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Silvio Berlusconi (Ansa)
L’ex ministro azzurro racconta, in «Come è andata davvero», la fine della Prima Repubblica e l’avvento del Cav. Con retroscena su Fini e Mattarella, Violante & C.
La fine della Prima Repubblica e, con essa, di un certo modo di intendere la politica e i rapporti dei partiti con la società. La staffetta con la Seconda Repubblica, l’avvento di Silvio Berlusconi, del tribuno dell’identitarismo federalista Umberto Bossi, i confronti con Sergio Mattarella e Oscar Luigi Scalfaro, i duelli con Gianfranco Fini.
I rapporti con la giustizia. Il caso Tandoy. E poi i retroscena sulla nascita di Forza Italia, di cui detiene la tessera numero 6. Gli auspici per una tanto agognata stagione riformista liberale che lui, «cattolico, liberale e democratico», ha provato a mettere al centro del suo agire istituzionale, a fianco dell’impegno per la sua terra natia, la Sicilia.
È un Enrico La Loggia in veste di aedo incapace di lesinare su dettagli appassionati, quello del libro Come è andata davvero (Rubbettino editore, 171 pagine). Affresco sapido e ampio, a metà tra il memoir e la cronaca popolare, La Loggia confeziona un testo che sfugge alle definizioni confezionate ad arte, dove la sua storia personale e familiare (è figlio del politico democristiano Giuseppe e nipote di Enrico, da cui prende il nome, deputato del Regno d’Italia fino al 1925) si intreccia con le vicende caratterizzanti un’era mai compiuta appieno nella sua traiettoria progettuale. Lo scopo è chiaro: fare i conti con sé stesso, ma anche col presente.
L’autore, costituzionalista, ministro per gli Affari regionali dal 2001 al 2006, presidente del Comitato Atlantico e vicepresidente del consiglio di presidenza della Corte dei Conti, ravviva la testimonianza con un’aneddotica briosa. Eccone alcuni estratti.
SILVIO BERLUSCONI
«Era un giorno di giugno del 1993 quando ricevetti la visita di Pippo Baiamonte, responsabile della Standa, che mi parlò di una nuova iniziativa politica, di un nuovo partito in formazione, di un importante imprenditore del Nord che aveva messo gli occhi su di me per un’eventuale adesione e una candidatura per quel partito, alle elezioni politiche previste per il 1994 […]». «Rimasi un po’ stupito, perplesso. Dissi che non mi sembrava ancora il momento, volevo prendere tempo […]». «Trovavo il nuovo linguaggio schietto, chiaro, comprensibile. Diverso dalle frasi fatte, dai paroloni privi di collegamento con la realtà, da frasi astruse per ingannare gli ingenui e nascondere il nulla rispetto a una visione del futuro che non c’era. Le proposte inserite nel programma, suggerite da mio padre, furono determinanti per l’adesione al Ppe. Ho già detto dei principi relativi al cattolicesimo liberale che si riferiscono alla difesa della vita, alla persona, al superamento del divario economico e sociale tra le diverse aree del Paese, non essendo più al servizio dello stato, ma dei cittadini. Cercavo una sintesi aggiornata e rivista agli anni Novanta di tre grandi dottrine, le stesse che avevano dato luogo alla nascita della nostra Costituzione e all’altissimo compromesso che fu possibile realizzare tra cattolici, liberali e socialcomunisti. Con riferimento al pensiero di tre grandi protagonisti del novecento: don Sturzo, Einaudi e Bissolati […]».
«Tanti sacrifici per trasformare il Paese sono andati poi dispersi. Sono cambiati i collaboratori, sostituiti da altri, che non sono stati capaci di mantenere Forza Italia al livello delle origini. Ma non è stata tutta colpa di Berlusconi. Mai si era visto, almeno negli ultimi decenni e in un regime democratico, un così virulento e feroce attacco di alcuni magistrati al servizio di veri e propri centri di potere così come reso ulteriormente palese dalle rivelazioni di Palamara […]». «Ci sono eventi prevedibili e al tempo stesso inaspettati. La morte di Berlusconi è uno di questi. Negli ultimi tempi il nostro rapporto si era rarefatto, spento. Questo mi condizionava moltissimo. L’avevo sentito l’ultima volta a novembre, sette mesi prima che morisse, e avevo litigato con lui. Avevo criticato le sue ultime scelte di candidati e di collaboratori, di essersi fatto condizionare da interessi esterni e di essersi adagiato su queste indebite pressioni facendo scadere il livello dei suoi rappresentanti […]».
