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Ansa
L’ex ambasciatore a L’Avana: «Trump vuole una transizione graduale alla democrazia, che è l’unica via per evitare disastri. Se i dirigenti rifiutano il dialogo prevarrà la linea dell’intervento militare sostenuta da Rubio».
Dal 2005 al 2009, Domenico Vecchioni è stato ambasciatore a Cuba. Quattro anni in cui ha potuto toccare con mano la dittatura castrista, dedicando anche un libro a Raúl Castro. Il rivoluzionario conservatore. Da tempo, circolano parecchie voci attorno a Cuba. C’è chi parla di un’opzione simile a quella che ha portato alla caduta di Nicolás Maduro e chi, invece, è convinto che il Paese cadrà sotto i colpi di un’economia che arranca sempre di più.
Negli scorsi giorni, alcuni giornali di Miami hanno scritto che il segretario di Stato Marco Rubio starebbe «negoziando» con Raúl Guillermo Rodriguez Castro, nipote diretto (e prediletto) di Raúl Castro, e importante dirigente di Gaesa, il conglomegrato di aziende statali che controllano gran parte dell’economia cubana. Uno scenario, questo, che farebbe intravvedere possibili negoziati (e un cambio di regime) in vista.
Ambasciatore, partiamo da un dato di realtà: che cosa sta accadendo a Cuba?
«Il Paese è sicuramente arrivato a una svolta storica del suo destino. Il regime castrista è agonizzante: dopo quasi 70 anni di dittatura, s’intravede finalmente l’alba di un cambiamento epocale. L’economia è a terra, caduta sotto i colpi congiunti del sistema collettivista (“marxista-leninista”, come ancora recita la costituzione cubana) che non ha mai funzionato e che ha distrutto interi settori produttivi (basti pensare, a titolo meramente esemplificativo, che Cuba, una volta definita “regina dello zucchero”, oggi deve importare zucchero) e dell’embargo americano, che pure ha causato immensi danni all’economia».
Quanto di questa crisi è imputabile al sistema castrista e quanto invece alle pressioni esterne?
«È più il frutto del fallimento del sistema di governo e meno la conseguenza del bloqueo statunitense. Era un vecchio trucco di Fidel Castro quello di addebitare tutti i mali del Paese sempre a cause “esterne” al sistema (l’embargo appunto, le condizioni atmosferiche, le calamità naturali e le crisi internazionali), senza mai riconoscere che, in realtà, il problema principale era ed è il sistema stesso. La mancanza di petrolio (dopo il blocco dei rifornimenti in provenienza dal Venezuela e da altri Paesi) sta causando il progressivo fermo delle attività essenziali del Paese, costringendo i cubani a condizioni di vita inaccettabili come i tagli dell’elettricità - i famigerati apagones, l’incubo dei cubani - che possono durare fino a 20 ore, trasporti pubblici ridotti al lumicino, assenza di benzina per il trasporto privato, ospedali ridotti a praticare solo interventi urgentissimi, scuole che funzionano a singhiozzo, scarsità di generi alimentari e di medicine».
Il «paradiso dei Caraibi» è diventato un «inferno» tropicale?
«Chi può scappa. E, in effetti, Cuba è diventata l’unico Paese al mondo dove la popolazione, in tempo di pace, è drasticamente diminuita negli ultimi 10 anni. È infatti passata da 11 a 9 milioni, un esodo biblico. Ma il governo cubano continua ad anteporre l’ideologia marxista-leninista alla sopravvivenza stessa della popolazione».
Eppure il regime pare non vedere...
«Sono sette decadi che le autorità castriste chiedono “lacrime e sangue” ai cittadini in nome del comunismo e in attesa dell’avvento di un “mondo migliore”. Ma il mondo migliore non è mai arrivato, i cubani non credono più nella Rivoluzione e ora dicono basta».
Ambasciatore, ma è possibile, come alcuni analisti affermano, che Trump applicherà il modello venezuelano anche lì?
«Questa sembrerebbe, in effetti, essere la strategia di Trump, che tende a evitare la prova di forza, sempre suscettibile di avere conseguenze impreviste. Sta cercando verosimilmente i dirigenti più moderati che potrebbero assicurare una transizione graduale e pacifica verso il sistema democratico e la ripresa dell’economia».
Fattibile?
