
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2656421513.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2656421513" data-published-at="1642451368" data-use-pagination="False">
Daniele Ruvinetti (Imagoeconomica)
L’analista di Med-or Daniele Ruvinetti: «Putin non accetterà mai l’invio di truppe europee a garanzia di una tregua. Si sono creati dei nuovi equilibri, Trump non interverrà in Ucraina».
«Ma Cina e Russia cosa stanno facendo? Dopo l’attacco americano in Venezuela e il caos che si è scatenato in Iran con Trump che sembra pronto a dettare le regole anche su Teheran, un po’ tutti si interrogano sul silenzio di Xi Jinping e Putin. Beh, io non credo a una tacita presa d’atto, io credo che stiamo assistendo a un rimescolamento delle sfere d’influenza globali e che dietro alle reticenze si nascondano strategie abbastanza chiare. Ecco in questo momento starei molto attento a non confondere la tattica e le schermaglie con la strategia di fondo».
Daniele Ruvinetti è Senior Advisor della Fondazione Med-or. Già in passato sulle colonne della Verità aveva parlato di un accordo tra Stati Uniti e Russia per non ostacolarsi. Una sorta di compromesso del non intervento. Un «laissez faire» americano in Ucraina, in cambio di un lasciapassare di Mosca in Venezuela. E al di là delle azioni di facciata o meramente economiche (ci sono state delle dichiarazioni e qualche azione apparentemente ostili) i fatti hanno confermato le previsioni. Ora, l’analista allarga il discorso alla Cina e alla possibilità che questo intesa possa estendersi a Pechino che chiede di avere le mani libere su Taiwan.
Ma partiamo dal principio.
Cosa vuol dire non confondere la strategia di fondo con la tattica?
«Vuol dire non lasciarsi trarre in inganno per esempio dal sequestro americano di navi ombra russe usate per aggirare le sanzioni occidentali sul petrolio. Parliamo di una questione che ha di certo una rilevanza economica, ma non centrale per i rapporti tra i due Stati. Del resto è chiaro che nell’azione di Trump a Caracas ci sia la volontà di tutelare gli interessi energetici e finanziari degli Stati Uniti».
Finanziari?
«Certo. Centrale è il petrolio, ci mancherebbe, ma la Casa Bianca ha anche la necessità di dare delle garanzie ai grandi fondi Usa, vedi Blackrock, che hanno in pancia una buona parte del debito pubblico venezuelano».
Di che cifre parliamo?
«Il debito complessivo sfiora i 200 miliardi di dollari. Circa la metà è nella mani americane, mentre l’altra metà appartiene a Cina e Russia».
E qui torniamo al punto. Come mai Pechino e Mosca, dichiarazioni di facciata a parte, non hanno mosso un dito?
«Vero. Ma è altrettanto vero che ci siamo trovati di fronte a un’azione lampo. Le cui conseguenze si dispiegheranno nel tempo. E in futuro vedremo come, sia sul petrolio che sul debito, le tre grandi potenze sapranno trovare soluzioni per non rompere i loro equilibri. Ecco, appunto: questa è la strategia di base alla quale bisogna guardare. Le grandi sfere di influenza sono chiare (Russia sull’Ucraina, Stati Uniti in Sudamerica e Cina su Taiwan), poi sulle singole situazioni possiamo aspettarci piccoli o grandi scossoni che alla fine non cambieranno gli impegni di fondo».
In tutto questo come si spiega il possibile attacco americano in Groenlandia?
«Detto che non siamo ancora nell’ottica di un attacco, tuttavia le pressioni si spiegano con la visione di cui sopra. La Groenlandia è importante perché rappresenta uno snodo dal punto di vista delle rotte commerciali e per la presenza delle terre rare che sono appetite anche da Cina e Russia. Sempre di più i conflitti futuri avranno come obiettivo quello di assicurarsi i materiali strategici per l’intelligenza artificiale. Detto questo, non credo che Trump arrivi ad usare la forza, ma si cercheranno accordi di altro genere. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di un Paese Nato».
Eppure anche le ultime dichiarazioni che arrivano da Washington non sono per nulla rassicuranti.
«Non penso che trovare un punto di equilibrio sarà semplice, come per esempio sta succedendo in Venezuela, ma sarei molto sorpreso se anche la contesa per la grande isola dovesse portare a una nuova guerra. Sarebbe molto rischioso».
