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Ilary Blasi (Ansa). Nei riquadri, alcuni frame tratti dal video del controsoffitto crollato nella villa di Totti
Cede il controsoffitto nella magione da 25 vani. La conduttrice tv esige dal suo ex un intervento di manutenzione straordinaria attivando un ricorso d’urgenza.
Soffitti crollati, sospetti abusi edilizi, accuse di abbandono dei figli, ulteriori verifiche patrimoniali ordinate dai giudici. La guerra tra Ilary Blasi e Francesco Totti (la prossima udienza della causa di divorzio sarà a marzo) continua a riservare sorprese e colpi sotto le cinture. Tutto era iniziato con il tira e molla su rolex e borsette, ma da allora il livello dello scontro è salito notevolmente. Portando anche all’iscrizione del Pupone sul registro degli indagati per abbandono di minore, dopo la denuncia presentata dalla conduttrice tv.
L’ultimo capitolo, rivelato nei dettagli dalla Verità.info e ripreso da Dagospia, riguarda la tipica lite tra padrone di casa e affittuario. La showgirl vive a Roma in zona Eur-Torrino con i figli in una magione di 25 vani (972 metri quadrati di aree coperte), con due piscine, campi da calcetto e da padel. In questo momento Ilary è l’inquilina e Francesco il proprietario. Nella villa, a novembre, è crollato un controsoffitto (come si può vedere nel video esclusivo pubblicato dalla Verità) nella zona dove sono ubicate la sala cinema e la celebre stanza delle maglie da calcio di Totti. Un incidente che ha completamente reso inutilizzabili i locali che, come si vede nelle immagini, sembrano colpiti da un’esplosione. Il cedimento sarebbe dovuto a un’importante infiltrazione di umidità. L’intonaco, cadendo, ha svelato grandi macchie di muffa e disperso un odore insopportabile.
L’inquilina Ilary ha chiesto al proprietario Francesco di mettere mano al portafogli per questo intervento di manutenzione straordinaria che, per legge, spetta al titolare dell’immobile. I due litiganti, sempre a novembre, avrebbero effettuato un sopralluogo con i rispettivi tecnici, senza trovare un accordo. Allora la Blasi, tramite l’avvocato Marco De Santis dello studio Andrea Pietrolucci (specializzato anche in contrattualistica immobiliare), ha chiesto un intervento immediato, attivando un cosiddetto articolo 700 in Tribunale. Il codice di procedura civile spiega che cosa sia questo strumento: «Chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d’urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito». In attesa della decisione del giudice Ilary avrebbe chiesto, tramite i suoi legali, un accesso agli atti in Comune per verificare la regolarità urbanistica del manufatto. Infatti i soffitti crollati dovrebbero trovarsi in un’area che sarebbe accatastata come garage (C6), 150 metri quadrati che nel 2011 hanno subito una variazione di classamento.
Nello stesso anno la Bel Eur del costruttore Luca Parnasi ha venduto al Capitano la villa (all’epoca di 36 vani) in cambio di 7.911.700 euro: 2,6 sono stati versati sull’unghia, il restante tramite un mutuo acceso con Unicredit. Recentemente gli avvocati dei due litiganti (sia i civilisti Antonio Conte, Alessandro Simeone e Pompilia Rossi che i penalisti Gianluca Tognozzi e Fabio Lattanzi) hanno provato a trovare un accordo tombale, usando l’immobile come merce di scambio: la Blasi si sarebbe resa disponibile ad acquistare a spese proprie un appartamento, in attesa di essere risarcita al momento della vendita della villa da mettere sul mercato a precise e concordate condizioni. Ma l’accordo non è stato trovato e la casa è, adesso, al centro di questa ennesima querelle. Nei mesi scorsi, come rivelato da questo giornale, l’ex capitano della Roma ha dovuto fare i conti anche con un procedimento per omessa dichiarazione.
l’accusa di sperperi
La Blasi aveva accusato l’ex marito nel procedimento civile di avere sperperato molti denari al gioco (solo in bonifici avrebbe scommesso nei casinò «l’impressionante somma complessiva di 3.324.000 euro»), di avere conti esteri nascosti e di non avere pagato i diritti d’immagine. Alla fine dell’accertamento le Fiamme gialle hanno contestato alcune apparizioni pubblicitarie per il cui pagamento l’ex capitano della Roma non aveva aperto apposita partita Iva pur essendo per lui gli spot un’attività non occasionale.