GIANFRANCO FINI
«Altro capitolo riguarda i miei rapporti con Fini. Non furono né buoni, né sereni a partire dal 1996. La vicenda della mancata elezione alla presidenza del Senato in gran parte attribuibile a lui, forse perché, se fossi stato eletto, Berlusconi avrebbe accumulato altro potere, accese la miccia […]». «Dissi che Forza Italia era come una Ferrari che si trascinava in autostrada una roulotte. E la roulotte era quella di Fini e del suo partito e che quindi se lui avesse insistito con questi suoi atteggiamenti, così come l’avevamo agganciato alla nostra Ferrari, facilmente avremmo potuto sganciarlo e lasciarlo per strada. Immagino che non gradì affatto la battuta.[…]».
UMBERTO BOSSI
«Ho conosciuto tantissimi tra imprenditori, professionisti, docenti universitari, giornalisti e politici che sanno fare le loro valutazioni con serenità e buon senso. Uno di questi, proprio il più insospettabile, è Bossi, col quale ho sempre avuto un buon rapporto. Politico di grande intuito. Formidabile tattico. Quando non recitava la parte in pubblico. Si fece spiegare da me come era fatto lo Statuto speciale siciliano, e dopo un po’ si convinse che la strada giusta per il nostro Paese fosse quella prevista dagli Statuti delle Regioni ad autonomia differenziata: Sicilia, Sardegna, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Non per copiarli alla lettera, ma per sostenere un regionalismo differenziato, ma solidale […].»
OSCAR LUIGI SCALFARO
«Che personaggio! Non ho conosciuto altri di questa portata. Buono, pio, cortese, amabile e rigoroso sui principi e coerente con la sua fede, ma altrettanto cinico e spregiudicato. Ebbi un paio di incontri con lui, uno in occasione delle consultazioni dopo le dimissioni del primo governo Berlusconi, e un altro da solo. E poi una lettera… […]». «Nonostante le nostre argomentazioni fossero ineccepibili dal punto di vista costituzionale, Scalfaro voleva tentare di formare un governo presieduto da Dini […]». «Dini non tornò più dal presidente Berlusconi. Non si fece più trovare al telefono […]».
SERGIO MATTARELLA
«Dell’attuale capo dello Stato bisogna dire solo cose positive e certo ce ne sono tante. Per quanto mi riguarda, devo ricordare un rapporto unilaterale: da parte mia di stima e di fiducia, da parte sua di diffidenza, per una ragione o per un’altra. Peccato! Avrebbe dovuto essere lui a guidare quel gruppo di giovani docenti universitari verso il riscatto della Sicilia, ma non è stato così o non lo è stato abbastanza. O meglio avrebbe potuto essere così se ci fosse stato un clima migliore, di reciproca comprensione […]».
INCONTRI CON LA GIUSTIZIA
«Fui chiamato dalla commissione antimafia e Luciano Violante mi incalzava con le sue domande, come dinanzi a un delinquente colto con le mani nel sacco […]». «Subito dopo l’elezione al Senato nelle file del centrodestra, cosa ritenuta un po’ più grave di un peccato mortale da alcuni magistrati di sinistra, fui imputato di aver impedito - addirittura! - la costruzione dei gabinetti del mercato ortofrutticolo, quando ero assessore all’Annona e alla polizia urbana al Comune di Palermo.
Il magistrato, che non faceva mistero delle sue simpatie, imbastì un processo, ma mi fu facile poter dimostrare che essendo stato in quell’assessorato per un anno e mezzo e cioè per circa una settantina di settimane, avevo fatto più di una cinquantina di solleciti, quasi uno ogni settimana, ed esibii le copie […]». «Risposi al giudice in maniera altrettanto franca: “È vero signor giudice. C’era una cosa da fare che purtroppo non ho pensato di fare e cioè quella di andare con un secchio, una paletta e un po’ di cemento e fare tutto personalmente” […]».
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(Ansa)
Sabato 18 evento dei «Patrioti» a Milano sulla remigrazione: il Pd prova a bloccarlo, gli antagonisti preparano «accerchiamenti».
Cominciano il Partito democratico e i tanto cari moderati del centrosinistra. Poi, a stretto giro, ecco che arriva il braccio armato, pronto a fare ciò che gli riesce meglio, ovvero fare esplodere il putiferio. Cambiano i metodi, ma alla fine le posizioni sono sostanzialmente le stesse: bisogna tappare la bocca agli avversari, qualcuno vuole farlo con le buone, altri preferiscono le cattive.
Il bersaglio, al solito, sono i «perfidi fascisti», nello specifico quelli che si ritroveranno a Milano il prossimo 18 aprile per parlare di remigrazione. Non appena si è diffusa la notizia dell’iniziativa, i sinceri democratici sono corsi a invocare la mordacchia. Elena Buscemi, presidente del Consiglio comunale di Milano in quota Partito democratico, ha presentato in fretta e furia un ordine del giorno per chiedere al prefetto e al questore di vietare l’evento. Purtroppo per lei viviamo ancora in una democrazia, seppure malandata, dunque le autorità non hanno vietato un bel nulla: piaccia o meno al Pd, in Italia si può parlare di remigrazione.
