
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2656421513.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2656421513" data-published-at="1642451368" data-use-pagination="False">
Donald Trump (Ansa)
Tensione massima per la volontà di Trump di annettere l’isola artica di proprietà danese. Alla Casa Bianca i ministri degli Esteri Mette Frederiksen: «Non si può comprare un popolo». Congresso Usa: i repubblicani presentano una legge per autorizzare i negoziati.
Oggi è in programma a Washington il vertice più delicato delle ultime settimane sul dossier Groenlandia, con i ministri degli Esteri di Stati Uniti, Danimarca e, appunto, Groenlandia riuniti alla Casa Bianca insieme al vicepresidente americano J.D. Vance. Un appuntamento tanto atteso, ma che avrà luogo in un clima di crescente tensione, dopo che Copenaghen e Nuuk hanno denunciato apertamente le pressioni esercitate da Washington sull’isola artica. Alla vigilia dell’incontro, infatti, il premier danese, Mette Frederiksen, ha parlato di una situazione «molto difficile» che dura da oltre un anno. «E le cose potrebbero anche peggiorare», ha aggiunto il primo ministro danese, definendo «del tutto inaccettabile» il comportamento degli Stati Uniti, «uno dei nostri più stretti alleati». In gioco, ha spiegato Frederiksen, non c’è solo il futuro della Groenlandia, ma princìpi fondamentali come il diritto internazionale, l’inviolabilità dei confini e l’idea che «non si possa comprare un altro popolo».
Accanto a lei c’era il primo ministro groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, il quale ha ribadito che «la Groenlandia non è in vendita» e che, se costretti a scegliere tra Stati Uniti e Danimarca, i groenlandesi sceglierebbero senz’altro Copenaghen. L’isola, ha sottolineato, resta parte del Regno danese e il suo orizzonte strategico è collocato «nell’Ue e nella Nato». In vista del vertice di oggi, inoltre, Nielsen ha insistito sulla compattezza del fronte danese-groenlandese, assicurando che le due delegazioni «entreranno insieme e insieme parleranno con gli americani».
Sul fronte statunitense, intanto, Donald Trump ha deciso di accelerare, aumentando la pressione sulla controparte scandinava. Ieri, infatti, il deputato repubblicano Randy Fine ha presentato alla Camera il «Greenland annexation and statehood act», una proposta di legge che autorizzerebbe formalmente il presidente ad avviare ogni iniziativa ritenuta necessaria per «annettere o acquisire» la Groenlandia come territorio degli Stati Uniti, anche attraverso negoziati diretti con il Regno di Danimarca. Il testo prevede che, una volta completata l’acquisizione, la Casa Bianca debba trasmettere al Congresso un rapporto dettagliato sulle modifiche alla legislazione federale necessarie per integrare l’isola e aprire la strada alla sua eventuale ammissione come Stato dell’Unione: una mossa giustificata dai promotori con la competizione strategica nell’Artico e con il timore che Russia e Cina possano rafforzare la propria presenza nella regione.
Al di là delle schermaglie politiche di questi giorni, il nodo della Groenlandia è anzitutto giuridico e affonda le sue radici nel periodo della Guerra fredda. La presenza americana sull’isola, infatti, si basa sull’Accordo di difesa firmato nel 1951 tra Stati Uniti e Danimarca: un trattato che, pur ribadendo formalmente la sovranità danese, attribuisce a Washington poteri estremamente ampi nelle cosiddette «aree di difesa». Il testo stabilisce che tali prerogative vengano esercitate «senza pregiudizio della sovranità del Regno di Danimarca», ma consente agli Stati Uniti di costruire e gestire infrastrutture militari, stazionare truppe, controllare l’accesso alle installazioni, regolare il traffico aereo e navale, nonché garantire la sicurezza interna delle basi. Non si tratta dunque di una semplice presenza simbolica: l’accordo riconosce agli Usa una vera capacità operativa autonoma, giustificata dalla necessità di proteggere il Nord Atlantico e le rotte strategiche tra America ed Europa. Non a caso, il trattato prevede che resti in vigore per tutta la durata dell’impegno danese nella Nato, rendendolo di fatto permanente.