L’equilibrio di cui parla appare abbastanza fragile.
«Secondo me è molto più solido di quello che appare. Poi certo le situazioni sono fluide. Pensi solo a quello che è successo qualche giorno fa con i volenterosi riuniti a Parigi».
Cioè?
«Tutte le ricostruzioni iniziali davano gli Stati Uniti pronti a dare una forte garanzia di intervento nel caso ci fosse stata una violazione di eventuali accordi di pace da parte di Putin. Ebbene, nella stesura finale del comunicato relativo a quell’incontro, l’impegno americano è evaporato, scomparso, come se non se ne fosse mai parlato. Guardi, ci sono delle posizioni diverse anche nella squadra di Trump, non è un segreto per nessuno che il segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza Marco Rubio non sia propriamente un filo-russo, ma poi quando si va al dunque la logica della nuova divisione delle sfere di influenze resiste. Alla resa dei conti le ingerenze degli Stati Uniti sul conflitto a Kiev sono insignificanti».
Sembra che adesso Zelensky stia giocando la carta di un accordo di libero scambio con Trump da sottoscrivere a Davos. In questo modo spera di ottenere solide garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti.
«L’ennesimo tentativo di portare la Casa Bianca dalla propria parte che non credo avrà grandi risultati. Io resto molto scettico sulla possibilità di una pace a breve in Ucraina. Mi sembra ci siano due scogli quasi insormontabili al momento».
Ci spieghi.
«Da una parte il futuro del Donbass che nessuna delle due parti è disposto a cedere. Dall’altra le garanzie che Kiev chiede all’Europa, che Francia e Regno Unito, per esempio, si dicono disposte a concedere, e che Mosca non accetterà mai».
Parla delle truppe di Macron o Starmer sul campo?
«Esattamemnte».
Lei pensa che Putin non darà mai il via libera a un compromesso del genere?
«Mai».
Quindi non c’è via d’uscita?
«Al momento non ne vedo di percorribili».
Intanto i terreni di scontro si moltiplicano. L’ultimo è in Iran dove però le contraddizioni sembrano essere esplose internamente.
«In apparenza è così. Ma oggettivamente viene difficile pensare che quello che sta succedendo non sia figlio del rimescolamento delle sfere di influenza».
In che senso?
«Nel senso che se non ci fosse stato questo clima di cambiamento di un ordine che bene o male si era cristallizzato, non ci sarebbero stati i tentativi di rimuovere il regime ai quali stiamo assistendo».
E anche a Teheran, Trump vuol dettare le regole del gioco.
«Non lo so. Anche a Teheran ognuno fa il suo gioco, ma mi viene difficile pensare che Cina e Russia non faranno sentire in qualche modo la loro voce. Vero che qui l’asse Trump-Netanyahu resta portante e che per esempio la carta Reza Pahlavi, il figlio dello scià deposto dalla rivoluzione del 1979, resta molto attraente, ma la partita è solo all’inizio e tutta da giocare».
Abbiamo quasi finito l’intervista e non abbiamo detto una parola sull’Europa. E sul non ruolo che sta giocando nello scacchiere internazionale.
«È evidente che in questa partita di spartizione delle sfere di influenza non riesce ad incidere. Il rischio di restare isolati è concreto anche perché Bruxelles non ha la stessa forza e la stessa velocità e capacità decisionale di Stati uniti, Russia e Cina. L’Europa si trova davanti a un bivio o risorge o si relega all’irrilevanza».
E cosa succederà?
«Esiste ancora la possibilità di rivedere dei meccanismi e di creare i presupposti per un’Europa dei popoli che metta gli interessi dei cittadini come priorità. Su questo, l’Italia può giocare un ruolo: come governo più stabile d’Europa, l’esecutivo italiano ha le capacità e probabilmente la visione per guidare certe dinamiche. Ma se devo essere sincero se l’Europa non agisce subito è ben più concreto il rischio che questo diventi un Continente completamente dipendente dal punto di vista energetico, tecnologico e militare dalle altre tre grandi potenze di cui sopra. Serve una presa di coscienza e la capacità di tradurla rapidamente in decisioni politiche».
