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Cinque secoli di storia, riforme, controriforme e una frattura mai sanata nella Chiesa tra conservatori e progressisti. Dopo le restrizioni di Francesco, il Vetus Ordo torna al centro del dibattito con Leone XIV, che lascia intravedere segnali di apertura verso il rito antico.
Relegato alla sezione «immondizia vetusta» dal Concilio Vaticano II. Reintrodotto da Benedetto XVI, pesantemente limitato da Francesco. E ora con Leone XIV si parla di inserirlo nuovamente tra le principali forme di celebrazione eucaristica. Il Vetus Ordo – o Messa Tridentina – è uno dei fili conduttori degli ultimi papati, un tema che divide profondamente conservatori e progressisti all’interno della Santa Sede. Le ragioni di un simile scontro non si esauriscono nella politica ecclesiastica del presente: per coglierle fino in fondo bisogna risalire alle origini stesse di questa liturgia, alla sua storia lunga e stratificata.
Il Vetus Ordo, innanzitutto, è l’antica liturgia che si riannoda fondamentalmente alla tradizione della Chiesa romana, tanto che le sue origini ancestrali risalgono addirittura al III secolo. La versione più «moderna» deriva invece dal Messale del 1570, promulgato da papa Pio V con la bolla Quo primum tempore a seguito del Concilio di Trento, con l’obiettivo di unire le millenarie – diversificate – forme romane. Ha come tratti distintivi la lingua latina, la posizione ad orientem del sacerdote e dei fedeli verso l’altare, la comunione ricevuta in ginocchio e sulla lingua, il canto gregoriano e un profondo senso del sacro. Rimase la versione ufficiale fino al 1962 quando, sotto il magistero di Giovanni XXIII, avvenne il primo cambiamento. Il Pontefice abolì infatti l’obbligo dei sacerdoti di accedere all’altare con la testa coperta dalla berretta clericale.
Ma la vera rivoluzione fu nel 1969, sulla scia del Concilio Vaticano II. Vennero eliminate diverse preghiere e introdotte altre nuove. Lo stesso avvenne per molti inchini e gesti cerimoniali. Per la celebrazione liturgica, il latino fu sostituito dalla lingua volgare. Paolo VI (al secolo Giovanni Montini) scelse inoltre di cambiare le formule dell’Offertorio, distaccandosi radicalmente sia dalla formula del 1962 sia – a maggior ragione – da quella precedente. Si andò ben oltre le disposizioni conciliari, le quali ambivano a semplificare i riti, inserire un numero maggiore di passi biblici e privilegiare la lingua volgare, concedendo tuttavia al latino «una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti». No, il Messale dell’allora pontefice andò ben oltre, sollevando pareri contrastanti nel mondo cattolico. Una specie di scisma silenzioso fra conservatori e progressisti, conciliari e preconciliari. Una frattura che si è protratta nei decenni successivi.
Cercando di venire incontro alle esigenze di chi si sentiva più vicino al Vetus Ordo, Giovanni Paolo II pubblicò due documenti «riappacificatori»: la lettera del 1984 Quattuor abhinc annos della Congregazione per il Culto Divino e il motu proprio del 1988 Ecclesia dei adflicta. In sintesi, il Papa chiedeva ai vescovi diocesani che fosse «ovunque rispettato l’animo di tutti coloro che si sentono legati alla tradizione liturgica latina, mediante un’ampia e generosa applicazione delle direttive, già da tempo emanate dalla Sede Apostolica, per l’uso del Messale Romano secondo l’edizione tipica del 1962».
Un’altra riforma in favore del rituale antico arrivò il 7 luglio 2007 da Benedetto XVI, papa di stampo fortemente conservatore. La sua lettera apostolica Summorum Pontificum sanciva di fatto che tutti i sacerdoti potessero celebrare la messa con la versione del 1962, dato che giuridicamente non era mai stata soppressa. Un riavvicinamento alla tradizione che si percepisce intensamente dallo scopo del motu proprio: «Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile restare in quest’unità o ritrovarla nuovamente».
