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- Ristoranti, spiagge, aerei, vagoni ferroviari, aree residenziali... Si moltiplicano gli spazi urbani nei quali è proibito l’accesso ai più piccoli. È il segnale di una insofferenza preoccupante nei confronti di chi si ostina a mettere al mondo figli.
- Il saggista Gianluca Pietrosante: «Dietro la crisi demografica c’è un mutamento antropologico. I conservatori danno risposte troppo timide».
- In un «memo» del 1969, Frederick Jaffe (Planned Parenthood) mostrava i modi con cui «alterare la demografia». Tra i punti, incentivare l’omosessualità e posticipare o evitare le nozze.
Lo speciale contiene tre articoli.
Dalle città senza auto alle città senza figli? Può apparire una provocazione, ma in realtà lo scenario che va prospettandosi in Occidente potrebbe davvero essere questo. Soprattutto perché le cosiddette child-free zones, le aree senza bambini, stanno davvero iniziando a dilagare. Tutto ha avuto inizio – come molte altre tendenze – negli Stati Uniti circa 25 anni fa. Era in effetti il luglio del 2000 quando la giornalista Lisa Belkin firmava sul New York Times Magazine un pezzo intitolato «I tuoi figli sono il loro problema». In quell’articolo, dove peraltro venivano elencati nomignoli assai dispregiativi verso i bambini, si raccontava di un uomo che espressamente cercava di vivere in un quartiere che non ne fosse «infestato». Quello stesso anno uscì The Baby Boon: how family-friendly America cheats the childless (Free Press), un libro di Elinor Burkett dove si documentava un vero e proprio risentimento che gli adulti senza figli avevano iniziato a sviluppare verso i sussidi pubblici e la flessibilità lavorativa concessi ai genitori; una persona interpellata in quel testo paragonò i bambini in ufficio a uno «zoo da accarezzare» e descrisse l’avere figli come «sputare uova».
A loro modo la Belkin e la Burkett sono state delle profetesse, cui si è accodata anche la francese e «mamma pentita» Corinne Maier con un altro libro di successo, No Kid, Quarante raisons de ne pas avoir d’enfant (Éditions Michalon, 2007). Tutto questo scrivere – e in buona parte auspicare – «spazi tranquilli» e privi di bambini ha fatto sì che, nel giro di poco, si siano effettivamente diffusi un po’ ovunque settori riservati ai soli adulti in compagnie aeree, ristoranti, aree residenziali e località balneari. Già nell’estate del 2007 a Lake Forest, nell’Illinois, era stata fissata una quota di almeno il 25% della spiaggia vietata ai bambini e riservata agli adulti desiderosi di prendere il sole in tranquillità. Secondo l’American Community Survey, nel 2016 in una grande metropoli come San Francisco i minorenni ammontavano a circa 115.000, superati in numero dai cani – stimati essere dal San Francisco Animal Care and Control dai 120.000 ai 150.000. Più quadrupedi che bambini, quindi.
Dagli Stati Uniti le child-free zones sono presto divenute tendenza globale, radicandosi per esempio anche in Asia. Poco meno di dieci anni fa la compagnia aerea low cost indiana IndiGo annunciava l’istituzione sui suoi aerei di «zone silenziose» – precluse ai bambini con meno di 12 anni – destinate ai «viaggiatori d’affari che preferiscono sfruttare i momenti di tranquillità per svolgere il loro lavoro». Quando comunicava questa decisione, IndiGo era già stata anticipata da Malaysia Airlines, AirAsia X e dalla compagnia aerea singaporiana Scoot. Cotanto impegno e creare «zone silenziose» sui voli pare sia stato il riflesso di un’esigenza di mercato. Secondo quanto scriveva Peter Woodman sull’Irish Independent nel maggio 2014, infatti, un sondaggio aveva rilevato come ben il 35% dei passeggeri aerei – oltre un terzo – non solo volesse volare senza piccoli attorno, ma fosse disposto a pagare per questo perfino un supplemento. Così le compagnie aeree, sempre attente a fiutare i desiderata dei clienti, hanno preso ad organizzarsi di conseguenza.
Dalle piste di decollo ai binari ferroviari il passo è stato breve. Lo prova la recente iniziativa della compagnia ferroviaria nazionale francese Sncf, che ha deciso di introdurre sui treni ad alta velocità – principalmente sulla tratta Parigi-Lione – delle carrozze Optimum Plus, che hanno queste caratteristiche: 39 posti a sedere, ambiente tranquillo e adatto al lavoro e divieto di accesso ai bambini sotto i 12 anni. «Questa non è la Francia a misura di famiglia che conosco», ha commentato sul Guardian la corrispondente Helen Massy-Beresford. Ma quello ferroviario non è il solo segnale antinatalista che arriva da Oltralpe. Si pensi alla controversia sorta sulla scuola internazionale Montessori di Maisons-Laffitte, un ricco sobborgo di Parigi, dove i residenti si sono rivolti al tribunale per far chiudere il cortile, sostenendo che il rumore delle risate e delle grida dei bambini causava un «disturbo».
I ricorrenti dicevano di non poter più sedersi nei loro giardini o sulle loro terrazze e di sentirsi «prigionieri». Ebbene, il tribunale ha dato loro ragione. Gli insegnanti, ha fatto presente Lauren Smith raccontando la vicenda su The european conservative, ora devono scegliere se tenere i bambini nel cortile antistante la scuola, confinarli in classe o portarli in un parco vicino. A detta del sindaco locale, Jacques Myard, tutta questa storia altro non è stata che una battaglia per «borghesi che non vogliono figli». Difficile dargli torto. Però non è un caso isolato. Basti pensare alle child-free zones in un Paese come la Corea del Sud dove – tra caffè, ristoranti e aree varie – ne sono state censite oltre 400.
Domanda: è un caso, in tutto questo, che la citata Francia, un tempo eccezione demografica europea, oggi sia anch’essa scesa sotto la soglia decisiva dei 2,1 figli per donna mentre Seul sia la capitale di un Paese che, nel 2023, ha toccato la soglia raggelante di 0,72 figli per donna? Forse no.
