia e altri 30.000 dovrà sborsarne la Regione Abruzzo, nonostante un imprenditore locale abbia messo da tempo a disposizione della famiglia uno stabile di sua proprietà a titolo gratuito
Qualche spiraglio di luce, però, c’è: «Il disegno di legge in materia di affido a firma di Roccella-Nordio, quando approvato, metterà finalmente a disposizione un censimento sistematico delle strutture di accoglienza e delle famiglie affidatarie» ha annunciato Marina Terragni. Sarà inoltre attivato dai tribunali un flusso informativo che rilevi anche le motivazioni del collocamento, spesso vaghe, la durata e gli esiti finali dei provvedimenti. Non è noto, infatti, quali di questi provvedimenti siano stati disposti in via d’urgenza, quanti nell’ambito di contenziosi tra i genitori e quanti per altre ragioni. Il rifiuto del minore verso un genitore, spesso il padre, viene indicato come ragione di collocamento in struttura. «È necessario invece indagare le cause del rifiuto, evitando il ricorso a costrutti non scientifici come la cosiddetta alienazione parentale (PAS), non riconosciuta e stigmatizzata sia dalla comunità scientifica sia dagli organismi internazionali e tuttavia ancora prese in considerazione da alcuni tribunali. Allo stesso modo, le cosiddette terapie di riunificazione mancano di evidenza scientifica e possono risultare traumatiche. Manca inoltre una valutazione strutturata del possibile impatto traumatico e del rischio iatrogeno connesso agli allontanamenti», ha osservato Terragni. Anche la durata temporale dei collocamenti non ha, nei fatti, alcun limite: la legge indica un massimo di 24 mesi, prorogabili a discrezione del giudice, ma i dati mostrano che i minori che rientrano in famiglia d’origine sono soltanto la metà. Manca infine una valutazione sistematica dell’effettivo impatto degli allontanamenti sulle vite dei minori. Ma con tribunali che dispongono in questo modo della vita dei bambini, la strada appare tutta in salita.
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Migranti (Ansa). Nel riquadro, il libro di Luigi Marco Bassani
Dagli States a guida Joe Biden, fino alla mollezza dell’Ue: i disperati del Terzo mondo, soprattutto islamici, sono stati quasi invitati a recarsi qui. Perché la nostra società è ancora ingabbiata nei rimorsi del progresso.
L’immigrazione selvaggia e le frontiere colabrodo sono stati i fattori che maggiormente hanno contribuito alla vittoria di Donald Trump nel 2024. Allo stesso modo, la politica di apertura delle frontiere perseguita dalle élite politiche europee sta consegnando un Paese dell’Unione dietro l’altro alle forze conservatrici, alle destre, come si diceva un tempo.
Quando Joe Biden ha giurato come presidente degli Stati Uniti, il 20 gennaio 2021, uno dei temi che più divideva il Paese era già l’immigrazione. Ma nessuno, nemmeno i suoi critici più feroci, avrebbe mai immaginato che nel giro di pochi anni la situazione al confine sud si sarebbe trasformata in una delle più gravi crisi migratorie della storia americana. I numeri parlano chiaro: tra il 2021 e il 2024 le autorità di frontiera hanno registrato oltre 10 milioni di «incontri» con persone entrate senza regolare autorizzazione. Il 2024 ha toccato il picco di quasi 3 milioni di encounters, il valore più alto da quando la Customs and Border Protection tiene il conto.
