Mirko Moriconi e sua madre Kety Andreoni
L’opposizione cavalca la tragedia del ragazzo di 24 anni che sarebbe stato ucciso dal padre per l’orientamento sessuale. Alessandro Zan e la galassia Lgbt danno la colpa a destra e Roberto Vannacci: «Alimentano l’omofobia». Aggravanti già presenti per le discriminazioni.
«È colpa dei questa destraccia vannaccia». La coscienza progressista è a posto. Per la polizia del karma il tremendo duplice omicidio di Pieve di Camaiore avrebbe già - per proprietà transitiva - un responsabile politico: «Il governo che fomenta un clima d’odio contro la galassia gay».
Niente di più scontato, niente di più falso, niente di più infantile. Ed è davvero triste dover assistere al frangersi dell’ondata di strumentalizzazioni mentre è ancora scolpita negli occhi di tutti l’immagine agghiacciante di un padre così devastato dalla frustrazione da imbracciare il fucile da caccia e trucidare a pallettoni la moglie e il figlio di 24 anni.
È ciò che è accaduto l’altroieri nella Toscana rurale e storicamente rossa, subito dietro lo sfavillio della Versilia, quando al culmine dell’ennesimo litigio il muratore Piero Moriconi (63 anni) ha distrutto le vite che più amava: quella di Kety Andreoni (52 anni) e di Mirko, il loro figlio unico, cameriere al Carpe Diem di Viareggio, descritto dai colleghi come «un ragazzo mite, allegro e un po’ sopra le righe». Mirko era omosessuale e aveva problemi di droga; il mix per il padre era diventato un cruccio fuori dal tempo, fuori dal mondo, fuori dalla società che oggi noi conosciamo.
Lo ha ammesso lo stesso pluriomicida davanti al pm: «Ero ansioso perché mio figlio era gay e non faceva altro che chiedere soldi. Aveva problemi di tossicodipendenza e di alcol. Era iperattivo e psichiatrico, ingestibile e violento. Chiedeva sempre soldi e noi eravamo costretti a nasconderli». Prima di salire sul tetto di casa ad aspettare i carabinieri aveva detto al cognato: «Mi sono liberato di loro». Follia pura, confermata da alcuni post premonitori di Mirko che sui social aveva scritto con amarezza: «È brutto considerare che tuo padre ti preferisca morto che gay». La madre lo aveva capito e lo aveva sempre difeso, la dinamica famigliare era complicata. E lui ancora postava: «Lei è la mia complice di vita, la mia migliore amica, la mia forza. Mamma ti voglio bene».
Parole che ricostruiscono un contesto di disperazione e di paura, non estraneo a famiglie provate nel duro compito di tenere insieme affetti, diritti, doveri e cocci di vita. Oggi tutto questo suona a testamento morale. Parole davanti alle quali ci dovremmo fermare nella pietà cristiana e nel silenzio rispettoso della dignità umana. Invece no, come allo sparo dello starter ecco la corsa affannata a trasformare una tragedia in un comizio da parte della sinistra arcobaleno avvinghiata al benaltrismo come l’edera. Omotransfobia, patriarcato tossico, richiesta di nuove leggi speciali e di disforia di genere à la carte. Il povero Mirko Moriconi issato a forza sul carro del gay pride e Kety già dimenticata. Perché il sacrificio salvifico di una madre, alle iene della politica non basta per difendere l’istituzione della famiglia.
La brutale gara è in corso. Alessandro Zan, responsabile dei Diritti (con quello che significa) del Pd: «Non si può ignorare il contesto che sta emergendo, che riporta all’omofobia che la destra non solo nega ma che alimenta nel Paese con continui discorsi d’odio». Ciascuno porta il proprio tizzone per far divampare l’incendio. Marilena Grassadonia (Sinistra Italiana): «Oggi nel nostro Paese le persone Lgbtqia+ muoiono per mano di chi decide di «sbarazzarsi di loro» anche sparandogli in faccia. Il ddl Zan prima, ora l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e la carriera alias, perfino il divieto delle pratiche di conversione: c’è chi ha bollato qualsiasi misura che promuovesse i diritti transgender come inutile se non addirittura pericolosa». Natascia Maesi, presidente Arcigay: «Nel nostro ordinamento manca una legge sui crimini d’odio. Nella famiglia cresce la violenza, la famiglia resta un luogo non sicuro per gli omosessuali».
