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Emmanuel Macron e Friedrich Merz (Ansa)
Emmanuel Macron e Friedrich Merz al Consiglio lodano unità e reazione dell’Unione, per poi ribadire l’essenzialità degli States.
Ieri sera si è tenuto a Bruxelles il vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea, convocato dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, per discutere delle relazioni transatlantiche alla luce delle tensioni degli ultimi giorni sulla Groenlandia. La riunione è stata confermata nonostante il clima apparisse «più positivo» rispetto alle 24 ore precedenti, dopo la parziale marcia indietro annunciata da Donald Trump a Davos sulle minacce di dazi e sull’uso della forza. Come hanno fatto trapelare alcune fonti europee, proprio questo miglioramento del contesto ha reso comunque «rilevante» il confronto tra i leader, chiamati a fare i conti con quella che a Bruxelles viene ormai definita una «nuova normalità» nelle relazioni con Washington: più imprevedibile e segnata da ricorrenti elementi di instabilità.
Secondo le stesse fonti, la discussione si è concentrata su come stabilizzare il rapporto con gli Stati Uniti e su quali lezioni politiche trarre dagli sviluppi degli ultimi giorni. Da un lato, è stato rivendicato il coordinamento rapido tra gli Stati membri dopo le minacce americane. Dall’altro, è riemerso con forza il tema dell’«autonomia strategica» europea. «L’altra lezione è che l’Ue deve accelerare sulla sua autonomia strategica», hanno infatti sottolineato funzionari europei, precisando però che questo percorso resta inscindibile dal quadro delle relazioni transatlantiche».
La distensione annunciata da Trump dal palco di Davos, con l’esclusione dell’uso della forza e la rinuncia ai dazi immediati contro alcuni partner europei, ha contribuito soprattutto ad abbassare la tensione alla vigilia del Consiglio europeo, senza però modificare l’agenda americana. Come riferito da fonti citate da Politico, la svolta della Casa Bianca «toglie pressione» al vertice, ma non elimina la necessità di una discussione di fondo sui rapporti con Washington. In questo quadro, il dossier Groenlandia viene sempre più considerato come un problema di sicurezza da affrontare in ambito Nato, piuttosto che come una questione da gestire esclusivamente con strumenti comunitari. Non a caso, al vertice informale non erano previsti ospiti esterni e il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, non ha partecipato.
Da parte italiana, Antonio Tajani ha ribadito proprio ieri che «tutto ciò che riguarda l’Artico deve essere affrontato in sede europea e in sede Nato». Del resto, ha ricordato il ministro degli Esteri, la strategia italiana per l’Artico individua proprio nella cooperazione transatlantica il perno della sicurezza della regione. Tajani ha inoltre sottolineato che «il futuro della Groenlandia è esclusivamente nelle mani dei groenlandesi e dei danesi» e che le legittime preoccupazioni di sicurezza espresse dagli Stati Uniti vanno affrontate «nel quadro dell’Alleanza atlantica, evitando logiche unilaterali». Insomma, l’impressione è che Trump abbia centrato il suo obiettivo: per quanto rivendichi una sua autonomia strategica, Bruxelles continuerà comunque a muoversi saldamente all’interno del perimetro tracciato da Washington. Intanto, i leader europei fanno la ruota. «Quando l’Europa è unita, forte e reagisce rapidamente, le cose tornano alla normalità e alla calma. E sono lieto che abbiamo iniziato la settimana con una sorta di escalation, minacce, minacce di invasione e minacce tariffarie, e siamo tornati a una situazione che mi sembra molto più accettabile. Anche se restiamo vigili», ha dichiarato Emmanuel Macron, al suo arrivo alla riunione a Bruxelles. Gli fa eco Friedrich Merz: «L’unità e la determinazione da parte europea possono davvero fare la differenza. Sono molto grato Trump abbia abbandonato i suoi piani iniziali. Tutto questo è il risultato dei nostri sforzi congiunti tra Europa e Stati Uniti». Sollievo da parte dell’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas: «Oggi ci riuniamo qui per discutere delle relazioni transatlantiche. E anche se penso che tutti siano sollevati dai recenti annunci, abbiamo anche visto che in questo anno siamo pronti ad affrontare molta imprevedibilità. La parola d'ordine di quest'anno è stata imprevedibilità, ed è ciò che stiamo vivendo».