La causa principale era una e una sola: la percezione, largamente diffusa tra chi cerca di raggiungere il suolo statunitense, che la nuova amministrazione democratica sarebbe stata più tollerante, meno incline a separare famiglie o a trattenere per lunghi periodi chi veniva fermato. [...] L’America di Biden era, anche in questo, una sorta di parodia dei peggiori fallimenti europei. [...] L’umanesimo dei diritti universali, diventato il linguaggio stantio della politica europea, si scontra con un punto inaggirabile: nel mondo i confini sono assolutamente necessari per poter «vivere in bene ordinata repubblica». [...] E così l’immigrazione, lungi dall’essere il libero movimento di persone, diviene un atto politico, spesso imposto dall’alto e slegato dalle logiche spontanee del mercato e della reciprocità. Un atto politico di invasione delle proprietà comuni altrui. Chi arriva oggi non entra in una società privata di proprietari consenzienti, ma in una struttura statale che distribuisce risorse collettive, garantisce diritti sociali costosissimi (privilegi travestiti da diritti) e impone obblighi ai cittadini che le ricchezze hanno prodotto. Chi giunge, dunque, occupa spazi e usufruisce di beni e servizi che né lui né tantomeno i suoi avi hanno contribuito a creare. [...] Dove la frontiera cede, si dissolve il principio stesso di responsabilità collettiva: chiunque può accedere ai benefici dello Stato sociale senza averne sostenuto i costi. [...] I governi occidentali, che nel Dopoguerra avevano costruito la loro legittimità sulla capacità di gestire e distribuire - beni, sicurezza, diritto - mostrano oggi tutta la loro intrinseca debolezza istituzionale. [...] Il messaggio implicito che tutti i Paesi europei mandano ai disperati dell’Africa e del Medio Oriente è chiaro: «Se sopravviverete a un periglioso viaggio, nessuno vi rimpatrierà». Una promessa che di fatto ha trasformato la migrazione in una gara darwiniana per la sopravvivenza, in un business senza fine. Le politiche di «accoglienza condizionata» hanno sostituito la selezione con la roulette della fortuna geografica. È la selezione naturale travestita da solidarietà, un modello che premia la violazione e punisce la legalità. [...]
[...] Durante la Guerra fredda, il mondo si divise in due sistemi chiusi, entrambi impermeabili. Il comunismo, pur nella sua brutalità, garantiva una forma di ordine: le popolazioni non potevano muoversi, e l’Occidente si definiva come spazio di libertà. [...] Ma quando il Muro di Berlino crollò nel 1989, quella funzione speculare svanì. Ciò che era stato conquista diventava problema: l’apertura senza selezione. [...] Gli accordi di Dublino, concepiti per distribuire equamente le responsabilità, si sono rivelati uno strumento punitivo per i Paesi di primo approdo: Italia, Grecia e Spagna sopportano il peso dell’accoglienza mentre gli Stati del Nord invocano principi morali che non applicano. La macchina di Bruxelles funziona come una gigantesca cinghia di trasmissione del nulla. [...] Come sostiene Guglielmo Piombini: «Non era mai successo, nella storia umana, che una popolazione finanziasse l’arrivo nella propria terra di una popolazione apertamente ostile e intenzionata a sradicare la cultura ospite per instaurare la propria. Eppure, è proprio questo che da qualche decennio sta accadendo in Europa occidentale con l’arrivo di masse islamiche aggressive e fanatizzate, che in larga misura vivono di sussidi assistenziali» (Guglielmo Piombini, La gabbia delle idee. Il grande inganno del politicamente corretto, 2019). Il multiculturalismo è stato sposato come dottrina politica, economica e sociale così rapidamente dagli intellettuali di sinistra, da lasciar intendere che non sia altro che un riadattamento del comunismo alle esigenze dell’oggi. [...] Non credo che le moltitudini musulmane rimarranno fedeli ai loro piccoli bolscevichi che oggi promettono loro cittadinanza e welfare: con ogni probabilità saranno i primi ad essere liquidati dopo la prossima presa del Palazzo d’Inverno. In ogni caso, se da un lato, la sinistra vuole favorire un’immigrazione tutta sulle spalle della collettività e della tassazione generale, convinta non solo che non debbano essere posti limiti agli ingressi, ma anche che chi arriva debba essere a carico della fiscalità generale, occorre anche rendersi conto che così facendo non rimarrà davvero nulla dell’adorato welfare. Il sistema dello Stato sociale, infatti, è chiuso, nasce in un mondo impermeabile alle migrazioni e con confini rigidissimi. Negli Stati Uniti, una crisi simile a quella che attraversa l’Europa ha generato la rinascita del conservatorismo. L’ascesa di Donald Trump nel 2016 e il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025 non sono semplici eventi politici, ma sintomi di una domanda di ordine che sta attraversando l’intero Occidente. Nell’autunno del 2025 i