Con l’avvento di Jorge Mario Bergoglio, però, il Vaticano ritornò sui propri passi e assunse un orientamento progressista accordato all’interpretazione montiniana del Concilio Vaticano II. In quest’ottica, Papa Francesco scrisse nel 2021 la lettera apostolica Traditionis Custodes, imponendo rigidissime limitazioni al Vetus Ordo e abrogando le precedenti aperture di Wojtyla e Ratzinger. Una scelta drastica che provocò la chiusura di diverse parrocchie legate al rito antico, in particolare nel mondo americano. Bergoglio si giustificò parlando di restrizioni necessarie per l’unità della Chiesa: alcuni membri del clero legati alla Messa Tridentina sarebbero stati contrari al Concilio. Già nel 2017, invece, Francesco aveva definito la riforma «irreversibile». Nessun ritorno al passato, ma un taglio netto a una tradizione secolare.
Arriviamo dunque ai nostri giorni. Archiviato Bergoglio, la Chiesa ha un nuovo pontefice, Leone XIV. Pacato, equilibrato, lontano anni luce dalla linea politica e spirituale del predecessore. Si è tornati quindi a parlare di una riapertura al Vetus Ordo. Il Papa, in effetti, ha alimentato queste voci con una dichiarazione dello scorso marzo ai vescovi francesi, invitandoli a una «generosa inclusione» proprio dei fedeli legati all’antica celebrazione liturgica. L’obiettivo sarebbe quello di sanare definitivamente le tensioni interne derivanti dalla Traditionis Custodes.
C’è un episodio singolare che dà seguito a questa ipotesi. Alla benedizione pasquale Urbi et Orbi, Leone XIV ha accanto a sé due cardinali. Il primo è Dominique Mamberti, che si trova lì esclusivamente per prassi. Il secondo, al contrario, è una scelta del tutto personale del Pontefice. Non ricopre un ruolo istituzionale, ma è una vera e propria istituzione. Si tratta di Ernest Simoni, che il 7 aprile 2026 ha celebrato il 70° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Una vita straordinaria vissuta da martire, vessato per decenni dal regime comunista albanese.
Oggi, nonostante l’età, è ancora molto attivo. Abita a Firenze e celebra la Messa con il rito antico, spesso e volentieri indossando i paramenti tradizionali risalenti all’epoca antecedente al Concilio Vaticano II. Una presenza molto significativa al fianco di Leone, che riporta a quel Vetus Ordo tanto discusso negli ultimi decenni e che continuerà a essere protagonista anche durante questo magistero.
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Domenico Arcuri (Ansa)
L’ex commissario all’emergenza Covid, uomo di Conte, è nel cda dell’Ente senza l’assenso di tutti i soci. Sarebbe stato voluto da Saverio Garofani, noto consigliere di Sergio Mattarella. Per lui compensi da oltre 250.000 euro.
Domani si svolgerà l’assemblea ordinaria dei soci dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani e c’è il «rischio» che Domenico Arcuri possa essere confermato per altri tre anni come consigliere «cooptato», cioè scelto ma che non rappresenta direttamente gli interessi dei soci dell’ente di diritto privato, istituzione culturale.
L’ex amministratore delegato di Invitalia, più conosciuto al grande pubblico come il commissario straordinario all’emergenza Covid scelto dal governo Conte nel marzo 2020 e rimosso dall’incarico un anno dopo per volontà di Mario Draghi, è infatti da aprile 2023 tra i consiglieri «su scelta» del prestigioso istituto fondato nel 1925 da Giuseppe Treccani degli Alfieri e Giovanni Gentile, e che ha avuto presidenti come Guglielmo Marconi, Luigi Einaudi, Gaetano De Sanctis, Rita Levi Montalcini. Arcuri ne è anche vice presidente.