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Donald Trump (Ansa)
- Le indiscrezioni sull’accordo prevedono truppe in loco e il diritto di estrarre terre rare, escludendo Russia e Cina. Malumori di Nielsen e Frederiksen: «Sovranità intoccabile»
- Già un anno fa, il governo dell’isola informava della necessità di capitali per sviluppare l’estrazione mineraria. L’intervento americano è provvidenziale, vista la sonnolenza di Bruxelles e Biden davanti all’avanzata di Xi.
Lo speciale contiene due articoli
Continua a tenere banco l’accordo in via di definizione sulla Groenlandia. Donald Trump punta a far sì che questa intesa, annunciata mercoledì sera, possa consentire a Washington di conseguire i suoi obiettivi strategici nell’Artico. «Se questo accordo andrà in porto, e il presidente Trump ne è molto fiducioso, gli Stati Uniti raggiungeranno tutti i loro obiettivi strategici riguardo alla Groenlandia a costi contenuti», ha affermato ieri la Casa Bianca. «Il presidente Trump sta dimostrando ancora una volta di essere un vero negoziatore. Non appena i dettagli saranno definiti, saranno resi noti», ha aggiunto.
A intervenire sulla questione è stato, sempre ieri, Trump in persona, che ha annunciato di volere un «accesso totale» all’isola. «Avremo accesso totale alla Groenlandia. Avremo tutto l’accesso militare che vogliamo. Potremo mettere in Groenlandia ciò di cui abbiamo bisogno perché lo vogliamo. Stiamo parlando di sicurezza nazionale e internazionale», ha affermato. «Non c’è una fine, non c’è un limite di tempo. Non dovrò pagare nulla», ha anche detto, per poi tornare a sottolineare che la Groenlandia risulterebbe strategica nell’ambito della realizzazione dello scudo missilistico Golden Dome. «I negoziati con la Nato stanno andando bene», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente americano, JD Vance, ribadendo che Washington ha bisogno dell’isola per una questione di sicurezza nazionale. Ricordiamo che Trump, mercoledì, ha escluso l’uso della forza nell’acquisizione della Groenlandia e che, in cambio del sì a un accordo su di essa, si è impegnato a non imporre i dazi aggiuntivi che aveva minacciato contro alcuni Paesi europei.
Nel frattempo, sono emerse delle indiscrezioni sui possibili dettagli contenuti nell’intesa in via di definizione. A livello generale, si tratterebbe di rinegoziare il patto di difesa, stipulato da Stati Uniti e Danimarca nel 1951 e aggiornato nel 2004. «L’accordo del 1951 verrà rinegoziato», ha affermato una fonte all’Afp. Secondo Radio France internationale, quel patto prevede che Washington possa aumentare il dispiegamento dei propri soldati sull’isola, purché la Danimarca ne sia informata in anticipo. Con ogni probabilità, Trump vuole arrivare alla possibilità di schierare nuove truppe senza più alcun paletto da parte di Copenaghen. In tutto questo, secondo il New York Times, gli Usa, in base al nuovo accordo, potrebbero conseguire la sovranità su alcune porzioni dell’isola (eppure, Axios ha riferito che l’intesa includerebbe «il principio del rispetto della sovranità della Danimarca sull’isola»). Inoltre, stando al Telegraph, gli Stati Uniti potrebbero ottenere il diritto di estrarre terre rare senza chiedere il permesso al governo danese. Infine, fonti ascoltate dalla Cnn hanno riferito che l’accordo prevedrebbe un rafforzamento del ruolo della Nato nell’isola, mentre verrebbero vietati gli investimenti di Cina e Russia in loco. Tuttavia la stessa Cnn ha anche rivelato che, almeno fino a ieri sera, l’intesa sarebbe stata solo verbale: non sarebbe stato ancora redatto, in altre parole, un documento scritto.
