F-16 americani pronti al decollo da Aviano nel 1999. Nel riquadro, Sergio Mattarella e Massimo D'Alema (US Air Force-Ansa)
Massimo D’Alema premier, Sergio Mattarella vice: raid su Belgrado. Elly però finge di dimenticare.
D’Alema vestito da top gun bombardava la Serbia e gli aerei della Nato (italiani, americani, tedeschi, anche spagnoli) partivano da Aviano, da Pratica di Mare, da Gioia del Colle, da Sigonella senza alcun mandato del Parlamento. A uno dei governi più a sinistra della storia repubblicana bastava e avanzava il rispetto dei trattati bilaterali con la Casa Bianca.
Perché quei Tornado decollano con i missili sotto le ali e dopo qualche ora tornano scarichi? Il comandante della base di Ghedi ci pensò un attimo e poi rispose: «Di sicuro non affondano pescherecci in Adriatico». All’ingenuo cronista non poteva dire di più ma fu rimosso comunque. Nel 1999 Massimo
Preambolo necessario per comprendere la cappa di ipocrisia che aleggia sui colonnelli del Pd mentre pretendono che Giorgia Meloni vieti preventivamente le basi italiane (per ora nessuno le ha chieste) all’operatività americana. Se è scontato che lo faccia Elly Schlein, anima gruppettara del Partito Democratico, risulta infantile il coro dei veterani del Nazareno e dei loro portavoce televisivi (primo fra tutti Pierluigi Bersani, allora ministro), a conoscenza di due granitiche verità: in quelle basi gli americani ci sono dal 1946, l’Italia ha firmato accordi che lo consentono. Fare finta che esistano un altro mondo e un altro modo significa piegare la realtà ai desideri elettorali e plasmarla come se Montecitorio fosse l’assemblea permanente di un liceo occupato.
Il corto circuito è politicamente imbarazzante; la sinistra si erge a difensore del diritto internazionale facendo carta straccia dei trattati internazionali. Come ha ricordato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, l’uso concesso alle forze statunitensi «avviene in aderenza ad accordi quali il Nato Sofa del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995». Quando a palazzo Chigi c’era Lamberto Dini, sostenuto anche dal Pds di D’Alema. Il quadro giuridico comprende il supporto tecnico-logistico ed è identico a quello firmato da tutto l’Occidente, Spagna compresa, al di là delle svalvolate dichiarazioni di Pedro Sánchez per tenere insieme con la colla il suo governo senza maggioranza.
Poiché il vizio della memoria non piace, ecco l’eterno ritorno dell’uguale come teorizzava Friedrich Nietzsche. Esattamente come per la separazione delle carriere in magistratura, le leggi non valgono se a firmarle è qualcun altro. In politica la mancanza di coerenza istituzionale si chiama inaffidabilità. Senza contare che il mantra «diritto internazionale», oggi invocato dall’opposizione, è una foglia di fico raccolta da terra e più volte calpestata con nonchance. La frase fatta, cardine del pacifismo ideologico più peloso, fa correre qualche brivido nella schiena; basta ricordare quando coincideva allegramente con la legge del più forte.
Alcuni dei conflitti più sbagliati e devastanti degli ultimi 30 anni sono avvenuti sotto il cappello bucato dell’Onu, come quello in Kosovo targato Bill Clinton e quello in Libia per polverizzare Gheddafi, voluto da Barack Obama e dai francesi, con il plauso entusiasta del presidente Giorgio Napolitano. Erano tutte «guerre giuste» solo perché avevano il bollino blu della sinistra. Ma non erano meno sconcertanti, meno pretestuose, meno costose e meno pericolose per la stabilità internazionale di quella in Iran. Schlein gonfia la giugulare urlando «No alla guerra», visto che la mimetica è quella di Donald Trump. Legittimo. Se poi è interessata a capire perché è uno slogan vuoto (l’Italia ripudia la guerra ma purtroppo la guerra non ripudia l’Italia) può chiedere chiarimenti a colui che assistette da vicino al decollo dei Tornado di D’Alema e dei Prowler americani da Aviano, destinazione Belgrado. Si chiama Sergio Mattarella, era il suo vice.
Continua a leggereRiduci
Friedrich Merz e Donald Trunp (Ansa)
Il conflitto è iniziato il 28 febbraio, ma l’inerte Bruxelles fissa la prima riunione d’urgenza per gli idrocarburi il 14 marzo. Intanto il cancelliere tedesco si muove da solo, ma anche noi avremmo bisogno del metano russo.