Iscritta come società privata nel 1933, la Treccani oggi conta 28 azionisti quali l’Istituto poligrafico e Zecca di Stato, Bnl, Banca d’Italia, Mps, Unicredit, Intesa San Paolo, Assicurazioni Generali, Leonardo, Telecom, Snam, Ferrovie, Rai. Aziende che ritengono prestigiosa la loro presenza nell’istituto, non certo per interessi economici, e che hanno un proprio consigliere nel cda.
Arcuri non rappresenta alcuna azienda, o meglio dal 2015 al 2022 era consigliere di Invitalia ma poi al suo posto entrò Bernardo Mattarella, nuovo ad dell’azienda di Stato per gli investimenti e le riqualificazioni controllata dal ministero dell’Economia. Arcuri non si dimise da Treccani e ad aprile 2023 rimase nel board a fianco dei 28 consiglieri, in quanto persona considerata gradita e utile.
Al pari dell’altro cooptato, Salvatore Nastasi, ex segretario generale del ministero dei Beni culturali quando a capo del dicastero c’era Dario Franceschini (Pd), e attuale presidente di Siae, la Società italiana degli autori ed editori. Entrambi personaggi graditi a sinistra. Arcuri, «l’uomo di Massimo D’Alema posto dall’allora presidente del Consiglio a capo dell’organizzazione d’emergenza», come ha ricordato il direttore Maurizio Belpietro, rimase come consigliere cooptato su proposta dell’ex presidente di Treccani Franco Gallo e, a quanto si mormora, su insistenza di Saverio Garofani, consigliere del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Se invece viene tagliato fuori, come diversi soci vorrebbero ma non l’ottantenne attuale presidente dell’istituto, Carlo Ossola, dovrebbe decadere anche la sua posizione di presidente di Treccani Reti grazie alla quale lo scorso anno si è portato a casa 150.000 euro, più 90.000 euro di premialità come lui stesso ha confermato in consiglio senza mettere a verbale la dichiarazione; più altri 25.000 euro in qualità di rappresentante di Treccani nel cda di Digit’Ed, la piattaforma per la formazione digitale.
Reti, di proprietà dell’Istituto dell’enciclopedia e di Treccani scuola, ha l’esclusiva della commercializzazione delle opere, dai libri agli audiovisivi. I soci, infatti, si troverebbero a sfiduciarlo: è improprio un esterno sulla poltrona di una controllata. Consiglieri cooptati, inoltre, sarebbero un costo che l’ente d’interesse nazionale non dovrebbe permettersi.
La stessa Corte dei Conti raccomandava «di adottare iniziative di risanamento […] e di contenere i costi operativi». Non dimentichiamo che una legge del 30 dicembre 2023 ha riconosciuto a Treccani un contributo annuo di 5 milioni di euro per sostenerne la missione pubblica.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli è contento dei compensi elargiti all’ex commissario straordinario fedelissimo di Giuseppe Conte?
C’è dell’altro. Per rispettare il divieto di pantouflage, misura introdotta dalla cosiddetta legge Severino, l’ex ad di Invitalia non avrebbe potuto avere un incarico retribuito da Treccani. La norma prevede infatti un periodo di «raffreddamento» di tre anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione, per impedire che un dipendente pubblico possa sfruttare la propria posizione per ottenere un lavoro presso un’impresa o un soggetto privato «verso cui ha esercitato poteri autoritativi o negoziali».
Nel 2015, quando Invitalia entrò in Treccani e Arcuri nel cda, Repubblica scrisse: «Invitalia, sotto la guida dell’amministratore delegato Domenico Arcuri, inietterà risorse nelle casse dell’enciclopedia Treccani per 3,44 milioni portando così il capitale complessivo da 41,25 a 44,49 milioni. L’operazione, si legge nel verbale dell’assemblea straordinaria del 29 aprile che l’ha varata, ha l’obiettivo di sfruttare la “specifica competenza tecnica e relazionale” di Invitalia “nel settore dell’innovazione tecnologica e multimediale”, nel quale la Treccani “ha intenzione e interesse di sviluppare la propria attività istituzionale, per meglio radicare e diffondere i propri contenuti anche sul mercato non cartaceo”».