«La Nato è pienamente consapevole della posizione del Regno di Danimarca», ha frattanto dichiarato, sempre ieri, la premier danese, Mette Frederiksen. «Possiamo negoziare su tutto ciò che riguarda la politica: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare sulla nostra sovranità», ha proseguito. «Siamo pronti a discutere di molte cose e a negoziare una partnership migliore e così via. Ma la sovranità è una linea rossa», ha affermato, dal canto suo, il premier groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, auspicando inoltre un «dialogo pacifico». Inoltre, sempre ieri, la Nato ha fatto sapere che il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, non avrebbe «proposto alcun compromesso sulla sovranità» groenlandese durante il bilaterale con Trump di mercoledì. Non solo. A intervenire sulla questione dell’isola più grande del mondo è stato anche Volodymyr Zelensky. «Se le navi militari russe navigano liberamente attorno alla Groenlandia, l’Ucraina può dare una mano. Abbiamo l’esperienza e le armi per assicurarci che nessuna di queste navi rimanga. Possono affondare vicino alla Groenlandia proprio come è successo vicino alla Crimea», ha affermato il presidente ucraino, parlando al Forum di Davos.
Il quadro complessivo resta intanto agitato. Ieri sera, i leader europei si sono recati a Bruxelles, dove era in programma una riunione di emergenza sul dossier groenlandese. Dossier su cui si è espressa anche Pechino. «La Cina si oppone alla pratica di usare la Cina come pretesto per perseguire interessi egoistici», ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica popolare, Guo Jiakun, riferendosi al fatto che Trump ha più volte sostenuto di voler acquisire la Groenlandia per arginare le manovre di Cina e Russia nella regione artica. Ricordiamo che fu l’amministrazione Biden, nel dicembre 2024, a lanciare l’allarme sull’incremento della cooperazione tra Pechino e Mosca nell’Artico: Artico che, va detto, non è esattamente stato al centro dell’attenzione dei Paesi europei negli ultimi anni. La stessa Copenaghen ha aumentato gli investimenti in sicurezza per la Groenlandia soltanto l’anno scorso, dopo che Trump aveva iniziato a rivendicare il controllo dell’isola. Il fatto che Pechino si sia schierata con gli europei, contro la Casa Bianca, è quindi molto indicativo.
Nuuk chiese investimenti a Usa e Ue e ora Donald approfitta dell’inerzia
Sommersa da catastrofici racconti di un incipiente conflitto con gli Stati Uniti, mercoledì l’Europa attendeva il discorso di Donald Trump a Davos con un filo di panico.
In poche ore, però, è stato chiaro che i toni minacciosi del presidente americano sulla Groenlandia facevano parte di una tattica negoziale neppure troppo sofisticata: chiedere molto di più di ciò che si desidera, per ottenere ciò che si desidera.
Così, mentre il mainstream rilancia lo gnomico acronimo Taco (Trump always chickens out, «Trump si tira sempre indietro»), la realtà è ben diversa. Se saranno confermati i punti chiave dell’accordo verbale raggiunto mercoledì sera a Davos, gli Stati Uniti hanno ottenuto esattamente ciò che volevano: revisione del trattato del 1951 per adeguare i requisiti delle basi militari americane (cioè, la possibilità di schierare missili sul territorio dell’isola), comando Nato multinazionale con sede in Groenlandia sotto autorità Usa, diritto di prelazione sugli investimenti nelle risorse minerarie della Groenlandia. Il che significa, per altro verso, un esplicito diritto di veto per impedire a Cina e Russia di sfruttare le ricchezze dell’isola.
Tutto ciò si inquadra nella strategia di sicurezza nazionale statunitense delineata qualche settimana fa con un documento ufficiale, molto citato ma poco letto. La vicenda groenlandese è un’altra occasione in cui gli Stati Uniti sollecitano i partner europei sulle priorità strategiche. Nel documento si dicono due cose importanti. La prima è che gli Usa non vogliono soggetti indesiderati nel continente americano, l’altra è che l’Europa rischia di non essere più un alleato affidabile perché si sta impoverendo e dipende sempre di più dalla Cina.