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Stefano Parisi (Imagoeconomica)
L’imprenditore che ha fondato il think tank Setteottobre: «La durezza con cui Delrio è stato isolato per la sua proposta contro l’antisemitismo dimostra che la leadership del Pd parteggia per chi vuol cancellare Israele».
Economista di gran vaglia, liberale di formazione e di militanza, Stefano Parisi è stato non solo un civil servant di altissimo livello - da capo dipartimento di Palazzo Chigi per gli affari economici a direttore generale del Comune di Milano – ma anche un ponte tra «palazzo» e impresa da direttore generale di Confindustria per poi farsi egli medesimo impegnato in politica sempre nel centrodestra, sempre con una vocazione liberale. Poi è tornato agli antichi amori: fare impresa. Dopo la strage che Hamas ha compiuto su inermi cittadini ebrei nell’autunno del 2023, ha sentito il dovere di metterci impegno e faccia. Ha fondato con altri il «Setteottobre» di cui è presidente che è un think tank e manifesto contro l’antisemitismo, un luogo di riflessione e proposta democratica, un segno operante di solidarietà con gli ebrei. Lo abbiano raggiunto mentre è a Tel Aviv per discutere dei rigurgiti antiebraici che sono anche una mobilitazione, a volte molto violenta, contro l’Occidente e i suoi valori.
Come state combattendo la rimozione del 7 ottobre?
« Assistiamo a un fenomeno ancora più grave della rimozione dell’orrore del 7 ottobre, è il tentativo di comparare la reazione di Israele alla strage perpetrata da Hamas all’Olocausto degli ebrei. Tra pochi giorni è il 27 gennaio, il Giorno della Memoria dello sterminio nazista, e i pro Pal stanno organizzando per quella ricorrenza una vergognosa strumentalizzazione della propaganda dell’islam radicale. Quel giorno non possiamo tollerare da parte delle istituzioni una retorica sulla memoria senza che vengano ricordate le vittime degli stupri, delle mutilazioni, dei corpi bruciati, e delle torture inferte agli ostaggi del 7 ottobre. Rom Braslavsky e Liliana Segre sono superstiti dello stesso orrore e dello stesso odio. Non possiamo più tollerare la finta pietà verso gli ebrei sterminati dal nazismo e l’indignazione verso gli ebrei che combattono per non essere sterminati».
Come giudica l’atteggiamento dei partiti italiani di fronte alle crescenti minacce verso gli ebrei sovente confuso con un acritico appoggio ai pro Pal?
«L’antisemitismo è sempre esistito in Italia, ma nascosto sotto la cenere della retorica antifascista. Poi la falsa accusa di genocidio elevata verso Israele dopo il 7 ottobre ha liberato quell’antisemitismo che oggi è esploso, tollerato, giustificato e coltivato. I partiti della sinistra italiana, che si dichiarano antifascisti, grazie a questa gigantesca menzogna collettiva, hanno riscritto la storia del Novecento pur di rincorrere le piazze guidate dalla propaganda dell’islam radicale».
Graziano Delrio nel Pd è stato contestato per la sua proposta di legge sull’antisemitismo. Che sostegno siete disposti a dare a questa iniziativa?
«Graziano Delrio ha dimostrato che i valori storici della sinistra non sono sepolti sotto l’odio antisemita. Propone misure nel campo della formazione, dei poteri di Agcom per contrastare l’odio razziale sulle piattaforme social e ha proposto che la definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance, ndr), già adottata dal governo italiano, sia legge dello Stato. Un partito di sinistra dovrebbe essere in prima linea ad approvare una simile norma, ma la durezza con la quale lui è stato isolato fa capire che l’attuale leadership del Pd vuole difendere coloro che accusano gli italiani ebrei delle azioni del governo di Gerusalemme a meno che non facciano abiura del loro Paese, vuole difendere coloro che nelle piazze urlano slogan per cancellare lo Stato di Israele e cacciare gli ebrei dalla loro terra. Questa è la sinistra antisemita».
Anche nelle cosiddette forze sociali si fa strada un antisemitismo legato alla confidenza con i sedicenti movimenti pro Pal. Penso all’Anpi che assimila Hamas alla lotta partigiana, penso alla Cgil che invita a boicottare Israele. Che si può fare per mutare questa «narrazione»?