Totti ha ottenuto l’archiviazione del procedimento dopo avere pagato il dovuto all’Erario, circa 200.000 euro, considerando anche sanzioni e interessi. La difesa della Blasi ha rinfacciato all’ex campione di non aver indicato, nell’autocertificazione iniziale, tutte le «carte di credito e tutti i conti correnti a lui intestati o cointestati o sui quali possa comunque operare». Per gli avvocati ci sarebbe stata un’«omissione gravissima» e adesso il giudice civile nella causa di divorzio ha chiesto a un suo consulente di ricostruire fedelmente la situazione patrimoniale dei due litiganti e le movimentazioni finanziarie effettuate dalla separazione a oggi.
Non è finita. Presso la Procura di Roma pende ancora un fascicolo d’indagine per il presunto abbandono di Isabel, la figlia più piccola della coppia. La bambina, all’epoca settenne, venne lasciata sola in casa dalle 21 alla mezzanotte del 26 maggio 2024 da Totti e dalla nuova compagna Noemi Bocchi. Nell’appartamento c’erano anche i figli di quest’ultima di 12 e 9 anni. Gli adulti erano usciti per cena. A presentare denuncia era stata la Blasi. L’ex ballerina, la sera del presunto abbandono, aveva inviato la madre, Daniela Serafini, sotto la casa del Pupone a controllare la situazione e poi aveva chiesto alla nonna della piccola di allertare la Polizia.
Gli agenti, che attesero almeno mezz’ora prima di intervenire, trovarono in casa la moglie del portinaio, Mandica Cocos, che secondo i magistrati «occasionalmente svolgeva attività di collaborazione domestica».
Gli inquirenti hanno verificato, contrariamente a quanto affermato dalla donna, che la stessa non era in casa di Totti durante la serata e che è «verosimilmente giunta in casa di Totti e Bocchi solo in prossimità delle ore 23.57», ma hanno anche scritto, nella richiesta di archiviazione per il reato di abbandono di minore, che «la Cocos era pressoché sicuramente stata allertata prima dell’uscita di casa di Totti e della Bocchi del fatto che i minori fossero soli in casa e che senz’altro si era resa disponibile in ogni evenienza». Insomma la situazione di mancato pericolo si fonderebbe su un presupposto che non risulta dimostrato negli atti.
Infatti, la pm Barbara Trotta ricava l’esistenza di un accordo da questo ragionamento: «In caso contrario difficilmente Totti e la Bocchi avrebbero potuto ottenere che la stessa si facesse trovare presso l’abitazione prima del loro arrivo». È evidente che ci troviamo di fronte a una mera illazione, mancando la prova della «presa in carico» dei minori da parte di un idoneo «custode».
lo scontro legale
Fabio Lattanzi, avvocato della Blasi, si è opposto all’archiviazione sostenendo che «gli elementi di prova acquisiti dalle indagini preliminari giustificano non solo una richiesta di rinvio a giudizio, ma sono tali da far ritenere non probabile, ma certa una condanna». Secondo il legale la pm «avrebbe dovuto effettuare un sopralluogo e avrebbe dovuto sentire coloro che dalle indagini risultavano essere persone informate sui fatti». Attività che non sono state effettuate, anche se «i minori sono stati lasciati soli per ore all’interno di un’abitazione di molti metri quadri disposta su due piani, con la possibilità per gli stessi di accedere alla cucina e a tutti gli ambienti, esposti, in questo modo, a più di un astratto pericolo». Secondo Lattanzi «l’affermazione circa l’assenza di pericolo» sarebbe, dunque, «errata». Il gip, adesso, dovrà stabilire chi abbia ragione.
Secondo la Cassazione n. 4557 del 12 ottobre 2023 è sufficiente che ricorra un pericolo astratto «il cui elemento materiale è integrato da qualsiasi condotta, attiva od omissiva, contrastante con il dovere giuridico di cura o di custodia». Anche secondo la Cassazione n. 5 dell’11 maggio 2021 è sufficiente il pericolo astratto o potenziale. Secondo la Cassazione del 21 giugno 2011 n. 24849 è, invece, necessario che ricorra un pericolo concreto.
figli incustoditi?