Il dossier Groenlandia aperto da Trump serve proprio per riportare alla realtà le sonnolente cancellerie europee.
Già nel giugno 2019, durante la prima Amministrazione Trump, gli Stati Uniti firmarono un memorandum d’intesa con la Groenlandia per esplorare congiuntamente vaste regioni dell’isola e scambiare conoscenze tecniche, onde sviluppare lo sfruttamento di terre rare e risorse minerarie critiche.
L’intesa forniva un quadro per la cooperazione tra Groenlandia e Stati Uniti in materia di governance del settore minerario. L’accordo però sta per scadere e gli sforzi per rinnovarlo durante l’amministrazione Biden non hanno portato a nulla.
Il territorio è all’ottavo posto al mondo per riserve di terre rare (almeno quelle ipotizzate finora) e ospita due enormi giacimenti: Kvanefjeld e Tanbreez, che insieme hanno oltre 40 milioni di tonnellate di riserve e risorse, sia pure con bassi tenori di minerale (1,43% e 0,38% rispettivamente). I due siti non sono sfruttati, al momento, poiché il partito Inuit Ataqatigiit, che ha vinto le elezioni nel 2021, ha bloccato il primo sito per la presenza di uranio. Ora è in corso un contenzioso con l’australiana Energy Transition Minerals che chiede un risarcimento di 11,5 miliardi di dollari al governo groenlandese, pari a quasi quattro volte il Pil del Paese. Un nodo da sciogliere. Su 147 licenze minerarie in essere in Groenlandia, solo due sono attive.
Naaja Nathanielsen, ministro per le imprese e le risorse minerarie della Groenlandia, già oltre un anno fa, sentito dal Financial Times, disse che anche se l’Europa riconosceva la necessità di non dipendere dalla Cina per i minerali, in Groenlandia non si era visto nessun europeo: «Penso che tutti abbiano dormito. E ora devono svegliarsi» affermò. Pochi mesi dopo, nel maggio 2025, in un’altra intervista al Ft, Nathanielsen disse che il suo Paese necessitava di ingenti capitali esteri per diversificare la propria economia e sviluppare l’estrazione mineraria e il turismo. Però, era necessario che le compagnie minerarie statunitensi ed europee si affrettassero: «Vogliamo collaborare con partner europei e americani. Ma se non si presentano, credo che dovremo cercare altrove», si legge nell’intervista. Il messaggio della primavera scorsa era dunque: la Groenlandia preferisce gli accordi con Paesi occidentali, ma ulteriori esitazioni potrebbero costringere il governo a prendere in considerazione partner cinesi. Gli investimenti necessari in Groenlandia sono enormi, non solo per lo sfruttamento delle risorse ma anche per le infrastrutture, visto che su un territorio grande sette volte l’Italia ci sono solo 150 km di strade.
Per dare l’idea delle dimensioni, il progetto per costruire ed espandere gli aeroporti a Nuuk, Ilulissat e Qaqortoq richiede un investimento di 550 milioni di dollari, pari al 17% del Pil della Groenlandia. Per questo progetto nel 2018 è stata selezionata una compagnia cinese.
Le crescenti istanze di indipendenza e crescita economica avanzate dalla Groenlandia, insomma, la rendevano disposta ad accettare investimenti diretti dalla Cina. Di fronte a questo ultimatum, evidentemente, gli Stati Uniti hanno reagito, mentre l’Europa ha continuato a fare poco o nulla. La Cina, dal canto suo, nel 2018 ha inaugurato la sua politica artica con l’avvio della Via della Seta Polare (definendosi «Stato quasi-artico») e sta costruendo da anni una flotta di rompighiaccio, in collaborazione con la Russia.