britannici che hanno dimostrato contro l’invasione del loro Paese scandivano come slogan «We love Trump». Donald Trump rappresenta la rivincita della sovranità, dei confini certi, del fatto che come scriveva Robert Frost in Mending Wall del 1914, «good fences make good neighbours» (le buone staccionate creano buoni vicini). L’era di Biden viene percepita ormai come quella del caos e anche del disordine morale sotto il dominio del pensiero woke. Secondo Trump a costruire le nazioni sono in primo luogo i confini, ossia quando la comunità politica non sa più chi accoglie, smette di essere una vera comunità. Il muro, più che una barriera fisica, è diventato un simbolo sacrale, un totem politico, che rappresenta non tanto la chiusura, quanto la riaffermazione del diritto di decidere e proclamare il proprio spazio politico. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, dunque, la crisi migratoria assume forme diverse ma una sostanza simile: minaccia la perdita della sovranità reale. Gli Stati Uniti rimangono la massima concentrazione di potere militare, economico e culturale della storia umana, ma la definizione del loro spazio politico è sottoposta a pressioni continue. L’Europa, priva di potenza militare e identità condivisa, non riesce semplicemente a difendere i propri confini geografici. È un fallimento duplice - dell’efficienza e del significato - che corrode lentamente la legittimità dell’intero ordine occidentale. Come sostiene Samuel Huntington, infatti, la capacità di una civiltà di mantenere una identità richiede confini culturali e linguistici chiari e condivisi. E l’Occidente, proprio il luogo che è stato maggiormente ossessionato dai confini nel corso dell’età moderna, anzi, la civiltà che con la nascita dello Stato ha reso i confini la condizione di pensabilità della comunità politica, oggi finge di dimenticare la necessità simbolica e politica delle frontiere.
La crisi dell’identità occidentale: senso di colpa e hybris
L’immigrazione non rappresenta soltanto un fenomeno sociale o politico, ma una lente che riflette la crisi più profonda dell’Occidente: lo smarrimento del proprio senso di sé. Ciò che è in gioco non è solo la capacità di gestire le frontiere materiali, ma quella, ben più sottile, di mantenere i confini interiori, culturali e morali. L’Occidente vive da decenni un lungo dopoguerra spirituale, una sorta di penitenza collettiva che ha trasformato il senso di colpa nell’ideologia dominante. Solo quaranta anni fa l’idea di colpa riguardava in particolare la Germania. La parola Schuldfrage (la questione della colpa) rimanda direttamente al saggio di Karl Jaspers, Die Schuldfrage (1946), un testo che divenne un riferimento per il dibattito sulla «rielaborazione del passato». Per circa quattro decenni, non a caso mentre i protagonisti degli anni del Terzo Reich erano ancora gagliardamente in sella, il dibattito pubblico non era attraversato dai sensi di colpa, ma negli anni Ottanta la Schuldfrage riemerse con forza, in una nuova cornice culturale. Come avevano potuto i genitori e i nonni aderire così entusiasticamente a un regime criminale, si chiedevano confusi i tedeschi della mia generazione, chinando il capo contriti. Oggi siamo tutti tedeschi e ogni macchia nel passato, dall’Arkansas all’Alsazia, dalla Sicilia al South Carolina è un nazismo puro e semplice. Dalla tragedia del colonialismo alle due guerre mondiali, fino all’età della globalizzazione, il mondo occidentale ha interiorizzato l’idea che la propria prosperità sia, in definitiva, il frutto di un’ingiustizia profonda. È nato così un nuovo ethos, quello della rinuncia, della contrizione permanente, della ricerca di redenzione nella decadenza economica e spirituale. Come sosteneva Nietzsche nella Genealogia della morale, l’uomo moderno è un animale addomesticato, e questo animale porta la ferita del suo stesso addomesticamento.
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Resta alta la tensione a Minneapolis. Nonostante il compromesso raggiunto lunedì da Donald Trump e dal governatore del Minnesota Tim Walz, il presidente americano è venuto nuovamente ai ferri corti con il sindaco dem della città, Jacob Frey.
«Sorprendentemente, il sindaco Jacob Frey ha appena dichiarato che “Minneapolis non applica e non applicherà le leggi federali sull’immigrazione”. Questo dopo aver avuto un’ottima conversazione con lui», ha affermato Trump ieri su Truth, per poi aggiungere: «Qualcuno nel suo entourage potrebbe spiegargli che questa affermazione è una gravissima violazione della legge e che sta giocando col fuoco!». «Il compito della nostra polizia è garantire la sicurezza delle persone, non far rispettare le leggi federali sull’immigrazione», ha replicato il primo cittadino, che, riferendosi all’ex sindaco della Grande Mela Rudy Giuliani, ha aggiunto: «È simile alla politica che aveva il tuo amico Rudy a New York».