La pm nella richiesta di archiviazione ritiene provato che Isabel sia stata lasciata, insieme con altri due minori di 14 anni, sola in casa per tre ore. Ma cita contraddittoriamente una sentenza della Cassazione del lontano 2007 che si riferisce al «pericolo anche meramente potenziale» e non, invece, la giurisprudenza che richiede l’accertamento di una situazione di pericolo concreto certamente più confacente alla tesi della Procura. Appare più condivisibile la sottolineatura della tardività della richiesta di intervento alle forze dell’ordine fatta dalla madre Ilary («più di un’ora e mezza» dopo la scoperta del presunto «abbandono» da parte della Blasi) che dovrebbe dimostrare che anche la stessa showgirl non avrebbe percepito un «pericolo imminente». In realtà la Blasi potrebbe avere procrastinato la chiamata al 112 nella speranza che Totti e la Bocchi rientrassero nell’abitazione in tempi rapidi e, solo dopo avere constatato che ciò non avveniva, potrebbe avere chiesto alla madre di avvisare la Polizia. Certo è che se il gip decidesse di rifarsi alla prevalente e più recente giurisprudenza, che ritiene sufficiente ai fini della configurabilità del reato il solo pericolo astratto, allora dovrebbe disporre l’imputazione coatta poiché non vi è alcun dubbio che Isabel per circa tre ore «si sia trovata in uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità», come richiede la giurisprudenza più recente. Infatti, è stata la stessa Procura ad assodare che Totti abbia tenuto una condotta che può integrare il reato di abbandono.
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Christine Lagarde (Ansa)
Secondo il «Financial Times» il presidente della Banca Centrale guadagna 726.000 euro, il 56% in più del salario dichiarato. Il giorno dopo zero repliche. Anche perché Francoforte è il regno dell’immunità.
C’è un silenzio che pesa più di mille conferenze stampa. È quello, ovattato e impeccabile come un tailleur di haute couture, della sempre elegantissima presidente della Bce. Christine Lagarde non parla. Non chiarisce, nè smentisce la ricosstruzione del Financial Times sul suo stipendio. O meglio: sulla paga vera, quella che è parecchio più robusta di quanto ufficialmente dichiarato. 726.000 euro l’anno rispetto a 466.000 reso noto dalla Bce. Tradotto in termini comprensibili anche a chi non frequenta Francoforte: circa 2.000 euro al giorno.
Sabati, domeniche e festività inclusi. Ora, in un’Europa dove si predica rigore come fosse una religione laica e si chiede sobrietà con la stessa inflessione morale con cui le mamme invitano il figlio recalcitrante a finire il piatto, il silenzio della presidente suona come una stecca in un concerto di musica barocca. Stona. E molto. Il punto non è solo l’ammontare dello stipendio che risulta quadruplo di quello del collega Jay Powell, presidente della Fed. Ancora più grave e la mancanza di trasparenza. Il problema è questo, ed è enorme: la credibilità. Quella sì, è il capitale più prezioso di un banchiere centrale. Più dell’oro nei caveau, più dei bazooka monetari, più delle previsioni economiche scritte in «banco centralese».
E la Lagarde, con questo silenzio sulla paga «nascosta», la credibilità l’ha bruciata in un attimo. Un attimo lungo quanto basta per ricordarci che la Bce non è solo tassi e spread, ma anche fiducia. Fiducia dei mercati, certo, ma anche dei cittadini europei cui vengono chiesti sacrifici mentre qualcuno, ai piani alti, sembra giocare a nascondino con le cifre. Una situazione resa ancora più inaccettabile dal Protocollo sui privilegio e sulle immunità dell’Unione europea. Un elenco di benefici fiscali e personali che rende i vertici europei molto simili a principi rinascimentali. Ricchi ed esenti da tutti gli obblighi che vincolano tutti gli altri cittadini europei.
A questo punto il paragone è inevitabile. Mario Draghi, luglio 2012. Londra. Una frase che è entrata nei manuali di storia economica prima ancora di finire sui titoli dei giornali: «Whatever it takes». Faremo tutto il necessario per salvare l’euro. Bastò quello. Non un piano dettagliato, non una tabella Excel, non una slide. Bastò la credibilità personale di chi parlava. I mercati si calmarono, gli spread rientrarono, l’euro smise di tremare.
Ecco, oggi siamo all’esatto opposto. La Lagarde non dice nulla. E il nulla, in finanza, è spesso più pericoloso di una cattiva notizia.