Passato indenne attraverso lo scandalo degli appalti mascherine Covid, Arcuri si è reinventato un ben remunerato posto in Treccani. Dove verrebbe sovente a trovarlo l’amico di sempre, cioè Giuseppe Conte, che non ha mai accettato di essere audito in Commissione parlamentare d’inchiesta. Condividerebbero addirittura lo stesso ufficio, oltre che le medesime aspirazioni su Palazzo Chigi.
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Biennale Venezia (Getty Images)
Appello ai ministri degli Esteri: «Serve una posizione comune». Matteo Salvini: «Basta con le minacce, chi odia i popoli mi preoccupa».
Dopo le proteste ufficiose sono arrivate anche quelle ufficiali: il caso della Biennale di Venezia e del Padiglione Russia - quella stessa Russia che nel 2025 è stata per l’Europa il secondo fornitore di gas naturale liquefatto dopo gli Stati Uniti nonostante le sanzioni - è approdato anche al Consiglio dell’Unione europea. «Mentre la Russia bombarda musei, distrugge chiese e cerca di cancellare la cultura ucraina, non dovrebbe esserle permesso di esporre le proprie opere», ha dichiarato l’Alto rappresentante dell’Unione europea Kaja Kallas, «il ritorno della Russia è moralmente sbagliato e l’Ue intende tagliare i finanziamenti».
E alla Finlandia, che lunedì ha annunciato pomposamente una «presenza distanziata» alla 61esima Esposizione internazionale d’arte di Venezia per protesta contro la «legittimazione di regime», ieri si è aggiunta anche la Lettonia, che ha chiesto di «vietare» a Mosca di partecipare alla manifestazione lagunare: «La Russia uccide civili ucraini ogni giorno e sta di fatto distruggendo il patrimonio culturale europeo», ha affermato Artjoms Ursulskis, segretario del ministero degli Esteri lettone, a margine del Consiglio Ue a Lussemburgo, «pertanto, crediamo che sia necessaria un’azione collettiva e chiederemo ai nostri amici di sostenerci». Riga, insieme ad altri venti Paesi e all’Ucraina, ha già invitato gli organizzatori a riconsiderare la partecipazione sovietica alla Biennale perché consentirla, si legge nella nota, «rischierebbe di normalizzare l’aggressione a Kiev e di indebolire la pressione su Mosca».
A quale pressione si riferiscano i lettoni, non è ancora chiaro: l’Ue, in vista del quarto anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina, ha presentato il 20esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che però ancora l’anno scorso ha continuato a rifornire l’Europa con un volume di 15 milioni di tonnellate di Gnl, una quota pari al 16 per cento del fabbisogno europeo.
La trascurabile ritorsione contro la presenza russa a Venezia, annunciata con sussiego dalla piccola nazione baltica, appare dunque come una guerra ad armi spuntate. Anche perché nei giorni in cui l’Esposizione internazionale d’arte sarà aperta al pubblico, il padiglione russo resterà tecnicamente chiuso: sarà infatti proiettata una video-installazione della performance degli artisti invitati a partecipare, che si esibiranno a Venezia solo dal 4 all’8 maggio, durante le giornate di pre-opening. «Sarà possibile vedere il video anche senza entrare nel padiglione», ha spiegato nei giorni scorsi l’ex ministro della Cultura russo Mikhail Shvydkoj, «che rimarrà chiuso perché nessuno vuole infrangere le regole generali». Il 6 maggio, poi, il regista russo dissidente Alexander Sokurov sarà ospite della Biennale della Parola/ Il dissenso e la pace, iniziativa speciale legata alla manifestazione lagunare e incentrata sulla riflessione e sul dialogo intorno ai temi della pace e dell’impegno civile.