In Italia la tendenza delle child-free zones è ancora agli albori e non gradita, come provano le polemiche che la scorsa estate hanno travolto il ristorante di un noto stabilimento balneare di Milano Marittima «vietato» ai bambini sotto i 10 anni. Ma questo non deve far sottovalutare il problema, perché queste aree, apparentemente a tutela della quiete, di fatto sono spie se non incentivi per l’abisso della denatalità. La pensa così Timothy P. Carney senior fellow presso l’American Enterprise Institute ed editorialista del Washington Examiner, secondo cui «il vero problema è che la nostra cultura viene danneggiata dall’eccessivo numero di zone “senza bambini”».
«Oggi ci sono sempre meno bambini», fa presente Carney, «quindi sempre più gente trascorre la giornata senza vedere bambini. Significa che sempre più persone trascorrono la giornata senza pensare ai bambini». Il ragionamento ha una sua logica. Anche perché, pure là dove non espressamente previste, le child-free zones si stanno di fatto già diffondendo, inverando la denuncia che nel 2013 fecero Ali Modarres – specialista in pianificazione urbana e politiche pubbliche – e Joel Kotkin – esperto di tendenze globali – i quali, in un articolo su City-journal.org, parlarono d’un «esperimento per liberare le nostre città dai bambini». I due osservarono che «le nostre grandi città americane, da New York e Chicago a Los Angeles e Seattle, si stanno trasformando in parchi giochi per i ricchi, trappole per i poveri e stazioni di transito per i giovani ambiziosi diretti verso luoghi meno congestionati».
«La famiglia della classe media», concludevano, «è stata spinta ai margini, rompendo drasticamente con la storia urbana. Questo sviluppo solleva almeno due importanti domande: le città senza bambini sono sostenibili? E sono desiderabili?». Ora, pur riferendosi alle metropoli statunitensi, Modarres e Kotkin sollevarono un tema che oggi, nel 2026, interessa anche le più ristrette città italiane, dove le abitazioni sono sempre più costose, i centri storici luogo di studio o di lavoro e le chiese grandi templi desertificati. C’è insomma spazio per tutto, fuorché per la fede e per il futuro, cioè per i figli. È bene rifletterci, tenendo bene a mente che le child-free zones per eccellenza sono i cimiteri. Non resta allora che sperare che, prima che sia troppo tardi, l’Occidente si ispiri ad altri modelli urbani.
«È una estinzione programmata contro l’Occidente»
Oggi il tema demografico è al centro del dibattito. Pochi lo affrontano con tesi forti e controcorrente come Gianluca Pietrosante. Classe 1992, napoletano di nascita e veneto di adozione, vive a Bassano del Grappa, dov’è consigliere comunale da due mandati. Una laurea magistrale in storia e una in filosofia e scienze umane, insegna materie umanistiche negli istituti secondari di I e II grado e ha da poco dato alle stampe il libro Estinzione programmata (Maniero del Mirto, 2026).
Pietrosante, prima che autore di un testo sulla denatalità lei è marito e padre di due bambini. Che cosa ne pensa allora delle child-free zones?
«Più che una semplice ricerca di tranquillità, le cosiddette child-free zones rappresentano un segnale culturale più profondo. Non è il bambino a essere cambiato, ma lo sguardo dell’adulto: ciò che un tempo era percepito come una gioia oggi viene talvolta vissuto come un disturbo».
Possiamo considerare queste «aree», più che la risposta a una ricerca di tranquillità individuale, l’ennesimo segnale di un rifiuto collettivo del futuro?
«Mi sembra evidente. Una società che esclude i bambini dagli spazi pubblici per quiete è una società che non comprende più che sono un bene da custodire per la continuità di un popolo. D’altronde, dati alla mano, l’Occidente preferisce gli animali ai bambini».
Il suo libro sulla tragedia demografica del nostro Paese si chiama Estinzione programmata. Ma da chi?
«San Tommaso d’Aquino e la retta filosofia affermano che la conoscenza delle cose avviene attraverso la ricerca delle loro cause. Siamo arrivati a questo punto perché c’è un mutamento spirituale e antropologico degli italiani rispetto a ciò che eravamo prima del Concilio Vaticano II e del ‘68: oggi l’età media per sposarsi per gli uomini è attorno ai 38 anni, per le donne a 33. Siamo passati da una società che considerava la famiglia il centro della vita sociale a una in cui prevale una maggiore centralità dell’individuo rispetto alla dimensione comunitaria. Questo cambiamento incide inevitabilmente anche sulla propensione a generare futuro. A questo si aggiunge uno smarrimento dell’identità: processi culturali, ideologici e normativi hanno ridefinito il concetto di famiglia e genitorialità. E poi vi è la perdita del rispetto di ogni autorità, a partire dalla stessa famiglia: onora il padre e la madre non è solo una legge naturale, ma il fondamento di ogni civiltà. Estinzione programmata perché tutto ciò è l’esito prevedibile di trasformazioni culturali e sociali consolidate che stanno incidendo tragicamente nella demografia».
Il suo testo è molto critico verso l’immigrazione. Ma essa non potrebbe contribuire ad arginare l’inverno demografico italiano?
«Non come un tempo. L’immigrazione oggi è più mobile e meno stabile rispetto al passato, e questo ne riduce l’impatto demografico nel lungo periodo. Inoltre, l’arricchimento culturale viene meno: sul totale dei reati compiuti in Italia quasi la metà sono fatti da stranieri regolari a cui si sommano i reati dei clandestini. Questi dati sono consultabili presso il sito del ministero della Giustizia, citati puntualmente nel mio libro, senza parlare del problema delle nostre carceri. È evidente che sul piano sociale e culturale emergono criticità legate ai processi di integrazione, che rendono più complesso valutare l’impatto complessivo dell’immigrazione nel lungo periodo. Sul piano della fecondità anche gli immigrati fanno ormai meno figli. L’immigrazione non può dunque essere la soluzione, può incidere nel breve periodo, ma non risolve il problema di fondo, ovvero che siamo una società che non fa e non vuole più figli. È chiaro che la società aperta e senza confini idealizzata e professata dalla sinistra e anche da una parte della gerarchia ecclesiastica ha fallito, perché la mancata integrazione ha creato nuove fragilità sociali. Se una comunità perde la propria capacità generativa, nessun fattore esterno può sostituirla davvero».
L’impressione è che le culle vuote non siano un tema ancora ben compreso. Cosa della denatalità sfugge alla cultura progressista e cosa, invece, a quella conservatrice?