Nel 2004, con l’accordo firmato a Igaliku, Danimarca e Stati Uniti hanno poi aggiornato il trattato alla luce della fine della Guerra fredda e dell’evoluzione istituzionale dell’isola. Da un lato, il testo ha concentrato formalmente la presenza militare statunitense sulla sola base di Thule, chiarendo che eventuali nuove «aree di difesa» richiederebbero nuove intese. Dall’altro, ha introdotto il riconoscimento esplicito della Groenlandia come soggetto coinvolto - nel 1979 Nuuk aveva ottenuto l’autogoverno da Copenaghen - e ha sancito un maggiore coordinamento con le autorità locali in materia di sicurezza. L’accordo del 2004 ha inoltre allineato il regime giuridico delle forze statunitensi alla Nato Sofa, ossia l’accordo che disciplina lo status giuridico delle forze armate di uno Stato Nato presenti sul territorio di un altro alleato. In altre parole, il testo del 2004, pur aggiornando alcuni punti, non ha minimamente intaccato il cuore del dispositivo: la centralità americana nella difesa dell’isola.
Su questo impianto giuridico si è innestata, però, una trasformazione politica profonda. Dal 1979, come detto, la Groenlandia gode di un regime di autogoverno che si è progressivamente ampliato, fino a riconoscere il diritto all’autodeterminazione. Come ha ricordato di recente Reuters, il legame identitario degli inuit - circa il 90% della popolazione dell’isola - con la Danimarca resta fragile: lingua, cultura e interessi economici sono diversi, mentre l’idea dell’indipendenza è da anni presente nel dibattito politico groenlandese, al di là degli schieramenti. Questo rende il paradosso ancora più evidente: mentre Bruxelles è rimasta sostanzialmente spettatrice degli eventi, gli Stati Uniti hanno costruito nel tempo un rapporto diretto con l’isola artica, fondato su trattati, basi e cooperazione militare. È in questo solco - molto più che in una rottura improvvisa - che si inseriscono le mosse dell’amministrazione Trump.
Continua a leggereRiduci
Secondo il sindacato di polizia penitenziaria, la maggior parte si trova in Germania. Ancora 42 quelli reclusi in Venezuela. A volte sono ostaggi senza capo di imputazione.
Ci sono casi che fanno più scalpore, altri meno. Storie che hanno maggiore presa mediatica e destano clamore nell’opinione pubblica, altre, invece, completamente dimenticate. Se siamo felici per la scarcerazione di Alberto Trentini e Mario Burlò, insieme agli altri due italiani liberati (Luigi Gasperin e Biagio Pilieri), allo stesso modo non possiamo non essere addolorati per le migliaia di connazionali ancora reclusi nelle prigioni di tutto il mondo, a volte senza un vero e proprio capo di imputazione o senza aver subito un processo.
Casi che sono spesso considerati esempi di «diplomazia degli ostaggi», con arresti arbitrari di stranieri usati come leva politica.
La liberazione di Trentini e Burlò ha avuto un duplice ruolo. Innanzitutto, rappresenta un ulteriore successo del governo italiano, dopo quelli di Chico Forti, trasferito nel maggio 2024 da Miami in Italia, dopo 24 anni di detenzione, e di Cecilia Sala, liberata all’inizio 2025, dopo 21 giorni di galera in Iran. Questi successi, però, sono serviti anche a riaccendere i riflettori sugli altri casi di italiani imprigionati all’estero.
Che non sono pochi: 2.663, secondo l’Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria (dati 2024). Il 35% (circa 900) in attesa di giudizio, con sentenze non definitive o in attesa di estradizione. Di questi 1.471 si trovano nelle carceri degli Stati membri dell’Ue, 231 in Paesi europei ma fuori dall’Unione, 217 nelle Americhe, 24 nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente, 12 nei Paesi dell’Africa subsahariana e 114 tra Asia e Oceania. La maggior parte si trova in Germania: 1.079. Poi in Spagna: 458 italiani detenuti. In Francia 231, in Belgio 202. In Ungheria, dove è stata detenuta anche Ilaria Salis, alla fine del 2022 ce n’erano 17.
Nei Paesi extraeuropei il record è del Regno Unito con 192 italiani, in Svizzera 131 e negli Stati Uniti 91. Quarantadue, invece, sono gli italiani con doppio passaporto ancora sotto custodia in carcere in Venezuela (24 sono detenuti politici colpevoli di aver espresso opinioni contrarie al governo chavista) e almeno sette di loro si trovano a El Rodeo I, nella periferia di Caracas, lo stesso carcere di massima sicurezza in cui era rinchiuso Trentini, struttura dove finiscono gli oppositori politici, nota per sovraffollamento e le gravi violazioni dei diritti umani. Tra di loro c’è Daniel Enrique Echenagucia Vallenilla, 47 anni, imprenditore italiano originario di Avellino, arrestato nell’agosto 2024. L’uomo viene tenuto in isolamento, soffre d’asma e ha perso 18 chili.