«Purtroppo Cuba non è il Venezuela e Raúl Castro non è Maduro. Il regime cubano (controllato dai militari) è troppo “ideologizzato”, troppo compromesso con un sistema che ha gestito il Paese per quasi 70 anni, troppo abbagliato dall’ideologia comunista perché possa generare al suo interno correnti moderate ben disposte al dialogo e a farsi lentamente da parte. Eppure quella è l’unica strada da percorrere per evitare scontri e disordini in un Paese già in ginocchio economicamente e socialmente. Il prezzo che paga il popolo cubano in questa cornice è certo molto alto, vittima designata dei blocchi americani e degli errori del governo cubano. Credo tuttavia che, invece di fare pressione sugli Stati Uniti perché rinuncino al blocco petrolifero indiretto (chi porta il petrolio a Cuba subisce poi altissimi dazi), bisognerebbe esercitare pressione su Raúl Castro e sull’attuale presidente Miguel Diaz-Canel affinché, in definitiva, si arrendano».
Cosa direbbe al regime se fosse ancora lì?
«Per il bene dei cubani, per la salvezza di Cuba e per evitare una spaventosa catastrofe umanitaria: arrendetevi. Il popolo cubano ve ne sarà grato. Avviate sin d’ora un dialogo nazionale con i rappresentanti dell’opposizione in vista di un pacifico passaggio alla democrazia. Altrimenti, più che quella di Trump, potrebbe avere il sopravvento la strategia di Marco Rubio, segretario di Stato che, non dimentichiamolo, è figlio di cubani fuggiti dall’isola alla vigilia della Rivoluzione. Rubio è sempre stato visceralmente ostile al regime castrista e non gli dispiacerebbe di vederlo cadere fragorosamente, dopo qualche iniziativa militare mirata, che costringerebbe i suoi leader a poco dignitose fughe all’estero».
Lei ha passato quattro anni a Cuba. La conosce e non è sempre facile, in questi contesti, comprendere quale sia la verità. Ci può aiutare a comprenderla un po’ meglio?
«Non credo di essere il “depositario” della verità, anche perché in politica le interpretazioni di uno stesso avvenimento prestano spesso alla “verità” diverse facce. Cerco quindi di attenermi ai “fatti”. E i fatti dicono che, 66 anni dopo la Rivoluzione, i cubani stanno certamente peggio di come stavano prima di essa. Il che vuol dire, aldilà delle ideologie, che la Rivoluzione non ha funzionato. Tutte le reboanti promesse di Fidel Castro (democrazia, libertà, benessere, sviluppo economico e uguaglianza sociale) sono state crudelmente disattese. E non mi si venga dire che la colpa è degli Stati Uniti che hanno strangolato economicamente l’Isola Grande. Non è così».
Cioè?
«Niente avrebbe impedito al Paese, con un sistema economico liberista, di svilupparsi e prosperare, pur mantenendo in piedi il regime (un po’ com’è avvenuto in Cina). E i fatti sono che tre generazioni dopo, i cubani non hanno mai conosciuto la democrazia, il benessere, lo sviluppo economico, l’uguaglianza sociale. E comunque gli Stati Uniti hanno sempre detto che avrebbero allentato o eliminato l’embargo in cambio di un po’ di democrazia e di libertà per i cubani. È arrivato quindi il momento di consegnare la Rivoluzione e personaggi come Fidel e Raúl Castro ai libri di Storia, di considerare la Rivoluzione cubana come un sogno, magari generoso e idealistico, dissoltosi però alle primi luci dell’alba. Tutto ciò appartiene oramai al passato. È arrivato ora il momento di pensare al presente di Cuba e al futuro dei cubani».
La dottrina Donroe, la rivisitazione che Trump fa della dottrina Monroe, è realmente applicabile?