Non si può dire che la visita di Friedrich Merz alla Casa Bianca abbia riscosso molto entusiasmo. Sia in Europa che in patria è infatti stata oggetto di pesanti critiche. La colpa del cancelliere tedesco è di essere rimasto in un imbarazzato silenzio mentre Donald Trump attaccava Keir Starmer («Non è Churchill») e Pedro Sánchez («Taglieremo tutti i contratti commerciali»).
Come è noto, a innervosire il presidente americano è stata la presa di distanza di Gran Bretagna e Spagna dopo l’attacco all’Iran e Merz non ha saputo, o voluto, arginare l’irritazione del suo ospite. «Un turista sprovveduto spiaggiato nella crisi», lo ha definito un giornale tedesco. Tuttavia, se si va oltre la forma, cioè se si guarda al bilancio dell’incontro senza tener conto della mesta figura rimediata nello studio ovale, il viaggio del cancelliere può definirsi un successo. Non per l’Europa o per il mondo, ma per la Germania. Già, perché dietro il sorriso di Merz per le battute di Trump, c’è una decisione che farà certamente felici i tedeschi e in particolare le imprese. Gli Stati Uniti hanno annunciato che esenteranno a tempo indeterminato dalle sanzioni le unità tedesche del colosso petrolifero russo Rosneft. In pratica, Trump ha concesso a Merz di riaprire il rubinetto da cui sgorga il petrolio russo, senza incorrere nelle multe decise dagli americani dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Prima le consociate in Germania del gigante petrolifero di Mosca non potevano operare, perché nessuno a Berlino era intenzionato a fare affari con loro correndo il rischio di finire nel mirino degli Usa. Ma l’esenzione garantirà servizi e aperture di credito, consentendo dunque alle società la possibilità di intrattenere rapporti commerciali e di vendere alle aziende tedesche. Siccome sappiamo che per anni la Germania ha goduto di forniture di petrolio e gas a prezzi super vantaggiosi, è chiaro che la cancellazione delle sanzioni non soltanto risolve i problemi di approvvigionamento che Berlino dovesse incontrare per effetto della guerra in Iran, ma molto in prospettiva potrebbe assicurare all’ex locomotiva tedesca quel vantaggio competitivo di cui ha goduto per anni.
Ovviamente, noi siamo molto contenti che la Germania si faccia gli affari suoi e trovi soluzioni che la possono favorire. Così come siamo felici che l’Ungheria abbia avuto una sorta di via libera da Bruxelles per riaprire l’oleodotto che attraverso l’Ucraina le garantisce le forniture russe. Tuttavia, ci interroghiamo sulla ragione che impedisce ad altri, cioè a noi, di fare altrettanto. Un paio di giorni fa, vedendo lievitare il prezzo del gas e del greggio per effetto della guerra e del blocco imposto dai Pasdaran come ritorsione all’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, abbiamo proposto di riaprire i gasdotti con la Russia. L’Europa non può rimanere a secco perché, nonostante la transizione green imposta da Ursula von der Leyen, le rinnovabili non sono ancora in grado di rimpiazzare le fonti combustibili. Ma se dal Qatar non possiamo importarle causa guerra, se perfino l’Azerbaijan, da cui parte il Tap, ossia un altro gasdotto, rischia di essere coinvolto nel conflitto, forse urge ripensare lo stop al gas di Putin, imponendo una tregua prima che una crisi energetica ci travolga insieme alle nostre aziende.
Certo, questi ragionamenti non dovrebbe farli la sola Italia, ma l’intera Europa, che per prima dovrebbe porsi il problema di come risolvere le strozzature del mercato per quanto riguarda materie prime ed energia. Invece sapete che fa la Ue? Se la prende comoda. Le prime bombe su Teheran sono cadute il 28 febbraio e già lunedì 2 marzo i prezzi di gas e greggio erano alle stelle, però a Bruxelles hanno messo in calendario una prima riunione d’urgenza per il 14 marzo. Due settimane, non per decidere ma per decidere quando riunirsi. Poi si capisce perché gli Stati - Germania e Ungheria - scelgono di fare da soli. Ma si capisce anche perché nelle vicende internazionali l’Europa è un peso piuma.
Continua a leggereRiduci
Kaja Kallas (Ansa)
La Grecia invia subito due fregate. Starmer spedisce una nave e poi jet in Qatar.