Insomma, Frey vuole mantenere Minneapolis una città santuario: un’amministrazione municipale, cioè, che si rifiuta di cooperare con le autorità federali nel contrasto all’immigrazione clandestina. Si tratta di una frenata, quella del sindaco, che contraddice in sostanza l’accordo concluso, lunedì, tra Trump e Walz: un accordo in base a cui le autorità locali del Minnesota avrebbero collaborato con gli agenti federali sull’immigrazione irregolare e, al contempo, Washington avrebbe ridotto le proprie forze presenti sul territorio. Non a caso, ieri Trump ha detto che, con l’arrivo di Tom Homan in Minnesota, l’Ice potrà avere un approccio «più rilassato».
Nel frattempo, martedì, durante un evento pubblico, la deputata dem del Minnesota, nonché feroce critica dell’Ice, Ilhan Omar, è stata raggiunta da un uomo che ha cercato di spruzzarle addosso un liquido ignoto: secondo gli inquirenti, pare si trattasse di aceto di mele. L’uomo, che ha precedenti penali per guida in stato d’ebbrezza, è stato arrestato con l’accusa di aggressione di terzo grado, mentre Trump ha lasciato intendere che, a suo parere, l’episodio sarebbe stato orchestrato ad arte, definendo la parlamentare una «truffatrice». Ricordiamo che la Omar, uscita illesa dall’accaduto, rappresenta l’ala sinistra del Partito democratico e che è una dei più irriducibili avversari del presidente americano.
Frattanto, il vicecapo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, ha affermato che gli agenti federali «potrebbero non aver seguito» il protocollo corretto nel caso della sparatoria in cui è rimasto ucciso Alex Pretti. Nel mentre, gli agenti coinvolti in questa vicenda sono stati messi in congedo amministrativo per tre giorni: svolgeranno mansioni d’ufficio almeno fin quando l’inchiesta su questo caso non sarà conclusa. Dall’altra parte, Fox News ha rivelato che alcuni dei manifestati anti Ice arrestati lunedì sera dalla polizia di Maple Grove avrebbero dei precedenti penali. Uno di loro, Justin Neal Shelton, si dichiarò colpevole di rapina aggravata nel 2007, mentre nel 2020 fu condannato per possesso d’arma da fuoco dopo aver commesso un reato violento. Un altro, Abraham Nelson Coleman, ha subito condanne, nel 2003, per furto e danneggiamento di proprietà. Un altro ancora, John Linden Gribble, è stato condannato per guida in stato d’ebbrezza.
Non si placa frattanto la bufera attorno al segretario per la Sicurezza interna, Kristi Noem. Vari parlamentari dem hanno chiesto il suo impeachment, mentre dure critiche alla diretta interessata sono arrivate anche dai senatori repubblicani, Lisa Murkowski e Thom Tillis. Ieri, Trump ha difeso la Noem, bollando entrambi come dei «perdenti». Tuttavia sembra che, dietro le quinte, la fiducia del presidente verso di lei stia traballando. A certificarlo sta il fatto che, lunedì, Trump ha affidato le operazioni dell’Ice in Minnesota a Homan, scavalcando il Dipartimento per la Sicurezza interna. Non a caso, la Noem ha avuto, lunedì sera, un colloquio a porte chiuse con lo stesso Trump, che la Cnn ha definito «schietto».
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Nel mio nuovo romanzo fantapolitico le forze dell’ordine si piegano all’ingiustizia ma vengono salvate dai figli.
Sono una scrittrice di libri bellissimi (tra i miei innumerevoli pregi c’è anche l’assoluta mancanza di falsa modestia; oltretutto uno scrittore deve credere in quello che scrive, altrimenti vuol dire che i suoi libri sono alberi inutilmente abbattuti). Anche come medico sono bravina ed è per questo che mi sono guadagnata una gloriosa radiazione.
Fino a ora i miei generi letterari preferiti sono stati fantasy e romanzo storico. Ho deciso di cimentarmi nel romanzo distopico, fantapolitico. Il titolo è «La rivolta». È ambientato a Distopia, una Repubblica bellissima, il Paese più bello del mondo, che nasce su un territorio non solo magnifico, ma anche incredibilmente vario, essendo una lunga penisola. Il clima è mite. Le opere d’arte sono le più belle. La cucina è la migliore del pianeta. Nella Repubblica di Distopia, non solo i confini non son guardati ma addirittura, con il denaro dei dissanguati contribuenti, si importano migliaia e migliaia di stranieri di una religione diversa e molto aggressiva, che odiano gli abitanti di Distopia, che li aggrediscono, li rapinano, li deridono, li uccidono a colpi di machete, di coltello e di piccone. I crimini sessuali non si contano.