«La dottrina Monroe, in realtà, fu concepita con nobili intenti, ovvero tenere i colonialisti europei lontani dal Nuovo Mondo. Solo in seguito essa assunse il significato di tenere sì bada gli europei, ma per far posto agli Stati Uniti, diventati nel frattempo il Paese più importante del continente e che si riservava dunque un droit de regard sul subcontinente. Trump dunque non ha fatto altro che riprendere in mano questa dottrina, rendendola però più aggressiva, spinto dalle favorevoli condizioni geo-strategiche del momento. I possibili antagonisti, Russia e Cina, per motivi differenti, non hanno in effetti nessuna voglia di confrontarsi con Washington sull’“emisfero occidentale”. La Russia è terribilmente impelagata nella guerra in Ucraina ed è del tutto concentrata sulla conclusione del conflitto. Putin sa che Trump, in questa prospettiva, gli può essere utilissimo. Non rischierebbe quindi un’altra crisi dei missili in difesa del regime cubano. Mosca invierà certo aiuti umanitari a Cuba, ma non andrà più in là. La Cina, dal canto suo, pensa solo a concludere affari, e il mercato cubano per Pechino è davvero piccola cosa. Potrebbe quindi voler accumulare crediti con gli Usa, fino al momento di passare all’incasso, quando cercherà la riunificazione con Taiwan. Quindi, niente sembra opporsi al ristabilimento della sfera d’influenza statunitense sull’America latina. In questa cornice, totalmente diversa da quella degli anni Sessanta, il destino di Cuba sembra segnato».
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Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati a esprimersi sul referendum costituzionale confermativo relativo alla riforma della Giustizia, che interviene sull’ordinamento della magistratura. Riforma che introduce, tra le altre cose, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Si voterà domenica e lunedì, secondo quanto stabilito dal decreto elezioni.
Samuel Furfari
L’ingegnere chimico, ex funzionario Ue: «Dopo 30 anni di inutili Cop, le emissioni sono salite del 60%. Romano Prodi rimproverò il ministro Ronchi per gli impegni che aveva firmato».
Ingegnere chimico, professore emerito alla Libera Università di Bruxelles, per 36 anni è stato un alto funzionario della Direzione generale dell’Energia della Commissione europea, e da 20 anni è professore di Geopolitica e politica energetica. Presidente della Società europea degli ingegneri e degli industriali, è Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica di Polonia. Per testimoniare come le Cop hanno trasformato la diplomazia in un circo itinerante (mentre le emissioni di CO2 crescono), Samuel Furfari ha appena pubblicato il saggio La vérité sur les Cop: trente ans d’illusions (ed. L’Artilleur), che contiene anche un breve scritto inedito di Carlo Ripa di Meana, nostro primo ministro dell’Ambiente.
Professor Furfari, perché le chiama illusioni?
«Le Cop fanno parte del nostro illusionistico paesaggio mediatico. Quando, oltre trent’anni fa, fu adottata la Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici, ove si conveniva di ridurre le emissioni di CO2, queste ammontavano a 21 gigatonnellate (Gt). Oggi, dopo 30 Cop, migliaia di discorsi commoventi, centinaia di miliardi spesi per le energie rinnovabili e un diluvio di sensi di colpa occidentali, le emissioni superano 35 Gt. Cioè sono aumentate di oltre il 60%, una cifra che merita di essere scolpita nella pietra dell’infamia mediatica che ha sempre elogiato le Cop senza mai preoccuparsi di farne alcun bilancio».
Ci fa un breve riassunto di questo bilancio?
«Istituite alla Conferenza di Rio del 1992 cui parteciparono 196 Stati, la prima Cop si tenne a Berlino nel 1995 sotto la presidenza di Angela Merkel, che all’epoca era ministro dell’Ambiente nel governo di Helmut Kohl. In quell’occasione convinse José Manuel Barroso a lanciare le politiche di produzione di energie rinnovabili. Poi, alla Cop3 (1997) arrivò il Protocollo di Kyoto che doveva segnare l’inizio di una governance climatica globale vincolante. Il Protocollo inaugurava l’era degli impegni quantificati. La realtà deludeva le speranze sul nascere: l’amministrazione Clinton-Gore degli Stati Uniti, allora primi emettitori mondiali, rifiutava di ratificare il trattato, nonostante fosse stato negoziato proprio da loro. Va anche detto che alle Cop non c’erano capi di Stato e di governo, ma solo ministri dell’Ambiente, e quindi era facile mettersi d’accordo su obiettivi utopici. Tanto è vero che, come spiego nel libro, lo stesso Romano Prodi, allora presidente del Consiglio, se la prese col suo ministro Edo Ronchi per l’impegno pesantissimo che per l’Italia era di riduzione delle emissioni del 6,5% entro il 2012».
Perché misero quella data di scadenza?
«Fu una richiesta degli ambientalisti, e non è un dettaglio: questa scadenza mirava ad alimentare il discorso di urgenza permanente».