Altri italo-venezuelani si trovano, invece, nella prigione di El Helicoide a Caracas, famosa per gli interrogatori duri e l’estremo uso dell’isolamento. Qui ci sarebbero Gerardo Coticchia Guerra, detenuto da circa cinque anni, Juan Carlos Marrufo Capozzi, ingegnere di 55 anni e l’avvocato penalista Perkins Rocha di 63 anni, sposato con l’italiana Maria Costanza Cipriani e consigliere giuridico di fiducia della leader dell’opposizione María Corina Machado. Nella stessa struttura si troverebbe anche Hugo Enrique Marino Salas, scomparso nel nulla dal 2019.
Tra i dimenticati nel mondo anche Fulgencio Obiang Esono, ingegnere italiano di origini equatoguineane, condannato nel 2019, senza prove, a 60 anni di carcere con l’accusa di aver preso parte, nel 2017, a un tentato colpo di Stato contro il presidente e dittatore della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang.
Oltre ai chi è in attesa di giudizio o estradizione, c’è anche chi è morto come il trentaseienne carpentiere di Viareggio, Daniele Franceschi, deceduto nel 2010 nel carcere di Grasse, in Francia, in circostanze mai chiarite. O come il bancario leccese, Simone Renda, morto nel 2007 nel carcere messicano di Playa del Carmen: l’uomo stava male ma lo lasciarono in cella senza acqua né cibo per 48 ore.
Di fatto più che di detenzioni si tratta di ostaggi. I reati contestati ai detenuti italiani all’estero vanno dal traffico di sostanze stupefacenti, alla vicinanza a organizzazioni criminali internazionali, fino al furto o anche all’omicidio. Situazioni su cui spesso regna il silenzio.
Continua a leggereRiduci
Alberto Trentini e Mario Burlò (Ansa)
Sbarcati a Ciampino dopo 14 mesi nel carcere sudamericano. Gli analisti: «Doppio sequestro». Tajani: «Incontro toccante».
Provati da oltre 400 giorni di carcere a Caracas, ma finalmente in Italia: Alberto Trentini e Mario Burlò sono atterrati all’aeroporto di Ciampino con un volo di Stato ieri mattina. Ad abbracciarli, non appena scesi dalle scalette dell’aereo, sono stati i loro cari: la madre del cooperante veneto, Armanda Colusso, e i figli dell’imprenditore torinese, Gianna e Corrado.
A osservare la scena, dietro i vetri dell’aeroporto, come per non essere di troppo in quel momento tanto atteso dalle famiglie, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Il premier e il vicepremier, che ha definito il momento «toccante», hanno incontrato i due connazionali poco dopo: «Hai abbracciato mamma? È stata tanto in pensiero lo sai, vero?», ha detto Meloni rivolgendosi a Trentini. Il momento dei saluti istituzionali è stato breve: «Non vi voglio disturbare perché avete del tempo da recuperare», ha comunicato il presidente del Consiglio, prima di congedarsi.
Il cooperante italiano e la famiglia, tramite una dichiarazione letta dall’avvocato, Alessandra Ballerini, hanno fatto sapere di essere «felicissimi», ma quella loro «felicità ha un prezzo altissimo», dato che «non si possono cancellare le sofferenze e questi interminabili 423 giorni». E il pensiero, inevitabilmente, «va a tutte le persone ancora detenute e alle loro famiglie. La solidarietà dentro e fuori dal carcere è stata la nostra salvezza».