I vandalismi verso le città d’arte nemmeno. Per quanti crimini abbia commesso, uno straniero non può mai essere espulso. A Distopia regnano bizzarre figure, i cosiddetti Giudici amministratori, che fondono sia il potere legislativo sia quello giudiziario e che per un antico incantesimo, odiano il popolo e adorano gli stranieri. I poliziotti e un secondo tipo di uomini e donne d’armi chiamati carabinieri, a Distopia, possono essere aggrediti, è permesso insultarli, è permesso a sputare loro addosso. Se qualcuno stacca loro un dito con un morso, è punito con un buffetto. Se qualcuno li ferisce, possono difendersi instaurando una civile discussione. Se usano le armi anche solo per difendersi, sono duramente puniti, le armi le portano a scopo solamente ornamentale.
Se qualcuno li ferisce o li uccide, questo non è considerato grave e, soprattutto, se un altro poliziotto o carabiniere usa le armi per difendere un collega o un cittadino, è punito con pene draconiane, addirittura con anni di prigione, oltre che essere ridotto in miseria. A Distopia succede che i poliziotti e i carabinieri ne abbiano abbastanza. È evidente che, data la loro situazione, non possono fare scioperi, alle loro categorie non è permesso e, infatti, non ne fanno. Danno le dimissioni, tutti, tutti insieme.
E poi? Come fanno a mantenere le loro famiglie? Ma è evidente! Sono uomini forti, addestrati, sanno usare le armi. Conoscono il mondo della malavita, sanno come procurarsi le armi. Cominciano a fare furti e rapine, tanto le pene date per questi reati nella inesistente Repubblica di Distopia sono infinitesimali. Inoltre, nel caso qualcuno venga ferito o addirittura ucciso nell’esercizio delle funzioni di furto e rapina, a Distopia ottiene risarcimenti incredibili come mai da carabiniere o poliziotto si sarebbe sognato. Nel libro, i poliziotti e carabinieri diventati «cattivi» esercitano il loro nuovo mestiere di ladri e e rapinatori solo nei quartieri abbienti, non rapinano nelle metropolitane, non accoltellano sui treni regionali. I loro furti e le loro rapine avvengono solo nei quartieri alti, quelli dove vivono i Giudici amministratori. Non solo: diventano anche, cosa per carità sbagliatissima, giustizieri, come gli eroi della Marvel o della Dc Comics, anche loro con costumi fantastici e, quindi, ripuliscono le città.
I poliziotti sono vestiti da Spiderman e i carabinieri da Batman. Sto lavorando sul finale. Ci sono due possibilità. La prima è che Esmeralda e Reginaldo, figli rispettivamente di un poliziotto e di una carabiniera lei, di una poliziotta e di un carabiniere lui, trovano la grotta dove si nasconde il drago che ha fatto l’incantesimo che rende folli i Giudici amministratori, la distruggono e così liberano Distopia da tutti i suoi guai. Le istituzioni ricominciano ad amare i cittadini, gli stranieri tornano ai loro Paesi che aiuteranno a costruire e, una volta tornati a casa, Distopia torna a essere Utopia, il Paese del latte e del miele, quello che sempre avrebbe dovuto essere. L’altro finale alternativo potrebbe essere che Esmeralda e Reginaldo entrano in magistratura e la riformano, riportandola a un organo che amministra la giustizia non che impone distopie, ma mi sembra troppo fantastico. Il finale con il drago è più verosimile.
Si tratta di semplice opera di fantasia, assolutamente creativa, non è un’istigazione delinquere. Sto cercando un editore. Anche un produttore: il film potrebbe essere carino. Per chi fosse interessato, organizzo corsi di scrittura creativa, con in più un master gratuito sull’uso dell’ascia. È un ottimo strumento per spaccare la legna e non morire di freddo se e quando la nostra mamma Europa ci lascerà al gelo. Saper usare un’ascia è sempre utile. Just in case. Non si sa mai.
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