«I progressisti tendono a leggere la denatalità solo in termini di diritti individuali: assecondano i presunti diritti e desideri di una persona anziché far prevalere il bene comune, visto che la sinistra idealizza un modello di società ideologica fondata sull’egualitarismo, quindi non reale. I conservatori si limitano a risposte parziali e addirittura compiacenti ai progressisti: nessuno analizza le cause. Anzi, il conservatore oggi si limita a dire che la legge 194 sull’aborto va rispettata e attuata nella sua interezza, oppure vota in giunta regionale del Veneto lo stanziamento di milioni di euro per l’apertura di un centro gender a Padova, spacciandola come “conquista di civiltà”. L'Msi denunciava senza paura che l’aborto è un crimine contro la vita e che incide sul calo demografico, ad esempio. Quando si parla di famiglia e vita bisogna ragionare e agire secondo natura, al di là delle ideologie».
Come e quando ci risolleveremo dall’inverno demografico?
«Non esistono soluzioni immediate. Gli interventi economici grazie all’attuale governo ci sono, ma non sono sufficienti se manca la “battaglia delle idee”: serve una restaurazione culturale che restituisca valore e stabilità alla famiglia e alla vita, con l’aiuto della Chiesa: i matrimoni religiosi sono crollati dopo il Concilio. Solo quando tornerà a essere percepito come naturale e positivo sposarsi e avere figli si potrà invertire la tendenza».
Quel «profetico» piano anti nascite
La denatalità può essere un programma politico? Apparentemente no. Chiunque oggi la proponesse verrebbe, nella migliore delle ipotesi, guardato come un marziano. Eppure non è sempre stato così, anzi c’è stato un tempo – neppure così remoto, in realtà – in cui si redigevano a tavolino quelle che erano potenziali linee guida per svuotare le culle. L’esempio più lampante è probabilmente il cosiddetto «Jaffe Memo», dal nome del suo estensore, Frederick Jaffe (1925-1978), primo presidente del Guttmacher Institute e vicepresidente della International Planned Parenthood – enti statunitensi per la promozione di campagne abortiste e contraccettive.
Datato 11 marzo 1969, il «Jaffe Memo» è un testo di nove pagine che il suo autore scrisse rispondendo a Bernard Berelson (1912-1979) all’epoca capo del Population Council. Quindi non si tratta di un manifesto politico in senso stretto, bensì di un documento interno che pure – per ciò che contiene – del manifesto politico, o meglio demografico ha, lo vedremo subito, la struttura. Tuttavia, repetita iuvant, il «Jaffe Memo» è un testo riservato, come prova anche il suo incipit. «Questo memorandum», scrive infatti Jaffe rivolgendosi a Berelson, «risponde alla sua lettera del 24 gennaio, in cui si richiedevano idee su attività necessarie e utili relative alla formazione di una politica demografica definita come «misure legislative, programmi amministrativi e altre azioni governative (a) che sono progettate per alterare le tendenze demografiche... o (b) che effettivamente le alterano».
Quindi siamo dinnanzi al rapporto epistolare tra due signori in cui uno chiede all’altro consigli su come «alterare le tendenze demografiche». Già questo appare interessante. Ma lo è ancor di più il contenuto del memorandum, che all’ultima pagina si chiude con una tabella contenente i seguenti consigli su come, appunto, «alterare le tendenze demografiche». Ebbene, questa tabella presenta quattro colonne, la prima delle quali elenca i «vincoli sociali» che dovrebbero avere «un impatto universale». Tra queste misure la prima riguarda la famiglia, da «ristrutturare» in due modi: «a) posticipare o evitare il matrimonio; b) modificare l’immagine della dimensione ideale della famiglia». A seguire, Jaffe consigliava nell’ordine: «Istruzione obbligatoria dei figli; incoraggiare l’omosessualità; educazione alla pianificazione familiare; incoraggiare il lavoro femminile».
Ora la gravità di questi sconvolgenti «consigli» ha portato molti – non potendo negare l’esistenza del «Jaffe Memo» - a ridimensionare la portata del testo, liquidandolo come mera parte d’un epistolario in cui due esperti ragionavano innocuamente tra loro su come «alterare le tendenze demografiche». Il che può benissimo essere. Sta di fatto che a Berelson quel documento non deve essere dispiaciuto dato che di lì a poco si è ritrovato a collaborare nuovamente con Jaffe nella redazione del Rapporto della Commissione Rockefeller del 1972, nel quale peraltro diversi spunti del «Jaffe Memo» sono stati poi ripresi. Ma soprattutto impressiona osservare come i punti delineati in quel vecchio documento interno del marzo 1969, decenni dopo, si siano trasformati a seconda dei casi in: battaglie culturali, propagande, punti di programmi politici progressisti o incontestabili dati di fatto. Tutto ciò, beninteso, non dimostra che Frederick Jaffe sia stato l’oscuro burattinaio di nulla. Ma certo quelle sue singolarissime idee, ecco il punto, sono senza dubbio piaciute.
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Ansa
Gli organizzatori della sfilata che celebra l’orgoglio omosessuale, che si terrà nella Regione dal 6 al 13 giugno, accusavano i militari di «machismo». Eppure Genova smentisce i «timori»: non c’è stata nessuna molestia.
Le penne nere hanno lasciato Genova. L’adunata è finita, andate in pace. O quasi. Perché c’è chi, sfruttando la presenza degli alpini, ha deciso di farsi, per l’ennesima volta, un po’ di pubblicità.
Mentre gli ex militari si preparavano a fare la loro sfilata conclusiva, infatti, il Liguria pride, che si terrà dal 6 al 13 giugno (il doppio rispetto all’adunata e vedremo se qualcuno si lamenterà di questo) ha pensato bene di pubblicare un carosello di immagini su Instagram con le seguenti parole: «Anche oggi siamo fuori dal coro e a gran voce diciamo Not all alpini gne gne gne». Fuori dal coro mica tanto, visto che una certa parte politica non ha fatto altro che rompere i cabbasisi montando assurde polemiche sulla presenza delle penne nere. Il carosello prosegue poi con la slide: «Al machismo e al militarismo, alle penne in erezione che occupano la nostra città preferiremo sempre delle favolose piume». Ora, i gusti sono gusti. Ma, nonostante i questionari di Non una di meno, in questi tre giorni di adunata non c’è stata alcuna molestia. Nessuna parola fuori posto. Se non quella segnalata da Alice Salvatore, ex consigliere regionale ligure ed ex candidata presidente della Regione con il Movimento 5 stelle, che ha annunciato sui social (senza però fare alcuna denuncia formale) di esser stata vittima di sguardi insistenti e penetranti da parte di un gruppo di attempati alpini.