Allo stesso tempo, Washington ha bisogno che l’Europa sia della partita. La miniera di Amitsoq, ad esempio, ospita uno dei giacimenti di grafite di più alta qualità al mondo ed è stata definita di importanza strategica dall’Ue nel Critical Raw Materials Act. Gli investimenti necessari nel paese sono enormi e una cooperazione Usa-Europa sui minerali critici in Groenlandia fa bene a tutti, Groenlandia in primis.
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Ansa
L’affondo da Davos: «Perché Putin è ancora a piede libero?». Oggi ad Abu Dhabi il primo trilaterale Ucraina-Russia-Usa.
L’Europa, dopo essere stata strigliata dal presidente americano Donald Trump, è finita nel mirino anche del leader di Kiev, Volodymyr Zelensky.
«È smarrita, frammentata, non agisce come una grande potenza», ha detto il presidente ucraino dal palco del World economic forum a Davos, divenuto ormai la sede per esporre senza mezzi termini la debolezza dell’Ue. Per gran parte del suo discorso, avvenuto poco dopo l’incontro con il tycoon, Zelensky ha criticato l’immobilità dei suoi alleati più stretti, avvertendo che «Trump non ascolterà questo tipo di Europa». «Un anno fa a Davos ho terminato il mio discorso dicendo che l’Europa deve sapere come difendersi», ma dopo 12 mesi «non è cambiato nulla». E ha quindi passato in rassegna le questioni più delicate in cui i partner europei non hanno brillato per incisività: dalla Groenlandia all’Iran, dalle spese militari alle misure poco efficaci contro la Russia.
«La maggior parte dei leader non sa bene cosa fare» sulla Groenlandia e «sembra che tutti aspettino solo che l’America si calmi su questo argomento, sperando che passi». Ha poi criticato la mossa di alcuni Paesi europei di inviare un numero irrisorio di soldati nell’isola: «O si dichiara che le basi europee proteggeranno la regione dalla Russia e dalla Cina e si stabiliscono quelle basi, oppure si rischia di non essere presi sul serio, perché 40 soldati non proteggeranno nulla». Ma l’Ue si è anche espressa troppo tardi sulla situazione in Iran poiché tutti erano «distratti da Natale e Capodanno». E per sottolineare la differenza tra la capacità americana di prendere le redini e la passività europea ha dichiarato: «Nicolás Maduro è sotto processo a New York, mentre Putin no». Anzi «non solo è a piede libero, ma sta ancora combattendo per gli asset congelati in Europa». A tal proposito, Zelensky ha attaccato l’Ue sostenendo che non ha nemmeno deciso «una sede per il tribunale» speciale per i crimini di guerra commessi da Mosca. L’invettiva del leader ucraino ha coinvolto l’incapacità di Bruxelles di decidere «come utilizzare i beni russi congelati» e l’atteggiamento passivo riguardo allo schieramento dei missili russi Oreshnik in Bielorussia. Ha anche specificato che i Paesi dell’Ue sono «persi di fronte a Trump», visto che a Kiev è stato consigliato di «non parlare dei Tomahawk agli americani, per non rovinare l’atmosfera».
Le stoccate hanno pure riguardato la spesa per la difesa: è solo grazie all’intervento americano che i membri Ue della Nato spenderanno il 5% del Pil. E ammettendo che senza il coinvolgimento di Washington «è impossibile parlare di garanzie di sicurezza per l’Ucraina», ha lanciato l’appello per formare una difesa europea comune, visto che al momento l’Europa «fa affidamento sulla convinzione che, in caso di pericolo, la Nato agirà».
Europa a parte, ieri le trattative di pace sono state al centro dei colloqui, con gli Stati Uniti che hanno dialogato con entrambi i protagonisti del conflitto. Prima Trump ha incontrato a Davos Zelensky, successivamente nella serata, Steve Witkoff e Jared Kushner hanno visto il presidente russo, Vladimir Putin, a Mosca. Riguardo al bilaterale con Kiev, Trump ha rivelato che è stato «un buon incontro». Zelensky, dal palco di Davos, ha spiegato che «i documenti volti a porre fine a questa guerra sono quasi pronti» ma «l’ultimo miglio è sempre difficile».