A malincuore, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dovuto ammettere che in effetti un evento non si può cancellare solo perché la sinistra non lo gradisce. «Se si parla di remigration si evocano deportazioni, situazioni che abbiamo già visto e, a mio parere, sulle parole bisogna porre un po’ di attenzione», ha detto Sala. «È evidente che questo evento non si può evitare, coloro che possono negare l’autorizzazione sono solo il prefetto e il questore. Ne avevo parlato già in precedenza e mi avevano spiegato che non era possibile proibirlo. Continuo a essere negativo ma continuo assolutamente, da uomo delle istituzioni, a rispettare chi è nelle condizioni di prendere decisioni, in questo caso il prefetto e il questore». Se non fosse drammatico ci sarebbe davvero da riderne. Il primo cittadino parla di rispetto delle istituzioni e intanto spiega che, se fosse stato per lui, avrebbe serenamente vietato all’opposizione cittadina di tenere un dibattito. Ma purtroppo, nonostante ci abbia provato in ogni modo, proprio non gli è concesso di censurare.
Ma ecco che - laddove le procedure democratiche impediscono abusi e spinte autoritarie - intervengono coloro che della democrazia e della libertà di opinione possono fregarsene amabilmente, ovvero i centri sociali. Come in risposta ai disperati appelli del Pd, gli antagonisti hanno fatto sapere di essere pronti alla guerra contro i Patrioti.
«I centri sociali ci saranno», dice un comunicato diffuso sui profili social del centro sociale Lambretta. «Il 18 aprile i Patrioti europei, di cui fa parte la Lega di Salvini, si raduneranno a Milano, in un ripugnante comizio in piazza Duomo. Nella capitale della Resistenza partigiana, i neofascisti invocheranno odio, razzismo, repressione, militarizzazione e suprematismo. Nel contesto della stretta virata a destra dell’occidente», continuano i fini analisti del Lambretta, «i Patrioti per l’Europa sono protagonisti di una battaglia politica suprematista e guerrafondaia all’insegna del riarmo, del sovranismo e della remigrazione. La Lega, ovviamente, è tra i primi sostenitori e tirapiedi dell’iniziativa e cerca spazio nelle strade e nelle piazze di Milano».
Dopo la sempre pacata e rispettosa disamina politica, arrivano le minacce. Salvini vuole spazi? Risposta del centro sociale: «A Milano non ne troverà. Nella nostra città non c’è spazio per fascisti e aspiranti dittatori, non c’è spazio per razzismo e segregazione, non c’è spazio per imperialismo, falsi miti e falsi dei. Parlano di sicurezza e vendono repressione, parlano di libertà di espressione e criminalizzano il dissenso, proponendo persino una taglia per l’antifascismo. Ebbene, ai nostri posti ci troveranno. Milano è antirazzista, Milano è partigiana, Milano è il 25 aprile, Milano è antifa. Parliamo di casa, parliamo di lavoro, parliamo di sanità, parliamo di istruzione e difendiamo il diritto alla Resistenza. Non vogliamo padroni, né in casa né altrove, né ora né mai. Il 18 aprile scendiamo in piazza e accerchiamo piazza del Duomo, i centri sociali ci saranno. Combatti la paura, distruggi il fascismo».
Fantastico, prima di scrivere il comunicato devono aver rivisto Il gladiatore due o tre volte. Fatto sta che questi gentili signori promettono di accerchiare piazza Duomo e la manifestazione di destra, ed è facile immaginare quali potrebbero essere le conseguenze. Certo al sindaco di Milano e al Pd questo non interessa: per loro la minaccia sono leghisti e Patrioti che vogliono tenere un convegno o un comizio.
Comunque sia, sabato 18 in piazza non ci sarà solo il Lambretta. Sono annunciate - come scrive Radio Città Fujiko - due «manifestazioni, coese e unitarie, una della Rete No Cpr e una dei centri sociali: la partenza del corteo sarà da largo Cairoli, le due manifestazioni confluiranno nello stesso spezzone che si concluderà all’Università Statale». Insomma, tutta la sinistra estrema è mobilitata. «Il tema della remigrazione sia per partiti politici di destra, come la Lega e il nuovo movimento di Vannacci, ma soprattutto per tutte le formazioni di estrema destra neofasciste, è il tema centrale di questi mesi», dice sempre a Radio Fujiko Walter Boscarello di Memoria Antifascista. «Noi stiamo da tempo cercando di contrastare questa proposta, perché riteniamo che il concetto di remigrazione sia un modo elegante per parlare di deportazione. Noi cercheremo, circondando piazza Duomo, di far sentire la nostra voce per dire che Milano è migrante e che non è la Milano che vuole Matteo Salvini».