«Certo, bisogna parlare alle persone che hanno partecipato in buona fede alle manifestazioni pro Pal, a quelle che sono iscritte al sindacato per difendere il loro salario, a coloro che credono nei valori della lotta partigiana, ai tanti che lottano per i diritti delle donne e degli omosessuali, per fare loro aprire gli occhi: avete dato soldi per i palestinesi e sono andati a finanziare i terroristi, avete fatto sciopero perdendo un giorno di salario e siete stati strumentalizzati per la carriera politica del vostro leader, avete partecipato alle manifestazioni del 25 aprile e non c’erano più le bandiere italiane, ma quelle dei palestinesi, partecipate al Gay Pride ma i vostri compagni hanno urlato slogan per cancellare Israele e instaurare uno Stato islamico dove le donne vengono sottomesse e gli omosessuali giustiziati».
L’arresto di Hannoun e la rete pro Hamas fa emergere che in Italia esiste una radicata base di appoggio ad Hamas. La preoccupa e crede che esista ancora una sorta di lodo Moro?
«Finalmente si fa luce sulla vera natura dei movimenti che hanno promosso e organizzato le manifestazioni pro Pal, che hanno finanziato la Flottilla (è nota anche la rete di finanziamenti di questa enorme azione di propaganda di Hamas), e dei loro legami con la politica e le istituzioni italiane. Ma è una rete che si estende in tutta Europa. Non vedo però nessuna accondiscendenza da parte del governo italiano come ai tempi di Moro e Andreotti. Anzi l’azione di contrasto è molto determinata. L’unica “falla” istituzionale è, semmai, in alcuni settori della magistratura, si pensi alle dichiarazioni recenti del Procuratore nazionale antimafia, agli appelli di Magistratura Democratica al boicottaggio delle aziende che hanno rapporti con Israele e alla reiterata inazione verso gli innumerevoli fenomeni di istigazione all’odio impuniti, nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale. Servirebbe un forte e leale coordinamento tra le forze dell’ordine, i servizi di intelligence e la magistratura per sradicare l’eversione del radicalismo islamico».
Piazze piene per i pro Pal e per Maduro, ma niente per i morti in Ucraina o in appoggio alla rivolta iraniana. Sotto la cenere cova un mai sopito spirito antioccidentale?
«Sicuramente è lo spirito antioccidentale, l’ostilità verso gli Stati Uniti, l’odio verso noi stessi che ha radici profonde in una parte della nostra opinione pubblica e, soprattutto, dell’élite. Pensiamo quanto poco spazio danno oggi i giornali a questo straordinario movimento di popolo che sta rovesciando il regime in Iran. Lì ci sono milioni di persone che scendono in piazza, rischiando la vita contro un regime sanguinario, e i giornali danno mezza pagina mentre hanno dato pagine e pagine alle flottille e ai nostri figli di papà pro Pal che, senza rischiare nulla e spesso aggredendo e ferendo i nostri poliziotti, glorificano quello che il regime iraniano ha fatto, mentre i loro coetanei israeliani combattono e, a volte, perdono la vita per sconfiggere quello stesso regime, circondati dall’odio dell’Occidente».
Esiste un pericolo di islamizzazione forzata e strisciante in Italia e in Europa attraverso il diffondersi delle moschee e l’immigrazione? Bisogna proibire il velo e chiedere che i sermoni degli imam si facciano in italiano?
«Non credo sia necessario vietare il velo, dobbiamo difendere la libertà religiosa, dobbiamo solo non sottomettere i nostri valori a religioni che non tollerano la libertà religiosa. I simboli del cristianesimo non hanno mai offeso la millenaria presenza ebraica nel nostro Paese e non possiamo tollerare questa sottomissione strisciante per cui annulliamo la nostra identità per non “offendere” quella islamica. Dobbiamo soprattutto uscire dall’ambiguità verso l’islam radicale. I Fratelli musulmani sono messi al bando in molti Paesi musulmani, qui sono protetti, difesi, e corteggiati i loro voti. Dobbiamo controllarne i flussi finanziari, le attività eversive, che stanno penetrando le università, lo sport, lo sviluppo urbano, le associazioni di “beneficenza”. Si, dobbiamo controllare l’attività degli imam».
Lei ora si trova a Tel Aviv. Com’è la situazione anche guardando alla Palestina? È vero che c’è un’opposizione fortissima contro Netanyahu? Ed è vero che è aumentata la Aliya cioè la diaspora degli ebrei europei verso Israele?