«Considereremo qualsiasi azione militare europea come un atto di guerra che richiede una risposta»: le parole del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, suonavano come un minaccioso avvertimento per le nazioni europee che, dopo alcune prese di posizione pretestuose, hanno iniziato a muoversi. La Francia è stata la prima a inviare a Cipro la fregata Languedoc e alcuni mezzi antiaerei, nonostante l’obiettivo iraniano nell’isola fosse la base britannica di Akrotiri. Quasi contemporaneamente il presidente transalpino Emmanuel Macron ha fatto arrivare dal Baltico nel Mediterraneo la portaerei Charles de Gaulle, il più importante mezzo marittimo di Parigi.
Lo stesso Macron ha dichiarato che due basi militari francesi sono state oggetto di bombardamenti limitati e alcuni droni sono stati abbattuti per legittima difesa, senza specificare in quale nazione. Parigi ha anche ricordato che ci sono accordi di difesa reciproca con Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Giordania, senza dimenticare i curdi, dicendosi pronta a inviare mezzi nel Golfo e anche a partecipare a una coalizione militare per far riprendere il traffico nel fondamentale stretto di Hormuz.
Dopo le mosse francesi il primo ministro britannico Keir Starmer ha sentito il presidente cipriota Nikos Christodoulides e ha deciso di inviare nel Mediterraneo orientale il cacciatorpediniere Hms Dragon, l’unico mezzo della marina britannica in grado di intercettare e abbattere missili balistici, oltre a elicotteri dotati di capacità anti drone. Allo stesso tempo altri quattro jet militari Typhoon sono stati inviati in Qatar da Londra; questi caccia si uniranno a uno squadrone della Raf già presente nello stato del Golfo. Nicosia ha subito ribadito che gli attacchi iraniani non erano diretti al suo territorio, ma ha accettato i rinforzi arrivati dall’Europa.
Anche la Grecia, profondamente e storicamente legata a Nicosia, non ha fatto mancare il suo supporto e ha inviato due fregate, la Kimon e la Psara, che hanno attraccato a Limassol. La nave Psara è dotata di un sistema anti drone già utilizzato contro attacchi nel Mar Rosso. Atene ha inoltre inviato sull’isola quattro caccia F-16 per rafforzare la difesa aerea dell’isola.
Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez è andato allo scontro con il presidente statunitense negando l’utilizzo delle basi di Madrid e rinnovando una frattura quasi costante, ma ha poi deciso di mandare la fregata Cristóbal Colòn per proteggere Cipro. La Colòn è la nave tecnologicamente più avanzata della Spagna provvista del sistema di combattimento Aegis e di missili sia SM-2 sia ESSM, nonché di un elicottero multiruolo SH-60B Seahawk. Madrid ha però voluto precisare che la sua presenza ha una funzione difensiva esclusivamente verso l’Unione europea e il confine orientale.
Intanto la riunione straordinaria dei ministri degli Esteri del Consiglio di cooperazione del Golfo ha rilasciato una dichiarazione congiunta dove vengono condannati gli attacchi iraniani contro le nazioni del Golfo. La delegazione europea è stata guidata da Kaja Kallas, l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la sicurezza dell’Ue che ha dichiarato che Teheran sta esportando la guerra, estendendola a più nazioni possibili, scatenando il caos. Kallas ha anche detto che, poiché i droni lanciati dall’Iran sono gli stessi utilizzati in Ucraina ogni giorno, per questo motivo Kiev può aiutare i Paesi del Golfo avendo intercettori e sistemi di protezione dai droni.
Ieri si è riunito anche il Consiglio atlantico della Nato, ma il segretario generale Mark Rutte ha negato che ci sia la possibilità dell’attivazione dell’Articolo 5, che prevede che un attacco contro uno Stato membro sia considerato un attacco contro tutti, dopo il missile che ha colpito la Turchia.
Continua a leggereRiduci
Paolo Bertoluzzo (Imagoeconomica)
Dal nuovo piano strategico gli investitori si aspettavano un sostanzioso riacquisto di azioni proprie e obiettivi su ricavi e margini più ambiziosi. L’ad Paolo Bertoluzzo: «Delistare il titolo non è una decisione dei manager».
Una sorpresa amara e costosa. Protagonista Nexi, la grande società dei pagamenti digitali, che ha presentato il nuovo piano strategico. Promette agli azionisti una pioggia di dividendi: oltre un miliardo nel triennio. Il mercato risponde con un tonfo memorabile: meno 16,6% a 2,82 euro. Grande delusione.