«Dobbiamo assumere una posizione comune, i russi non sono pronti a porre fine alla guerra e questo non è certo il momento di concedere loro credibilità internazionale. Questo è uno dei modi in cui cercano di influenzare il nostro pensiero qui in Europa», ha osservato Ursulskis dimenticando, nonostante la vicinanza geopolitica - la Lettonia è rimasta nell’orbita sovietica fino al crollo dell’ex Urss, nel 1991 - che Mosca ha partecipato attivamente e massicciamente a numerose Esposizioni Universali e internazionali anche durante la guerra fredda: nel 1958 a Bruxelles, nel 1967 a Montreal, nel 1970 a Osaka, nel 1974 a Spokane, negli Usa. E nel lontano 1952 Josef Stalin autorizzò la spedizione sovietica alle Olimpiadi di Helsinki, dove l’ex Urss arrivò seconda nel medagliere olimpico, dietro agli Stati Uniti.
L’ultimatum alla Biennale presieduta da Pietrangelo Buttafuoco era arrivato già a inizio aprile dalla Commissione europea, che ha avviato la procedura per congelare o revocare i fondi per aver permesso a Mosca di riaprire il padiglione, chiuso dal 2022. Dall’11 aprile l’istituzione guidata da Buttafuoco ha 30 giorni di tempo per chiarire la propria posizione o fare retromarcia. Pena, la perdita di una sovvenzione di due milioni di euro per un periodo di tre anni.
Matteo Salvini, invece, ci sarà, «con tutto il rispetto della Lettonia». «Il padiglione russo a Venezia è di proprietà della Federazione Russa quindi non c’entra niente né la Biennale né lo Stato italiano», ha detto il leader della Lega, «sono proprietari e a casa loro fanno quello che vogliono, nel rispetto dei limiti, delle regole e delle sanzioni. La cultura, l’arte, la musica, il teatro, l’architettura, lo sport uniscono e non dividono. E quindi quelli che odiano altri popoli mi preoccupano. Conto che nessuno a Bruxelles si permetta di minacciare. Ho letto che forse ritirano i loro soldi, ma con tutti i miliardi che diamo noi all’Unione Europea, se ritirano quei 2 milioni di euro, fan proprio la figura degli spilorci. E anche ignoranti», ha concluso Salvini.
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Elly Schlein (Ansa)
Reduce dal raduno dei progressisti a Barcellona, la leader dem illustra alla «Stampa» il modello spagnolo: «Investire sulle rinnovabili». Si scorda però di precisare che Madrid sfrutta l’atomo e importa Gnl da Vladimir Putin.
Il mega raduno mondiale della sinistra a Barcellona, guidato e celebrato nel weekend da Pedro Sánchez e Lula da Silva, è finito. Ma la fascinazione di Elly Schlein per il premier spagnolo è ancora viva e lotta insieme a noi, per un’Italia più libera e autonoma, anche sulle fonti energetiche. Il segretario del Pd prende a esempio il collega iberico, ma descrive una Spagna che non c’è e conferma il veto sul gas russo.
Schlein si è fatta intervistare dalla Stampa e ha parlato di politica estera a tutto campo. Il quotidiano torinese ha giustamente titolato con le sue dichiarazioni sul gas: «Comprare gas russo aiuta solo Putin. Più rinnovabili come ha fatto Sánchez». Ohibò, ecco il segretario del principale partito di opposizione dedicarsi a temi concreti. Ma la sorpresa positiva lascia purtroppo rapidamente posto alla delusione per l’approssimazione con la quale si è espressa. Prima le chiedono se Sánchez sia anche un modello per la famosa «riscossa progressista», e Schlein risponde: «È sicuramente un modello […]. La Spagna in questi anni è cresciuta a ritmi del 3%, noi dello zero virgola. E ha fatto investimenti poderosi sulle energie rinnovabili, grazie ai quali oggi loro pagano l’elettricità molto meno di noi».