«Israele è una democrazia viva, il senso della patria è fortissimo. I giovani, dopo la scuola, fanno tre anni di militare (due le donne) e vanno a combattere e anche a morire per difendere il loro Paese e continuano a farlo fino a 40 anni. Quasi tutti gli israeliani (se si escludono molti Haredim e molti arabi) hanno dato una parte della loro vita al Paese. Si sentono “azionisti” del loro Paese e partecipano attivamente alla vita politica. Le scelte del governo incidono sulla loro pelle. Ma l’opposizione a Netanyahu non ha nulla a che vedere con le accuse al governo di Gerusalemme che fa la nostra sinistra. Nessuna accusa di genocidio, l’opzione militare contro Hamas e contro il terrorismo sarebbe stata la stessa anche se al governo ci fosse un leader dell’opposizione. La critica al governo riguarda altri temi come la legge che vorrebbe varare sull’esonero dal militare dei giovani ortodossi che studiano nelle Yeshivà, mentre i loro coetanei vanno a combattere e a morire. O come la commissione di inchiesta per definire le responsabilità del 7 ottobre che l’opposizione vorrebbe indipendente, ma che il governo vuole composta da politici. Sì, nonostante la guerra e il terrorismo, per gli ebrei della diaspora Israele continua a essere il Paese più sicuro. Qui gli ebrei possono vivere senza paura, e anche il dolore per i propri morti è un dolore collettivo, di popolo, mentre in Europa, gli ebrei devono vivere la loro sofferenza, chiusi nelle loro piccole comunità».
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Navi da guerra cinesi al largo di Città del Capo (Ansa)
Sale la tensione tra Washington e i Brics. Sabato, nei pressi di Città del Capo, sono iniziate delle esercitazioni navali congiunte tra Cina, Russia, Iran, Emirati e Sudafrica.
Queste manovre hanno avuto inizio appena pochi giorni dopo il sequestro da parte degli Stati Uniti di due petroliere legate al Venezuela: una, battente bandiera russa, nell’Nord Atlantico e un’altra nel Mar dei Caraibi. Non solo. Sullo sfondo, ma neanche troppo, si stagliano sia la recente cattura di Nicolas Maduro sia le crescenti pressioni statunitensi su un regime, quello khomeinista, sempre più traballante a causa delle proteste delle ultime settimane.
Insomma, è sempre più chiaro come stiano aumentando le fibrillazioni tra l’amministrazione Trump e i Brics. Non si tratta d’altronde di una novità. Già a gennaio dell’anno scorso, appena pochi giorni dopo essersi reinsediato alla Casa Bianca, l’attuale presidente americano minacciò esplicitamente il blocco, qualora avesse proseguito nei suoi propositi di de-dollarizzazione. Del resto, proprio il contrasto alla de-dollarizzazione ha rappresentato uno dei principali crucci di Donald Trump negli ultimi dodici mesi.
Sotto questo aspetto, è interessante notare come, la settimana scorsa, il presidente americano abbia chiaramente affermato che gli Stati Uniti sono disposti a vendere il greggio venezuelano a Cina e Russia: greggio che, in questi anni, la Repubblica popolare ha acquistato pagando in yuan e aggirando le sanzioni di Washington. In tal senso, la pressione americana su Teheran ha un risvolto petrolifero. Anche il greggio iraniano è infatti comprato da Pechino in yuan e in violazione delle sanzioni degli Usa.
È quindi abbastanza evidente come Trump punti a preservare il predominio globale del dollaro, oltre che a rilanciare l’influenza geopolitica statunitense sull’Emisfero occidentale, in ossequio a una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe. Non dimentichiamo che la Casa Bianca vuole il controllo della Groenlandia per frenare le ambizioni di Mosca e Pechino nell'Artico. Inoltre, Washington non ha mai visto di buon occhio gli storici legami del regime chavista con Cina, Russia e Iran. La competizione geopolitica degli Usa con i Brics, o con alcuni loro importanti membri, riguarda quindi vari fronti interconnessi: dalla finanza all’energia, passando per la sfera militare. E’ dunque anche in quest’ottica che vanno lette le esercitazioni navali avviate sabato nei pressi di Città del Capo.