Un miliardo e cento milioni di euro di cedole non è un’elemosina. In un mondo finanziario normale, una società che annuncia una distribuzione così generosa verrebbe accolta con applausi, e qualche brindisi. Ma la Borsa, come sanno bene gli operatori più smaliziati, non vive di fatti. Vive di aspettative. E quando le aspettative sono molto alte, basta un dettaglio fuori posto per trasformare una promessa generosa in una delusione cocente.
Il dettaglio, in questo caso, è una parola che a Wall Street e dintorni suscita entusiasmi quasi romantici: buyback, il riacquisto di azioni proprie. L’anno scorso Nexi aveva distribuito 600 milioni. Un cocktail perfetto per gli investitori: soldi in tasca oggi e sostegno al titolo domani. Quest’anno il menu è cambiato. Dividendi ricchi (350 milioni già nel 2026, con la promessa di farli crescere del 5% l’anno fino al 2028) ma buyback zero.
Il risultato è stato immediato. Gli analisti hanno cominciato a fare i conti e qualcuno, come quelli di Intermonte, ha tirato fuori il cartellino rosso parlando di piano «molto deludente». Non tanto perché manchino i soldi da distribuire, quanto perché il mercato si aspettava qualcosa di più muscolare: circa 1,8 miliardi restituiti agli azionisti e un bel programma di riacquisto per sostenere la quotazione.
Invece Nexi ha scelto un’altra strada. Se vogliamo anche più noiosa. Il piano 2026-2028 racconta una storia di crescita lenta e ragionata. I ricavi aumenteranno poco nei primi due anni, poi nel 2028 dovrebbero accelerare attorno al 5%. Anche i margini, compressi dagli investimenti, torneranno ad espandersi. È, insomma, il piano della pazienza. Una parola che nei mercati finanziari provoca spesso la stessa reazione di un dibattito sulla dieta dinanzi ad una tavola imbandita.
A complicare ulteriormente l’atmosfera è arrivata anche un annuncio che ha fatto sobbalzare più di un investitore: una svalutazione di 3,7 miliardi sugli avviamenti legati alle acquisizioni di Sia e Nets. Le due aziende dalla cui unione è nata Nexi. Un’operazione puramente contabile: un riallineamento dei valori di bilancio ai multipli di mercato. Ma quando si leggono cifre da miliardi la psicologia degli investitori va in subbuglio.
Così succede che una società che continua comunque a crescere - ricavi saliti a 3,85 miliardi, margine di 1,9 miliardi e utile normalizzato a 783 milioni – finisca nella tempesta. Eppure le notizia positive non mancano a cominciare dalla generazione di cassa che riduce lentamente il debito, sceso da 2,7 a 2,6 volte il margine operativo.
Il punto è che la società guidata da Paolo Bertoluzzo sembra aver deciso di parlare un linguaggio diverso da quello che i mercati vorrebbero sentire. Ha spiegato con una certa franchezza che qualcuno si aspettava più ritorni immediati, magari proprio quei buyback tanto amati dagli investitori americani, ma che la responsabilità del management è garantire la crescita sostenibile nel lungo periodo. Tradotto: prima vengono gli investimenti in tecnologia, in prodotti, nelle nuove aree di sviluppo; i regali agli azionisti arriveranno dopo.
Una posizione che probabilmente non turba troppo i sonni di Cassa Depositi e Prestiti, azionista con il 19,1% del capitale. Per Cdp Nexi non è soltanto una società quotata: è una infrastruttura strategica del sistema dei pagamenti italiano, e gli investimenti di lungo periodo fanno parte del gioco.
Diversa potrebbe essere la prospettiva del fondo americano Hellman & Friedman, che possiede il 22,2% e che ai prezzi attuali vede il proprio investimento molto lontano dai livelli di ingresso. Il private equity, si sa, ama la creazione di valore e ha un debole per i ritorni veloci.
Ecco perché Bertoluzzo parla di un ricambio nell’azionariato: meno fondi alla ricerca di crescita esplosiva e più investitori interessati a rendimenti stabili. Una trasformazione che si è vista nel giorno della caduta del titolo. Oltre il 12% del capitale è passato di mano, un volume di scambi raro per Nexi.
Sullo sfondo un’altra domanda che ciclicamente riemerge: la società potrebbe uscire dalla Borsa? Il tema del delisting ogni tanto riaffiora, ma Bertoluzzo ha liquidato la questione con una frase tanto semplice quanto diplomatica: non è una decisione dei manager. Se mai accadrà.
Continua a leggereRiduci