Se da una parte il leader di Kiev ha infatti annunciato che è stata raggiunta un’intesa con Washington «sulle garanzie di sicurezza», dall’altra ha ribadito che la questione territoriale «non è ancora stata risolta». Prima dell’incontro con Putin, Witkoff è però apparso ottimista: durante la colazione ucraina a margine del Forum di Davos, ha rivelato che «i negoziati sono ridotti a un’ultima questione». La tregua energetica potrebbe invece essere sul tavolo del trilaterale tra l’Ucraina, gli Stati Uniti e la Russia che si terrà oggi e domani negli Emirati Arabi Uniti. Secondo il Financial Times, saranno Washington e Kiev ad avanzare questa proposta a Mosca. A rappresentare l’Ucraina saranno principalmente il segretario del Consiglio per la Sicurezza, Rustem Umerov e il capo dell’Ufficio del presidente, Kirill Budanov, mentre a guidare la delegazione russa sarà l’inviato di Putin, Kirill Dmitriev. I negoziatori americani saranno sempre Witkoff e Kushner.
Ma a mettere i bastoni tra le ruote alle iniziative diplomatiche della Casa Bianca è il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron. Ha annunciato che la Marina francese ha abbordato nel Mediterraneo una petroliera, denominata Grinch, sospettata di far parte della «flotta fantasma» e «proveniente dalla Russia». L’operazione è avvenuta «in alto mare» tra la Spagna e il Nord Africa, con la collaborazione del Regno Unito. All’entusiasmo di Zelensky, che ha scritto su X: «Questa è esattamente la determinazione necessaria per garantire che il petrolio russo non finanzi più la guerra della Russia», si contrappone il gelo di Mosca. Al momento si è limitata a sottolineare che l’ambasciata russa a Parigi non ha ricevuto la notifica da parte delle autorità francesi.
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Il sistema SAMP/T (NG) presentato alla caserma Santa Barbara di Sabaudia (Esercito Italiano)
SAMP/T New Generation e GRIFO per potenziare le capacità di contrasto delle moderne minacce provenienti dalla terza dimensione. Lo «scudo spaziale italiano» contro missili balistici, droni, aerei ed elicotteri.
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Alla caserma Santa Barbara di Sabaudia, sede del Comando Artiglieria Controaerei (COMACA) sono stati consegnati all’Esercito Italiano i primi materiali dei sistemi d’arma missilistici Superficie-Aria SAMP/T New Generation (NG) e GRIFO.
Il SAMP/T NG, prodotto dalla joint venture industriale EUROSAM, costituita da MBDA Italia, MBDA France e THALES, è un sistema a medio raggio utilizzabile anche contro missili balistici (Medium Range Air Defense e Ballistic Missile Defense), frutto della cooperazione italo-francese pluridecennale che ha realizzato anche la precedente versione del SAMP/T già in dotazione all’Esercito, di cui il nuovo sistema costituisce l’evoluzione. Sviluppato all'interno di un programma iniziato nel 2021, il SAMP/T NG consegnato all’Esercito Italiano ha superiori performance, grazie alla capacità di intercetto da parte del nuovo missile Aster B1NT oltre i 150 km, e al radar Kronos grand mobile high power di Leonardo che garantisce il rilevamento della minaccia a oltre 350 km di distanza, incrementando così la protezione delle Forze dalle moderne minacce aeree e missilistiche, inclusi target balistici.
Il GRIFO, invece, sviluppato e prodotto da MBDA in Italia nell’ambito di un programma avviato nel 2019 che integra il nuovo missile CAMM-ER, garantirà la protezione delle Forze nel segmento a corta portata (Short Range Air Defense), grazie alle sue capacità di ingaggio e neutralizzazione di una pluralità di minacce provenienti dalla 3ª dimensione, tra cui velivoli ad ala fissa e ad ala rotante (inclusi droni), missili da crociera e missili anti-radar.