A sottolineare lo spirito di solidarietà tra tutti i sequestrati è stato anche Burlò. Che ha raccontato lo strazio vissuto in oltre un anno di detenzione: «Le condizioni di El Rodeo I sono terrificanti», con la cella che è «tre metri e mezzo per due con una latrina centrale, un tubo dove lavarsi con l’acqua e nient'altro. Dove c’è la latrina, a mezzo metro mangi». L’imprenditore ha spiegato che per lui e Trentini, con cui ha condiviso la cella, quella non era una prigione ma «un campo di concentramento» visto che uscivano «con la maschera come a Guantanamo e con le manette». Ha poi confermato di non aver subito «violenze fisiche», ma il «non poter parlare con i figli, senza il diritto di difesa, senza poter parlare con un avvocato» è già di per sé «una tortura». Tra l’altro, ha dichiarato che «dormivano per terra con gli scarafaggi», con la paura che li avrebbero «ammazzati». Burlò, che ha detto di non aver mai saputo formalmente l’accusa, ha ricordato il momento dell’arresto: «Mi fermano, do il passaporto, guardano internet e mi dicono che sono un politico che vuole far saltare il governo». Diventa sempre più chiaro, anche secondo gli analisti, come la loro detenzione sia stata un doppio sequestro: è stata la ritorsione di Nicolás Maduro dopo il mancato riconoscimento italiano del suo regime. E pare che il dittatore, a ottobre, avesse chiesto all’esecutivo italiano di dissociarsi dalla linea dell’amministrazione americana sul dossier venezuelano, in cambio della liberazione di Trentini. Ricevuta la risposta negativa, ha bloccato il rilascio. Quel che è certo è che nei prossimi giorni Trentini e Burlò saranno ascoltati in procura a Roma.
La commozione del loro ritorno a casa ha avvolto il Senato: due applausi bipartisan hanno segnato l’informativa di Tajani sulla situazione in Venezuela. La liberazione è l’epilogo di «un lavoro durato mesi: lavoro silenzioso, costante, da parte del governo che ha consentito, dopo la rimozione di Maduro, di cogliere un obiettivo sentito fortemente dalla popolazione italiana». Ringraziando il personale diplomatico e non, il vicepremier ha ammesso: «Noi dobbiamo essere orgogliosi di come operano all’estero per tutelare in ogni circostanza l’interesse dei nostri cittadini». D’altronde anche lo stesso Burlò ha detto a Tajani: «che la vicinanza dello Stato gli aveva permesso di resistere meglio alle difficoltà che stava affrontando». Il riconoscimento del lavoro italiano arriva anche dalla Spagna: il leader del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, ha commentato: «Il premier italiano Giorgia Meloni ha accolto all’uscita dell’aereo i prigionieri politici incarcerati dal regime venezuelano. Lontani dalla dittatura, vicini a coloro che l’hanno subita. È così che si fa», mentre ha accusato il governo spagnolo di lavorare «fianco a fianco con i seguaci di Maduro». E con la caduta del dittatore venezuelano che «rappresenta un’occasione storica per il Venezuela e per tutta l’America Latina», Tajani ha illustrato che, una volta raggiunta la stabilità nel Paese, si potrà lavorare «per la crescita», con le imprese italiane che «potranno avere un ruolo di primo piano». Oltre all’energia, il ministro pensa «alla gestione delle risorse idriche e alle infrastrutture». Ha dunque annunciato di aver dato mandato «alla Cooperazione allo sviluppo, di avviare una serie di iniziative urgenti di collaborazione tecniche ed economiche a partire dal settore sanitario a favore della popolazione». L’Italia è pronta a collaborare in tal senso «anche con le organizzazioni della società civile attive nel Paese e con la chiesa locale».
Continua a leggereRiduci
Alessia Pifferi (Ansa)
La corte d’Appello rivede la condanna alla donna che lasciò morire di stenti la figlia di 18 mesi: 24 anni al posto dell’ergastolo. Motivo: «Morbosità mediatica» e «gogna» avrebbero influenzato il processo. La pena varia in base agli show in tv? Preoccupante.
Clamoroso al Cibali, avrebbe bofonchiato Sandro Ciotti: il tribunale di Milano ha scoperto il processo mediatico. Dopo avere contribuito fortemente a inventarlo negli anni di Tangentopoli; dopo averlo imposto per un lustro come compendio e supporto di quello giudiziario (soprattutto a favore dell’accusa); dopo averlo trasferito in televisione con la sfilata di magistrati, ex magistrati, magistrati-scrittori nei talk show, ecco che in un’aula di giustizia viene derubricato un ergastolo a 24 anni perché il contesto e il dibattimento sarebbero stati condizionati «da un’asfissiante morbosità mediatica».