Nessun segno di pietà cristiana, nessuna delicatezza, contano solo fango e manipolazione. Il peggio arriva come sempre dai social, dove la corsa a criminalizzare un sistema sembra una gara olimpica. Mentre perfino vecchi giornalisti sportivi in pensione gridano «dagli al fascista omofobo», gli organizzatori di Milano Pride non perdono occasione per utilizzare la tragedia a scopo di marketing. «Questo gesto ha un nome preciso: si chiama omofobia, e l’omofobia uccide. Tutto ciò ci ricorda quanto sia fondamentale sostenere i Pride in modo compatto. È l’unico modo per stanare e smascherare la retorica della politica negazionista. Scendiamo in strada anche per loro: ci vediamo sabato 27 giugno al Milano Pride». Stanare, smascherare. Venghino signori, il luna park vi aspetta. Tutto così osceno.
Mentre due vite sono state spezzate e una terza dovrà confrontarsi per sempre con la propria follia («Quanto sangue in queste mani» Lady MacBeth) si sgomita per la prima fila e c’è chi chiede, come Maesi, una legge per il «gaycidio». Dimentica che il codice penale prevede già aggravanti precise per le discriminazioni di genere, in Italia come in tutte le altre democrazie occidentali. La pagina di attivisti «Genderation» arriva a stilare una lista di proscrizione: «Vannacci, Zelger, Adinolfi, Pillon, ProVita & Famiglia, siete complici». Scritto a caratteri cubitali, in rosso. Come fece Lotta Continua quella volta. Indicare il target: questo è il pericolo, il lato più disumano. Questo è l’odio di chi dipinge con l’arcobaleno i cuori.
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2026-06-26
Osservatorio sul Merito – Genio e visione: le imprese italiane costruiscono il futuro
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Dalle Pmi ai grandi marchi storici e ai Cavalieri del Lavoro, il made in Italy coniuga tradizione, innovazione e responsabilità sociale per uno sviluppo duraturo.
L'Italia affronta le grandi sfide della doppia transizione, della sostenibilità e della competitività globale facendo leva sulla qualità delle produzioni, sulla propria eccellenza manifatturiera e sul made in Italy. Le pagine dell'ultima edizione di Osservatorio sul Merito restituiscono l'immagine di un Paese che, pur tra le complessità, guarda al futuro con fiducia e determinazione, attraverso le testimonianze di rappresentanti delle istituzioni, imprenditori e imprenditrici che ogni giorno contribuiscono alla crescita del sistema Italia.
Capisaldi del made in Italy Tra i protagonisti di questo numero figurano alcuni dei nuovi Cavalieri del Lavoro nominati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: imprenditori e imprenditrici che rappresentano al meglio i valori del merito, della responsabilità sociale e della visione strategica. Le loro storie raccontano come il successo non sia mai il frutto di un percorso individuale, ma il risultato di un ecosistema che valorizza il lavoro, le competenze, la capacità di innovare e di interpretare in anticipo i cambiamenti. Accanto a loro emergono i grandi marchi storici e le imprese familiari che hanno contribuito a costruire l'identità produttiva del Paese. Aziende che, nel corso di decenni e spesso di generazioni, hanno attraversato crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche e mutamenti dei mercati senza smarrire i propri valori fondanti. Al contrario, hanno saputo trasformare le proprie radici in un vantaggio competitivo, alternando continuità e capacità di rinnovamento. Le sfide che attendono il sistema produttivo italiano sono numerose: dall'intelligenza artificiale all'Industria 5.0, dai criteri ESG alla ridefinizione degli equilibri economici globali. In questo scenario, la priorità è preservare e rafforzare un patrimonio fatto di competenze, cultura d'impresa, identità e capacità di adattamento, che continua a generare valore non solo per l'economia nazionale, ma anche per i territori e le comunità in cui queste realtà affondano le proprie radici. È qui che si riconosce uno dei tratti distintivi del capitalismo italiano: un modello d'impresa che mantiene saldo il legame con il territorio e le persone, investe nel capitale umano e scommette sul domani attraverso innovazione, sostenibilità e formazione.