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- Reclutamento, droni e Intelligenza artificiale: così le varie filiali si rafforzano. L’Occidente, che ha tolto risorse all’antiterrorismo, oggi è più vulnerabile.
- L’esperta Anna Mahjar-Barducci: «Nella regione del Khorasan lo Stato islamico conta sull’appoggio dei servizi pakistani. In cambio potrebbe far pressioni sull’India».
Lo speciale contiene due articoli.
Nel dicembre 2025 le autorità tedesche hanno sventato a Berlino un attentato riconducibile allo Stato Islamico. L’operazione, coordinata dall’antiterrorismo federale con il supporto dell’intelligence, ha portato ad arresti e perquisizioni in diversi quartieri della capitale, interrompendo un piano che, secondo le valutazioni degli investigatori, si trovava già in una fase avanzata di preparazione. L’obiettivo erano luoghi civili affollati durante il periodo delle festività. A risultare decisivi sono stati il monitoraggio dei canali jihadisti online e la cooperazione internazionale, che hanno consentito di intervenire prima dell’avvio della fase operativa. Le indagini restano aperte per chiarire l’eventuale esistenza di reti di supporto e collegamenti transnazionali.
L’episodio ha riacceso una domanda ricorrente nei media occidentali: siamo di fronte all’inizio di una nuova ondata di attentati globali? La risposta, allo stato attuale, è incerta. Più che il segnale di una rinascita, gli attacchi e i complotti sventati riflettono una realtà consolidata: lo Stato Islamico non è stato sconfitto e continua a rappresentare una delle principali sfide per l’antiterrorismo internazionale. I progressi compiuti dagli Stati Uniti e dai partner della Coalizione globale contro lo Stato Islamico hanno ridotto drasticamente la capacità del gruppo di operare come durante la stagione del cosiddetto Califfato nel Levante che dal 2023 sarebbe guidato dall’iracheno Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi del quale si sa pochissimo e del quale non ci sono fotografie.
Oggi l’organizzazione non controlla più territori estesi né è in grado di mantenere un ritmo operativo paragonabile a quello di allora. Tuttavia, nella sua forma attuale, più frammentata e decentralizzata, l’Isis conserva un’elevata pericolosità. Le sue province, i suoi affiliati e i gruppi in franchising continuano a dimostrare resilienza, capacità militare e adattabilità. Anche sigle considerate indebolite, come lo Stato Islamico dell’Asia orientale, sono tornate sotto i riflettori dopo i recenti casi di militanti australiani (non in contatto con il comando centrale dell’organizzazione), transitati nelle Filippine prima dell’attacco di Bondi Beach.
In Africa il quadro resta particolarmente instabile. Nel Sahel la Provincia del Sahel dello Stato Islamico è ancora attiva, impegnata in un conflitto diretto con la branca regionale di al-Qaeda, Jamaat Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin. Più a est, nel bacino del Lago Ciad, l’Iswap continua a produrre grandi volumi di propaganda e ha intensificato il reclutamento. Gli analisti temono che, guardando al 2026, il Sahel possa diventare uno dei principali snodi del jihadismo globale, con la possibilità che alcune risorse vengano riallocate verso operazioni esterne. L’Iswap, in particolare, ha sviluppato competenze nell’uso di droni, inserendosi in una tendenza più ampia che vede attori non statali violenti adottare tecnologie emergenti per rafforzare le proprie tattiche. Nella Repubblica Democratica del Congo, la Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico ha alimentato un’escalation di violenza attraverso una campagna settaria contro le comunità cristiane. In Mozambico, invece, il gruppo alterna fasi di indebolimento a momenti di rilancio, ma mantiene la capacità di condurre un’insurrezione a bassa intensità. A rendere il quadro ancora più complesso è la capacità dell’organizzazione di sfruttare crisi locali, vuoti di potere e conflitti a bassa intensità per rigenerarsi. Ogni instabilità – dai colpi di Stato nel Sahel alle tensioni etniche in Africa centrale, fino alle fragilità istituzionali in Asia meridionale – diventa un moltiplicatore di opportunità per riattivare reti, addestrare nuovi quadri e testare tattiche operative.