Del resto, la storia della sua presidenza è costellata di spropositi. Memorabile la prima conferenza stampa da presidente, quando dichiarò con leggerezza che non era compito della Bce chiudere gli spread. Panico immediato sui mercati, titoli di Stato sotto pressione, Italia nel mirino. Poche ore dopo, la retromarcia. Rettifica. Precisazione. Traduzione: scusate, non intendevo proprio quello. Ma intanto il danno era fatto.
Da allora, una sequenza di comunicazioni infelici, frasi mal calibrate, toni spesso fuori registro per chi guida una delle due banche centrali più importanti del mondo. Con l’ Italia nel mirino. Ora ci si mette anche la questione stipendio, che dà corpo - finalmente con numeri e non solo con sussurri - alle voci che circolano nei corridoi europei: dimissioni anticipate.
Fantapolitica? Forse. Ma non troppo. Perché quando la credibilità evapora, la poltrona inizia a scottare. E a Francoforte già si guardano intorno.
La Germania, manco a dirlo, è pronta. Da sempre. In pole position ci sarebbe Joachim Nagel, governatore della Bundesbank, rigorista di scuola classica, oppure Isabel Schnabel, membro del board Bce, falco dichiarato e volto rassicurante per Berlino. Un ritorno dell’ortodossia tedesca al comando della politica monetaria europea.
Ma qui si apre un altro capitolo, tutto politico. Perché due tedeschi ai vertici dell’Europa non si possono avere. Se alla Bce arriva un tedesco, allora qualcuno dovrebbe fare le valigie a Bruxelles. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, non potrebbe restare. Equilibri, pesi e contrappesi. L’Unione è soprattutto una questione di geometrie nazionali.
Insomma, da uno stipendio taciuto emergono scenari enormi. Altro che gossip da palazzo. Qui si parla di assetti di potere, di leadership europea, di futuro della politica monetaria. E tutto perché la presidente più elegante di Francoforte ha scelto il silenzio invece della chiarezza.
A volte, per un banchiere centrale, dire la verità costa meno di 2 mila euro al giorno. Ma rende molto di più. In credibilità. E in storia.
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Beatrice Arnera (Ansa)
Beatrice Arnera, compagna di Raul Bova, esce da una precedente relazione (con figlia) con un comico. La storia era spesso mostrata online, ma dopo la rottura lei lamenta minacce e giudizi. È il lato oscuro dell’esposizione mediatica: non ha il tasto stop.
«Per l’audio sugli “occhi spaccanti” ho subito un’uccisione pubblica. Mi hanno trattato come un appestato, mi sono sentito solo». Lo ha detto Raoul Bova dal palco di Atreju nel corso di un dibattito sul bullismo, raccontando degli insulti che gli sono arrivati online dopo la diffusione di alcuni suoi audio messaggi inviati alla ventitreenne Martina Ceretti. Non erano messaggi molesti o non richiesti, no. Erano scambi privati fra due persone apparentemente consenzienti. «Sono stato sbeffeggiato, ridicolizzato, tutto è diventato virale, tutti gli strati sociali, tutti sapevano di questa storia, di questa parola famosa, occhi spaccanti, è stata la parola più in voga: prima della guerra, prima delle persone uccise, prima dei femminicidi, questa è stata l’Italia nell’estate che mi ha massacrato», ha detto ancora Bova. E ovviamente c’è chi lo ha accusato di fare troppo la vittima.
Riportiamo queste parole e ritorniamo sulla faccenda degli «occhi spaccanti» non perché ci interessi giudicare l’attore e la sua gestione dei rapporti amorosi e famigliari. Sono affari suoi, può fare quello che vuole e ha diritto alla privacy anche se è un personaggio pubblico. Ci torniamo perché quelle sue frasi di qualche mese fa cozzano un po’ con le parole pubblicate sui social (e riprese con enfasi da alcuni quotidiani) da Beatrice Arnera, comica e attrice di successo che risulta essere l’attuale compagna di Bova.
Quest’ultima, è noto, era legata al collega Andrea Pisani, con cui ha avuto una figlia. La cosa non era affatto un mistero né un affare privato: ogni giorno i due pubblicavano online momenti della loro vita quotidiana, hanno trasformato la loro coppia e la loro vita reale in una sorta di sitcom per altro molto simpatica. Solo che poi si sono lasciati e la Arnera si è messa con Bova. Pisani non l’ha presa bene, anche comprensibilmente. È stato a lungo in silenzio, poi - in ottobre - si è fatto scappare una feroce battuta (in cui citava Bova) nella trasmissione Lol e in novembre ha concesso una intervista a Gianluca Gazzoli nel podcast Basement in cui si mostrava sostanzialmente devastato dall’accaduto.