A quel punto, correttamente, le viene fatto notare che la Spagna è anche il primo importatore di gas russo, con un incremento del 124% di acquisti dall’inizio della guerra in Iran. E qui parte una lezioncina del capo del Nazareno: «In Spagna il prezzo del gas incide sul costo dell’energia solo per il 15%, in Italia per l’80%. Sánchez ha investito sulle rinnovabili e oggi loro sono molto meno dipendenti di noi dal gas, che sia russo o americano». E quindi, prosegue, «dobbiamo assolutamente accelerare sull’energia pulita e possiamo farlo in tempi brevi». In ogni caso, anche a prendere per buono questo racconto, resta il nodo della Russia di Vladimir Putin e qui la Schlein si fa severa e intransigente: «Ho già detto come la penso: ora non si può pensare che la soluzione sia il gas russo perché si rafforzerebbe Putin, finanziando la sua invasione criminale dell’Ucraina». Insomma, la posizione del segretario del Pd è sempre quella dei duri e puri di Bruxelles, anche se questo ha un impatto negativo sulle tasche dei ceti medi e poveri italiani.
Per ristabilire un minimo di aderenza con la realtà dei fatti, prendiamo alcuni dati dagli ultimi studi del Crea (Center for research on Energy and clean Air) , organismo indipendente con sede a Helsinki. A marzo l’Ue è stata ancora una volta il quarto maggior acquirente di combustibili russi, rappresentando il 10% (1,45 miliardi di euro) delle entrate da esportazione di Mosca dai primi cinque importatori. E il gas naturale, non soggetto a sanzioni Ue, vale ben il 69% di questo ammontare. Quindi è abbastanza inutile continuare a fare la faccia feroce sul gas con Mosca, quando la Russia ha solo riallocato le vendite in giro per il mondo e sta guadagnano ancora di più sul petrolio, grazie alla guerra di Usa e Israele all’Iran.
Poi c’è la Spagna, il famoso modello della Schlein. Sempre secondo il Crea, Madrid è stata il maggiore importatore dell’Ue, acquistando gnl russo per un valore di 355 milioni di euro nel mese di marzo, con un incremento del 124% rispetto a febbraio. Non solo, ma a marzo, tutti gli impianti di importazione di gas in Spagna hanno aumentato gli acquisti dalla Russia, con Bilbao che ha ricevuto il quantitativo maggiore e con il terminale di Sagunto che ha ricevuto il suo primo carico russo dall’agosto 2024. Sánchez ha fatto le sue scelte, certo, anche con un certo coraggio, e queste scelte parlano russo, ma questo alla sua ammiratrice italiana non piace ammetterlo. E tanto per dare un altro paio di indizi al segretario del Pd su come gli amici dell’Ue si stanno comportando di fronte alla crisi petrolifera, ecco che a marzo la Francia si è laureata terzo maggior importatore di gas russo nel blocco Ue, con 287 milioni di euro. E al quarto posto, ecco il piccolo Belgio con un valore di 220 milioni. Chissà, forse c’è un motivo se da settimane anche l’Eni consiglia di riprendere a comprare da Mosca.
Russia a parte, che tanto turba Schlein, la Spagna ha un 20% del suo fabbisogno energetico ancora coperto dalle sue cinque centrali nucleari. È vero che c’è il progetto di spegnerle entro il 2035, ma chi vivrà vedrà e nessun leader, neppure socialista, sarà tanto fesso da chiudere il nucleare se non ci saranno alternative rodate ed efficienti. Così Sánchez ha indubbiamente puntato sulle fonti rinnovabili, ma con una solida «base» di combustibili fossili ed energia nucleare. Insomma, se davvero l’Italia dovesse prendere a modello la Spagna, dovrebbe riaccendere immediatamente i reattori nucleari e comprare un bel po’ di gas da Putin. Ma alla Schlein non andrebbe bene. Sono cose che può fare solo
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