Per diversi anni, il presidente del Liguria pride è stata Ilaria Gibelli. Un nome non nuovo, visto che solamente poche settimane fa, commentando un sondaggio di YouTrend sulle posizioni etiche degli elettori italiani, aveva scritto sui social: «Non fa una piega. I partiti più cattolici sono quelli più: omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi, maschilisti, si può continuare». Com’è ovvio che sia, ne è nato un caso politico, visto che la Gibelli ricopre l’incarico di consulente del Comune di Genova per la tutela dei diritti della comunità Lgbtqia+ e, almeno teoricamente, dovrebbe avere una posizione neutrale. Così ovviamente non è. Il suo curriculum, infatti, è quello di una militante (e ci mancherebbe altro): «Sono socia di Rete Lenford (avvocatura per i diritti LGBTQIA+) da più di dieci anni, e da qualche anno faccio parte del gruppo legale di Famiglie Arcobaleno, associazioni nelle quali ho maturato una esperienza della tutela delle persone queer». Sul suo sito, poi, si legge ancora: «Attualmente offro consulenza legale nella sede del Liguria Pride odv, per le tematiche relative alle persone trans, e per tutte le questioni legali legate alle persone Lgbtqia+». Chissà se il sito dell’avvocato Gibelli non è stato aggiornato o se continua a fornire consulenza all’interno della sede del Liguria pride che, guarda caso, quest’anno tornerà a Genova con la Coloratacena, a cui l’ex sindaco Bucci aveva tolto il patrocinio.
Ora, è singolare che una figura come quella della Gibelli, così vicina al sindaco Silvia Salis, faccia parte di un’associazione che si fa gioco di un altro evento, l’adunata degli alpini, supportato istituzionalmente dal comune di Genova. Si tratta di una fluidità difficile da sostenere, pur provando a leggere la realtà con gli occhi Lgbtqia+. Anche perché proprio ieri, salutandoli, la stessa Salis ha detto: «In città abbiamo respirato un senso autentico di comunità: un’ulteriore dimostrazione di come gli alpini rappresentino una parte profonda dell’anima del nostro Paese, fatta di servizio, disciplina, memoria e presenza». Non proprio la descrizione fatta dal social media manager del Liguria pride. E, soprattutto, una realtà molto diversa da quella che è stata dipinta per giorni e giorni da Non una di meno (e in parte difesa dallo stesso sindaco). Su Genova non è mai stata in programma una calata di barbari molestatori. Era, quella, e saranno quelle del futuro, semplici adunate di penne nere. Uomini, ma pure donne, che hanno servito il Paese e che continuano a farlo, anche quando hanno qualche acciacco e, forse, preferirebbero fare altro. Ma che scelgono comunque di fare il proprio dovere. Una lezione di cui essere orgogliosi. Pride, quindi. Ma per davvero.
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Il campo profughi di Al Hol in Siria (Getty Images)
- Nel campo di Al Hol sono passati i familiari dei combattenti delle bandiere nere. Dopo la caduta di Assad sono stati liberati. E ora potrebbero tornare a colpire l’Occidente.
- Nel suo ultimo libro, Il nuovo volto dello Stato islamico. Strategie, reti e risposte delle intelligence (Fallone editore), l’analista Fabrizio Guacci spiega come l’Isis sia stato capace di adattarsi nuovamente nell’ecosistema internazionale dopo la perdita territoriale e come l’intelligence stia affrontando questa sfida.
- I cristiani massacrati nel silenzio. L’esperto Luigi Trisolino: «Nel continente nero le maggiori persecuzioni, ma attenzione alla Cina. Xi costringe i fedeli a vivere celati per sfuggire a biosorveglianza e manipolazioni».
Lo speciale contiene tre articoli.
Era sempre la solita trafila. Sempre la solita storia. Gli uomini perdevano la battaglia e venivano lasciati lì dove avevano trovato la morte. Polvere erano e nella polvere del deserto sarebbero tornati. Le donne e i bambini, invece, venivano presi dai combattenti curdi e portati nel campo di Al Hol, nella parte orientale della Siria, al confine con l’Iraq. Avrebbero passato lì i loro giorni e le loro notti. In quella prigione fatta di sabbia fine e secca. E baracche, tante baracche. Quelle necessarie per ospitare, ammesso e non concesso che si possa utilizzare questo verbo, 24.000 persone.
A guerra finita, i curdi pensavano che le donne, le ex jihadiste, avrebbero assaporato la libertà, seppure tra quelle quattro mura. Ma non era così. Imperterrite, le spose del Califfato continuavano a vestirsi coprendosi il corpo completamente di nero. Non vivevano un lutto, ma una fede. Pensavano di rappresentare la vita quando invece incarnavano la morte. Per anni hanno vissuto nel campo di Al Hol insieme ai loro figli. I figli della guerra. Quelli che hanno emesso il loro primo vagito insieme al boato delle bombe e agli spari del kalashnikov. Li hanno abbracciati nel nero dei loro veli, cercando di fare ombra per coprirli dal sole cocente del Medio Oriente. Li hanno invece soffocati sotto il peso di stoffe troppe pesanti e di un credo asfissiante.
Le donne e i bambini di Al Hol sono stati qui fino a pochi mesi fa. Fino a quando, in seguito ad un accordo tra le forze curde e il governo di Ahmad al-Sharaa, sono stati liberati. «Abbiamo constatato che mancavano le condizioni essenziali per abitarvi e abbiamo quindi deciso d’urgenza di spostare la popolazione», ha detto il capo ad interim del campo, Fadi al-Qassem. Qualcuno, nel caos di quei giorni, è riuscito a scappare. I curdi hanno accusato il governo di Damasco, che però ha rispedito tutto al mittente. La verità forse sta nel mezzo. Forse per i Peshmerga quel campo era diventato ormai ingestibile. Dall’altra parte, probabilmente Al Sharaa sentiva il dovere di liberare i parenti di chi lo aveva aiutato, in un modo o nell’altro, ad arrivare al potere. Un mistero, uno dei tanti, di questa terra martoriata che ha contato oltre mezzo milione di morti in una guerra civile che di civile aveva ben poco.