Fallimento dopo fallimento, arriviamo alla Cop15 del 2009, quando i capi di governo presero in mano la situazione…
«Già, a Copenaghen i capi di Stato presero in mano le trattative per evitare che i ministri “ecologisti” spingessero i loro Paesi ad assumere impegni onerosi. La conferenza si concluse in un clima di confusione e tensioni diplomatiche, dimostrando l’incapacità dell’Onu di conciliare i divergenti interessi nazionali. Il fallimento di Copenaghen ha segnato una svolta importante nella governance climatica internazionale, rivelando che il consenso delle Nazioni Unite non poteva più nascondere i veri conflitti di interesse strategici tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. Malgrado la pressione degli attivisti e dei media, i capi di Stato e di governo non hanno ceduto e hanno preferito il fallimento. Da allora, alcuni di loro partecipano brevemente all’apertura delle Cop per “essere nella foto”, poi abbandonano rapidamente i dibattiti per evitare qualsiasi responsabilità. Caduti in trappola una volta, ora stanno attenti a non partecipare più ai negoziati. Ed è proprio ciò che si è verificato a Belém».
Quest’anno è anche il decimo anniversario del successo dell’accordo di Parigi, al quale il suo libro ha dedicato un capitolo titolato «Il disaccordo di Parigi»…
«La Cop21 fu un grande successo diplomatico francese. Papa Francesco ne era stato l’artefice con la sua enciclica ambientalista, pubblicata in tempo per questa fiera. Fu un accordo burocratico, senza sostanza, senza impatto. Le emissioni di CO₂ han continuato ad aumentare senza sosta».
La Cop28 fu organizzata a Dubai, una città simbolo della dismisura del consumo energetico. Non è strano?
«Sì, e infatti gli ambientalisti e diversi deputati europei tentarono invano di bloccarla. Quella di Dubai incarna perfettamente questa commedia: un vertice per abolire le emissioni di CO2, presieduto dall’amministratore delegato della compagnia nazionale degli idrocarburi, Sultan Al Jaber, in un Paese sulla cui bandiera c’è una striscia nera in onore del petrolio. Fa ridere, no? Mentre le delegazioni della Ue scandivano i loro mantra sulla “transizione energetica”, l’Opec inviava questa direttiva ai propri membri: “Rifiutare qualsiasi menzione vincolante dei combustibili fossili”. Così è stato».
La Cop29 si tenne a Baku in un Paese che produce meno dell’1% del gas e petrolio mondiali.
«Già, però Ilham Aliyev ha ricordato che queste risorse sono “un dono di Dio” e che l’Azerbaijan non deve sentirsi in colpa per usarle. La verità è che al di fuori della Ue nessuno si interessa a questo circo, non solo Donald Trump. Ma la buffonata continuerà perché l’Unione europea continuerà caparbiamente a parlare di Green deal (anche se adesso gli stanno cambiando nome e lo chiamano Clean deal). Ursula von der Leyen non ammetterà mai il suo fallimento totale. Negli ultimi dieci anni la Ue ha ridotto la propria domanda di energia di 6 exajoule, ma nel frattempo il resto del mondo l’ha aumentata di 77 exajoule, e quasi l’80% di questa crescita è dovuto ai combustibili fossili».
E siamo alla Cop30…
«Ove Lula da Silva - che si atteggia a campione della riduzione delle emissioni clima - ha autorizzato massicce concessioni petrolifere nel “margine equatoriale”, una zona ricca di petrolio e gas, alla foce del Rio delle Amazzoni, che fu tanto cara a papa Francesco e lo è ancora a tutti gli attivisti».
Sarà questa l’ultima Cop?
«Non sogniamo: troppi burocrati si guadagnano da vivere con essa, troppe Ong se ne nutrono, troppi politici vi trovano una piattaforma per dimostrare la loro virtù ambientalista. La cosa più triste è che gli scienziati sono costretti a ballare al fischio degli attivisti per ottenere finanziamenti per la ricerca. Ma questo accade solo nella Ue: il resto del mondo si sta preparando per il futuro e neanche finanzia più la scienza del clima».
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Due fogli degli appunti di Mussolini ritrovati dai Carabinieri (Ansa/Arma dei Carabinieri)
I militari del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale hanno rintracciato i preziosi documenti messi in vendita da un privato riguardanti l'incontro del 22 aprile 1944 al castello di Klessheim presso Salisburgo. Ritrovate anche lettere di Mussolini a D'Annunzio.