Ebbene, secondo la Arnera quella intervista ha acceso la miccia dell’odio contro la «donna traditrice». Da lì lo sfogo sui social. «Una donna che si separa e mesi dopo sceglie di iniziare una nuova relazione è perseguitata da messaggi di odio, minacce e inviti al suicidio», ha scritto la Arnera. «Nel 2026. Sono mesi che vivo questa condizione. Mesi. Precisamente dall’uscita della puntata del Basement in cui il conduttore Gianluca Gazzoli si improvvisa psicoterapeuta e il padre di mia figlia racconta una storia piena di inesattezze».
E ancora: «Nessuna donna dovrebbe avere paura di lasciare il proprio partner. Nessun essere umano dovrebbe provare vergogna o timore di subire ripercussioni se decide di lasciare il proprio partner. [...] Insegnerò a mia figlia che, se non sta più bene, è libera di andarsene, da qualsiasi situazione. Senza nemmeno dover dare troppe spiegazioni, a mamma, a papà, ai social o all’Italia intera. Perché grazie a Dio non siamo sassi, siamo esseri umani e se non stiamo bene dove siamo, siamo liberi di andarcene. E dovrebbe essere un diritto, che non dovrebbe subire conseguenze violente, insulti, minacce di morte o gravi ripercussioni sul lavoro. Nel 2026».
Sinceramente ci importa davvero poco della dinamica della rottura fra Arnera e Pisani. Sono fatti loro, e di certo non spetta a noi giudicarli. A dirla tutta, ci dispiace pure che gli affari della coppia vengano pubblicamente discussi (e con pochissima sensibilità) sui giornali e sui social. Purtroppo era inevitabile che accadesse. Se le masse vengono coinvolte nella vita privata nei momenti felici, poi si sentiranno per forza di cose coinvolte e titolate a parlare anche negli istanti difficili, per quanto possa essere sgradevole. Ecco perché suono un filo fastidiosa la polemica pseudo femminista abbozzata dalla Arnera. La quale si lamenta che le donne vengano sottoposte «nel 2026» a scariche di odio poiché hanno interrotto una relazione. Come dimostrano le parole di Raul Bova, la stessa cosa accade ai maschi. I quali, per altro, sono quotidianamente sottoposti a una sorta di grottesca analisi collettiva che si risolve nella criminalizzazione un tanto al chilo. Si dice che i maschi vadano decostruiti perché violenti e oppressivi, si dice che siano responsabili del patriarcato imperante. E adesso si arriva a dire che se una celebrità riceve insulti online è colpa del sessismo che infetta l’Italia.
Sì, entrare con violenza anche solo verbale nella vita privata di persone che non hanno commesso alcun crimine è orrendo e disumano. E forse ha ragione Arnera quando rivendica di poter lasciare il suo compagno «senza nemmeno dover dare troppe spiegazioni, a mamma, a papà, ai social o all’Italia intera». Però i social e l’Italia intera, piaccia o no, non si sono intromessi da soli nella quotidianità della coppia famosa: sono stati coinvolti, e hanno portato visibilità, benefici e fama. Ora - ripetiamo: purtroppo - è emerso il lato oscuro e doloroso del meccanismo virtuale, che non ha pietà per nessuno. Nessuna minaccia è giustificata, in ogni caso. Ma si contesti allora la gogna social, si rifletta sull’uso di internet e la società del controllo a cui a volte si presta il fianco senza pensare alle conseguenze. Si tenga fuori il sessismo: l’odio online, in questa epoca contorta, investe tutti. E scaricare la colpa sui maschi cattivi serve soltanto a lavarsi la coscienza.
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Il «Comitato dei 15» per il «No» minaccia di rivolgersi a Tar e Consulta se il referendum verrà fissato prima del 30 gennaio. Raggiunte circa 200.000 sottoscrizioni, bisogna arrivare a quota 500.000.
Date cerchiate, il 22 e il 23 marzo. Manca solo l’ufficialità. Il guardasigilli, Carlo Nordio, suona la carica sul referendum della giustizia. E le opposizioni passano al contrattacco. Mentre prosegue spedita la raccolta di firme popolari, il «Comitato dei 15» è pronto a fare ricorso qualora l’esecutivo proceda a fissare l’appuntamento prima del 30 gennaio, quando scadranno i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale.