E se da una parte ci sono delle donne che hanno giurato fedeltà al Califfato, dall’altra ce ne sono molte che lo hanno combattuto. Bisogna fare qualche chilometro in macchina verso Ovest e arrivare a Kobane.
Due mondi contrapposti, entrambi segnati dalla guerra. È qui che ci sono le madri, donne comuni, che girano con fucili in spalla. Non cercano la guerra, non sono soldatesse. Ancora oggi difendono ciò che resta della loro vita e della loro comunità. Lo Stato islamico, almeno formalmente, non esiste più. Esiste però un altro nemico, che si muove attorno alla città: le milizie turche. Sono loro oggi gli avversari. Sono loro che sono pronti a colpire Kobane con droni e raid, mentre le unità di autodifesa locali continuano a pattugliare la zona. Descrivere la vita della città non è facile. Anche perché di essa, ormai, non se ne parla più. Sono ormai lontani i tempi in cui i peshmerga, i combattenti votati alla morte, avevano fatto di Kobane il centro della guerriglia contro i terroristi. Ora, nelle vie della città, restano l’incertezza e la paura. Unite al coraggio. Sembra concretizzarsi, tra quelle semplici case, ciò che scriveva Alfred Tennyson nel suo Ulysses: «Molto perdemmo, ma molto ci resta: Noi non siamo ora quella forza che in giorni antichi / mosse terra e cieli, ciò che siamo, siamo; / un’eguale indole di eroici cuori, / fiaccati dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà / di combattere, cercare, trovare, e di non cedere mai».
Da una parte Al Hol, dove vivono donne e bambini segnati dalla propaganda e dall’eredità dell’Isis. Il niqab che diventa una seconda pelle e il simbolo di un’identità imposta, così diversa da quella ricercata dalle donne curde, femminili anche quando nascondo i loro corpi nelle mimetiche. I bambini del campo di Al Hol crescono con l’etichetta di terrorista cucita addosso. È la loro lettera scarlatta. Non hanno colpe, ma molto spesso continuano a odiare. È come se avessero sorbito questo sentimento insieme al latte materno. Quelli di Kobane invece crescono con la consapevolezza di ciò che hanno fatto i loro genitori. Con quelle mamme così diverse, che non portavano la gonna ma i pantaloni. E che al posto della borsetta portavano sottobraccio un fucile. Nel campo di Al Hol anche i vivi sembrano morti. Sonia è una jihadista italiana che è arrivata in Siria nel 2015. È vedova di un uomo dell’Isis. Quando le si pone qualche domanda nega o minimizza il proprio coinvolgimento. Non si capisce se lo faccia per vergogna o perché ha qualcosa da nascondere (crediamo la seconda). Mostra però un lato di sé che ha a che fare con la sua radicalizzazione, che le permette di sopportare tutto, perfino il campo e la vita forzata. Ad Al Hol, come a Kobane, la guerra ha lasciato cicatrici profonde. Nei campi la sopravvivenza è legata a ideologie che cancellano l’essenza delle persone. Nella città curda, invece, la resistenza al male è nata dal desiderio di proteggere i propri cari e la propria terra. Lo stesso territorio, a pochi chilometri di distanza, mostra due volti: da una parte capacità di resistere al dolore, alla guerra e alla sofferenza; dall’altra coercizione e radicalizzazione.
In mezzo, sparsi tra deserto, profondità del mare e cime delle alture, oltre 500.000 morti. Uomini, donne e bambini finiti nella grande storia, anche se avrebbero preferito farne a meno. Persone che sono diventate numeri. Morti per un ideale crudele o per un po’ di libertà. Che, ora che il regime è crollato, pare non arrivare. E forse non arriverà mai. Anche da qualche parte, in quel martoriato Paese, qualcuno mormora tra sé e sé che non cederà mai. Proprio come in quella poesia di Tennyson.
Il terrore non è ancora scomparso. Così si nasconde tra Africa e Asia
Sembra ormai un ricordo passato. Uno di quelli che riesci a portare alla memoria solamente in bianco e nero. Le urla in strada, gli spari, le decapitazioni trasmesse insieme ai video dell’orrore. L’urlo «Allah akbar», Dio è grande, che diventa parola di morte. E l’idea, quello di uno Stato islamico, che pare scomparsa tra le sabbie in cui era nata, tra la Siria e l’Iraq. Ma non è così. L’Isis non è sparito. C’è ancora, in attesa di tempi migliori. Ogni tanto torna a farsi sentire, a rivendicare attacchi ad ogni latitudine. Come spiega Fabrizio Guacci nel suo Il nuovo volto dello Stato islamico. Strategie, reti e risposte delle intelligence (Fallone editore).
Nel 2019 cade la sua ultima capitale, Baghuz, in Siria. A partire da quel momento i comandanti dello Stato islamico cambiano la propria strategia. La guerra cede il passo alla guerriglia e tornano ad agire le cellule sparse ad ogni latitudine del mondo. Dal sogno di uno Stato si passa alla clandestinità. Le decisioni non sono più nelle mani di pochi. L’Isis diventa agile e capace, come aveva già fatto, di adattarsi alle circostanze. Compie attacchi mirati per provocare un terrore costante. La paura si diffonde, anche grazie alla propaganda che sfrutta pure l’intelligenza artificiale. Del resto, erano stati proprio i responsabili della comunicazione dello Stato islamico a comprendere l’importanza dei video per diffondere il messaggio jihadista.
Lo Stato islamico crea alleanze con chiunque condivida la stessa ideologia di morte. In Africa, spiega Guacci, trova sponde con Boko Haram ma anche con la Wilayat Sinai, lo Stato islamico nel Grande Sahara. Si muove in Mozambico e in Somalia. E crea propaggini anche in Asia, con la Jemaah Snsha rut Daulah (Jad), l’Isis-Khorasan, la Neo-Jama’at Mujahideen Bangladesh, l’IsisPhilippines e la Wilayah al-Hind.