Secondo la corte d’Appello (presidente Ivana Caputo) i giornalisti e i conduttori di programmi tv avrebbero dovuto appiattirsi nella penombra, mandare in onda brani di musica classica ed esimersi dal trattare uno dei più terribili delitti degli ultimi anni, quello commesso da Alessia Pifferi, che nel luglio del 2022 lasciò morire di stenti da sola in casa la figlia Diana di 18 mesi per andare a festeggiare per sei giorni con il fidanzato. Poiché la faccenda suscitò parecchio clamore e una forte ondata di legittima indignazione, moltiplicata (difficile negarlo) dal consueto cialtronismo social, la corte ha deciso di riformare la pena inflitta in primo grado all’imputata (ergastolo) togliendo le aggravanti dei futili e abietti motivi, e riconoscendo le circostanze attenuanti (totale 24 anni).
Per il collegio giudicante di secondo grado, in favore della donna hanno pesato il contesto socio-famigliare nel quale era cresciuta, qualche défaillance cognitiva e soprattutto l’incidenza perniciosa di «quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove si è adusi a condannare e ad assolvere secondo pregiudizio e secondo copione». La sorpresa innesca una duplice reazione. E lo spontaneo «bentornati sulla Terra» alle toghe si spegne immediatamente, all’apparire del quesito supremo: cosa ci azzecca (per dirla alla Antonio Di Pietro) il circo con i suoi molesti malvezzi con la sacralità di una sentenza che dovrebbe sorvolare-annullare-dimenticare le esibizioni da bar di telecamere e popolino?
Verrebbe da dire, nulla. Almeno si spera. Sennò invece del codice penale, per stabilire innocenti e colpevoli sarebbe più opportuno usare il sorteggio. Da Avetrana alla strage di Erba passando per il delitto di Perugia (do you remember Meredith Kercher?); dalla tragedia di Yara Gambirasio all’omicidio di Giulia Tramontano, nessun processo ha potuto esimersi dall’essere affiancato da articoli, interviste, retroscena, inciampi e litigi nelle Procure, revisioni annunciate, programmi televisivi, comparsate di criminologi più o meno accreditati. Con apparizioni scomparenti di medium, cartomanti e del mago Otelma. Tutto ciò senza che la giustizia tenesse conto del Barnum. O almeno non lo ammettesse con candore, visto che - dopo averlo scatenato - nulla può per arginarlo o imbavagliarlo. Se davvero, in assenza di legittima suspicione, dovessimo pensare che Chi l’ha visto?, Quarto grado, «Ignoto X» condizionano non solo l’opinione pubblica (poco male, sono i media bellezza) ma anche quella dei giudici, saremmo nel giorno zero del diritto. E dovremmo autoconvocarci tutti in vista del Garlasco Show.
Il 14 luglio 2022 Alessia Pifferi aveva abbandonato nel lettino da campo della casa di Pontelambro (Como) la figlia Diana di un anno e mezzo, mentre dormiva, con accanto una bottiglietta d’acqua e un biberon di latte. Ed era uscita con una valigia contenente un buon numero di abiti da sera per andare a trovare a Leffe (Bergamo) il fidanzato. La bimba è rimasta sei giorni da sola. Alla nonna, che telefonava per sapere come stava la nipote, Alessia faceva credere di essere a casa e rispondeva: «Bene, sta dormendo». Invece stava morendo di stenti. Invece, prima di esalare l’ultimo respiro, tentò di mangiare un pannolino. Quando la trovò senza vita, la madre si giustificò dicendo che l’aveva affidata a una babysitter inesistente. Poi, lentamente, ammise l’agghiacciante verità. Due perizie psichiatriche hanno stabilito che era in grado di intendere e di volere.
La sentenza che, in assenza di fatti nuovi, smonta le architravi di un omicidio volontario efferato e derubrica la pena per «l’asfissiante morbosità mediatica» e per «la lapidazione verbale» costituisce un precedente. E non può non sorprendere anche per la deriva freudiana, per la volontà del collegio di andare oltre i codici e avventurarsi negli empirei rarefatti della psicanalisi. Scrivono i giudici: «Il processo televisivo ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla condotta processuale, ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove». Un’ammissione di debolezza, di condizionamento di tutto il sistema giudiziario. Con un finale da brivido: «Le sentenze vengono emesse in nome del popolo italiano, non dal popolo italiano». Lo davamo per scontato dal primo anno di giurisprudenza. Ora non più.
Continua a leggereRiduci