Un ruolo sempre più rilevante è assunto dallo Stato Islamico della Somalia che sta emergendo come una delle più influenti e finanziariamente solide dell’intera galassia jihadista. La sua espansione ha implicazioni dirette per la sicurezza non solo africana, ma anche per l’Asia meridionale, l’Europa e il Nord America. Washington ha riconosciuto la minaccia, conducendo quest’anno oltre cento attacchi contro Is Somalia e al-Shabaab, il dato più alto dal 2007. Da piccola filiale, l’Is-S si è trasformato in un vero centro di comando regionale, con l’ufficio Al-Karrar a coordinare le attività in Africa orientale, centrale e meridionale. Il leader Abdulqadir Mumin ha consolidato la propria influenza all’interno della leadership globale del gruppo, supervisionando più province e rafforzando il reclutamento di combattenti stranieri nel Puntland, sostenuto da una propaganda multilingue sempre più sofisticata.
Resta però l’Isis-Khorasan (Iskp) la filiale più temuta. A due anni di distanza dalle operazioni esterne contro Iran, Turchia e Russia, il gruppo continua ad essere una minaccia concreta. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sull’Afghanistan lo descrive come resiliente e capace di colpire sia a livello interno sia internazionale, evidenziando l’aumento della propaganda, del reclutamento e della capacità di infiltrazione. L’operazione che ha portato alla cattura di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dei servizi segreti turchi della Milli Istihbarat Teşkilati (Mit) lungo la frontiera tra Afghanistan e Pakistan, alla fine di dicembre 2025, ha nuovamente riacceso il dibattito sulle accuse ricorrenti rivolte a Islamabad di garantire protezione e margini operativi a reti terroristiche attive nell’Asia meridionale e in quella centrale. L’arresto si inserisce in un contesto segnato anche dalla diffusione di un dossier riservato indiano, nel quale si parla di un’intesa occulta e in progressivo rafforzamento tra l’Iskp e il gruppo armato pakistano Lashkar-e-Taiba (LeT). Stando a quanto riportato nel documento, questa cooperazione sarebbe stata favorita e alimentata dai servizi di intelligence militare del Pakistan, l’Inter-Services Intelligence (Iisi). L’Isis-K è inoltre in prima linea nella sperimentazione dell’intelligenza artificiale per amplificare l’impatto delle sue campagne mediatiche, dimostrando una capacità di adattamento tecnologico che preoccupa sempre più gli apparati di sicurezza occidentali. Nonostante una presenza territoriale limitata in alcune aree, lo Stato Islamico continua infatti a puntare sulla propaganda digitale per ispirare attacchi da parte di estremisti autoctoni. Un anno fa, negli Stati Uniti, un simpatizzante dell’Isis ha colpito a New Orleans utilizzando una combinazione di strumenti ad alta e bassa tecnologia, compresi dispositivi indossabili per la ricognizione preventiva. È una tendenza destinata a consolidarsi e a complicare il lavoro delle forze dell’ordine, chiamate a fronteggiare minacce sempre più ibride e difficili da intercettare.
Il rinnovato focus sulla minaccia jihadista arriva in una fase in cui l’antiterrorismo è stato in parte ridimensionato a favore di altre priorità strategiche, come la guerra in Ucraina, quella in Medio Oriente e l’attenzione dell’amministrazione Trump sull’emisfero occidentale e sul Venezuela, dove le bande criminali transnazionali sono state riclassificate come organizzazioni terroristiche.
«Il gruppo ora punta a scalzare i talebani e conquistare Kabul»
Anna Mahjar-Barducci è direttrice di progetto del Middle East Media Research Institute (Memri).
Che cos’è lo Stato Islamico del Khorasan (Iskp?) Risponde al Comando centrale dell’Isis o gode di autonomia e in quale area opera?
«Lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (Iskp), noto anche come Isis-K, è emerso formalmente nel 2015 nell’Afghanistan orientale, quando combattenti fuoriusciti da gruppi militanti locali, tra cui fazioni dei talebani pakistani, giurarono fedeltà alla leadership dell’Isis allora attivo in Iraq e Siria. Il nome “Khorasan” si riferisce a una vasta regione storica che comprende parti degli attuali Iran, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Pakistan. Per quanto riguarda i rapporti di comando, Iskp si riconosce ideologicamente nello Stato Islamico centrale. Tuttavia, sul piano operativo gode di un’ampia autonomia: pianifica e conduce le proprie attività in modo indipendente, adattandole al contesto locale dell’Afghanistan e del Pakistan, senza ricevere ordini tattici diretti e continui dal comando centrale dell’Isis».