A distanza di sei anni dalla caduta del Califfato non bisogna più guardare in Medio Oriente per cercare quello che fu il Califfato. È necessario guardare a Sud, in Africa, e a Est, in Asia. Sono i dati a parlare. Secondo il Global Terrorism Index, la zona subsahariana rappresenta l’epicentro globale del terrorismo. È proprio qui che lo Stato islamico, insieme alle sue affiliate, resta l’organizzazione terroristica più letale del 2025. In Africa subsahariana, infatti, gli attacchi attribuiti all’Isis sono quasi raddoppiati in un anno, passando da 111 nel 2024 a 221 nel 2025. In Nigeria si è passati da 20 a 92 mentre le morti da 166 a 384; in Niger da 12 attacchi si è arrivati a 33, mentre i morti da 108 sono diventati 416 morti; nella Repubblica democratica del Congo le vittime degli attacchi del Califfato sono passate da 360 a 467. Ma non c’è solamente l’Africa, c’è anche l’Asia. Nel 2025, le Nazioni Unite hanno definito l’Isis-Khorasan una delle minacce più serie per l’Asia centrale. Il Global Terrorism Index segnala inoltre che l’Iskp è riuscito a rimanere resiliente, ampliando reclutamento e capacità di proiezione. Come segnala Guacci, nel Sud-Est asiatico il problema resta vivo soprattutto nel digitale: radicalizzazione online in Malaysia e Indonesia, reclutamento giovanile ancora radicato nel sud delle Filippine. Ci sono però anche dati in controtendenza. Nel 2025 Bangladesh e India hanno mostrato un miglioramento nei dati sugli attacchi, ma il tema non è scomparso. Tra i gruppi affiliati, spicca certamente l’Isis-Khorasan, uno dei più potenti e strutturati, che sta dimostrando di essere una minaccia globale considerevole, come dimostra l’attacco condotto ai danni della Russia nel 2024. La capacità di colpire in modo così eclatante anche fuori dai confini continentali dimostra come l’Isis stia riuscendo a consolidare il proprio potere.
Che fare davanti a tutto questo? Sfruttare innanzitutto le capacità dell’intelligence. Bisogna prima di tutto conoscere ciò che sta accadendo per poi agire. Come ricorda Guacci nel suo libro, le agenzie hanno dovuto perfezionare le loro attività di contrasto del terrorismo islamico, rafforzando in particolar modo la già stretta cooperazione internazionale. In questi anni, le attività del Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica italiana sono state estremamente efficienti grazie anche alla collaborazione interna con tutte le forze di polizia giudiziaria che si occupano di antiterrorismo, garantita dal Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (Casa); un livello tale di cooperazione che, secondo l’opinione dell’ambasciatore Giampiero Massolo, non è così comune negli altri Paesi europei. Resta, tra i tanti, il pericolo del cyberterrorismo: il costante progresso tecnologico rende infatti questa minaccia sempre più accessibile anche a gruppi che, pur disponendo di risorse finanziarie limitate, dimostrano di avere competenze informatiche avanzate, come appunto nel caso dello Stato islamico. Questo era il passato dell’Isis. E questo potrebbe essere il suo futuro. Che non è mai dove immagineremmo che fosse.
«I cristiani massacrati nel silenzio»
Avvocato Luigi Trisolino, giurista della presidenza del Consiglio dei Ministri, giornalista, dottore di ricerca in Discipline giuridiche storico-filosofiche internazionali, fondatore e presidente dell’associazione «i RadicaTi dal diritto naturale alla legge»: aumentano le persecuzioni dei cristiani. Quali sono le aree in cui si registrano più violenze?
«L’Africa subsahariana e l’Asia orientale sono le fucine post contemporanee di anti cristianità armata, con un peggioramento della condizione cristiana in Medio Oriente. La vocazione imperialista del fondamentalismo jihadista si manifesta con troppi omicidi in Nigeria, dove c’è il più alto numero di cristiani uccisi per la fede. Anche in Somalia, Sudan ed Eritrea il livello di violenza è estremo, con connivenze tra gruppi jihadisti anti occidentali e regimi autoritari. Passando dall’Africa all’Asia mi viene in mente la Corea del Nord, considerata il Paese più pericoloso con tanti casi di internamento per chi professa il credo o possiede la Bibbia. Il comunismo cinese, poi, man mano che avanza nelle tecnologie avanza pure nei mezzi di spionaggio e repressione della libertà dei cristiani, con particolare odio verso i cattolici fedeli a Roma. Fonti missionarie mi hanno confermato il segreto internazionale di Pulcinella, ossia il fatto che la Cina passa sottobanco armi ai miliziani anticristiani in Myanmar per assestare il colpo di Stato. Il multiforme universo anti occidentale rappresenta l’atroce antitesi della cristianità».
Non ci sono però solo violenze fisiche. Esistono molti modi per mettere a disagio o discriminare una persona...
«Senza dubbio. La violenza contro i cristiani, oltre ad assumere forme fisiche, si manifesta pure con bossing o mobbing sul lavoro e censure su iniziative pro vita. Persino in Occidente la dittatura del massimalismo chic col politicamente corretto del centrosinistra, e la dittatura del massimalismo radical, tra cancel culture, woke e neo comunismi, occupano gli spazi accademici mainstream, emarginando o ridicolizzando le idee dei veri cattolici, che non sono i cattocomunisti. Per non parlare delle repressioni subdole che si consumano in Cina, dove malgrado l’istruzione ateista e l’indottrinamento socialista anche con l’IA, i divieti di catechizzazione cristiana sui minori, i controlli di massa attraverso biosorveglianze e riconoscimenti facciali, aumentano le conversioni. C’è bisogno di Cristo nella vita concreta».
La Cina rappresenta un’area molto difficile. Il Vaticano apre, Pechino pare invece di no.