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Il 23 febbraio 2026 nel corso di una cerimonia nella sede dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Torino hanno restituito cinque fogli manoscritti di Benito Mussolini, appunti relativi all’incontro avvenuto con Adolf Hitler il 22 aprile 1944 a Salisburgo nel castello di Klessheim.
Presenti all’evento il Direttore Generale Archivi del Mic, presso cui i documenti verranno custoditi per garantirne lo studio e la valorizzazione, e la Soprintendente Archivistica e Bibliografica per il Piemonte e la Valle d’Aosta.
Le indagini del Nucleo Tpc di Torino, coordinate dalla Procura della Repubblica del capoluogo, sono scaturite dai costanti controlli del mercato antiquario e dalla continua collaborazione con la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica per il Piemonte e la Valle d’Aosta che aveva segnalato la presenza delle lettere olografe, poste in vendita all’incanto presso una nota casa d’aste torinese e per le quali era stato contestualmente chiesto il rilascio di un attestato di libera circolazione - autorizzazione necessaria per la vendita e l’esportazione all’estero –all'ufficio Esportazione della Soprintendenza di Torino.
Dai primi accertamenti effettuati è emerso che i fogli manoscritti contenevano appunti la cui grafia appariva attribuibile a Benito Mussolini, così come il contrassegno in calce all’ultimo foglio del monogramma «M», utilizzato dallo stesso Duce. L’attività investigativa, che ha portato all’immediato sequestro dei documenti, si è svolta lungo due direttrici. Da una parte la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica per il Piemonte e Valle d’Aosta, che ha sottolineato come gli appunti contengano argomenti di particolare importanza storica. Nello specifico, un elenco dettagliato di vari argomenti, ordinatamente divisi in tre grandi temi: «Forze armate», «Politica», «Economia e lavoro». Fogli senza data, ma dal contenuto che corrisponde in molti punti con gli argomenti trattati da Mussolini e dal suo ristretto gruppo di collaboratori durante l’incontro con Adolf Hitler, avvenuto presso il castello di Klessheim (Salisburgo), il 22 aprile 1944. I fogli possono dunque essere identificati, quasi certamente, come gli appunti preparati da Mussolini in vista dell’incontro con Hitler, verosimilmente gli stessi usati durante la conferenza. Gli esami tecnici effettuati dai Carabinieri Ris di Parma che, comparando lo scritto con altri documenti ricondotti con assoluta certezza alla mano di Benito Mussolini, hanno confermato numerose analogie del tratto e quindi l’assoluta autenticità degli stessi. Inoltre, ulteriore riscontro sulla natura dei documenti, provengono dalla piegatura dei fogli in quattro, tipica degli appunti che devono essere conservati in tasca.
Veniva accertato inoltre che i documenti erano stati immessi sul mercato antiquario da tempo, verosimilmente da quando l’archivio personale di Mussolini e gli archivi di molti organi della Rsi (Repubblica Sociale Italiana) scomparvero nelle ultime concitate fasi della guerra nell'aprile 1945.
La redazione manoscritta da parte del capo del governo della Rsi nell’esercizio delle proprie funzioni, riguardante affari di Stato, civili e militari, nonché le relazioni con un governo straniero, indicano che l’intera documentazione deve considerarsi un eccezionale patrimonio storico appartenente allo Stato italiano.
Durante la cerimonia i Carabinieri Tpc hanno proceduto anche alla restituzione di documenti appartenuti a Gabriele D’Annunzio: questa ulteriore attività investigativa condotta dal Nucleo Tpc di Firenze, con il coordinamento della Procura , è nata dalla preziosa segnalazione di un cittadino che, notati i beni in vendita presso una casa d’aste e intuita la loro importanza culturale, aveva immediatamente contattato il Nucleo specializzato dell’Arma per procedere al sequestro della documentazione storica.
Gli accertamenti sui beni archivistici, eseguiti in collaborazione con l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, hanno evidenziato da subito la notevole rilevanza storica, trattandosi principalmente di minute autografe di discorsi ufficiali, rivendicandone quindi la titolarità statale.
Tra questi ultimi beni sequestrati spiccano una minuta di telegramma scritta di pugno da Benito Mussolini e inviata a Gabriele D’Annunzio, oltre a una stesura del discorso rivolto al Re e alle autorità pronunciato in occasione dell’inaugurazione della statua del Bersagliere del 1932 e una minuta del dattiloscritto «Viatico a S.A.R. Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, Governatore Generale dell’Africa Orientale Italiana e viceré d’Etiopia».
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