Le traiettorie dello sviluppo A delineare le priorità della politica è il sottosegretario al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Fausta Bergamotto, che illustra le strategie del Governo per rafforzare il tessuto delle piccole e medie imprese, accelerare la trasformazione digitale, affrontare la sfida energetica e sostenere la competitività del made in Italy sui mercati internazionali. Ad arricchire il dibattito contribuiscono le riflessioni del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, del vicepresidente di Confindustria Marco Nocivelli, del presidente della Fondazione Nord Est Alberto Baban e del presidente di Confindustria Veneto Raffaele Boscaini, che indicano la necessità di costruire una crescita più solida, strutturale e duratura. Tra i temi centrali emerge quello della semplificazione amministrativa. «La burocrazia è oggi uno dei principali fattori di svantaggio competitivo per le nostre imprese», osserva Boscaini, richiamando l'urgenza di rendere il sistema più efficiente e favorevole agli investimenti. Un obiettivo che si intreccia con il percorso di riforma fiscale illustrato dal viceministro dell'Economia e delle Finanze Maurizio Leo. «La nostra strategia poggia su quattro pilastri: certezza del diritto, semplificazione degli adempimenti, lotta all'evasione e riduzione della pressione fiscale», spiega, delineando una visione orientata a sostenere crescita, legalità e competitività.
Il futuro del Paese Ma il futuro dell'Italia non si costruisce soltanto nelle fabbriche e nei distretti produttivi. Cultura e turismo rappresentano infatti due leve strategiche per lo sviluppo economico e sociale del Paese. La cultura, sottolinea il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni, non è soltanto tutela del patrimonio, ma uno strumento di benessere, inclusione e crescita. Dalle "prescrizioni culturali", che integrano arte e salute nei percorsi di prevenzione e cura, fino alla regolamentazione dell'intelligenza artificiale nell'industria audiovisiva e alla necessità di avvicinare i giovani al patrimonio culturale, il messaggio è chiaro: investire nella cultura significa investire nella coesione sociale e nel dialogo con il mondo contemporaneo. Lo stesso vale per il turismo, sempre più protagonista della crescita nazionale e della promozione dell'immagine del Paese nel mondo. Come evidenzia Elena Nembrini, direttore generale ENIT, la valorizzazione dei territori, dei grandi eventi e delle eccellenze artistiche, paesaggistiche e culturali contribuisce a rafforzare l'attrattività dell'Italia e a generare opportunità diffuse per imprese, comunità locali e nuove generazioni. È in questo intreccio virtuoso tra impresa, cultura, innovazione e territorio che prende forma un'Italia capace di trasformare il merito, il talento e la visione in strumenti concreti di crescita e sviluppo.
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In occasione dell'Ashura, la ricorrenza più importante per i musulmani sciiti, un corteo ha attraversato il centro di Milano, con ripercussioni sul traffico in via Vittor Pisani. Nel video si vede il corteo diviso in due da un furgone, con il gruppo delle donne che procede isolato in coda.
Alessia Pifferi (Ansa)
La Cassazione manda l’ex barman all’appello bis perché non gli è stata riconosciuta la premeditazione. Eppure, per mesi ha avvelenato la compagna. Bimba morta di stenti, polemiche per le attenuanti alla madre.
Due giorni, due colpi di scena. Ieri è toccato al caso di Alessia Pifferi, condannata per avere ucciso la figlia Diana di appena 18 mesi nel 2022.
La Procura generale della Cassazione ha chiesto ai giudici della prima sezione penale della Suprema Corte di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado con cui la donna era stata condannata a 24 anni di reclusione. In primo grado, alla Pifferi era stato (giustamente) dato l’ergastolo. Poi, però, alla madre assassina sono state concesse le attenuanti.