«La Cina ha vissuto la sconfitta del socialismo reale di fine Novecento da revanscista globale, e corrompe l’opinione pubblica con narrative sinicamente corrette che la descriverebbero come più aperta alle religioni. Ma i religiosi cattolici per non avere problemi devono appartenere all’associazione patriottica del partito comunista unico. Chi ne è fuori aderisce alla Chiesa cattolica sotterranea o clandestina, che è martire. Ci eravamo illusi che il comunismo antireligioso fosse morto nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, e invece mutatis mutandis vive ancora, e in Cina è più forte di prima. Nel 2018 sotto il papato di Francesco la Santa Sede con la Cina ha stretto accordi secretati, prorogati nel 2024 fino al 2028. Non vedo i risultati di tali accordi e ove vi fossero sono a favore della Cina, poiché le discriminazioni aumentano. Non posso comunicare liberamente con frati francescani che vivono lì facendo finta di essere studenti, i servizi cinesi sanno chi sono, ma al comunismo serve solo il silenzio, per me troppo assordante. Il martirio della pazienza fu il titolo del libro di memorie postume del card. Casaroli, che fu l’uomo della Ostpolitik vaticana nel 1963-89 con tentativi di dialogo tra Santa Sede e Paesi sovietici. Come allora il mondo cattolico si piegò al comunismo sovietico, così oggi con gli accordi del 2018 siamo di fronte a un altro martirio della pazienza davanti al comunismo cinese. Per l’Italia e l’Europa immagino invece accordi condizionati alla liberazione dei cristiani dai Laogai o campi di concentramento sinici, e alla libertà religiosa dei bambini provenienti da famiglie cattoliche della chiesa sotterranea. Questa mia idea l’ho chiamata “Piano Zen”, dal nome del card. Joseph Zen, simbolo della chiesa sotterranea. Solo la sua notorietà gli ha risparmiato decenni di prigioni e Laogai. Il “Piano Zen” aiuterebbe i cristiani e sosterrebbe il cardinale sul piano internazionale».
I numeri del Vecchio continente sono impietosi. Sempre meno fedeli, sempre più stranieri, specie di fede islamica. Il futuro è davvero così grigio?
«L’alleanza tra l’anti-occidentalismo woke e quello islamista si aggira per l’Europa, e i laicisti progressisti strizzano l’occhio a tale alleanza in funzione decristianizzante. Se sapremo convertirci alla conservazione delle radici dell’Europa potremo veder nascere più conversioni a Cristo. Oltre 388 milioni di cristiani nel mondo subiscono persecuzioni, ma l’Europa nei trattati Ue omette di menzionare le radici cristiane».
In Africa, accanto alle tante persecuzioni, si registrano pure segnali di speranza. L’evangelizzazione dell’Europa ripartirà da lì?
«Ottima notizia di speranza per la Chiesa e per l’Africa, ma aspettare cristiani da altri continenti significa rischiare sincretismi culturali diseuropei. Significa cancel culture ed eutanasia dell’Europa. Significa arrendersi alla fine dell’Europa in un suicidio ontologico-ambientale delle radici, col trionfo del flaccido nichilismo progressista, europeista ma anti europeo».
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Marco Tarchi (Ansa)
Il politologo: «La decisione di Buttafuoco può facilitare la ripresa del dialogo con la Russia. La Meloni dovrebbe cogliere l’occasione e svincolarsi dai diktat di Bruxelles: governo e Paese ne avrebbero tutto da guadagnare».
Professor Marco Tarchi, politologo e docente alla scuola di scienze politiche dell’università di Firenze: la Biennale di Venezia non è mai stata così al centro del dibattito. Da una parte il presidente Buttafuoco, che rivendica la sua scelta di aver consentito l’apertura del padiglione russo, dall’altra una parte del governo, a cominciare dal ministro Giuli, che dichiara: «La Russia putinista è presente a Venezia grazie ad un accordo fatto alle spalle del governo aggirando le sanzioni». Rispetto a questa polemica, lei come si posiziona?
«In completo accordo con Buttafuoco. Fin dai primi giorni dell’attacco all’Ucraina ho espresso la mia contrarietà rispetto alla posizione assunta dal governo italiano, che avrebbe dovuto adoperarsi affinché l’Unione europea evitasse di adeguarsi supinamente agli interessi statunitensi e di quello che almeno sino ad allora era il loro braccio armato e assumesse invece un’iniziativa diplomatica per arrestare il conflitto nel più breve tempo possibile. E soprattutto ho deplorato l’esplosione di una vera e propria isteria antirussa mediatica e politica, spalleggiata da buona parte degli ambienti intellettuali progressisti. Dopo più di quattro anni, sarebbe l’ora di ragionare con il buonsenso e non con l’ideologia, rendendosi conto che fare della Russia il proprio nemico è una follia. Il ritiro delle sanzioni sarebbe lo strumento di trattativa più efficace per giungere alla fine delle ostilità. E la riapertura di un dialogo culturale – che la decisione del presidente della Biennale facilita – agirebbe nello stesso senso».
Ha fatto bene Buttafuoco a citare le parole del presidente Mattarella ai David di Donatello, riferendosi a «libertà e audacia» come mandato del lavoro artistico?
«Citare Mattarella, che è uno dei più tenaci assertori della linea atlantista di incondizionato sostegno a Kiev, per sostenere una decisione a lui certamente sgradita, è un capolavoro di sagacia retorica, una materia in cui Pietrangelo Buttafuoco si è da sempre dimostrato un maestro. Anche quando – mi è capitato poche volte, ma è accaduto – non mi sono trovato d’accordo con lui su qualche giudizio. E comunque sì, libertà e audacia sono ingredienti indispensabili dell’attività artistica».
Non crede che aprire il padiglione alla Russia possa compromettere l’immagine internazionale dell’Italia? Questa polemica rispecchia anche le divisioni in seno al governo sull’atteggiamento da tenere con Mosca?
«Penso l’esatto contrario. L’Italia avrebbe tutto da guadagnare se assumesse, in materia di politica internazionale, una capacità d’iniziativa almeno in parte autonoma dai diktat d’oltreoceano o da quelli della Commissione di Bruxelles. Significherebbe rispettare concretamente le promesse di difesa degli interessi nazionali tante volte sbandierate da Giorgia Meloni prima e dopo l’approdo a Palazzo Chigi. È evidente che in questo campo la compagine di governo è condizionata dai veti di Forza Italia, ma se chi la guida non è in grado di superarli, finirà con pagarne il conto al momento delle elezioni. E magari si ritroverà disarcionata dall’ennesimo compromesso centrista per uno di quei governi delle larghe intese contro cui ha tuonato per un decennio».