Su quanti uomini può contare? Al vertice c’è ancora Sanaullah Ghafari - Shahab al-Muhajir (foto a pagina 10, ndr)?
«Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, l’Iskp può contare attualmente su 2.000 uomini. Il rapporto ha descritto un’attività di reclutamento che coinvolge centinaia di giovani volontari - per lo più provenienti da Tagikistan e Uzbekistan - reclutati in gran parte online. Sanaullah Ghafari continua a guidare l’Iskp».
I talebani sostengono di avere il controllo dell’Afghanistan, tuttavia l’Iskp colpisce quasi ogni giorno in tutte le province afghane. È azzardato pensare che il regime dei talebani sostenuti da al-Qaeda e dalla rete Haqqani crolli?
«Non è semplice dirlo. Tuttavia, il recente arresto, avvenuto tra Afghanistan e Pakistan, di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dell’intelligence turca, ha riacceso le accuse secondo cui il Pakistan avrebbe, nel corso degli anni, offerto rifugio a gruppi terroristici. Dopo l’arresto, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha affermato che Kabul sta da tempo monitorando le attività dell’Iskp in Pakistan. Mujahid ha avvertito che non dovrebbero esistere territori in cui l’Iskp possa pianificare attacchi contro altri Paesi, richiamando la valutazione secondo cui il Pakistan sarebbe utilizzato dal gruppo come base operativa non solo per sfidare la leadership talebana, ma anche per minacciare l’India. Le dichiarazioni dei talebani vanno lette con cautela, ma non possono essere ignorate. Osservatori regionali hanno confermato che l’Isis-K ha trovato da tempo rifugio in varie province pakistane».
In una sua recente pubblicazione afferman che l’Iskp e il gruppo terrorista pakistano Laskar-e-Taiba hanno stretto un patto segreto orchestrato dai servizi segreti pakistani. Che interesse ha l’intelligence pakistana (da sempre al centro di intrighi), a fare questa operazione?
«Secondo l’intelligence indiana, la collaborazione tra Iskp e LeT persegue gli obiettivi strategici del Pakistan. A livello interno, mira a reprimere i movimenti separatisti del Balochistan, mentre sul piano regionale punta a contrastare quelli che Islamabad considera “elementi anti Pakistan” all’interno della leadership talebana afghana. La leadership talebana sta infatti progressivamente affermando la propria autonomia strategica, evidenziando così il ridimensionamento dell’influenza pakistana nell’area. L’alleanza tra Iskp e LeT è inoltre vista come strumento per esercitare pressione armata sull’India, in particolare in Kashmir».
Quanto ha pesato il disimpegno degli Usa e dei suoi alleati nello sviluppo dell’Iskp e della crisi nell’area?
«Il ritiro delle forze statunitensi e dei loro alleati dall’Afghanistan nel 2021 ha avuto un impatto significativo sullo sviluppo dell’Isis-K e sulla crisi nella regione. Dopo il ritiro, gruppi jihadisti come Iskp hanno rafforzato la propria presenza operativa e propagandistica, approfittando della riduzione della pressione militare occidentale e della minore capacità di intelligence sul terreno».
Nel corso del 2025 in Europa sono stati sventati diversi complotti organizzati dall’Iskp. Sono azioni concordate con il Comando Centrale dell’Isis come avvenuto a Mosca?
«Le cellule europee appaiono operare in maniera autonoma, ispirate dall’ideologia dell’Iskp e in contatto con reti transnazionali, spesso attraverso canali online criptati, ma senza ordini tattici dal comando centrale Isis».
Perché vogliono colpire il Vecchio Continente e dove arruolano i loro uomini?
«Isis-K considera l’Europa parte della coalizione dei “crociati”, composta da nazioni infedeli che si oppongono all’islam. L’Isis vede l’Occidente come decadente, antislamico e destinato a crollare. Il reclutamento di Isis-K è focalizzato sulle popolazioni dell’Asia centrale e meridionale. Il gruppo punta soprattutto su giovani, di età compresa tra i 17 e i 30 anni. Il nucleo principale dei reclutati è costituito soprattutto da tagiki e uzbeki, ma vi rientrano anche ceceni, daghestani e altri provenienti dalle regioni musulmane della Russia, oltre a pakistani e afgani».
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