Il Pd suona la tromba, i centri sociali partono alla carica. Come sia finita anche di recente lo sappiamo: non bene. E se l’atteggiamento dei dem non stupisce, sorprende già di più quello di Amir Atrous, responsabile immigrazione di Forza Italia a Milano, secondo cui «la città non merita di ospitare il remigration summit, un evento in odore di xenofobia e razzismo». Atrous promette di organizzare una sorta di contro convegno dedicato ai nuovi italiani, sempre per sabato 18. Per carità, capiamo il desiderio di alcuni di differenziarsi. Abbiamo però il sospetto che i centri sociali, alla bisogna, non farebbero molte differenze tra leghisti e azzurri.
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Stefano Zenni, musicologo e direttore artistico del Torino Jazz Festival, presenta la nuova edizione della kermesse (dal 25 aprile al 2 maggio) concentrandosi su tre giganti come Franco D'Andrea, Bill Frisell e Norma Winstone.
(Ansa)
Putin offre una pausa per le feste ortodosse. Mosca precisa: «È soltanto simbolica». Dmitriev negli Usa per accordi economici. Zelensky recrimina per l’addio al nucleare.
Il cessate il fuoco annunciato dal presidente russo, Vladimir Putin, in occasione della Pasqua ortodossa viene presentato dal Cremlino come una misura limitata e di carattere esclusivamente umanitario. Mosca insiste sul fatto che non si tratta dell’avvio di un negoziato, ma di una pausa simbolica legata alla festività.
Il portavoce Dmitry Peskov ha chiarito che la Russia non punta a una tregua temporanea, bensì a «una pace solida e duratura», perciò la sospensione delle ostilità ha un significato circoscritto e non rappresenta un cambiamento strategico. Da Kiev la lettura è più prudente. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha espresso dubbi sulla possibilità che la tregua possa trasformarsi in un passo concreto verso il dialogo. In particolare, ha evidenziato l’incertezza sul formato dei colloqui internazionali e sulla possibile visita a Kiev degli inviati statunitensi. L’ipotesi di un incontro trilaterale tra Stati Uniti, Ucraina e Russia, inizialmente presa in considerazione, appare infatti meno definita. Zelensky ha spiegato di aver proposto un percorso che prevedesse una tappa a Kiev seguita da contatti a Mosca, ma le priorità americane sarebbero cambiate dopo l’evoluzione della crisi in Medio Oriente, rendendo più incerto il calendario diplomatico. Nel frattempo, Mosca ha precisato che la misteriosa missione negli Stati Uniti dell’inviato Kirill Dmitriev non riguarda la crisi ucraina. Il Cremlino ha sottolineato che l’emissario si occupa esclusivamente di dossier economici e che la sua presenza non rappresenta una ripresa dei negoziati. Anche la tregua pasquale, secondo Peskov, non è il risultato di un’intesa con Washington o con Kiev.
Sul fronte ucraino, il ministro degli Esteri, Andrii Sybiha, ha ribadito che un cessate il fuoco potrebbe essere attuato e trasformato in una pausa più duratura. Kiev insiste sul fatto che una sospensione stabile degli attacchi aprirebbe la strada a un percorso diplomatico credibile per porre fine alla guerra.
Zelensky ha inoltre affrontato il tema della sicurezza europea, ipotizzando uno scenario in cui l’Europa debba rafforzare la propria difesa anche senza il pieno sostegno statunitense. Secondo il presidente ucraino, una cooperazione più ampia che includa Regno Unito, Ucraina, Turchia e Norvegia permetterebbe di bilanciare la forza militare russa e garantire maggiore stabilità al continente. Infine il leader di Kiev è tornato sulla questione della rinuncia all’arsenale nucleare dopo il Memorandum di Budapest, definendola una scelta rivelatasi penalizzante per l’Ucraina. «Quando l’Ucraina accettò di rinunciare alle armi nucleari, il prezzo che l’altra parte avrebbe dovuto pagare doveva essere equo. Ritengo che l’adesione alla Nato fosse il minimo che i leader ucraini avrebbero dovuto ottenere in cambio dell’arsenale nucleare. Cosa abbiamo ricevuto? Nulla. È stato un gioco scorretto e un grave errore», ha affermato Zelensky, sostenendo che la mancanza di garanzie di sicurezza abbia lasciato il Paese vulnerabile e che parte di quelle capacità militari sia oggi utilizzata dalla Russia nel conflitto.
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