A riguardo, la sostituta procuratrice generale della Cassazione, Valentina Manuali, è stata durissima. «Gli elementi sulla base dei quali la sentenza fonda il riconoscimento delle attenuanti generiche sono carenti. La bimba è morta perché privata per giorni di acqua e cibo», ha detto, rimarcando poi che «le condizioni psichiche dell’imputata non hanno minimamente inciso sulla sua capacità di intendere e volere». La corte di Cassazione, tuttavia, nel giro di poche ore ha confermato la condanna a 24 anni. E la decisione, va detto, lascia molto perplessi. Per quale motivo si dovrebbero concedere attenuanti a una donna che ha lasciato morire di stenti una bambina piccola, abbandonandola in casa e lasciandola crepare di fame tra sofferenze inaudite? Come si può mostrare clemenza verso una persona del genere? Il fatto che fosse disturbata non significa che non fosse capace di intendere e volere. E se era capace di farlo, per quale motivo si dovrebbe alleviarle la pena per un delitto tanto atroce? Mistero giudiziario. Eppure il dubbio è talmente legittimo che anche la Procura lo ha espresso con forza, ripetutamente. Ma niente da fare.
Quello della Pifferi non è l’unico notevole caso di cronaca nera di cui si è ritornati a parlare in questi giorni. C’è anche la mostruosa vicenda di Alessandro Impagnatiello, che ammazzò con decine di coltellate la compagna Giulia Tramontano incinta di 7 mesi, nel maggio del 2023. Sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il 9 aprile la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale di Milano e ha disposto un processo di appello bis, il cui scopo sarebbe quello di rivalutare l’elemento della premeditazione che era stato escluso in appello.
«L’idea di sopprimere Giulia Tramontano potrebbe essere già emersa molti mesi prima dell’episodio aggressivo del 27 maggio 2023», sostengono i giudici della Cassazione, che hanno riesaminato la sentenza dei loro colleghi notando «carenza motivazionale nella parte in cui è stata trascurata la valutazione dell’incremento della somministrazione di veleno per topi proprio nell’ultimo mese e mezzo della gravidanza». Allo stesso modo, sarebbero state trascurate le ricerche risalenti al 7 gennaio 2023 con cui Impagnatiello aveva «assunto informazioni sul quesito “quanto veleno per topi è necessario per uccidere una persona? Veleni inodori e insapori”». Certo, per l’ex barista fattosi killer la condanna rimane la stessa: ergastolo. Tuttavia, l’elemento della premeditazione è determinante. Ed è allucinante che sia stato escluso nel secondo grado di giudizio. Impagnatiello, prima di massacrare a colpi di lama la madre di suo figlio, ha cercato di ucciderla con il topicida per liberarsi di un fardello che non voleva. Ha evidentemente premeditato l’omicidio. Il fatto che poi, scoperto e messo alle strette, abbia deciso rapidamente di ricorrere a metodi più brutali e veloci non cambia lo stato dei fatti.
Viene davvero da chiedersi come operi in certi casi la giustizia italiana, da quale bussola sia guidata. Abbiamo sotto gli occhi due dei più spaventosi casi di cronaca degli ultimi decenni, ed entrambi coinvolgono dei bambini: una piccolissima e uno in procinto di venire al mondo. Si è molto insistito sul carattere di femminicida di Impagnatiello, perché con tutta evidenza il tema stuzzicava editorialisti e politici. Ma sul fatto che abbia eliminato un nascituro si tende a sorvolare. Anzi, forse proprio quel nascituro è stato all’origine dei peggiori progetti criminali. Con tutta evidenza, Impagnatiello è un narcisista patologico e manipolatore, non voleva farsi carico di una famiglia, preferiva vivere la sua vita spensierata fatta di conquiste nei locali e divertimento. In modo analogo, Alessia Pifferi non voleva fare la madre: cercava un uomo che la sollevasse dalle difficoltà dell’esistenza, di quel povero fagottino abbandonato in casa non sapeva che farsene. Dunque ha lasciato sola la figlia con un biberon e si è volatilizzata, donandole una morte terribile e spietata.
Non si tratta di infierire su persone malate o di fare i moralisti fuori tempo massimo. Qui si tratta di capire quali siano i limiti che separano il garantismo dall’ingenuità, la ragionevole sospensione dell’emotività dall’ingiustizia. Leggeremo tutte le motivazioni di questo mondo, per carità. Ma come ci possano essere delicatezza e indulgenza per questi due assassini resta francamente incomprensibile.
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