Entrambi i sistemi sono caratterizzati da elevata mobilità tattica, flessibilità e modularità d'impiego, e rappresentano una concreta risposta all’esigenza di assicurare una difesa integrata multilivello (stratificata) e omnidirezionale (a 360°) basata sulla disponibilità di molteplici sistemi, complementari e pienamente inter operabili, anche nelle reti di difesa aerea e missilistica nazionali e NATO.
La cerimonia di consegna, seguita da una dimostrazione d’impiego, si è svolta alla presenza della senatrice Isabella Rauti, del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, dell’Amministratore Delegato e Direttore Generale di MBDA Italia Lorenzo Mariani, dell’Amministratore Delegato di EUROSAM, Anne Diaz de Tuesta e delle autorità civili.
La senatrice Rauti ha evidenziato: «Oggi qui si compie un passo avanti nel “Sistema Italia” sui binari della sicurezza del Paese e della difesa del futuro, diretti verso un obiettivo condiviso: l’ecosistema nazionale. La difesa dalla minaccia ibrida non può essere solo militare, servono cooperazione istituzionale, investimenti tecnologici e un nuovo rapporto tra Forze Armate, università e settore industriale. Investire nella sicurezza non è solo una necessità e non è solo una spesa ma un volano per la crescita economica nazionale, un motore di sviluppo in termini di ricadute, di indotto occupazionale, di esportazioni, di acquisizione di tecnologie competitive. Intercettare e neutralizzare le minacce della 3ª dimensione – questo l’obiettivo dei nostri nuovi sistemi missilistici – avviarci verso la realizzazione dello “scudo spaziale italiano” significa rafforzare la resilienza di infrastrutture e sistemi, tutelare i processi informativi, contrastare la disinformazione e proteggere i cittadini da campagne ostili che mirano a indebolire le istituzioni e la tenuta sociale. Significa costruire deterrenza difensiva e sicurezza nazionale».
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Carmine Masiello ha affermato: «La consegna dei sistemi di difesa controaerei SAMP-T NG e GRIFO rappresenta un significativo salto in avanti nello scenario della sicurezza, che nell’epoca attuale non può essere considerata scontata, ma richiede cooperazione, addestramento e prontezza operativa. Queste capacità, frutto di un lavoro attento e costante e di sinergie consolidate con l’industria della Difesa e con i Paesi alleati, confermano la necessità di saper governare non solo risposte efficaci alle minacce attuali, ma soprattutto la capacità di individuare le domande giuste per affrontare le sfide future. Siamo orgogliosi dello sforzo compiuto dalla Nazione per garantire all’Esercito queste capacità fondamentali per i nuovi compiti di difesa e deterrenza, per la protezione delle forze e per il bene supremo della sicurezza dei cittadini e del futuro del Paese».
L’Amministratore Delegato e Direttore Generale di MBDA Italia Lorenzo Mariani ha sottolineato: «Siamo veramente orgogliosi di essere giunti a questo importante traguardo nei tempi concordati con il cliente e, in alcuni casi, anticipandoli. Per la protezione dei nostri cieli, delle nostre persone e degli assetti più pregiati del Paese, l'Esercito può ora contare su questi nuovi sistemi tecnologicamente all’avanguardia per contrastare minacce che si fanno via via più sfidanti».
I sistemi, consegnati oggi al COMACA rispondono alle attuali esigenze operative di protezione delle forze, di aree e infrastrutture critiche e della popolazione, in linea con il percorso di rinnovamento e potenziamento delle capacità di ingaggio superficie-aria avviato dalla Difesa negli ultimi anni.
Dopo l’acquisizione del sistema SKYNEX, con il primo esemplare consegnato all’Esercito Italiano lo scorso dicembre, prosegue il programma di rinnovamento dei sistemi di difesa aerea, e la Forza armata compie un ulteriore passo nel processo di modernizzazione delle proprie capacità adottando tecnologie avanzate, progettate per incrementare l’efficacia e la sicurezza dei soldati sul campo di battaglia.
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