Cosa pensa dell’intervento della Commissione europea, che minaccia di ritirare i finanziamenti alla Biennale? Scorge un’ipocrisia nella diversità di trattamento riservato ad Israele?
«Certamente sì. È l’ennesima prova della cecità geopolitica degli attuali dirigenti dell’Unione europea e della loro sudditanza – prima di tutto psicologica – ai voleri di un “alleato” che in realtà li ha sempre considerati poco più che dei servi e che adesso non si trattiene neanche più dal dirlo a chiare lettere. L’inazione dell’Ue nei confronti dei massacri e delle distruzioni perpetrati a Gaza, e oggi anche in Libano, è vergognosa».
Sempre a proposito del ministro Giuli, si è parlato di finanziamenti pubblici a film «immeritevoli». Ritiene giusto che lo Stato sovvenzioni il cinema nazionale, e come giudica certi criteri di assegnazione?
«Da bulimico appassionato di cinema, che utilizza gran parte del proprio tempo libero per vedere film in sala (astenendosi da qualunque serie o piattaforma), posso dire che l’orientamento ideologico della produzione cinematografica italiana è davvero sconcertante. Chi ha dubbi sul fatto che l’egemonia culturale progressista sia tuttora vigente non ha che da verificare di persona. Il che spiega perché il ministro di un governo di centrodestra possa essere imbarazzato nel foraggiare a spese dello Stato una produzione di questo tipo. Anche in questo settore, però, deve vigere la regola della libertà artistica e quindi l’unico criterio per l’assegnazione dei fondi deve essere la qualità dei lavori presentati. Che, rispetto alla produzione a cui accennavo, è molto ineguale. Ma immagino che per la parte politica che egemonizza questo campo ogni pellicola che veicola i suoi messaggi sia, di per sé, un capolavoro…».
Nel suo libro Le tre età della fiamma, lei indaga sull’identità del popolo di destra. Ritiene che sul piano culturale la destra italiana sia ancora succube dei progressisti?
«Più che succube, mi pare tuttora incapace di produrre alternative valide. Attaccare le cittadelle stabilmente presidiate dai custodi di un’egemonia più che cinquantennale è certamente un compito arduo, ma se si manca di strategia e ci si limita a proclami e iniziative sporadiche diventa impossibile. Gli ambienti neofascisti, spinti dal desiderio di uscire dal clima asfissiante del ghetto nostalgico, avevano prodotto un progetto metapolitico di lungo periodo, impropriamente definito “gramscismo di destra”, che i partiti postfascisti hanno ignorato o frainteso. Il risultato è uno stallo, determinato anche dall’incapacità – per gelosie, sensi di inferiorità o timori di concorrenza – di avvalersi delle energie intellettuali disponibili».
I reiterati attacchi di Trump nei confronti del Papa sono frutto – si è scritto – di due cristianesimi contrapposti: quello «radicale» di Trump e quello «universale» di Prevost. Come spiega il comportamento di Trump contro il Vaticano?
«Il cristianesimo che pervade certi ambienti conservatori statunitensi, e in particolare l’elettorato trumpiano, ha tratti di fanatismo millenaristico prossimo alla superstizione (si pensi al sionismo cristiano delle sette evangeliche), di complottismo, di sciovinismo che difficilmente si possono conciliare con il messaggio cattolico. E Trump si ritiene investito di un potere immune da qualsiasi limite imposto dall’esterno; vuole farsi passare, come dimostrano alcune sconcertanti immagini prodotte con l’intelligenza artificiale, per un inviato da Dio incaricato di interpretarne le volontà. Non stupisce che finisca per essere tentato dal giocare all’antipapa».
Pensa che sull’onda di Trump, che probabilmente verrà punito alle prossime elezioni di MidTerm, anche i partiti conservatori e populisti europei subiranno una débâcle?
«Dipende dal loro grado di appiattimento sul modello trumpiano, oggi sempre più impopolare. Marine Le Pen, ad esempio, ha sempre saputo tenersi lontana dagli esercizi di ammirazione verso l’instabile inquilino della Casa Bianca. Altri non l’hanno fatto e potrebbero risentirne».
L’attacco all’Iran testimonia la fine di un ordine mondiale dominato dagli americani? Dove dovrebbe schierarsi l’Italia nel nuovo mondo multipolare?
«Per la verità, l’attacco all’Iran è stato motivato dalla volontà di ribadire il dominio statunitense a livello planetario, spingendosi ben al di là dei confini della dottrina Monroe. E le minacce a Cuba dimostrano che le velleità di Trump sono tutt’altro che esaurite. L’Italia, e soprattutto l’Europa, dovrebbero prendere sempre più le distanze da questo progetto e capire quali sono i loro veri nemici. Mentre mi pare che stiano facendo il contrario».
La Nato pensa sia giunta al capolinea, e forse Trump ne sarà il becchino, oppure ne uscirà semplicemente riformata?
«Checché oggi ne vada dicendo Trump, la Nato è uno strumento essenziale agli Stati Uniti per tenere sotto controllo i Paesi europei ed impedire ad essi di varare una politica di progressiva autonomia strategica politico-militare (di cui peraltro, nell’odierno governo dell’Ue, non si vede la benché minima traccia). Dubito quindi molto che esista una volontà dell’amministrazione di Washington di svuotarla progressivamente. Minacciare di dislocare altrove una parte dei propri effettivi militari non significa affatto rinunciare alle basi esistenti e agli armamenti (nucleari) di cui dispongono. E quanto alle riforme, gli Usa nei fatti bloccherebbero tutte quelle che portassero davvero ad una parità di ruoli fra le due sponde del campo atlantico. Che comunque un governo “sovranista” si rammarichi dell’ipotesi di perdere 5.000 soldati Usa accampati sul suo territorio è un paradosso emblematico».
La Francia intende estendere il suo ombrello nucleare ad altri Paesi europei. Quanto la preoccupa tutto questo?
«Non poco, anche se fra le parole e i fatti, come sempre, rischia di esserci una distanza significativa. Questo rigurgito di pseudo-bellicismo rivolto contro una potenza che avremmo tutto l’interesse a farci amica – e che, a sua volta, avrebbe tutto l’interesse ad accettare questa amicizia – potrebbe sfuggire di mano e creare disastri spaventosi. È meglio non ballare sull’orlo di un baratro».
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