La raccolta firme per il no, promossa da un gruppo di 15 cittadini e appoggiata dalle opposizioni, ha quasi raggiunto le 200.000 sottoscrizioni in soli 12 giorni. Ne servono 500.000 per completarla. Il governo, per evitare polemiche, ha valutato di lasciare il tempo che la raccolta si concluda. La scadenza è fissata al 30 gennaio. Se le 500.000 firme dell’obiettivo non arriveranno, tutto come prima. Se saranno raggiunte, si vedrà cosa può cambiare.
Nelle scorse settimane si era ipotizzata un’accelerazione del governo Meloni sulle date. Nordio ha smentito che il governo volesse accorciare i tempi per ridurre la campagna referendaria: «Semmai è il contrario», ha commentato, dicendo che «più informiamo gli elettori su contenuto e importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, con risultati positivi». Il messaggio da far passare, dice Nordio, è che «la riforma non stravolge la Costituzione» né tanto meno «è punitiva». Al contrario, chi sostiene il no è convinto che proprio chiarendo ai cittadini i contenuti della riforma, li si possa spingere a votare per bocciarla.
L’appuntamento con il voto, che in ogni caso sarà su due giorni, includendo anche il lunedì, avrebbe potuto essere già fissato con il consiglio dei ministri che si è svolto a fine anno, ma una decisione definitiva non è arrivata. Il Cdm del 17 gennaio sarà quello decisivo.
Ed è muro contro muro. Il governo sceglie di procedere nell’interpretazione «stretta» della norma, secondo cui la data va fissata entro sessanta giorni dall’ordinanza con cui la Cassazione ha ammesso le richieste referendarie presentate dai parlamentari (il 18 novembre scorso). «Ci muoviamo nei limiti previsti dalla legge», sottolineano fonti di governo. Di tutt’altro avviso i 15 cittadini che hanno avviato la raccolta firme. «Qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa sulla raccolta firme», spiega il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi, «sarebbe un atto in violazione della Costituzione. E come tale lo impugneremo in ogni sede». Il «Comitato dei 15» è pronto a presentare ricorso al Tar e alla Consulta.
Si va allo scontro. La battaglia legale è pronta e si basa su una prassi costituzionalmente orientata secondo la quale, la data del referendum può essere fissata solo al termine dei 90 giorni dati ai cittadini per raccogliere le firme dopo la pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. In questo caso, il 30 gennaio.
A questo punto entra in gioco anche il Colle. Nessuna opposizione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla firma del decreto di indizione, solo dubbi sulla tempistica e possibili impugnazioni. Dopo la decisione presa nell’ultimo consiglio dei ministri di non forzare sulla data del primo marzo, è lo stesso Nordio a tornare sulla scelta. «Il Quirinale», spiega il guardasigilli, «è sempre il nostro interlocutore più autorevole, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Ma in questo caso le nostre considerazioni sono state motivate dalla novità dell’iniziativa di raccolta delle firme». Iniziativa - sottolinea il ministro - «superflua», perché, «il quesito non si può cambiare: è un sì o un no alla riforma, senza possibilità di modifiche. E poiché era stato chiesto proprio da noi, e la Cassazione l’aveva dichiarato ammissibile, non se ne vedeva la ragione».
Ciò fa montare la protesta delle opposizioni. I partiti di Matteo Renzi e Carlo Calenda, Iv e Azione, spaccano lo schieramento e sono favorevoli alla separazione delle carriere, mentre il leader M5s, Giuseppe Conte, nel video di fine anno raccomanda di «dire assolutamente no a questo scempio» e rivolgendosi a Nordio aggiunge: «Nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è “superflua” o inutile. Specie quando è su provvedimenti dannosi». Condanna per le parole di Nordio anche dalla responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani: «L’esercizio democratico della raccolta delle firme è per il ministro poco più che un fastidio e la fissazione della data del referendum sembra ormai un fatto più personale che politico e tale da giustificare anche il mancato rispetto delle regole». E come loro abitudine pensano già a una bella piazzata il 10 gennaio.
Il sì è talmente avvantaggiato, per i sondaggi, da consigliare al centrodestra di accorciare i tempi. Per l’opposizione, invece, più tempo vuol dire più possibilità di recupero, forse anche per far eleggere il Csm con il vecchio sistema correntizio che il sorteggio vorrebbe stroncare.
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